JEAN DANIÉLOU
GIOVANNI BATTISTA
TESTIMONE DELL'AGNELLO
MORCELLIANA 1965
Titolo originale dell'opera: Jean Baptiste témoin de l'Agneau, by Éditions du
Seuil 1964
Trad. di Velleda Minelli Meneghetti
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Cap. I - LA VOCAZIONE La vocazione come missione La vocazione come elezione Vocazione e comunione |
Cap. V - IL BATTISTA La predicazione L'imminenza della Parusia Il battesimo di Giovanni |
Cap. IX - L'AMICO DELLO SPOSO Gli stati del verbo incarnato L'annientamento di Giovanni davanti a Gesù. La gioia spirituale |
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Cap. II - LA SANTIFICAZIONE
La visita La consacrazione. La gioia dei poveri . |
Cap. VI - GESÙ BATTEZZATO DA
GIOVANNI La successione dei tempi |
Cap. X - LA PROVA DELL'AMORE La notte della fede. Ogni cosa ha il suo tempo. |
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Cap. III - LE CRESCITE La comunità tradizionale Gli Esseni Il deserto |
Cap. VII - LA TRINITÀ Precursore e testimone La colomba ed il tuono. Trinità e incarnazione L'inaugurazione della missione. Battesimo di acqua e battesimo di spirito. |
Cap. XI - LA MORTE Erode Antipa . Giovanni ed Erodiade Il martirio |
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Cap. IV - L'AVVENTO Il profeta. Il precursore Il predicatore |
Cap. VIII - LA TESTIMONIANZA La testimonianza di Giovanni nell'Evangelo Giovanneo La teologia della testimonianza Il testimone della luce. La testimonianza della vita. |
Cap. XII - PRESENZA DI GIOVANNI
BATTISTA Il ricordo. La gloria. Il ministero |
PREFAZIONE
I manoscritti del Mar Morto hanno portato un rinnovato interesse sulla figura
di Giovanni, chiamato il Battista. In questa prospettiva Jean Steinman ha
consacrato al Precursore un volumetto ed il professor Flusser gli ha dedicato
recentemente un'opera notevole. Ma Giovanni Battista si pone anche nella
prospettiva della Storia sacra e ne rappresenta un momento culminante. È quanta
ha dimostrato Sergej Bulgakov nell'Ami de l'époux ed è su questa linea che anche
noi ci collochiamo.
Queste due dimensioni sono ugualmente legittime ed ugualmente rigorose. La
Storia è contemporaneamente Storia scientifica, alla quale si accede attraverso
i documenti, e Storia sacra, in cui penetra la sguardo profetico. L'importante è
di muoversi su entrambi i toni, senza separarne gli oggetti ma rispettandone i
metodi. Si tratta di livelli differenti all'interno di una realtà che è una.
Sono modi di procedere complementari, che si giustificano l'un l'altro, ben
lungi dal contraddirsi.
Dunque, in questa libro, si tratta essenzialmente di teologia della Storia.
Ho tentata già altrove di reinquadrare Giovanni nel sua contesto di Storia delle
civiltà. Questa teologia della Storia si propone come oggetto le grandi opere di
Dio nei diversi momenti della Storia della salvezza. Storia della salvezza che
inizia con la creazione del cosmo, come ci insegna sant'Agostino nel De
catechizandis rudibus. Segue il periodo più lungo che va da Adamo ad Abramo e
che ci viene riassunto dai capitoli della Genesi compresi fra il III e l'XI. Ne
ho spiegato il contenuto specifico ne Les Saints païens de l'ancien Testament.
L'età successiva è quella che va da Abramo a Giovanni Battista.
Giovanni Battista rappresenta da solo una età del mondo. Ecco perché era
opportuno consacrargli un libro. Di breve durata nel tempo, questa età non per
questo manca di un suo particolare contenuto ed è soprattutto tale contenuto che
ho tentato di mettere in luce. Riprendo così, sviluppandoli, i temi di un
capitolo del Mystère de l'Avent. Il presente volume viene in tal modo ad
inserirsi in quella prospettiva di teologia della Storia che si sta elaborando.
