PICCOLI GRANDI LIBRI   JEAN DANIÉLOU
IL MISTERO DELL' AVVENTO

MORCELLIANA 1958
Titolo originale dell'opera: LE MISTERE DE L'AVENT (Editions du Seuil, Paris)

INTRODUZIONE
Storia e dramma

PRIMA PARTE - I PRIMI PRECURSORI
Cap. I - Abramo e l'alleanza ebraica
Cap. II - Melchisedech e l'alleanza cosmica

SECONDA PARTE - GLI ULTIMI PRECURSORI
Cap. I - Giovanni il precursore
Cap. II - La missione degli Angeli
Cap. III - La Vergine e il tempo

TERZA PARTE - IL MISTERO COSMICO DELLA PASSIONE E DELL'ASCENSIONE
Cap. I - Il mistero missionario della Croce
Cap. II - Il mistero dell'Ascensione e l'espansione missionaria

CONCLUSIONE
Il Cristo profeta

TERZA PARTE
IL MISTERO COSMICO
DELLA PASSIONE E DELL'ASCENSIONE

CAPITOLO PRIMO
IL MISTERO MISSIONARIO DELLA CROCE

Aspetto essenziale e spesso trascurato del mistero della Croce è il suo carattere di universalità. Il Cristo, dopo aver parlato del serpente di bronzo innalzato sul legno, dice che questo avverrà per lui affinché tutti coloro che in lui crederanno abbiano la vita eterna (1). Egli ci mostra così il rapporto esistente fra il mistero della Croce e l'unificazione in Lui di tutte le cose. Il tema viene ripreso da San Paolo in alcuni brani delle Epistole della prigionia, straordinariamente misteriosi e ricchi. Il passo più importante è quel capo della Lettera agli Efesini (II, 13-18) dove San Paolo insegna che il Cristo venne a riunire le due razze separate, la pagana e la giudaica, per abbattere il muro che le divideva e fare l'unità delle genti in una razza nuova. Quanto Paolo dice della razza pagana e della giudaica può estendersi anche alle altre: e conseguentemente l'universalismo cristiano, ossia il fatto che tutti i cristiani siano inseriti in un solo corpo, viene dall'Apostolo messo in diretto rapporto col sangue della Croce.
«Ma ora in Cristo Gesù, voi che una volta eravate lontani, siete diventati vicini per mezzo del sangue di Cristo. Egli è infatti la nostra pace, colui che di due ha fatto un sol popolo abbattendo il muro che li separava, le inimicizie con l'immolazione della sua carne, abolendo coi suoi precetti la legge dei riti, per fondere in se stesso i due in modo da formare un sol uomo nuovo, stabilire la pace e riconciliare con Dio ambedue, uniti in un sol corpo, per mezzo della croce, distruggendo per essa le inimicizie. Egli poi è venuto ad evangelizzare la pace a voi che eravate lontani ed a quelli che erano vicini. Per lui infatti noi abbiamo accesso al Padre, gli uni e gli altri, in un solo Spirito» (Ef. II, 13-1S).
Il brano riguarda la separazione del popolo ebreo e dei popoli pagani e il fatto che sino ad allora il messaggio di Dio era riservato esclusivamente al popolo ebreo, mentre da allora in poi tutti i popoli sono ammessi ad avere la conoscenza della verità e a vivere la vita dello Spirito. È cosa assolutamente opposta al piano di Dio, che popoli ai quali toccò per primi il privilegio di ricevere il messaggio del Cristo, rischino di serbarselo avaramente, di ripiegarsi su se stessi, ponendosi quindi in uno stato di separazione dagli altri. Secondo il piano divino, anzi, bisogna che questi popoli diventino, presso gli altri, missionari del Vangelo, in modo che venga così attuata l'unità di tutti in Cristo. Si tratta di una economia progressiva, per cui ciò che fu vero del popolo ebreo e dei gentili resta vero dei popoli cristiani e dei non cristiani. Il grande mistero di unità si effettua per mezzo della croce, ossia con la rinunzia da parte dei popoli ai loro privilegi particolari, giacché in definitiva il peccato del popolo ebreo fu quel volersi riserbare il privilegio d'essere il popolo eletto per eccellenza, e quindi quel suo rifiuto a comunicare agli altri tali privilegi. Ciò che « in Cristo» viene distrutto è proprio questo ripiegamento su di sé del popolo ebreo, sostituito dall'aprirsi alla carità verso gli altri popoli.
L'aspetto universalistico della croce risulta simboleggiato dalla Messa, quando il sacerdote all'offertorio, dopo aver offerto l'ostia, traccia con l'ostia un grande segno di croce sul corporale dicendo: «Pro totius mundi salute », «per la salvezza del mondo intero ». Con questo gesto egli prende in certo modo a nome della croce possesso del mondo totale rappresentato dagli «oblata », dalle offerte, e lo consacra al Padre per mezzo del seguo del Cristo. Quanto viene espresso con quel segno di croce, pro totius mundi salute, è il carattere cosmico della salvezza: il segno designa le quattro direzioni, il settentrione, il mezzogiorno, l'oriente e l'occidente, abbracciando tutte le nazioni, del settentrione e del mezzogiorno, dell'oriente e dell'occidente: ossia il totius mundi per il quale è offerto il sacrificio della Messa, il sacrificio della Croce.
Se fosse isolato, questo simbolismo della Messa ci potrebbe sembrare molto strano ed enigmatico e ci si potrebbe chiedere se realmente il gesto sia pregno di un tale significato, ma invece è notevole il fatto che il tema viene frequentemente trattato dai Padri. L'idea che la croce rappresenta il carattere universale del sacrificio del Cristo, ritorna in testi notevoli, interessanti ad esaminarsi. Il Padre de Lubac, a conclusione del suo Cattolicesimo, ne cita uno dei più belli. Esso sarà un'ottima introduzione a quanto diremo. Il testo porta per titolo « l'Albero cosmico» ed è tolto da un Padre della Chiesa del III secolo, Ippolito di Roma:
«Questo legno della Croce mi appartiene per la mia eterna salvezza. lo me ne nutro, me ne sazio, mi radico nelle sue radici, mi stendo sotto i suoi rami, mi abbandono deliziandomene al suo stormire, come al vento. Questo albero che s'allarga come il cielo sale dalla terra ai cieli. Pianta immortale, si drizza nel centro del cielo e della terra, solido sostegno dell'universo, vincolo che lega tutte le cose, basamento della terra abitata, abbraccio cosmico che chiude in sé tutta la quasi inesauribile varietà del genere umano; fissato dagli invisibili chiodi dello Spirito per non vacillare nella sua aderenza al divino; pianta che con la sua cima tocca il cielo, coi suoi piedi consolida la terra e nello spazio intermedio fra cielo e terra abbraccia l'atmosfera tutta con le sue incommensurabili mani.
