PICCOLI GRANDI LIBRI  JEAN DANIÉLOU
GIOVANNI BATTISTA
TESTIMONE DELL'AGNELLO

MORCELLIANA 1965
Titolo originale dell'opera: Jean Baptiste témoin de l'Agneau, by Éditions du Seuil 1964
Trad. di Velleda Minelli Meneghetti

Cap. I - LA VOCAZIONE
La vocazione come missione
La vocazione come elezione
Vocazione e comunione
Cap. V - IL BATTISTA
La predicazione
L'imminenza della Parusia
Il battesimo di Giovanni
Cap. IX - L'AMICO DELLO SPOSO
Gli stati del verbo incarnato
L'annientamento di Giovanni davanti a Gesù.
La gioia spirituale
Cap. II - LA SANTIFICAZIONE
La visita
La consacrazione.
La gioia dei poveri .
Cap. VI - GESÙ BATTEZZATO DA GIOVANNI
La successione dei tempi
Cap. X - LA PROVA DELL'AMORE
La notte della fede.
Ogni cosa ha il suo tempo.
Cap. III - LE CRESCITE
La comunità tradizionale
Gli Esseni
Il deserto
Cap. VII - LA TRINITÀ
Precursore e testimone
La colomba ed il tuono.
Trinità e incarnazione
L'inaugurazione della missione.
Battesimo di acqua e battesimo di spirito.
Cap. XI - LA MORTE
Erode Antipa .
Giovanni ed Erodiade
Il martirio
Cap. IV - L'AVVENTO
Il profeta.
Il precursore
Il predicatore
Cap. VIII - LA TESTIMONIANZA
La testimonianza di Giovanni nell'Evangelo Giovanneo
La teologia della testimonianza
Il testimone della luce.
La testimonianza della vita.
Cap. XII - PRESENZA DI GIOVANNI BATTISTA
Il ricordo.
La gloria.
Il ministero

CAPITOLO OTTAVO
LA TESTIMONIANZA

Il battesimo di Gesù e la teofania che lo segue sono il fulcro della vita di Giovanni e nello stesso tempo segnano l'inizio di una nuova epoca della storia della salvezza. Fino a quel momento, Giovanni è stato il profeta di colui che doveva venire. Era il precursore. Ora, è il testimonio di colui che è venuto. Egli stesso, rendendo testimonianza a Gesù, esprimerà questo misterioso mutamento in un testo molto significativo: «Lui era quello del quale io dicevo: Colui che viene dopo di me è stato anteposto a me, perché era prima di me» (Giov. 1, 15). Avremo occasione più avanti di ritornare sull'ultima parte di questa frase, prima dobbiamo precisare questo nuovo aspetto della missione di Giovanni.

La testimonianza di Giovanni nell'Evangelo giovanneo.

