JEAN DANIÉLOU
GIOVANNI BATTISTA
TESTIMONE DELL'AGNELLO
MORCELLIANA 1965
Titolo originale dell'opera: Jean Baptiste témoin de l'Agneau, by Éditions du
Seuil 1964
Trad. di Velleda Minelli Meneghetti
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Cap. I - LA VOCAZIONE La vocazione come missione La vocazione come elezione Vocazione e comunione |
Cap. V - IL BATTISTA La predicazione L'imminenza della Parusia Il battesimo di Giovanni |
Cap. IX - L'AMICO DELLO SPOSO Gli stati del verbo incarnato L'annientamento di Giovanni davanti a Gesù. La gioia spirituale |
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Cap. II - LA SANTIFICAZIONE
La visita La consacrazione. La gioia dei poveri . |
Cap. VI - GESÙ BATTEZZATO DA
GIOVANNI La successione dei tempi |
Cap. X - LA PROVA DELL'AMORE La notte della fede. Ogni cosa ha il suo tempo. |
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Cap. III - LE CRESCITE La comunità tradizionale Gli Esseni Il deserto |
Cap. VII - LA TRINITÀ Precursore e testimone La colomba ed il tuono. Trinità e incarnazione L'inaugurazione della missione. Battesimo di acqua e battesimo di spirito. |
Cap. XI - LA MORTE Erode Antipa . Giovanni ed Erodiade Il martirio |
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Cap. IV - L'AVVENTO Il profeta. Il precursore Il predicatore |
Cap. VIII - LA TESTIMONIANZA La testimonianza di Giovanni nell'Evangelo Giovanneo La teologia della testimonianza Il testimone della luce. La testimonianza della vita. |
Cap. XII - PRESENZA DI GIOVANNI
BATTISTA Il ricordo. La gloria. Il ministero |
CAPITOLO UNDICESIMO
LA MORTE
Abbiamo detto che Giovanni Battista era stato precursore e poi testimone di Cristo. Un'ultima gloria gli appartiene: quella del martirio. L'anno liturgico, per uno speciale privilegio, lo ricorda due volte. Celebra la sua natività il 24 giugno ed il suo martirio il 29 agosto. È nominato nella liturgia della messa, al momento del Nobis quoque peccatoribus, in testa alla lista dei martiri, prima di Stefano e di Ignazio, prima di Cecilia ed Agnese. L'inno di Lodi del 24 giugno gli attribuisce la triplice corona di profeta, di vergine, di martire. La sua morte viene così a suggellare, con un supremo atto d'amore, la testimonianza dell'intera sua vita. In questo è, essa stessa, la suprema testimonianza, il martyrion.
Erode Antipa
Dobbiamo innanzitutto descriverne le circostanze. La morte è uno degli
episodi della vita di Giovanni Battista la cui ricostruzione storica è più
avvincente. Ne possediamo due racconti, l'uno appartiene al Nuovo Testamento e lo prendiamo da Marco,
l'altro ci è tramandato dal grande storico ebreo della corte degli Erodi,
Giuseppe Flavio. Marco ci racconta innanzitutto l'arresto di Giovanni: « Infatti, Erode stesso aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo teneva incatenato
in carcere a causa di Erodiade, moglie di Filippo, suo fratello, poiché egli se
l'era presa per moglie. Giovanni, infatti, diceva ad Erode : Non ti è permesso
d'avere la moglie di tuo fratello. Ma Erode ce l'aveva contro di lui e voleva
farlo uccidere; tuttavia non poteva, perché Erode sentiva rispetto per Giovanni,
sapendo che era uomo giusto e santo, anzi lo difendeva e, udendolo, ne restava
molto perplesso, pure l'ascoltava volentieri» (6, 17-20).
Le prime righe di questo testo ci danno il punto di partenza del dramma. Per
capirle, bisogna sapere chi sono e che cosa rappresentano Erode ed Erodiade. Ci
troviamo nel mondo dei piccoli regni mediterranei sui quali si estendeva il
protettorato romano. Gli Erodi non erano ebrei ma transgiordani di Idumea.