«Era tutto dovunque, in tutte le cose, e lottava solo, nudo, contro le potenze dell'aria. Quando ebbe finito il suo combattimento cosmico, i cieli si aprirono, poco mancò che ne cadessero le stelle, il sole s'oscurò per qualche tempo, le pietre si spaccarono, l'universo sembrò dovesse perire, ma il grande Gesù rese il suo spirito dicendo: «Padre, io rimetto i1 mio spirito nelle tue mani ». Allora, nell'ascendere, questo divino spirito restituì vita e forza a tutte le cose che tremavano e l'universo intero ridivenne stabile, come se questa divina estensione e questo supplizio della croce avesse penetrato tutte le cose. O tu che sei solo tra i soli, e sei tutto in tutti, i cieli ricevano il tuo spirito e il paradiso la tua anima, ma che il sangue tuo rimanga della terra ».
In un'opera di poco anteriore, Sant'Ireneo vescovo di Lione ha un testo analogo, ciò che prova come l'argomento fosse caro al pensiero cristiano di allora: «Poiché egli è il Verbo di Dio onnipotente, diffuso simultaneamente nel mondo secondo la sua invisibile presenza, il cui amplesso contiene la lunghezza e la larghezza, l'altezza e la profondità - giacché tutte le cose sono governate dal divino Verbo - a motivo di tutto ciò il Figlio di Dio fu crocefisso. È stato crocefisso, il Figlio di Dio, perché sull'universo ponesse in forma di croce la sua impronta, sigillando in qualche modo l'universo intero col segno dello croce, e il segno della croce con le sue quattro dimensioni rivela precisamente che l'intero universo è stato così sigillato da lui. Infatti è necessario e degno che, divenuto visibile, Egli comunichi nel mondo visibile la partecipazione della sua croce universale, affinché attraverso la forma visibi1e manifesti sensibilmente la sua opera, giacché è Lui a far risplendere nelle altezze, ossia nel cielo, ciò che deriva dalla bassura, ossia che è sotto la terra; e disteso raggiunge la lunghezza dall'oriente all'occidente, e governa tutta la estensione dell'universo, chiamando alla conoscenza del Padre quelli che sono da ogni lato dispersi» (Dem. Vero Ev., 46).
Sottolineo il brano dove Sant'Ireneo parla della larghezza e della lunghezza, dell'altezza e della profondità. Esso ci ricollega al testo di San Paolo or ora citato, il testo dell'Epistola agli Efesini (3, 18). «Cristo abiti per la fede nei vostri cuori, e voi, radicati nella fede, fondati nella carità, possiate con tutti i santi comprendere quale sia la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, anzi possiate conoscere ciò che supera ogni scienza, la stessa carità di Cristo, in modo che siate ripieni di tutta la pienezza di Dio ».
Nel testo di Ireneo e di Paolo, abbiamo la stessa idea dell'amore del Cristo che riempie la larghezza e la lunghezza, che abbraccia l'umanità nel suo amore: e questo amoroso impossessarsi dell'umanità tutta viene paragonato a quell'albero dalle radici incomparabilmente profonde, dal quale sono vivificate tutte le cose. Infatti l'opera del Cristo consiste essenzialmente nel rifacimento della unità dell'uomo. Cristo è l'uomo nuovo che aduna in sé tutto l'uomo e tutti gli uomini. Ritengo siano questi i due grandi aspetti dell'opera del Cristo per noi importantissimi a comprendersi.
Anzitutto il Cristo assomma in sé tutto l'uomo. Qui siamo al centro d'uno dei più grandi problemi contemporanei. Il cristiano, alla scuola del Cristo, deve in sé assommare tutto l'uomo: e non può fare questo che a mezzo della croce. I nostri contemporanei, nel loro sforzo di salvare l'uomo, per dare al salvataggio maggiore efficacia, per giungere a risultati immediati più rapidi, sono tentati di sacrificare tutta una parte dell'uomo stesso, come se il peso di ciò che in lui è divino riuscisse troppo grave. Tale peso intendono quindi respingere e portare tutto lo sforzo sulla organizzazione temporale della vita umana: fare una città sulla misura d'un uomo ridotto alle sue sole aspirazioni terrene, escluso qualsiasi aspetto di eternità.
Siamo davanti ad una grande tentazione. Per i contemporanei il cristianesimo sarebbe troppo duro a portarsi. Questo, il momento storico in cui siamo e la situazione nella quale i cristiani si trovano. Il Cristo ha detto che sarebbe ritornato con potenza e maestà. I primi discepoli ed i primi cristiani pensarono che sarebbe ritornato presto, e ciò diede loro il coraggio per iniziare il loro difficile cammino. Ma ora che il ritorno del Cristo sembra ritardare, l'assicurazione tenacemente proclamata dai cristiani che Egli sta per venire in soccorso dei suoi, trova gli uomini stanchi della troppo lunga attesa. Visto che il Cristo non ritorna, essi hanno la tentazione di volersi organizzare da sé, facendo a meno di Lui, di raggiungere coi loro sforzi e i loro propri mezzi la salvezza della città terrena.
Davanti a tale atteggiamento, comune a tanti nostri contemporanei, il cristiano si trova spesso disarmato e in una specie di dolorosa crisi. Egli si chiede, giustamente, se non sia il suo cristianesimo a diminuire l'efficacia della sua azione nella società temporale, se gli scrupoli della sua coscienza non lo rendano quasi inetto alle ibride intese, alle violenze richieste dall'azione terrena nel mondo. Si trova spesso escluso dal combattimento perché le sue esigenze interiori sono troppo grandi e a causa di ciò egli è veramente quasi meno idoneo alla lotta immediata e alla riuscita terrena.
Ma deve comprendere che la sua vocazione è precisamente di rifiutar si di lasciar ridurre il destino dell'uomo alla sola attuazione di sé nel tempo, e di voler invece salvare ciò che nell'uomo vi ha di eterno. Egli deve prendere l'uomo in tutta la sua profondità. Deve essere l'uomo della contemplazione" e se non lo fosse non sarebbe più; perciò stesso, un cristiano. Se non si immerge con le più fonde radici dell'essere nel mondo della Trinità, se non entra nella tenebra luminosa, se non vuole come Pietro, Giacomo e Giovanni, rizzare la propria tenda sul Tabor non è un vero cristiano. Non si deve far consistere il cristianesimo anzitutto in una azione sociale, esteriore. Noi siamo chiamati a vivere nella intimità delle Persone divine, e una grande parte di noi stessi si è riservata a questa familiarità con Dio: in ciò si attua lo sviluppo della nostra dignità più autentica e profonda. Non ci si può dire figli di Dio e misconoscere questo, come oggi fanno tanti cristiani i quali dicono: innanzitutto occorre che il cristiano sia efficace nella società.
Il cristiano deve vedere l'uomo in tutta la sua larghezza ed essere l'operatore della carità. Quando Pietro, Giacomo e Giovanni dissero: Bonum est nos hic esse, facciamo qui tre tende, precisamente in quel momento, la nube disparve, ed essi non videro più altro che Gesù solo, la sola umanità di Gesù: ossia Gesù li riconduceva dalla contemplazione della sua divinità al servizio della sua umanità, li richiamava dalla contemplazione della Trinità beatissima al servizio dei fratelli. Gesù solo, tale come lo vediamo nei fratelli nostri, quale è attualmente nella sua umanità in tutti quelli che soffrono, in tutti quelli che sono ammalati, in tutti quelli che sono poveri e che noi abbiamo il dovere di servire con la carità.
