PICCOLI GRANDI LIBRI  JEAN DANIÉLOU
IL MISTERO DELLA SALVEZZA DELLE NAZIONI

Titolo originale dell'opera: LE MISTÈRE DU SALUT DES NATIONS (Edition du Seuil - Paris)
Traduzione dal francese DOMENICO TENDERINI

MORCELLIANA
1954

Prefazione
Cap. I - L'importanza attuale della questione missionaria
Cap. II - La missione del Verbo
Cap. III - Ciò che deve vivere e ciò che deve morire
Cap. IV - Incarnazione e trasfigurazione
Cap. V - Missione e parusia
L'escatologia ortodossa e protestante
Il significato escatologico della conversione degli Ebrei
Cap. VI - La missione dello Spirito Santo
Il peccato contro lo Spirito Santo
Cap. VII - La gloria di Dio

CAPITOLO QUINTO
MISSIONE E PARUSIA

In questo capitolo vorrei impostare il problema missionario in una visione cristiana della storia. Il nostro tempo tutti i problemi li pensa sempre più in una prospettiva storica. Dato che noi abbiamo una maggiore capacità di rifarci indietro e la nostra scienza è più estesa, ci immergiamo nel passato della terra in un modo infinitamente più grande di quel che facessero gli uomini di un secolo fa. Noi ora conosciamo la storia dell'umanità primitiva e perfino la preistoria dell'uomo. Per molti spiriti moderni prende figura anche il passato più lontano. Inoltre, della stessa storia umana, ora che è maggiormente esplorata) distinguiamo meglio i periodi, gli sviluppi; e queste visioni influiscono molto sulla concezione che ci facciamo del mondo. La grande differenza tra il secolo XVII e noi sta in questo, che gli uomini del secolo XVII vedevano tutto in una prospettiva individuale, il problema era quello della grazia e della libertà: sarò io salvo? in qual modo lo sarò? qual'è la parte della libertà e quale quella della grazia nella mia salvezza personale? Ma questa prospettiva non soddisfa più i nostri contemporanei; pili che la salvezza individuale li appassiona la salvezza del mondo, lo sviluppo del corpo mistico e l'attuazione del piano di Dio in tutta l'umanità.

Questa visione storica è caratteristica delle grandi concezioni del mondo nel quale viviamo, e, per non l'rendere che due esempi, del pensiero marxista e del pensiero nietzschiano. I marxisti concepiscono la storia come uno sviluppo mediante il quale l'uomo trasforma progressivamente sé stesso trasformando le condizioni materiali della sua vita. E' la definizione pili precisa che si possa dare del pensiero marxista. C'è, si, l'idea di una trasformazione dell'uomo, ma interamente condizionata dalla trasformazione delle condizioni materiali. Per questa via l'uomo deve arrivare ad una liberazione rispetto alle forze cosmiche che l'opprimono, o alle forze sociali, e ad attuare una specie di paradiso terrestre; perfino a far. recedere la morte. In un libro di Friedmann, La crisi del progresso, l'autore osserva che scopo della scienza è, se non d'abolire la morte, almeno di prolungare le dimensioni della vita umana. Prospettiva, per un verso, grandiosa, ma che, sotto un certo aspetto, non è affatto soddisfacente, perchè prolungare indefinitamente un'esistenza nelle condizioni in cui scorre la nostra, è un'idea che non ha niente di molto entusiasmante. Noi aspiriamo 'alla vita, nessuno ha voglia di morire, ma prolungare una vita in cui sappiamo che niente di meglio ci può venire è propriamente un inferno. E questo non ha nulla a che vedere con l'ideale cristiano della vita eterna.

La concezione tedesca espressa nell'opera di Spengler, Il Declino dell'Occidente, è diversa. Spengler concepisce la storia come un succedersi di grandi civiltà le quali, come delle realtà biologiche, hanno un principio, un vertice e una fine, e terminano in maniera catastrofica. Allora compaiono altre civiltà senza che vi sia continuità e, propriamente parlando, senza che vi sia progresso. Ci furono un tempo la civiltà assira di cui intravediamo qualche cosa, la civiltà egiziana e quella greca. Dopo ciascuna di quelle civiltà venne una catastrofe, un medioevo, durante il quale si perdette gran parte dei progressi acquisiti. Secondo questo autore noi siamo al declino dell'Occidente, entreremo in un medioevo e poi verrà una civiltà che non possiamo immaginare, un mondo nuovo.

Questi esempi - e se ne potrebbero citare altri, come quello di Bergson - mostrano l'interesse che c'è per noi di pensare anche il cristianesimo in una prospettiva storica (1). E' evidente che con questo metodo esso viene a soddisfare di pili le esigenze degli spiriti del tempo nostro. Co. me diceva Padre de Montcheuil, il cristianesimo non deve adattarsi alle succedentesi filosofie, ma deve tener conto delle esperienze spirituali da cui nascono quelle filosofie. Ed è giustissimo. Per esempio, non dobbiamo adattarci affatto al marxismo, ma dobbiamo tener conto dell'esperienza spirituale da cui è nato il marxismo. E precisamente, poiché pensiamo che, il nostro cristianesimo deve essere la vera risposta a quella esperienza spirituale, dobbiamo presentarla sotto una forma che soddisfi alle sue esigenze. Di qui l'interesse di vedere se il cristianesimo è una religione che porta un contributo alla storia; e, compito più preciso per noi, chiederci qual'è, in questa religione che porta il suo contributo alla storia, il senso preciso del pensiero missionario e dell'azione missionaria.

