PICCOLI GRANDI LIBRI  JEAN DANIÉLOU
IL MISTERO DELL' AVVENTO

MORCELLIANA 1958
Titolo originale dell'opera: LE MISTERE DE L'AVENT (Editions du Seuil, Paris)

INTRODUZIONE
Storia e dramma

PRIMA PARTE - I PRIMI PRECURSORI
Cap. I - Abramo e l'alleanza ebraica
Cap. II - Melchisedech e l'alleanza cosmica

SECONDA PARTE - GLI ULTIMI PRECURSORI
Cap. I - Giovanni il precursore
Cap. II - La missione degli Angeli
Cap. III - La Vergine e il tempo

TERZA PARTE - IL MISTERO COSMICO DELLA PASSIONE E DELL'ASCENSIONE
Cap. I - Il mistero missionario della Croce.
Cap. II - Il mistero dell'Ascensione e l'espansione missionaria

CONCLUSIONE
Il Cristo profeta

 

SECONDA PARTE
GLI ULTIMI PRECURSORI

CAPITOLO PRIMO
GIOVANNI IL PRECURSORE

Studiando l'Antico Testamento abbiamo già veduto come Dio, agendo nel tempo e dispiegando cosi i suoi disegni su larghi sfondi, avesse preparato la venuta del Cristo sulla terra; e abbiamo già ricordato qualcuno di coloro che hanno preparato le vie del Signore. Al termine di questa lunga preparazione, San Giovanni Battista sta come colui che precede immediatamente la venuta del Signore, e nel quale l'umanità lo incontra. Gli altri hanno descritto il Signore veniente: egli ha mostrato agli Ebrei il Signore venuto, presente, dicendo loro: «Ecco l'Agnello di Dio...» Ecce! (1)
Osservando la vita di Giovanni Battista tre fatti colpiscono, che corrispondono alle tre grandi tappe della sua esistenza. Anzitutto, il modo con cui Dio l'ha riservato a Sé. Sotto questo aspetto Giovanni è modello delle anime che Dio consacra totalmente a preparare le sue vie. Da Dio egli viene separato, santificato in maniera eminente, ancor prima della nascita. Rappresenta nell'umanità un ordine particolare, inferiore senza dubbio a quello della Madonna che sovrasta tutte le creature, ma un ordine distinto da quello degli altri Santi, giacché egli fu santificato dal seno di sua madre in quella scena così misteriosa della Visitazione, nella quale Gesù vivente in Maria, saluta Giovanni Battista, e Giovanni Battista, non ancora nato, esulta nel seno materno, pervaso dallo Spirito che gli è comunicato, santificato già dallo stesso Spirito. Sembra attuarsi quanto più tardi affermerà Giovanni Battista di sé, dicendo di essere «colui che esulta quando sente la voce del Signore ». Il giorno in cui, ancora nel seno materno, udì Maria salutare Elisabetta, trasalì. Non poteva non trasalire, all'avvicinarsi del Signore, al percepire la ineffabile affinità esistente tra il Signore e lui. È l'uomo che si riserba tutto alla gioia di udire la voce del Signore.
Così egli ci appare come separato da tutte le cose create, come colui che destina se stesso alla gioia di udire quella voce divina. Altre gioie non ha voluto, da altre cose non ha voluto essere consolato. Non ha vissuto che per quella gioia. Da essa è stato preso ancora prima di nascere. E in seguito vivrà di essa soltanto. In lui vi sarà, come dice il P. Faber, l'oratoriano inglese, «una beata impossibilità di unirsi alle cose della terra ». È stato talmente preso dallo Spirito Santo che gli è come impossibile vivere d'altro. Conoscendo ciò che è la vera gioia, egli non poteva conoscere altra gioia, e a ciò corrisponde quell'aspetto della sua vita che è il deserto.
Il Vangelo di San Luca dice a proposito di lui dopo la scena della Visitazione: «Il ragazzo cresceva e si irrobustiva in spirito (sempre in spirito), e rimase nel deserto sino al giorno della sua manifestazione al cospetto d'Israele ». Tra la gioia del primo incontro con Gesù, dove egli precede Gesù senza essere ancora nato e la gioia del secondo incontro, quella del battesimo, dove l'Amico dello Sposo si «rallegrerà» all'udire la voce dello Sposo, vi è dunque nella sua vita tutto il periodo del deserto, il periodo del silenzio di tutto ciò che non è Dio: il deserto dove Psichari ritrovò il senso di Dio, dove Dio si avverte come più vicino, proprio perché gli sguardi nostri possono meno attardarsi sulle creature, il deserto dove, nel IV secolo, s'inoltrarono gli uomini che noi chiamiamo Padri del deserto. La storia della Chiesa, a quell'epoca, registra un avvenimento straordinario. Antonio, un egiziano che viveva nei sobborghi di Alessandria, si appartò per primo nel deserto, per trovarvi una più grande solitudine con Dio, per vivervi il combattimento spirituale in tutta la sua intensità, giacché il deserto non è soltanto il luogo della divina presenza, ma anche il luogo della tentazione di Gesù e della tentazione di Antonio, dove lontano dalle lotte umane, la lotta tra Cristo e Satana per l'anima degli uomini si fa più acerba. In questo deserto Giovanni Battista si inoltra prima di Gesù, prima di Antonio, prima di quanti a loro volta vi entreranno, per fare integrale esperienza del combattimento spirituale, perché nulla potesse più distrarlo dalla preparazione del regno di Dio attraverso le invisibili vittorie dell' Amore.
Ma egli è l'uomo del deserto solo perché è l'uomo della gioia spirituale. Nell'« Oremus» della festa di San Giovanni Battista gli si domanda la grazia delle gioie spirituali: la grazia che fu particolarmente sua. Egli è il Santo più esultante della Scrittura. Ma è l'uomo di una sola gioia, quella di udire la voce del Signore. Cerca scampo nel deserto perché niente lo distolga da quella gioia, per esserle interamente consacrato, per ricordare senza posa l'incontro avvenuto prima della sua nascita e attendere il secondo incontro, quello del battesimo, riservandosi per questa gioia unica, lontano da ogni creatura.
Ciò che più impressiona è il trovare in lui quel grande spirito di penitenza e, allo stesso tempo, questa esultanza interiore, la fusione della penitenza estrema e della gioia estrema. D'altronde, estrema penitenza ed estrema gioia si uniscono sempre: i più grandi penitenti sono gli uomini maggiormente lieti! Non vi ha letizia più grande di quella di Francesco d'Assisi. di Giovanni della Croce, del Curato d'Ars, la letizia dei Padri del deserto, quel deserto della penitenza nel quale fiorì il Paradiso della gioia.
Avendo preceduto il Cristo nella nascita, Giovanni fu pure precursore della sua vita pubblica. Viene, dopo il deserto, il momento culminante della sua vita, in cui egli prepara le vie del Cristo. «Vi fu un uomo inviato da Dio, il cui nome era Giovanni. Egli venne come testimone, per rendere testimonianza alla Luce, affinché tutti credessero a mezzo di lui. Non ch'egli fosse la Luce, ma per rendere testimonianza alla Luce. » Giovanni Battista è dunque essenzialmente colui che rende testimonianza alla Luce; colui che mostra Gesù. Il suo compito è senza uguale nella preparazione della venuta e dell'opera del Cristo. Proprio lui, infatti, prepara la vita pubblica e la predicazione del Signore, disponendovi le anime, sgrossandole e rendendole così più accessibili alla parola del Cristo. Per anime non preparate questa parola sarebbe stata troppo forte. Occorreva una iniziazione preliminare, occorreva orientare le loro preoccupazioni, distogliendole dalle abitudini profane: risvegliare in esse una inquietudine.
Ecco il compito di Giovanni Battista. In mezzo a quegli uomini totalmente avulsi dalle cose di Dio, egli è colui che desta in loro la preoccupazione, che li disturba nella loro tranquilla sicurezza e che suscita quella incipiente buona volontà, dalla quale saranno fatti capaci di comprendere il Cristo.
Avviene qui il collegamento tra lui e la lunga catena di quanti parteciparono alla preparazione della divina venuta, anch'essi strappati da Dio alle cose del mondo e introdotti misteriosamente nei suoi disegni, perché sapessero, in mezzo agli uomini, tracciarne le vie. A sua volta, Giovanni Battista s'avanzerà tra gli uomini per aprire strade, appianare sentieri, abbassare montagne. Ma doveva perciò essere anzitutto totalmente invaso da quella visione intima, interiormente posseduto dal Signore, perché sarà duro il solco da scavare, quando dovrà avanzarsi tra gli uomini del suo tempo, occupati, secondo la espressiva informazione di San Luca, come gli uomini del tempo nostro, «i soldati a molestare e denunziare, i pubblicani a esigere più del dovuto» (III, 11-14). Così sempre, gli uomini di allora e di oggi! Unicamente attenti ai loro interessi temporali: totalmente distratti da Dio. E l'angoscia che si prova passando fra loro è quella di avvertire l'immensa indifferenza del mondo.
Per strappare il mondo alla sua indifferenza occorrono dei profeti, ossia degli uomini che siano interiormente presi da una divina visione delle cose, e possano scuotere l'inerzia dell'umanità, ed essere veramente dei «testimoni ». Testimonio è colui che anzitutto ha veduto interiormente le cose da lui attesta te, colui che Dio ha introdotto nella propria divina maniera di vederle, perché possa trasmetterle agli uomini. Così Giovanni Battista. Dio l'ha iniziato al mistero del suo disegno, al mistero dei suoi piani, l'ha nascosto nel deserto per unirlo alla sua gioia!
E adesso ecco l'essenziale conseguenza - egli è il «testimone», cioè colui che mostrerà il Cristo agli uomini.
Nel Vangelo di San Matteo (cap. III) il Precursore viene così presentato: «In quei giorni venne Giovanni il Battista a predicare nel deserto della Giudea e a dire: fate penitenza, perché il Regno dei cieli è vicino. Egli è colui del quale parla il profeta Isaia quando dice: Voce di colui che grida nel deserto: preparate le vie del Signore, raddrizzate i suoi sentieri ».
È interessante ricorrere al testo originale. Ecco il passo di Isaia riferito da Giovanni: «Consolate, consolate il popolo mio, dice il Dio vostro. Parlate al cuore di Gerusalemme, consolatela, perché la sua schiavitù è finita, la sua empietà è espiata, avendo essa ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati. Una voce grida: preparate nel deserto la via di Jahvè, raddrizzate nella solitudine i sentieri del nostro Dio. Ogni valle sia colmata, le vie storte divengano dritte, le mal agevoli piane e le rocce scoscese una valle. Allora apparirà la gloria del Signore, e ogni carne senza eccezione la vedrà, perché la bocca del Signore ha parlato!» (Isaia, XL, 1-5).
Si tratta dunque della apparizione di Jahvè e della resurrezione di ogni carne. Questo annunzia Giovanni Battista, spronando le anime a prepararsi con la penitenza; questo è imminente agli albori del Vangelo. Ecco perché si nota in Giovanni questa specie di violenza e di intensità, se lo si confronta a quanto lo precede nell' Antico Testamento. L'avvenimento è ora imminente, la gloria di Dio sta per apparire, l'umanità sta per trovarsi davanti alla gloria di Dio. Non è più il momento di attardarsi, di dissiparsi, ma semplicemente il momento di prepararsi a questa venuta con la penitenza.
Giovanni Battista lo dice con potente efficacia, rivolgendosi ai Farisei: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a fuggire la collera che viene dall'alto?... Già la scure è posta alla radice dell'albero (quindi manca poco al momento in cui l'albero vecchio si abbatterà cadendo). Ogni albero che non porta frutti buoni sarà tagliato e gettato al fuoco. lo vi battezzo in acqua per la penitenza, ma Chi viene dopo di me è più forte di me. Egli vi battezzerà nello Spirito Santo e nel Fuoco ». Lo Spirito Santo e il Fuoco hanno qui senso escatologico. Questo Fuoco è il Fuoco del Giudizio e al tempo stesso è il Fuoco dell' Amore: è la stessa gloria di Dio che trasformerà i giusti e consumerà il peccato. Il Battesimo in acqua di Giovanni costituisce di questo soltanto una figura e una preparazione. Con l'apparizione del Fuoco e dello Spirito si attuerà la trasfigurazione, la trasformazione del mondo che il Cristo viene a compiere.
Giovanni Battista annunzia l'arrivo del re e del giudice, la «parusia» del Cristo Glorioso, e annunzia anche la venuta dello Sposo - altro nome di «Colui che deve venire ». Colui che deve venire è il Signore della gloria, giudice dei vivi e dei morti; è insieme lo Sposo del quale avevano parlato il Cantico dei Cantici e i Profeti, e viene verso l'umanità scelta da lui, per unirsela in una sola carne, che è la sua carne, e così introdurla nella casa del Padre suo.