Jean Daniélou
CAPITOLO PRIMO
LA VOCAZIONE
Ogni vocazione si definisce in rapporto al disegno di Dio e costituisce una cooperazione all'opera di salvezza. Ogni vocazione ha, in questo senso, un significato storico e presente, qualche cosa di unico, un compito personale, insostituibile da realizzare. Generalmente, però, questi compiti personali rientrano nella trama comune della Storia della salvezza. Essi sono l'inserimento, in un dato tempo e luogo, di una missione collettiva. Tuttavia, a determinati momenti decisivi, a determinate articolazioni della Storia, Dio fa sorgere degli uomini che devono inaugurare un'epoca nuova. La vocazione assume allora un carattere esemplare. Tale fu la vocazione di Abramo che Dio chiama dal mondo pagano per essere l'origine assoluta di un popolo nuovo che Egli si costituisce. Tale fu la vocazione di Mosè al quale Dio si rivela nel Roveto Ardente sotto un nome nuovo che segna una nuova tappa della Rivelazione. Viene alla mente il testo di Pascal: « Le sei età; i sei padri delle sei età; le sei meraviglie all'inizio delle sei età; i sei orienti all'inizio de1!e sei età» (1).
La vocazione come missione.
Giovanni Battista si colloca in questa linea. E non soltanto si colloca su
questa linea ma è insieme colui con il quale essa culmina e nel quale essa
raggiunge il suo compimento. Nella sua persona sono ricapitolate tutte le tappe
della preparazione della fine dei tempi che erano state segnate dal succedersi
delle vocazioni dei patriarchi e dei profeti; ma egli è l'ultimo, secondo la
parola stessa del Cristo: «tutti i profeti e la Legge hanno profetato fino a
Giovanni» (Mt. 11, 13) (2). In effetti, da questo momento ha inizio un mondo nuovo
che non si aggiunge più alla successione dei profeti, come credeva Maometto, ma
che è il compimento stesso di quanto i profeti avevano annunciato, la venuta
della gloria di Dio che rimane corporalmente fra gli uomini, il Verbo che si è
fatto carne. Il gesto del Verbo di Dio che introduce il primo Adamo nel Paradiso può trovare il suo parallelo, non più nelle vocazioni
profetiche, bensì nel gesto del Verbo di Dio che riafferra Adamo per
reintrodurlo irrevocabilmente nel Paradiso.
Quindi la vocazione di Giovanni non si pone ad un punto di congiunzione
dell'Antico Testamento, come quella dei suoi predecessori,
essa si pone al cardine stesso fra l'Antico Testamento ed il Nuovo. Questo
appare in modo evidente nel Vangelo di san Luca. Quando Zaccaria, padre di
Giovanni, sacerdote della classe di Abìa, si trovava nell'Hekal, il Santo, al
momento della preghiera per offrirvi l'incenso «l'angelo del Signore gli apparve
in piedi alla destra dell'altare dell'incenso» (Lc. 1,11). L'annuncio della
vocazione di Giovanni si pone dunque nel quadro della liturgia del Tempio, di
quel Tempio in cui abitava il Dio vivente ma che prefigurava un altro Tempio. Ma
con Cristo si inaugurerà il Tempio nuovo ed il Tempio prefigurativo sarà
abbandonato dalla Presenza. L'angelo che lo custodiva lo lascerà, come dice sant'Ilario
(3); ed è nel Tempio cèleste che offrirà non più !'incenso figurativo
ma !'incenso vero: la preghiera dei Santi (Apoc. 8, 3).
Ancora più esplicita è la parola dell'angelo: « Giovanni camminerà davanti al
Signore con lo spirito e la potenza di Elia» (Lc. 1, 17). Nella tradizione
giudaica Elia era considerato il profeta per eccellenza, colui che aveva
predicato la conversione all'infedele Israele per prepararlo al giudizio di Dio,
sempre imminente. Ma era egli stesso la prefigurazione dell'ultimo dei profeti,
colui la cui venuta avrebbe immediatamente preceduto il Giudizio. Gli Ebrei,
alla vigilia del Vangelo, erano stati misteriosamente preavvertiti dell'imminenza dell'avvenimento
escatologico, come confermano i manoscritti del Mar Morto. È a questo momento che Dio fa sorgere Giovanni Battista, come il nuovo ed ultimo
Elia, colui nel quale si compie e si esaurisce la lunga discendenza del
profetismo. Questo non era che preparazione alla venuta di Dio. Ora Dio visiterà
il suo popolo «come un sole che sorge dagli abissi », come il settimo oriente
alla fine delle sei età, oriens ex alto (Lc. 1, 78).
