PICCOLI GRANDI LIBRI   JEAN DANIÉLOU
IL MISTERO DELLA SALVEZZA DELLE NAZIONI

Titolo originale dell'opera: LE MISTÈRE DU SALUT DES NATIONS (Edition du Seuil - Paris)
Traduzione dal francese DOMENICO TENDERINI

MORCELLIANA
1954

Prefazione
Cap. I - L'importanza attuale della questione missionaria
Cap. II - La missione del Verbo
Cap. III - Ciò che deve vivere e ciò che deve morire
Cap. IV - Incarnazione e trasfigurazione
Cap. V - Missione e parusia
L'escatologia ortodossa e protestante
Il significato escatologico della conversione degli Ebrei
Cap. VI - La missione dello Spirito Santo
Il peccato contro lo Spirito Santo
Cap. VII - La gloria di Dio

CAPITOLO TERZO
CHE DEVE VIVERE E CIÒ CHE DEVE MORIRE

Nel modo di considerare il problema delle missioni ci sono due punti di vista diversi. Tenterò di mettere in luce la parte di verità che ci può essere nell'uno e nell'altro. Per far comprendere subito ciò che voglio dire, mi riferirò a un fatto particolare che riguarda il problema attuale dell'Islam, il quale problema può essere concepito in due maniere.

Si può dire: l'Islam è un ostacolo; se vogliamo piantare il cristianesimo nell'anima dei mussulmani bisogna prima distruggere in loro l'Islam, perchè fino a quando quelle anime saranno sotto il suo dominio resteranno impermeabili al messaggio cristiano. Quando, per esempio, Mustafà Kemal, il grande uomo di stato turco, lavorava a modernizzare la Turchia distruggendo le antiche istituzioni caratteristiche di quel paese, specialmente rispetto alla vita delle donne alle quali egli rese una grandissima libertà, rispetto all'insegnamento nelle scuole in cui sostituì all'insegnamento mussulmano un insegnamento laico alla maniera delle nostre scuole occidentali, alcuni pensavano che, distruggendo l'Islam, preparava la via al cristianesimo, stimando esser molto meglio aver a che fare con dei liberi pensatori che con dei mussulmani, e che l'assenza totale di religione fosse preferibile a una falsa religione.

Ma c'è un altro punto di vista. M. Massignon, in un notevole libro su Al Hallaj (grande mistico mussulmano), ha dimostrato che l'Islam è stato. capace di formare anime ammirevoli. Invece di distruggerlo, non sarebbe forse meglio completarlo? Che cosa è l'Islam? In fondo, dirà qualcuno, è un cristianesimo incompleto. Non conviene sostituirgli il libero pensiero; conviene, al contrario, sviluppare più profondamente il bisogno religioso e, a forza di svilupparlo nelle anime, si farà ad esse sentire la necessità di superare l'Islam. Se un mussulmano andasse all'estremo delle esigenze della sua anima, arriverebbe a Cristo, perchè scoprirebbe che vi sono delle insufficienze e delle lacune nel suo spirito. Hallaj ha scoperto questo e s'è liberato da certe deviazioni, che erano poi quelle dell'Islam, e ne ha tratto un monoteismo purissimo.

Siamo dunque di fronte a due mentalità completamente diverse. Oggi si manifesta una forte tendenza ad adottare la seconda, cioè a considerare le civiltà non cristiane con un grandissimo ottimismo, a vedere tutto ciò che in esse ha valore sia dal punto di vista umano, sia dal punto di vista religioso, e a ritenere che esse sono solo insufficienti e che il cristianesimo deve loro portare un complemento. Questo atteggiamento ha trovato il suo teorico nel P. Pierre Charles e ne sono stati i grandi pionieri il P. Lebbe per la Cina, il P. Aupiais per l'Africa Nera, l'abate Monchanin per l'India. Quest'ultimo, per esempio, partì nel 1938 con la precisa idea di costruire colà una mistica cristiana di struttura indù (1). Secondo lui, noi non abbiamo nessuna ragione d'imporre agli induisti gli schemi umani nei quali s'è incarnato il Vangelo presso di noi e, per conseguenza, gli schemi neo platonici entro i quali s'è espressa la mistica cristiana. Può benissimo stare anche una mistica cristiana autentica di ,contenuto cristiano, ma di struttura indù. Ciò che conta è che gli indù continuino ad applicare ì loro metodi mediante i quali pervengono ad una vera ascesi, ma che li mettano al servizio di Cri. ;sto. Questo suppone prima di tutto uno sforzo da parte del missionario di spogliarsi completamente della sua mentalità occidentale per entrare perfettamente in quella mentalità orientale, e, una volta dentro, studiarsi di fare in qualche modo una nuova incarnazione del cristianesimo, prima in sé stesso per poterla irradiare poi intorno a sé.

