PICCOLI GRANDI LIBRI   JEAN DANIÉLOU
GIOVANNI BATTISTA
TESTIMONE DELL'AGNELLO

MORCELLIANA 1965
Titolo originale dell'opera: Jean Baptiste témoin de l'Agneau, by Éditions du Seuil 1964
Trad. di Velleda Minelli Meneghetti

Cap. I - LA VOCAZIONE
La vocazione come missione
La vocazione come elezione
Vocazione e comunione
Cap. V - IL BATTISTA
La predicazione
L'imminenza della Parusia
Il battesimo di Giovanni
Cap. IX - L'AMICO DELLO SPOSO
Gli stati del verbo incarnato
L'annientamento di Giovanni davanti a Gesù.
La gioia spirituale
Cap. II - LA SANTIFICAZIONE
La visita
La consacrazione.
La gioia dei poveri .
Cap. VI - GESÙ BATTEZZATO DA GIOVANNI
La successione dei tempi
Cap. X - LA PROVA DELL'AMORE
La notte della fede.
Ogni cosa ha il suo tempo.
Cap. III - LE CRESCITE
La comunità tradizionale
Gli Esseni
Il deserto
Cap. VII - LA TRINITÀ
Precursore e testimone
La colomba ed il tuono.
Trinità e incarnazione
L'inaugurazione della missione.
Battesimo di acqua e battesimo di spirito.
Cap. XI - LA MORTE
Erode Antipa .
Giovanni ed Erodiade
Il martirio
Cap. IV - L'AVVENTO
Il profeta.
Il precursore
Il predicatore
Cap. VIII - LA TESTIMONIANZA
La testimonianza di Giovanni nell'Evangelo Giovanneo
La teologia della testimonianza
Il testimone della luce.
La testimonianza della vita.
Cap. XII - PRESENZA DI GIOVANNI BATTISTA
Il ricordo.
La gloria.
Il ministero

CAPITOLO DECIMO
LA PROVA DELL'AMORE

Nell'ultimo periodo della sua vita, Giovan ni Battista rientra progressivamente nell'oscurità e si cancella davanti al Cristo: «È lo Sposo chi ha la Sposa; ma l'amico dello Sposo che gli sta vicino e l'ascolta, si riempie di gioia alla voce dello Sposo... Bisogna che egli cresca ed io diminuisca ». A proposito di questo passo mirabile, abbiamo già detto che sentivamo l'eco di un'esperienza spirituale quasi mistica. Nell'istante in cui la sua influenza svanisce sul piano apparente, Giovanni Battista è misteriosamente ed intimamente introdotto in un'unione d'amore incomparabile con il Cristo. Ciò che tocca il suo animo, ciò che colma il suo cuore di gioia è il vedere compiuto quanto aveva avuto in missione di preparare: le nozze del Verbo e dell'umanità. «Chi ha lo Sposo è la Sposa ». Giovanni Battista non aspirava che a quello. Ed ora ne vede il compimento poiché gli uomini vanno verso Gesù. L'oblio del quale si sente circondato non è nulla se paragonato all'esultanza del suo animo che contempla il compimento del mistero.
Ma questo periodo della vita di Giovanni Battista è anche un: periodo di prova, nella quale la sua santità si approfondisce e si rafforza. L'amore, dice il Cantico dei Cantici « è forte come la morte, duro come l'inferno»ma si consolida perfettamente soltanto dopo aver subìto delle prove; soltanto allora esso mette radici profonde. La prova dell'amore di Giovanni Battista è riferita in un testo che appare stupefacente sotto ogni aspetto. È sconcertante per il suo contenuto, è enigmatico nella sua espressione. Esso allude ad un complesso di cose difficili da capire e delle quali noi avvertiamo un retroscena incontestabile. Ecco il testo:
«Or, Giovanni, mentre era in prigione, avendo inteso parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: 'Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?'. E Gesù rispose loro: 'Andate e riferite a Giovanni quello che voi udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri è annunziata la buona novella, e beato è colui che non troverà in me occasione di scandalo '. Mentre quelli se ne andavano, prese a dire alla folla riguardo a Giovanni: 'Che cosa siete andati a vedere nel deserto? una canna agitata dal vento? Ma che siete andati a vedere, un uomo vestito di morbide vesti? Ecco, quelli che portano morbide vesti stanno nei palazzi dei re. A che scopo dunque siete andati? A vedere un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: Ecco io mando innanzi a te il mio nunzio, perché prepari là tua via dinnanzi a te. In verità vi dico: fra tutti i nati di donna non è mai sorto nessuno più grande di Giovanni Battista! Tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Dai giorni di Giovanni Battista fino ad oggi, il regno dei cieli si acquista colla forza e sono i violenti che se ne impadroniscono; perché tutti i profeti e la legge hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, è lui quell'Elia che deve venire. Chi ha orecchi da intendere intenda. Ma a chi paragonerò io questa generazione? È simile a quei ragazzi seduti sulle pubbliche piazze, e che, gridando ai loro compagni, dicono: 'Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, vi abbiamo cantato lamenti e non vi siete battuti il petto '. È venuto infatti Giovanni che non mangia, né beve, e dicono: ' Ha un demonio'. È venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e che beve, e dicono: 'Ecco un mangione ed un bevitore, amico dei pubblicani e dei peccatori'. Ma alla Sapienza è stata resa giustizia dalle sue opere» (Mt. 11, 2-19).