Quattro di essi sano menzionati nel Nuova Testamento. Quando nacque Gesù Erode
il Grande regnava su tutta la Palestina. Si deve a lui il massacro dei Santi Innocenti.
Erode Antipa, suo figlio, era tetrarca di Galilea, poiché alla morte
di Erode il regno era stato suddiviso fra quattro dei suoi figli. Erode Agrippa I, nipote di Erode Antipa, restaurò a suo favore il regno di
Palestina. Per ordine suo, fu decapitato l'apostolo san Giacomo (Att. 12, 2). Infine, Agrippa
II, figlio del precedente e fratello di Berenice,
amante di Tito, è colui che giudicò Paolo a Cesarea (Att. 25, 13).
Quello che ora ci interessa è Erode Antipa. Al pari di suo padre, Erode il
Grande, egli appare un personaggio suscettibile. Il potere che detiene è
fragile. Egli si trova alla mercé del buon volere dei Romani, da un lato, degli
intrighi familiari dall'altro. Qualsiasi fermento popolare lo allarma. A questo
punto, ci interessa il racconto di Giuseppe perché è proprio in questa
prospettiva che egli spiega l'arresto e l'esecuzione di Giovanni. «Giovanni -
scrive Giuseppe - era uomo buono che predicava agli Ebrei di praticare le virtù,
di essere giusti verso il prossimo, devoti verso Dio, e di farsi battezzare;
poiché, se questo rito del battesimo gli sembrava utile, non era affatto per
cancellare i peccati ma soltanto per garantire la purezza dei corpi, essendo
l'animo già precedentemente purificato dalla giustizia. La folla si radunava
intorno a lui e tutti erano conquistati dai suoi discorsi; Erode temette dunque
che si valesse di tanto ascendente per trascinare il popolo a qualche rivolta» (Ant.
Jud. VIII, 5, 2, 117).
È di grande interesse questo ritratto di Giovanni fatto da un Ebreo quasi
contemporaneo. Giuseppe conferma la testimonianza degli Evangelisti sul fatto che il popolo era favorevole a Giovanni e che
questi attirava le folle al suo seguito. Ma si vede soprattutto che l'autore, il
quale s'interessa principalmente alla politica, attribuisce l'ostilità di Erode
al timore che il successo di Giovanni gli faceva nutrire per le sue ambizioni
politiche. Egli è certo che Erode ambiva restaurare a suo favore la sovranità di
suo padre sopra l'intera Palestina. Sappiamo che più tardi andrà a Roma per reclamare da Claudio questa sovranità e che tale imprudenza gli
procureràl'esilio nella Gallia. Gesù mette in guardia i suoi discepoli contro il
«lievito di Erode », cioè contro il messianismo terrestre (Mc. 8, 15).
Tuttavia, considerare Antipa soltanto un politico ambizioso e suscettibile,
come fa Giuseppe nel suo racconto, è ridurre il conflitto che lo pone di fronte
a Giovanni ad un puro conflitto politico, - tendenza questa comune agli storici
di ogni epoca -, significa disconoscerne il senso religioso. Ed anche
disconoscere un altro aspetto del carattere di Antipa. Infatti costui sembra
essere un uomo attratto ed insieme turbato dalle personalità religiose, come
dimostrano i suoi rapporti con Gesù. Quando i Farisei tentano di far credere a
Gesù che Erode vuole ucciderlo, certamente per le stesse ragioni per le quali
Giuseppe ci dice che egli aveva fatto uccidere Giovanni Battista, Gesù risponde
loro queste strane parole: « Andate a dire a quella volpe: ecco io caccio i demoni, opero delle
guarigioni, oggi e domani; e il terzo giorno avrò terminato. Ma oggi, domani e
domani l'altro bisogna che io sia in cammino» (Lc. 13, 32-33).
