PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

Profonda educazione alla fede in famiglia - Ragazzo vivace, avventuroso, amante di Dio e della natura - In seminario a Venegono in prima liceo Le «idee moderniste» dei «preti del novecento» L'ha salvato il futuro Cardinale Giovanni Colombo - La « Repubblica dei ragazzi» nell'oratorio di Locate Varesino - Padre Augusto maestro di vita - La passione per le montagne - Le «prime» sulle Alpi e sulle Dolomiti.

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

Diventa missionario per essere sempre sulle frontiere estreme - Chiede alla sorella monaca di clausura che preghi perché lui diventi santo - Il permesso di entrare al PIME strappato al Cardo Montini - Nell'«Anno di Formazione» lo trovano «un po' svitato» - Un tempo provvidenziale di preghiera e di riflessione - Parte per l'Amazzonia nel novembre 1963 - Prime impressioni: è difficile fare il missionario - Ama la gente ma non vuol stare in parrocchia - «Perché non regalare un altro santo al Brasile?».

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

I difficili rapporti col vescovo di Parintins - Le novità portate da Augusto nei metodi missionari - Voleva bene al suo popolo di caboclos - Scherzi balordi e anche pericolosi - Una forza e una resistenza fisica eccezionali - Confessa umilmente una tentazione sentimentale - Incaricato dell'apostolato diocesano fra i giovani - Sognava una Chiesa più incarnata nella vita del popolo - Augusto ha inventato i tornei di calcio, le Olimpiadi e il Festival folcloristico di Parintins.

IV. Fondatore di comunità a Parintins

Pienamente inserito nell'ambiente e nel popolo dell'Amazzonia - L'avventura dei viaggi lungo i fiumi - Viceparroco in Cattedrale e poi parroco a S. Giuseppe Operaio - Riunisce i caboclos delle foreste in comunità - Come liberare i poveri dall'oppressione dei «fazendeiros» - Ammirazione per la fede e la vita cristiana della gente più abbandonata - La storia di Antonico, lebbroso guarito da Augusto - Le «Congregazioni Mariane»con migliaia di giovani e di uomini in ritiro - La nuova parrocchia in semplicità e povertà - Aspirazione alla vita contemplativa in foresta.

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

Le comunità di preghiera diventano colonie agricole - La prima vacanza in Italia e la relazione dei primi dieci anni di lavoro in Amazzonia - L'incontro col violinista Uto Ughi nella foresta amazzonica - I Tecnici volontari cristiani e le colonie di caboclos al Mocambo - 1973: anno decisivo nella vita di Augusto - Ricerca di Dio e santità i suoi chiodi fissi - Conosce i nomi di tutti i frutti dell' Amazzonia - Con una lettera al vescovo spiega perché va in foresta - La politica divide i padri della diocesi - Scontro fisico con il padre economo di Parintins.

VI. La natura manifesta il volto di Dio

Il tentativo di essere «come loro», i caboclos Come incomincia l'esperienza di Augusto in foresta - Le avventure di caccia per poter mangiare Al limite della sopravvivenza per insufficiente alimentazione - Il Rosario sotto la luna: amore della natura e ricerca del volto di Dio - Com'è la capanna in cui abita col caboclo Cicero? - «Non mi sento più di fare una vita borghese e senza esperienze radicali» - Al vescovo e ai parenti chiede comprensione e preghiera - In che senso Augusto è esemplare per tutti.

VII. La foresta è il mio purgatorio

La durissima vita in foresta - Fame e malaria con febbre altissima - Il braccio destro paralizzato per la puntura di un insetto - Impossibile vivere come i caboclos: almeno non nella loro sporcizia - Augusto si lascia curare un piede con le medicine locali e quasi va in cancrena - I difficili rapporti col caboclo Cicero - La grande fede di un uomo semplice - Molti amici vengono a trovare il missionario nel suo eremo.

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

Non vuol tornare nel lavoro parrocchiale in diocesi - Sogna di isolarsi ancora più nella foresta in alternativa alle colonie dei caboclos - L'esperienza della fame: lascia il suo cibo ad altri - Augusto elenca i suoi supposti difetti, «pericolosissimi con le donne» - Rimpiange il villaggio di Pananarù che chiama la sua Betania - Il vescovo di Parintins gli chiede di andare a Mauès - Anche mons. Pirovano lo sollecita ad incontrarlo - Riceve tre mesi di permesso per tentare l'esperienza del Paratucù.