È un fatto significativo che gli evangeli sinottici ci parlino di Giovanni come precursore. L'Evangelo giovanneo è l'unico a mostrarcelo come testimone. Ciò dipende da un lato dal fatto che Giovanni l'Evangelista, discepolo del Battista, ha completato e non ripetuto, su questo punto come su molti altri, la tradizione sinottica. Dall'altro lato, dal fatto che, come diremo poi, la dottrina delle testimonianze (marturion) è uno dei tratti più caratteristici del Vangelo di Giovanni. Con questo studio della testimonianza di Giovanni Battista noi affrontiamo un ordine nuovo di testi del Nuovo Testamento che sono tra i più importanti.
Citiamo questi testi cominciando dal primo: il Prologo: «Ci fu un uomo mandato da Dio il cui nome era Giovanni. Egli venne, come testimone, per rendere testimonianza alla luce affinché tutti vedessero per mezzo di lui. Non era la luce, ma il testimane della luce» (Giov. 1, 6-8). Noteremo qui che per l'evangelista la missione di Giovanni Battista, ciò per cui è stato mandato, non è di preparare Gesù ma di rendergli testimonianza. Più avanti, il Prologo ritorna sulla testimonianza di Giovanni: « Giovanni gli ha reso testimonianza e gridò dicendo: Lui era quello del quale io vi dicevo: Colui che viene dopo di me, è stato anteposto a me, perché era prima di me» (1, 15). Si noterà che queste parole sono state pronunziate da Giovanni prima del battesimo di Gesù ed appartengono al suo mistero di precursore, come lo conferma Matteo (3, 11). Ma, dopo il battesimo, la sua testimonianza consiste precisamente nel designare Gesù come colui per il quale egli aveva pronunziato queste parole, senza averlo ancora riconosciuto.
Il contenuto della testimonianza di Giovanni è infatti di dichiarare che l'avvenimento precedentemente annunziato come prossimo è già presente. Ed è quanto appare nel testo fondamentale di cui il Prologo è soltanto una ripresa: «Il giorno dopo, Giovanni vide Gesù venire verso di lui ed esclamò: Ecco l'Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: Dopo di me, viene uno che è stato anteposto a me, perché era prima di me. Ed io non lo conoscevo, ma, affinché egli sia manifestato ad Israele, io venni a battezzare nell'acqua. E Giovanni ,rese la sua testimanianza dicendo: Ho veduto lo Spirito che scendeva dal cielo a guisa di colomba, e posarsi su di lui. Ed io non lo conoscevo, ma chi mi inviò a battezzare nell'acqua mi disse: Colui sul quale vedrai scendere e fermarsi lo Spirito è quello che battezza nello Spirito Santo. Ora, io ho veduto ed ho attestato che egli è il Figlio di Dio» (Giov. 1, 29-34).

La teologia della testimonianza.