La croce indica questo: l'altezza e la profondità della contemplazione insieme con la larghezza e la lunghezza della carità. Essa scruta le profondità divine e contemporaneamente si protende verso gli estremi limiti della umanità tutta, s'inabissa dunque nella contemplazione di Dio e nello stesso tempo stringe al cuore gli uomini tutti, che sono suoi fratelli. Noi lo ricordiamo ogni qual volta facciamo il segno della croce: nel sollevare la mano alla fronte salutando il Padre ricordiamo che siamo chiamati a contemplare la faccia del Padre, e portando il segno da una spalla all'altra ripensiamo che sulle nostre spalle dobbiamo portare il peso dei nostri fratelli, e che siamo responsabili di loro.
Tale è la sorte tragica del cristiano, e si comprende facilmente come alcuni cristiani vogliano evadere dalla loro condizione, come essa riesca pesante per loro, che non vogliono più portarla, perché essere cristiani costa troppo. Ma il cristiano sa pure come proprio a quel prezzo egli non solo salva se stesso, ma salva l'uomo da se stesso, egli è nel mondo colui che difende l'uomo contro l'uomo, e precisamente contro questo uomo tentato sempre di mutilarsi, contro questo uomo che smania di buttar già dalle spalle la croce che trova troppo pesante, e con la croce strappare da sé quella parte di sé che Dio solo è capace di soddisfare. Il cristiano sa di difendere l’uomo stesso e sa che, ricordandogli di essere fatto per Dio e per la croce, non cessa di ricordargli la sua vera realtà di uomo.
Non sforziamoci di semplificare la nostra vita: proprio perché la nostra vita non è semplice noi siamo sicuri della sua verità. Quando si semplificano troppo le cose si deve temere di averne eliminato una parte essenziale. Accettiamo dunque questo peso anche se non sappiamo come potremo cavarcela: la vita del cristiano ha in proprio di non sapere mai come se la potrà cavare, giacché è incapace di trarsi di imbarazzo da solo ed ha l'obbligo di camminare nella fede: non sapere dove va, come dovrà fare, ma sapere che il Cristo è con lui e ha le parole della vita eterna.
Quanto è vero per ciascuno di noi è vero della Chiesa nel mondo. Avviene in modo identico lo stesso fenomeno. La Chiesa è nella notte: gli uomini vogliono condurla ad arrestarsi ad un'azione puramente temporale. La Chiesa ricusa. Vuol compiere la sua missione totale, e persino quando l'umanità respinge le sue cure materne, essa continua, china su questa umanità malata, a volerla servire interamente, sicura che la sua carità finirà col trionfare delle resistenze oppostele dagli uomini.
Perciò non si spaventa. Non si spaventa delle persecuzioni, sa che il tempo è dalla sua parte. Essa lascia questa umanità, forse ancora bambina, manifestare le sue reazioni vivaci, le sue crisi di crescenza: sa che queste crisi di crescenza finiranno, che questi uomini ritorneranno ad essa. Quindi i cristiani non hanno da fare che una sola cosa: essere cristiani, continuare a fare semplicemente la loro parte, restare fedeli alle esigenze integrali del loro cristianesimo senza minimizzare, non lasciandosi scoraggiare da alcuna incomprensione o persecuzione; sapendo bene che il loro Maestro è stato perseguitato per primo, e ha trionfato e salvato il mondo a mezzo della croce. Mai vi fu fallimento maggiore di quello della croce: mai tutto sembrò perduto come in quella sera del Venerdì Santo, che vide Gesù morto sulla croce e i discepoli dispersi: eppure proprio in quella stessa sera l'umanità era finalmente salvata e quegli stessi uomini che crocifissero Gesù erano gli strumenti della salvezza universale.
Cosi avviene della Chiesa di oggi: sia pure perseguitata, sia pure crocifissa, ciò che unicamente importa per lei è essere fedele; e proprio quando è crocifissa, allora è fedele. Finalmente risuonerà la divina parola: gli uomini guarderanno verso colei che misero in croce. Guarderanno, gli uomini, verso di lei. Oggi dovremmo pensarci spesso: gli uomini si volgeranno un giorno verso colei che avranno crocifissa: cominceranno col mettere in croce la Chiesa, e dopo, più tardi, guarderanno a lei. Comprendendo alla fine la loro ingratitudine, si volgeranno verso di lei perché sentiranno il gran vuoto prodotto nel mondo dal loro tentativo di ostacolarne la missione mentre lei sola poteva dar loro le parole di vita.
In secondo luogo, a mezzo della croce il Cristo fa l'unità di tutti gli uomini: oltre che sotto l'aspetto individuale, interiore, del singolo, è sotto l'aspetto totale, universale" che la passione del Cristo fa l'unità del mondo. Anche quest'altra affermazione della Chiesa, la sua pretesa di essere l'unità del mondo, riesce inaccettabile, irritante, a molti nostri contemporanei. Essi vorrebbero piuttosto ridurre la Chiesa semplicemente a un momento della storia, al prodotto di una determinata civiltà. La Chiesa, pensano, ha ormai fatto il suo tempo, in corrispondenza con un momento della storia del mondo, e questo tempo è ora finito. Mentre cosi pensano, la Chiesa continua a pretendere che essa soltanto può dare l'unità di tutti gli uomini, perché soltanto in essa ha un senso questa unità di tutti gli uomini, perché essa si fonda proprio su questa realtà dell'unica famiglia umana unita intorno al Padre e al Figlio. Al di fuori di tale realtà, in cui tutte le divisioni sono oltrepassate, nulla può produrre l'unità degli uomini. È il profondo pensiero della Chiesa; il pensiero di San Paolo nella Epistola ai Galati, quando dice che il Cristo fa l'unità del padrone e dello schiavo (si rifletta alla lotta delle classi e alla divisione sociale), dell'uomo e della donna (si rifletta a tutti i drammi dell'amore umano e a tutto ciò che nel mondo crea divisione), in terzo luogo l'unità del Giudeo e del Greco, ossia delle nazioni (2). È un testo straordinario perché si ha l'impressione che esso corrisponda esattamente a tutte le situazioni attuali e che S. Paolo vi abbia descritto le grandi divisioni del mondo nel quale viviamo. È per il sangue di Cristo - dice l'Apostolo - che tutte queste divisioni saranno superate; nel Cristo non vi è più né padrone né schiavo, né uomo né donna, né Giudeo né Greco, ma" tutti sono uno in Lui, ossia appartengono alla stessa razza, alla razza dei figli di Dio, perché sono tutti in Uno, in un Cristo unico.
Ecco l'aspetto tipicamente missionario di questo mistero della Croce. Infatti esso significa che dalla croce del Cristo le nazioni, ciascuna avente carattere proprio e propria civiltà, sono rese capaci di partecipare a questa unità superiore, l'unità della Chiesa, l'unità che assomma tutti nel Cristo, morendo a quanto costituisce il loro orgoglio particolare, rinunziando a farsi centro del mondo, accettando addirittura la distruzione dell'orgoglio.
