JEAN DANIÉLOU
GIOVANNI BATTISTA
TESTIMONE DELL'AGNELLO
MORCELLIANA 1965
Titolo originale dell'opera: Jean Baptiste témoin de l'Agneau, by Éditions du
Seuil 1964
Trad. di Velleda Minelli Meneghetti
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Cap. I - LA VOCAZIONE La vocazione come missione La vocazione come elezione Vocazione e comunione |
Cap. V - IL BATTISTA La predicazione L'imminenza della Parusia Il battesimo di Giovanni |
Cap. IX - L'AMICO DELLO SPOSO Gli stati del verbo incarnato L'annientamento di Giovanni davanti a Gesù. La gioia spirituale |
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Cap. II - LA SANTIFICAZIONE
La visita La consacrazione. La gioia dei poveri . |
Cap. VI - GESÙ BATTEZZATO DA
GIOVANNI La successione dei tempi |
Cap. X - LA PROVA DELL'AMORE La notte della fede. Ogni cosa ha il suo tempo. |
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Cap. III - LE CRESCITE La comunità tradizionale Gli Esseni Il deserto |
Cap. VII - LA TRINITÀ Precursore e testimone La colomba ed il tuono. Trinità e incarnazione L'inaugurazione della missione. Battesimo di acqua e battesimo di spirito. |
Cap. XI - LA MORTE Erode Antipa . Giovanni ed Erodiade Il martirio |
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Cap. IV - L'AVVENTO Il profeta. Il precursore Il predicatore |
Cap. VIII - LA TESTIMONIANZA La testimonianza di Giovanni nell'Evangelo Giovanneo La teologia della testimonianza Il testimone della luce. La testimonianza della vita. |
Cap. XII - PRESENZA DI GIOVANNI
BATTISTA Il ricordo. La gloria. Il ministero |
CAPITOLO DECIMO
LA PROVA DELL'AMORE
Nell'ultimo periodo della sua vita, Giovan ni Battista rientra
progressivamente nell'oscurità e si cancella davanti al Cristo: «È lo Sposo chi
ha la Sposa; ma l'amico dello Sposo che gli sta vicino e l'ascolta, si riempie
di gioia alla voce dello Sposo... Bisogna che egli cresca ed io diminuisca ». A
proposito di questo passo mirabile, abbiamo già detto che sentivamo l'eco di
un'esperienza spirituale quasi mistica. Nell'istante in cui la sua influenza
svanisce sul piano apparente, Giovanni Battista è misteriosamente ed intimamente
introdotto in un'unione d'amore incomparabile con il Cristo. Ciò che tocca il
suo animo, ciò che colma il suo cuore di gioia è il vedere compiuto quanto aveva
avuto in missione di preparare: le nozze del Verbo e dell'umanità. «Chi ha lo
Sposo è la Sposa ». Giovanni Battista non aspirava che a quello. Ed ora ne vede
il compimento poiché gli uomini vanno verso Gesù. L'oblio del quale si sente
circondato non è nulla se paragonato all'esultanza del suo animo che contempla il compimento del mistero.
Ma questo periodo della vita di Giovanni Battista è anche un: periodo di
prova, nella quale la sua santità si approfondisce e si rafforza. L'amore, dice
il Cantico dei Cantici « è forte come la morte, duro come l'inferno»ma si
consolida perfettamente soltanto dopo aver subìto delle prove; soltanto allora
esso mette radici profonde. La prova dell'amore di Giovanni Battista è riferita
in un testo che appare stupefacente sotto ogni aspetto. È sconcertante per il
suo contenuto, è enigmatico nella sua espressione. Esso allude ad un complesso
di cose difficili da capire e delle quali noi avvertiamo un retroscena
incontestabile. Ecco il testo: «Or, Giovanni, mentre era in prigione, avendo
inteso parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi
discepoli: 'Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?'. E
Gesù rispose loro: 'Andate e riferite a Giovanni quello che voi udite e vedete:
i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i
morti risorgono, ai poveri è annunziata la buona novella, e beato è colui che
non troverà in me occasione di scandalo '. Mentre quelli se ne andavano, prese a
dire alla folla riguardo a Giovanni: 'Che cosa siete andati a vedere nel deserto? una canna agitata dal vento? Ma che
siete andati a vedere, un uomo vestito di morbide vesti? Ecco, quelli che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re. A che scopo
dunque siete andati? A vedere un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta.