Già abbiamo utilizzato degli elementi di questo brano ed in particolare il parallelismo che Gesù stabilisce fra sé e Giovanni; e quindi
non ne riparleremo. Ma d'altra parte, questo testo contiene tre cose che possono stupire. La prima è la domanda di Giovanni con la quale egli, dopo essere stato precursore e testimone, sembra voler rimettere tutto in questione: «Sei tu colui che deve venire? ». Ci troviamo di fronte ad uno di quei brani la cui autenticità storica appare incontestabile proprio perché a prima vista esso appare imbarazzante; sembra infatti far capire che Giovanni attraversi una crisi di dubbio nei riguardi di Gesù. Segue poi la testimonianza straordinaria che Gesù rende a Giovanni. Senza entrare in particolare nel parallelismo di cui già abbiamo parlato, dovremo mettere in luce il valore di questa testimonianza. Infine, vedremo la parte finale a proposito dei fanciulli che cantano e i cui compagni non danzano, che piangono ma i cui compagni non piangono, e che giustificano la Sapienza. Passaggio misterioso, che ci svela nuovamente aspetti importanti del significato di Giovanni Battista.

La notte della fede

Nella prima parte troviamo Giovanni al colmo della prova. La sua vita è l'opposto di una vita coronata, al suo tramonto, da onori, da decorazioni, da titoli accademici, da presidenze. La sua vita si conclude nell'umiliazione. Padre de Foucauld aveva notato che, come la vita del Signore, quella dei suoi discepoli terminava così. Giovanni, lungi dal ricevere ricompense umane di quanto ha fatto, cade in una totale povertà, in una totale miseria. Che cosa gli dà allora, Dio? Le prove interiori, che danno !'impressione che persino la sua fede sia scossa. Pensiamo a Teresa di Lisieux che ha trascorso gli ultimi mesi della sua vita nelle prove di fede più tragiche, durante le quali essa aveva la consapevolezza di condividere tutte le sofferenze degli atei, pur senza acconsentire a tali tentazioni. Nuovamente, la vita di Giovanni ci appare come esemplare. In essa non troviamo soltanto una biografia del passato, ma determinati aspetti della vita del Signore, del suo modo di guidare i suoi e di introdurli profondamente nella realtà stessa della vita spirituale.
Giovanni manda i suoi discepoli da Gesù per dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro? ». Testo difficile da capire perché può essere interpretato erratamente in ognuno dei due sensi. Innanzitutto si può minimizzarlo. Alcuni esegeti hanno pensato che Giovanni Battista mandi i suoi discepoli a fare questa domanda a Gesù, pur essendo da parte sua perfettamente convinto della risposta; li avrebbe mandati per far loro apprendere dalla bocca dello stesso Gesù che egli era proprio colui che doveva venire. Questa interpretazione toglie alla questione ogni significato drammatico. La seconda interpretazione, invece, tende a farci credere che qui vi sia, da parte di Giovanni, un ripensamento su ciò di cui qualche tempo prima era stato convinto dalla teofania del Giordano: la divinità di Gesù, che gli era apparsa in evidenza splendente rendendolo testimone perenne. Pensare che, dopo qualche settimana o qualche mese, la fede di Giovanni sia totalmente scossa, ci riesce assai difficile.