E' importante osservare che il cristianesimo non solo è una religione che porta un contributo alla storia, ma che è la sola a concepire le cose in maniera storica nel significato stretto della parola, nel senso cioè che il cristianesimo è la sola religione nella quale la storia ha un valore. Nella maggior parte delle altre il tempo, che è l'ordine della realtà in cui si sviluppa la storia, è quasi sempre considerato come una deficienza in rapporto alla realtà vera che è l'eternità; l'essere, nel senso pieno della parola, è ciò che si sottrae al cambiamento, al progresso, all'evoluzione. Il tempo non è che uno specchio, un riflesso misero del. l'eternità. E' ciò che troviamo fortemente manifesto nel pensiero platonico e nelle sue derivazioni. E, poiché qui ci riferiamo alle dottrine orientali, è anche assai caratteristico del pensiero indù. Per l'induismo, e più ancora per il buddismo, il tempo rappresenta la molteplicità, la divisione, la dispersione; il vero essere è l'unità.

Il senso dell'ascetica buddistica consiste precisamente nel sottrarsi al tempo, al molteplice, per ritrovare quell'interiore unità che per essa è propriamente il divino. Il buddista pensa che al termine della sua iniziazione è già immortale, che ha vinto il tempo, vi si è sottratto ed è immerso nell'eternità dell'essere. Questo è vero almeno per il buddismo primitivo, e in generale per il buddismo che insiste sopratutto sull'ascesi. A fianco di questa concezione, s'è sviluppata poi tutta una mitologia, chiamata buddologia, nella quale il Budda non è più considerato come un maestro di saggezza, ma come una realtà metafisica, un Essere supremo del quale dobbiamo avere una partecipazione. In tale buddologia, che si trova sviluppata sopratutto nella branca del buddismo che si chiama amidismo attualmente dominante nel Giappone, in opposizione al buddismo del Tibet il quale segue meglio la linea primitiva, si scorge una concezione della storia nel senso che c'è una serie di budda successivi i quali sono come tanti messi a e conducono gradatamente l'umanità verso un destino sempre più felice: Budda è stato una di queste apparizioni, ma Amida ne è un'altra e si attende per i tempi futuri la venuta di un personaggio che sarà una nuova incarnazione del Budda e porterà un ulteriore progresso. C'è dunque una certa visione storica.

In un certo numero di altre religioni, e penso in particolare alle antiche religioni della Persia, troviamo invece una concezione. diversa. Si concepisce bene che il tempo ha un senso (intendo per senso una realtà che si sviluppa organicamente, mentre nel pensiero buddista e platonico il tempo non ha né principio né fine, ed è necessario sforzarsi di sottrarvisi perchè è l'assurdità stessa). La storia si sviluppa in una certa durata, poi sopravviene la catastrofe, una conflagrazione generale: il mondo brucia e si consuma; e tutto ricomincia secondo il medesimo sviluppo che sbocca poi in una seconda catastrofe. E' la dottrina degli eterni ritorni. E' stata adottata da alcuni filosofi greci e più recentemente da Nietzsche.

Non si tratta di una specie di eternizzazione della nostra vita sulla terra, ben si d'una serie di vite successive esattamente simili, in cui noi saremmo condotti a ripassare indefinitamente attraverso tutto quello che abbiamo vissuto. E' spaventosa, in simili concezioni della storia, la noia ch'esse producono, la stanchezza di fronte a un ciclo che ricomincia indefinitamente e dal quale non si esce mai. Bisogno umano fondamentale è che ci sia un termine, che la vita abbia un senso, un fine che la giustifichi. Le piu alte di quelle teorie non sono riuscite a trovare questo fine, oppure l'hanno indicato nel solo sottrarsi al tempo abbandonando il mondo alla sua maledetta sorte. Inoltre non si è mai sicuri, per esempio nella prospettiva buddista, che dopo esserci sottratti al tempo, ce ne siamo definitivamente liberati.

Se confrontiamo queste dottrine con quella della Bibbia troviamo una prospettiva affatto diversa. Nella Bibbia la storia è l'attuazione d'un piano di Dio, il quale ha un principio, un mezzo e una fine. Dio, nel tempo e per mezzo del tempo, compie una certa opera per tappe successive, secondo un piano da Lui previsto. Questo concetto ritorna spesso nell' Antico Testamento: vi si parla del «giorno di Jahvè» o del «giorno» che è quello in cui il mondo attenderà la sua fine. Anche nel Vangelo Nostro Signore si serve di questo vocabolario; Egli usa questa espressione misteriosa: La mia ora non è ancora venuta; oppure: Non è la mia ora; o: Adesso è l'ora delle tenebre. Tutto questo mostra un piano stabilito da Dio, in cui ogni cosa viene alla sua ora.

Da questo punto la storia prende una consistenza e un senso. Cessa di essere pura molteplicità e dispersione per diventare una realtà coerente, ordinata a un fine, una creazione di Dio. Nel pensiero biblico troviamo questo indirizzo dal momento in cui prende coscienza di se stesso, cioè da Abramo, con l'attesa della attuazione da parte di Dio del suo disegno. Dio promette ad Abramo - è l'alleanza - che in lui sarebbero benedette tutte le nazioni e che i suoi discendenti entrerebbero in possesso d'una terra, la terra della ]}ro. messa. La storia d'Israele è ormai un seguito di avvenimenti per mezzo dei quali si compie il disegno di Dio. La promessa fatta ad Abramo verso il 1800 a. C. si compie verso il 1200 a. C., quando Giosuè entra nella terra promessa e gli ebrei vi si stabiliscono. Ma questo primo compimento non esaurisce il contenuto della promessa. Per questo attraverso tutta la storia israelita persiste un'at. tesa dell'avvento definitivo del regno di Dio. La parola «escatologia» significa appunto questo. L'escatologia è la scienza, il «logos» dell'« escaton », cioè della fine. Tutta la storia giudaica presenta questo carattere, e soltanto la storia giudaica lo presenta. Ed è ciò per cui il popolo giudaico presenta qualche cosa di assolutamente unico rispetto all'etnologia, al punto che si può dire trovarsi soltanto presso quel popolo una vera storia.