Egli è colui del quale sta scritto: Ecco io mando innanzi a te il mio nunzio,
perché prepari là tua via dinnanzi a te. In verità vi dico: fra tutti i nati di
donna non è mai sorto nessuno più grande di Giovanni Battista! Tuttavia il più
piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni Battista
fino ad oggi, il regno dei cieli si acquista colla forza e sono i violenti che
se ne impadroniscono; perché tutti i profeti e la legge hanno profetato fino a
Giovanni. E se lo volete accettare, è lui quell'Elia che deve venire. Chi ha
orecchi da intendere intenda. Ma a chi paragonerò io questa generazione? È
simile a quei ragazzi seduti sulle pubbliche piazze, e che, gridando ai loro
compagni, dicono: 'Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, vi abbiamo
cantato lamenti e non vi siete battuti il petto '. È venuto infatti Giovanni che
non mangia, né beve, e dicono: ' Ha un demonio'. È venuto il Figlio dell'uomo,
che mangia e che beve, e dicono: 'Ecco un mangione ed un bevitore, amico dei
pubblicani e dei peccatori'. Ma alla Sapienza è stata resa giustizia dalle sue
opere» (Mt. 11, 2-19).
Già abbiamo utilizzato degli elementi di questo brano ed in particolare il
parallelismo che Gesù stabilisce fra sé e Giovanni; e quindi non ne riparleremo. Ma d'altra parte, questo testo contiene tre cose che
possono stupire. La prima è la domanda di Giovanni con la quale egli, dopo
essere stato precursore e testimone, sembra voler rimettere tutto in questione:
«Sei tu colui che deve venire? ». Ci troviamo di fronte ad uno di quei brani la
cui autenticità storica appare incontestabile proprio perché a prima vista esso
appare imbarazzante; sembra infatti far capire che Giovanni attraversi una crisi
di dubbio nei riguardi di Gesù. Segue poi la testimonianza straordinaria che
Gesù rende a Giovanni. Senza entrare in particolare nel parallelismo di cui già
abbiamo parlato, dovremo mettere in luce il valore di questa testimonianza.
Infine, vedremo la parte finale a proposito dei fanciulli che cantano e i cui
compagni non danzano, che piangono ma i cui compagni non piangono, e che
giustificano la Sapienza. Passaggio misterioso, che ci svela nuovamente aspetti
importanti del significato di Giovanni Battista.
La notte della fede
Nella prima parte troviamo Giovanni al colmo della prova. La sua vita è
l'opposto di una vita coronata, al suo tramonto, da onori, da decorazioni, da
titoli accademici, da presidenze. La sua vita si conclude nell'umiliazione.
Padre de Foucauld aveva notato che, come la vita del Signore, quella dei suoi discepoli terminava così. Giovanni, lungi
dal ricevere ricompense umane di quanto ha fatto, cade in una totale povertà, in
una totale miseria. Che cosa gli dà allora, Dio? Le prove interiori, che danno
!'impressione che persino la sua fede sia scossa. Pensiamo a Teresa di Lisieux
che ha trascorso gli ultimi mesi
della sua vita nelle prove di fede più tragiche, durante le quali essa aveva la
consapevolezza di condividere tutte le sofferenze degli atei, pur senza
acconsentire a tali tentazioni. Nuovamente, la vita di Giovanni ci appare come
esemplare. In essa non troviamo soltanto una biografia del passato, ma
determinati aspetti della vita del Signore, del suo modo di guidare i suoi e di
introdurli profondamente nella realtà stessa della vita spirituale.
Giovanni manda i suoi discepoli da Gesù per dirgli: «Sei tu colui che deve
venire o dobbiamo attenderne un altro? ». Testo difficile da capire perché può
essere interpretato erratamente in ognuno dei due sensi. Innanzitutto si può
minimizzarlo. Alcuni esegeti hanno pensato che Giovanni Battista mandi i suoi
discepoli a fare questa domanda a Gesù, pur essendo da parte sua perfettamente
convinto della risposta; li avrebbe mandati per far loro apprendere dalla bocca
dello stesso Gesù che egli era proprio colui che doveva venire. Questa
interpretazione toglie alla questione ogni significato drammatico. La seconda interpretazione, invece, tende a farci credere che qui vi sia, da parte
di Giovanni, un ripensamento su ciò di cui qualche tempo prima era stato
convinto dalla teofania del Giordano: la divinità di Gesù, che gli era apparsa
in evidenza splendente rendendolo testimone perenne. Pensare che, dopo qualche
settimana o qualche mese, la fede di Giovanni sia totalmente scossa, ci riesce
assai difficile.