È proprio quello che Zaccaria, non più incredulo come alla prima visita
dell'angelo, ma illuminato dallo Spirito Santo (Lc. 1, 67) e ripieno dello
spirito di profezia - cioè penetrante i segreti del disegno divino che si compie
sotto i suoi occhi - riconoscerà in questo figlio, uscito dalla sua carne, del
quale contempla con stupore la missione nello spirito: «e tu, bambino, sarai chiamato profeta dell'Altissimo» (Lc. 1, 76). In virtù
dello sguardo profetko che penetra, oltre le apparenze sensibili, nel contenuto
divino della Storia sacra, Zaccaria vede nel bambino quel profeta per eccellenza
- non soltanto profeta ma «più di un profeta» (Mt. 11, 9) - che « camminerà
davanti al volto di Dio» cioè che precederà il manifestarsi di Dio per
«preparare le vie» di questa manifestazione « mediante la remissione dei peccati
». E questa manifestazione non sarà il giudizio terribile portato su di
un'umanità schiava della morte e del peccato, ma l'espressione della «tenera misericordia» che si alzerà come un'aurora
dalla profondità degli abissi, come una luce in sperata nel cuore delle
ineluttabili tenebre.
Si vede dunque quanto la vocazione di Giovanni si definisca innanzi tutto in
rapporto al disegno di Dio. Egli sta all'estremo limite della discendenza dei
profeti, alla soglia della fine dei tempi, di fronte all'imminenza dell'avvenimento decisivo. In questa
prospettiva si comprende l'urgenza dell'appello che egli lancerà, il modo con il
quale scuoterà formalismi e connivenze. Egli è pronto a cogliere i segni
annunciati dalla parusia: il sole che si oscura, la luna che non riflette più la
luce, gli astri che cadono dal cielo, le potenze ce" lesti che si scuotono (cfr.
Mt. 24, 29). E tuttavia, già nella prima testimonianza che gli è data, quando
ancora vagisce in una culla, qualche cosa risplende sul suo viso: l'alba del
sole che sta per apparire all'orizzonte e che oscurerà quello della prima creazione, qualche cosa che è già un primo
riflesso del Vangelo e che lascia presagire che l'avvenimento annunciato non
sarà il trionfo del leone di Giuda sopra i nemici di Dio, ma il sacrificio
dell'Agnello che toglie i peccati del mondo.
La vocazione come elezione.
La vocazione di Giovanni ci appare così esemplare di ogni vocazione, in
quanto ogni vocazione è una missione. Ci appare inoltre esemplare di ogni vocazione in
quanto ogni vocazione è elezione. Ciò spiega innanzi tutto il carattere
assolutamente gratuito della vocazione. Dio sceglie come e quando vuole, senza
essere condizionato da nulla, in piena e sovrana libertà. Libertà, tuttavia, che
non è arbitrio; se la libertà divina non. è condizionata da nulla di esterno,
essa è però l'espressione dei misteriosi consigli della Saggezza e dell'Amore.
Questo appare eminentemente in Giovanni. Egli è scelto da Dio per una missione
che Dio stesso gli destina, non in virtù di qualche merito precedente ma fin da
prima che nascesse. {( Egli sarà ripieno di Spirito Santo fin dal seno di sua
madre» dice Zaccaria all'angelo (Le. 1, 15). La Chiesa non esiterà ad
applicargli, nell'introito della sua Messa, le parole con le quali il profeta
Isaia designa l'eletto per eccellenza, il servo di Jahvé: «Jahvé mi ha chiamato
fin dal seno materno, fin dalle viscere di mia madre ha pronunciato il mio nome»
(49, 1). Anche qui Giovanni Battista appare nella successione di tutti coloro
che Dio aveva eletto nel corso della Storia Sacra per fame i propri strumenti.
Poiché l'elezione è sempre in funzione di una missione. Così, Dio sceglie
Giacobbe e lascia da parte Esaù; così, fra i sette figli di Jesse è il più
giovane, colui al quale nessuno pensava e che stava pascolando il gregge quegli
che Dio si era riservato per fame il suo servo Davide e che Samuele designò e segnò con l'unzione (1 Sam. 16,
10-13). Così, nonostante le proteste che gli oppone, Dio chiama Geremia. E
quando questi dichiara di non saper parlare, Dio gli risponde: « Metterò le mie
parole sulla tua bocca» (1, 10). Non solo l'elezione non è condizionata da meriti precedenti ma neppure ostacolata
da limiti umani. PeI1ciò essa è sempre al di sopra delle forze umane. È la
grazia di colui che chiama che dà anche la possibilità di compiere ciò che egli
chiede: « lo mi glorifico della mia miseria» dirà san Paolo.