Ma contro questo atteggiamento ottimistico ne troviamo un altro secondo il quale le religioni pagane sono più un ostacolo che una preparazione al Vangelo. Era il pensiero della maggior parte dei missionari d'una volta. E' stato recentemente presentato di nuovo e con molta forza da un missionario protestante, discepolo di Carlo Barth, Hendrik Kraemer, in un libro intitolato: «Il messaggio cristiano in un mondo non cristiano (2) ». Prendo da una recensione del padre Jean de Menasce l'esposto della tesi essenziale del libro : « L'idea centrale dell'opera è che il messaggio cristiano, in quanto divino, non trova nulla nell'umanità che lo prepari, nulla che non lo contraddica, così che la sua accettazione non può non fare insorgere tutto l'umano perché condanna il mondo che è peccato e tutto peccato. L'evangelizzazione del mondo è la traduzione di quel messaggio inatteso in un linguaggio che non solo non è stato fatto per portarlo, ma che lo smentisce ad ogni istante. Il fatto è che il mondo, e particolarmente le religioni, sono un pieno rifiuto di Dio, sono rivolta e negazione (3) ». E' facile vedere che siamo giusto all'opposto dell'atteggiamento precedente.

Proponendo qualche esempio, vorrei considerare la parte di verità che ci può essere in ciascuno di questi punti di vista, e poi come essi siano complementari. Questo ci spiegherà che una spiritualità missionaria completa è una spiritualità d'incarnazione, in quanto che la prima cosa da fare è ora trapiantare il Vangelo in quelle anime e in quelle culture diverse; e nel medesimo tempo una spiritualità e un mistero di redenzione, nel senso che c'è qualche cosa che deve esser distrutto e deve morire. Per questo il presente capitolo s'intitola: Ciò che deve vivere e ciò che deve morire. Ciò che deve vivere e ciò che deve morire in ogni civiltà pagana perchè possa diventare cristiana. Che cos'è che deve vivere? In altre parole, che cos'è che si perfezionerà col Vangelo? Che cos'è che deve morire? Cioè, quali sono gli ostacoli ?

Prendiamo il primo punto di vista: il cristianesimo perfeziona tutto ciò che di buono c'è nel mondo. E' questo un fatto evidente già dall'origini cristiane. Lo studio delle origini cristiane sull'argomento è dei più importanti per vedere ciò che Cristo ha creato di nuovo e ciò che invece ha preso dal mondo del suo tempo. E' certo che il cristianesimo primitivo ha preso moltissimo sopra tutto dal mondo giudaico nel quale apparve. La liturgia cattolica è pressoché tutta derivata -dalla liturgia giudaica.

Che cosa fa oggi il sacerdote celebrando la messa? Nella prima parte, fino all'offertorio, continua ciò che si faceva nelle Sinagoghe giudaiche al tempo di Nostro Signore; allora, al sabato ne abbiamo esempi nel Vangelo - gli ebrei si riunivano nella sinagoga e facevano la lettura dell'Antico Testamento intramezzata di canti, di salmi e di preghiere. Ora gli stessi testi, gli stessi .canti ed analoghe preghiere si continuano nella -Chiesa, aggiungendo semplicemente alle letture - del Vecchio Testamento letture del Nuovo. Ecco qui, in un caratteristico esempio, come il cristianesimo ha semplicemente prolungato senza distruggerle, solo perfezionandole, delle istituzioni preesistenti.

Nella seconda parte della messa, che primitivamente era affatto distinta dalla prima poiché questa aveva luogo al mattino e quella alla sera, si continua ciò che Cristo fece la sera della Cena, cioè il banchetto religioso dei Giudei con le benedizioni che lo precedevano (4). L'inizio della preghiera del canone è il prolungamento della preghiera di benedizione al principio di quel banchetto. Ma questo nel medesimo tempo si perfeziona con qualche cosa che era appena prefigurata nel pasto religioso dei giudei: il pane benedetto e offerto non è semplicemente simbolico, ma è veramente il corpo e il sangue di Cristo. Qui ancora vediamo come la liturgia cristiana sia il prolungamento, il compimento, il perfezionamento della liturgia giudaica, di cui quella non ha soppresso quasi nulla.

Su un altro piano, voi sapete che il cristianesimo è nato in un mondo che era ellenistico. Anche da questo ha certamente mutuato molte idee. Dom Casel pensa che ci sia nel «mistero» della messa, cioè in quella realtà religiosa che i';. insieme rappresentata e compiuta con dei riti, un'idea che esisteva nel mondo greco del tempo di Nostro Signore, in cui troviamo dei misteri, come i misteri d'Iside, d'Adone e di Mitra (5).