In verità, sembra proprio - è il parere della Bibbia di Gerusalemme e di numerosi esegeti - che a questo momento vi sia per Giovanni una prova vera, non un ripensamento totale, ma la prova stessa della fede. La fede di Giovanni non è tanto scossa, quanto provata, con quello che sempre mette alla prova la fede: il modo in cui vanno le cose. La fede introduce sempre in vie sconcertanti, in relazione alle esperienze precedenti e di conseguenza al modo in cui si immaginavano le cose. Giovanni Battista si era immaginato le cose in un determinato modo che noi conosciamo molto bene perché lo esponeva nella sua predicazione, cioè che la conversione era urgente, perché Dio stava per manifestarsi
in potenza nel tuono e nel fuoco, per venire a giudicare il mondo, per condannare i peccatori e per salvare i giusti. Giovanni Battista attendeva dunque una manifestazione messianica nel senso in cui l'attendevano gli Ebrei più religiosi di quel tempo, come ad esempio i santi monaci delle sponde del mar Morto, non simile ad una clamorosa vittoria politica, come la immaginavano gli zeloti, ma come la gloriosa venuta di Dio nel deserto. « lo sono la voce di colui che grida: 'Preparate le vie del Signore' ».
Ma le cose non vanno assolutamente in questo modo. « Beato colui che non troverà in me occasione di scandalo» (Mt. 11, 6), dice Gesù. Gesù sa che per gran parte degli Ebrei sarà ragione di scandalo, che va preparando loro un trabocchetto nel vero senso della parola. Per Gesù che amava il suo popolo, questa è una cosa tragica. Gli Ebrei vi inciamperanno anziché riconoscerlo, perché essi saranno da lui totalmente delusi. Invece di quella manifestazione di potenza con la quale essi si aspettavano che Jahvé manifestasse la sua gloria splendente agli occhi delle genti e testimoniasse che il Dio d'Israele era il vero Dio, il Signore rivelerà le sue vie attraverso l'oscurità, l'umiltà, la pazienza. È comprensibile come anche Giovanni sia disorientato e venga a domandare a Gesù una conferma. Egli non perde la fede, ma si trova nella più completa oscurità. E questo è, in determinati momenti, la condizione stessa della fede. Per esserne convinti non c'è che leggere san Giovanni della Croce. Giovanni Battista testimonia qui quel momento della fede in cui chi crede è disorientato per il modo con il quale Dio conduce le cose; allora non gli resta altro ricorso che la fede allo stato
assolutamente puro, il ricorso a colui che è la sorgente stessa della fede. E questo fa Giovanni Battista; egli si rivolge a Gesù stesso; gli presenta le sue difficoltà, rimettendosi interamente nelle sue mani. 
Dobbiamo precisare ciò che disorienta Giovanni. La caratteristica che in Dio gli sembra primaria è la sua totale assenza di complicità con il peccato. E questo è veramente primario perché è ciò che fa sì che Dio sia Dio. Giovanni Battista, come Elia, è prima di tutto profeta della santità di Dio. Ora, in Gesù c0mincia a manifestarsi un altro volto. Esso ci appare nella risposta di Gesù a Giovanni: « Andate e riferite a Giovanni quello che voi udite e vedete: i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, ai poveri è annunziata la buona novella; ed è beato colui che non troverà in me occasione di scandalo ». Ecco lo scandalo. Sia per Giovanni che per questi Ebrei compenetrati dal senso della grandezza di Dio, lo scandalo è proprio l'eccesso di misericordia, è questa manifestazione nella quale Dio, invece di presentarsi come colui che condanna il peccato, appare come colui che viene a salvare il peccatore. Ed hanno ragione di essere disorientati perché, normalmente, al peccato dovrebbe rispondere la collera. La misericordia è assolutamente insperata, sconcertante, perché va al di sopra ed oltre la collera. Essa è più misteriosa della collera
perché questa risponde all'ordine naturale delle cose; ogni uomo che si trovi nel peccato deve essere colpito come peccatore, è l'esperienza stessa che vive l'uomo peccatore: esso si sente lontano e separato da Dio, condannato da Lui. Credere alla misericordia è molto più difficile, essa infatti ci assicura che quando noi siamo impuri, menti tori, orgogliosi, la potenza dello Spirito Santo è capace di superare tutto e di renderci nuovamente possibile !'ingresso vicino al Padre. 