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

La prima avventurosa esplorazione al Paratucù Le tremende difficoltà di vivere isolato in foresta - Augusto non è né un Robinson Crusoe né un Henry Thoreau - È andato in foresta per cercare Dio nella preghiera e nella penitenza - La rete da pesca tagliata dai jacaré (coccodrilli) - L'esercito sterminato delle sauve (formiche) - Anche le nubi sono fonti di contemplazione come le montagne Augusto è tradizionale nella fede e nella pietà Matura la convinzione di dover tornare alle colonie dei caboclos - L'idea che s'è fatta di Dio: Infinito Misterioso Amore - Fame e digiuni in foresta: da 105 a 74 chilogrammi.

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

Le testimonianze di Nella Castiglioni e di Giorgio e Myriam Campoleoni - Augusto nelle colonie di caboclos della regione di Urucarà - Un'attrice della televisione lo minaccia con la pistola - Il vescovo di Itacoatiara loda il suo lavoro nelle comunità cristiane - Assume la direzione del CETRU e fonda la scuola agricola di Urucarà - Il gran lavoro di delimitare e assegnare le terre ai caboclos - Augusto profeta del ritorno all'austerità di vita Il suo complesso di colpa e il dichiararsi continuamente peccatore - Tormentato dalle tentazioni contro la verginità - Il rapporto affettuoso con le donne espressione della sua personalità.

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

Una bella lettera del vescovo di Itacoatiara su Augusto - Nel giugno 1985 discende in canoa il Rio delle Amazzoni - 1400 chilometri in 15 giorni di navigazione a remo - A Recife i Benedettini lo invitano al monastero-fattoria di Jequitibà - In aereo a Lisbona: pellegrinaggio a piedi a Fatima ed a Lourdes - Augusto si presenta come un barbone senza soldi - Preti e case religiose gli rifiutano l'ospitalità - Mangia rubando la frutta dagli alberi e dorme sotto i ponti.

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

Ritorna in Brasile al monastero benedettino di Jequitibà - Prime impressioni negative: non trova l'austerità che si attendeva - Augusto non condivide la teologia della liberazione insegnata ai novizi - La sua giornata-tipo al monastero - Sempre più forte il desiderio del Paratucù - Ministero sacerdotale a Jacobina con molte soddisfazioni Ritornano le tentazioni contro la verginità - Augusto si sente debole e affretta i tempi della partenza - Il popolo di Jacobina vorrebbe trattenerlo - Il 18 agosto 1986 parte in pullman per l'Amazzonia - L'Abate di Jequitibà in una lettera loda Augusto - Nel settembre 1986 è di nuovo al Paratucù.

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

Augusto mangia carne avariata di anta (tapiro) « Voglio essere il cane da guardia del Paradiso» Costruisce due sgabelli, uno per l'Angelo custode - Soffre la fame fino al limite della sopravvivenza - A Natale del 1986 celebra la Messa al Mocambo - Rompe il fucile e rinunzia ad averne un altro Si alza nel mezzo della notte per recitare bene il Breviario - Ricominciano le tentazioni della carne: prima Martina, poi Angela - La «prima notte» con la ragazza da anni innamorata di lui - A Parintins sceglie come padre spirituale Armando Rizza - «Non sono dègno: morire di fame non morirò» - Angela gli fa una proposta di matrimonio in 25 pagine.

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

Un pastore protestante gli lascia libri che turbano la fede di Augusto - Nasce un dialogo con alcuni protestanti, che lo rafforza nella fede - L'ecumenismo dev'essere fondato sull'amore alle persone - La fede problematica di Augusto - Il cammino di «ricupero)} delle verità di fede - Di nuovo Angela gli corre dietro e dice che sposerà solo lui Augusto offre la pace del suo cuore a Dio purché Angela risolva il suo problema - Un fantasma notturno per le vie di Manaus spaventa i caboclos «La santità è una pazzia di amore».