Che cosa ha fatto il cristianesimo? Come aveva preso dall'ambiente giudaico la forma della preghiera, poiché la preghiera cristiana continua la preghiera giudaica essendo la preghiera una categoria religiosa generale, cosi prese dal mondo ellenistico la forma del« mistero », che è un'altra categoria religiosa. Prese questa categoria religiosa, ma la riempi d'una realtà nuova.

Prendiamo un altro esempio, quello della mistica cristiana. E' certo che questa esperienza religiosa assolutamente originale e nuova che non aveva nessun equivalente in ciò che l'aveva preceduta, s'è servita, per esprimersi, di formule e anche di certi atteggiamenti presi da Plotino, dal neo platonismo e da tutta l'ascesi che esisteva nel mondo ellenistico. Quando, per esempio, parliamo delle tre vie: la via purgativa, la via illuminativa e la via unitiva, usiamo dei termini già usati da Porfirio prima di esserlo da S. Giovanni della Croce e dai teologi cristiani. Attualmente s'impone iJ problema, ed è molto discusso, di vedere fino a qual punto questi elementi si sono incorporati nel cristianesimo e hanno potuto deformarlo (6). E' un'altra questione, ma di sicuro c'è che ci fu una preparazione provvidenziale di cui il cristianesimo si è servito.

E' interessantissimo notare come queste idee si trovino già nel secondo secolo dopo Cristo. Apologisti come S. Giustino, per esempio, dicono ai Greci d'allora che Platone ha preparato Cristo, che la Sibilla e Virgilio l'hanno annunciato e l'hanno anticipatamente conosciuto. Questo tema è stato magnificamente ripreso da Péguy in Eva quando descrive la preparazione pagana di Cristo:

«E il passo di Alessandro aveva marciato per lui... E l'ultimo sole per lui solo aveva rifulso - Su la morte di Aristotele e la morte di Socrate ».

Vale a dire che per lui, Cristo, centro del mondo, centro della storia, era stato preparato non solo il popolo giudeo, ma erano state preparate anche tutte quelle civiltà pagane; e che quando Cristo apparve, non apparve soltanto perché il popolo giudeo era preparato a ricever lo, ma perchè, da una parte, il pensiero greco aveva compiuto quel lavoro che avrebbe permesso di farne poi la forma della teologia cristiana, e, d'altra parte, perchè l'ordine romano aveva stabilito nel bacino del Mediterraneo i quadri sociali che avrebbero fornito una parte delle proprie istituzioni alla Chiesa.

Il problema che si presenta dal punto di vista missionario è di chiedersi se quello che è vero rispetto al secondo e al terzo secolo dell'era nostra, è vero oggi rispetto ai paesi 'che sono ancora di fronte al cristianesimo, nello stato in cui erano il mondo greco e il mondo romano al tempo di Nostro Signore. L'India, la Cina, i paesi dell'Africa sono forse paesi in cui si trovano gli elementi provvidenziali che porteranno al cristianesimo delle categorie, delle forme di pensiero che gli permetteranno nuove incarnazioni e con esse nuove realizzazioni? Forse ci sono ancora molti aspetti del cristianesimo che non abbiamo scoperto e che non scopriremo se non quando esso si sarà rifratto attraverso tutte le facce del prisma. S'è rifratto finora attraverso il mondo greco e romano, germanico e slavo, ma dovrà rifrangersi nella faccetta cinese e in quella indiana per trovare alla fine dei tempi il suo totale compi. mento; e questo compimento si avrà nel fatto che non singoli individui, ma le intere civiltà saranno state cristianizzate. Sarà necessario che tutte siano state penetrate dal cristianesimo e che questo abbia manifestato tutto ciò che in esse era provvidenziale preparazione.

Questo evidentemente ci apre un immenso campo di riflessione; perchè quanto più studiamo quelle civiltà e simpatizziamo con esse, tanto più ci si presenta il problema di vedere quali siano gli aspetti che precisamente possono incorporarsi nel cristianesimo e devono persistere in esse. Cosa che richiede un lavoro di spogliamento rispetto a tutto ciò che c'è in noi di occidentalizzato. E' necessario che noi sappiamo liberare quello che è il vero messaggio essenziale del Vangelo e poi lo mettiamo in contatto con quelle civiltà per vedere in qual misura s'incarnerà in esse.

Prendiamo un mondo come l'Islam il cui caso è particolarissimo, poiché l'Islam è apparso dopo l'era cristiana e in definitiva è innestato sul tronco giudaico, è una continuazione del monoteismo giudaico, e nello stesso tempo contiene elementi dovuti a cristianità eretiche d'Abissinia con le quali Maometto era entrato in relazione. La sto. ria di Maometto, a questo proposito, è molto interessante. Maometto strappò il suo paese al politeismo per condurlo al culto dèl vero Dio, del Dio unico. Il suo compito è stato certamente ammirevole in questo. Molti elementi religiosi si sono introdotti nella sua opera.