Gesù sottolinea bene, con le sue parole, di sapere che Erode poteva essere
bensì turbato per la sua influenza, ma altrettanto era impressionato per il
potere soprannaturale che si manifestava in lui. Ciò che apparirà pienamente
quando Pilato gli proporrà di vedere Gesù arrestato a Gerusalemme: dice Luca
(23, 8): « Erode, quando vide Gesù, ne fu molto contento perché da lungo tempo desiderava vederlo per tutto quello che aveva
sentito dire di lui e sperava che
lo avrebbe veduto compiere qualche miracolo ». Questa attrazione che sentiva per
Gesù, Erode l'aveva precedentemente sentita per Giovanni. Sembra persino che
fosse rimasto colpito più da Giovanni che da Gesù. Quando per la prima volta
sente parlare di Gesù, la sua prima reazione è di dire: « Giovanni il Battista è
risuscitato dai morti, è per questo che le potenze dei miracoli operano in lui»
(Mc. 6, 14). Quando Gesù tace davanti a lui, al momento della Passione, si sente
quasi rassicurato: lo disprezza.
Noi troviamo infatti questo atteggiamento inquieto nel testo che stiamo
studiando: « perché Erode sentiva rispetto per Giovanni, sapendo che era uomo
giusto e santo; anzi lo difendeva e, udendolo, ne restava molto perplesso, pure l'ascoltava
volentieri» (Mc. 6, 20). Possiamo vedere da queste parole la complessità del
carattere di Erode. Da un lato, diffida di Giovanni che gli sembra pericoloso
per le sue ambizioni; dall'altro, non può fare a meno di riconoscere in lui una
presenza divina che lo turba. In questa situazione si prova difficoltà a capire
come ragioni puramente politiche, che non erano poi così evidenti, in un momento
in cui !'influenza di Giovanni declinava, avrebbero potuto decidere Erode ad U'cciderlo.
Bisogna che sia intervenuto un altro fattore e questo nuovo fattore è Erodiade.
Giovanni ed Erodiade
Nella strana famiglia degli Erodi, gli intrighi d'amore avevano tanta
importanza quanto le rivalità di ambizioni. Erode Antipa aveva parecchi
fratelli. Uno di questi si chiamava Aristobulo, un terzo Giulio Erode. Fra
questi tre fratelli figli di Erode il Grande, si svolge il destino di Erodiade.
Essa è figlia di uno di essi, Aristobulo, sorella così di Erode Agrippa e zia di
Berenice. È moglie dell'altro, Giulio Erode, suo zio. Ma lo ha abbandonato per sposare il terzo, Erode Antipa, pure suo zio. Quest'ultimo che era sposato ed
aveva una figlia Salomè, aveva dovuto ripudiare sua moglie, una principessa
araba che era ritornata presso la sua famiglia. La chiave di questa vicenda è
l'ambizione di Erodiade. Essa aveva legato il suo destino a Giulio Erode, che era un personaggio insignificante.
Antipa, invece, vedeva aumentare la sua potenza. Stava per partire per Roma dove
avrebbe chiesto la corona di re di Palestina; in tal modo Erodiade sarebbe
diventata regina.
A questo momento interviene Giovanni Battista. La condotta di Erode
contravviene alla legge di Jahvé: « Non scoprire la nudità della moglie di tuo
fratello» (Lv. 18, 16). Erede dei Profeti dell'Antico Testamento, la cui
missione è quella di richiamare la Legge dell' Alleanza a quanti la violano,
viene a dire a Erode:« Non ti è permesso di avere per moglie la moglie di tuo
fratello» (Me. 6, 18). Erodiade sa che Erode «ascoltava Giovanni volentieri» (6,
20). Fin che Giovanni è presente, essa può temere che Erode si ravveda e che
tutti i suoi progetti personali cadano nel nulla. L'unica soluzione è di trovare
il modo di sopprimere Giovanni (6, 19). Ma l'influenza di lui sopra Erode è tale
che essa non può nulla. Così pare fosse la situazione. Si comprende come
Giuseppe, molto legato a Berenice, nipote di Erodiade, si sia limitato a darci
notizie generiche.