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

1988: anno decisivo nella vita di padre Augusto Con due ragazzi si perde in foresta e rischia la morte - Il suo eremo è sempre più frequentato dai cercatori d'oro e di legname - Nota miglioramenti nella vita spirituale - «Come sono contento: ho preso la lebbra!)} - Una disgrazia grande: perde la canoa - Cercare Dio è come cercare i funghi - La santità è tutta e solo opera di Dio - Come sarà per me il Purgatorio - La confessione generale a Parintins - Suor Margarida rivela ad Augusto il volto sorridente di Dio - Passa gìorni e notti a studiare gli animali della foresta - Ritiro spirituale alle suore al Paratucù.

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

Augusto offre la sua vita per un padre di 11 figli ammalato di cancro - L'obbedienza è un atto di amore a Gesù Cristo - «Chi mi libererà dal dio Augusto?» - Incontrare Dio attraverso l'amore al prossimo - La santità come sfida suprema della vita - Sviene in foresta e arriva al Paratucù mezzo morto - Il fiume è pieno di gasolio, i coccodrilli non si vedono più - «Preferisco i rimedi dei cabocli alle medicine moderne» - La toccante storia di Rosangela, sposa tradita che s'attacca a lui - La visita del fratello Alberto - Il 3 settembre 1989 il vescovo di Parintins presenta Augusto alla comunità del Mocambo - È morto di cancro ma ha avuto la lebbra.

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

L'intervista televisiva di Enzo Biagi (novembre 1989) rende Augusto un personaggio affascinante - Lo chiamano a parlare in parrocchie, scuole, associazioni - Tre operazioni chirurgiche per cancro al cervello - «Sono felice di morire perché vado a vedere Dio» - I caboclos ricordano Augusto come se fosse vivo - Al termine della vita ha trovato Dio nella gioia - «Se non diventerete come bambini» - Tre «chiavi di lettura» della vita di padre Augusto Gianola: ricerca di Dio, senso dell'avventura, amore all'uomo e ai poveri. Il giudizio finale del suo vescovo, mons. Giovanni Risatti.

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

 

NOTA DELL'AUTORE

Ringrazio cordialmente Enzo Biagi dell'intensa presentazione di due figure di missionari, «preti felici» in posti difficili e quasi fuori del mondo. Un grazie anche alla famiglia di padre Augusto Gianola, il fratello e le tre sorelle, che mi hanno dato i diari e le lettere di Augusto e poi hanno seguito con intelligente partecipazione la stesura di questo volume, non facile come il lettore vedrà leggendolo. Difficilmente mi sono appassionato nello scrivere un libro, come per questa biografia di un grande amico, che ho scoperto anch'io leggendo lettere e diari e intervistando tanti che l'hanno conosciuto in Brasile e in Italia, primi fra tutti i suoi confratelli del PIME e i volontari laici italiani che hanno lavorato con lui a Urucarà e dintorni.

Sento ancora il dovere di ringraziare la signora Raffaella Guzzeloni in Cestari per avermi aiutato nella lettura e schedatura dei diari e delle lettere e diversi sacerdoti amici, che hanno letto le bozze del volume e mi hanno confortato col loro consiglio: il parroco di Laorca don Angelo Galbusera, p. Andrea Asiani dei missionari di Rho, don Primo Soldi di Torino e infine il vescovo di Grosseto, mons. Angelo Scola. Mi auguro che questa biografia abbia, tra i giovani in particolare, il successo che ha avuto la videocassetta di Enzo Biagi («La mia vita con gli indios», Ediz. Paoline). Per uno scopo ben preciso: seminare nel cuore dei lettori germi di santità e di bene e, per i giovani, di vocazione alla vita missionaria. Con l'aiuto di Dio, questi germi produrranno i loro frutti.