L'attesa anima segnatamente la predicazione dei profeti. Verso l'epoca di Cristo essa aveva assunto un carattere quasi febbrile, che notiamo in una larga parte della letteratura di allora, la letteratura apocalittica, la quale descrive i particolari intorno agli avvenimenti degli ultimi tempi. Ciò che caratterizzerà quegli avvenimenti sarà dapprima la grande adunata di tutti gli uomini, dei Giudei prima e poi degli altri, a Gerusalemme, adunata che comporta necessariamente la resurrezione, perchè per poter raccogliere tutti gli uomini sarà necessario che i morti risorgano. Poi apparirà il Figlio dell'uomo. E' la parola che troviamo nelle Apocalissi ed è quella che Nostro Signore ha sempre usato per designare se stesso. Nel Vangelo l'espressione: «Figlio dell'uomo» compare settanta volte e sempre sulla sua bocca, mai su quella degli altri. L'opera essenziale che deve compiere questo Figlio dell'uomo è quella che le Apocalissi chiamano il giudizio, il quale consisterà nel discernimento dei buoni e dei cattivi, nell'annientamento delle forze malvagie e nella ricompensa dei giusti. Forze malvagie erano considerate in prima linea le potenze demoniache e poi anche le potenze temporali, i grandi imperi che avevano successivamente oppresso Israele nel corso della sua storia e di cui Israele aveva sempre atteso la distruzione. Il giudizio sarà seguito dallo stabilimento del regno di Dio, che i Giudei del tempo si rappresentavano sotto due diverse forme. Da una parte lo vedevano come un regno terrestre, santo, dal quale sarebbe eliminato ogni peccato, governato da un re messianico; e nel medesimo tempo ci sarebbe una specie di ritorno allo stato paradisiaco, nel senso che la prosperità e la fecondità della terra sarebbero grandissime. A fianco di questa concezione ne troviamo una diversa secondo la quale il giudizio deve essere un annientamento del mondo presente, al quale deve succedere « il secolo futuro », un altro mondo tutto diverso e che raccoglierà intorno a Dio, in una vita misteriosa, la vita eterna, tutti gli amici di Dio.

Ora, tutte queste realtà escatologiche sempre attese dai Giudei, si sono compiute in Nostro Signore. Egli si presenta come il Figlio dell'uomo annunciato da Daniele. Colui che crede in Lui è già giudicato. (Giov. III, 17), è passato dalla morte alla vita (V, 25), possiede la vita eterna (V, 24). L'ora della resurrezione è giunta (V, 26). Tutto questo viene compiuto dagli avvenimenti misteriosi della sua Incarnazione, della sua Passione, della Resurrezione e infine dell' Ascensione per la quale, secondo il detto dell'Epistola agli Ebrei, l'umanità è introdotta una volta per sempre nella sfera di Dio. Insisto un poco su questo detto perché è capitale per la filosofia cristiana della storia.

Lo straordinario avvenimento che nella storia del mondo è rappresentato dall' Ascensione è in. fatti che, una volta per tutte e per sempre, l'umanità viene unita alla vita divina ed è introdotta da Cristo nella sfera di Dio: «Hapax », «una volta per tutte », in una maniera assolutamente « irreversibile» secondo il termine che usano i filosofi moderni per definire il senso stesso del tempo. Questo vuol dire che non ci può essere più un ritorno indietro e che l'umanità non può essere pili separata da Dio. Essa vi è entrata per sempre e definitivamente. Noi siamo salvati in Cristo. Per conseguenza la salvezza nostra non è pili soltanto una speranza, ma una realtà già realmente posseduta. Abbiamo già la vita divina e la fine dei tempi è venuta con Cristo. Questo è definitivamente acquisito (2).

Tuttavia, se consideriamo noi stessi e l'umanità che ci circonda, siamo colpiti dal contrario, cioè da quel che resta di miseria, di peccato e dalla piccola differenza che spesso sembra esserci tra un cristiano e un non cristiano. Siamo sbalorditi vedendo come la salvezza acquistata in Cristo sia ancora cosi poco manifesta. Era già cosi. per i primi cristiani; benché convinti che a partire dalla Pentecoste lo Spirito Santo fosse venuto e che essi avessero la vita divina, erano pure coscienti di ciò che loro mancava; vedevano bene, in particolare, di non essere ancora risorti. Se essi, secondo il detto di S. Paolo, potevano dire: «Consurrexistis cum Christo - Siete già risorti con Cristo », sapevano anche che la resurrezione a cui partecipavano con la grazia non era ancora manifestata nel loro corpo. Secondo un'espressione di S. Giovanni: «Noi siamo ora figli di Dio ». Nunc è come l'hapax di poco sopra. « Ma ciò che saremo un giorno non è ancora stato manifestato ». C'è quindi qualche cosa di acquisito e nel tempo stesso uno scarto che separa questa prima acquisizione dal compimento definitivo. Ma sappiamo che al tempo di questa manifestazione, di questa Apocalissi, «noi saremo simili a Lui perchè lo vedremo come è (3) ».