È un appello di gioia, non più di timore e di penitenza, quello che risuona davanti al divorante fuoco di Dio. Un grido di gioia perché viene finalmente la tanto attesa ora delle nozze dell'umanità, che sta per essere veramente fidanzata ormai al Verbo di Dio. Giovanni è l'amico dello Sposo, ossia, come nelle nozze autentiche, quello che gli conduce la fidanzata. Conosciamo il testo: «L'uomo non può ricevere cosa alcuna se non gli viene data dal Cielo. Voi stessi mi siete testimoni come io dissi: io non sono il Cristo: ma fui mandato davanti a Lui. È lo sposo, che ha la sposa: ma l'amico dello sposo che sta ad ascoltarlo, si riempie di gioia alla voce dello sposo. Tale mio gaudio dunque si è compiuto. Bisogna che Egli cresca ed io diminuisca ».
Questa la frase che tocca le profondità più grandi nell'anima di Giovanni Battista. «Egli è colui che viene rapito dalla gioia alla voce dello Sposo.» Questa voce non l'aveva udita Abramo, non l'aveva udita Mosè, non David. Ma Giovanni l'ha udita. Egli è colui nel quale l'Umanità ha incontrato lo Sposo, che è venuto avanti a Lui e che, quindi, ha presenziato l'alba delle sue nozze celebrate con l'Incarnazione e consumate nella Passione e nella Resurrezione.
Così vi è nella figura di Giovanni, accanto ad una estrema violenza, una estrema dolcezza. Egli è l'uomo della violenza più grande e della dolcezza più grande! Della più grande violenza, perché è l'uomo che ha sentito la santità di Dio e quindi ha acutissimo senso del peccato e della penitenza: l'uomo della grande purificazione. Ma allo stesso tempo, l'uomo della grande gioia, della grande dolcezza! D'altra parte, purificazione e gioia si accompagnano sempre. Nella vita dei grandi mistici niente è tanto prossimo al matrimonio spirituale, ai più alti vertici dell'unione, quanto le purificazioni più dolorose e più penetranti. Sembra quasi che nel momento preciso in cui il Verbo viene per unirsi a lei, l'Umanità debba sentire più profondamente che mai quanto sia grande il suo bisogno di essere purificata dal Fuoco e assoluta la necessità del Fuoco dello Spirito per essere resa degna di queste nozze divine.
Giovanni Battista ha la gioia di vedere accettata la sua testimonianza, vale a dire che i suoi discepoli - quelli che erano stati i suoi discepoli riconoscono ora Gesù. Egli ha preparato la via e ora Giovanni, Pietro e Giacomo, i discepoli iniziati da lui, riconoscono Gesù quando Egli passa. Giovanni Battista lo mostra loro come l'Agnello di Dio. Questa tutta la sua gioia: vedere la sposa trovare lo Sposo. Non desidera altro. Non desidera che una cosa sola: condurre le anime al Cristo, e che le anime trovino Lui! Allora il suo gaudio è perfetto. È perfetto quando i discepoli lo abbandonano per seguire Gesù. Non attendeva altro che questo. È colui che prepara le vie al Signore. Non vuole riservare a sé le anime. In ciò il modello dell'abnegazione. Non intende legare a sé le anime, ma unicamente legare le anime a Gesù. Si eclissa davanti a Gesù per lasciarle con lo Sposo, col Cristo, ed essere colui che ha preparato la via.
Bisogna ricordarlo soprattutto come l'uomo il cui amore si manifesta in zelo disinteressato, cioè non nel godimento della presenza - egli fu tanto spesso privo della presenza del Cristo - ma nella assoluta fedeltà a compiere la missione sua, e così condurre le anime al Cristo. Ecco la caratteristica del suo amore. Questo amore consiste nel volere che il Cristo goda perché le anime vanno a Lui, perché Egli fa acquisto di altre anime ancora. Questa veramente la Sua sete! E questo cerca Giovanni. Egli dunque pone la sua gioia più nel far godere il Cristo che nel godere del Cristo. A questo riguardo vi è senza dubbio nella sua vita una singolarissima grazia d'amore. Egli è veramente il servo il cui amore si concretizza soprattutto nel servizio: fare quanto piace al Cristo: eseguire i «mandata» del Cristo! Servire perfettamente. Il Signore, infatti, cerca simili servito l'i. «lo ho trovato un uomo secondo il mio cuore, che fa tutto quello che gli domando », dice un versetto del salmo. Sono così pochi gli uomini che concedono libertà al Cristo! Il Cristo ama le anime con le quali si sente libero, cui può domandare tutto quello che desidera, anime a completa disposizione tra le mani di Dio. Giovanni Battista è eminentemente l'uomo tutto disponibile per Dio, nelle sue mani, servo perfetto, che fa quanto il padrone gli domanda, la cui gioia è udire la voce dello Sposo!
La missione di Giovanni Battista non consiste però unicamente nel preparare le anime. Egli ha un'altra particolare missione nei riguardi del Cristo stesso, giacché sarà lui che con un gesto misterioso gli darà un battesimo di cui non aveva certo bisogno.
Il gesto ci rivela l'umiltà del Cristo che prende su di Sé ogni peccato dell'umanità, facendosi simile a quelli che hanno bisogno d'essere battezzati, e quindi umiliandosi profondamente. A tale umiltà il Padre risponde con la grande teofania del battesimo nella quale dice: «Questo è il mio Figlio diletto », e nella quale discende sul Cristo, contemporaneamente alla voce, lo Spirito Santo. Giovanni Battista è lo strumento dal quale il Cristo viene rivelato, per la prima volta, nella sua realtà di Figlio di Dio. Introdotto da Dio nel segreto del mistero trinitario, in lui questo mistero si manifesta all'inizio della vita pubblica di Gesù, per mezzo suo è instaurato il ministero di Gesù; egli lo precede, facendosi suo araldo al cominciare della sua vita pubblica.
Così Giovanni fu da Dio preparato e introdotto nei suoi segreti, separato dalle cose del mondo. Quindi fu lo strumento che predispose le anime alla venuta del Cristo. Più tardi ancora - e questo mette qualche cosa di impareggiabilmente commovente e misterioso nella sua vita - egli, dopo aver finito di servire, s'inabissa nell'oscurità. È messo da parte, scompare, si cancella! Venuto il Cristo, non ha più che da andarsene. «Bisogna che lui cresca ed io diminuisca ». Il termine della sua vita appare dunque come uno squallore desolato, uno spogliamento, uno stato di derelizione totale.
Dopo aver partecipato al mistero della predicazione del Cristo, partecipa allora al mistero della Sua Passione (2). A proposito di Giovanna d'Arco, Péguy notò come fu una perfetta immagine del Cristo, per il fatto che dopo aver combattuto come Lui, come Lui chiude la vita nell'insuccesso, nell'oblio, nel ripudio, nell'abbandono, nella desolazione. Così hanno desiderato finire, dopo aver servito, molti Santi.
Questo in Giovanni Battista avviene davvero in modo inesplicabile, sconcertante. Anzitutto lo abbandonano i discepoli a lui più vicini. I suoi discepoli non gli badano più. Gesù è là: Giovanni Battista non è più nulla. Giovanni Battista, già grande profeta, al quale le folle accorrevano sulle rive del Giordano, non ha più nessun seguace. Tutti i suoi discepoli hanno raggiunto Gesù, giacché era proprio Gesù che bisognava raggiungere. Giovanni accetta di essere abbandonato così dagli uomini: contempla da lontano i suoi discepoli che sono con Gesù. Non ha neppure la gioia di essere tra loro, di far vita comune con loro e Gesù. Neppure questo! Questa gioia la lascia ad altri. Ha compiuto la sua missione. Essa è finita. E lui vive ormai nascosto.
Non soltanto lo abbandonano gli altri, ma, di più, sembra abbandonarlo Dio stesso, un po' come Nostro Signore sulla Croce. Questo lato della sua vita al tramonto va posto tra i più misteriosi. Nella misteriosa scena evangelica dove egli invia a Gesù i suoi discepoli per chiedergli se veramente è Colui che deve venire, Giovanni sembra come oppresso da una certa oscurità, forse la .suprema purificazione con la quale Dio lo prepara a unirglisi maggiormente. In questa oscurità egli, umanamente, non vede più chiaro; non fa altro che perseverare in una vita tutta pura e tutta spoglia, conoscendo ormai quelle grandi prove della fede, attraverso cui Dio ha fatto sempre passare i suoi migliori amici affinché la loro fede fosse veramente provata (3).
Alla fine sperimenta anche la massima dimostrazione dell'amore, la prigionia e la morte per aver reso, sino all'ultimo, testimonianza alla Verità. È imprigionato, decapitato, abbandonato, dimenticato: darà la sua vita stessa. Ha qualche cosa di incomprensibile il breve spazio di tempo durante il quale egli è il grande profeta annunziatore della voce di Dio, posto com'è tra due abissi di oscurità, l'oscurità del deserto in principio e l'oscurità della prigione al termine. Qui appare conseguentemente in tutta la pienezza la caratteristica essenziale di lui, il suo essere soltanto la voce di colui che grida nel deserto. Tutta la sua vita converge in quel breve spazio, nel momento cioè in cui egli è la voce che indica Gesù. Tutto il rimanente viene vissuto nell'oscurità e nell'attesa.
Certi lineamenti di Giovanni Battista dovrebbero caratterizzare quanti preparano le vie del Signore. Il Battista continua lui stesso questa missione nella Chiesa. Tale missione non si è esaurita col preparare l'avvento del Cristo nella sua venuta storica e nella sua parusia storica. Giovanni Battista prepara tutte le venute del Signore. Lo ha preceduto prima della nascita; lo ha preceduto nella vita pubblica; lo ha preceduto, come rileva Origene, nel regno dei morti. È questo un pensiero bellissimo. Prima che il Cristo scendesse nel regno dei morti, agli inferi, per liberarli, Giovanni Battista lo aveva preceduto entrando nel mondo delle anime che la Morte teneva prigioniere. Lo precederà, ci dicono i Padri della Chiesa, nell'Ultimo Giorno; annunzierà lui l'ultima venuta del Signore per giudicare i vivi e i morti. Egli è l'araldo di tutte le parusie.
Ma noi possiamo dire ancora che Giovanni Battista prepara le incessanti venute del Cristo nelle anime e nei popoli. Se Gesù è, perpetuamente, «Colui che viene », se tutta la storia della Chiesa dall'ascensione al Giudizio è quel1a della Sua parusia nel segreto mondo dei cuori, Giovanni è colui che incessantemente lo precede, giacché l'economia della incarnazione storica del Cristo si prolunga nel suo corpo mistico. Come ogni grazia giunge per mezzo di Maria, non potendo Ella aver generato Gesù, senza divenire anche colei che genera il Suo corpo mistico, cosi ogni conversione è preparata da Giovanni Battista. Lo insegnano i Padri: «lo penso - scrive Origene - che il mistero (sacramentum) di Giovanni si attua tuttora nel mondo. Per chiunque sia prossimo alla fede in Cristo Gesù, occorre che prima nell'anima sua giungano lo spirito e la virtù di Giovanni, e preparino al Signore un popolo perfetto, appianino le vie tra le asperità del cuore, e raddrizzino i sentieri. Lo spirito e la virtù di Giovanni precedono tuttora l'avvento del Dio Salvatore»
(Hom. Luc. IV: Rauer pag. 29 l. 20 - p. 30 l. 8). Essendo la venuta di Cristo un incessante venire - egli è sempre colui che viene nel mondo e nella Chiesa - vi ha un perpetuo «Avvento» del Cristo, e Giovanni Battista riempie di sé questo Avvento. Grazia propria di Giovanni Battista è l'essere colui che prepara ciò che sta per accadere, l'imminente. Egli rappresenta questo anche per l'ultima preparazione che precede le grandi fioriture missionarie, i grandi risvegli missionari, e la grazia che ne deriva è grazia attuale, presente. Egli rimane colui che affretta la venuta del Cristo facendo risuonare quel così potente appello alla penitenza, alla conversione, necessari perché il Cristo possa venire. Il suo appello sembra contenere qualche cosa di particolarmente pressante, che noi dobbiamo ascoltare, nel tempo nostro, mentre questa venuta del Cristo si fa più urgente e più vicina per alcuni grandi paesi.

[1] La teologia missionaria del Precursore è studiata da André Retif, Jean le Baptiste, missionnaire du Christ, «La sphère et la croix », Ed. du Seuil, 1948.
[2] Cfr. L. ZANDER, Le Précurseur selon le P. Boulghakov, « Dieu vivant ", VII, 107 segg.
[3] Cfr. A. DURAND, Evangile selon St. Matthieu (Verbum Salutis), pagg. 301-304.