C'è dunque nell'Islam un senso della grandezza di Dio, della sua santità, un orrore di ogni antropomorfismo, un senso di mistero per cui non è ritenuta lecita nessuna rappresentazione di Dio, cosa che rende difficilissima la comprensione dell'Incarnazione per i Mussulmani; ed è ciò che del1'Islam dovrà morire. Ma di positivo - ed è l'aspetto sul quale insisteremo per il momento - possiede quel senso della trascendenza di Dio che è una categoria religiosa essenziale, e su questo punto non si deve esitare a dire che i Mussulmani potrebbero aver molto da insegnarci. Essi hanno il senso dell'urgenza di Dio, della presenza di Dio nella vita sociale, molto maggiore di quello della nostra civiltà cristiana. La proporzione dei mussulmani che pregano ogni giorno è molto più forte di quella dei francesi. Da questo punto di vista, Dio è profondamente incorporato nella loro civiltà e Maometto ha saputo inculcar loro un mirabile sentimento religioso.

Vi ricordate come Psichari rimase colpito vedendo nel deserto i mussulmani pregare e come comprese allora che, come dice Carrel in un piccolo libro sulla preghiera, la preghiera è un bisogno fondamentale quanto la respirazione (7). Si può rimanere asfissiati per mancanza di preghiera come ci si sente asfissia ti per mancanza d'aria. Ciò che il nostro mondo occidentale ha cosi profondamente perduto è proprio il senso della preghiera nella nostra vita e nell'agitato attivismo: per questo c'è tanta gente malata e disorientata: non prega abbastanza. C'è in essa una fonte di silenzio a cui non sa attingere, un regno di pace nel quale non sa entrare. L'Islam ha saputo conservare questo beneficio. Perciò il giorno in cui l'Islam si convertisse, possiamo immaginare che avrebbe una vita religiosa sociale molto pili intensa di quella dei nostri paesi. L'Islam sarebbe allora veramente e immediatamente una cristianità. L'Islam ci ricorda effettivamente il nostro medioevo, cioè un'epoca in cui precisamente il cristianesimo permeava di pili la civiltà.

Inoltre, quel senso della grandezza di Dio sviluppa nelle anime delle disposizioni religiose, per esempio il senso dell'adorazione, che sono forze religiose di primaria importanza e di cui noi scarseggiamo. Noi abbiamo talora una specie di famigliarità con Dio che in sé è qualcosa di buono, in cui però può insinuarsi una perdita del senso altissimo della sua santità e della sua grandezza, le quali invece sono entrate cosi profondamente nella mentalità mussulmana. Ho preso l'esempio della trascendenza di Dio perchè è uno degli aspetti caratteristici dell'Islam; se ne potrebbero prendere altri e ritrovare segni del medesimo genere.

Passiamo ora all'India. E', in certo senso, ancora più appassionante, perchè ci troviamo in un mondo posto interamente fuori dalla tradizione giudeo-cristiana. Nell'islamismo vi sono, come dicevo, degli elementi giudeo-cristiani. Ve li troviamo perchè abbiamo con gli islamici un'origine comune, mentre l'India è completamente estranea. Ebbene, anche là incontriamo dei valori religiosi eminenti. Il primo che io riterrei è il senso della realtà unica del mondo invisibile. E' uno degli aspetti che meglio caratterizzano l'India. Il mondo visibile è un miraggio, la vera realtà è il mondo interiore.

C'è sicuramente in questo una grande disposizione spirituale. Da questo punto di vista l'India è agli antipodi, per esempio, del mondo nero ed è curioso vedere come le diverse civiltà rappresentano le diverse attitudini -. Ciò che caratterizza il mondo nero è la sua profonda immersione nella vita istintiva. I negri valgono sopratutto per l'immaginazione. Nell'arte negra si scorge una grande potenza immaginativa profondamente radicata nell'istinto. D'altra parte è questo un dono notevole che darà, che ha già dato, degli artisti sorprendenti. Il giorno in cui il mondo nero sarà cristianizzato, potremo vedere in questo ordine uno sviluppo sacramentale e liturgico prodigioso, un'arte di Chiesa, un ritorno alla danza sacra (dopo tutto, anche Davide danzava davanti all' Arca, e la danza è un mezzo per lodar Dio come gli altri) che a noi è estranea. lo non vedo come dei negri potrebbero lodar Dio senza danzare, perchè la danza è talmente in tutto il loro essere da far parte integrante della loro civiltà. Con loro ritroveremmo il senso liturgico della danza sacra; e avverrebbero delle cose sconcertanti per noi. Ma come imporre loro la messa romana, quella messa silenziosa, cosi ammirabilmente francese, cosi sobria, cosi interiore, cosi discreta, cosi riservata, in cui i sentimenti religiosi si esprimono con un pudore cosi perfetto? Tutto questo rapisce noi perchè attua nell'ordine religioso quelle qualità di discrezione, di misura, che sono eminentemente nostre, che sono il marchio e il carattere dei nostri mistici e dei nostri santi. Ma evidentemente non solleverebbe nessun entusiasmo religioso tra le popolazioni del Senegal o della Mauritania. Ad esse occorre un'incarnazione del cristianesimo diversa e che sia nella linea dei loro istinti e di tutto il loro essere.