L'elezione appare così uno di quegli aspetti dei mores divini che si
manifestano attraverso la Storia sacra e che sono l'oggetto della contemplazione
profetica. Come Maria ammirerà nell'Incarnazione del Verbo la manifestazione
della suprema potenza di Dio, così già Zaccaria ammira nell'elezione di
Giovanni una meraviglia compiuta da Dio solo. Il Benedictus è quasi una profezia
del Magnificat. Perciò tutto questo esordio del Vangelo si svolge come una
liturgia in cui i misteri si susseguono ai misteri, riempiendo di stupore gli
angeli e gli uomini. L'elezione è opera prettamente divina poiché crea qualche
cosa senza bisogno di preparazione o condizionamento alcuno. Ora, tale è la
caratteristica delle opere di Dio. Questo si verifica per la creazione
nell'ordine della natura; Dio crea dal nulla questo cosmo del quale noi non
riusciamo a raggiungere i limiti. Questo si verifica nell'ordine della Storia: l'elezione è
un cominciamento totale. Per questa la Bibbia usa un unica termine bara' per
designare queste opere propriamente divine nella natura e nella Storia.
Ma tali scelte di Dio non sono forse l'espressione dell'arbitrio? Qui noi ci
accostiamo ai misteri più profondi del disegno di Dio. Appunto a proposito di
Giacobbe ed Esaù san Paola, nell'Epistola ai Romani, ribadisce la libertà delle
elezioni divine: «no erano ancor nati i figli e non avevano ancora fatto né bene
né male, affinché il disegno elettivo di Dio rimanesse fermo, scelto con
libera elezione senza riguardo alle opere, ma per voler di Colui che chiama, le
fu detto: (a Rebecca) il maggiore sarà soggetto al più giovane» ( Rom. 9,
11-12). Questo arbitrio può scandalizzare e Paola pone a se stesso l'obiezione:
« Che diremo allora? C'è ingiustizia in Dio?» (Rom. 9, 14). No, poiché non si
tratta del destino eterno dell'uomo ma delle circostanze della sua vita
temporale. In questo campo Dio non ammette che gli si chiedano dei rendiconti
che vorrebbero limitargli la libertà del suo amore con calcoli di una saggezza
meschina. L'essenziale non è di avere una maggiore a minor quantità di talenti
ma di farli fruttare. Vi è diversità di carismi, ma ciò che vale è soltanto la carità.
Espressione della gratuità della vocazione, l'elezione è pure espressione del sua carattere personale. E senza dubbio è questo che le conferisce il suo aspetto
specifico. Essa è un appello fatta da un Dio personale a una persona umana ed
esprime, in questa senso, quel carattere essenziale della visione cristiana
delle cose, che è quella di un universo dominato dalla realtà e dal valore
della persona. Valore che ha le sue radici in Dio stesso, rivelatosi esistente
in tre Persone unite dall'amore. E la creazione è essenzialmente quella di
persone che Dio chiama a condividere beni che sono suoi ed a trovare in essi la
gioia infinita e la beatitudine. Resta fermo tuttavia che nel rapporto fra
creatura e Dio vi sono aspetti che hanno carattere di generalità. È una
medesima legge divina che esprime per tutti gli uomini la volontà di Dio, una
medesima Alleanza nella quale essi sono chiamati a partecipare dei beni divini.