 

CAPITOLO SECONDO
LA MISSIONE DEGLI ANGELI

Il dogma cristiano degli angeli è :finito ormai in una zona di penombra, caduto in secondo piano. I Padri dei primi secoli avevano maggiormente la sensazione che la storia umana si situasse al di dentro di una storia spirituale molto più vasta. Gli angeli infatti rappresentano un prodigioso ampliamento dei nostri orizzonti spirituali. Il problema ha perciò particolare importanza. Oggi che i limiti del mondo visibile sconfinano in spettacolose lontananze, oggi che gli astronomi ci mostrano oltre le stelle che vediamo altri mondi di stelle, altre vie lattee dietro la via lattea, mentre ci si dice che l'universo stellare è in espansione illimitata e si dilata continuamente attraverso ciò che definiamo spazio: oggi che la storia umana prende nel passato proporzioni vertiginose, e si scopre che prima dell'apparizione dell'uomo, la terra contava già milioni e milioni di anni, la nostra presentazione del cristianesimo appare spesso angusta, quando noi sembriamo chiudere tutto il nostro interesse nell'ambito della storia umana.
Ora, senza dubbio, questa storia umana occupa un posto relativamente piccolo se la si colloca negli spazi cosmici. Bisogna restituirle il posto che le compete non dentro il cosmo visibile, ma nell'intimità del cosmo spirituale; dimostrare che la concezione cristiana delle cose è in realtà la visione d'un immenso cosmo spirituale, composto di mondi spirituali, dentro i quali la nostra umanità costituisce soltanto un particolare mondo spirituale. Allora la nostra concezione delle cose assume una grandezza, una estensione che mi sembrano rispondere a una aspirazione dell'anima contemporanea. Gli uomini di oggi si sentono cittadini d'un mondo immenso: noi possiamo affermare che il cristianesimo è un mondo ancora più immenso. La teologia degli angeli, allargando i limiti del mondo spirituale, corrisponde perfettamente a questa dimensione d'immensità.

I. LA LITURGIA DEGLI ANGELI

Nella Scrittura diversi nomi designano diverse categorie di angeli: Principati, Potestà, Troni, Dominazioni, Cherubini, Serafini. I primi Padri li collocano tutti sullo stesso piano. Gli Angeli costituiscono il «pleroma» del mondo spirituale. Per Origene e Gregorio di Nissa la creazione totale conta centinaia di angeli o mondi angelici: essi sono figurati nel tabernacolo di cui Mosè ebbe la visione sul Sinai, immagine del mondo celeste, ossia del Cristo in cui fu creata la creazione spirituale intera. «Tutto ciò che il disegno del tabernacolo contiene, colonne, anelli, cherubini, simboleggia le potenze spirituali che sono nel Verbo e che, secondo la volontà divina, sostengono il mondo» (1).
Gregorio di Nissa considera l'umanità come già appartenente a questo mondo angelico. Vi apparteneva e ne cadde. E il Cristo viene a ricercarla per condurla nella sfera degli angeli, mentre essi aspettano alle porte del cielo il ritorno della loro sorella decaduta.
Ma d'una gerarchia non si parla ancora. L'ordine gerarchico degli Angeli appare con Clemente di Alessandria. Egli suppone una gerarchia ascendente e discendente che va dal Verbo agli uomini, passando attraverso i Protoctisti, gli Arcangeli, gli Angeli. Ogni ordine fa da intermediario tra il sovrastante e il sottostante (2). Si può notare l'influenza della scuola alessandrina. In Dionigi l'Aeropagita tale influenza sarà ancora più evidente; a lui risale la classica divisione dei nove cori angelici, composta di tre gerarchie con tre ordini ciascuna. Ogni ordine riceve,la sua luce dall'alto, da un ordine superiore, e la trasmette all'inferiore: «Le intelligenze del primo rango, più prossimo alla divinità, santamente iniziate dagli augusti splendori che ricevono per tramite diretto, si illuminano e si perfezionano sotto l'influenza di una luce più misteriosa e più evidente insieme. A questa prima gerarchia obbedisce la seconda, e la seconda alla terza, e la terza presiede alla gerarchia degli uomini. Cosi con divina armonia e giusta proporzione, esse si elevano l'una a mezzo dell'altra verso Colui che è il sovrano principio e termine ultimo di ogni ordinamento» (3).
Gli attributi dei diversi cori sono descritti da Dionigi in modo sublime. Ecco ciò che viene detto sulla natura della prima gerarchia, serafini, cherubini e troni: «Essi sono sommamente puri, non solo nel senso che alcuna macchia, alcuna bruttura mai li deturpa e non sono sottoposti alla legge delle nostre immaginazioni materiali, ma soprattutto perché inaccessibili a ogni principio di degradazione. Egualmente sono anche contemplati vi; e con ciò non voglio dire che concepiscano a mezzo di simboli sensibili realtà intellettuali, ma che sono inondati da una luce superiore ad ogni conoscenza intellettuale... Sono perfetti non per il possesso dei misteri nascosti sotto la varietà dei simboli, ma perché nella loro alta ed intima unione con la divinità acquistano, toccando le cose divine, l'alta intelligenza che domina gli Angeli» (VII).
Tutta la nostalgia ellenica del mondo intelligibile si esprime in questa mirabile teologia degli
Angeli. Per il pensiero orientale, è il mondo spirituale ed eterno che costituisce la realtà vera, il vero reale. Il platonismo vi corrisponde col suo mondo delle idee. Ora, ogni cultura valorizza quel lato del Vangelo che è in rapporto col suo genio.
Il genio greco aveva bisogno di concepire un mondo non temporale, di pure intelligenze. Questa tendenza mise in pericolo la vera natura della Trinità, rischiando di fare del Logos una ipostasi inferiore.
Ma, superato questo rischio, la nostalgia d'un mondo intelligibile si è espressa nella conoscenza del mondo angelico. Per Platone vera conoscenza è contemplazione delle Idee. Per il mistico greco la gnosi è allo stesso tempo conoscenza di Dio e contemplazione del mondo degli angeli, delle loro gerarchie, dei loro diversi uffici. L'umanità appartenne una volta a questa sfera celeste. Con la contemplazione il gnostico cristiano rientra nella società degli Angeli, spazia con loro sulle cime, penetra negli ultimi segreti delle cose, almeno durante quei brevi istanti in cui la sua contemplazione lo solleva al di sopra delle cose terrene.
Questa dottrina della gerarchia celeste sarà un dato acquisito per la teologia ulteriore. Il Medio Evo ne subì l'incanto. La troviamo nelle sue più alte opere mistiche, in quelle di S. Bernardo come in quelle di San Tommaso e di San Bonaventura. San Bernardo, percorrendo nel De Consideratione tutte le categorie degli esseri, giunge infine al mondo angelico. Ne descrive gli ordini, poi lo spettacolo lo colma di nostalgia, e lo pervade il desiderio di essere in questa patria dell'anima sua. San Tommaso ha dedicato agli Angeli articoli mirabili nella Somma Teologica, studiandone la natura. Gli Angeli non sono sottoposti alle leggi del tempo, hanno però una loro propria misura di durata. Sono oltre gli spazi. Esercitano direttamente il loro potere sul mondo materiale: ma non possono direttamente influire su un'altra intelligenza creata. Non conoscono né il futuro né i misteri della grazia, né i pensieri segreti di alcuna creatura ragionevole (4).
Sarebbe cosa interessante seguire la teologia degli Angeli attraverso la storia dell'arte. L'arte medioevale si ispira alla dottrina delle gerarchie di Dionigi: basta pensare al famoso portale di Bourges dove le gerarchie angeliche circondano il Cristo di maestà, o all'incoronazione della Vergine nella tela di Fra Angelico. Ma l'arte della Controriforma ha dato posto forse ancora più largo agli Angeli. Suo tema preferito è l'Ascensione o l'Assunzione, dove la natura tutta è come sollevata verso il mondo angelico, come liberata dal suo peso carnale. Qui trova espressione la nostalgia mistica che è saliente caratteristica dell'epoca, l'epoca di Santa Teresa, di San Giovanni della Croce, di San Francesco di Sales. Si rileggano i panegirici dei Santi tenuti dal P. Senault (sec. XVII); si rimarrà stupiti del posto straordinario che vi occupano gli Angeli, ma in questo egli è completamente in armonia con tutta la tradizionale corrente religiosa e culturale del suo tempo.
La creazione angelica viene presentata nella Scrittura come formante la corte di Dio. Ne è quasi l'irradiamento creato, la gloria che lo accompagna dovunque, se gloria di Dio è l'essere conosciuto e amato da creature intelligenti. Così nell' Antico Testamento. In principio al Libro di Giobbe vediamo i figli di Dio (gli Angeli), presentarsi al cospetto di Jahvè, o, altrove, dare grida di gioia per la creazione della terra. Nei libri di Daniele, l'Antico dei Giorni, che il Profeta vede assiso sul trono, è circondato da una moltitudine di spiriti «migliaia e migliaia lo servono e miriadi stanno davanti a lui» (VII, 10). Così pure l'Apocalisse è in gran parte consacrata agli Angeli, in quanto ci descrive la Gerusalemme celeste, che è la loro sfera propria: «lo intesi intorno al trono, intorno agli animali e ai vegliardi la voce di una moltitudine di Angeli e il loro numero era migliaia di migliaia» (VII, 1). Più avanti, il Cristo si avanza trionfante, circondato dalle armate celesti: «È vestito di un vestimento tinto di sangue, e suo nome è Verbo di Dio. E le schiere del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestite di fine lino bianco e puro» (XIX, 13).
In tutti questi testi il mondo angelico presenta aspetto di moltitudine, ciò che gli dà prospettive indelimitabili.
Intorno alla Santissima Trinità, l'ufficio degli Angeli è anzitutto ufficio di lode. Essi sono gloria di Dio e danno gloria a Dio, gli riferiscono tutta la gloria che è in loro. Questa lode angelica costituisce la liturgia celeste, la grande funzione delle creature spirituali (5). San Giovanni ce lo insegna nell' Apocalisse (VII, 2). Nel cielo, unico sommo sacerdote è il Cristo, e da lui viene offerto l'unico Sacrificio: gli Angeli sono eternamente associati a questa offerta. Questo giustifica la parte che essi hanno nella liturgia, specialmente nella Messa, che è lo stesso sacrificio celeste reso sensibile dalle specie sacramentali.
La Messa è piena della presenza degli Angeli. Sin dall'inizio la comunità terrestre si accusa delle proprie colpe in presenza di tutta la corte celeste e di Michele Arcangelo. Tale il grandioso scenario nel quale tutta la Messa poi si svolge. La comunità terrestre si associa ancora alla liturgia degli Angeli col Gloria, !'inno angelico. È un Angelo misterioso che, al momento solenne dell'Epiclesi, porta l'offerta fino al sublime altare di Dio. Nella Messa cantata, l'incenso, simbolo delle preghiere della comunità terrestre, viene offerto per intercessione di Michele, assistente in piedi a destra dell'altare dei profumi. Il Prefazio, infine, ci associa a tutta la gerarchia celeste per il canto del Sanctus, suprema preghiera angelica, con la quale gli Angeli proclamano la sovrana santità e inaccessibilità di Dio (6).
Infatti, loro ufficio secondario, dopo la lode, è il preservare, difendere, custodire il divino e ciò che lo riguarda. Essi sono i custodi della santità, della consacrazione: vigilano su tutto ciò che è consacrato. Anzitutto impediscono che nulla di impuro osi accostarsi a Dio. Cosi dopo li peccato, sull'ingresso del Paradiso perduto che è la sfera della grazia, viene posto un cherubino per interdire l'accesso con la spada di fuoco, lo stesso fuoco del purgatorio, della santità che si oppone a ogni bruttura e consuma ogni peccato. Gli Angeli circondano costantemente la presenza di Dio nelle sue teofanie terrestri, per impedire che nulla di impuro lo raggiunga. Questo l'ufficio particolare di quei Cherubini presentati da Ezechiele, sui quali Dio si avanza sempre per manifestare la incompatibilità evidente tra Lui e quanto è creato (Salmo LXXX, 2; XCIX, 2). Essi interdicono ad ogni cosa profana di avvicinarglisi. Quando si parla di santità, bisogna ritornare sempre alla visione di Isaia (VI, 1-4). San Bernardo commenta stupendamente il testo: «Con due delle ali Gli velano il capo; queste due ali sono le ineffabili delizie dell'ammirazione, in cui li getta la contemplazione di Dio, e della venerazione che li fa partecipi della gloria di lui. Queste ali velano Dio perché il peccatore non possa contemplarlo: abbacinano le pupille del peccatore, ma anziché portarlo in alto lo sprofondano nel suo tormento» (De Verbo Isaiae III ad finem). Gli Angeli interdicono alla intelligenza di penetrare temerariamente in Dio. Come circondano Dio e ne proteggono, per cosi dire, la santità, cosi vegliano su tutto ciò che è consacrato a Dio, gli fanno da baluardo di fuoco, da «aura» misteriosa, da tempio. Angeli, sempre Angeli, riempiono la casa di Dio, (si ricordi il sacrilego Eliodoro fustigato dagli Angeli in II Mac. HI, 22,30), la Chiesa e vi creano un'atmosfera di adorazione. Ha questo senso la parola misteriosa di S. Paolo quando dice che le donne in chiesa devono velarsi per rispetto alla presenza degli Angeli. Angeli sono pure i custodi del tempio delle anime: gli Angeli custodi. Sono essi che avvolgono del loro proteggente splendore la purezza del bimbo: «Guardatevi dallo scandalizzare alcuno di questi piccoli, perché io vi dico che i loro Angeli nel cielo vedono eternamente il volto del Padre mio ».