Vediamo qui messo a nudo il grande ostacolo all'unità e la ragione di questo rapporto fra la croce e l'unità: il grande ostacolo all'unità è il voler fare di se stessi il centro di tutto. Lo sappiamo anche dalle nostre esperienze individuali. Sappiamo di opporci al Cristo precisamente nella misura di cui vogliamo fare di noi un centro, quando cioè il Cristo non è l'unico centro di tutto. L'egocentrismo costituisce la tendenza e la volontà di tutte le nazioni. Osservate il nostro mondo contemporaneo. Ci vedrete lo spirito carnale in tutta la sua forza: ciascuno vuole centrare attorno a sé l'universo: e quando una nazione dice di voler fare l'unità, in realtà vuol farla attorno a se stessa.
Come i Giudei esigevano che tutte le genti venissero ad adorare in Gerusalemme e in tal modo si rendessero serve del popolo di Israele, così oggi ogni nazione vuole la supremazia sulle altre ed è a tale supremazia che applica la definizione di unità. Ma il Cristo, ma la Chiesa chiamano unità tutt'altra cosa. Per il Cristo e per la Chiesa l'unità è la risultante di una conversione e non la risultante di una specie di presa di possesso e di dominazione. È la unità alla quale si arriva quando ciascuno non vive più per sé, ma vive per tutti, quando vive per gli altri, quando si attua la carità, che consiste nel volere, nell'affermare non soltanto se stessi, ma anche tutti gli altri, nell'aderire al loro appetito di e88ere (di esistere) come diceva il Padre de Montcheuil, nel simpatizzare con tutto ciò che vi è di bello nel mondo, nel volere disinteressatamente il bene di tutti gli altri.
Questo vale in ordine alla umanità tutta come in ordine al singolo. Lavoreremo alla unità nella misura in cui sapremo amare gli altri popoli, senza mirare ad assimilarli a noi. Ma sappiamo quanto sia difficile, quanto la Chiesa stessa sia stata tentata da questa volontà di assimilazione. Sappiamo come furono rovinosi, nella questione orientale, tutti quei tentativi di latinizzazione che la chiesa Occidentale fece nel passato in Oriente. Sappiamo quale difficoltà noi abbiamo a poter completamente uscire da noi stessi, ad accettare pienamente una mentalità diversa dalla nostra, ad accettare pienamente il fatto di un cristianesimo russo, o indiano, o cinese, che abbia fisionomia diversa dal nostro, pur nella unità di fede, e a non volere in qualche modo imporre loro la nostra maniera di vedere.
E ciò nonostante questa è la immancabile condizione dell'unità. Il rispetto dell'altro in ciò che vi ha in lui d'essenziale è condizione stessa di unità nella carità, il rispetto che si oppone all'unità imperialistica raggiunta per mezzo di coercizioni provenienti dal di fuori. Tutto ciò suppone la croce, suppone la rinuncia al proprio egoismo, al proprio imperialismo, alla volontà d'imporci agli altri, ed esige all'opposto il desiderio reale di farci servi degli altri. Il Cristo stesso ha effettuato tale rinunzia, la morte del Cristo è simbolicamente la morte dell'intero popolo giudaico a tutti i suoi privilegi. Si trattava di accettare in Lui la distruzione di quanto era esistito prima, di modo che i Gentili potessero entrare nella Chiesa e che per la morte di Lui ciò che costituiva il peccato degli Ebrei, cioè questa ricerca della loro propria gloria, fosse in certo qual modo annientato dall'umiliazione del Cristo. Così Egli è veramente il Figlio dell'Uomo secondo il libro di Daniele, cioè quasi una incarnazione della intera Comunità giudaica che in lui muore per risorgere, nella Resurrezione, come Uomo universale. Quello che muore è il Giudeo: quello. che risuscita è FU 0mo totale; colui che muore sul Calvario è il Cristo nato dalla razza giudaica, colui che si risveglia nel giorno della Resurrezione è il Cristo capo dell'unica razza umana.
Concludendo, si deve sottolineare il carattere che sotto il punto di vista missionario dà un valore del tutto particolare allo stesso simbolo della Croce. Nell'India troviamo l'idea di un albero cosmico, una specie di asse universale piantato al centro del mondo, sul quale riposano i cieli, che s'inoltra con le radici nelle abissali profondità della terra, e che in qualche modo fa in sé l'unità del mondo. Verosimilmente Ippolito di Roma, nel testo sopra citato si ispirò a questa concezione indiana dell'albero cosmico: allora era considerevole l'influenza dell'India nelle zone mediterranee. L'India era conosciuta molto bene nell' Alessandria del II e III secolo: si riscontrano influenze del pensiero indiano su autori pagani come Plotino o cristiani come Clemente di Alessandria. Ippolito nel testo riferito fece per primo ciò che noi pensiamo debba essere il compito dell'apostolato missionario nell'India, cioè lo sforzo di individuare quei punti di contatto attraverso cui il cristianesimo potrà venire inserito nelle raffigurazioni, negli atteggiamenti mentali, nelle forme di pensiero e di cultura indiani. Abbiamo in quel testo un primo tentativo di dare a creature umane un simbolo del mistero della Croce, ma del mistero universale della Croce. Alla stessa maniera quella vergine santa e terribile della quale è piena la mitologia indiana, è come il primo abbozzo della Vergine del Cantico rassomigliante ad «armata schierata in battaglia ».
Appare con evidenza tutto il significato missionario che prenderebbe in senso nuovo questa pagina di Ippolito, se quel grande tema indiano dell'albero cosmico diventasse espressione del sacrificio della croce nel suo carattere universalistico, e noi dicessimo in qualche modo all'India che in questo albero cosmico essa ha scoperto una certa quale misteriosa prefigurazione dell'albero della croce.
Così, in quanto simbolo del raduno di tutte le nazioni nel Cristo, segno missionario per eccellenza, la croce viene ad essere precisamente uno degli aspetti in cui il pensiero indiano può trovare le risonanze più segrete e penetranti di se stesso. Forse bisogna anzitutto presentare all'India proprio la Croce, e rivelarle come quel mistero di universalismo di cui è ,nostalgica - l'India attuale ha nostalgia di sincretismo religioso - quella unità di tutte le cose in una sola religione, non possono trovarsi che a mezzo del sacrificio, fonte segreta di unità. Bisogna, dopo averle mostrato anzitutto la croce, mostrarle sulla croce il Cristo: cominciare col mettere sotto i suoi occhi la grande croce vuota e poi insegnarle che essa non acquista il suo significato se non vi si pone il Cristo: e che la croce universale ha senso non dall'essere soltanto un legno vuoto, ma dal suo essere il legno, sul quale il Cristo è inchiodato e sul quale cola il suo sangue.

[1] Giov. III, 15; cfr. Giov. XII, 32: «Quando sarò innalzato da terra tutto attirerò a me ».
[2] G. FESSARD, Esquisse du Mystère de l'histoire, Reeh. Se. ReI., 1948, pag. 310 seg.