Per l'India non si fa questione di esuberanza, si tratta invece di spogliamento dell'immaginazione. Non per mezzo di segni l'India andrà a Dio, ma piuttosto per mezzo del vuoto. I negri hanno bisogno di simboli, gli indiani, al contrario, sono disturbati dai simboli (8). Essi hanno una visione di Dio più nuda, più spoglia; e precisamente nello spogliamento interiore, nel vuoto, nel silenzio essi trovano la realtà interiore. Di conseguenza l'India potrebbe riservarci meno grandi liturgisti e rivelazioni liturgiche che mistici e rivelazioni monastiche e asceti che. C'è nell'India un istinto monastico, tanto che qualcuno ha potuto dire esser la Birmania un immenso monastero. Voi conoscete anche le civiltà religiose del Tibet e della Cina. Sono come un immenso monastero che attende soltanto di mettere le sue aspirazioni religiose al servizio del vero Dio. Gli indiani tendono alla contemplazione di quel Dio informe, di quell'anima di tutto, di quel principio che è il tessuto di ogni cosa. Dopotutto è proprio qui ciò che di più elevato l'uomo può raggiungere con le sue forze; oltre tutte le molteplicità c'è una certa unità, nella quale aspiriamo immergerei e ritornare, perderei e dissolverci. Forse questo è quanto di più alto esista nell'ordine umano, ma resta infinitamente al di sotto della rivelazione di Dio che è amore, del Dio trinitario in cui c'è una vita eterna d'amore e che ci chiama alla partecipazione di tale vita.

Quella nube oscura, che sta al termine della contemplazione dell'Indiano, non è illuminata dai raggi che scendono dalla Trinità e che attraverserebbero quella nebbia e raggiungerebbero la profondità dei cuori. Ma nel medesimo tempo non si può pensare senza emozione a tutta quella civiltà monastica, a quella insistente ricerca di Dio. Che cosa aspettiamo per portar loro il vero Dio? Si, bisognerebbe partire. Come S. Francesco Saverio, ci si domanda che cosa facciamo, che cosa fanno tutti gli studenti dell'Università di Parigi quando ci sono tanti popoli che aspettano. A quei popoli bisogna portare la Rivelazione, fare che la loro preghiera sia una vera preghiera e che sia rivolta al vero Dio. Allora si comprende un abate Monchanin che lascia tutto per tentare di recar laggiù un piccolo principio di risposta.

C'è dunque in primo luogo quella aspettativa che abbiamo ritrovato nei primi tempi cristiani, e che è ancor quella di civiltà e di interi continenti, con le incertezze che il cristianesimo viene a perfezionare. Tuttavia c'è anche qualcosa che deve morire. Le grandi civiltà che abbiamo esaminato nella loro realtà positiva, per esempio l'Islam con tutto ciò che gli è solidale, l'induismo o il buddismo, o le diverse grandi culture, grandi religioni o grandi filosofie orientali, costituiscono pure un immenso ostacolo tra le anime e Cristo. Contro di esso urtano i missionari, impedisce loro di avanzare e mantiene le anime nell'errore. Si comprende l'indignazione dei missionari d'altri tempi contro quelle dottrine di errore e la violenza con cui ne parlano.

Torniamo a l'Islam. E' certo che esso appare al cristianesimo la resistenza forse più forte di tutte; infatti non c'è niente di più raro che la conversione d'un mussulmano. In fondo, lo stesso P. de Foucauld vi ha fatto un completo fallimento. Si può dire che quello scacco è più importante d'una vittoria per avergli fatto comprendere che c'era una cosa sola da fare: adorare l'Eucaristia nel centro del deserto, essere un piccolo cominciamento e pregare in nome dei mussulmani fino al giorno in cui questi avrebbero potuto cominciare essi stessi a pregare. Tuttavia siamo apparentemente di fronte a uno scacco totale. Si urta contro un muro.

