PICCOLI GRANDI LIBRI   JEAN DANIÉLOU
IL MISTERO DELLA SALVEZZA DELLE NAZIONI

Titolo originale dell'opera: LE MISTÈRE DU SALUT DES NATIONS (Edition du Seuil - Paris)
Traduzione dal francese DOMENICO TENDERINI

MORCELLIANA
1954

Prefazione
Cap. I - L'importanza attuale della questione missionaria
Cap. II - La missione del Verbo
Cap. III - Ciò che deve vivere e ciò che deve morire
Cap. IV - Incarnazione e trasfigurazione
Cap. V - Missione e parusia
L'escatologia ortodossa e protestante
Il significato escatologico della conversione degli Ebrei
Cap. VI - La missione dello Spirito Santo
Il peccato contro lo Spirito Santo
Cap. VII - La gloria di Dio

CAPITOLO SECONDO
LA MISSIONE DEL VERBO

Le riflessioni di questo capitolo si riferiranno alla missione del Verbo. Secondo la parola di N 0stro Signore: «Come il Padre ha mandato me, cosi lo mando voi », la vita missionaria è, in un certo senso, il prolungamento di quella prima missione quale è appunto !'invio del suo Figlio nel mondo da parte del Padre. Questa prima missione resta il punto di partenza, l'origine unica, la sorgente di ogni altra missione.

Non c'è in realtà che questa sola missione, tutte le altre ne sono una partecipazione e una derivazione. Rimontando dunque alla sorgente primaria, troveremo ch'essa è l'origine di ogni spirito missionario. La missione del Verbo s'è sviluppata attraverso la storia in molte successive manifestazioni; noi potremo considerarle, queste manifestazioni, e ognuna di esse ci presenterà un problema importante dal punto di vista missionario.

Cominceremo col parlare della missione del Verbo nel mondo pagano, cioè della presenza del Verbo presso i non cristiani, perchè nessun uomo è estraneo alla presenza del Verbo; e questo ci farà affrontare il problema delle religioni pagane e del loro significato. Studieremo poi la missione del Verbo nel mondo giudaico e qual progresso, rappresenti in rapporto alla rivelazione naturale. Infine vedremo quale è la missione piena del Verbo, cioè la sua comparsa nella Carne con l'Incarnazione di Nostro Signore e il progresso nuovo che questo fatto manifesta nella missione di Cristo.

Una questione preliminare. Potremmo chiederci: perchè delle tre persone divine è stato man-dato il Verbo? Perchè non è venuto al mondo il Padre? Perchè non lo Spirito Santo, benché Lui pure abbia la sua missione? Ne troviamo la spiegazione in ciò che la Scrittura, e particolarmente il Nuovo Testamento, ci dice intorno alla persona del Verbo e al suo rapporto col Padre. In realtà il Verbo, come indica il suo nome stesso, Verburn, Logos, è in Dio l'elemento d'espressione, mentre il Padre è l'elemento d'origine e di principio. Il Padre s'esprime nel Verbo che è la sua immagine, come dice S. Paolo in un passo mirabile al principio dell'Epistola ai Colossesi: «Egli è l'immagine del Dio invisibile» (1) o anche come si legge nell'Epistola agli Ebrei: «Egli è l'impronta della sostanza del Padre ». Egli è, per conseguenza, come un'immagine nella quale Dio si riconosce e si compiace. Precisamente dalla conoscenza che Dio ha della sua immagine ha origine lo Spirito Santo, il quale è l'amore che Dio ha per il suo Verbo in cui riconosce la perfetta espressione e lo specchio perfetto della Sua sostanza.