Questo testo ci mostra Giovanni Battista come uno dei testimoni per eccellenza, uno di coloro sulla testimonianza dei quali poggia la nostra fede. Noi avvertiamo qui di accostarci a qualche cosa di eccezionalmente grave. Poiché è in gioco il problema stesso della fede. n campo della fede, quello cioè che riguarda l'intervento di Dio nella nostra esistenza, ed in particolare quell'intervento eminente che è il gesto del Figlio di Dio che viene a prendere l'uomo per ricondurlo al Padre, è un campo nel quale né la ragione né l'esperienza sono in grado di introdurci. È follia per la sapienza dei filosofi, è scandalo per la giustizia dei Farisei. L'oggetto della fede appare inverosimile, ed è normale che la nostra ragione lo rifiuti. Direi che è bene che la nostra ragione lo rifiuti perché questo ci obbliga a non fare della nostra fede una questione di sentimento o di tradizione. Ci costringe a scoprirne il fondamento, a cercare se un fondamento esiste. Forse essa ci fa sentire crudelmente che non vi è fondamento e che quindi, noi in fondo non crediamo, o che per noi la fede è soltanto una scommessa, vale a dire una possibilità, forse anche una probabilità, non una certezza assoluta nella quale la nostra intelligenza sia impegnata totalmente, senza riserve e sulla quale noi giochiamo scopertamente la totalità del nostro destino. In questo senso, la maggior parte dei cristiani d'oggi non hanno la fede. Per questo, il loro cristianesimo è tanto fragile. Non appena esso non è più sostenuto dal conformismo di un ambiente, non appena si scontra con il conformismo di un ambiente diverso, esso crolla
Allora, la fede, non sarebbe altro che un rifiuto a separarci da Gesù Cristo, rifiuto scaturito da un istinto segreto che porta in sé una segreta evidenza? Essa è questo, in parte. Kierkegaard ha mirabilmente dimostrato che essa è, in questo senso, una passione, non nel senso di un atteggiamento affettivo, ma nel senso della convinzione appassionata che tutti i ragionamenti dei filosofi, tutte le dimostrazioni della scienza non sarebbero in grado di vincere su di lei. Sotto questo aspetto
essa è qualche cosa di magnifico, la denunzia da parte degli umili e dei piccoli della pretesa dei sapienti e dei dotti di farsi giudici di una parola dalla quale essi stessi verranno giudicati. Ma essa costituirebbe allora qualche cosa di incomunicabile e non avrebbe altro fondamento che se stessa. Sarebbe un grido di disperazione, o forse di speranza, ma non sarebbe quella «vittoria sul mondo », di cui parla la prima lettera di Giovanni (1 Giov. 5, 4). Ora, tale fondamento della fede esiste. Vi è una roccia incrollabile sopra cui essa si fonda. Questa roccia è la testimonianza, in particolare quella di Giovanni il Battista.
Nel Vangelo giovanneo, la testimonianza di
Giovanni fa parte di tutto un complesso di testimonianze. Ha già un valore straordinario, considerata l'autorità del testimone. E tuttavia Gesù dirà: «Voi avete mandato ad interrogare Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. lo però non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico questo per la vostra salvezza. Egli era la lampada che arde ed illumina, ma voi avete potuto godere per poco della sua luce. Ora, io ho una testimonianza maggiore di quella di Giovanni. Perché le opere che il Padre mi ha dato da compiere; quelle stesse opere, che io faccio, attestano di me che il Padre mi ha mandato» (Giov. 5, 33-36). Gesù riconosce in Giovanni un testimone autentico della verità e ciononostante dichiara che vi sono, della sua divinità, testimonianze ancor più qualificate.
Ma prima di arrivare a queste supreme affermazioni, va considerata un'altra testimonianza che presenta il Vangelo di Giovanni, quella dell'evangelista stesso: « È lui il discepolo che attesta queste cose e le ha scritte e sappiamo che la sua testimonianza è verace» (Giov. 20, 31; 21, 24). E riprende questa affermazione all'inizio della sua prima Epistola: «Quel che abbiamo veduto, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo veduto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato, e le nostre mani hanno toccato a riguardo della Parola della vita; la vita si è manifestata e noi abbiamo veduto e rendiamo testimonianza» (1 Giov. 1, 1-2). Giovanni l'Evangelista è forse un mentitore ?
Ma allora anche Paolo mente? Egli stesso
