PICCOLI GRANDI LIBRI   JEAN DANIÉLOU
IL MISTERO DELLA SALVEZZA DELLE NAZIONI

Titolo originale dell'opera: LE MISTÈRE DU SALUT DES NATIONS (Edition du Seuil - Paris)
Traduzione dal francese DOMENICO TENDERINI

MORCELLIANA
1954

Prefazione
Cap. I - L'importanza attuale della questione missionaria
Cap. II - La missione del Verbo
Cap. III - Ciò che deve vivere e ciò che deve morire
Cap. IV - Incarnazione e trasfigurazione
Cap. V - Missione e parusia
L'escatologia ortodossa e protestante
Il significato escatologico della conversione degli Ebrei
Cap. VI - La missione dello Spirito Santo
Il peccato contro lo Spirito Santo
Cap. VII - La gloria di Dio

CAPITOLO SETTIMO
LA GLORIA DI DIO

Per finire, ci proveremo a rilevare qualche aspetto di quella che può essere una spiritualità missionaria, cioè una spiritualità cristiana orientata verso l'espansione del regno di Dio nel mondo. lo vorrei far vedere come lo spirito apostolico non sia autentico se non è radicato profondamente nello spirito di contemplazione, e come esso non sia che la fioritura e l'espansione della vita di lode. E' la contemplazione di Dio che desta in noi il desiderio di farlo conoscere ed amare. Questo risponde al più. difficile di tutti i problemi che suscita l'apostolato missionario e che in molti casi può impedire di scorgerne tutto il significato. ,Il problema è questo: i teologi moderni, continuando peraltro le riflessioni dei teologi anteriori, si pongono il quesito di sapere qual'è la sorte delle anime che sono fuori della Chiesa. Tutti i pagani, tutti i buddisti, tutti i mussulmani, dal momento che sono fuori della Chiesa, sono per questo esclusi dalla salvezza? (1) Qual'è il senso esatto della formula: «Fuori della Chiesa non c'è salvezza?» La maggior parte dei teologi dicono che l'appartenenza alla Chiesa visibile non è condizione assolutamente necessaria di salvezza; si può supplire a questa appartenenza, e possiamo pensare che le anime di buona volontà, anche se fuori della Chiesa, siano salvate.

Ma allora perchè le missioni? Se quelle anime possono salvarsi senza appartenere visibilmente alla Chiesa, perchè, insistiamo, non lasciarle nella loro buona fede? Se per alcuni il buddismo, per altri l'islamismo, possono essere una via per trovare Dio, che necessità c'è di trarli dal loro errore e portar loro il Vangelo? Non dico che ciò sopprima tutta l'importanza dell'apostolato missionario, il cui merito resterà sempre di recar loro un bene maggiore nella Chiesa, ma che ne potrebbe diminuire l'urgenza.

In realtà il problema è posto male nel suo punto di partenza. La sorgente dell'apostolato non è una necessità, ma una esigenza d'amore. Ciò che deve destare in noi la vocazione missionaria non è sopratutto la necessità delle anime che vogliamo salvare, è invece l'amor di Dio che ci spinge a desiderare che Egli sia conosciuto ed amato. L'autentico appello missionario parte dalla dolorosa impazienza di vedere che Cristo non è conosciuto e non è amato. E questa esigenza dell'amore è più. urgente di quello che lo potrebbe essere nessun'altra necessità. C'è insomma un doppio movimento: desideriamo portare Cristo alle anime e portare le anime a Cristo. Troppo spesso si mira soltanto al primo: bisogna portar Cristo alle anime. Se ci si ferma qui, temo che il nostro appello missionario non sia abbastanza urgente e si presti ad alcune obbiezioni. Ma se insistiamo anche sull'altro aspetto: vogliamo portare le anime a Cristo perchè portare anime a Cristo è la sola efficace prova d'amore che possiamo dargli, dato che non possiamo aggiungere nulla alla sua gloria interiore, allora lo spirito apostolico, trovando il movente nell'amore di Cristo, diventa di un'urgenza implacabile. Su questo amore i grandi Apostoli hanno poggiato il loro slancio verso le anime: «Dove, scrive S. Ignazio a dei giovani religiosi, è oggi adorata la maestà di Dio? Dove viene rispettata la sua potenza? Dove sono conosciute la sua infinita bontà, la sua infinita pazienza?»