E' quindi naturale che se il Padre, come dicono alcuni Padri della Chiesa, è il Silenzio mentre il Verbo è la Parola, e questo anche nella generazione eterna del Verbo poiché prima di ogni creazione il Padre s'esprime eternamente nel Verbo, ci sia anche una relazione speciale tra il Verbo e la Creazione. Il Verbo è l'immagine sostanziale ed eterna di Dio, e la creazione è come un riflesso di quest'immagine «eicon eiconos », l'immagine d'un'immagine, come dicevano i Padri della Chiesa. E' quanto troviamo nel prologo di S. Giovanni, che leggiamo tutti i giorni nella messa, che è così misterioso e cosi denso: «In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum. Hoc erat in principio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt ». Egli era da tutta l'eternità presso il Padre, e tutto poi è stato fatto per mezzo di Lui. Ancora, come dice S. Paolo nell'Epistola ai Colossesi: «Egli è il primogenito di ogni creatura 1 ». A tutta prima questa espressione ci sembra misteriosa poiché il Verbo non è una creatura; Egli esiste eternamente. :!fa Egli è il primogenito di tutte le creature nel senso che ogni creatura è stata fatta per mezzo di Lui. Per questo l'Epistola ai Colossesi aggiunge:« In Lui tutto è stato fatto ».

Ciò è della massima importanza per determinare il legame che corre tra il Verbo e la creazione. Per questo, quando il Verbo verrà nel mondo per salvarlo, S. Giovanni potrà dire: «In propria venit ». Egli è venuto a casa sua, nella sua proprietà, presso i suoi e i suoi non l'hanno riconosciuto. Ma è venuto a casa sua. Quando dunque 'il Verbo viene al mondo nell'Incarnazione non avviene qualche cosa d'accidentale come se il mondo fino a quel momento fosse andato avanti senza di Lui e che soltanto in quel momento Egli sia venuto. Già dall'origine il mondo era cosa sua. Per mezzo suo il mondo era stato fatto, per mezzo suo H mondo era conservato. Perciò quando Egli viene al mondo, viene a casa sua, viene dai suoi. Già in quello stadio superiore si fondono le due missioni differenti del Verbo, per le quali Egli verrà a compiere l'opera sua e a condurla a poco a poco al suo fine (2).

Detto questo, dobbiamo partire da una prima fondamentale constatazione, quella del carattere universale del fatto religioso. Su questa base si fonderà in seguito l'apostolato missionario. Tutti i nostri studi, a misura che conosciamo meglio i popoli dell'antichità o che per mezzo dei missionari conosciamo meglio i popoli pagani dei nostri tempi, ci manifestano che, per quanto lontano risaliamo nella storia del mondo, dappertutto troviamo una mentalità religiosa, cioè una forma di culto resa a una potenza superiore; e a questo proposito, sia detto di sfuggita, l'ateismo, l'irreligione è un fatto puramente moderno. Non lo troviamo nella storia del mondo passato e sembra invece estraneo alla natura umana. Si ha l'impressione che l'ateismo sia sempre una specie di stato violento. L'uomo è naturalmente un animale religioso.

Anche nel mondo moderno l'ateismo è veramente cosi diffuso? Sono davvero molti gli uomini che vivono fuori di ogni religione? Occorre notare a questo proposito che ci può essere benissimo un atteggiamento religioso reale senza che ci sia il riconoscimento del vero Dio. Ecco quel che intendo dire. C'è un atteggiamento religioso fondamentale dove c'è riconoscimento d'un assoluto. Ora, può benissimo capitare e capita spesso nel mondo moderno che, per motivi diversi, degli uomini vengano distolti dal riconoscere il vero Dio là dov'è, che si facciano una falsa idea delle religioni esistenti. Prendiamo, per esempio in un paese come la Russia attuale, dei fanciulli ai quali sia stato presentato il cristianesimo sotto una forma caricaturale. Evidentemente questi fanciulli respingeranno spontaneamente il cristianesimo che sembrerà loro una aberrazione. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, essi sentiranno un bisogno religioso. Converrà bene che questo bisogno religioso si fermi su un oggetto qualunque: adoreranno altre cose; per esempio, dell'ideale che loro propone la Russia sovietica attuale faranno una specie di assoluto per il quale sembrerà loro di dover dare la vita. Avremo qui un'assenza completa di religione? Io penso di no. Avremo una religione deviata, deformata, ma il bisogno religioso, trasferito a un altro oggetto, esisterà ugualmente, e il giorno in cui verrà rivelata a questi fanciulli la vera religione, essi riconosceranno spesso ciò che cercavano attraverso una specie di ersatz, di surrogato (3).