 

II. GLI ANGELI E LE NAZIONI

Ruysbroeck descrive il mistero di Dio «come un moto perpetuo di flusso e di riflusso, l'unità dilatantesi in Trinità e la trinità raccoglientesi in Unità » (7). Questa legge della vita divina governa anche tutta la creazione spirituale. La vita dei grandi Santi è fatta di questo perpetuo flusso e riflusso descritto da S. Bernardo, il richiamo delle anime che strappano l'apostolo alla contemplazione e la contemplazione che lo ritrae dall'apostolato per raccoglier lo nell'unità. Uguale legge nel mondo degli Angeli. Essi sono i Liturgi di cui parlano i Padri, gli adoratori della Trinità beata. Ma sono pure, gli Angeli; i messaggeri che comunicano i doni di Dio e ne compiono gli annunzi. Più fortunati di noi uomini, compiono le loro missioni senza cessare mai di «contemplare il volto il Padre ». In essi l'Apostolo vede l'ideale verso cui egli deve tendere instancabilmente: la perfetta unità dell'azione e della contemplazione, o meglio un'azione cosi totalmente immersa nella volontà divina da divenire, essa stessa, contemplazione del mistero della redenzione universale.
Lo studio della contemplazione profetica ce lo dimostrerà in seguito.
La tradizione cristiana fa cominciare il compito degli Angeli, quali strumenti delle opere divine, col governo del mondo visibile. L'Apocalisse di San Giovanni facendosi eco della tradizione giudaica anteriore ce li mostra preposti agli elemento, al fuoco (XIV, 18) e all'acqua (XVI, 5). Secondo il Libro di Enoch, Angeli sono preposti al sole, alla luna, alle stelle (XLIII, 2). Angeli regolano la rotta del fulmine e del tuono, tengono a freno il mare (LX, 2), vegliano sulle acque, i venti, la rugiada e la pioggia (LX, 21). Il giudaismo dà tanta importanza al compito degli Angeli che San Paolo deve arginarne gli eccessi (Gal. IV, 9; Col. II, 8).
La tradizione cristiana sviluppò i dati scritturistici. Atenagora dice che «il creatore e demiurgo del mondo, Dio, per mezzo del Verbo che viene da lui, ha diviso e ordinato gli Angeli, affinché si occupino degli elementi, dei cieli, del mondo e di quanto esso contiene e della loro armonia» (Apol. X). Origene riprenderà il tema: «Angeli presiedono a tutte le cose, alla terra così come all'aria e al fuoco, ossia agli elementi vari. Sono strumenti a servizio del Logos nel governo di tutti gli animali, delle piante e degli astri del firmamento» (Hom. Jos. X, 6). «Non è senza opera di amministratori invisibili che la terra dà ciò che si dice prodotto della natura, che l'acqua sgorga e scorre in fontane e ruscelli, che l'aria è conservata pura e vivifica quanti la respirano» (Contro Celso VIII, 31).
Ma, soprattutto, il Verbo associa a Sé gli Angeli nell'opera ben più alta della Rivelazione e della Redenzione. Questo loro compito s'inizia con l'Antico Testamento. Gli Angeli sono mediatori tra Dio e l'uomo, strumento delle grazie divine. Li vediamo nel Genesi accompagnare Dio quando Egli, sotto le querce di Mambre, si manifesta sotto apparenze umane ad Abramo (Gen. XVIII, 1 ss.). Volteggiano fra cielo e terra in un altro mirabile brano scritturale (XXVIII, 10-22). Il Nuovo Testamento ci rivela che a mezzo loro Mosè ricevette la Legge: «La legge fu comunicata dagli Angeli, attraverso l'opera di un mediatore» (Gal. III, 19. Atti VII, 53). Tale era già la dottrina del giudaismo (Giubilei I, 2729) 8. La missione degli Angeli nell' Antico Testamento comprova l'inferiorità di questo rispetto al Nuovo. Il Cristo che è al di sopra degli Angeli, promulgherà Lui stesso la Legge nuova (Ebr. I, 5). Così appare il compito missionario degli Angeli. Essi sono coloro che preparano le vie del Signore: «lo ho mandato un Angelo che mi preceda, affinché prepari le vie davanti a me» (Mal. III, 1).
Sono associati agli inizi primi, alle anticipazioni dell'opera salvifica. Con le loro segrete ispirazioni precedono nelle anime la parola per predisporle ad accogliere il Verbo.
Ma questa misericordiosa iniziazione riguarda soltanto Israele? La tradizione cristiana è di parere contrario: ritiene, anzi, che le nazioni siano anche esse affidate a degli Angeli, perché questi le preparino a ricevere la Rivelazione. Ciò permette di parlare, in senso proprio, d'una teologia missionaria degli Angeli. Il punto di partenza per tale teologia è nella versione dei Settanta. Nel Deutoronomio leggiamo: «Quando l'Altissimo distribuì alle nazioni la loro eredità, fissò i limiti dei popoli secondo il numero degli Angeli di Dio» (XXXII, 18). Il testo ebraico dice: «Secondo il numero dei figli di Israele ». Ma il testo dei Settanta costituisce una interpretazione autentica, da cui dipende tutta una tradizione.
Gli scrittori del giudaismo la utilizzano particolareggiandola. Il Testamento di Nephtali riferisce che, prima della dispersione dei popoli, Michele invitò ciascuno di essi a sceglier si un Angelo. I settanta pastori del Libro di Enoch sono Angeli assegnati a popoli pagani. I Padri della Chiesa accolgono questa tradizione. Origene scrive che: «eredità del Signore è Giacobbe e suo eletto Israele, mentre eredità degli Angeli sono le altre nazioni », riferendosi al testo del Deuteronomio (De Princ. I, 5-2). «Non è ammissibile che cattivi Angeli sovrastino a ogni provincia e queste province non siano affidate anche ad Angeli buoni» (Hom. Luc. XIII). Era questa la situazione angelica avanti la venuta del Cristo: «Certi pastori devono essere considerati come angeli ai quali si affidano gli uomini. Ciascuno di questi Angeli si affaticava e vigilava per custodire gli affidati a lui, ma aveva bisogno di aiuto, perché fossero governate bene le nazioni alle quali presiedevano» (Hom. Luc. XIII) 9.
Questi ultimi testi ci introducono nel cuore stesso del dramma pagano e del mistero missionario. I popoli pagani non sono privi di una occulta protezione degli Angeli, ai quali Dio li affidò per proteggerli, correggerli, predisporli alla sua venuta. Possiamo pensare che fosse l'angelo della Grecia il « dèmone» di cui parlava Socrate, e che Budda, Zoroastro, Gandhi o Tagore non abbiano avuto ispirazioni così elevate senza l'assistenza degli Angeli. Al tempo stesso le nazioni hanno i loro demoni che si fanno adorare sotto forma di idoli o di falsi dèi, e le tengono in schiavitù (10). Da essi deriva quella mescolanza di errori che persino nei migliori tra i pagani corrompe la parte di verità comunicata loro dagli angeli (11). Prima della venuta del Cristo gli angeli delle nazioni sono impotenti a liberare i popoli loro affidati dalla podestà dei demoni. Con quale ardore dovettero dunque anelare alla venuta del Cristo, pregando in nome dei popoli pagani, anticipando la lode perfetta della fine dei tempi, affrettando con i desideri e gli affetti loro la venuta del Liberatore! Sotto questo aspetto sono, essi, i modelli e gli esemplari perfetti delle anime missionarie, alle quali il Cristo affida tuttora le nazioni ormai riscattate dal suo sangue, affinché durante il tempo che ancora manca al loro ingresso nell'unità della Chiesa si sostituiscano ad esse presso di Lui, intercedendo per loro e affrettandone l'ora della redenzione.
Nell'Antico Testamento e nei popoli pagani la presenza degli angeli sta come segno dell'allontanamento da Dio. Nel Nuovo Testamento, secondo quanto nota profondamente Gerard Kittel, stanno come segno della Sua presenza (12). Non sono essi forse l'irradiamento intelligibile del Verbo, la manifestazione della sua gloria? Come lo circondano nella sua eterna preesistenza, così accompagnano la sua missione nel mondo, facendosi missionari con lui. Origene ha stupendamente espresso questa partecipazione degli angeli alla missione del Verbo: « Quando gli angeli videro il Principe della milizia celeste dimorare nelle zone terrene, allora entrarono nella strada aperta mettendosi al seguito del loro Signore e obbedendo alla voce di Chi li diede come custodi ai credenti in Lui. Gli angeli sono al servizio della tua salvezza. Sono stati donati al Figlio di Dio per servirlo. E dicono tra sé: Se egli è disceso in un corpo umano, se ha rivestito carne mortale, se ha accettato la croce ed è morto per gli uomini, come noi non faremo nulla? Che comoda inerzia è la nostra! Su, angeli, discendiamo tutti dal cielo! Così avvenne che quando il Cristo nacque, vi era una moltitudine della armata celeste osannante a Dio. Tutto è pieno di angeli» (Hom. Ezech. I, 7).
La loro presenza riempie il Vangelo. Se la cosa non colpisce maggiormente la nostra attenzione è per il fatto che il mondo angelico rimane nello sfondo di quel dramma, che nasconde la gloria stessa del Cristo sotto il velo dell'Incarnazione.
Ma le schiere celesti sono presenti, sempre pronte a intervenire. «Credi che non potrei ricorrere al Padre mio ed Egli mi invierebbe sull'istante più di dodici legioni di angeli?» (Mt. XVI, 5). Gli Angeli si annientano davanti al Signore degli Angeli e non attirano mai l'attenzione su di sé. La loro presenza è sempre discreta. Anche per questo si offrono come modello all'anima missionaria, che non deve trattenere presso di sé le creature evangelizzate ma condurle a Cristo e scomparire davanti a Lui. Giovanni Battista dichiara: «Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca ». Ed il Cristo lo definisce l'angelo mandatogli innanzi a preparargli la via. Così deve agire il missionario. L'opera che compie non è sua propria, e nemmeno della patria a cui appartiene. I cattivi angeli delle nazioni si fanno adorare dai Gentili di ogni tempo, nel culto della nazione di cui sono come l'ipostasi. Ma il vero missionario si fa Gentile coi Gentili per attirare tutti al Cristo Gesù.
Lo sguardo contemplativo sorpassa il mondo delle apparenze: i misteri del Cristo, al di là dei 'riflessi sensibili, gli appaiono nella loro realtà di avvenimenti celesti avvolti ciascuno di gloria angelica. Qualcosa di simile esprime l'arte di Altdorfer nella sua Natività: sopra l'umile Vergine che allatta il bambino, i cieli dischiusi lasciano intravedere la adorazione dei mondi angelici.
In modo particolare è Gabriele l'angelo degli annunzi. Egli infatti rivela a Daniele il mistero del Cristo venturo; appare a Zaccaria nel Tempio, e precede il Verbo presso la Vergine di Nazareth. Gli angeli sono presenti alla Natività, evangelizzano i pastori cantando il Gloria in excelsis. Presenziano in tutti i momenti essenziali del Vangelo. Si avvicinano a servire Gesù dopo la sua tentazione, costituendo quasi per noi un'eco del combattimento spirituale ingaggiatosi intorno al Verbo nelle profondità d'una preistoria celeste fra Michele con le sue schiere e gli Angeli di Satana. Confortano Gesù nella sua agonia, durante l'ultima lotta col Principe di questo mondo: «Un angelo venne dal cielo, e lo confortava ». I misteri gloriosi ci presentano gli angeli che rivelano a Maddalena e alle pie donne la gloria del Cristo Risorto. Accompagnano il Cristo nell'Ascensione trionfale, che è la sua elevazione al di sopra di tutti i mondi angelici, sino alla destra del Padre (Ef. I, 21). Nell'ultimo giorno torneranno con Lui, come sfolgorante manifestazione della gloria del Verbo, per la Parusia suprema (Mt. XXIV, 31).
Ma tra l'Ascensione e la Parusia sta lo spazio della Chiesa: il tempo per eccellenza della missione, il tempo in cui la salvezza umana, sostanzialmente conquistata dal Cristo, deve essere comunicata a
tutte le nazioni. Gli angeli delle nazioni sono qui, di nuovo all'opera. Essi avevano accolto il Cristo con entusiasmo: da tanto tempo ormai penavano, con così scarso frutto, per le nazioni pagane. Origene li vede simboleggiati nei pastori del Vangelo, in realtà pastori di popoli, ai quali gli angeli della Natività annunziano la venuta del Salvatore: «Alcuni pastori devono essere considerati quali angeli posti a tutela degli uomini. Avevano bisogno di soccorso nel buon governo delle nazioni loro affidate. Ecco che l'angelo giunge annunziando la nascita di Gesù e la venuta del vero Pastore. Ad esempio, vi era un pastore della Macedonia. Aveva bisogno del soccorso divino, perciò un macedone apparve a Paolo. I pastori avevano bisogno dell'avvento di Cristo, e questo portò gaudio grande per coloro ai quali era stata affidata la tutela delle N azioni. L'Angelo che governava l'Egitto ebbe dalla discesa in terra del Verbo molto vantaggio per la conversione degli egiziani. Prima del Cristo, invece, gli angeli buoni potevano poco a beneficio dei loro protetti» (Hom. Luc. XIII). Viceversa, i cattivi Principi delle nazioni, spogliati del loro potere dalla croce del Croce, (00108. II, 15) tentano di fare opposizione al suo Regno (13).
Ormai gli Angeli delle N azioni coadiuvano gli Apostoli perché la vittoria del Cristo porti i suoi frutti tra i popoli loro affidati: «Gli Apostoli hanno gli angeli in aiuto per il compimento del ministero della predicazione, e perché l'opera del Vangelo raggiunga il suo scopo» (Hom. Num. XI, 4).
«Vi è un angelo di Pietro, di Paolo, di ciascun apostolo, e dei ministri inferiori» (id.).
Da un lato gli Apostoli trovano resistenza nei Principi (demoniaci) delle nazioni e la loro missione appare come un combattimento nel quale bisogna strappare i popoli da potenze che li tengono prigionieri: ma essi sanno di poter contare sull'intervento degli angeli, loro intimi alleati, i quali preparano non visti le anime a ricevere la loro parola. In San Paolo vediamo l'angelo dei Macèdoni apparirgli e chiedergli di venire ad evangelizzare l'Europa. Allo stesso modo gli Angeli chiameranno Giusto de Bretennières perché parta verso il Giappone e lo evangelizzi. Similmente gli angeli delle nazioni pagane fanno udire il loro accorato appello nel silenzio delle anime contemplative, nei puri cuori dei bimbi, in chiunque abbia capacità di udirli, chiedendo che apostoli umani vadano ad aiutarli nella liberazione delle nazioni prigioniere.