Viene immediato l'accostamento di questo testo riguardante Giovanni Battista, con il brano del Primo Libro dei Re (19, 9-13) nel quale Jahvé converte Elia a quella medesima verità alla quale Gesù converte il Battista. ({ Là entrò in una grotta e vi passò la notte. Ed ecco la parola del Signore gli fu rivolta e disse: . Che cosa fai qui, Elia?'. Ed egli rispose: . Sono agitato di zelo per il Signore, Iddio delle Schiere, perché i figli d'Israele hanno abbandonato il tuo patto, hanno distrutto i tuoi altari e hanno trafitto di spada i tuoi profeti; sono rimasto io solo e cercano di togliermi la vita. Allora il Signore gli disse: . Esci fuori e fermati sul monte davanti al Signore. Ed ecco passare il Signore preceduto da un forte vento che squarciava i monti e spezzava le pietre, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco; ma il Signore non era nel
fuoco. E dopo il fuoco un rumore d'aura lieve. Quando Elia lo udì, si coprì la faccia col mantello, e uscì fuori e si fermò sull'entrata della grotta ». Con questa quadruplice manifestazione, Jahvé vuol far capire ad Elia che egli non è soltanto nel fuoco, nel terremoto, nel vento, come era lo Jahvé del Sinai, ma è anche nel soffio leggero; ciò che lascia intuire un messaggio più interiore e misericordioso.
Giovanni ottiene dunque una riposta alla sua domanda. Riconosce ohe Gesù è proprio colui che doveva giungere a questa rivelazione della misericordia. Ma in questo mondo della misericordia egli non ha ancora diritto di entrare. Deve rimanere alle soglie, deve continuare a svolgere il suo compito, che è quello della condanna, quando già Gesù comincia il suo che è quello del perdono. Giovanni, tuttavia, non è affatto schiavo del suo atteggiamento, è soltanto fedele alla sua missione. La rivelazione del tempo della misericordia è per lui un'esperienza spirituale incomparabile che
lo inizia alla contemplazione di questo momento nuovo e supremo della storia della salvezza: quello in cui il Piglio dell'uomo offre la sua vita per il mondo peccatore. Egli già l'aveva capito allorché aveva designato Gesù come l'agnello che prende su di sé il peccato del mondo. È ciò che aveva avuto in missione di preparare; e di ciò è il testimone ammirato, pur non avendo il diritto, proprio per fedeltà, di interferire nella missione di un altro. Giovanni non fa quello che soltanto Gesù può e deve fare.

Ogni cosa ha il suo tempo

Gesù esprime tale relazione che lo unisce al suo precursore, nella seconda parte del nostro testo, nella quale gli rende testimonianza. Ne citeremo queste poche righe: « Dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora, il regno dei cieli si acquista con la forza, e sono i violenti che se ne impadroniscono, perché tutti i Profeti e la Legge hanno profetato fino a Giovanni. E se lo volete accettare, è lui quell'Elia che deve venire, chi ha orecchi per intendere mi intenda ». (Mt. 11, 12-15). Poco prima, Gesù aveva detto che se Giovanni Battista è n più grande fra i figli di donna, è n più piccolo fra i figli del Regno dei cieli, perché egli appartiene all'età precedente. Ora è iniziata una nuova età, nella quale n Regno di Dio è oggetto di violenza. Numerose sono le interpretazioni date a questo passaggio, ed in buona parte contraddittorie. Alcuni lo intendono in un senso peggiorativo: il Regno dei cieli è perseguitato, assoggettato alla violenza. Sarebbe questa un'allusione alle opposizioni incontrate dal Cristo e l'espressione della contraddizione contro la quale viene ad urtare il Regno dei cieli. Schrenk (1) sostiene questa interpretazione. Tuttavia essa non sembra accettabile. Vi è poi un'interpretazione ascetica che si trova già in Clemente d'Alessandria: entreranno nel Regno dei cieli coloro che faranno violenza a se stessi. L'interpretazione è devota, sostanzialmente vera, ma letteralmente non esatta. Non vi è alcuna allusione all'ascesi in queste parole. È il tipico accomodamento omiletico, vero in ciò che esso dice, ma che dà un'interpretazione falsata del testo di cui parla.