Si può dunque affermare che ci sono pochissimi uomini veramente atei, e che nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a forme deviate, false di religione. E' quello che generalmente trova il missionario. Perciò l'opera che egli deve compiere è piuttosto una specie di raddrizzamento del senso religioso per dargli un oggetto vero; non si trova di fronte al nulla religioso a cui sia necessario sostituire un'altra cosa.

Come si spiega che quasi tutti gli uomini hanno una religione? Qui sbocchiamo in pieno nel nostro soggetto. Se pressoché tutti gli uomini hanno una religione, è perchè il Logos, il «Verbo di Dio », si fa conoscere a loro. «Egli illumina ogni uomo che viene in questo mondo» dice San Giovanni, e lo fa in due modi: prima Egli parla interiormente ad ogni uomo nel senso che nessuno è estraneo alla grazia preveniente di Cristo, non c'è uomo che il Verbo di Dio non solleciti oscuramente, misteriosamente nel senso del bene; e a questo proposito riteniamo con certezza che nessun uomo al mondo sia assolutamente estraneo a Dio; persino nell'anima pili colpevole, nell'anima pili sviata il Verbo di Dio è presente, all'agguato, pronto ad approfittare delle minime buone intenzioni, dei minimi buoni movimenti: non che sia la grazia santificante, la quale è data soltanto nel Battesimo (4) ed è precisamente il privilegio di coloro che posseggono pienamente Cristo; ma c'è quella grazia attuale, preveniente, per mezzo della quale Dio agisce in tutte le anime.

Poi avviene la manifestazione esterna del Verbo nel mondo. S. Paolo, negli Atti degli Apostoli, dice che Dio non è rimasto senza testimonio nel mondo (4). Ci sono dunque delle testimonianze per mezzo delle quali Egli si manifesta agli uomini. Bisogna concepire il mondo intero, il mondo visibile, come un insieme di segni coi quali il Verbo «fa segno» agli uomini, indica loro che c'è qualcosa d'altro. E' ciò che i poeti hanno talora intuito benissimo, ciò che un Claudel ha mirabilmente espresso dicendo che il mondo è un libro, cioè tutto un sistema di segni, e attraverso questi segni Dio ci parla. Non si devono infatti intendere questi segni in una maniera impersonale, come una specie di simbolismo. Si tratta di qualcosa di più. C'è qualcuno che fa segno a ciascuno di noi. E' Dio il quale, perpetuamente, fa segno a tutti gli uomini, con tutti quegli interventi che sono suoi.

In che modo? Prima di tutto per mezzo del mondo visibile, con l'ordine della natura, con l'esistenza stessa delle cose, che pongono agli uomini dei quesiti: donde viene questo? per mezzo di che tutto è mantenuto nel suo ordine?.. Le prove dell'esistenza di Dio daranno delle risposte sistematiche, ma le prove dell'esistenza di Dio ci si presentano spesso come astratte, come una specie di ragionamento. Ora, qui non si tratta di ragionamento, ma di qualche cosa di più elementare e più forte di un ragionamento, a cui il ragionamento serve per dare una forma. Si illustrano solitamente cinque prove dell'esistenza di Dio, in realtà ce n'è a milioni. Tutto è pieno di prove dell'esistenza di Dio, poiché Dio ci fa segno attraverso ogni cosa; purtroppo a questi segni di Dio, a queste prove della sua esistenza, noi non prestiamo attenzione. Dobbiamo dire con la Chiesa che la credenza in Dio è facilissima. Ed è un'affermazione che talora ci meraviglia. Ma è stata usata dal Concilio Vaticano; e sarebbe necessario piuttosto, come dice Péguy, far violenza a noi stessi per non crederle (6). E' il nostro razionalismo che può muovere delle obiezioni, il moto primo invece è di rispondere a quei segni di Dio e riconoscerlo.