Giovanni appare qui sotto un nuovo aspetto, quale erede del profetismo
dell'Antico Testamento - l'ultimo dei profeti. Perché è proprio dei profeti
l'essere inviati da Dio per denunziare le violazioni della Legge, della carta
dell'Alleanza. Essi non fanno eccezione per alcuno. Anzi, sono inviati prima di tutto presso i principi di questa terra, la
cui responsabilità è più grave. In tal modo essi testimoniano che nessuna
grandezza terrena può sottrarsi al giudizio di Dio. Si espongono così a sfidare
!'ira dei potenti, dei quali contraddicono i progetti; e per questo sono sempre
perseguitati. Stefano vedrà nella persecuzione di Giovanni Battista da parte di
Erode, la continuazione delle persecuzioni dei profeti da parte dei re
d'Israele: «Quali dei profeti non perseguitarono i vostri padri? Essi uccisero
coloro che predicavano la venuta del Cristo, di cui voi in questi giorni siete
stati traditori e omicidi » (Att. 7, 52).
Giovanni ci appare qui fedele a se stesso, intransigente; ciò che lo
differenzia S01tto questo aspetto da Gesù. Giovanni è profeta del!'ira di Dio,
C01me dimostra la sua prima predicazione. Egli annunzia agli uomini la necessità
di convertirsi, poiché l'ira di Dio è vicina; penetrato dal concetto della
santità di Dio, egli denunzia implacabilmente le infedeltà, i peccati, i
tradimenti. Di fronte alla lussuria ed ai piaceri dell'ambiente di Erode,
Giovanni rappresenta il testimone di Dio che rifiuta ogni concessione allo
spirito mondano. L'esigenza, l'intransigenza, saranno sempre uno degli aspetti
del messaggio. Noi rivolgiamo alla Chiesa rimproveri contraddittori. Le
rimproveriamo talvolta di non condannare con sufficiente violenza determinate
cose, le rimproveriamo, in altri momenti, di non essere abbastanza indulgente verso
altre. Generalmente, le rimproveriamo di non essere sufficientemente severa con
ciò che anche noi condanniamo, e le rimproveriamo di non essere sufficientemente
indulgente con ciò che noi troppo facilmente assolviamo. Ad esempio, accusiamo
violentemente la Chiesa di non condannare la bomba atomica, ma troviamo poi che
è troppo severa in ciò che riguarda la morale coniugale. Ora, la Chiesa deve
comprendere in sé tutti e due gli estremi: essere indulgente ed esigente. Deve
essere colei che non ammette mai la complicità con il peccato, ma anche colei
che accoglie misericordiosamente i peccatori.
Giovanni appare logico nella sua intransigenza. Benché con Gesù la
misericordia sia già presente, egli continua a svolgere la sua missione di
severità. E Gesù darà riconoscimento a Giovanni, pur chiarendo d'essere venuto a
portare dell'altro. Ciò che è ammirevole è la fedeltà di Giovanni, non tanto a
se stesso, quanto alla sua vocazione: denunziare il peccato. La vocazione di
Gesù sarà di perdonare, ma essa ha significato soltanto perché segue la
vocazione di Giovanni. Perché, se il peccato non viene denunziato, non ha
bisogno di essere perdonato. La misericordia non ha senso se non là dove esiste
la consapevolezza del peccato. Diversamente, non si tratta di misericordia ma di
complicità, che della misericordia è la caricatura più terribile. La misericordia autentica
comprende in sé il giudizio e la collera, ma li sa superare grazie all'amore. Il
compito di Giovanni è dunque necessario. Nella pedagogia di ogni uomo, questo
momento giovanneo - la denunzia del male in tutte le sue espressioni - è un
momento che precede sempre quello della misericordia. Giovanni incarna così una
missione che continua nel tempo. Essa appare nel dramma del suo arresto, durante
il quale la sua intransigenza gli procura la prigione proprio per la sua fedeltà
nel rifiutare ogni complicità con il male.