 

CAPITOLO SECONDO
IL MISTERO DELL' ASCENSIONE E L' ESPANSIONE MISSIONARIA

Il mistero dell' Ascensione è poco conosciuto e poco approfondito nel pensiero e nella pietà cristiana, mentre le ricchezze del suo contenuto sono immense. Leggendo alcuni testi di San Paolo si rimane colpiti dalla parte che vi occupa questo tema nei suoi rapporti con l'espansione del Corpo mistico, ossia col problema missionario. In altri testi del Nuovo Testamento, uguale rapporto intercorre fra il mistero dell' Ascensione e quello dell' Apostolato sotto i suoi tre tipici aspetti ~ la missione dello Spirito Santo nel mondo, la diversità delle funzioni al di dentro del Corpo mistico, e infine l'universalità dell'azione dello Spirito e l'instaurazione di tutte le cose in Cristo. Meditare i più belli fra i testi ci aiuterà ad approfondire la conoscenza della spiritualità missionaria.
Brani stupendi troviamo, anzitutto, nella Lettera agli Efesini. Ecco il primo:
« Per questo anch'io, udita la vostra fede nel Signore Gesù, e la dilezione verso tutti i santi, non cesso di render grazia per voi, facendo di voi memoria nelle mie orazioni: affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della Gloria, dia a voi lo spirito di sapienza e di rivelazione pel conoscimento di lui: illuminati gli occhi del vostro cuore, affinché sappiate quale sia la speranza della vocazione di lui, e quali le ricchezze della gloria dell'eredità di lui per i santi, e quale sia la sopreminente grandezza della virtù di lui in noi, che crediamo secondo l'operazione della potente virtù di lui, di spiegata efficacemente in Cristo risuscitandolo da morte e collocandolo alla sua destra nei cieli: al di sopra di ogni principato, e potestà, e virtù, e dominazione, e sopra qualunque nome che sia nominato non solo in questo secolo, ma anche nel futuro. E le cose tutte pose sotto i piedi di lui: e lui costi tu i capo sopra tutta la Chiesa, che è il corpo di lui ed il complemento di lui, il quale si compie tutto in tutti» (Ef. I, 15-23).
Dunque, tutta la grazia che esiste nella Chiesa, tutti i doni dello Spirito Santo e le ricchezze della gloria escatologica riserbata ai santi, sono conseguenza della vittoriosa forza del Cristo, manifestatasi con la sua ascensione. San Paolo designa questa forza con i misteriosi termini «al di sopra di ogni potestà» ecc., e dicendo: «Al di sopra di tutto ciò cui si può dare un nome », ci apre spettacolosi orizzonti sull'infinita vastità dei mondi spirituali. Nel giorno dell' Ascensione il Padre ha stabilito il Cristo, il Verbo incarnato, nella sua gloria, e lo ha dato alla Chiesa come capo supremo. In quel giorno il Cristo divenne capo del Corpo mistico e questo corpo sarà essenzialmente la comunicazione della gloria del Cristo risorto a tutta l'umanità che gli è solidale. Il mistero del Corpo mistico si inizia con l'Ascensione e avrà compimento a Pentecoste.
Un altro testo presente nella Epistola della vigilia dell' Ascensione riguarda, ancora più esplicitamente, l'Ascensione. È uno dei passi più profondi e più densi di San Paolo, un testo che non ci si stancherebbe mai di meditare e commentare: «Ascendendo in alto, trasse dietro a sé i prigionieri, distribuì doni agli uomini» (1). Il Cristo è salito in alto, ecco il mistero dell' Ascensione; vi ha condotto i prigionieri, liberando l'uomo da tutte le potenze del male di cui era schiavo, e da quel momento i doni di Dio sono stati sparsi a profusione sul mondo, la grazia ha cominciato a versarsi dentro il Corpo mistico per mezzo della vita sacramentale. È la presenza del Cristo nella gloria del Padre a far sì che la grazia - partecipazione a quella gloria - venga incessantemente comunicata a tutta l'umanità solidale col Cristo. Vi ha una relazione fisica tra la gloria del capo e la grazia delle membra. Il Cristo è nell'intimo del Corpo mistico come una sorgente viva e permanente di grazia e di santità.
San Paolo aggiunge: «Che cosa significa: Egli è salito, se non che Egli era disceso? ». La Passione non è altro che la storia del Cristo nella sua discesa al regno della morte. Tale realtà viene di rado lumeggiata, e perciò noi misconosciamo la grandezza cosmica della Passione del Cristo. La morte è una potenza malefica che signoreggia l'umanità in compagnia del peccato. Peccato e morte sono i due nomi della stessa realtà: morte dell'anima e morte del corpo che ne è la conseguenza. Ora, che cosa fa Gesù nella sua Passione? Discende nella morte, va alla morte: cade sotto il potere della morte. Non il sepolcro soltanto, ma gli inferi costituiscono i profondi limiti del sotto terra: nella teologia ortodossa la Resurrezione non è soltanto il sorgere del Cristo dalla tomba, ma il suo risalire dagli inferi. L'immagine non è la stessa ed ha una
ben più grande portata teologica. Il Cristo è disceso nel regno della morte, in quell'umanità che era sotto il potere della morte, e a un certo momento la morte gettò il grido: «Ho vinto io! ». San Paolo risponde di rimando col suo grido magnifico: «O morte! dov'è la tua vittoria? ». La morte, il cui più vero nome è Satana, credette di essere vittoriosa per sempre la sera del Venerdì Santo, dopo aver fatto suo prigioniero il Cristo stesso. Ma all'aurora della Pasqua, improvvisamente le porte cadono, le carceri della morte si aprono: O morte, dov'è la tua vittoria?
Il Cristo non ha potuto vincere la morte altrimenti che facendosi suo prigioniero. Cadde in suo potere per liberarne l'umanità. Ciò conferisce realismo e grandezza incomparabile alla morte del Cristo e tutto il suo senso al termine di Redenzione. Non si tratta di una specie di riscatto, di una intesa tra il Cristo e Satana, ma di un combattimento del Cristo contro le potenze malefiche, e della vittoria di lui riportata su tutte quelle potenze e sul regno della morte. Ciò giustifica il rito del Battesimo nelle sue modalità primitive. La immersione nella piscina battesimale, che San Paolo accosta al seppellimento del Cristo, simboleggia questa discesa nella ,morte. Il neo-battezzato era, in questo modo, incorporato alla morte del Cristo prima di riportare vittoria con Lui. La vittoria del Cristo vale per l'umanità tutta. Ogni uomo deve rivivere in sé il mistero totale del Cristo, la sua Passione, la sua Resurrezione, la sua Ascensione; e il Battesimo simboleggia questa conformità al mistero del Cristo che deve prolungarsi in ciascuna delle nostre vite. Attraverso la mortificazione, la vittoria del Cristo sulle potenze del male si effettua in noi sino alla nostra liberazione totale.