Milano, 1 ottobre 1994

PIERO GHEDDO

PREFAZIONE di Enzo Biagi

Ho conosciuto due preti felici, in due posti lontani. Padre Robert De Caluwè, detto Padre Rob, viveva a Pekola, un villaggio finlandese, tra i boschi, con un cane e un cavallo guercio, scartato dall'esercito.
Padre Rob stava in una casa fatta di tronchi d'albero, la cucina, una stanza per dormire, uno studio col caminetto e una sauna. Aveva costruito anche una piccola chiesa, ogni mattina suonava la campanella, ma non arrivava nessuno, perché i fedeli restavano nei campi e nelle botteghe. Era padrone anche di una legnaia e di una stalla.
Il professor Robert De Caluwè parlava otto lingue, ma sapeva adoperare anche l'accetta e il piccone. Era solo: c'erano nei dintorni quattro
o cinque cattolici, ma li vedeva qualche volta la domenica e la notte di Natale. Era olandese e insegnava all'Università. Ma aveva anche spiegato agli intrepidi pastori di renne come si manovra il «lazos» per catturare, senza combinare guai, l'animale giusto. Era stato a Roma, al Russicum, gli piaceva la suggestiva liturgia del rito ortodosso, e pensava che forse un giorno sarebbe stato possibile andare nel paese dei comunisti a predicare il Vangelo.
Non
so più nulla di lui, ma spero che sia vivo, e abbia potuto mettersi in cammino per il viaggio che aveva lungamente atteso. Mi ricordò una frase di uno scrittore che amo, Georges Bernanos: «La grazia consiste nel dimenticarsi».
L'altro si chiamava Augusto Gianola, Padre Augusto.
L'ho incontrato in Amazzonia: viveva tra gli indios. Ho ancora negli occhi un'immagine: Padre Augusto abbraccia una vecchietta, che ride, e la fa ruotare in un allegro giro tondo.
Decise di diventare sacerdote quando frequentava il ginnasio. Più tardi
i superiori lo mandarono in missione. Era nato dalle parti di Lecco, ed era anche un grande scalatore, ma lo destinarono a un posto dove non c'erano montagne. Soltanto foreste e fiumi. E lui imparò a manovrare una fragile canoa.
Parlammo su una barchetta e fu quasi una confessione anche per me. Parlammo di Dio, che non è facile trovarlo, della tentazione comunista e anche del desiderio della donna: nella solitudine della sua capanna, qualche volta avrà pensato anche alla dolcezza di una compagna: il Signore non ha inventato Eva per caso.
Era in pace con
e con gli altri. La lebbra lo aveva colpito, ma la accettava con rassegnazione. Non pensava neppure di ritornare: in lui si era spenta anche la nostalgia.
Viveva con quella strana gente che da lui imparava a dissodare la terra, a seminarla, ad amarsi, a vivere: aveva inventato per loro un mondo possibile e aveva saputo vincere in
la paura, non solo del giaguaro e dei serpenti, delle scimmie e delle lontre che riempivano le notti coi loro urli, ma si era liberato anche di ogni lusinga. Era un uomo alto, forte e bello: nei suoi discorsi generosi e nel sorriso innocente c'era una scintilla di eternità.

I
IL MISSIONARIO CHE CERCAVA
DIO

Profonda educazione alla fede in famiglia - Ragazzo vivace, avventuroso, amante di Dio e della natura - In seminario a Venegono in prima liceo - Le «idee moderniste» dei «preti del novecento» - L'ha salvato il futuro Cardinale Giovanni Colombo - La «Repubblica dei Ragazzi» nell'oratorio di Locate Varesino - Padre Augusto, maestro di vita - La passione per le montagne - Le «prime» sulle Alpi.