Anche qui, Giovanni appare procedere nello spirito di Elia. Non c'è da
stupirsi che gli Ebrei si siano chiesti sé non fosse- proprio Elia tornato fra
loro. Infatti, Elia era andato da Achab, dopo che questi aveva fatto trucidare
Nabot per impossessarsi dei suoi beni. Dio così gli aveva detto: «Parti e va
incontro ad Achab, re d'Israele, che si trova in Samaria. Ecco, è nella vigna di
Nabot, dove è sceso per prenderne possesso. Gli parlerai dicendo: 'Così dice il
Signore: Hai ucciso e per giunta tu usurpi!'. Poi gli parlerai dicendo: 'Così
dice il Signore: in quel luogo stesso in cui i cani hanno leccato il sangue di
Nabot, leccheranno anche il tuo! '. Achab disse ad Elia: 'Tu mi hai colto in
fallo, o mio nemico! ' » (l Re 21, 18-20). Presso Achab sta Gezabele; presso
Erode, Erodiade. Si ripete la medesima storia. L'ultimo gesto di Giovanni Battista è quello che più
rivela l'uomo dell'Antico Testamento. Tutto ciò sarebbe potuto avvenire quindici
secoli prima.
Ma mai questo conflitto fra lo spirito del mondo e la legge di Dio è forse
esploso con tanta forza quanto nel drammatico confronto fra Giovanni ed
Erodiade. Costei incarna la pura volontà di potenza. Decisa a portare a termine
il suo disegno ambizioso, ell è pronta a spezzare qualsiasi ostacolo. .È
l'espressione stessa dello spirito della città terrestre, come la definiva sant'Agostino:
l'amore di sé fino al disprezzo di Dio. Ella è pronta a calpestare le leggi più
sante, se queste sono di ostacolo ai suoi piani. Ciò che le importa è soltanto
la riuscita della sua esistenza.
Di fronte a lei, Giovanni è il testimone delle vie del Signore. Aggrappato
dal fondo del suo animo alla legge divina, non sopporta che questa sia violata
ed è pronto a sfidare ogni collera per difenderla. Egli sa che deve esserne il
testimone, qualsiasi possano essere per lui le conseguenze. Egli incarna la
città di Dio fondata sull'amore di Dio fino al disprezzo di sé. Egli stesso non
ha vissuto che in funzione di 'questa legge. Essa l'ha fatto vivere ed ha dato
alla sua vita il vero significato. E non è soltanto esternamente che egli rende
di essa testimonianza, ma tutto il suo essere ne vive. Fra Erodiade e lui il
conflitto è totale.
Erode invece, è il vero esempio dell'uomo diviso; incarna quello che gli
Ebrei di quel tempo chiamavano dipsuchia , la duplicità dell'intenzione.
Condivide le ambizioni di Erodiade: geloso del suo potere desidera estenderlo
sempre più. Ma potrebbe realizzare le sue ambizioni anche senza Erodiade e
questo essa lo avverte molto bene. Per questo Giovanni è per lei più temibile di
quanto non lo sia per Erode. Inoltre, Erode è attratto da Giovanni, gli piace
ascoltarlo. Il Vangelo ci lascia capire che, persino dopo averlo fatto
incatenare in carcere, egli viene ad intrattenersi con lui. Il potere
soprannaturale che emana il Battista, lo affascina e lo inquieta insieme.
Certamente, egli teme che, legandosi maggiormente a lui, gli capiti qualche
sventura. Strana cosa ! Giuseppe ci dirà che quando Erode fu mandato in esilio
da Tiberio « molti Ebrei pensavano che l'esercito di Erode fosse stato colpito
da Dio e che lui stesso fosse stato molto giustamente punito di quanto aveva
fatto a Giovanni, detto il Battista» (Ant. Jud. XVII, 5, 2, 119).
Il martirio
Nel conflitto fra Giovanni ed Erodiade, vince Erodiade. Il Nuovo Testamento
ci permette di stabilire l'ordine degli avvenimenti. Dopo il battesimo di Gesù,
Giovanni prosegue il suo ministero per qualche mese. Battezza ad Enon, nei pressi del lago di Genezareth. È in questo periodo che i suoi
discepoli si inquietano per i progressi di Gesù. Il Vangelo di Giovanni precisa
che a quel tempo « non era stato ancora messo in carcere» (3, 24). Attorno a
quest'epoca, dovette andare a Tiberiade, residenza abituale di Antipa, nei
pressi di Enon, per rimproverargli il suo adulterio. Erode, influenzato da
Erodiade, l'arresta e 10 incatena in carcere (Me. 6, 17). Questa permanenza in
carcere dovette durare alcuni mesi, durante i quali Erode poté intrattenersi con
Giovanni, cosa che si può spiegare soltanto con la presenza di Giovanni presso
Erode. Non ci si immagina Erode che va a trovare Giovanni sulle rive del
Giordano.