«Colui che è disceso, aggiunge San Paolo, è Colui stesso che salì al di sopra di tutti i cieli per tutto riempire ». Il Cristo salì al di sopra dei cieli ossia al di sopra di tutto il creato. Per i Padri della Chiesa i cieli o gli angeli sono tutt'uno. Nei loro testi, cieli o angeli, si possono indifferentemente sostituire l'uno all'altro. I cieli prestano agli angeli la loro ampiezza; questo ci impedisce di figurarci gli angeli come creature alate, mentre sono degli immensi mondi spirituali. Essere elevato al di sopra degli angeli, significa essere elevato al di sopra di questa misteriosa creazione spirituale che ci avvolge da ogni lato. Noi risultiamo immersi nel mondo delle potenze spirituali, quelle cattive, i principi di questo mondo coi quali San Paolo dice che siamo in lotta, e quelle sante, gli angeli che circondano l'altare durante la Messa. La loro presenza è realtà talmente profonda e vera che il nostro dramma umano si svolge costantemente sullo sfondo di questo gigantesco dramma spirituale. Dunque l'Ascensione è l'umanità del Cristo, innalzantesi oltre tutte le creature spirituali. Cosa sorprendente, che la nostra povera natura umana, situata forse sul più basso gradino nella gerarchia della creazione si trovi nel Cristo sollevata al di sopra degli angeli che, per natura, sono incalcolabilmente più grandi di noi. Un lato magnifico dell' Ascensione è lo stupore degli angeli in adorazione dell'Uomo-Dio. Secondo alcuni Padri della Chiesa il peccato dei primi angeli fu quello di non ammettere l'Incarnazione del Verbo, perché per mezzo dell'Incarnazione l'umanità sarebbe divenuta superiore ad essi, e ciò avrebbe costituito per loro, in qualche modo, un'umiliazione.
Non dobbiamo rappresentarci il Cristo ascendente al Cielo tra due piccoli angeli. Senza dubbio, due angeli vennero subito dopo l'Ascensione a consolare gli Apostoli. Una scena del Vangelo attesta tale presenza:
«Due uomini biancovestiti apparirono agli Apostoli e dissero: Uomini di Galilea, che cosa state a guardare nel cielo? Quel Gesù che avete visto andarsene in cielo, tornerà alla stessa maniera... ». Ma la presenza dei due angeli costituisce semplicemente una visibile epifania delle legioni angeliche, che circondano il Cristo e con stupore lo vedono attraversare le loro gerarchie schierate per elevarsi sino alla gloria del Padre e introdurre la umanità in quella gloria, al di sopra di tutti i mondi spirituali.
In un testo mirabile San Gregorio di Nissa ci mostra il Cristo che risale, oltrepassando le schiere angeliche nel giorno dell' Ascensione: e gli angeli non lo riconoscono. Egli pone sulle loro labbra la domanda: Quis est iste? Chi è costui? E gli angeli di scorta al Cristo rispondono: Rex gloriae ipse est, rex gloriae. Sì, è veramente il Re della gloria. Gli angeli non riconoscono il Verbo di Dio in questo uomo che la Passione ha tinto di rosso come vendemmiatore al torchio, e che giunge fra loro portando le stigmate della sua Passione. Quando il Verbo si incarnò essi videro discendere proprio questo Re della gloria, e adesso Egli risale rivestito della stessa umanità spezzata dalla morte, portando ancora su di sé le ferite della Croce (2). Il dialogo angelico evoca una liturgia celeste di eccezionale grandiosità, posta al centro del mistero dell' Ascensione, e il testo paolino fa mirabilmente l'orchestrazione di tutti i suoi motivi. Le conseguenze del mistero ci sono indicate dall' Apostolo: «Egli è salito al disopra dei Cieli per tutto riempire ». Parola straordinaria anche questa. Il Cristo può tutto riempire nella misura con cui sale oltre tutti i cieli. Ossia la grazia che abita in lui può estendersi alla creazione intera, dopo essersi levata in alto oltrepassando tutta la creazione. Oltrepassando anzitutto la creazione umana nella misura con cui il Cristo diviene il principio della edificazione del Corpo mistico: ma anche la creazione angelica affinché, come diceva l'Apostolo, sia primo in tutte le cose, re degli uomini e degli angeli, rex angelorum, e il dominio del Verbo incarnato sia veramente cosmico. La sua regalità instaurata con l'ingresso di Lui nella gloria sarà definitivamente costituita quando nell'ultimo giorno il Cristo verrà a prendere visibilmente possesso del suo regno. Sino ad allora la vittoria da Lui riportata si prolunga nella umanità e nello 'stesso mondo angelico dove misteriosamente avviene l'azione di Dio, allo scopo di «tutto riempire ».
Subito dopo San Paolo tocca un altro argomento apostolico. «:È Lui che ha fatto gli uni apostoli, altri profeti, altri evangelisti, altri pastori e dottori, in vista del perfezionamento dei santi, per l'opera del ministero; per l'edificazione del corpo del Cristo ». Dunque frutto dell'ingresso del Cristo nella gloria è la missione, il fatto di uomini scelti e chiamati nel Cristo e nello Spirito per assolvere i compiti della evangelizzazione come apostoli, profeti, pastori o dottori per costruire il Corpo del Cristo. Ci sorprende che San Paolo non parli qui della Pentecoste e passi direttamente dalla Ascensione alla missione. Soltanto nel giorno della Pentecoste furono donati i carismi, quali doni spirituali che fanno alcuni profeti, altri apostoli, altri evangelisti, come effetto della effusione dello Spirito. Ma San Paolo vuole affermare che l'Ascensione è il principio della Pentecoste. A partire dal momento in cui il Cristo entra nella gloria del Padre, la sua azione diviene vivente nell'interno della Chiesa ed egli comincia ad evangelizzarla per mezzo degli Apostoli, di quelli che si danno a Lui per lavorare alla costruzione del suo regno.
Prendiamo adesso i racconti evangelici della Ascensione: vedremo come tutta la loro profondità viene messa in evidenza dal testo di San Paolo. Il Cristo dice: «Andate per tutto il mondo e predicate l'Evangelo ad ogni creatura... Dopo aver detto ciò, il Signore fu visto sollevarsi in cielo e porsi alla destra di Dio. Ed essi se ne andarono a predicare dovunque, operando con loro il Signore e confermando le loro parole coi miracoli che le accompagnavano» (Marc. XVI, 19).
Qui come nella Lettera agli Efesini la missione degli Apostoli è in rapporto diretto con l'Ascensione. Dal testo di Marco si può avere l'impressione di due fatti sovrapposti; il testo paolino ci mostra il collegamento organico dei due fatti: il Cristo asceso alla Gloria del Padre diventa principio e capo del Corpo mistico, e ne governa lo sviluppo: «Il Signore operante con loro », il Cristo, agisce nella Chiesa come principio dell'apostolato. In testa agli Atti degli Apostoli abbiamo un altro racconto dell'Ascensione e uguale rapporto viene posto tra questo mistero e quello della diffusione del regno. Negli Atti Gesù viene tolto dal cielo ai loro occhi dopo aver detto: «Voi sarete miei testimoni sino agli estremi confini della terra ». In San Giovanni lo stesso mistero ci viene esposto in maniera diversa: nel discorso dopo la Cena quando Gesù spiega che è necessario che Egli risalga al Padre perché possa essere effuso lo Spirito Santo: «È bene per voi che io me ne vada, giacché se non me ne vado io, non verrà a voi il Consolatore ».