ci suggerisce la domanda: «Ora, se il Cristo non è risuscitato, vana è dunque la nostra predicazione e vana è pure la nostra fede.
Anzi, noi risultiamo falsi testimoni d'Iddio, perché abbiamo testimoniato per Iddio che Egli ha risuscitato il Cristo, mentre non lo avrebbe risuscitato
» (1 Cor. 15, 14-15). Bisogna essere logici: se la testimonianza di Paolo non è vera egli è un falso testimone. Giovanni Battista è un falso testimone. Giovanni l'Evangelista è un falso testimone. E falsi testimoni sono pure Agostino e Tommaso, Francesco e Domenico, il curato d'Ars e Padre de Foucauld, essi, che hanno impegnato tutta la loro autorità di uomini a rendere testimonianza alla risurrezione di Gesù, sarebbero degli impostori. Se essi sono degli impostori, non vi sono che impostori; se essi sono dei falsi testimoni, non esistono testimoni veri. E nulla al mondo merita rispetto. Infatti, non credere alla loro parola significa tacciarli di falsa testimonianza. 
E tuttavia, questa non è la testimonianza massima. Lo ha detto Gesù: «Ora io ho una
testimonianza maggiore di quella di Giovanni» (Giov. 5, 36). Tale testimonianza è innanzitutto quella che il Padre rende al Figlio mediante le opere compiute dal Figlio. La testimonianza della verità di Gesù, è prima di tutto Gesù stesso nelle opere che compie, opere di potenza e di amore, opere di saggezza e di santità che superano le possibilità umane. È con tali opere che il Padre rende fede a Gesù, lo indica cioè alla nostra fiducia. E se noi gli rifiutiamo questa fiducia ne consegue che mettiamo in discussione la testimonianza stessa del Padre e che lo stesso Dio ci inganna. San Giovanni non ha esitato a portare al limite questa conseguenza: « Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza d'Iddio è maggiore, poiché questa è la testimonianza d'Iddio: l'aver Egli reso testimonianza al Figlio suo. Colui che crede al Figlio di Dio, ha questa testimonianza in sé. Colui che non crede a Dio, lo fa bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Iddio ha reso al proprio Figlio ». (1 Giov. 5, 9-10).
Questa testimonianza è anche quella che il Cristo rende a Se stesso. Testimonia con le sue parole e rivendica con il suo comportamento un'autorità divina (Giov. 8, 14) (1). Questo potrebbe essere l'espressione di un folle orgoglio, di una enorme impostura, di una pazzia delirante - ma tutti gli uomini riconoscono che Gesù è quantomeno una del1e più alte figure religiose dell'umanità. Ora, quando un uomo la cui statura morale è incontestata, impegna tutta la sua autorità in una testimonianza, questa testimonianza deve essere presa sul serio. E se Gesù è preso sul serio, deve esserlo fino in fondo. Non vi sono dunque alternative. O Egli è un mentitore,
oppure noi dobbiamo credergli quando si manifesta come Figlio di Dio. Non vi sono scappatoie.
Ed infine, vi è la testimonianza dello Spirito. « È lo Spirito che rende testimonianza
perché lo Spirito è la verità» (1 Giov. 5, 6). Lo Spirito rende testimonianza anche con le opere che realizza in noi, nei nostri fratelli, nella Chiesa. Perché, quando noi che siamo fatti di carne e di sangue, sentiamo in noi stessi la presenza di un amore che non viene dalla carne e dal sangue, di una speranza che va oltre la smentita delle speranze, di una fede che affronta l'impossibile, queste opere che non provengono da noi sono la testimonianza che rende lo Spirito a colui nel quale noi abbiamo creduto, e grazie al quale unicamente noi possiamo accedere alla fede, alla speranza, alla carità. Per questo Giovanni dice che «sono tre a rendere testimonianza: lo Spirito, l'acqua ed il sangue, e i tre sono per l'unità» (1 Giov. 5, 7).
Così, nel corso dell'intera sua opera, Giovanni l'evangelista cita tutti i testimoni. Alcuni fanno fede sulla terra: la testimonianza
delle Scritture (Giov. 5, 39), del Battista, degli Apostoli, la testimonianza di Maria. Altri testimoniano in cielo: la testimonianza delPadre, quella del Figlio e dello Spirito. Si può respingere tutto questo? Ecco la grave domanda che si pone a noi. E bisognava porla in tutta la sua estensione. Fra tutte queste testimonianze quella di Giovanni è la più umile ma essa ci è particolarmente cara ed è per questo che ora ne riparleremo. Attraverso lui 'raggiungeremo ciò che forma la sostanza della testimonianza ed esamineremo così ciò che ne costituisce l'oggetto proprio.