Si portano troppe prove dell'esistenza di Dio, si usano troppi procedimenti puramente intellettuali. Ora, la constatazione della esistenza di Dio è qualche cosa di più profondo che la conclusione di un ragionamento, è piuttosto come la manifestazione di una presenza. Questa presenza di Dio ei può essere manifestata in mille maniere diverse. Talvolta Dio parlerà più direttamente alla nostra intelligenza, e Lo incontreremo per questa via. Ma Dio può servirsi ugualmente degli avvenimenti. Ricordiamo il detto di Chateaubriand: «Ho pianto e ho creduto ». Si dirà: questo non è un argomento. Invece si, è un argomento, ed è anzi il migliore perché è l'argomento che ha fatto si che il Chateaubriand credesse. Egli sarebbe stato assolutamente inaccessibile ai ragionamenti, ma toccò una presenza di Dio mediante il l'assaggio della sofferenza nella sua vita (7).

Molto spesso segni di Dio sono anche le persone che incontriamo. Dna persona può essere una manifestazione, un segno di Dio; e questo fatto, sia detto per inciso, deve essere considerato anche nella controparte e farei sentire quanto è grave la nostra responsabilità verso gli altri, poiché, come essi possono essere per noi segni di Dio, noi a nostra volta siamo segni di Dio per loro. Siamo un linguaggio col quale Dio parla agli altri, cosi come gli altri sono un linguaggio col quale Dio parla a noi. Dipende da noi che questo linguaggio sia intelligibile, che lasciamo passare questa manifestazione di Dio.

In realtà al mondo non ci siamo che Dio e noi, Dio e ciascuna delle nostre anime. Poi, tra Dio e noi, tutto il mondo delle creature per mezzo delle quali Dio si rivela alle anime e le anime comunicano con Lui. Ora, tale mondo comprende non solo il mondo esteriore, ma anche il mondo delle persone. La missione propriamente detta è il caso eminente di quella manifestazione di Dio. Nella missione le anime entrano in rapporto con Dio essenzialmente per mezzo della persona del missionario e della sua testimonianza; se non c'è missionario Dio non può parlare alle anime. Dio deve parlare mediante quei segni. E' l'ordine che Egli ha scelto. E'. una terribile responsabilità la nostra che, a causa del nostro silenzio, noi possiamo impedire alla parola di Dio di propagarsi.

Noterò che qui ci poniamo sul terreno dei rapporti tra il Dio vivente e l'uomo vivo. Effettivamente il Dio della religione, Colui che ci fa incontrare il Verbo di Dio, è un Essere vivo di cui constatiamo la .presenza. E insisto sul termine « presenza ». Non è un'idea astratta, un principio di spiegazione generale, è un Essere personale quello a cui ricorriamo. Per conseguenza l'atto religioso essenziale è la preghiera. Per mezzo della preghiera noi giungiamo a Dio e rispondiamo giustamente ai segni di Dio. La preghiera, protesta contro il mondo, confessione della nostra impotenza, è l'atto col quale domandiamo aiuto a Dio per uscire dalla nostra miseria e trarci d'impaccio nei nostri bisogni. E' il fatto religioso primordiale.

Le religioni pagane attingono tutte qualche cosa di Dio, ma, non essendo esse illuminate da Dio stesso, s'ingannano circa l'oggetto e diventano spesso delle grossolane caricature di religione, talora però assurgono anche ad idee che possono essere elevatissime. Tutto ciò che hanno di buono viene loro da Dio, da ciò che possono ugualmente presentire di Lui per mezzo dei segni che Egli manifesta. Al contrario, tutte le loro in. sufficienze e tutte le loro deviazioni provengono dalla incertezza e dalla confusione che è in esse. E' ciò che si trova di commovente nello studio delle religioni non cristiane: quella ricerca di Dio a tastoni, tutta quella umanità che, in fondo, è religiosa, ma che cerca Dio al buio, in tenebris, come dice il Cantico di Zaccaria, e che qualche volta non lo trova perchè coloro che hanno la missione di portarlo non lo fanno o ne presentano delle caricature.