La vocazione invece ha un carattere assolutamente personale. Essa non è ciò
che fa di un uomo un uomo, assoggettato alle leggi generali della natura umana;
essa fa si che un uomo porti un nome particolare, unico, che esprime la particolare chiamata di cui è stato
oggetto. In questo senso, l'imposizione del
nome da parte di Dio, è l'espressione della vocazione. Così Iahvé cambia il nome
di Abramo in Abraham, così Simone si chiamerà d'ora innanzi Pietro. Vi è anche
un mistero nel nome di Giovanni: «Nell'ottavo giorno poi, vennero a
circoncidere il bambino e stavano per chiamarlo Zaccaria, col nome cioè di suo padre. Allora sua madre Elisabetta
prese la parola e disse: "No, avrà nome Giovanni", Ed essi le fecero osservare:
"Non vi è alcuno della tua parentela che porti quel nome!" Fecero quindi cenno
al padre per sapere come volesse chiamarlo. Ed egli, chiesta una tavoletta, vi
scrisse: Il suo nome è Giovanni! E tutti ne restarono meravigliati ». (Lc. 1,
59-63).
Perché l'evangelista ritenesse di mettere in luce questo episodio bisognava
che fosse ricco di significato. Ed effettivamente sottolinea bene il carattere
personale dell'elezione. Giovanni non porterà soltanto il nome patronimico, che
esprimerebbe semplicemente la sua appartenenza ad una famiglia; Dio gli assegna
un nome personale che è l'espressione della sua vocazione unica. Ed è mediante
quel nome che Dio lo designa. «Mi ha chiamato con il mio nome» (Is. 49, 1).
Questo nome esprime una realtà unica, insostituibile, non confusa nell'anonimato
della stirpe ma amata di un amore personale. Il nome esprime così quell'elemento
unico che Dio ha voluto in ogni creatura umana, quel risultato spirituale che in
essa Egli persegue. Questo nome è il simbolo di ciò che vi è di più interiore,
di quel segreto intimo che solo Dio conosce e che solo Dio rivela. «Gli darò una
pietra bianca e su questa pietra sta scritto un nome nuovo che nessuno conosce all'infuori di chi lo riceve »(Apoc. 2, 17).
Ma tale relazione con Dio di ogni animo umano si esprime su due piani
distinti. Essa è prima ,di tutto costitutiva dell'esistenza stessa. lo esisto in
quanto Dio mi chiama, mi suscita ad ogni istante all'esistenza, mi dona a me
stesso. Questa relazione personale con Dio non rappresenta un momento
successivo, ma fa parte essenziale del mio essere. Ad ogni istante io mi ricevo
tutto intero da Lui. Riconoscere questo dono, rispondere alla grazia mediante
azione di grazie, riferire a Dio in ogni momento non soltanto tutto quanto mi
appartiene ma tutto quello che sono, questo è l'espressione stessa della
religione. Ed in tal senso, essere religioso è una dimensione essenziale del mio
essere. Se per me, esistere significa essere in relazione con Dio, riconoscere
questa relazione significa semplicemente avere coscienza di quello che io sono.
Significa, fuori di me e dentro di me, espandermi o raccogliermi in Colui che
vive in me e nel quale io vivo.
Ma vi è una seconda relazione con Dio, relazione che non è più soltanto al
(livello dell'essere ma è al livello dell'agire. Ed è propriamente questa la
vocazione. Il mio nome esprime non soltanto quello che sono ma anche quello che
devo compiere. Forse è un altro nome; Dio ne aggiunge allora al primo un secondo
che esprima la vocazione. Ma per Giovanni i due nomi sono imposti contemporaneamente. Giovanni non ha
necessità di cambiare nome perché la sua vocazione lo coglie ancor prima di
nascere, non viene a cercarlo nel cuore di una vita, che dapprima si sarebbe
svolta prescindendo da essa. Ed anche da questo punto di vista la sua vocazione
è esemplare. Dio non mi chiama soltanto all'esistenza, mi chiama anche al
servizio della sua opera. Per questo mi recluta. Ed allo stesso modo che il mio
essere è un essere unico, così unica è la mia vocazione alla quale Dio mi chiama
personalmente ed alla quale personalmente io rispondo.
In tal modo, la vocazione rappresenta una nuova forma di intimità con Dio.
Dio non si fa conoscere soltanto come sorgente di ogni esistenza. Egli introduce
nel segreto del suo disegno redentore, spalanca le porte dell'anima oltre se
stessa verso la salvezza del mondo. Dio cerca quindi dei cuori liberi, che si
affidino a lui per poterli rendere partecipi dei suoi consigli e delle sue
decisioni. Ciò è sommamente vero di Giovanni. Egli è colui che « deve preparare
le vie del Signore », « istruire i popoli a riconoscere la salvezza» (Lc. l,
76). È dunque prima di tutto colui che deve apprendere egli stesso le vie del
Signore per poter riconoscere lui medesimo la salvezza. L'intimità dell'anima
con il suo Dio si manifesta qui ad un nuovo livello. Ed il nome assume il valore
di un appello, talvolta di un rimprovero, ma rimane sempre l'espressione di un legame ineffabile. Maria
riconosce che il suo Signore vive quando Gesù risorto la chiama con il suo nome.