«Il missionario che cercava Dio». È forse la definizione più significativa di padre Augusto Gianola, data da un suo confratello e superiore in Amazzonia, padre Armando Rizza. Ma tante altre emergono dai ricordi di chi l'ha conosciuto: «un vero uomo», «maestro di vita», «alpinista innamorato della natura», «un prete che sapeva parlare di Dio», «avventuroso e amante dell'avventura», «originale e anche strambo, usciva da tutti gli schemi», «gran narratore», «la vita per lui era un gioco e amava fare scherzi a tutti», «amico di tutti, ma lui era solo di Dio», «un estremista del Signore», «sempre alla ricerca della santità, delle vette in tutto»...
Padre Augusto è stato infatti un missionario multiforme, difficile da racchiudere in una sola immagine. Personalità ricchissima, riusciva in tutto quello che faceva. Era anche contraddittorio, attirava entusiasmi e critiche nello stesso tempo. Se avesse avuto sufficiente stabilità e continuità nelle cose che faceva, sarebbe diventato un grande pastore, uno di quei parroci o vescovi che, dopo quaranta o cinquant'anni in un posto, lasciano nella gente un segno incancellabile di bene, di santità.
Anche Augusto ha lasciato segni di santità, ma in altro modo. La sua natura avventurosa lo portava a cambiare, a non essere mai soddisfatto di quel che faceva, a non attaccarsi ad alcun posto o persona. Era «un nomade naturale»(come l'ha definito un missionario), portato a tentare vie nuove, ad esplorare continuamente la natura che ci circonda e soprattutto l'infinito oceano del mistero di Dio.
Era già così fin da ragazzo. Nato a Laorca di Lecco (Como) il 5 novembre 1930 da papà Daniele e da mamma Luisa Valsecchi, è il primo di tre femmine e due maschi: infatti lo seguono Anna Maria (Carmelitana di clausura, del Monastero di Sassuolo, Modena), Maria Teresa (sposata con due figli), Pinuccia (suora di Carità dell'Assunzione, attualmente a Napoli), Alberto (sposato con quattro figli). Il padre aveva una piccola industria del ferro, una trafileria, oggi continuata da Alberto. La mamma era insegnante.
«Nonna Marcella», un'anziana signora di Laorca molto amata da Augusto, così lo ricorda:

Era un bambino sveglio, allegro, buono. Tutte le cose l'affascinavano, la natura, un uccello, ma in particolar modo i monti. Sin da piccolo sognava scalate sulla parete del monte Medale. Un giorno gli chiesi: «E quando sarai in cima, cosa farai?». Mi rispose serio: «Nonna Marcella, di lassù si può vedere tutta la maestà di Dio e noi che ci crediamo grandi siamo nulla di fronte a Lui».
Ricordo che una volta, commossa, gli dissi: «Tu da grande diventerai sacerdote». Lui ridendo rispose: «Ci vogliono ragazzi migliori di me». Quando entrò in seminario provai una grande gioia. Durante le vacanze veniva a trovarmi, mi raccontava tutte le marachelle combinate e siccome mio marito lavorava alle dipendenze di suo padre, gli raccomandava di non dire nulla.
L'educazione ricevuta in famiglia - ricorda la sorella Anna Maria - è stata eccezionale sul piano della fede e della preghiera, soprattutto per merito della mamma, che era molto profonda nella vita cristiana. Augusto fin da ragazzo sentiva il fascino di Dio e della vita spirituale, ma invece di essere «pio» nel senso tradizionale del termine, era vivacissimo e famoso in paese perché faceva scherzi a tutti. Però ricordo bene che fin da ragazzo aveva questo chiodo fisso di voler conoscere Dio. La mamma di padre Augusto - testimonia Angela Galbusera Barone, amica di famiglia - aveva una bontà infinita e il figlio le assomigliava. Augusto è sempre stato molto generoso. Da giovane andava con la fisarmonica a suonare nelle osterie, poi raccoglieva dei soldi da distribuire ai poveri. Quando, giovane sacerdote, era a Locate Varesino, aveva una zia che gli teneva in ordine la casa. Se lei comprava qualcosa per la casa, che a lui sembrava superflua, subito la portava in oratorio e la regalava via. La zia si arrabbiava...

Un suo coetaneo, Amabile, ricorda le scalate fatte assieme sulle Alpi (traggo questa e altre testimonianze del presente Capitolo dal volume fotografico di grande formato «Don Augusto» pubblicato dagli amici di Locate Varesino nel 1991).

Giunti in vetta era tanta la soddisfazione e la gioia. Ci siamo riposati un poco e come al solito abbiamo parlato della grandezza del creato e del Creatore. Discorsi di teologia che a me piacciono molto e che fatti in questo ambiente danno la sensazione di sentire e vedere Dio.