Questa la grande responsabilità del cristiano che è come la manifestazione visibile di Dio nel mondo.

La seconda missione del Verbo è la sua missione presso il popolo giudeo. Qual'è il carattere di questa missione e quale il progresso che consegue la religione d'Israele rispetto alla religione naturale di cui parlavamo or ora? La prima cosa che colpisce quando si studia il Vecchio Testamento è che Dio appare come un Dio vivo, che interviene direttamente nella vita del popolo. Egli non fa dei segni lontani come l'abbiamo visto fare nella religione cosmica; si manifesta invece al suo popolo conducendolo nelle sue peregrinazioni attraverso il deserto dell'Egitto, castigandolo quando s'allontana da Lui. Questo intervento di Dio nella storia è l'Alleanza. Le idee intorno a Dio sono ancora molto oscure, molto antropomorfiche nel popolo giudeo: gli si prestano sentimenti di collera, di gelosia. Ma questo mostra bene, ed è qui !'interessante, che prima di sapere che cosa è Dio, prima di ,-edere chiaro intorno a Lui, i Giudei l'hanno incontrato come un fatto nel quale han dato di cozzo, che è venuto a disturbarli nella loro tranquillità. Di questo primo dato soltanto a poco a poco essi arriveranno a precisare il contenuto, proprio come quando noi incontriamo qualcuno di cui soltanto a poco a poco impareremo a conoscere la ricchezza interiore.

In secondo luogo, ciò che caratterizza la Rivelazione di Dio in Israele è di essere la Rivelazione d'un Dio Uno; ed; è questo il punto sul quale prima di tutto la Rivelazione giudaica segna un progresso. Era questa la verità da far penetrare nel popolo, perchè la grande tentazione era allora precisamente il politeismo, il quale consisteva nel disperdere il bisogno religioso su una moltitudine di entità, di esseri diversi. C'era, sì, un certo riconoscimento del divino, ma unito al disconoscimento dell'unità fondamentale di Dio.

In qual modo Dio ha manifestato quella unità? In molti modi. Dapprima con quella gelosia, secondo il detto della Scrittura, per la quale Egli castigava n suo popolo tutte le volte che questo si volgeva ad altri dei, come lo sposo che s'è riservato il cuore della sposa e non vuole che gli sia infedele. E' l'immagine che corre da un capo all'altro dell' Antico Testamento. Pertanto, tutte le volte che il popolo giudeo era tentato di volgersi agli dei egiziani o a quelli dei Babilonesi - secondo questo ragionamento elementare che, quando quei popoli erano potenti lo si doveva attribuire ai loro dei e che quindi, se c'erano degli dei potenti, poteva esser bene pregarli -, Iahwè riconduceva sempre il suo popolo ad appoggiarsi a Lui solo, che solo era la sua sicurezza. D'altra parte Iahwè rivela ad Israele che questo Dio Uno è pure il Dio di tutti gli altri popoli, che è il Dio unico, che tutti i popoli sono nella sua mano e che s'Egli ha stretto un'alleanza particolare con Israele, è nel medesimo tempo il Dio di tutta l'umanità. Tutti gli altri dei non sono che falsi dei.

Rimane un ultimo aspetto della Redenzione che ci fa salire un grado ancora nel progresso della conoscenza religiosa: il Dio di santità. Con questo raggiungiamo un punto dei più essenziali nella conoscenza di Dio, poiché la santità è l'elemento che Lo definisce in ciò che ha d'assolutamente unico e specifico in rapporto ad ogni creatura, cioè l'eccellenza stessa: un'eccellenza incomparabile, per la quale Egli è come separato da tutto quanto è creatura, e per la quale ogni creatura è come macchiata d'impurità di fronte il Lui. Santità che suscita nelle anime i due sentimenti religiosi essenziali e la cui dialettica ispira tutta la vita religiosa del popolo giudaico.