Nella Lettera agli Ebrei abbiamo un terzo testo che pone l'Ascensione in una nuova prospettiva, in una prospettiva sacerdotale. La Lettera agli Ebrei si in centra sul sacerdozio e sul sacrificio, considerando il peccato essenzialmente come il rifiuto da parte dell'uomo a riconoscere il regno di Dio, e il sacrificio come ciò per cui l'uomo, riconoscendo la sovranità di Dio, rientra in amicizia, in grazia con Lui. Dal sacrificio del Figlio l'umanità è rientrata nella comunione col Padre. San Paolo lo insegna in un testo che concerne direttamente l'Ascensione: «Ma Cristo, venuto come Pontefice dei beni futuri, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d'uomo, cioè non di questa creazione, non col sangue dei capri e dei vitelli, ma col proprio sangue entrò una volta per sempre nel Santuario, dopo aver ottenuta la redenzione eterna. Or se il sangue dei capri e dei tori e la cenere di vacca, aspergendo gl'immondi, li santifica quanto alla purità della carne, quanto più il sangue di Cristo, che per lo Spirito Santo ha offerto se stesso immacolato a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte per servire a Dio vivo?» (Ebr. IX, 11-14). Con l'Ascensione il Cristo è entrato nel vero Santo dei Santi, di cui il Tempio di Gerusalemme era soltanto la figura, ossia nella gloria del Padre, avendo liberato l'uomo dalla schiavitù del peccato e della morte.
Il mistero dell' Ascensione è presente nel sacrificio eucaristico, nella proporzione con cui risulta associato alle idee di sacerdozio e di sacrificio. Dopo l'atto consacra tori o H sacerdote non fa soltanto memoria della beata Passione del Cristo e della sua Resurrezione dagli inferi, ma anche della sua mirabile Ascensione: sed et in coelos gloriosae Ascensionis. Nella Messa è presente il mistero totale del Cristo e dunque anche l'Ascensione. Perché un sacrificio sia completo occorre infatti non solo l'offerta ma anche l'accettazione della vittima. L'Antico Testamento insegna che vi sono sacrifici non graditi a Dio o graditi solo parzialmente. L'Ascensione è il sacrificio del Cristo nel momento in cui viene accolto dal Padre. È dall'unione con quel sacrificio che il nostro riceve efficacia, viene guardato da Dio con benignità, opera realmente la nostra comunione con Dio. Ecco la nostra Messa. Nella stessa liturgia della Messa l'Ascensione è ripresentata perché i sacramenti hanno come caratteristica propria quella di presentare e simultaneamente significare tutte le realtà. Il sacerdote domanda al Padre che il Cristo venga portata dalle mani del suo santo angelo fino al suo sublime altare: in sublime altare tuum. Abbiamo qui una prodigiosa evocazione dell' Ascensione. La vittima offerta sull'altare sublime è il Cristo offerentesi in cielo al Padre, con le ferite della sua Passione, attirando così la benevolenza del Padre sulla umanità.
Una delle più commoventi scene dell'Apocalisse, scena tutta eucaristica, ci prospetta lo stesso mistero. San Giovanni vede un libro sigillato, il cui sigillo non può essere infranto, davanti al quale sta tutto H mondo celeste «e un potente angelo gridava: Chi è degno di aprire il libro? E mirai: ed ecco, nessuno nel cielo, né sulla terra, né sotto la terra poteva aprire né guardare quel libro. Ed io piangevo molto, ché nessuno si era trovato degno di aprire il libro, né di guardarlo.
«Uno dei vecchi mi disse: Non piangere, ecco, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il rampollo di Davide, così da poter aprire il libro e sciogliere i suoi sette sigilli. Ed ecco in mezzo al trono e ai quattro animali ed in mezzo ai vecchi io vidi un agnello stare in piedi come sgozzato» (3).
Spettacolo senza uguale. Si annunzia un leone ed appare invece un agnello, un agnello immolato. La cosa è inesplicabile. La vittoria del Cristo non costituisce la vittoria del leone, ma quella dell'agnello. Il Cristo la ottiene col suo sacrificio e l'apparizione dell'agnello immolato che ha infranto i sigilli, simboleggia l'Ascensione. La creazione tutta, insegna San Paolo, attende la redenzione del Figlio di Dio: per San Gregorio di Nissa questa attesa della creazione è l'attesa degli angeli. Essi sono là intorno al trono di Dio, attendendo che il libro sia finalmente dissuggellato, ossia che le porte della morte crollino, e nessuno può farlo sino all'apparire dell' Agnello immolato. Egli ritorna dal regno della morte e riceve dalla destra dell' Antico sedente sul trono i1 libro dove sta scritto il nome degli eletti.
Così, pur senza esservi esplicitamente menzionato, il mistero dell' Ascensione è in realtà presente nei brani della Scrittura maggiormente ricchi di sensi spirituali. Occorre anche notare come durante la Messa le parole relative al gradimento del sacrificio del Figlio da parte del Padre siano seguite dalla richiesta della effusione dello Spirito. «Affinché siamo riempiti dalla benedizione celeste e dalla grazia ». Il riprodursi del mistero dell' Ascensione è seguito dal riprodursi del mistero della Pentecoste.
Il fatto ha tale portata che alcuni liturgisti ritengono questa preghiera della Messa, supplices, te rogamus, corrispondente a quanto la liturgia orientale chiama epiclesi. In quella liturgia alla consacrazione segue una preghiera con la quale s'invoca lo Spirito Santo, perché discenda sulle offerte a consacrarle. Gli orientali pensano che la consacrazione sia effettuata dalla epiclesi: è questo uno dei punti nei quali divergiamo da loro. La nostra liturgia non ha l'epiclesi, il pane ed il vino sono trasformati dalle parole della consacrazione. Ma la
preghiera Supplices te rogamus può essere considerata come una specie di epiclesi collegata alla preghiera consacratoria: ciò costituirebbe un punto di contatto tra gli orientali e noi, che abbiamo una liturgia non diversa sostanzialmente dalla loro. Ma per noi - bellissima variante - l'epiclesi è meno la discesa dello Spirito sulle offerte che sulla comunità, giacché la consacrazione dei doni produce in certo qual modo come suo frutto la consacrazione della comunità.
Dopo aver raccolto tutti questi testi scritturali e liturgici, ci appare con maggiore evidenza il legame che unisce il mistero dell' Ascensione e quello della missione degli Apostoli. San Pietro ci dice all'inizio della sua I Epi8tola che la missione è un mistero profondo in cui gli angeli desiderano affondare lo sguardo. La costruzione del Regno di Dio, realtà arcana, si estende dalla Pentecoste alla Parusia e sfugge all'intelligenza dell'uomo carnale: solo la grazia vi può introdurre.