Vocazione e comunione.
Noteremo che per due volte la vocazione di Giovanni è presentata in rapporto
con il popolo di Dio. Sua missione sarà di ricondurre i figli d'Israele al
Signore loro Dio e di preparare al Signore un popolo ben disposto (cfr. Lc. 1,
16-17). Sullo sfondo della missione di Giovanni, appare qui il mistero centrale
dell'Alleanza. Non è soltanto con individui che Dio ha stretto alleanza. È un
popolo che Dio ha scelto e con il quale ha stretto alleanza. Tutto l'Antico
Testamento ci descrive Israele come questo popolo prescelto da Dio. E la
funzione degli inviati da Dio, a cominciare da Mosè fino ad Elia e a Giovanni, è sempre quella di ricondurre al suo Signore questo popolo che se n'è allontanato
e di prepararlo a ricevere le visite del suo Dio.
Più avanti Zaccaria, a proposito di Giovanni, profetizza che « egli insegnerà
al popolo di Dio a riconoscere la salvezza ». (1, 77). Anche qui la
sollecitudine di Dio si rivolge innanzitutto al suo popolo. E per aiutare il suo
popolo Dio chiama Giovanni. Nelle parole di Zaccaria si ritrova l'eco degli
antichi profeti che avevano annunciato il giorno in cui il popolo di Dio avrebbe
riconosciuto il suo Signore, in cui cioè sarebbe entrato con lui in un'Alleanza nuova e definitiva.
«Ma questo sarà il patto che io stringerò con la casa di Israele dopo quei
giorni, dice il Signore, porrò la mia legge dentro di loro e la scriverò nei loro
cuori. lo sarò il loro Dio e loro saranno il mio popolo. E tutti mi
riconosceranno, dal più piccolo al più grande» (Ger. 31, 33-34). Abramo, Mosè,
Elia, erano stati gli strumenti con i quali Jahvé aveva sigillato una prima
alleanza con Israele. In tal modo, un popolo di Dio si era costituito.
Ma essi avevano annunziato che Dio, alla fine dei tempi, avrebbe formato una
nuova alleanza, che cioè avrebbe chiamato il suo popolo ad una più perfetta
comunione di vita con Lui. Questa nuova alleanza è ora vicinissima ed essa sarà
quella perfetta poiché vi saranno chiamate a partecipare tutte le nazioni,
«coloro che vivevano nelle tenebre e all'ombra ,della morte ». Alleanza che non
distruggerà ma completerà quella antica. Questa, in effetti, era interamente
preordinata a quell'accrescimento nel quale tutti i popoli sarebbero stati
chiamati a condividere ciò che da principio era stato soltanto il privilegio di
Israele, nel quale i rami selvatici sarebbero stati innestati sull'ulivo buono,
nel quale il fratello maggiore avrebbe visto rientrare al focolare domestico il
fratello smarrito in una terra senza acqua e senza sentieri, nel quale il gregge
perduto si sarebbe ricongiunto al gregge, nuovamente completo, del pastore celeste.
Giovanni è chiamato a preparare il popolo antico a questa misteriosa crescita
del Regno. Perché i cuori possano dilatarsi fino ai confini dell'umanità, è
necessario che rinuncino alla loro meschinità ed alla loro sufficienza. La
Storia, nel suo insieme, è la Storia di questo popolo di Dio in cammino verso la
Gerusalemme celeste e che ad ogni tappa accoglie popoli nuovi fino a che il
Regno non raggiungerà i più lontani confini del mondo. Il momento che Giovanni
rappresenta è particolarmente importante in questa crescita. Egli ne indica la
principale articolazione. Deve preparare il popolo antico a questo ampliamento
decisivo. Così Giovanni ci appare impegnata nel più profondo della vita del suo
popolo. Egli ne prolunga le ispirazioni. Già il Maestro di Giustizia aveva
annunciato che gli ultimi tempi erano cominciati. Il popolo di Israele era
diviso in molteplici correnti; tutti si aspettavano grandi eventi, non tutti li
immaginavano nel medesimo modo. Stava per sorgere Giovanni, per orientare questa
attesa del popolo secondo le vie e i disegni di Dio.