Essa provoca, infatti, da una parte un'attrazione straordinaria, perché sanctum è anche augustum (8). Il santo è colui che è augusto, colui nel quale intuiamo una perfezione superiore ad ogni perfezione, infinitamente desiderabile, e che sveglia in noi quell'allettamento, quell'attrazione che appare nei Salmi. Nello stesso tempo, di fronte a questa eccellenza, a questa perfezione di Dio, proviamo un sentimento di timore e quasi di ripulsione, perchè il contatto della sua santità ci rende coscienti della nostra fondamentale impurità, della nostra indegnità, e per conseguenza del profondo bisogno che abbiamo di essere purificati per poter ci unire a Lui. E' l'unione di questi due sentimenti che costituisce la disposizione religiosa: se noi abbiamo appena il primo, cioè il desiderio di essere uniti a Dio, senza avere il senso della sua santità e grandezza, arrischiamo di non purificarci abbastanza; al contrario, se abbiamo solamente il secondo, il timore da. vanti a Lui, senza avere una sufficiente confidenza, arrischiamo d'avere alla sua presenza quel contegno puramente negativo che non sarà abbastanza animato dall'amore. La disposizione religiosa completa è l'unione del timore e dell'amore.

Attraverso questa pedagogia vediamo come il Verbo conduceva il popolo giudaico a quell'alta idea di Dio la quale soltanto poteva rendere possibile l'ultima tappa della Rivelazione, quella che troviamo in Cristo. La missione del Logos nell'Antico Testamento non è, in realtà, che la preparazione d'una terza missione, la vera missione: la venuta di Cristo nella carne alla fine dei tempi. E' ciò che leggiamo al principio dell'Epistola agli Ebrei: «Dio, il quale ha prima parlato per mezzo dei Profeti, alla fine dei tempi ci ha parlato per mezzo del suo Figlio (9) ».

Alla fine dei tempi, vale a dire precisamente all'epoca in cui Nostro Signore è venuto nel mondo. Allora il Verbo, che in certo modo era già presente nel mondo, come abbiamo detto, s'è pienamente manifestato incarnandosi nel 'seno della Vergine Maria e s'è pienamente rivelato. Secondo una bellissima idea di S. Ireneo, fino a quel momento Egli era già nel mondo per abituare gli uomini a Lui e insieme per abituarsi agli uomini (10). Egli non ha voluto venire d'improvviso senza aver prima preparato l'umanità a riceverlo e senz'essersi anche familiarizzato con le costumanze degli uomini. Soltanto dopo aver terminato quest'opera di educazione, quest'opera preparatoria, come preliminare, nella pienezza dei tempi Egli è venuto nella carne con l'Incarnazione.

Seguiremo qui semplicissimamente lo sviluppo del Vangelo di S. Giovanni. Dopò aver detto: «In propria vcnit, et sui eum non recepcrunt - E' venuto dai suoi e i suoi non l'hanno accolto» (è l'Antico Testamento), aggiunge: «Et habitavit in nobis - E abitò tra noi ». Qnesta abitazione rappresenta la tappa decisiva nella manifestazione del Verbo nel mondo. Ci sarebbero qui molte cose da dire, ma non posso scendere a particolari. Notiamo soltanto, in due o tre accenni, ciò che caratterizza questa nuova tappa nella Rivelazione del Verbo. Se nella religione naturale è conosciuta innanzitutto una certa esistenza di Dio; se nella religione giudaica s'è manifestata la santità di Dio, nella religione cristiana veniamo introdotti nell'intimità di Dio, ed è questa la grande ricchezza della Rivelazione di Cristo. E a un doppio titolo: prima perchè l'essenza della Rivelazione del Nuovo Testamento è la Rivelazione del mistero trinitario, cioè, e precisamente, della vita intima di Dio: veniamo a sapere che c'è in Dio tutta quella vita d'amore per la quale il Padre si dona al Figlio, e per la quale l'amore del Padre e del Figlio è lo Spirito Santo. Lo sappiamo solo perchè Cristo ce l'ha rivelato. Noi contempliamo la vita d'unione di Cristo col suo Padre, che è come la manifestazione visibile della vita invisibile delle persone divine e della circolazione d'amore nell'intimità di Dio di cui la Trinità è semplicemente il nome.