I primi cristiani dunque, pur avendo realizzato quanto per loro era già acquisito, attendevano che Cristo tornasse dal Cielo (dove era salito nell' Ascensione) in un avvenimento che chiamavano la parusia, o l'adventus, la venuta di Cristo a radunare tutti gli amici di Dio nella casa del Padre. «lo me ne vado, dice Cristo in So Giovanni, per prepararvi un posto. Ritornerò e vi prenderò con me... Ancora un poco e non mi vedrete, un altro poco e mi vedrete (4) ».

Bisogna aggiungere che quel ritorno sembrava loro imminente: «Vi dico in verità, aveva detto Gesù, che qualcuno di coloro che sono presenti non gusterà la morte prima di vedere il Figlio dell'uomo nel suo regno (5) ». Questa credenza si nota in alcune epistole di So Paolo, in particolare nella Prima Epistola ai Tessalonicesi: «Se crediamo che Gesù mori e risuscitò, crediamo anche che Dio condurrà con Gesù coloro che in Lui si sono addormentati. Ecco quello che vi diciamo: noi cheviviamo, che siamo riservati per la venuta del Signore, per la parusia, non preverremo quelli che si sono addormentati, cioè i morti, poiché al segnale dato - (è perfetto linguaggio biblico) -, alla voce dell' Arcangelo, al suono della tromba divina, il Signore stesso discenderà dal cielo... - (è la parusia) - ...e quelli che in Cristo sono morti risorgeranno per primi. Quindi noi che viviamo, che siamo superstiti, saremo con essi trasportati sopra le nubi, in aria, incontro al Signore. E cosi saremo perpetuamente col Signore. Consolatevi dunque scambievolmente con queste parole (6) ».

Credete forse che siamo lontani dal problema missionario? Ci arriviamo. Il Signore deve ritornare presto, ritornerà. Ma c'è un ritardo, «Moram faciente sponso » come si legge nel testo della parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte. Le vergini stolte e le vergini sagge aspettano; e sono proprio l'immagine di quei primi cristiani :si attende il ritorno dello sposo il quale è partito per celebrare le sue nozze, le nozze eterne dell'Agnello con la Chiesa. Egli è entrato in paradiso, come ce lo rappresenta Gregorio di Nissa, conducendo l'Umanità sua sposa, che ha appena sposato sulla Croce. Egli l'ha introdotta nella Casa di suo Padre. Ora sta per ritornare a cercar tutte le membra del suo corpo mistico e introdurle nella gioia della sua gloria. C'è un ritardo. Perché? Che cosa succede?

Se c'è un ritardo vuol dire che c'è un ostacolo che lo provoca e che impedisce agli avvenimenti degli ultimi tempi d'arrivare. Nella prima Epistola ai Tessalonicesi S. Paolo, rispondendo a certe difficoltà che s'erano levate nella città di Tessalonica, diceva: «Aspettate, il Signore ritornerà presto e voi camminerete davanti a Lui ed entrerete nella sua gloria ». Il risultato fu che i Tessalonicesi, prendendo alla lettera l'insegnamento dell' Apostolo, non facevano più nulla e si accontentavano di aspettare la venuta del Signore. Voi sapete qual'è il senso primitivo delle vigilie cristiane: si doveva essere desti al momento in cui Cristo stava per venire. Il Signore aveva detto: bisogna vegliare tutta la notte perchè non si sa se il Maestro verrà alla terza, alla sesta o alla nona ora, ed è necessario che il Signore trovi il servo vigilante. I primi cristiani avevano preso queste parole alla lettera, alternandosi per non mancare alla venuta del Signore. Ciò evidentemente causava degli inconvenienti e poteva disorganizzare la vita. Perciò S. Paolo fu costretto a dare delle precisazioni nella Seconda Epistola ai Tessalonicesi: « Per ciò che riguarda la venuta, la parusia di Nostro Signore e la nostra riunione con Lui, vi preghiamo, o fratelli, che non vi lasciate smuovere facilmente dai vostri sentimenti né atterrire o da spirito o da parola come se il giorno del Signore fosse imminente (7) ».

Egli dunque ritorna su quanto aveva detto prima. «Nessuno vi seduca in alcun modo, perché prima... (prima della venuta del Signore) verrà l'apostasia e si manifesterà l'uomo del peccato. il figlio della perdizione, l'avversario il quale si leva contro tutto quello che si dice Dio o è adorato, fino ad assidersi nel santuario di Dio e a spacciarsi per Dio ». Il «figlio della perdizione» è una figura misteriosa. Non si sa inoltre se è una figura collettiva o individuale. Essa rappresenta la deificazione dell'uomo operata dall'uomo stesso. «Non vi ricordate che vi dicevo queste cose quand'ero ancora presso di voi?» Non sappiamo che cosa S. Paolo avesse potuto dire. «Ed ora» - ecco la parola essenziale - «ora voi sapete che cosa lo trattiene affinché sia manifestato a suo tempo (8) ». C'è dunque qualche cosa che trattiene, che mette ostacolo, che ritarda. E' un passo misterioso e sul quale gli esegeti hanno molto discusso. Si è pensato che fosse allora l'Impero romano che s'opponeva a Cristo. Ma tale interpretazione non soddisfa punto, perchè ciò a cui s'oppone quell'ostacolo è alla venuta dell'anticristo, che prima deve venire.

Il passo diventa chiaro (e questa volta rientriamo veramente nel nostro soggetto) confrontato con un altro del discorso escatologico di S. Matteo nel capitolo XXIV (9). Nostro Signore annuncia gli avvenimenti della fine dei tempi rispondendo agli apostoli che chiedono: «Di' a noi, quando succederanno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo? - Badate bene, risponde Gesti, che non v'indu-cano in errore ». Egli dice che vi saranno guerre tra le nazioni, regni contro regni, e pestilenze. «Tutte Queste cose sono il principio dei dolori, e molti si scandalizzeranno. E per il sovrabbondare dell'iniquità, la carità di molti si raffredderà, ma chi persevererà fino alla fine sarà:salvo. E sarà predicato questo Vangelo del Regno per tutta la terra per testimonianza a tutte le nazioni; e allora verrà la fine (10) ».