E' della massima importanza mettere su questo asse la nostra spiritualità missionaria, farne centro Dio. Spesso ai giorni nostri la nostra spiritualità si mostra troppo antropocentrica, troppo orientata al bene dell'umanità come tale, e in tal modo perde parecchio del suo contenuto religioso più essenziale e finisce per diventare un diffuso umanismo. Perchè amiamo gli uomini, desideriamo loro tutti i beni, ivi compresi i beni religiosi; ma il punto di partenza resta umano. Una autentica spiritualità missionaria deve avere questo aspetto, ma deve avere innanzitutto la sua sorgente nell'amore di Dio e di Cristo, e perciò deve radicarsi perennemente nella contemplazione, la quale conserva in noi il senso di Dio.

Per penetrare bene quest'idea, riflettiamo che cosa s'intende precisamente per spirito di lode, poiché lo spirito missionario ne è come una derivazione. Lo spirito di lode è il riconoscimento della trascendenza di Dio. Dio è il sovrano assoluto da cui in ogni istante dipendono tutte le cose, cosi che assolutamente nulla potrebbe sussistere se Egli non lo mantenesse nell'essere. In paragone di Lui i popoli sono come una goccia d'acqua.

Questa considerazione ristabilisce le vere prospettive. Noi siamo dei miopi; ai nostri occhi le cose visibili prendono un'importanza sproporzionata al loro valore reale; e, al contrario, le cose divine che sono lontane vengono in qualche modo svalorizzate. Lo spirito di lode consiste nel ristabilire la vera prospettiva e rimettere le cose al loro posto: nel trattar Dio .come Dio e le cose umane come cose umane.

Ora, trattar Dio come Dio vuol dire scoprire gradatamente la sua grandezza. Grandezza di Dio, la quale è in primo luogo un'immensità assolutamente sconcertante per le nostre immaginazioni, al punto che i nostri spiriti si perdono quando tentano di delimitarla, perchè nessuna immagine creata ce ne può dare un'idea; questa grandezza suscita in noi quella specie di timore religioso che uno scrittore ha chiamato tremendum (2), un terrore che a mala pena è ancora qualcosa di religioso. Essa ci supera completamente, ci scombussola, ma ci rende coscienti della nostra infinita piccolezza. E' il sentimento che leggiamo nell' Antico Testamento dove Abramo, dopo essersi messo alla presenza di Dio, esclama: «lo ho ardito intrattenermi con Te, io che non sono che cenere e polvere ».

Ma Dio non è soltanto quella grandezza che sconcerta i nostri spiriti. E' ancora di più. Ci supera ancora di più con la sua eccellenza. A rigore, se si trattasse solo di potenza, il sentimento che susciterebbe in noi potrebbe essere di rivolta. Si comprende benissimo che un essere infinitamente grande e infinitamente potente, che non sia nel medesimo tempo sovranamente amabile, possa suscitare, e normalmente suscita in certi uomini, simile sentimento; il fatto che alcuni uomini - e ce n'è molti ai nostri tempi, un Nietzsche per esempio, - abbiano provato questa rivolta contro Dio e pensato che la grandezza dell'uomo consista nell'affermarsi contro di Lui, deriva da questo che essi vedono in Dio la sovrana grandezza e non vedono in Lui il valore assolutamente meraviglioso che s'impone, non solo come una potenza che ci schiaccia, ma come una eccellenza alla cui seduzione non possiamo assolutamente sottrarci.

Questo c'introduce in un aspetto molto pili profondo dello spirito di lode: questa sovrana seduzione di Dio fa si che il suo valore s'imponga talmente a noi da non poter pili, a partire dal momento in cui ne intravediamo qualche barlume, impedire all'animo quel grado di ammirazione che il linguaggio religioso chiama adorazione. La adorazione è una forma eminente di ammirazione che si rivolge solo a Dio, perchè Egli supera assolutamente tutti i limiti delle creature. Ed è il pili alto sentimento che possa provare un uomo. L'ammirazione per Dio sveglia due sentimenti in qualche modo complementari che sembrano opporsi, e invece si completano molto bene: il primo, in presenza di tale eccellenza, è il sentimento di timore, perchè quanto pili comprendiamo la santità di Dio, tanto pili sentiamo la nostra impurità e tutta la nostra miseria; l'altro è un desiderio di possedere quel bene eccellente e di unirei a Lui. Tutta la vita religiosa è fondata sulla dialettica di questi due elementi: pili conosciamo Dio, pili desideriamo di purificarci per meglio unirci a Lui.