III. IL DISCERNIMENTO DEGLI SPIRITI

Associati agli Apostoli nell'opera di conversione delle anime, gli Angeli lo sono anche in quella della loro formazione e della edificazione della Chiesa: Angeli delle Chiese. «Come in una città dove non vi siano dei cristiani di nascita, se sopraggiunge qualcuno che cominci a istruire, educare e a condurre alla fede, costui diventa in seguito vescovo dei suoi discepoli, così nel futuro i santi angeli diverranno i principi di quelli che avranno raccolti dalle diverse N azioni, facendoli progredire con la loro fatica e il loro ministero» (Hom. Num. XI, 4).
Ogni Chiesa possiede, contemporaneamente, un vescovo visibile e un angelo invisibile che gareggiano nello zelo (Hom. Luc. XIII). Si noterà che in questo tempo l'episcopato appare come il prolungamento dell'apostolato. Gli angeli assumono, insieme con la tutela delle Chiese, quella delle singole anime battezzate: «Vieni, angelo, raccogli colui che per mezzo della parola si è convertito dall'antico errore, dalla dottrina dei demoni: accogliendolo, infiammalo e istruiscilo come fa un buon medico: è ancora un bimbo, prendilo per dargli il battesimo della seconda nascita» (Hom. Ezech. I, 7) 14.
Così gli angeli «custodi» assistono con ogni mezzo le anime poste sotto la loro tutela, presentandone a Dio le preghiere e comunicando le ispirazioni di Dio. Anche stavolta l'azione degli angeli buoni è opposta all'azione demoniaca. Come ogni uomo ha il suo angelo buono, così ha il suo dèmone particolare: «Tutti gli uomini sono assistiti da due angeli, il buono che spinge al bene e il cattivo che spinge al male» (Hom. Luc. XIII). Prima del battesimo l'angelo buono era pressoché impotente e il cattivo signoreggiava l'anima: dopo il battesimo la situazione si rovescia, ma il dèmone vinto tenta ancora di arrestare l'anima nella via della santità (15).
La dottrina dell'azione degli spiriti, qui sintetizzata, costituisce parte importante della spiritualità cattolica tradizionale. Sant' Ignazio di Loyola l'ha mirabilmente esposta nelle norme sul discernimento degli spiriti che fanno da parallelo psicologico alla meditazione dogmatica sui «due stendardi ». Per l'anima in stato di peccato l'azione dello spirito buono consiste nel provocarla al rimorso, mentre lo spirito cattivo la rassicura. Per l'anima che cerca Dio, viceversa: «Il cattivo spirito la rattrista, la paralizza e l'inquieta, mentre lo spirito buono le dà coraggio e forza, consolazioni, lacrime, ispirazioni e la pace, rendendole facile tutto e rimuovendo tutti gli ostacoli». È da notarsi che questa doto trina appartiene già ai primi secoli cristiani. Origene la sviluppa in modo considerevole: «Noi constatiamo che i pensieri dei nostri cuori talvolta vengono da noi stessi, talvolta sono suscitati da potenze avverse, talvolta ancora sono inviati da Dio o dai santi Angeli» (De Princ. III, 2-4).
Questa dottrina del discernimento degli spiriti forma l'insegnamento capitale di Sant'Atanasio nella Vita di S. Antonio che troppo spesso appassiona soltanto per i suoi aspetti esteriori (16).
«Se Dio ne dà la grazia, è possibile e facile distinguere la presenza degli angeli buoni e dei cattivi. La vista dei santi Angeli non perturba: si produce tranquillamente e dolcemente, così da insinuare subito nell'anima la gioia, l'esultanza, il coraggio. Sui pensieri dell'anima allora non cade né turbamento né agitazione.
Il desiderio dei beni celesti s'impadronisce di essa. Ma l'arrivo e l'apparizione degli angeli cattivi sono sconvolgenti. Si effettuano con frastuono, rumori e grida, come una irruzione di gente maleducata e di briganti, ciò che produce immediatamente nell'anima terrore, turbamento e disordine dei pensieri, paura della morte e infine desideri cattivi» (Vita di S. Antonio, 37).
Gregorio di Nissa, discepolo anche lui di Origene, fa eco ano stesso insegnamento: «Quanti praticano la virtù sperimentano il servizio degli angeli
prestato a Dio a vantaggio della nostra natura, assistenza che già esisteva giacché incomincia sin dalla nascita, ma della quale prendiamo conoscenza soltanto quando siamo sufficientemente familiarizzati con la vita di lassù. L'uomo si trova così tra due compagni le cui intenzioni sono contrarie. Lo spirito buono agisce nell'anima mostrandole le ricompense sperate, dandole il gusto dei doni di Dio: l'altro, il cattivo spirito, offrendole i piaceri sensibili dai quali non vi ha speranza di trarre bene alcuno, ma che incatenano le anime deboli nel tempo presente» (Vie de Moïse, traduz. fr. «Sources chrétiennes », n. 67).
Tuttavia questa azione degli angeli riguarda particolarmente gli inizi della vita spirituale. Il loro compito ha sempre carattere preparatorio. Essi fanno sempre un lavoro iniziale, introduttivo. Predispongono l'anima. Cosi, predisposero l'anima di Maria a ricevere il Verbo. Predisposero l'umanità, la educarono sotto l'Antico Testamento, perché potesse accogliere il Verbo: «si presero cura della Sposa adolescente », secondo l'espressione di Origene: e oggi preparano le vie di Dio nei popoli ancora pagani. Questo può dirsi anche della vita spirituale dei singoli: «Chissà, - scrive Origene - sono forse proprio i piccoli ancora viventi nel timore ad aver bisogno degli angeli: e forse è proprio il Signore degli angeli che dice ai più avanzati (in età spirituale): Cum ipso sum in tribulatione, io sono con lui nella prova. Finché siamo imperfetti e bisognosi di un aiuto per liberarci dai mali nostri, a noi occorre un angelo: ma quando siamo adulti ed è finito per noi il tempo dei pedagoghi e dei precettori, allora possiamo essere condotti dal Cristo stesso» (Com. Matt. XIII, 26). La storia dell'anima riproduce esattamente quella dell'umanità, nella quale gli angeli furono i precettori d'una umanità bambina, sino a quando essa fu pronta, in Maria, a
ricevere la presenza personale del Verbo. Ce lo dice anche Gregorio di Nissa: «Evidentemente, per l'uomo giunto a un certo grado, questo soccorso del fratello (l’angelo) sarà inutile nelle lotte da combattere ». E Sant'Ignazio, allo stesso modo, distingue le consolazioni degli angeli da quelle più alte, direttamente derivanti da Dio: «È proprio del Signore soltanto il consolare l'anima senza causa anteriore ».
Siamo cos1 ricondotti a quanto costituisce la caratteristica degli angeli. Essi sono dovunque presenti e dovunque nascosti. Sono cosi nella Scrittura, cosi nel mondo, cosi nelle anime nostre. Non vogliono appropriarsi né omaggi né gloria alcuna, ma unicamente estendere la gloria di Dio, conducendo a lui le creature spirituali. L'anima lungo il suo itinerario ritrova il mondo degli angeli, dove la contemplazione la introduce. Ma la contemplazione non si arresta a loro. Essi, dice Gregorio di Nissa, sono le guardie della Città incontrate dalla Sunamita sul suo cammino, alle quali la donna chiese del Diletto e che col loro silenzio testimoniavano come colui del quale essa cercava era al di sopra di ogni nome. Essi sono perfetti modelli degli Apostoli perché compiono il loro ministero senza perdere di vista la contemplazione della Trinità, senza contrarre macchia nei contatti umani, non volendo altro che avviare le anime al Cristo e poi, senza nulla riserbare a sé, scomparire.

[1] Vie de Moise, trad. fr., pag. 118.
[2] Eclogae propheticae, P. G. IX, 1020 A.
[3] De celesti hierarchia, X
[4] Sulla teologia degli Angeli, vedere Doro VONIER, Les anges, trad. fr., Spes.
[5] Sulla liturgia degli Angeli, vedere il bel libro di ERIK PETERSON, Das Buch der Engeln, tradotto da C. Champollion nelle Editions du Cerf.
[6] Origene ha insistito su questa presenza degli Angeli nel culto cristiano. Vedi: J. DANIÉLOU, Origène, Paris, 1948, pagg. 46-47.
[7] Royaume des amis de Dieu, trad. fr., pag. 142.
[8] Vedi Deuter.: XXXIII, 2, trad. dei Settanta.
[9] Cfr. Origene: pagg. 222 e segg., dove si troverà una più completa esposizione.
[10] Origene, Ham. Cen., IX, 3; Contro Cels., V, 30.
[11] Origene, De Princ., 111, 3, 2-3.
[12] Theol. Wort. Art. Angelos, pag. 83.
[13] « Tu pure eri sotto la potestà di qualche principe. Gesù è venuto a liberarti dal potere perverso. Ma ciascuno di noi ha il suo avversario che tenta riportarlo in schiavitù al suo principe» (Hom. Luc., XXXV).
[14] Sulla dottrina dell'azione degli angeli nella vita spirituale secondo Origene, cfr. Dom BETTENCOURT, Doctrina ascetica Origenis, 1947, opera tutta dedicata a questo argomento.
[15] D. BETTENCOURT, (lac. cit., pag. 25) parla d'un succedersi dell'angelo buono al cattivo, ciò che non sembra esatto.
[16] LOUIS BOUYER, La vie de Saint Antoine et la spiritualité du monachisme primitif, (tesi inedita).