Che cos'è questo muro? E' precisamente tutto ciò che nell'Islam deve morire, tutto ciò che nell'Islam è falso, tutto ciò che nell’Islam è demoniaco (si può arrivare a questo termine). La grande lotta tra Cristo e Belial, che traspare da tutte le pagine del Vangelo, è pure la lotta che continua ancor oggi per tutto il mondo. C'è una potenza del male, una potenza di Satana che mantiene le anime nell'errore e che resiste.

Nei primi secoli cristiani è molto interessante vedere, nei paesi che sono in via di conversione dall'idolatria al cristianesimo, come s'incontrino molti fenomeni demoniaci. La stessa cosa è oggi nei paesi di civiltà pagana. Lavorando sul IV secolo sono rimasto sorpreso nel vedere che, proprio nel momento in cui la civiltà romana sta per essere totalmente strappata, sotto Costantino, al dominio del paganesimo per passare nel regno del Figlio, come dice S. Paolo, si nota una recrudescenza della magia, e tutti i riti di stregoneria riprendono un'incredibile virulenza. Ed è quello il momento in cui vediamo, nel deserto di Nitra, i grandi monaci che sono i padri del monachesimo e della vita contemplativa, e sopra tutto S. Antonio, il più celebre di essi, alle prese col demonio, proprio come il curato d'Ars ottant'anni or sono nella sua canonica, quando tentava di strappargli le anime.

Conoscete la tentazione di S. Antonio, il posto che occupa nella letteratura, nella musica e nella pittura, e quali pretesti ha fornito a infinite variazioni estetiche da Breughel a Flaubert. La tentazione di S. Antonio è uno degli episodi pili drammatici della storia del cristianesimo. Essa rappresenta un supremo sforzo per strappare il mondo a quella potenza che voleva trattener lo; e la vera battaglia si combatte molto pili nel deserto che a Nicea, dove Costantino aveva l'aria di cristianizzare il mondo, ma in realtà era Antonio.

che lo strappava alle potenze del male. Il monaco è in preda al demonio; è affondato nel deserto per essere nel cuore della lotta, perchè si strappano le anime al demonio, dice Nostro Signore, innanzitutto con la preghiera e con la veglia, e il grande combattimento si sostiene nel deserto, nella solitudine, in cima al Carmelo, prima di portarlo sulle strade o nei villaggi col ministero dei predicatori. E' dunque necessario per prima cosa strappare le anime a Satana con la preghiera, con la penitenza, col sacrificio. E' qui che si combatte la battaglia pili importante, quella che noi possiamo subito ingaggiare. Il resto è affare di Cristo che invia i suoi operai quando vuole. :Ma prima c'è una mistica battaglia, la lotta spirituale pili sanguinosa della battaglia tra uomini, come ha detto in qualche luogo Rimbaud. I veri combattimenti di Dio si trovano in quel mondo interiore dove noi combattiamo miseramente tentando di liberarci di tutti i meschini desideri che sono in noi, e in cui vediamo i santi, proprio i santi, veramente in preda a Satana, alle potenze del male.

Questo può farci vivere il carattere drammatico, tragico del problema missionario in quanto è considerato come una lotta nella quale veramente si devono strappare le anime, strappare i popoli a qualche cosa che s'oppone al cristianesimo e che, nelle sue radici, è lo spirito del male.

Ebbene, c'è nell'Islam una terribile potenza di resistere. Qual'è? Sono le deviazioni stesse dell'Islam. Abbiamo parlato sopra della sua grandezza, del grandissimo senso di Dio; parliamo ora delle sue deviazioni. La prima è una specie di materializzazione della religione, che la riconduce a quello che era sotto l'Antico Testamento, cioè a una realtà temporale. Per il popolo giudeo si trattava innanzitutto d'estendere le frontiere. L'Islam è ritornato a quel punto, all'idea di guerra santa, a una specie d'identificazione tra il mondo religioso e il mondo politico, tra la città di Dio e la città temporale. E' un terribile ostacolo, perché fa si che, se uno tenta di liberarsi dalla religione, perde anche la cittadinanza e colui che rinnega l'Islam è insieme traditore dello stato e traditore della patria. Coloro che lo uccidessero considererebbero la loro azione come gradita a Dio, perchè la vittima sarebbe considerata come un rinnegato. Si comprende come un giovane o una giovane di quei paesi, che si convertissero al cristianesimo, siano completamente respinti dallo stato e dal mondo; come convertirsi sia un sacrificio quasi superiore alle forze umane e come questo sia un ostacolo terribile.