Il testimone della luce.

Giovanni attesta quanto ha veduto: « E io ho visto e ho reso testimonianza» (1, 34). E questa è, in effetti, la caratteristica della testimonianza: l'attestazione della realtà di un fatto. È già vero anche nel senso profano: per esempio per i testi di un processo. Ma l'avvenimento del quale Giovanni è testimone non è soltanto un fatto materiale. È un av,venimento della Storia della salvezza. Qui, vedere non significa soltanto vedere con gli occhi della carne. Molti hanno visto, ma non avendo creduto, non hanno reso testimonianza. Molti hanno conosciuto il Cristo secondo la carne e tuttavia non ne sono i testimoni perché si sono fermati alle apparenze della carne. A Giovanni, invece, è stata concessa questa grazia, di essere il primo a vedere Gesù, a riconoscere cioè, in Lui, attraverso i segni con i quali si manifestava, la realtà divina della sua persona. Egli è soprattutto il testimone della luce (Giov. 1, 7-8); questa luce è forse la stessa che ha brillato sopra il Giordano. Gli evangelisti non ne parlano, ma una tradizione, che deve essere autentica, raccolta nel Vangelo degli Ebioniti, ci dice che dopo la discesa dello Spirito « una grande luce si irradiò tutto intorno ». Questa espressione si trova nel Diatessaron di Taziano. Ed è molto probabile che il testo di Giovanni alluda a questa tradizione. Anche nel racconto della Trasfigurazione si trova l'associazione della voce e della luce ma questa luce non è che l'irradiazione visibile della gloria invisibile della divinità di Gesù.
Ogni testimone è un testimone della gloria, testimonia cioè il carattere divino di quello che viene compiuto nell'umanità di Gesù.
È quanto, a sua volta, dirà Giovanni: « Abbiamo visto la sua gloria» (1, 14). Vedere significa qui aprirsi, al di là di ogni apparenza, alla realtà divina. Ciò che attesta Giovanni è la divinità di Gesù: « Ora, io ho veduto e ho attestato che egli è il Figlio di Dio» (1, 34). Certo egli ha visto anche con gli occhi l'avvenimento di cui fa fede, ma non è soltanto la sua realtà esteriore che egli testimonia. Lo stesso Spirito che discendeva e si fermava sopra Gesù, ha illuminato gli occhi del suo spirito per fargli contemplare in Gesù la persona del Figlio di Dio. La medesima voce che rendeva testimonianza a Gesù, ha reso testimonianza anche al suo spirito suscitando in lui la conoscenza di quanto essa annunziava.
Proprio grazie alla testimonianza del Padre ed a quella dello Spirito, Giovanni può, a sua volta, rendere testimonianza al Figlio. Il cielo si squarcia. La Trinità intera è misteriosamente resa presente ed in questa vita della Trinità è introdotto Giovanni. Poiché la luce è la Trinità stessa, Giovanni non era che la lampada, Gesù è la luce. Ma Giovanni viene illuminato da questa luce e la Trini>tà opera in lui. Cosicché la duplice testimonianza di cui parlavamo più sopra, - quella nel cielo e quella sulla terra - non è in realtà una duplice testimonianza. Perché vi è un unico testimone che è lo Spirito. Questo Spirito rende testimonianza al nostro spirito. Giovanni renderà dunque testimonianza non in virtù della sua autorità ma in virtù dell'autorità dello Spirito, come pure ogni autorità, nella Chiesa, esprimerà la presenza dello Spirito.
Che il Battista sia il testimone della luce, ce lo dice il Vangelo di Giovanni. La testimonianza vera e propria di Giovanni sulla divinità di Gesù viene espressa in un'altra forma, con una formula che è certamente originaria perché essa ritorna come un leitmativ, con qualche piccola variante, in tutti i testi che .parlano della sua testimonianza. In Matteo si presenta così: « ma Colui che viene dopo di me è più forte di me» (3, 11). Negli Atti si legge: « lo non sono quello che voi credete; ma ecco, dopo di me viene colui del quale io non son degno di sciogliere i sandali