Com'è nata la vocazione di Augusto al sacerdozio? Ecco la testimonianza di Tino Odobez:

Siamo stati amici fraterni in ginnasio, eravamo assieme al Manzoni di Lecco. Andavamo per funghi, ci piaceva fare lunghe passeggiate e non c'importava di pioggia o temporali. Abituati a grandi fatiche, a vivere duramente, andavamo a piedi da Laorca fino in Valsassina, non per la strada, ma seguendo il corso dei torrenti. Eravamo dei girovaghi con un forte senso dell'avventura. Augusto amava buttarsi in ogni impresa, sopportava fatiche senza mai lamentarsi. Suonavamo assieme la fisarmonica. Riusciva in tutto, voleva fare tutto, ma poi cambiava, era sempre in movimento, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo.
Secondo me la sua vocazione sacerdotale è stata una cosa interna sua, non ha avuto suggerimenti da nessuno. Augusto partecipava alla vita parrocchiale e all'Azione Cattolica, ma non era un «paolotto ». Oltre naturalmente all' educazione ricevuta in famiglia, si è formato nei boschi, sui monti, al contatto con la natura, perché ovunque lui vedeva Dio e parlava di Dio. Era un ragazzo limpido, trasparente, appassionato, puro. Viveva di ideali e di passioni profonde, ammirava la bellezza della natura. Lo ricordo ancora con un fiore in mano mentre dice: «Pensa com'è bello Dio che ha creato questo fiore!».
Era un entusiasta. Ho avuto con lui un'amicizia profonda durata tutta la vita: quando sapeva che c'era una difficoltà scriveva le sue lettere dall'Amazzonia, consigliava, pregava, stava vicino.
Credo che all' origine della sua vocazione sacerdotale -  afferma la sorella Anna Maria - ci sia stata la predica di un sacerdote di Venegono che era venuto in parrocchia a parlare del seminario. Augusto aveva circa 15 anni, ma per due anni il papà si è opposto alla sua entrata in seminario e lui invece di andare a scuola andava in barca, a nuotare, a fare passeggiate sui monti, a fare scherzi a tutto il paese. Dopo la bocciatura in quinta ginnasio per indisciplina e non frequenza scolastica, la mamma ha detto: «Non possiamo più opporci alla sua vocazione». È entrato a Venegono in prima liceo, ma l'anno dopo ha ripetuto gli esami di quinta ginnasio nelle scuole statali per avere il diploma.
La mamma l'ha sempre appoggiato nella sua vocazione sacerdotale, ma quando Augusto le ha confidato questa decisione, lei è scoppiata a piangere e lui le ha detto: «Ma come, credevo di darti una bella notizia! ». E lei: «Augusto, io non mi tiro indietro, ma ricordati che incomincia un calvario per te e per me ». Era talmente vivace e insofferente di ogni regola, che tutti in paese si lamentavano per questa sua vivacità. La mamma aveva un senso altissimo del sacerdozio e si chiedeva come poteva questo suo figlio così irrequieto fare il prete.
Il nostro parroco era don Broggi, un uomo di grande signorilità, incuteva rispetto. Proprio nei giorni in cui Augusto diceva alla mamma che voleva entrare in seminario, il parroco era venuto a lamentarsi: Augusto aveva messo su una porta socchiusa, da cui il parroco doveva passare, una pentola piena d'acqua. Quando don Broggi è passato di là, si è preso la pentola in testa e si è bagnato tutto. E diceva alla mamma: «Non so chi è stato, ma certamente è stato Augusto».

Un altro coetaneo, Armando Rudi, ricorda un episodio della vita di seminario, che aiuta a capire le « stranezze" di padre Augusto in Amazzonia:

Il giovedì pomeriggio (avevamo circa 17 anni, frequentavamo la stessa classe) uscivamo per la passeggiata settimanale nei boschi. Un giorno Augusto prese una rana, la squartò, la pulì, la mangiò. lo rimasi talmente inorridito, che non osai obiettare. Fu solo molto più avanti nel tempo, dopo aver meglio conosciuto Augusto, divenuto nel frattempo missionario, che posi quell'atto nella giusta luce: egli era un primitivo. Intendiamoci: uso questo vocabolo non nel senso negativo di uomo barbaro, incolto, insensibile; ma nel senso positivo di uomo che intrattiene con la natura - realtà per tanti versi raccapricciante - un contatto diretto e pieno, quale noi civilizzati abbiamo perduto.