Simile ostacolo esisteva nei primi secoli cristiani, perchè la civiltà romana era una civiltà in cui, come nella civiltà islamica, la religione era legata allo stato. Lo si vede in un fatto che noi ben conosciamo, il fatto del martirio. Perchè gli imperatori romani perseguitarono i cristiani? N on certo per ragioni metafisiche, ma perchè la religione si identificava con lo stato, era una cosa sola con lo stato; ragione per cui chi abbandonava la religione diventava estraneo allo stato. Da un certo punto di vista c'era in quell'abbandono un pericolo di disgregazione per lo stato. E' quello che ritroviamo in certi paganesimi moderni in cui la religione è presentata come un elemento dissolvente e si vorrebbero captare tutte le energie religiose a profitto delle cause politiche.

Nell'Islam esiste questo ostacolo. Ci sono poi certe compiacenze della morale. L'Islam presenta il paradosso di una religione le cui esigenze sono da una parte molto severe, le esigenze morali sono invece assai larghe. Posizione molto comoda, perchè permette di soddisfare i bisogni religiosi in una maniera non molto onerosa. Molti sarebbero felicissimi di abbracciarlo proprio per questo motivo. Ci sono poche anime prive di aspirazioni religiose, ma ce ne sono molte, nel cristianesimo, che non hanno la forza di andare fino al fondo delle loro aspirazioni, precisamente a causa dell'integrità della morale cristiana. Molte anime amano Cristo, ma non hanno la forza di andar a Lui a causa delle esigenze del cristianesimo… Sta in queste esigenze la grandezza del cristianesimo. L'Islam ha le proprie, poiché, come dice un missionario della Siria, il padre Charles, una religione che non richiedesse certi sforzi e certi sacrifici non- avrebbe presa. Ma esso trova anche molte complicità nell'uomo carnale.

Ritorniamo all'Oriente. Quale ostacolo troviamo nel mondo dell'India o della Cina? Dicevamo che l'India non crede alla realtà del mondo visibile. Il corpo è illusione, e, in una certa misura, cattivo. Quindi l'Incarnazione diventa pressoché impensabile, inaccettabile. Se si concepisce Dio come principio opposto alla materia e non, come nell'autentica prospettiva cristiana, come creatore di ogni cosa; se si parte da quel dualismo tra lo spirito e la materia che sta al centro della mentalità indù, allora l'Incarnazione diventa inconcepibile. L'idea d'un Dio fatto uomo, d'un Dio. che discende, d'un amor di Dio per ciò che è sotto di Lui è quasi impensabile. Parrebbe una caduta di Dio.

E' curioso vedere come questo sia uno dei punti che le più alte civiltà, e in particolare l'induismo e in qualche misura il neoplatonismo greco, hanno maggiormente stentato a comprendere: una discesa di Dio che non sia una caduta di Dio (9). Voi ricordate il detto di S. Giovanni: «Deus caritas est». Questa è l'essenza della rivelazione cristiana in ciò che essa ha di infinitamente superiore a quanto lo spirito umano potrebbe trovare da solo. A mio parere, la posizione indiana in materia è la posizione dèll'uomo abbandonato a se stesso e ridotto ai suoi soli lumi: Dio rappresenta il mondo trascendentale, e lo sforzo umano è uno sforzo per salire a Lui. Ma l'idea di un Dio che viene a cercar gli uomini per tirarli a Sé, è precisamente quello che il Cristianesimo ci ha insegnato.

DI'a, per comprendere questa verità, sarebbe necessario - ed è qui il difficile - che l'induismo potesse liberarsi d'una parte di quella mentalità di cui è cosi profondamente impregnato; bisognerebbe che si delineasse in esso una crisi, perchè non è con lo strappargli qualche individuo che lo si convertirà, ma con l'imprimere una evoluzione nella sua stessa cultura; occorrerebbero dunque degli uomini che entrassero in quella mentalità per trasformarla dall'interno, per dimostrare che non può sostenersi e che è necessario uscirne, per dimostrare quanto essa sia insufficiente. In questo modo sarebbe aperta la via al cristianesimo.

In fondo, diciamo la parola, ciò che allontana 11n mondo come l'India da Cristo è l'orgoglio, è il rifiuto di riconoscere la propria insufficienza. La. grande idea degli induisti è di possedere la saggezza e di detenere le sorgenti a cui bisogna .ritornare. Tutto il resto non è che incarnazione di una verità, Gesti, Maometto, Budda non sono 'Che manifestazioni d'uno stesso messaggio, ma questo messaggio nella sua purezza e universalità lo possiede l'India. In fondo, c'è soltanto la saggezza e non c'è Rivelazione.