Qual è allora il significato reale? Dopo Giovanni Battista ha inizio qualche cosa di nuovo: la porta del Regno dei cieli comincia ad essere sfondata. Mentre per n passato n Regno dei cieli era assolutamente impenetrabile, da questo momento è possibile entrarvi. Per rappresentarci questo avvenimento, lo si può immaginare nel modo seguente: l'umanità attendeva dal tempo di Adamo davanti a questa porta: premeva su di essa ma questa non voleva cedere. Bruscamente, la porta cede e !'immensa marea umana comincia ad entrare. Ecco l'avvenimento che si sta compiendo. Gesù aveva detto che il più piccolo del Regno dei cieli è più grande di Giovanni Battista. Dirà in seguito che quanto avevano annunziato tutti i profeti è ormai giunto. In questo contesto, la nostra frase ha un senso ben preciso: significa che l'età di Giovanni non è ancora quella in cui la porta è aperta: Giovanni è l'ultimo di coloro che premevano su
di essa. Ma «dai giorni di Giovanni» ora avviene una cosa nuova e straordinaria: la porta ha ceduto - o più precisamente ha cominciato a cedere. Perché si comincerà ad entrare soltanto alla Risurrezione. La porta scricchiola, è esattamente la situazione alla quale corrisponde il ministero di Gesù prima della Risurrezione.
Notiamo d'altra parte la strana affermazione che Gesù fa su Giovanni: «È lui l'Elia che deve venire ». Ricorderemo che in Luca 1, 17 l'angelo che appare a Zaccaria nel tempio, dice già ancor prima della nascita di Giovanni Battista, che questi verrà in spiritu Eliae, nello spirito di Elia. E pure ricorderemo che in Giovanni 1, 21 i messaggeri dei Farisei domandano a Giovanni Battista: «Sei tu Elia, sei tu il profeta? ». E soprattutto in Matteo 17, 10-13, leggiamo questo: «I discepoli lo interrogarono dicendo: Perché dunque gli scribi dicono che deve venire prima Elia? Egli rispose loro: È vero, Elia ha da venire e ristabilirà tutte le cose. Ma vi assicuro che Elia è già venuto e non l'hanno voluto riconoscere, ma gli hanno fatto tutto quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell'uomo dovrà soffrire da parte loro. Allora i discepoli compresero che aveva parlato loro di Giovanni Battista ».
Questa relazione di Giovanni ed Elia esige un chiarimento. Elia è, insieme con Enoch, uno dei due santi dell'Antico Testamento dei
quali si dice siano stati trasportati in cielo da vivi. Gli Ebrei pensavano che Elia sarebbe ritornato e che il suo ritorno avrebbe immediatamente preceduto gli ultimi avvenimenti. Ora Gesù ci spiega che non è Elia in carne ed ossa a dover venire - Erode a proposito di Gesù si è domandato se non fosse Elia redivivus (Lc. 9, 8) - ma che il nuovo ed ultimo Elia è proprio Giovanni. Profeta simile ad Elia ma di lui più grande, è inviato, come un nuovo Elia, per essere l'ultimo di tutti i profeti. Da questo punto di vista, Maometto non è un profeta e ciò per una ragione non psicologica, ma teologica. La profezia fa parte non della psicologia, ma della storia della salvezza. Maometto è una grande personalità religiosa, ma non può essere un profeta. La funzione del profeta è di preparare l'avvenimento ultimo. Dopo Giovanni Battista. ciò non può più accadere perché l'avvenimento decisivo si è compiuto: la porta del Regno dei cieli è aperta.