E' un passo di capitale importanza e che rischiara il testo dell'Epistola ai Tessalonicesi. Si .(leve avverare una condizione perchè il Signore venga, perchè si manifesti la parusia del Signore ed Egli venga a cercare i suoi; e fino a quando non si sarà avverata il Signore non può venire nella sua gloria. La condizione è che il Vangelo 'Sia annunciato a tutti i popoli. Ecco la luce che essa getta sul carattere fondamentale della missione, dell'evangelizzazione: è la più grande realtà del mondo attuale, la condizione essenziale perché si compia la parusia alla quale tendono tutti i cristiani. Perchè i cristiani sono tesi alla parusia. Lo erano i primi cristiani e dobbiamo esserlo noi pure: essi attendevano che Cristo venisse nella gloria a instaurare definitivamente il suo regno. E' il termine stesso della speranza cristiana di cui al presente non abbiamo che le primizie. Ora, perchè questo possa avvenire, perchè la nostra speranza possa conseguire in pieno il suo oggetto, c'è una condizione sola! ma indispensabile: il Vangelo deve essere stato prima annunciato a tutti i popoli del mondo, deve essere stato predi-cato nell'universo intero.

Molti altri passi del Nuovo Testamento diventano chiari a questa luce, per esempio l'inizio degli Atti degli Apostoli. Gli Apostoli chiedono al Signore dopo la resurrezione: «Signore, ricostruirai tu adesso il regno?» E' la cosa che li preoccupa: quando sarà definitivamente stabilito il regno messianico? E il Signore risponde: « Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha fissato di sua propria autorità. Ma quando lo Spirito Santo discenderà sopra di voi, riceverete la sua forza e mi sarete testimoni in Gerusalemme e fino all'estremità della terra (11) ». Gli Apostoli non devono dunque conoscere il tempo, ma una cosa hanno bisogno di sapere: che devono portare la parola del Signore fino all'estremità della terra. In questo consiste il compito della vita cristiana fino alla parusia. E' necessario che il Vangelo sia annunciato a tutti i popoli, e allora il Signore potrà stabilire il suo regno.

Un altro passo molto misterioso, ma che s'illumina con quanto detto sopra, è quello celebre dei quattro cavalli al capitolo VI dell' Apocalisse: « Vidi l'Agnello che aveva aperto il primo dei sette sigilli e sentii uno dei quattro animali che diceva con voce quasi di tuono: Vieni. E vidi apparire un cavallo bianco, e colui che v'era sopra aveva un arco, e gli fu data una corona e parti da vincitore per vincere. E avendo aperto il secondo sigillo, udii il secondo animale che diceva: Vieni. E usci un altro cavallo che era rosso; e colui che v'era sopra ebbe il potere di togliere la pace dalla terra affinché gli uomini si uccidessero a vicenda, e gli fu data una grande spada. Poi ecco un cavallo nero e da ultimo un cavallo pallido. Colui che era sopra a quest'ultimo si chiama morte e le andava dietro l'inferno. Alla morte fu data potestà sopra la quarta parte della terra per uccidere con la spada, con la fame, con la mortalità e con le bestie feroci (14) ».

Tra i quattro cavalli c'è una considerevole diversità: gli ultimi tre rappresentano la calamità della fine, che Nostro Signore, come S. Paolo, dice dover precedere la parusia. Ma prima di questi tre cavalli c'è quello bianco che deve percorrere trionfalmente il mondo. Conosciamo il suo nome dal capitolo XIX della stessa Apocalisse: «Poi vidi il cielo aperto ed ecco un cavallo bianco. Colui che lo montava si chiamava Fedele e Verace, e giudica con giustizia e combatte. I suoi occhi erano come fiamma di fuoco, aveva sulla testa molti diademi e portava scritto un nome che nessuno conosce se non lui, ed era vestito d'una veste tinta di sangue: il suo nome è il Verbo di Dio (15) ». Il cavallo bianco è dunque il Verbo di Dio, è la parola di Dio che dovrà compiere la sua corsa trionfale attraverso tutto il mondo prima che possano arrivare gli avvenimenti della fine.

Tutti questi passi dimostrano che, per S. Paolo prima e poi per l'insieme dei primi cristiani, il senso di quell'indugio, di quella «mora », di quel ritardo della parusia che li stupiva tanto e che essi non compresero che gradatamente, era la necessità che il mondo, prima dell'avvento della parusia, fosse stato evangelizzato e tutti i popoli avessero ricevuto il messaggio di Dio. Ma essi credevano che questo sarebbe avvenuto molto più rapidamente. Su questo punto il disegno di Dio era per loro misterioso. S. Paolo credeva forse di poter convertire il mondo nel periodo della vita d'un uomo e che lui, l'Apostolo delle genti, sarebbe riuscito a raccogliere tutti gli uomini intorno a Cristo; e, a coronamento dell'opera, avrebbe veduto il Signore venire sulle nubi a giudicare tutte le nazioni. Si spiega l'aspetto tragico della sua predicazione, quella specie di fretta che lo getta per tutti i paesi del mondo, quella febbre che lo prende e s'impadronisce di tutti i suoi sensi, se si comprende il senso escatologico della sua missione.