E' necessario che l'induismo muoia a questo orgoglio, come sarebbe stato necessario che anche il popolo giudaico morisse al suo orgoglio, cioè rinunciasse a se stesso. E si capisce che tale rinuncia è difficilissima. L'orgoglio dei bramini fa subito colpo su coloro che vanno laggiù. E' ciò che ne fa un tipo d'uomini cosi seducenti e insieme cosi ermetici, cosi isolati, cosi chiusi. Ora, non c'è che l'umiltà che apra a Cristo. Fin che manca il riconoscimento della propria insufficienza e l'invocazione conseguente, Cristo non può entrare in un'anima e in un mondo. Il giorno in cui l'India volgesse le braccia verso il Liberatore, potrebbe aprirsi a Lui. Ma fino a quel momento, ed è cosa ben triste, quelle enormi ricchezze restano corrotte, poiché la ricchezza dell'India è immensa, ma essendo sigillata dall'orgoglio e perché non sbocca nella vera Luce, si presenta come acqua stagnante da cui esalano miasmi.

Corruzione nel buddismo, nell'induismo, nell'islamismo. Quando leggiamo la vita o i trattati dei migliori tra gli Indù, per esempio il Rama Chrisna, o quando leggiamo il Corano, la cosa che colpisce è di trovare, a fianco di mirabili intuizioni, quella brusca puerilità che attesta simultaneamente esserci qualcosa di non perfettamente giusto, non perfettamente puro. E' l'ironia di Satana che si fa beffe di colui che ha saputo prima ingannare... Bisogna che quelle razze si spoglino di tale puerilità perchè possano arrivare a Cristo.

La conclusione è che una spiritualità missionaria non deve vedere solamente il male, né abbandonarsi ad un eccessivo ottimismo che le farebbe vedere solamente il bene. Essa deve essere insieme una spiritualità d'incarnazione e una spiritualità di redenzione.

Una spiritualità d'incarnazione, nel senso che la prima cosa necessaria è evidentemente d'incarnare il cristianesimo in tutto quanto c'è di buono in quei mondi, nel pensiero dell'India, nel pensiero della Cina, nel pensiero del mondo nero, cosi come s'è incarnato nel mondo romano e nel mondo greco. E' un aspetto del nostro dovere missionario. Occorre conoscere quei paesi, sposarne la cultura, cosa che non si può fare senza una vera simpatia. Per questo è importantissimo 'che i movimenti missionari siano in contatto con gli ambienti che studiano e che conoscono quei mondi.

Una spiritualità di redenzione. La nostra mentalità missionaria non deve essere ingenua; è necessario comprendere che quelle anime non andranno a Cristo unicamente prolungando la loro strada, ma con la rinuncia a se stesse, con l'amore alla verità per saper riconoscere i propri limiti e fare atto di umiltà, e invocar Dio il quale solo può farei giungere a Cristo. Devono quindi saper confessare le proprie tare ed anche espiarle.

Quello che dobbiamo fare noi per quelle anime che non lo fanno ancora è offrirei ad espiare per i loro peccati, purificarci per chi non si purifica, -come Cristo ha fatto per noi e come Egli ci chiede di fare per gli altri. Dopotutto, comprendere la lezione di Cristo vuol dire fare per gli altri ciò che Cristo per primo ha fatto per noi; vuol dire saper cominciare quel combattimento che Antonio sosteneva nel deserto, cioè, nell'ordine della lotta spirituale, il combattimento della preghiera, della veglia e del digiuno per mezzo del quale si possono strappare le anime al male.

Se mancasse quest'aspetto interiore, redentore e riparatore, evidentemente la nostra spiritualità missionaria sarebbe illusoria, incompleta, superficiale; non sarebbe vera fino in fondo.

 

[1] Scritti dell'abate Monchanin su l'India e il Cristianesimo apparvero nel n. III dei Cahiers Dieu vivant (Ed. du Seuil). .
[2] The christian message in a non-christian world. Londra, 1938
[3] La théologie de la mission selon M. Kraemer, Nouvelle Revue de Science missionaire, 1945, p. 242.
[4] Sull'argomento si veda Baumstark, Liturgie comparée. Edition des Bénédictins d'Amay-s.-Meuse.
[5] Vedere Dom Casel, Le Mémorial du Seigneur, Editions du Cerf, Parigi, 1945. Questa teoria, discutibile per quel che riguarda le origini, ha una parte di verità se si tratta del IV secolo.
[6] Si veda Festugière, L'Enfant d'Agrigente, p. 119 e, in senso contrario, Jean Daniélou, Platonisrne et Théologie mystique, P, 8 segg.
[7] Alexis Carrel, La preghiera, Morcelliana,, 1948.
[8] Questo, che è vero per il buddismo, deve essere attenuato per quel che concerne l'induismo.
[9] Vedere sull'argomento Nygren, Eros et Agapé. Aubier, 1942, e Scheler, L'homme du ressentiment, 1924.