In verità, sembra proprio - è il parere della Bibbia di Gerusalemme e di
numerosi esegeti - che a questo momento vi sia per Giovanni una prova vera, non
un ripensamento totale, ma la prova stessa della fede. La fede di Giovanni non è
tanto scossa, quanto provata, con quello che sempre mette alla prova la fede: il
modo in cui vanno le cose. La fede introduce sempre in vie sconcertanti, in
relazione alle esperienze precedenti e di conseguenza al modo in cui si
immaginavano le cose. Giovanni Battista si era immaginato le cose in un
determinato modo che noi conosciamo molto bene perché lo esponeva nella sua
predicazione, cioè che la conversione era urgente, perché Dio stava per
manifestarsi in potenza nel tuono e nel fuoco, per venire a giudicare il mondo, per
condannare i peccatori e per salvare i giusti. Giovanni Battista attendeva
dunque una manifestazione messianica nel senso in cui l'attendevano gli Ebrei
più religiosi di quel tempo, come ad esempio i santi monaci delle sponde del mar
Morto, non simile ad una clamorosa vittoria politica, come la immaginavano
gli zeloti, ma come la gloriosa venuta di Dio nel deserto. « lo sono la voce di
colui che grida: 'Preparate le vie del Signore' ».
Ma le cose non vanno assolutamente in questo modo. « Beato colui che non
troverà in me occasione di scandalo» (Mt. 11, 6), dice Gesù. Gesù sa che per
gran parte degli Ebrei sarà ragione di scandalo, che va preparando loro un
trabocchetto nel vero senso della parola. Per Gesù che amava il suo popolo,
questa è una cosa tragica. Gli Ebrei vi inciamperanno anziché riconoscerlo,
perché essi saranno da lui totalmente delusi. Invece di quella manifestazione di
potenza con la quale essi si aspettavano che Jahvé manifestasse la sua gloria
splendente agli occhi delle genti e testimoniasse che il Dio d'Israele era il
vero Dio, il Signore rivelerà le sue vie attraverso l'oscurità, l'umiltà, la
pazienza. È comprensibile come anche Giovanni sia disorientato e venga a
domandare a Gesù una conferma. Egli non perde la fede, ma si trova nella più
completa oscurità. E questo è, in determinati momenti, la condizione stessa
della fede. Per esserne convinti non c'è che leggere san Giovanni della Croce.
Giovanni Battista testimonia qui quel momento della fede in cui chi crede è
disorientato per il modo con il quale Dio conduce le cose; allora non gli resta
altro ricorso che la fede allo stato assolutamente puro, il ricorso a colui che è la sorgente stessa della fede. E
questo fa Giovanni Battista; egli si rivolge a Gesù stesso; gli presenta le sue
difficoltà, rimettendosi interamente nelle sue mani.
Dobbiamo precisare ciò che disorienta Giovanni. La caratteristica che in Dio
gli sembra primaria è la sua totale assenza di complicità con il peccato. E
questo è veramente primario perché è ciò che fa sì che Dio sia Dio. Giovanni
Battista, come Elia, è prima di tutto profeta della santità di Dio. Ora, in Gesù
c0mincia a manifestarsi un altro volto. Esso ci appare nella risposta di Gesù a
Giovanni: « Andate e riferite a Giovanni quello che voi udite e vedete: i ciechi
vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti
risorgono, ai poveri è annunziata la buona novella; ed è beato colui che non
troverà in me occasione di scandalo ». Ecco lo scandalo. Sia per Giovanni che
per questi Ebrei compenetrati dal senso della grandezza di Dio, lo scandalo è
proprio l'eccesso di misericordia, è questa manifestazione nella quale Dio,
invece di presentarsi come colui che condanna il peccato, appare come colui che
viene a salvare il peccatore. Ed hanno ragione di essere disorientati perché,
normalmente, al peccato dovrebbe rispondere la collera. La misericordia è
assolutamente insperata, sconcertante, perché va al di sopra ed oltre la
collera. Essa è più misteriosa della collera perché questa risponde all'ordine naturale delle cose; ogni uomo che si trovi
nel peccato deve essere colpito come peccatore, è l'esperienza stessa che vive
l'uomo peccatore: esso si sente lontano e separato da Dio, condannato da Lui.
Credere alla misericordia è molto più difficile, essa infatti ci assicura che
quando noi siamo impuri, menti tori, orgogliosi, la potenza dello Spirito Santo
è capace di superare tutto e di renderci nuovamente possibile !'ingresso vicino
al Padre.