Poi il piano di Dio s'è dispiegato a: poco a poco nel suo mistero. S'è visto che in realtà era un lavoro di' lunga pazienza e che l'indugio era molto più lungo di quel che dapprima s'era pensato; che quella successiva entrata dei popoli nella Chiesa si sarebbe estesa per secoli e secoli. C'era evidentemente il pericolo che si allentasse quella vigilanza di cui abbiamo parlato, e che, a forza di attendere notti e notti, i cristiani cessassero di avere l'attenzione dell'anima alla parusia. E per questo allentamento, essi sono infedeli all'appello di Dio, perchè ciò che caratterizza la economia cristiana è che la parusia viene sempre considerata come qualcosa d'imminente, e che noi ,dobbiamo sempre tendere con l'occhio del cuore all'incontro definitivo dell'umanità totale con lo sposo; d'altra parte c'è quella lunga pazienza, quell' «hypomenè », come dicono i Padri, per la quale dobbiamo saper sopportare, senza lasciarci scuotere, senza lasciarci scoraggiare, tutti i ritardi, tutti i contrattempi, tutti gli ostacoli, conservando sempre viva la speranza in fondo al cuore.

Questa filosofia, o meglio questa teologia della storia, è stata precisata ancora da S. Paolo su un punto nell'Epistola ai Romani; su un punto interessantissimo, perchè riguarda uno dei grandi misteri cristiani della storia, il mistero del giudaismo; perchè è certo che, il problema giudaico è un problema teologico. Ci opponiamo decisamente al razzismo che lo considera un problema biologico. Per noi gli ebrei non sono affatto una razza biologicamente inferiore, ma una razza che è segnata da una maledizione teologicamente misteriosa. Ed è ciò per cui essa resta un problema in mezzo ai popoli.

Sul mistero del significato storico del giudaismo e della sua relazione con l'escatologia, S. Paolo s'è espresso in modo reciso nella Epistola ai Romani. I giudei hanno respinto il Messia. Cosa assolutamente strana. Quel popolo aveva atteso per secoli la venuta del Messia, e quando il Messia arrivò, lo crocifissero.'« Hanno essi apostatalo per cadere per sempre? - si chiede S. Paolo -. No certo. Ma la loro caduta è stata la salvezza dei Gentili (16) ». Sono visioni storiche di una profondità veramente insondabile. L'apostasia del popolo giudaico rientra in certo modo nel disegno di Dio. Non si deve supporre che S. Paolo intenda affermare una responsabilità e una condanna di tutti i giudei; l'incredulità ha potuto essere non colpevole in una buona parte del popolo, che non ha riconosciuto il Messia, forse anche nella maggior parte, numericamente parlando. Ma resta il fatto che il popolo come popolo non ha creduto, nonostante le opere di Cristo, e di questa incredulità la colpa è nel popolo stesso, non risale a Dio.

« La salute è arrivata ai Gentili, continua egli, per eccitare l'emulazione d'Israele. Che se la loro caduta è diventata ricchezza per il mondo e il loro piccolo numero ricchezza per i Gentili, che non sarà la loro pienezza? ».

Questo straordinario passo ci suggerisce es. servi una pienezza della vocazione del popolo giudeo che si manifesterà soltanto alla fine dei tempi. «Poiché dico a voi, cristiani nati dai gentili: io stesso in quanto Apostolo delle genti mi sforzo di far onore al mio ministero, perchè se il loro rifiuto è stato la riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro reintegrazione se non una resurrezione dai morti? (17) ». C'è dunque un rapporto tra la reintegrazione dei giudei e la resurrezione dei morti, cioè, praticamente, la parusia, la fine. S. Paolo continua: «Una parte d'Israele è caduta nell'accecamento fino a che la massa dei Gentili sia entrata, e cosi tutto Israele si salvi conforme sta scritto: il liberatore verrà da Sion (18) ». S. Paolo sapeva dunque che la salvezza d'Israele, cioè dei fratelli ch'egli amava appassionatamente, era legata alla conversione dei Gentili. Questo fatto è ricco di conseguenze. C'è una seconda ragione per la quale la conversione dei Gentili si presentava tanto urgente ai suoi occhi: egli sapeva che gli ebrei non sarebbero salvati se non quando i Gentili fossero rientrati. E' uno dei grandi misteri della Rivelazione che gli aveva fatto il Signore. Solo che, anche qui, egli forse pensava che questo potesse avvenire nello spazio della vita d'un uomo, e che la conversione dei Giudei potesse compiersi mentr'egli era in vita...

La conversione degli Ebrei è rimasta poi sospesa. Ma per quale ragione è tenuta in sospeso? E' tenuta in sospeso per la questione missionaria. Sappiamo che gli Ebrei non si convertiranno in quanto popolo prima che non sia rientrata la massa dei Gentili; e l'ostacolo che impedisce la conversione degli Ebrei è precisamente dato dal fatto che l'evangelizzazione non è ancora interamente compiuta. Soltanto il giorno in cui tutti i popoli nel loro insieme saranno evangelizzati, in cui l'India sarà cristiana, e cristiana sarà la Cina, e cristiani i popoli negri. potrà seguire la conversione dei Giudei; e una volta che questi saranno reintegrati, come dice S. Paolo, soltanto allora verrà la resurrezione. Quel passo strano rischiara perciò profondamente la filosofia Cristiana della storia e pone nel centro stesso del mistero il problema missionario, cioè l'evangelizzazione dei pagani.

Quale sarà la conclusione dal punto di vista missionario? Nel pensiero di S. Paolo troviamo tre insegnamenti essenziali.