Più ancora, ciò che Cristo ci rivela e ci reca è una partecipazione a quella vita intima di Dio. Evidentemente è l'essenziale dell'opera di Cristo. Cristo, Figlio di Dio, ci chiama e ci rende capaci di partecipare alla sua fili azione. Egli fa di noi dei figli adottivi di Dio; e ciò facendo, c'introduce nella famiglia di Dio, nella famiglia divina. Cosi, all'occhio di Dio, noi non abbiamo più soltanto quel rapporto di creature a Creatore che caratterizza il Vecchio Testamento e che è fondato sul timore, ma diventiamo in qualche modo partecipi della natura divina, e abbiamo quindi il diritto di trattare con Lui come figli su un piano di una certa uguaglianza.

Ecco come si dispiega attraverso la storia dell'umanità la progressiva manifestazione del Verbo. Ciò che colpisce, se ne osserviamo ora l'insieme, è il suo carattere progressivo, ed è proprio questo che maggiormente ci meraviglia: perchè Dio non va più in fretta nell'attuazione del suo piano? Perchè è stato necessario cominciare con quella rivelazione ancora cosi oscura? Perchè è stato necessario passare per l'intermediario della elezione del popolo giudaico? E se trasferiamo l'osservazione al mondo nel quale viviamo, perché è necessario che ci siano ancora oggi tanti popoli allo stadio della Rivelazione primitiva, che siano nelle tenebre d'una religione confusa e oscura?

La spiegazione si trova in quella pedagogia divina, per la quale il Verbo prepara a manò a mano l'umanità a ricevere in pienezza il messaggio che Egli è venuto a portarci. Egli l'ha presa agli inizi cosi com'essa è, come un bambino, facendole conoscere ciò che un bambino può capire e menandola gradatamente a comprendere i più grandi misteri. E' per noi importantissimo meditare questa condotta di Dio, perchè ci aiuta a vedere meglio quale deve essere il nostro atteggiamento missionario, a non essere impazienti, a saper contemplare lo sviluppo del piano divino, ammirarlo, adorarlo nel suo stesso mistero, cercando di affrettarne lo sviluppo progressivo per quanto è nelle nostre possibilità. Perchè noi possiamo aiutare l'opera del Verbo facendo di noi quei segni veramente trasparenti, quei segni intelligibili, per mezzo dei quali Egli potrà manifestarsi al mondo.

E' necessario che il Verbo, artigiano che lavora nel mondo per formare un'umanità perfetta, trovi in noi degli strumenti, dei cooperatori. Ricordiamo il detto felice di Dionigi l'areopagita: « Non c'è nulla di più divino tra le cose divine che quella di cooperare con Dio alla salvezza delle anime ». Dobbiamo diventare operai con Dio operaio, che lavora, che opera attraverso il mondo per edificare la sola città stabile, la Gerusalemme celeste, la Gerusalemme sublime.

[1] Col. 1, 15.
[2] Questo legame del Verbo con la Creazione è stato messo in evidenza particolarmente da S. Ireneo. Si veda Lebreton, Origines du dogme de la Trinité, II p. 590 segg.
[3] Vedere Tiberghien, Vie lntellectuelle, 25 Nov. 1931, p. 39 segg.
[4] Atti. XIV, 17.
[5] S'intende, secondo l'insegnamento del Concilio Tridentino, il battesimo "re vel voto", cioè il battesimo di acqua o di desiderio (N. d. T.).
[6] Parche du mystère de la deuxième vertu, Opere Complete, p. 175.
[7] Vedere su questo argomento l'eccellente studio di J. Mouroux. Structure personnelle de la fai, in Rech. Sc. relig. 1939, p. 85. (Raccolto e sviluppato nel volumetto: Je crois en Toi. Trad. ital. Io credo in Te. Morcelliana, 1950).
[8] Vedere in proposito: Otto, Le sacré, trad. franc., p. 52 segg.
[9] Ebr. I, 2.
[10] Lebreton. Origines du dogme de la Trinité, II, p. 600.