 

CAPITOLO TERZO
LA VERGINE E IL TEMPO

La missione della Vergine Maria nell'economia della salvezza universale e nella vita interiore di ogni cristiano è messa sempre più in luce dal cattolicesimo contemporaneo. Alcuni talvolta se ne preoccupano temendo che questo aumenti il divario che ci separa dai nostri fratelli protestanti. Ma noi giudichiamo tale sviluppo della mariologia come attestazione di fedeltà all'ispirazione dello Spirito che nel corso dei secoli conduce a prendere coscienza sempre più esplicita della verità contenuta nella Scrittura. Questo non potrebbe mai essere causa di persistente separazione tra cristiani. Nelle pagine che seguiranno v(J1"rei dimostrare come il compito riconosciuto a Maria dal cattolicesimo nelle sue linee essenziali - non parlo di questa o quella forma di devozione che possono essere discutibili non è una dottrina sovrapponentesi alla Scrittura, una reviviscenza di paganesimo o la sublimazione di un qualche istinto naturale, ma procede piuttosto. dalla stessa intelligenza della Parola di Dio, meglio compresa lungo i secoli dalla fede della comunità e dalla tradizione del magistero sotto l'azione dello Spirito sempre agente nella Chiesa. Si tratta infatti della realtà missionaria fra tutte – causa di scandalo alla ragione, anziché concessione fattale - per cui una donna è stata scelta ad essere la Madre di Dio. Ora, secondo le vie divine ché non conoscono pentimenti, questa donna conserva, riguardo alle membra di Cristo, la funzione che ha assunta nei riguardi del Cristo stesso. Perciò dimostrare anzitutto come tale compito della Vergine sia nella linea della Bibbia, sarà la migliore giustificazione della parte che noi continuiamo a riconoscerle nel mistero presente della storia e singolarmente in quello della preparazione alla venuta del Cristo tra i popoli che sono ancora in aspettazione, in Avvento.

I. MARIA E L'ANTICO TESTAMENTO

In rapporto alla prima Parusia, la Vergine sostiene una parte di primo ordine. In Lei, difatti, culmina l'attesa del popolo ebreo, nella misura in cui in Lei convergono e confluiscono tutte le preparazioni, tutte le aspirazioni e tutte le ispirazioni, tutte le grazie, tutte le prefigurazioni che avevano riempito l'Antico Testamento: così da poter dire che, alla vigilia della venuta del Cristo, Maria riassume e incarna la lunga attesa dei venti secoli da cui era stata preceduta. Tutto l'Antico Testamento viene così a raccogliersi in Lei in una aspirazione più ardente, in una preparazione spirituale più totale alla venuta del Signore. Omnis vallis implebitur et omnis collis humiliabitur. «Che ogni valle sia colmata, che ogni collina sia abbassata... ». Opera dell' Antico Testamento fu l'educazione d'una umanità grossolana, aspra, ancora disforme, ancora carnale, per renderla a mano a mano capace di portare i doni di Dio e di ricevere lo Spirito Santo.
Si attuava così una lunga progressiva azione educatrice. E questa educazione culmina nell'anima della Vergine: in modo tale che, se la sua anima sfugge al tempo ed essa è, in certo senso, come una presenza di eternità, si può anche dire che fu come preparata da tutta l'educazione della sua razza. Ella è il meraviglioso fiore sbocciato da Israele al termine della misteriosa azione dello Spirito Santo nell'anima di tutti i Profeti e di tutti i Santi di Israele. Tutto ciò che si compi nell'anima di Rachele, nell'anima di Rebecca, nell'anima di Sarai nell'anima di Ruth, nelle anime di tutte le donne dell' Antico Testamento trova il suo compimento pieno nell'anima di Maria. Giunti a Lei, si può dire in verità che ogni valle è colmata e ogni collina abbassata: ossia, Ella è veramente la via sulla quale il Signore potrà camminare senza che i suoi piedi restino feriti.
Quale educazione bisognava dare a Israele, e per mezzo di Israele a tutta intera l'umanità, per condurla ad essere tale che il Signore potesse posare su di lei i suoi purissimi piedi? Anzitutto, bisognava darle il senso di Dio. Ora, l'Israele primitivo non ha ancora il senso di Dio, o meglio ha di Dio un senso estremamente grossolano.
Tutto è Dio per lui, e niente è per lui Dio. L'umanità, quando non è guidata da Dio, divinizza tutto e non trova da nessuna parte il Dio vero: qualsiasi roccia elevata, qualsiasi albero su un'altura, qualsiasi sorgente di acqua costituisce per essa una misteriosa e oscura presenza del divino. Essa è tendenzialmente portata ad essere idolatra, cioè adora la creatura scambiandola per il Creatore.
Svincolarla dagli idoli; per sospingerla a confessare e riconoscere l'unico Dio, è stata precisamente la prima opera educatrice che lo Spirito dovette compiere nel cuore dell'umanità. Questo dramma occupa il corpo di tutta la storia di Israele. Ostinatamente, sempre di nuovo, il popolo vuol ritornare agli idoli - vi si sente attratto ogni qual volta entra in contatto con gli Egiziani, coi Cananei, con i Babilonesi, per una specie di tendenza che ancora porta in sé, perché esso è ancora carnale e dominato dalla natura carnale. Soltanto con un metodo quasi di violenza Dio lo strappa alle sue aspirazioni naturalistiche, alle potenze della terra e della vegetazione, per indurlo a riconoscere il Dio Santo, che è un Dio trascendente, un Dio divorante, un Dio duro
da sostenere, in certo qual modo, per una umanità ancora fragile, ancora acerba, alla quale risulta troppo greve il peso di Dio, come disse Rilke degli angeli: «la loro presenza è come il primo gradino del terribile» (1).
L'umanità ha bisogno di abituarsi a portare questo Dio il cui peso è talmente schiacciante per le sue spalle, che essa tenta, sulle prime, di scansarlo. Quante volte lungo tutta la sua storia Israele ha dovuto sentire su di sé il rimprovero di Dio per le sue infedeltà, per le Sue adorazioni sulle alture e sotto gli alberi frondosi! Nel Libro di Ezechiele, al capitolo XVI si legge: «Dopo tutte le cattive azioni, tu ti sei costruita dei lupanari e ti sei fatta un postribolo su tutte le piazze, a ogni crocicchio tu ti sei fabbricata un postribolo, tu hai imbrattato
la tua bellezza, ti sei data a ogni passante, hai moltiplicato le tue prostituzioni ». Israele è stato infedele al suo Sposo unico, a Jahvè, che l'aveva scelto per essere il suo unico, per essere l'unico dell'Unico, e al quale Israele era infedele ogni qualvolta si volgeva così verso i falsi dei.
Al contrario, al termine di questa lenta educazione di Israele, noi riscontriamo nella Santa Vergine un senso mirabile di Dio e della sua unità. Se paragoniamo le infedeltà di Israele alla fedeltà di Maria, vediamo che in Essa si attua pienamente il mistero di questo educazione di Israele. Essa è la Virgo fidelis, la Vergine fedele, la Vergine che mai fu infedele, che ha risposto con la fedeltà propria alla fedeltà di Dio, la Vergine consacrata al Dio unico. La liturgia giustamente le applica le parole della Sposa del Cantico, epitalamio delle nozze del Verbo e del suo popolo, poema dell' Alleanza, giacché è Lei che, dopo tante infedeltà, ha dato alla fedeltà di Dio la risposta della fedeltà della stirpe umana. Nel mistero della Santa Vergine questo primo aspetto potremmo riferirlo al Padre, che è nella Trinità beata la sorgente della unità.
L'educazione di Israele è in secondo luogo il mistero della grazia, cioè della comunicazione della vita divina alla umanità. In principio Israele non lo comprese. Credeva che Dio lo avesse scelto per dargli i beni temporali, per trarlo dall'Egitto dove era schiavo e dove la vita non aveva dolcezza: Israele vi lavorava a far mattoni con fango e paglia tritata, sotto gli ordini dei capomastri egiziani. Pensava che Dio lo avesse condotto attraverso il deserto per farlo padrone della terra promessa, una terra stillante vero latte e vero miele, latte che si beve e miele che si mangia, una terra dove vi sarebbero state vacche grasse genitrici di bei vitelli: una terra dove le api avrebbero nutrito di miele i figli di Israele. Ecco ciò che importava al popolo ebreo, ciò che voleva avere in dono da Dio. E Dio, che è buono e paziente, Dio che conosce la sua creatura - «Io lo so, ciò che vi è nell'uomo» - e prende gli uomini tali e quali come sono, Dio prese questo popolo tale e quale come era, ha preso l'umanità alle origini come era, allo stesso modo con cui prende all'inizio ciascuno di noi come è. Egli dunque diede agli uomini, sulle prime, ciò che essi gli chiedevano, per conquistarli a Sé. Conseguentemente avendo scelto quel popolo, gli promise anzitutto un certo benessere umano, terrestre: dopo avergli donato quei beni, in seguito, a mano a mano, si studiò di fargli comprendere che in realtà non si trattava di ciò, e progressivamente gli sottrasse quei beni temporali: un poco alla volta mise nel mistero di
Israele il mistero della Croce per mezzo del quale Dio ci riprende dalle cose a cui noi ci diamo con troppa avidità, in modo da vuotarci di noi stessi per riempirei di Sé.
Questo mistero della Croce presente nel cuore della storia di Israele, è il mistero del giusto infelice che troviamo nel libro di Giobbe, libro così misterioso, collocato al centro dell'Antico Testamento, oggetto di scandalo per l'anima ebraica; il mistero di colui che non vede quale male abbia fatto, e che tuttavia Dio prova col dolore. Giobbe ignora la risposta, la soluzione del problema: «Io non so che una sola cosa, io so che non ho meritato queste pene, e che sono infelice: ma adoro il piano di Dio, incomprensibile per me ». Quanto si compie in Giobbe costituisce, in realtà, un piano perfettamente intelligibile e pieno di senso. Dio insegnava a
Giobbe e per mezzo di lui a Israele, che mai Egli intende fare ai suoi amici promesse di beni terrestri. Durante la canonizzazione di una Santa italiana, Pio XI disse che per vedere quale conto Dio faccia dei beni della terra, basta considerare a chi li dona: si è così poco impegnato a farne particolare dono ai suoi amici che li dà, altrettanto, ai suoi nemici. La disuguaglianza nella ripartizione dei beni temporali, per nulla corrispondente alla gerarchia dei meriti, prova che Dio non vi annette importanza alcuna e che i veri beni sono beni spirituali. Adagio, lentamente, attraverso tutta la storia d'Israele, Dio tenta di riscattare il suo popolo dai beni carnali e iniziarlo decisamente a comprendere che Egli gli vuol dare tutt'altra cosa. Noi sappiamo quanta fatica durò il popolo a comprendere questo insegnamento; quando venne il Cristo gli Ebrei rimasero delusi: attendevano un sovrano temporale che assicurasse loro il dominio sulle altre nazioni e invece di questa gloria videro un crocifisso. Ancora alla vigilia dell' Ascensione gli Apostoli chiederanno: «Ma Signore, quando verrai tu a ricostruire il regno di Israele? ».
Nella Vergine contempliamo invece il risultato magnifico di questa educatrice opera di Dio. S. Bernardo ci dice che Maria domandò la grazia come unica cosa da Lei desiderata: et semper inveniet gratiam.
Non fece come Salomone che domandava la sapienza. Chiese la grazia, Maria, perché la grazia èla sola cosa di cui noi abbiamo bisogno. È dunque perfettamente sapiente, colei nella quale l'opera della sapienza ebbe compimento perfetto, e che, essendo perfettamente sapiente - Sapientia significa recta sapere, gustare le cose rette, riconoscere il sapore delle cose spirituali - e gustando le cose spirituali, ha chiesto queste cose, ha chiesto la grazia e l'ha ottenuta. Ave Maria gratia plena.
Maria ha udito la grande parola: «Tu sei piena di grazia ». Perché piena di grazia? Perché tu sei colei che volle la grazia, che non volle altro all'infuori della grazia, che comprese come una sola cosa importava, e così l'ottenne. Anche a questo riguardo si può affermare che in Lei ebbe perfetto compimento l'opera educatrice di Dio in Israele.
Infine Dio volle insegnare a Israele che egli era il Dio di tutti gli uomini e non esclusivamente il Dio degli Ebrei. Proprio qui, forse, il dramma raggiunse il suo maximum e Israele dalla «dura cervice» durò proprio qui la maggior fatica ad accettare il piano di Dio: a questo punto, difatti, esso prende l'aspetto più paradossale. Dio cominciò con lo scegliere Israele. Per diciannove secoli Israele fu il solo, l'unico; e disprezzò gli altri popoli, sui quali non era caduta scelta alcuna. Nonostante ciò, adagio adagio, Dio tentò di fargli capire di averlo scelto perché fosse strumento dei suoi disegni nei riguardi degli altri popoli. Inizialmente Israele intese la cosa come una situazione di dominio sugli altri, per cui gli sarebbe sempre toccato il primo posto. Molto a rilento gli si fece chiaro il piano divino, secondo il quale era destinato a preparare la venuta del Signore, ma per scomparire, e per diventare uno qualsiasi fra gli altri popoli, il giorno della sua venuta. E fu ciò che non seppe accettare, rifiutandosi di entrare nei ranghi e di confondersi nella massa comune.
Nella Santa Vergine, frutto della razza di Israele, abbiamo invece una piena accettazione del piano divino e la presenza dell'amore universale. Non è soltanto la figlia di Israele, ma la creatura con la quale la razza israelitica sfocia nell'umanità intera, giacché Lei è al tempo stesso figlia di Abramo e figlia di David, e insieme ancora mater divinae gratiae, mediatrice universale, madre del genere umano. La Vergine realizza dunque pienamente la promessa fatta a Israele, di una missione particolare riguardante l'umanità. Proprio Lei, nata dalla razza di Abramo, eternamente ebrea, è la madre di tutti gli uomini. È Lei che ha accettato di non essere più ebrea soltanto; ha accettato che il suo cuore si allargasse sino all'estremità del mondo, ha rinunziato ai suoi privilegi di nascita, acquistando così un privilegio incommensurabilmente più grande: quello della universalità. Ecco come la Vergine è veramente, al termine della storia di Israele, la perfetta risultante di quello che Dio aveva voluto attuare.
Ecco il mistero della passione del suo cuore. Ciò che muore nel cuore di Maria, la sera della Passione, è questo amore ancora lontano, ancora carnale per il Cristo particolare; ciò che risuscita nel cuore di Maria nel giorno della Resurrezione è la sua maternità universale verso tutti gli uomini.
Qualche cosa mori veramente nel cuore di Maria: la fine d'una grande felicità, della felicità di quei trentatre anni vissuti col Figlio di Dio fatto uomo. Perciò quando il Cristo le disse additandole Giovanni: «Donna, ecco il tuo figlio », il cuore di Lei fu trafitto in profondità da una spada, patì la fine di una realtà meravigliosa. In quel momento la Vergine oltrepassò l'amore riversato sulla umanità di Gesù, per dilatare il cuore secondo la misura della umanità totale. Ma solo il morire poteva produrre questo: il morire del cuore, la passione del cuore tanto profonda quanto la passione del Corpo del suo Figlio: giacché un simile accrescimento di carità, una tale dilatazione della carità fino al punto da abbracciare il mondo non può essere, ancora, che opera della morte. Si effettua col nostro morire in ciascuna tappa della vita nostra, quando noi oltrepassiamo ciò che vi è in noi di troppo ristretto, per allargare veramente il cuore alla misura del cuore
del Cristo. Similmente avviene nella storia di ogni popolo, in quanto a .ogni popolo occorre, per entrare nel corpo di Cristo, saper superare le proprie tendenze anguste e rinunziare al proprio imperialismo. Abbiamo in ciò un aspetto del ministero del Cristo che per mezzo della sua croce accomuna tutte le cose.