Erodiade intanto aspettava l'occasione di strappare ad Erode la testa di
Giovanni. A tal fine, ordisce una trama che ci viene raccontata da Marea e da
Matteo. Erode, per festeggiare il suo compleanno, doveva offrire un banchetto «
ai suoi grandi, ai suoi tribuni ed ai principali della Galilea» (Mc. 6, 21).
Queste ultime parole sembrerebbero indicare che l'episodio si svolga a
Tiberiade. Tuttavia, Giuseppe afferma che Giovanni fu decapitato nella fortezza
di Macheronte, sulla costa nord-est del mar Morto, di fronte a Qumran. Questa
notizia non va dimenticata. Erode soggiornava dunque a Macheronte al momento
delle celebrazioni del suo compleanno. Questa residenza era di sua proprietà.
Proprio là la sua prima moglie, Cipros, si era ritirata, qualche mese prima, dopo che
era stata ripudiata; e di là era fuggita per raggiungere i suoi genitori a
Petra.
Erodiade aveva fatto entrare nel suo gioco la figlia Salomè. Marco non la
nomina, ma noi sappiamo il suo nome da Giuseppe: «e la figlia della stessa Ero
di ade entrò e ballò e piacque ad Erode ed ai convitati. Allora il re disse alla
fanciulla: 'Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò'. E le giurò: tutto quello
che vuoi domandarmi, te lo darò, fosse pure la metà del mio regno! Essa, uscita,
domandò a sua madre: 'Che cosa devo chiedere?'. Quella rispose: 'La testa di
Giovanni Battista'. Il re divenne triste, tuttavia a motivo del giuramento e per
riguardo ai convitati, non volle contrariarla con un rifiuto. E, mandato
subito un servo, gli diede ordine di portare la testa di Giovanni» (Mc. 6,
22-27). Sono indicative le ultime parole che rivelano molto bene che questa
morte era stata voluta da Erodiade.
Come era stato nella vita, così anche nella morte, Giovanni Battista appare
l'ultimo dei profeti ed il maggiore di essi. Infatti riepiloga, nel momento in
cui essa si compie, la drammatica storia dei profeti mandati incessantemente da
lahvé e respinti dal popolo. Gesù stesso ritraccia questa storia quando dice
rivolto agli Ebrei del suo tempo: «Guai a voi, scribi e 'Farisei ipocriti! che
fabbricate sepolcri ai profeti ed ornate le tombe ai giusti, e dice: 'Se fossimo vissuti
ai tempi dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue
dei profeti!'. Così, voi attestate contro voi stessi di essere figli di coloro
che uccisero i profeti. E voi colmate la misura dei vostri Padri» (Mt. 23,
29-32). E Gesù ricorda loro: « Il sangue innocente sparso sulla terra, dal
sangue del giusto Abele, fino a quello di Zaccaria, figlio di Barachia, che voi
uccideste fra il Tempio e l'Altare» (23, 35). Stefano diceva la stessa cosa: «
Quali dei profeti non perseguitarono i vostri padri?» (Att. 7, 52).
La morte di Giovanni Battista appare, in questo senso, l'espressione suprema
del peccato. Essa svela il peccato del mondo. L'aver ottenuto Erodiade la testa
di Giovanni Battista, esprime la volontà dell'uomo di bastare a sé stesso, di
autodefinirsi prescindendo da Dio. È il trionfo degli abitanti della terra i
quali, come dice l'Apocalisse, si rallegrano della morte dei profeti « perché erano diventati il
tormento degli abitanti
della terra»(Ap. 11, lO). È l'espressione di un mondo che grida vittoria dopo
essersi liberato da Dio. Nulla viene ormai più a disturbare la sua pretesa di
darsi da solo la propria legge. In ciò, la morte di Giovanni è esemplare perché
riassume, in un momento storico decisivo, l'universo del peccato.