Ma è necessario aggiungere un'ultima osservazione, che è la pili importante per il nostro assunto: l'eccellenza divina suscita una compiacenza disinteressata verso di Lui, la quale fa si che la amiamo per se stessa e non soltanto per noi. Amiamo che Dio sia cosi e vogliamo a Dio tutto il bene possibile. Amando Dio in tal modo e comprendendo quanto Egli merita di essere conosciuto ed amato, sentiamo dolorosamente lo scandalo di vedere che Dio non è conosciuto e non è amato; ed è precisamente questo, a mio parere, lo stimolo essenziale dell'autentico spirito missionario.

Di questo spirito missionario, cosi caratteristico del Regno di Dio, e del totale annichilamento di fronte all'avvento di Cristo nelle anime, possiamo trovare il modello in molte grandi figure d'apostoli e in Giovanni Battista. Ne possiamo trovare una pili profonda e perfetta espressione nella persona stessa di Nostro Signore, tutta l'opera del quale è fondata sul desiderio della glorificazione del Padre e sulla subordinazione assolutamente totale dei suoi interessi e della sua gloria alla gloria del Padre. Cristo non ha cercato la sua gloria. Non l'ha .mai cercata, quando l'avrebbe potuto, considerando l’eccellenza che gli spettava. Non ha cercato che la gloria del Padre. Vediamo sempre in Lui il desiderio di riferire tutto al Padre, di condurgli le anime, di far sempre la sua volontà. «Il Padre mio m'ama perché faccio sempre quel che a Lui piace (3) ». «Colui che parla di se stesso cerca la propria gloria, ma colui che cerca la gloria di chi l'ha mandato è veritiero e in lui non c'è menzogna (4) ».

Questa sarà sempre la caratteristica di coloro che seguiranno veramente Nostro Signore ed entreranno nel suo spirito. Segno, infatti, d'un autentico spirito missionario è il disinteresse. Dal momento in cui un apostolo diventa personale, o comincia ad essere un'influenza personale, o si lascia guidare da vedute personali, o cerca di attirarsi le anime e non invece di condurle solamente a Cristo, sprofonda tutto e non facciamo più l'opera di Cristo. L'importante è che sia fatto il bene, cioè che le anime conoscano Cristo. Poco importa che sia fatto da noi o da altri. Bisogna essere capaci di gioire del bene fatto dagli altri, come di quello fatto da noi o dai nostri amici.

La gioia missionaria, di cui parlavamo a proposito di S. Giovanni Battista, è che Cristo sia conosciuto ed amato. Per conseguenza, tutte le volte che apprendiamo essersi avvicinate a Lui nuove anime e nuovi paesi essersi aperti a Lui, dovremmo sentire una gioia purissima, perchè l'anima ha trovato il suo Sposo. E che questo sia stato fatto da altri, l'esserci magari riconosciuti impotenti in quel caso, perchè non era la nostra vocazione, non deve mai impedire all'anima apostolica di rallegrarsi in ispirito. Essa è profondamente felice, nel suo amor di Dio, che Egli sia amato e conosciuto di più. Al contrario, la pena dell'anima apostolica non è che la sua azione sia ristretta al cerchio che le è proprio e in cui essa può avere dei successi, ma è di vedere che vicino a tali successi possono esistere dei mondi chiusi alla venuta di Cristo, estranei all'unità delle creature in Dio. «Fin che c'è fuori un uomo, la porta che si chiude in faccia a lui chiude una città d'ingiustizia' e di odio» ha scritto Péguy (5).

Egli parlava della città temporale, ma la formula rivela una magnifica intuizione.

Il bisogno profondo di ricondurre tutto all'unità è la fondamentale aspirazione missionaria, non però sul piano temporale, bensì su quello spirituale. Che ci siano degli uomini, dei popoli stranieri alla città di Dio, è un disordine che ferisce dolorosamente l'anima missionaria. Noi però non abbiamo abbastanza il sentimento di questo disordine. Perchè? Perchè non abbiamo il vero senso dell'unità. Ed è questo che sentiva profondamente Nostro Signore. E' ciò che s'intuisce in Lui nell'orto dell'agonia. Sentiamo l'angoscia della sua anima davanti a tutto ciò che ancora gli sfugge, a tutto ciò ch'Egli non riesce a ricondurre all'unità, a ricongiungere al Padre.