II. MARIA E LA CHIESA

Tutto ciò che nell'anima della Vergine fu preparazione e prefigurazione del Cristo resta ancora per noi una realtà attuale, giacché noi stessi viviamo nel mondo, oggi, il mistero della progressiva venuta del Cristo in tutte le anime e in tutte le nazioni.
Se il Cristo è venuto, secondo la carne, al termine della speranza di Israele, e se Maria ha veduto Colui che attendeva, ha tenuto sulle sue braccia il bimbo nato a Betlemme e ha potuto riconoscere, come Simeone, l'Atteso di tutte le genti, si può giustamente parlare di una venuta di Gesù. Egli è venuto, e tuttavia Egli è sempre Colui che deve venire. Venuto si, ma non ancora interamente:e se fu saziata l'attesa di Israele, la stessa attesa oggi ancora sussiste. Noi siamo sempre nell'Avvento, nell'aspettazione della venuta del Messia.
Egli è venuto, ma noi non siamo ancora alla piena manifestazione di Lui. Egli non risulta manifestato pienamente ancora in ciascuna delle anime nostre e nella umanità intera: ossia, come Gesù nacque secondo la carne, a Betlemme di Giuda, cosi deve spiritualmente nascere in ogni anima. Una perpetua natività. di Gesù in noi costituisce il mistero della vita spirituale. Bisogna che incessantemente noi ci trasformiamo in Gesù, che assumiamo le disposizioni del Cuore di Gesù, i giudizi della intelligenza di Gesù. Essere cristiani è il trasformarsi cosi, a poco a poco, in Cristo Gesù, in modo da divenire veramente i figli del Padre, giacché figli del Padre sono soltanto quelli configurati al Figlio e il mistero della vita cristiana è quello della nostra trasformazione in Gesù. Similmente nei confronti della umanità intera Gesù non è ancora pienamente venuto: venuto in alcune razze, ma non venuto in altre, non in tutte. Vi sono tuttora intere zone dell'umanità, nelle quali Gesù non è nato. Il Cristo mistico non ha raggiunto la sua totalità. E' ancora mutilato, incompiuto, e la preghiera missionaria consiste nell'aspirazione alla venuta di Gesù nel mondo intero, in modo che il Corpo del Cristo raggiunga la sua statura perfetta.
Quanto concerne la preparazione della venuta di Gesù nella carne, resta vero della venuta spirituale di Gesù nelle nostre anime e della preparazione della venuta spirituale di Gesù nel corpo mistico totale, perché il piano di Dio è uno solo. Come Maria ha sostenuto un compito eminente - qui tocchiamo le ultime profondità del mistero della Vergine nella generazione carnale di Gesù, dandogli la carne da cui nacque, così Maria continua a sostenere un compito eminente nella preparazione delle venute attuali di Gesù. Maria continua a camminare nel mondo, come dicevano i Padri, per essere sempre Colei che prepara la venuta di Gesù. Questo è anzitutto vero per ciascuna delle anime nostre. È Maria che nelle nostre vite spirituali prepara le venute di Gesù in noi e forma in noi progressivamente Gesù. Questa missione di Maria è in rapporto stretto con lo spirito d'infanzia spirituale. Ma lo spirito d'infanzia non è in modo alcuno una sublimazione della nostalgia dell'infanzia: e la devozione mariana non è in alcun modo una sublimazione della maternità stessa. Anziché umanizzazione del cristianesimo, la Missione di Maria nel piano di Dio è, tra gli aspetti della Incarnazione, uno dei più sconcertanti per la ragione umana, ed ecco perché i nostri istinti razionalistici cercano di dimenticarlo. Esso introduce invece quanti lo accettano in quella infanzia spirituale che detiene le promesse del regno di Dio.
Ma a lato di questo aspetto individuale il compito della Vergine ne ha un altro, riguardo ai popoli in cui il Cristo non è ancora venuto. Ecco l'aspetto specificamente missionario del mistero mariano. Il mistero della Santa Vergine è di essere là dove il Cristo non è ancora. Era in Israele, direi, quasi una misteriosa presenza di Gesù prima di Gesù, giacché si trovava già interamente Lei, in relazione con Gesù e in Lei nulla vi ha che non sia per Gesù. Maria sta dunque là, in quello spazio che precede l'Incarnazione. Sembra darsi un momento in cui vi sia già la Chiesa, giacché Maria raffigura la Chiesa e l'umanità salvata dal Cristo, prima che Gesù vi
sia. Misteriosamente, anche in quell'intervallo spirituale che prepara l'Ascensione dalla Pentecoste, non vi è Gesù asceso alla gloria, ma vi è Maria: ma l'esservi Lei fa sì che vi sia Gesù, che vi sia la Chiesa, prima della sua stessa piena istituzione visibile, che avremo soltanto dopo la Pentecoste. Soltanto nella Pentecoste lo Spirito Santo disceso sugli Apostoli creerà la Chiesa; spirituale, per il fatto che vi è Maria (2).
Appare chiaro, adesso, il misterioso compito di Maria tra i popoli pagani: non la Chiesa, tra essi, non Gesù ancora: eppure la Chiesa e Gesù sono già là, perché vi è Maria. Prima che i popoli pagani siano convertiti al Cristo, prima che la Chiesa visibile sia in mezzo a loro, vi è una mistica presenza di Maria che prepara, che prefigura la Chiesa, che ne costituisce una anticipazione. In ciò consiste la così misteriosa e profonda relazione di Maria con i popoli pagani. Torna in mente quella confidenza di Péguy che spiega come non potendo dire «Padre nostro» potesse dire, però, «Ave Maria ». Molti peccatori sono nell'impossibilità di recitare il Padre nostro, ma recitano, non ostante ciò, l'A ve M aria. E' giusto che sia così: quando dire Padre nostro non si può, perché m:1ncano disposizioni filiali, di grazia, e non se ne è quindi degni, si può tuttavia ancora dire Ave Maria giacché dove Gesù e la grazia sono ancora assenti vi è già una presenza di Maria. Questo spiega la misteriosa relazione esistente tra Maria e i peccatori, così fortemente sentita dai peccatori stessi che invocano Maria, mentre non possono ancora invocare Gesù.
Ugualmente, hanno in sé una presenza di Maria i popoli tuttora giacenti nelle tenebre: Gesù e la Chiesa non sono là, ma vi è già Maria. Una misteriosa protezione, una misteriosa preparazione mariana avvolge i popoli che non conoscono il Cristo. Possiamo invocar la specialmente per loro. Riconosciamo in Lei il canale d'una ineffabile grazia, sappiamo che dove la grazia di Gesù non può ancora passare, passano le grazie mariane, quelle delle preparazioni. La teologia distingue, a lato della grazia santificante, la così detta grazia preveniente. Prima di essere in stato di grazia, noi non siamo privi di qualunque grazia: esistono grazie anche per quanti non sono ancora nella grazia, e precisamente le grazie che preparano alla grazia, giacché senza tali grazie preparatorie, che ci danno la possibilità di giungere alla grazia, noi non vi giungeremmo mai. La missione di Maria è su questo piano. Maria è come una presenza iniziale della grazia, là dove manca tutta la pienezza: è la grazia che previene e prepara. Ecco come si può affermare l'esistenza d'un particolare rapporto tra Lei e i popoli pagani. I pagani si trovano, in rapporto a Gesù Cristo, in una situazione analoga a quella dei Giudei prima che Gesù venisse, e degli Apostoli prima che discendesse lo Spirito Santo, prima che la Chiesa fosse visibilmente costituita: sono ora in una situazione d'attesa.
Di questa segreta presenza di Maria possiamo cogliere certi indizi. Nell'Islam essa è qualche cosa di più che una, presenza segreta. I mussulmani non danno riconoscimento pieno al Cristo, ma d'altra parte esaltano Maria. E Maria non vorrà condurli un giorno a Gesù? Tra i discendenti di Abramo essi sono i soli che affermano e ammirano la purità di Lei. Qui di nuovo ci si svelano le profondità teologiche e precisamente mariane della storia. La Terra Santa ,fu promessa al seme di Abramo. Nella discendenza dei suoi due figli, quella di Isacco, della quale è pur gloria Maria - Tu gloria Ierusalem, tu laetitia Israel - bestemmiò, oltraggiò Maria, colei di cui la Terra Santa era solo figura, trattandola da adultera e da «donna di cattivi costumi », mentre la razza di Ismaele ne ha proclamata la verginità. Ora da tredici secoli proprio la razza di Ismaele detiene il possesso della Terra Santa, e la spada di fuoco interdice alla razza di Isacco il perduto Paradiso della Promessa. Ed ecco oggi più che mai questa Terra posta in segno di contraddizione fra i figli di Abramo, pei quali un giorno il riconoscimento comune di Colei che la Terra prefigurava soltanto, sarà il vincolo di unità, giacché la lettera uccide e lo spirito vivifica.
Maggiormente segreta, ma sempre reale, non riflesso di rivelazione, ma tenue aurora di prefigurazioni, la presenza mariana nelle civiltà dell'Estremo Oriente. Cosa sintomatica, tale presenza prende diverse forme corrispondenti alla diversità delle razze, al genio di ciascuna. In Cina, Maria viene prefigurata come madre. Il culto della madre è una caratteristica della civiltà cinese. Ecco la testimonianza d'una studiosa: «La devozione a Maria assume nel cristiano cinese la forma dell'amore filiale, conseguenza questa, della educazione ricevuta. Si ricordino di onori dovuti ai genitori, secondo tale educazione. In questa venerazione filiale, larga parte spetta alla madre. Essa ha perciò nella vita familiare cinese maggiore autorità che altrove. Per questo l'atteggiamento dei protestanti nei riguardi di Maria è cosa che sconcerta la gioventù cinese. In Cina, l'onore reso ad una persona si riversa sulla madre di lei. I protestanti sono assolutamente incapaci di concepire e comprendere un tale orientamento dell'anima cinese: non soltanto ignorano la Madre di Gesù Cristo, ma si direbbe abbiano una certa animosità contro n suo culto. Anche a me questo parve sempre antinaturale ». Cosi il culto familiare della madre predispone la Cina a riconoscere il Cristo, passando attraverso Maria. È come madre che la Vergine evangelizzerà la Cina. Possiamo anzi sperare che la Cina cristiana approfondirà questo mistero della maternità della Santa Vergine abbellendo lo di tutte le ricchezze che contiene la sua concezione della madre, e aiuterà noi stessi, cristiani di vecchia data, a meglio comprendere questo aspetto del dogma cristiano.
Nell'India, al contrario, viene glorificata la vergine: tutta la storia indiana attesta questo culto reso alla dea vergine, questo culto della verginità. L'abbate Montchanin ne tratta magnificamente in un saggio inedito: «Maria è la pienezza della vergine, della donna, della madre. Vergine ab initio et usque in aeternum, fu annunziata da quanto il mondo ebbe di verginale prima di Lei e tutto quanto dopo avrà di verginale si inserirà in Lei. Essenza della sua verginità non è forse l'unicità del suo amore? Donna perfetta, capace di perfetta ricettività per Dio, resa feconda da Lui e per Lui. Madre del Verbo incarnato, il suo parto è paragonabile alla generazione del Verbo stesso dal Padre piuttosto che al parto delle altre donne: prius concepit mente. Generatrice dunque della Chiesa, della Umanità, del Mondo: Madre cosmica, mediatrice universale, iniziatrice alla rinunzia e dispensatrice della gioia che non termina, annunziatrice ut aurora del Dio fattosi venturo nel tempo: «cristofora» e « pneumatofora », donatrice dello Spirito nel quale dimora pienamente e del quale è sposa, del Cristo che continua a generare, - la Vergine conduce la Chiesa alla intimità del Padre.