Viene immediato l'accostamento di questo testo riguardante Giovanni
Battista, con il brano del Primo Libro dei Re (19, 9-13) nel quale Jahvé
converte Elia a quella medesima verità alla quale Gesù converte il Battista. ({
Là entrò in una grotta e vi passò la notte. Ed ecco la parola del Signore gli fu
rivolta e disse: . Che cosa fai qui, Elia?'. Ed egli rispose: . Sono agitato di
zelo per il Signore, Iddio delle Schiere, perché i figli d'Israele hanno
abbandonato il tuo patto, hanno distrutto i tuoi altari e hanno trafitto di
spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo e cercano di togliermi la vita.
Allora il Signore gli disse: . Esci fuori e fermati sul monte davanti al
Signore. Ed ecco passare il Signore preceduto da un forte vento che squarciava i
monti e spezzava le pietre, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un
terremoto ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco; ma il
Signore non era nel fuoco. E dopo il fuoco un rumore d'aura lieve. Quando Elia lo udì, si coprì
la faccia col mantello, e uscì fuori e si fermò sull'entrata della grotta ».
Con questa quadruplice manifestazione, Jahvé vuol far capire ad Elia che egli non è soltanto nel fuoco, nel terremoto,
nel vento, come era lo Jahvé del Sinai, ma è anche nel soffio leggero; ciò
che lascia intuire un messaggio più interiore e misericordioso.
Giovanni ottiene dunque una riposta alla sua domanda. Riconosce ohe Gesù è
proprio colui che doveva giungere a questa rivelazione della misericordia. Ma in
questo mondo della misericordia egli non ha ancora diritto di entrare. Deve
rimanere alle soglie, deve continuare a svolgere il suo compito, che è quello
della condanna, quando già Gesù comincia il suo che è quello del perdono.
Giovanni, tuttavia, non è affatto schiavo del suo atteggiamento, è soltanto
fedele alla sua missione. La rivelazione del tempo della misericordia è per lui
un'esperienza spirituale incomparabile che lo inizia alla contemplazione di questo momento nuovo e supremo della storia della salvezza: quello in cui il Piglio
dell'uomo offre la sua vita per il mondo peccatore. Egli già
l'aveva capito allorché aveva designato Gesù come l'agnello che prende su di sé il peccato del mondo. È ciò che aveva
avuto in missione di preparare; e di ciò è il testimone ammirato, pur non avendo il diritto, proprio per
fedeltà, di interferire nella missione di un altro. Giovanni non fa quello
che soltanto Gesù può e deve fare.
Ogni cosa ha il suo tempo
Gesù esprime tale relazione che lo unisce al suo precursore, nella seconda
parte del nostro testo, nella quale gli rende testimonianza. Ne citeremo queste
poche righe: « Dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora, il regno dei cieli
si acquista con la forza, e sono i violenti che se ne impadroniscono, perché
tutti i Profeti e la Legge hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete
accettare, è lui quell'Elia che deve venire, chi ha orecchi per intendere mi
intenda ». (Mt. 11, 12-15). Poco prima, Gesù aveva detto che se Giovanni
Battista è n più grande fra i figli di donna, è n più piccolo fra i figli del
Regno dei cieli, perché egli appartiene all'età precedente. Ora è iniziata una
nuova età, nella quale n Regno di Dio è oggetto di violenza. Numerose sono le
interpretazioni date a questo passaggio, ed in buona parte contraddittorie.
Alcuni lo intendono in un senso peggiorativo: il Regno dei cieli è perseguitato,
assoggettato alla violenza. Sarebbe questa un'allusione alle opposizioni
incontrate dal Cristo e l'espressione della contraddizione contro la quale viene
ad urtare il Regno dei cieli. Schrenk (1) sostiene questa interpretazione. Tuttavia essa non sembra accettabile. Vi è poi
un'interpretazione ascetica che si trova già in Clemente d'Alessandria:
entreranno nel Regno dei cieli coloro che faranno violenza a se stessi.
L'interpretazione è devota, sostanzialmente vera, ma letteralmente non esatta.
Non vi è alcuna allusione all'ascesi in queste parole. È il tipico accomodamento
omiletico, vero in ciò che esso dice, ma che dà un'interpretazione falsata del
testo di cui parla.