Ma se Gesù sottolinea l'abisso che lo separa da Giovanni, è da ammirare il modo con il quale rende testimonianza a Giovanni, allo stesso modo che Giovanni ha reso a Lui testimonianza. È l'opposto di una concorrenza. Vi è stata concorrenza a livello di discepoli:
ciò che gli uni guadagnavano, gli altri perdevano. Ma a livello di Giovanni Battista e di Gesù, la situazione è diversa. Giovanni rende omaggio a Gesù e riconosce in lui colui che egli aveva in missione di preparare. Gesù rende omaggio a Giovanni Battista riconoscendo in lui il più grande dei figli di danna, vale a dire quanta vi è di più grande al di fuori del Regna di Dio vero e proprio. Vi è una scambio di riconoscimenti, un reciproco rispetta fra il precursore e colui che viene dopo di lui. La gloria di Gesù è maggiore della gloria di Giovanni, ma ciò non impedisce a quest'ultimaa di essere ugualmente autentica. San Paola dirà più tardi, a proposito di Mosè, che la gloria che risplende sul volto di Gesù oscura la gloria d'Israele, non perché quest'ultima non sia una gloria, ma perché le succede una gloria ancor più grande (2 Cor. 3, 7-11). È possibile affermare una superiorità senza implicare alcun concetto di svalutazione. Dire che qualche cosa è più grande non significa che quanto gli sta al di sotto non sia grande. Dire che il cristianesimo è l'abbagliante manifestazione di Dio non significa che il giudaismo a le altre religioni pagane non abbiano ognuna la loro gloria. Noi non contrapporremo mai il cristianesimo alle altre religioni in termini di bene e di male. Diremo che nel cristianesimo brilla una gloria così abbagliante della Trinità che la luminosità di tutta quanto non è esso medesimo ne viene oscurata; alla stesso modo, il sole al sua levarsi, fa svanire il brillio delle stelle, non perché la luce delle stelle cessi di brillare ma perché noi, avvolti come siamo da questa luce suprema, non riusciamo più a percepire le altre.
È questo che gli Ebrei non capiscono. Gesù lo rimprovera loro ispirandosi all'Ecclesiaste dove sta scritta: «Vi è un tempo per piangere ed un tempo per danzare» (3, 4). Essi vivono male interpretando i tempi. Vi sono momenti, sembra dire Gesù, in cui vi si invita a piangere e voi vi mettete a danzare; altri in cui vi si invita a danzare e vai vi mettete a piangere. Decidetevi a seguire la musica: «non impedite che si canti» (Eccl. 32, 3). Quando Giovanni Battista è venuta, era tempo di piangere; ma allora non avete fatto penitenza. Luca 7, 30, testo parallela al nostro ci dice che « i Farisei ed i dottori della legge non si fecero battezzare da lui ». Ora il Figlio dell'uomo è venuto ed è il tempo della gioia; voi non siete capaci di gioia più che di penitenza. Voi siete sempre in ritardo. E qui ritroviamo il leitmotiv di questo studio su Giovanni Battista: il rispetto dei tempi, la fedeltà nel coincidere con ciò che costituisce il momento presente della storia della Salvezza. Il testo continua a contrapporre Giovanni che in penitenza si privava del cibo e delle bevande a Gesù che mangia e beve. Qui, il vino è il simbolo della gioia messianica, come ancora recentemente ha dimostrata la tesi di P. Lebeau. Il digiuno di Giovanni corrispondeva al tempo dell'attesa, ma ora noi siamo ammessi al convita regale.
La vera intelligenza è di saper discernere i tempi. Perché «la Sapienza è stata giustificata da tutti i suoi figli» (Lc. 7, 35) (2). Questo testo è l'unico del Vangelo nel quale si parli della Sapienza di Dio, della Sophia. Questa Sapienza, che dispone ogni cosa con ordine e soavità è la stessa di cui ci parlano i libri sapienziali. Essa è l'espressione della misericordia e dell'intelligenza con la quale Dio compie i suoi disegni. Alla fine, gli avvenimenti renderanno giustizia a questa Sapienza. E quelli tra i suoi figli che avranno saputo entrare nel disegno di Dio, le renderanno testimonianza. È vero che agli occhi della nostra ragione questa Sapienza non appare subito evidente. È vero che il mondo appare privo di sapienza e governato soltanto dal caso; e non manifesta l'opera di un Dio intelligente e misericordioso. Questa è l'obiezione più comune che incontriamo, è la stessa che si pone Giovanni Battista, sconcertato come lo siamo tutti, come dobbiamo esserlo tutti dal modo con il quale avvengono le cose. Ma ciò fino al momento in cui, penetrando maggiormente nella realtà, e confidando éome Giovanni nella parola di Gesù, scopriamo che, attraverso queste apparenti tortuosità, si compie un disegno la cui sapienza supera infinitamente la nostra, disegno nel quale siamo in
diritto di avere totale fiducia. E ciò sarà attestato dai figli della Sapienza, che riconosceranno di aver avuto ragione, un giorno, di confidare in questo disegno di Dio, di averne rispettato le scadenze, di essersi lasciati condurre da questa Sapienza anche quando erano disorientati dalle vie che essa seguiva.

[1] « Theol. Wört. N. T. », p. 160.
[2] Matteo dice: «La Sapienza è stata giustificata dalle sue opere ».