dei piedi» (13, 25). Infine, in Giovanni, la formula ritorna tre volte: Prima, in una forma quasi identica a quella degli Atti: «Questi è colui che verrà dopo di me, a cui io non son degno di sciogliere neppure il laccio dei calzari » (1, 27). Infine, a due riprese, nella forma più completa: « Lui era quello del quale io dicevo: colui che viene dopo di me è stato anteposto a me, perché era prima di me» (1, 15; 1, 30).
L'importanza di questa frase consiste nel fatto che essa rende testimonianza a Gesù nella sua relazione con Giovanni Battista. Con essa, Giovanni designa innanzi tutto Gesù come colui che viene dopo di lui, cioè come colui del quale egli era il precursore. Ora, ciò
di cui Giovanni era precursore, r abbiamo! detto, è la gloria di Dio che viene nel deserto. Indicare Gesù come colui che viene dopo di lui è dunque indicare Gesù come la gloria di' Dio venuta nel deserto, come quella presenza escatologica della gloria di Dio che egli aveva il compito di preparare. Per questo, colui che viene dopo di lui è passato davanti a lui; la sua venuta ha posto fine alla missione di precursore di Giovanni ed ha fatto ormai di lui il testimone della realizzazione delle promesse. Tutta l'importanza della testimonianza di Giovanni sta nella parola: «Ecco» cioè nell'affermazione della presenza dell'avvenimento che aveva precedentemente annunziato. Ma Se colui che viene dopo di lui è passato davanti a lui, è perché esisteva prima di lui. E qui la testimonianza di Giovanni acquista tutta la sua importanza. Poiché, egli avrebbe potuto essere il precursore di un altro che, pur essendo più grande di lui non fosse prima di lui, che fosse cioè più grande ma dello stesso ordine di grandezza. Ma affermare che colui che viene dopo di lui era già prima di lui, vuol dire affermare che questi è lo stesso che l'ha inviato, che è il solo che esista prima di lui, che è dunque quel Verbo di Dio mediante il quale tutto è stato fatto e che viene in mezzo ai suoi. Vuol dire indicare in Gesù colui che esisteva prima dei tempi e che è venuto alla fine dei tempi, che è insieme l'alfa e l'omega, il primo e l'ultimo; il primo perché è il Figlio eterno di Dio, l'ultimo perché è la venuta escatologica del Figlio eterno nel tempo e nel mondo, per ritrovare ciò che era perduto.
Precisamente quest'ultimo aspetto, riguarda, nella testimonianza di Giovanni, non soltanto la divinità di Gesù ma anche la sua azione redentrice, espressa nell'ultima forma della sua testimonianza, fra tutte eminente: «Ecco l'agnello di Dio» (Giov. 1, 36). Questa formula del Battista resterà per sempre come la testimonianza resa a Gesù. Sempre con essa, il sacerdote, nella liturgia della messa, rinnovando il gesto di Giovanni, indica Gesù, presente nell'Eucarestia, alla fede dei credenti. Come Agnello di Dio, Giovanni indica Gesù
sulla croce quando gli applica le parole dello Esodo sull'Agnello Pasquale: « Non gli si spezzerà nessun osso» (Giov. 19, 36). Ed è ancora nella figura dell'Agnello di Dio che tutta la Apocalisse mostra Gesù che ci svela e ci scioglie il mistero del destino dell'uomo, spezzando i sigilli che lo racchiudevano. E questo è tanto vero, che le parole con le quali il Battista ha designato Gesù al futuro evangelista, sono rimaste per quest'ultimo l'espressione privilegiata di ciò che Gesù rappresenta.
Designando Gesù come l'agnello che prende su di sé il peccato del mondo, Giovanni si riferiva evidentemente all'agnello immolato al tempo dell'uscita dall'Egitto. L'ira di Dio avrebbe dovuto colpire tutta l'umanità peccatrice, perché Dio è il Dio santo. Ma poiché Dio è il Dio d'amore, il Figlio suo prende il posto dell'uomo peccatore per portare sopra di sé il peso dell'ira; in tal modo, tutti coloro che avranno fede in lui e saranno segnati
con il suo sangue al battesimo, verranno risparmiati. È così che l'Agnello di Dio prende su di sé il peccato del mondo. È così che la passione di Gesù riunisce e concilia misteriosamente questi due aspetti di Dio, senza i quali Dio non sarebbe Dio: la sua infinita santità e la sua infinita misericordia. È così che l'Agnello di Dio rivela e risolve il mistero dell'uomo nella sua duplice dimensione: di miseria e di grandezza.