Qual è allora il significato reale? Dopo Giovanni Battista ha inizio qualche cosa di nuovo: la porta del Regno dei cieli
comincia ad essere sfondata. Mentre per n passato n Regno dei cieli era
assolutamente impenetrabile, da questo momento è possibile entrarvi. Per
rappresentarci questo avvenimento, lo si può immaginare nel modo seguente:
l'umanità attendeva dal tempo di Adamo davanti a questa porta: premeva su di
essa ma questa non voleva cedere. Bruscamente, la porta cede e !'immensa marea
umana comincia ad entrare. Ecco l'avvenimento che si sta compiendo. Gesù aveva
detto che il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di Giovanni Battista.
Dirà in seguito che quanto avevano annunziato tutti i profeti è ormai giunto. In
questo contesto, la nostra frase ha un senso ben preciso: significa che l'età di
Giovanni non è ancora quella in cui la porta è aperta: Giovanni è l'ultimo di
coloro che premevano su di essa. Ma «dai giorni di Giovanni» ora avviene una cosa nuova e
straordinaria: la porta ha ceduto - o più precisamente ha cominciato a cedere.
Perché si comincerà ad entrare soltanto alla Risurrezione. La porta scricchiola,
è esattamente la situazione alla quale corrisponde il ministero di Gesù prima
della Risurrezione.
Notiamo d'altra parte la strana affermazione che Gesù fa su Giovanni: «È lui
l'Elia che deve venire ». Ricorderemo che in Luca 1, 17 l'angelo che appare a
Zaccaria nel tempio, dice già ancor prima della nascita di Giovanni Battista,
che questi verrà in spiritu Eliae, nello spirito di Elia. E pure ricorderemo che
in Giovanni 1, 21 i messaggeri dei Farisei domandano a Giovanni Battista: «Sei
tu Elia, sei tu il profeta? ». E soprattutto in Matteo 17, 10-13, leggiamo
questo: «I discepoli lo interrogarono dicendo: Perché dunque gli scribi dicono
che deve venire prima Elia? Egli rispose loro: È vero, Elia ha da venire e
ristabilirà tutte le cose. Ma vi assicuro che Elia è già venuto e non l'hanno
voluto riconoscere, ma gli hanno fatto tutto quello che hanno voluto. Così anche
il Figlio dell'uomo dovrà soffrire da parte loro. Allora i discepoli compresero
che aveva parlato loro di Giovanni Battista ».
Questa relazione di Giovanni ed Elia esige un chiarimento. Elia è, insieme
con Enoch, uno dei due santi dell'Antico Testamento dei quali si dice siano stati trasportati in cielo da vivi. Gli Ebrei pensavano
che Elia sarebbe ritornato e che il suo ritorno avrebbe immediatamente preceduto
gli ultimi avvenimenti. Ora Gesù ci spiega che non è Elia in carne ed ossa a
dover venire - Erode a proposito di Gesù si è domandato se non fosse Elia
redivivus (Lc. 9, 8) - ma che il nuovo ed ultimo Elia è proprio Giovanni.
Profeta simile ad Elia ma di lui più grande, è inviato, come un nuovo Elia, per
essere l'ultimo di tutti i profeti. Da questo punto di vista, Maometto non è un
profeta e ciò per una ragione non psicologica, ma teologica. La profezia fa
parte non della psicologia, ma della storia della salvezza. Maometto è una
grande personalità religiosa, ma non può essere un profeta. La funzione del
profeta è di preparare l'avvenimento ultimo. Dopo Giovanni Battista. ciò non può
più accadere perché l'avvenimento decisivo si è compiuto: la porta del Regno dei
cieli è aperta.
Ma se Gesù sottolinea l'abisso che lo separa da Giovanni, è da ammirare il
modo con il quale rende testimonianza a Giovanni, allo stesso modo che Giovanni
ha reso a Lui testimonianza. È l'opposto di una concorrenza. Vi è stata
concorrenza a livello di discepoli: ciò che gli uni guadagnavano, gli altri perdevano. Ma a livello di Giovanni
Battista e di Gesù, la situazione è diversa. Giovanni rende omaggio a Gesù e
riconosce in lui colui che egli aveva in missione di preparare. Gesù rende
omaggio a Giovanni Battista riconoscendo in lui il più grande dei figli di danna, vale a dire quanta vi è di
più grande al di fuori del Regna di Dio vero e proprio. Vi è una scambio di
riconoscimenti, un reciproco rispetta fra il precursore e colui che viene dopo
di lui. La gloria di Gesù è maggiore della gloria di Giovanni, ma ciò non
impedisce a quest'ultimaa di essere ugualmente autentica. San Paola dirà più
tardi, a proposito di Mosè, che la gloria che risplende sul volto di Gesù oscura
la gloria d'Israele, non perché quest'ultima non sia una gloria, ma perché le
succede una gloria ancor più grande (2 Cor. 3, 7-11). È possibile affermare una
superiorità senza implicare alcun concetto di svalutazione. Dire che qualche cosa è più grande
non significa che quanto gli sta al di sotto non sia grande.