Entriamo più profondamente ancora in questa disposizione del cuore di Nostro Signore, perché dobbiamo sempre rifarci a Lui se vogliamo conoscere quali sono le fondamentali disposizioni cristiane. «lo non sono posseduto dal demonio, ma onoro il Padre mio. lo non cerco la mia gloria. C'è qualcuno che ne prende cura e giudica. Se io glorifico me stesso, la mia gloria è un niente, è il Padre mio che mi glorifica, il quale voi dite che è vostro Dio, ma voi non lo conoscete. lo non cerco la mia gloria. C'è qualcuno che se ne prende cura e giudica (6) ».

Si sente spesso questa osservazione quando si tratta di una vocazione missionaria: Ma infine, perchè andar lontano mentre c'è tanto bene da fare qui? Si ha l'impressione che si dovrebbe prima occuparsi dei propri affari - ed è la naturale reazione umana, - e poi si vedrebbe il tempo di cui si dispone per occuparsi del resto. Presso Nostro Signore si trova una disposizione ben diversa. Cristo si occupa delle cose del Padre e poi rimette totalmente a Lui le proprie. C'è come una specie di felice scambio. Cosi l'anima apostolica apparentemente sembra trascuri le cose più immediate e più vicine, ma perchè vede tutto dal punto di vista del vero interesse del regno di Dio. Essa si pone dal punto di vista di Dio, non del suo proprio. Dio cerca delle anime che siano abbastanza dimentiche di sé da poter prendere a cuore gli interessi di Lui. Questi interessi sono precisamente la salvezza dei grandi popoli pagani, la salvezza dell'Islam, la salvezza dei Giudei, la salvezza dei paesi che si sono staccati da Cristo.

Ultimo aspetto della donazione totale di Cristo alla gloria del Padre suo è che Egli subordina tutto, fino ad arrivare a un completo disprezzo della sua propria gloria, quando il Padre lo richieda. Gli uomini cercano la gloria propria e disconoscono la gloria di Dio. Era necessario che ci fosse qualcuno che facesse il contrario e cercasse la gloria di Dio a spese della propria gloria, fino agli estremi del disprezzo. La Passione di Cristo arriva a questo. Cristo è stato trattato come un malfattore. Perchè? Per riparare tutte le nostre colpe d'orgoglio, ma anche per mostrarci fino a qual punto era necessario consacrarsi alla gloria del Padre e disprezzare la propria.

Una vocazione apostolica autentica porterà necessariamente con sé una parte d'umiliazione, senza di che non potrà dire di seguire veramente Cristo. Il disinteresse dell'apostolo arriverà fino a renderlo capace di subordinare cosi i suoi interessi e la sua gloria alla gloria del Padre. E a colui che è stato buon servitore - ed è ciò che precisamente troviamo nel Vangelo - e che ha cercato la gloria del Padre, il Padre a sua volta dà la sua gloria, cioè lo guarda con profonda benevolenza: «Questi è il mio figliuolo prediletto ». E' la sola ricompensa a cui anche noi dobbiamo aspirare: che il Padre sia contento. Dopo tutto non cerchiamo altro e s'Egli è contento, cioè se noi abbiamo potuto contribuire a condurgli qualche anima, i nostri desideri sono soddisfatti.

Così l'apostolato ci appare come una libera testimonianza d'amore; non c'è nulla di forzato. Non c'è nulla di forzato nel Vangelo. Il Vangelo è, da un capo all'altro, un invito alla generosità, è il manuale degli uomini liberi, delle creature libere e delle creature generose, cioè in esso tutto appartiene all'ordine dell'amore.

Questo si applica particolarissimamente alla chiamata missionaria. Per questo è cosi imperiosa, perchè è molto più difficile sottrarsi all'amore che alla necessità. Noi possiamo costantemente sfuggirvi perchè siamo delle fragili creature che passiamo il tempo a smentire con gli atti le nostre persuasioni profonde, eppure non possiamo sfuggirvi, nel senso che non ci si può sottrarre a quell'interiore esigenza la quale s'impone assolutamente e a cui non possiamo nasconderci senza tradire quello che stimiamo degno d'essere amato e desiderato.

 

[1] La stessa domanda si deve estendere a tutti gli acattolici: ortodossi, anglicani, luterani, calvinisti ecc. che sono pur essi fuori dell'unica Chiesa di Cristo. sebbene in situazioni o rapporti diversi rispetto ai Don cristiani (N. d. T.).
[2] Otto, Le sacré, p. 30 segg.
[3] Giov. VIII, 29.
[4] Giov. VII, 18
[5] Jean Coste, p. 27.
[6] Giov. VIII, 48-45.