Il primo è che l'evangelizzazione dei pagani, e quindi la missione, è la condizione necessaria per la parusia e che c'è un rapporto diretto tra l'evangelizzazione del mondo e l'attuazione di quel regno di Dio verso cui è tesa l'umanità. Il Signore non verrà pienamente a noi che quando sarà terminata l'evangelizzazione del mondo, nel senso che alla morte saremo già nella gioia del Padre, ma la nostra gioia sarà incompleta perchè non ci sarà la resurrezione né la grande adunata. E' quindi necessario per la nostra gioia perfetta che venga tolto l'ostacolo, cioè che tutte le genti siano evangelizzate. Cosi l'attesa della parusia non porta affatto a disinteressarsi del mondo presente; al contrario, essa deve ispirare un grande zelo apostolico.

Il secondo insegnamento è l'urgenza della predicazione. Se desideriamo veramente lo stabilimento del regno di Dio, la predicazione della parola, e particolarmente l'evangelizzazione missionaria, assumono carattere d'urgenza e appaiono come la sola cosa efficace che possiamo fare per l'avvento del regno di Dio. Ciò spiega l'insistenza con la quale S. Paolo ritorna su quest'idea. Citerò soltanto questo bellissimo passo della seconda Epistola a Timoteo. che condensa alcune delle idee sulle quali abbiamo meditato. E' un passo che ricorre spesso nella liturgia.

. « Ti scongiuro dinanzi a Dio ed a Gesù Cristo che deve giudicare i vivi e i morti, per la sua venuta e per il suo regno... » Vedete che egli si pone esattamente nella prospettiva della parusia la quale comprende il giudizio, l'apparizione e il regno. «Predica la parola ». C'è un legame diretto tra le due cose. « Insisti, attendi, riprendi, supplica, esorta con ogni pazienza e dottrina, poiché verrà un tempo in cui gli uomini non sopporteranno la sana dottrina, ma moltiplicheranno a se stessi i maestri per prurito di udire, e staccheranno l'orecchio dalla verità per rivolgerlo alle favole. Ma tu sii sobrio in ogni cosa, fa opera d'evangelista, adempi il tuo ministero. Quanto a me, io sono già offerto in sacrificio e il momento della mia dipartita s'avvicina. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede, ormai mi è serbata la corona di giustizia che il Signore, giusto Giudice, mi renderà in quel giorno, e non solo a me, ma a tutti coloro che avranno desiderato la parusia (17) ». La espressione finale: « Qui diligunt adventum eius », è una delle più grandi e belle definizioni che si possono dare del cristiano: «Colui che ama la parusia del Signore », cioè colui la cui anima si eleva sopra le realizzazioni puramente temporali e storiche per attendere l'incontro dello Sposo e della Sposa, dell'umanità e di Cristo!

Rimane un ultimo aspetto che sembra contraddire il precedente, benché la loro paradossale unione costituisca precisamente la spiritualità cristiana e specialmente missionaria: la pazienza. Se c'è urgenza di predicazione, vi è pure il ritardo, la «mora» dello Sposo. Ora noi sappiamo perchè Egli ritarda, e sappiamo meglio dei primi cristiani che la sua venuta deve essere ancora ritardata di qualche tempo, fino a che l'evangelizzazione missionaria non sarà compiuta. Notate che essa potrebbe compiersi più in fretta, se ci fosse maggior fede, se i cristiani fossero animati dallo zelo di S. Paolo; ma insomma tarderà ancora, e durante l'attesa è necessario continuare a vigilare, non lasciarsi scoraggiare e sopratutto non perdere di vista la meta a cui siamo diretti. Non bisogna abituarsi alla terra. Non devono le nostre speranze spirituali abbassarsi ad un messianismo terrestre. La grande tentazione è di perdere di vista l'attuazione celeste e perfetta del regno di Dio per contentarsi della pallida immagine che può essere un ordinamento della città terrestre, il quale, anche se buono, non è se non il riflesso deturpato di quanto attendiamo nel vero regno di Dio.

Note complementari

L'ESCATOLOGIA ORTODOSSA E PROTESTANTE

I cristiani hanno perduto il senso della storia. Questo era vero specialmente per l'ortodossia russa. Essa se ne disinteressava. L'ortodossia era diventata una religione di monaci, una contemplazione atemporale per mezzo della vita liturgica, in compagnia degli angeli. C'era dunque uno smarrimento del senso pieno dell'incarnazione e, in particolare, dell'evangelizzazione. Gli ortodossi russi hanno qualche missione che tentano di valorizzare, ma in realtà la missione ortodossa è ben meschina. Ce n'è una in Giappone, ma di scarsa importanza. Ma la Russia ha ritrovato il senso della storia sul piano profano attraverso il marxismo. E per questa misteriosa via la storia e l'escatologia sono ugualmente rinate nel pensiero religioso, come lo dimostra specialmente l'opera di Berdiaeff. Costui oppone il messianismo ortodosso al conservatorismo occidentale. Ma questa opposizione nasce sopratutto dalle differenze sociologiche: nella Russia moderna c'è dinamismo e slancio verso l'avvenire, mentre presso di noi c'è piuttosto uno sforzo di conservazione del passato.