La morte di Giovanni Battista è inoltre l'espressione della suprema condanna del mondo. Il suo sangue «ricadrà su
questa generazione» (Mt. 23, 36) con tutto il sangue innocentemente versato.
Completa così la sua condanna; è il giudizio del mondo, attira sul mondo la
coppa della collera di cui parla l'Apocalisse. Manifesta il mistero d'iniquità,
rivela apertamente che l'umanità è prigioniera del peccato. Come Giovanni
Battista segna la tappa suprema della preparazione alla Parusia nella linea del
profetismo, la sua morte segna la tappa suprema della preparazione della Parusia
nell'ordine del mistero del peccato. Sembra allora che !'incompatibilità fra il
Dio Santo ed Israele peccatore sia irrevocabile, che la suprema possibilità
d'Israele gli venga tolta, che resti fino alla fine quel popolo « duro di
cervice, incirconciso di cuore e di orecchi, sempre resistente allo Spirito
Santo» (Att. 7, 51).
Ma la morte di Giovanni segna anche il termine di questa storia della
condanna. Perché, dopo il sangue di Giovanni, un altro sangue sarà versato. Esso
non ricadrà come una condanna sopra coloro che l'avranno versato, ma sarà sparso
per la redenzione di molti. La morte di Giovanni è la prefigurazione della
morte di Gesù. E questo vuol dire innanzitutto che la morte di Gesù
assomiglierà alla sua: « Ma vi assicuro che Elia è già venuto, e non l'hanno voluto
riconoscere
ma gli hanno fatto tutto quello che hanno voluto. Così, il Figlio dell'uomo dovrà soffrire da parte loro. Allora i discepoli
compresero che aveva parlato loro di Giovanni Battista (Mt. 17, 12-13). Il
rifiuto e la morte del Battista prefigurano il rifiuto e la morte di Gesù, e questa morte rappresenterà veramente il massimo dell'iniquità. Sarà Gesù a
realizzare pienamente la figura del Servo di Jahvé respinto dal mondo peccatore.
Ma Giovanni è soltanto una prefigurazione di Gesù, perché con Gesù il sangue
versato acquista un significato nuovo. Esso è versato non più in segno di
condanna,' ma di redenzione. Il conflitto senza soluzione fra profeti e
peccatori si risolve con il profeta che prende su di sé il peccato del mondo.
Giovanni aveva designato Gesù come l'agnello, egli sapeva di appartenere ancora
al mondo in cui doveva denunziare il peccato, non liberare da esso. Lo Spirito
era dato ai profeti, il sangue era versato dai peccatori. Lo Spirito era effuso
in benedizione, ma il sangue era versato in maledizione. Il sangue di Giovanni
è l'ultimo che appartenga a questo ordine. D'ora in poi, il sangue che sgorgherà
dal corpo di Gesù, sarà Spirito e vita.
Per Erodiade, come per tutti «gli uomini della terra », la morte è
un'assurdità, totalmente spoglia di significato e rende insignificante
un'ambizione che viene ad infrangersi alla fine su di essa. Ma per Giovanni, la
morte è il vertice della sua vita, il momento che ne consacra il significato. Egli ha fondato la sua vita sulla parola che gli
è stata rivolta, e su questa parola fonda anche la sua morte. Nulla gli è tolto
che non abbia già donato. La morte non è che quel dono supremo in cambio del
quale egli sa di ricevere tutto. L'amore trasforma l'atto della morte nel
compimento supremo di tutta la sua vita. La morte suggella, anziché smentire,
tutto ciò per il quale egli ha vissuto. Ed essa completa il processo in cui si è
precisata la sua posizione, d'un significato unico, fra i profeti dei quali egli
è il compimento ed il Cristo nelle cui mani egli. rimette tutte le cose.