La missione presenta un triplice aspetto. È anzitutto un mistero di unità. Gli Apostoli vengono mandati sino alle estremità della terra ad evangelizzare le nazioni perché il Cristo salito al cielo deve riempire tutte le cose. Non si tratta più, come al tempo dell' Alleanza, di adozione da parte di Dio di un popolo particolare. La missione successiva a quel tempo è venuta, secondo l'eterna preordinazione divina, a riconciliare tutte le cose col Sangue del Cristo, ad omnia instaurare in Christo. Questo mistero concerne l'umanità tutta intera e persino, al di là dell'umanità, l'universo (spirituale).
Inoltre il mistero della missione è quello del missionario. Il Cristo affida l'espansione del suo regno agli Apostoli, a coloro che egli ha scelto come suoi strumenti nell'opera della evangelizzazione. Questa vocazione contiene anch'essa un grande mistero.
Senza dubbio Dio avrebbe potuto comunicarsi direttamente a ogni uomo, invece Egli ha voluto che la parola giungesse e che il suo regno si estendesse per mezzo di intermediari umani. Ha voluto associarci all'opera di salvezza del mondo e di conversione delle nazioni: e questa missione degli Apostoli prolunga quella del Verbo e quello dello Spirito. La missione degli Apostoli è insieme una e diversa. I testi sacri insistono sulla pluralità dei carismi: gli uni sono apostoli, altri profeti, evangelisti, dottori. Molteplici le forme di apostolato: ma tutte unificate perché animate da un medesimo spirito e dirette a un medesimo scopo. Quando fra i missionari manca l'unità, il Cristo non è più presente. Ecco un grande soggetto di meditazione. Se l'evangelizzazione del mondo non ha maggiormente avanzato, questo avviene perché i missionari non sono stati fedeli alla carità. L'opposizione, le rivalità, le lotte, la gelosia, tutto ciò sminuisce l'unità dell'azione missionaria, le impedisce di fruttificare adeguatamente.
San Paolo insiste molto, come per una questione vitale, su questa unità nella diversità. Egli aveva già avvertito, sin da allora, la minaccia incombente sull'azione missionaria per lo spezzarsi della carità. Bisogna, diceva San Bernardo, che noi restiamo nella nostra vocazione particolare per la concretezza dell'azione, ma che per la carità, con la carità, abbracciamo tutto il mondo. Commentando la bella parola del Cantico dei Cantici: Ordinavit in me caritatem, insegna come in ordine all'azione dobbiamo dare il primo posto a ciò di cui siamo incaricati, senza che il contemplativo ambisca di fare quanto fa l'apostolo, né il dedicato all'insegnamento voglia attribuirsi la cura degli infermi, tuttavia «nella preghiera bisogna dare il primo posto a ciò che, in sé, è più eccellente» (4). Dobbiamo pregare soprattutto per i più grandi interessi del Regno di Dio, anche se non sono affidati in modo particolare a noi. Allora la carità diviene perfetta in noi, proporzionata alla realtà delle cose e non al nostro personale punto di vista: ad ogni istante l'egoismo viene oltrepassato. Esteriormente noi eseguiamo in tutta umiltà il nostro piccolo compito; interiormente operiamo la salvezza del mondo intero.
Il vero apostolo ama nel Cristo tutto ciò che si fa di grande e di bello per il Regno di pio. «La crescita del Corpo (del Cristo) si effettua realmente quando l'intero corpo proporzionato e concatenato per tutte le giunture, che si danno mutuo soccorso, in virtù dell'operazione destinata a ciascun membro, riceve il suo aumento per essere edificato nella carità» 5. Ecco una spiritualità che può colmare tutta la vita nostra. Se siamo fedeli al nostro dovere particolare, interiore ed esteriore, contribuiremo indubbiamente alla «crescita del corpo del Cristo nella carità ».
Un ultimo aspetto della missione: quest'opera che si effettua nell'unità, a mezzo degli Apostoli, ha per suo principio lo Spirito Santo. È Lui che il Cristo inviò anzitutto agli apostoli, Lui che agisce nella Chiesa, animando gli Apostoli. Fra i doni dello Spirito alcuni ci vengono dati per la nostra santificazione personale, altri sono dati gratuitamente per renderci capaci di promuovere il Regno di Dio. Il dono della Pentecoste è questa presenza dello Spirito negli Apostoli. Non si tratta più di una azione umana ma dello Spirito agente nei suoi apostoli e per mezzo loro.
Essenziale per un apostolo è dunque l'essere uno strumento unito a Dio, instrumentum conjunctum diceva Sant'Ignazio, perché lo Spirito Santo agisce in lui nella stessa misura della unione sua con Dio. Non si tratta più di fare opera personale, ma di fare l'opera del Cristo e l'apostolo la compirà nella proporzione in cui sarà animato dallo Spirito del Cristo e docile alle sue ispirazioni.
Noi agiamo troppo spesso per vedute umane e queste vedute sono ristrette: lo Spirito solo le allarga sulla misura del cuore del Cristo, ci apre agli orizzonti del piano divino. Allora vediamo le cose come le vede il Cristo. :È ancora lo Spirito che ci dà la forza e quel dono di sapienza, col quale noi gustiamo le cose di Dio, ossia la crescita del Regno. Questa, la sola cosa che merita di essere pienamente gustata: la crescita del Cristo nelle anime. L'intelligenza e l'amore del piano divino non sono nella natura, solo lo Spirito Santo può metterli in noi.
Lo constatiamo chiaramente: i tre aspetti del mistero dell'apostolato sono in dipendenza diretta dell' Ascensione, dell'ingresso del Cristo nella gloria. Da quel momento il suo Spirito può circolare nell'umanità che gli è solidale. Fintanto che il Cristo non entra nella sua gloria, l'umanità rimane come estranea alla vita dello Spirito. :È veramente l'Ascensione a darei lo Spirito Santo. Divenuto allora Capo del Corpo mistico, il Cristo diviene dentro la Chiesa n principio del governo e della santificazione delle anime, comincia ad attuare per mezzo di quelli che gli sono uniti l'evangelizzazione della umanità.
Noi viviamo dunque entro un grande mistero che ei sforziamo di gustare nella contemplazione, di vivere nell'apostolato; il mistero dell'evangelizzazione, esteso dall' Ascensione alla Parusia, tra l'ascendi ad coelos e l'inde venturus est del Credo, tra la salita del Cristo alla destra del Padre e il suo ritorno alla fine dei tempi. Questo ritorno è annunziato dall'Angelo: «Allo stesso modo con cui Gesù ascese, cosi tornerà », ecco perché gli Apostoli guardavano verso l'Oriente. :È in via di compimento una grande cosa, la conversione delle nazioni: meditiamo e approfondiamo sempre più questo mistero e chiediamo allo Spirito di farci crescere in lui, di farlo crescere per mezzo nostro negli altri.

[1] Ef. IV, 7-16.
[2] Trois textes eschatologiques de saint Grégoire de Nysse, Reeh. Se. Rel., 1940, pagg. 352-353.
[3] Apoc., V, 7-16.
[4] Comm. Cant., XXVII, 10.
[5] Efes., IV, 16.