La testimonianza della vita.

Questo è ciò che Giovanni ha visto e riconosciuto, istruito dalla voce del Padre, dalla luce del Figlio, dall'unzione dello Spirito. La importanza della sua testimonianza è evidente. Essa contiene già tutto quello a cui noi crediamo, sulla testimonianza di lui e di coloro che lo seguiranno; cioè che Dio è eternamente amore nella Trinità delle Persone, che Dio è temporalmente amore nella Missione delle Persone. Il testimone della verità è colui che ha visto, visto con uno sguardo illuminato dalla luce, che penetra la realtà nella sua totalità, oltre le apparenze esterne, fino alle sue profondità più riposte. Perché vedere è proprio questo: penetrare la realtà nella sua dimensione totale. Egli ha visto ciò che gli altri non vedevano non perché non vi fosse nulla da vedere, ma perché, come dirà san Paolo, «un velo era steso sul loro cuore» (2 Cor. 3, 15). E quello che ha visto, ha testimoniato.
Il mondo della testimonianza non è soltanto quello della conoscenza della realtà ma anche 'della sua manifestazione. Tutto, nel mistero della testimonianza di Giovanni, è manifestazione di Gesù: è uno dei tre misteri del1'« Epifania ». Fino a quel momento, la gloria di Dio è perfettamente presente in Gesù, ma nascosta; ma ora essa si manifesta esternamente, si irradia nella persona divina di
Gesù sopra la sua umanità visibile, come alla Trasfigurazione. Così, la divinità di Gesù è manifestata a Giovanni. E a sua volta, Giovanni manifesta, rende pubblico ciò che gli è stato manifestato.
Qui la missione di Giovanni è dunque di suscitare la fede. E nuovamente comprendiamo di toccare un problema assai grave. Infatti, se ci è già talvolta difficile il credere, ci è ancor più difficile il suscitare la fede. Anche qui l'esempio di Giovanni è essenziale per noi. Poiché egli aggiunge alla dimensione contemplativa la dimensione missionaria. Dopo aver fatto comprendere che cosa sia contemplare, ci insegna che cos'è annunciare. O meglio ancora, egli ci fa vedere il legame fra la contemplazione e la missione poiché il carattere proprio del testimone è precisamente di unire questi due momenti. Egli è colui che annunzia soltanto e proprio perché è colui che ha contemplato. Tale testimonianza si esprime innanzi tutto nella testimonianza esterna della parola; la parola in ciò che essa contiene di più serio, la parola nella quale un uomo si dà nella sua totalità, il solo mezzo che l'uomo possiede per darsi in ciò che ha di essenziale, la «parola data », in modo che rifiutare questa parola sia un po' come rifiutare chi per essa si impegna totalmente. Non si può separare l'uomo dalla sua testimonianza, e la testimonianza ha lo stesso peso del teste che la pronunzia. Giovanni getta tutto
il peso di ciò che egli è in ciò che egli dice. In un mondo diventato quello delle parole senza senso, che non impegnano su nulla, egli ci ricorda quale sia la densità di una parola nella quale l'uomo impegni tutto se stesso.
Ma la testimonianza di Giovanni non è soltanto la testimonianza esterna della parola. Il testimone della Trinità è colui che introduce gli altri in un nuovo ordine di realtà alla quale non si accede né per la carne né per il sangue. Ora, non può introdurre gli altri se non nella misura in cui egli stesso vi è entrato. Giovanni può darei ingresso alla vita della Trinità nella misura in cui egli è stato precedentemente introdotto presso il Padre dal Figlio e dallo Spirito, nella misura in cui egli stesso è stato conquistato dalla vita della Trinità. Perché nessuno può invocare Dio Padre se non nello Spirito Santo (cfr. Rom. 8, 15). Giovanni rende così testimonianza alla Trinità non solo con il valore delle sue parole ma perché la Trinità si manifesta nella sua persona attraverso le opere che essa compie in lui e che permettono agli uomini di riconoscere in lui la presenza della Trinità. È questo che conferisce alla sua testimonianza la vera dimensione. Perché, a questo livello, non è più soltanto colui che rende testimonianza a Gesù, egli diventa lo strumento con il quale lo Spirito rende testimonianza al Figlio. La testimonianza di Giovanni non ha soltanto !'immenso valore della
sua testimonianza d'uomo, essa ha il valore infinito dell'autorità di Dio.
Così la testimonianza di Giovanni ci insegna anche che cosa è la testimonianza e quello che deve essere la nostra. Ci fa innanzitutto capire che quanto più la nostra fede è
totale, quanto più cioè la nostra intelligenza, la nostra volontà, e tutta la nostra persona sono totalmente impegnate sulla parola di Dio, tanto più avviene che la nostra parola pesi quanto la nostra stessa persona. Ci insegna inoltre che ciò che fa sì che la nostra vita testimoni della verità di Gesù è che, quando essa è consacrata senza riserva a Gesù, Gesù si manifesta attraverso le opere che compie in noi. Tutto si riconduce dunque alla fede. E nella misura in cui noi sappiamo vive re nel mondo della fede, risvegliamo anche gli altri al mondo della fede. Esseri pieni di imperfezioni e di difetti ma che vivono di fede, possono risvegliare altri esseri all'universo della fede. La sua luce splendente brilla già sul cimitero delle nostre decisioni. Quanto più brilla in chi è già stato conquistato e trasformato dallo Spirito.

[1] Cfr. J. DANIÉLOU, Approches du Christ, ed. Grasset, 1960.