Così, sotto quest'ultimo aspetto, la sua vocazione ci appare un servizio, una funzione in rapporto al popolo. È il
popolo che Giovanni vuole strappare alla sua apatia, alla sua illusione per
aprirlo ai disegni di Dio. Ed al di là di Israele, è questo popolo che si sta preparando e del quale egli è il precursore. Se non è lui stesso il
missionario delle nazioni, egli ha la missione di preparare coloro che, giunta
l'ora di Dio, saranno i missionari .delle nazioni. Ed in quel giorno, proprio i
.suoi discepoli, avendo riconosciuto la luce salita dalla profondità degli
abissi, ne saranno i testimoni fino ai confini della terra. Giovanni occupa,
nella Storia del popolo di Dio, un posto incomparabile. Si colloca nella lunga ascendenza che, da Abramo a
Gesù, costituisce l'asse della Storia e che,
dopo Gesù, pr().. seguirà da Pietro alla Chiesa d'oggi, dal Concilio di
Gerusalemme al Concilio Vaticano.
Anche per questo la vocazione di Giovanni -ci appare esemplare. Essa si
inserisce nella comunità per svolgervi una funzione insostituibile. Ora, anche
questa è una caratteristica della. vocazione. Essa è ciò per cui un'esistenza
realizza la sua necessità, si scopre cioè necessaria .agli altri, corrispondente
ad un'esigenza vitale. Una vita infelice è una vita che non serve a nulla, che
si sente isolata, « vagante ed in halìa dei venti », dirà san Paolo, leggera di
quella spaventosa leggerezza di ciò che non è trasportato dal peso dell'amore
verso il suo posto, verso il posto assegnatogli da Dio. La felicità di una vita
è invece l'aver trovato la propria sede, la sede in cui Dio la vuole, qualunque
essa sia. Certuni non la troveranno mai - o piuttosto crederanno di non averla
mai trovata, perché vi si trovavano senza saperlo, se almeno erano trascinati
dal peso dell'amore - poiché l'amore non trova sempre dove posarsi prima di aver
trovato il riposo del cielo.
Poiché la vocazione di Giovanni non ha molto in comune con la necessità che muove la ruota di un ingranaggio in una
società bene organizzata o con il compimento di una funzione all'interno del
corpo sociale. Essa esprime, invece, la libertà di Dio e si pone in un mondo in piena crisi. Essa appare in opposizione, appunto, con un Israele che
vorrebbe sottrarsi all'irruzione dello Spirito e si rifiuta di essere messo in
questione. Da questo essa ci fa scoprire il popolo di Dio non simile ad una
società chiusa, in mezzo ad altre società chiuse, come lo erano le sette
giudaiche, ma come un popolo in cammino, aperto a tutti gli sviluppi e che non
conosce altri limiti all'infuori della creazione stessa di Dio. E proprio perché
è comunione con l'intero popolo di Dio nel movimento che lo trasporta verso la
Città eterna, ogni vocazione autentica porta in sé la propria certezza sp,lendente
e si ricongiunge alla totalità attraverso la particolarità stessa del suo servizio.
Nella Sacra Scrittura si troverebbero pochi personaggi come Giovanni Battista
nei quali la vita e la missione siano così strettamente legate. È in questo che egli ci
offre un esempio altissimo di ogni vocazione. Ma è anche vero che la sua
vocazione appare quasi determinata, in quanto presenta alcune caratteristiche proprie. Sono queste caratteristiche proprie che interessano in
particolare modo, nella misura in cui tentiamo di mettere in luce una
spiritualità del Battista. Ed ora dobbiamo cercare di approfondire in modo più
completò la natura di tali caratteristiche.
[1] Ed. Lafuma, n. 283 (ed. Brunschvicg, n. 655).
[2] La traduzione italiana dei testi del Vecchio e del Nuovo Testamento è
tratta da «La Sacra Bibbia» a cura di Fulvio Nardoni, Libreria Editrice
Fiorentina, Firenze 1960.
[3] Vedi JEAN DANIÉLOU, Les Anges et leur Mission, Chevetogne, 2 ed., pp.
18-19.