Dire che il cristianesimo è l'abbagliante manifestazione di Dio non significa
che il giudaismo a le altre religioni pagane non abbiano ognuna la loro gloria.
Noi non contrapporremo mai il cristianesimo alle altre religioni in termini di
bene e di male. Diremo che nel cristianesimo brilla una gloria così abbagliante
della Trinità che la luminosità di tutta quanto non è esso medesimo ne viene
oscurata; alla stesso modo, il sole al sua levarsi, fa svanire il brillio delle
stelle, non perché la luce delle stelle cessi di brillare ma perché noi, avvolti come
siamo da questa luce suprema, non riusciamo più a percepire le altre.
È questo che gli Ebrei non capiscono. Gesù lo rimprovera loro ispirandosi all'Ecclesiaste
dove sta scritta: «Vi è un tempo per piangere ed un tempo per
danzare» (3, 4). Essi vivono male interpretando i tempi. Vi sono momenti, sembra
dire Gesù, in cui vi si invita a piangere e voi vi mettete a danzare; altri in
cui vi si invita a danzare e vai vi mettete a piangere. Decidetevi a seguire la
musica: «non impedite che si canti» (Eccl. 32, 3). Quando Giovanni Battista è
venuta, era tempo di piangere; ma allora non avete fatto penitenza. Luca 7, 30,
testo parallela al nostro ci dice che « i Farisei ed i dottori della legge non
si fecero battezzare da lui ». Ora il Figlio dell'uomo è venuto ed è il tempo
della gioia; voi non siete capaci di gioia più che di penitenza. Voi siete
sempre in ritardo. E qui ritroviamo il leitmotiv di questo studio su Giovanni
Battista: il rispetto dei tempi, la fedeltà nel coincidere con ciò che
costituisce il momento presente della storia della Salvezza. Il testo continua a
contrapporre Giovanni che in penitenza si privava del cibo e delle bevande a
Gesù che mangia e beve. Qui, il vino è il simbolo della gioia messianica, come
ancora recentemente ha dimostrata la tesi di P. Lebeau. Il digiuno di Giovanni
corrispondeva al tempo dell'attesa, ma ora noi siamo ammessi al convita regale.
La vera intelligenza è di saper discernere i tempi. Perché «la Sapienza è
stata giustificata da tutti i suoi figli» (Lc. 7, 35) (2). Questo testo è l'unico
del Vangelo nel quale si parli della Sapienza di Dio, della Sophia. Questa
Sapienza, che dispone ogni cosa con ordine e soavità è la stessa di cui ci
parlano i libri sapienziali. Essa è l'espressione della misericordia e
dell'intelligenza con la quale Dio compie i suoi disegni. Alla fine, gli
avvenimenti renderanno giustizia a questa Sapienza. E quelli tra i suoi figli
che avranno saputo entrare nel disegno di Dio, le renderanno testimonianza. È
vero che agli occhi della nostra ragione questa Sapienza non appare subito
evidente. È vero che il mondo appare privo di sapienza e governato soltanto dal
caso; e non manifesta l'opera di un Dio intelligente e misericordioso. Questa è
l'obiezione più comune che incontriamo, è la stessa che si pone Giovanni
Battista, sconcertato come lo siamo tutti, come dobbiamo esserlo tutti dal modo
con il quale avvengono le cose. Ma ciò fino al momento in cui, penetrando maggiormente nella realtà, e confidando éome Giovanni nella parola di Gesù,
scopriamo che, attraverso queste apparenti tortuosità, si compie un disegno la
cui sapienza supera infinitamente la nostra, disegno nel quale siamo in diritto di avere totale fiducia. E ciò sarà attestato dai figli della
Sapienza, che riconosceranno di aver avuto ragione, un giorno, di confidare in
questo disegno di Dio, di averne rispettato le scadenze, di essersi lasciati
condurre da questa Sapienza anche quando erano disorientati dalle vie che essa
seguiva.
[1] « Theol. Wört. N. T. », p. 160.
[2] Matteo dice: «La Sapienza è stata giustificata dalle sue opere ».