L'India ad oratrice delle dee, delle vergini - fenomenici volti de l'Advaita - afferrerà un giorno la grandezza umana e cosmica della Vergine Madre. Evocata dal Cantico sotto le opposte immagini della tortora e della battaglia - vox turturis, terribilis ut castrorum acies ordinata - soave e tremenda, donna e madre, manifesta il Dio che uccide e vivifica, mortificat et vivificat, portato in seno da lei. Toccherebbe proprio all'India non saper trovare le forme d'un culto di iperdulia aderenti a tale dolcezza, a tale terrore? No, l'India saprà esprimere l'immagine, sempre più interiorizzata, di Colei che riassume in sé tutte le epoche, iniziatrice e consumatrice, riflesso vivo del Principio, del Mediatore, dello Spirito. La Vergine d'Israele, la figlia di Abramo, sarà per l'India la suscitatrice della contemplazione trinitaria, il prototipo della Chiesa e del suo compimento, che consiste essenzialmente nell'appello al Padre - alla cui paternità Maria partecipa temporalmente come madre - al Figlio che Lei genera alla kénosis e al divenire, allo Spirito che Lei comunica dalla sua sovrabbondanza alla Creazione ».
Il testo citato riassume mirabilmente l'arcana prefigurazione delle realtà cristiane in quel mondo antico: quella aspirazione alla Vergine che sale come un lamento di secolo in secolo, ed è incapace di compiersi da sé. L'idea di questa Vergine è così bella, fatta insieme di dolcezza e di terrore, come Giuditta. così dolce e terribile nello stesso tempo. La sua purezza manifesta la santità di Dio: carattere proprio della purità è quello di essere insieme qualche cosa di sovranamente dolce e qualche cosa di spietato, perché l'amore è duro come la morte e forte come l'inferno. Il cuore stabilito nell'amore e nella verginità - unicità dell'amore
non sopporta assolutamente divisione alcuna. Deriva da ciò quel carattere straordinario di dolcezza e di terribilità. Toccherà alla Cina approfondire la maternità di Maria, ma sarà l'India a scoprire le ricchezze della sua verginità.
Infine, ciò che vale per i popoli pagani vale in certo senso per l'umanità intera. I popoli pagani non sono i soli a trovarsi nell' Avvento: la Chiesa stessa è nell'attesa di una pienezza che ancora non possiede, giacché il Cristo, vivente e vivificante in essa, le è immanente in una maniera segreta, oscura, misteriosa. Il regno suo non manifesta ancora pienamente la regalità di Lui e la dignità di Capo del Corpo Mistico. Sotto questo aspetto, noi siamo dunque nel tempo che precede la vera Chiesa, che precede la Gerusalemme celeste della quale la Chiesa attuale è semplice prefigurazione. Tra noi pure, accanto a una presenza di Gesù, vi ha una assenza di Gesù stesso, e quindi una particolare presenza di Maria nella misura in cui Maria è colei che prepara la definitiva venuta di Gesù. Ecco perché Essa riempie di sé lo spazio che separa la Pentecoste dalla Parusia, esattamente come riempiva della sua presenza lo spazio che divideva l'Ascensione dalla Pentecoste. Il grande spazio nel quale noi siamo attualmente, è tuttora un'attesa e un Avvento, è tuttora la preparazione della Gerusalemme celeste e della Chiesa definitiva. Noi siamo ancora tra le ombre. I sacramenti sono ombre; la gerarchia visibile è figura del banchetto celeste: il Battesimo figura della purificazione definitiva che ci permetterà di entrare nella gloria del Padre.
Maria dunque occupa un posto immenso nel mondo e vi svolge un compito fondamentale. È precisamente Colei che prepara ancora, nell'interno della Chiesa, questa definitiva instaurazione. È storicamente constatabile una manifestazione progressiva di Maria nella Chiesa. Essa si esprime anzitutto con le successive formulazioni dei dogmi, dai quali viene messo in luce questo misterioso compito, a cominciare da quando nel V secolo, nel concilio efesino, fu definita theotokos, Madre di Dio. A mano a mano, lungo i secoli cristiani, emergono i diversi aspetti della missione di Maria. Così, a mezzo del XIX secolo, abbiamo l'Immacolata Concezione, e nei giorni nostri i misteri della mediazione di tutte le grazie e dell' Assunzione. Per la Chiesa questi dogmi rappresentano il prender coscienza di una realtà spirituale già posseduta, anche se quasi inconsapevolmente. La Chiesa si risveglia alla propria coscienza mariana, acquista sempre maggiore consapevolezza della realtà e del posto di Maria nel suo seno. Ecco la ragione per cui a noi sta tanto a cuore questa presenza di Maria nella Chiesa, e per cui ci duole tanto di non essere compresi dai nostri fratelli protestanti, tenacemente ostili al culto mariano. La cosa costituisce per essi una grande ombra oscura, e per noi un deposito da custodire ed accrescere.
La manifestazione di Maria a noi si compie attraverso la sua scoperta progressiva nella Sacra Scrittura. La meditazione dei Santi in ogni epoca vi ha scoperto sempre più chiare e numerose le figure di Maria: «Tu sei stata scelta prima dei secoli umani, scrive Adamo di San Vitto re, tu sei stata lungamente nascosta sotto la scorza della lettera. Sei tu la radice dalla quale doveva germogliare il fiore del mondo, il Cristo. Sei tu che noi crediamo annunziata in anticipo dal trono di Salomone, dal vello di Gedeone, dal roveto in consumabile ». La contemplazione collettiva della Chiesa, espressa nella liturgia, ha scoperto la figura di Maria nella «Sapienza creata prima dei mari, che si delizia (si trastulla - ludens) coi figli degli uomini », nella donna con sotto il piede la testa schiacciata del serpente, in Giuditta che trionfa dei nemici di Dio e in Ester che intercede per il suo popolo. La Chiesa orientale vede Maria nella Sposa del Cantico. L'Ufficio recente della Medaglia miracolosa la vede nella donna del deserto presentata dall' Apocalisse, e quello dell' Apparizione di Lourdes nella Incoronata da dodici stelle. La tradizione antica vedeva anzitutto in tali figure, giustamente, altrettante profezie della Chiesa futura. Ma la contemplazione cristiana le ha, a grado a grado, personificate in Maria.
La crescente manifestazione di Lei si esprime anche nelle apparizioni mariane che da un secolo a questa parte diventano sempre più frequenti e più splendide. È impossibile non restare colpiti dal solco che esse aprono nel XX secolo, secolo in cui l'orgoglio umano imbaldanzito dai progressi scientifici sembra drizzarsi sfidando Dio, e in cui le nazioni sono sconvolte da una attività febbrile. Ciò nonostante lontano dalle città, nella solitudine e nella tranquillità silenziosa delle montagne, Maria appare a occhi di bimbi, come una indicazione di quella pace divina che lo sforzo umano non saprà mai conquistare. Vergine di Lourdes, che rivela a Santa Bernardetta il mistero nascosto dell'Immacolata Concezione, e guarisce i corpi come l'angelo di Bethseda, e Vergine della Salette che ricorda agli uomini la santità dell'ottavo giorno in cui è già misteriosamente presente il regno futuro; Vergine di Fatima con la quale si fa più urgente e più vicino il grido di richiamo alla preghiera e alla penitenza; Vergine della Medaglia miracolosa e Vergine di Pontmain. San Grignion di Montfort profetizzò che gli ultimi tempi sarebbero colmi della presenza di Maria; le sue apparizioni sono come il segno di questa sempre attuale imminenza della Parusia, col richiamo continuo alla penitenza che è il loro unico messaggio.
Mentre la manifestazione di Maria sembra visibilmente farsi più solare, nel mondo interiore e segreto della santità appare sempre più evidente che ogni santificazione si effettua a mezzo d'una filiale unione al fiat di Maria. Se Lei è mediatrice di tutte le grazie avendo per missione, finché durerà il mondo, quella di formare il Cristo nelle anime, è proprio ed eminentemente nelle anime di orazione che svolge l'opera sua. Se la santità è l'azione con la quale Dio plasma come vuole le anime totalmente donate a Lui, qualsiasi grazia di santità è partecipazione alla grazia di. Maria che fu davvero, totalmente, l'anima donata. E se ogni santità si effettua per mezzo dello Spirito Santo il compito di Maria grandeggia sempre più, giacché soprattutto su di Lei lo Spirito si diffonde dai primissimi momenti dell' Incarnazione: Spiritus Domini superveniet in te, sino alla Pentecoste:
Et erat mater Jesu ibi.
Esiste una relazione particolarissima tra la Vergine e lo Spirito Santo. Abbiamo detto che la Vergine è anzitutto colei che riconobbe il Padre, la perfetta adoratrice del Padre; in secondo luogo colei che preparò la venuta del Verbo nelle anime e nella Chiesa: infine, cosi interamente ordinata a questa generazione del Verbo nelle anime e nella Chiesa, è anche in modo profondamente misterioso Colei che la Chiesa chiama Sposa dello Spirito Santo, ossia la Creatura che con lo .Spirito Santo lavora nell'umanità alla edificazione della Gerusalemme celeste. San Luigi Grignion di Montfort scrive che la Chiesa attuale non possiede più abbondantemente lo Spirito Santo perché Maria non vi è abbastanza presente. Lo Spirito fu dato a profusione nel Cenacolo pentecostale perché vi era Maria: in tutte le epoche che tengono Maria presente lo Spirito Santo si diffonde sulla terra e produce le grandi opere di Dio. Noi speriamo ardentemente che - nella stessa misura con cui il nostro è un secolo mariano e fissa lo sguardo sui misteri della Assunzione e della Mediazione di Maria - Dio prepari nella Chiesa, segretamente, una effusione nuova dello Spirito, una Pentecoste nuova. La presenza attuale di Maria è pegno e promessa della prossima discesa dello Spirito, ossia della conversione degli infedeli e - ne abbiamo certezza profonda - della unità fra i cristiani.

[1] Elegie di Duino, I, 3.
[2]
Si comprenda bene il senso dell'A: si parla di una presenza visibile di Maria, e di una influenza visibile, che antecede la presenza e l'influenza visibile di Gesù Cristo, e continua anche dopo la sua assenza. Perché l'influenza interiore e invisibile di Gesù Cristo attraverso la grazia antecede ogni presenza di Maria e la sorpassa infinitamente in estensione e profondità [N. d. T.]