Presso i protestanti si trova pure un rifiorire dell'escatologia nella scuola di Barth. L'escatologia si trova alla base del suo pensiero, ma è una escatologia assai diversa dalla nostra, nel senso che i protestanti intendono per escatologia la rottura tra il mondo presente e il mondo di Dio. Essi però non hanno l'idea d'uno sviluppo storico. L'escatologia esprime la tragica condizione dell'uomo peccatore di fronte a Dio. Infatti per i protestanti noi siamo giustificati solo in speranza; non solo aspettiamo la resurrezione, ma attendiamo anche la grazia, mentre per noi si tratta di distinguere ciò che è oggetto d'attesa da ciò che è già posseduto. Sappiamo di possedere già la grazia, di essere « figli di Dio », come afferma S. Giovanni, ma di non possedere ancora la resurrezione. L'elemento d'attesa è più tragico per loro che per noi. I santi cristiani, i grandi mistici, hanno già un possesso di Dio. Per i protestanti una cosa simile non esiste. Per questo essi comprendono cosi bene l'Antico Testamento che parla dell'attesa più che il Nuovo Testamento. Per essi Cristo ha acquistato la salvezza, ma essi non ne hanno ancora il godimento. L'immagine di Lutero è impressionante. Un protestante è qualcuno che è in prigione sapendo di essere prosciolto; mentre un cattolico è uno che è uscito di prigione. Per noi la liberazione è già un fatto compiuto.

IL SIGNIFICATO ESOATOLOGICO DELLA OONVERSIONE DEGLI EBREI

Il destino del popolo giudeo è il punto più misterioso nei disegni di Dio. Se ne può appena intravedere qualche cosa. Grande pericolo per il cristianesimo era certo quello di restare legato al giudaismo. In certo modo era necessario che si rendesse manifesta la fine dell'economia antica, che consisteva nell'elezione del popolo di Dio, perché potesse inaugurarsi un mondo del tutto nuovo. Se il giudaismo si fosse convertito in blocco al cristianesimo, si correva il rischio che restasse dominante nel cristianesimo e questo poteva essere un grande ostacolo all'evangelizzazione. La rottura manifestava agli occhi dei Gentili il passaggio dalla religione giudaica alla religione universale. E' uno degli aspetti attraverso i quali si può intravedere la sapienza misteriosa del piano di Dio; insistendo però che la maledizione colpisce una razza non significa condanna individuale dei membri che la compongono. Sarebbe intollerabile e significherebbe che Dio ha condannato alla pena eterna tutto un popolo, e sopra tutto il «suo popolo », cosa assolutamente contraria allo spirito di S. Paolo, perchè si vede come S. Paolo guardi amorosamente ai suoi fratelli ed esalti la loro grandezza.

La verità è che il piano di Dio, in certi momenti, può colpire una razza i cui individui potranno salvarsi o meno, individualmente, secondo la loro personale corrispondenza o resistenza alla grazia. Ci sono dei giudei la cui responsabilità nella condanna di Cristo è estremamente grave, ma nell'insieme certamente « essi non sanno quello che si fanno », come disse Gesù. Quando S. Paolo perseguitava i cristiani, era in buona fede, era persuaso di compiere l'opera di Dio. Esempio caratteristico. Non si vuol perciò affermare che c'è una condanna individuale dei giudei, ma che era nel piano di Dio che quel popolo, in quanto tale, venisse messo da parte per qualche tempo. Dice S. Paolo: «Se la loro caduta è diventata la ricchezza del mondo» - espressione profonda se ci si riflette - « e il loro piccolo numero la ricchezza dei Gentili, che cosa non sarà la loro pienezza?» C'è un senso della gloria futura del popolo giudeo che è sorprendente in S. Paolo. Il popolo giudeo conoscerà un giorno la pienezza, ma per ora la sua caduta è la ricchezza del mondo.

D'altra parte si comprendono bene le ragioni del loro rifiuto: essi non hanno accettato di entrar nell'ordine nuovo, e socialmente era quasi impossibile accettare. Un popolo, o una classe, difficilmente rinuncia ai suoi privilegi, perchè simile rinuncia rappresenterebbe una forma di suicidio. Non si può immaginare che tale suicidio sia sociologicamente possibile. Ciò che Dio chiedeva ai Giudei era di non considerarsi più la razza eletta, il popolo unico, mentre da diciannove secoli s'erano cullati nell'orgoglio d'essere i primogeniti di Dio.

 

[1] Si possono trovare tentativi del genere in H. de Lubac: Catholicisme (ed. du Cerf.); Christopher Dawson: Progrès et Religion, Plon (trad. it. presso Comunità. Milano); Jean Daniélou: Le signe du Temple Galimard, trad. it. Morcelliana, 1953).
[2] Si noti la differenza fra Incarnazione e Ascensione. Secondo il pensiero di parecchi Padri, all'Incarnazione l'umanità intera ha già contratto un'unione indissolubile con la divinità attraverso Gesù Cristo. Ma ~ un'unione ancora iniziale e potenziale, destinata a svilupparsi nei singoli uomini attraverso la loro incorporazione a Cristo: il risultato di questa incorporazione è la Chiesa, corpo mistico di Cristo. All'Ascensione è Cristo, capo della Chiesa, che entra in cielo e che vi introduce quelli che sono definitivamente incorporati a Lui (N. d. T.).
[3] I Giov. III, 2.
[4] Giov. XIV, 3.
[5] Matt. XVI, 28.
[6] I Tessal. IV, 13-17.
[7] II Tessal. II, 1-3
[8] II Te8sal. II, 4-6.
[9] Ciò che segue si deve in buona parte all'articolo di O. Cullmann, Sul carattere escatologico del dovere missionario e la coscienza apostolica di S. Paolo. Rev. Rist. Phil relig., 1936, p. 210 segg.
[10] Matt. XXIV. 12-14.
[11] Atti Ap. I, 6-9.
[12] Apoc., VI, 1-7.
[13] Apoc., XIX, 11-14.
[14] Rom. XI, 11.
[15] Rom. XI. 13-15.
[16] Rom. XI, 25.
[17] II Tim. IV, 1-8.