Sugli anni di Augusto Gianola in Seminario a Venegono si tramandano tanti ricordi. Entrava dalle finestre arrampicandosi sui muri, scalava dall'esterno il campanile della chiesa, faceva scoppiare petardi e si incrinavano i vetri del seminario, ecc. Ho intervistato un suo grande amico, don Romeo Peja, parroco a San Donato Milanese di Metanopoli (parrocchia di S. Enrico).

- Sono entrato in seminario a Venegono con Augusto in prima liceo e siamo stati ordinati sacerdoti assieme nel 1953. Facevamo parte di un gruppo informale detto «preti del novecento», cioè moderni: in tempi in cui c'erano ancora molte chiusure, eravamo tifosi di don Giovanni Colombo con le sue idee di umanesimo, andavamo a trovarlo. Anche Augusto andava da lui fino a sera tardi a discutere. Don Colombo, che era rettore del seminario e poi divenne cardinale arcivescovo di Milano, capiva bene l'Augusto, lo seguiva, lo proteggeva, lo stimolava.
- Com' era Augusto in seminario?
- Un giovane di vivissima spiritualità. Qualcuno lo vede solo nei suoi aspetti esteriori, come un originale, un ribelle. Ma era fedele alla preghiera. Andava a scalare le montagne col Breviario e col Rosario, la preghiera e la ricerca di Dio erano la sua seconda natura. Era anche molto libero. In seminario ne combinava di tutti i colori, non era quel che si dice «un alunno disciplinato» e meno ancora un conformista.
Una volta, mentre stava arrivando il cardo Schuster per una visita, Augusto mise una carica fumogena dentro la grande statua in bronzo di San Carlo che era a fianco del seminario. Mentre giungeva il cardinale, la statua fumava dalle orecchie, dalla bocca e dal naso. Era uno spettacolo. Poi si sentì uno scoppio e tutti temevano che la statua crollasse. Quella volta, se non era per don Colombo, lo mandavano via. Un'altra volta siamo scappati dal seminario in bicicletta, dopo un esame, per fare il giro delle Tre Valli Varesine.
Augusto riuscì, in estate, durante le vacanze, a portar su, passo passo, il futuro card. Colombo, fino in cima alla Grigna, dove mai sarebbe arrivato di sua volontà. Nessuno riteneva possibile questo fatto.
- In seminario era stimato dai superiori?
- Sì, ma noi eravamo sempre a metà strada tra l'approvazione e il rimprovero. Il nostro gruppetto di «preti del novecento» (o «compagnia del fil de fer»), formato da tipi un po' originali e appassionati delle forme moderne di teologia e di apostolato, era però saldamente ancorato alla vita di fede e spirituale. Non c'era ancora stata la secolarizzazione e la contestazione. In seminario, eravamo prefetti assieme a Giacomo Biffi, l'attuale arcivescovo cardinale di Bologna. Stavamo su a lungo la sera, dopo aver messo a letto i seminaristi, a ragionare, prima del Concilio, sul rinnovamento della Chiesa. Sognavamo una Chiesa più autentica, meno formalista e più popolare. Anche Gianola partecipava con passione a queste discussioni, sebbene lui fosse più montanaro e meno scolastico.
Negli anni di seminario, Augusto era un uomo di grandi ideali, di sconfinati orizzonti, di forti ambizioni, nettamente orientato a Dio e agli uomini. Ti posso garantire che era un giovane e poi un prete di grandissima spiritualità. Amava molto il Signore, alla sua maniera, ma lo amava davvero. Ricordo che lo vedevo pregare a lungo, facevamo lunghe adorazioni, anche fuori del tempo permesso. A Venegono andavamo a pregare la sera tardi, quando avremmo dovuto, secondo il regolamento, essere a letto. Una notte, eravamo in cappella a pregare, era già tardissimo. Si apre la porta ed entra don Giovanni Colombo. Anche lui veniva a pregare, ma nella penombra non ci ha visti, eravamo dietro alcune colonne. È rimasto un dieci minuti e poi se ne è andato. Trattenevamo il fiato perché eravamo a poca distanza da lui, divisi dalle colonne. E dopo che se n'è andato siamo rimasti ancora una mezz'ora, temendo che fosse rimasto in corridoio a passeggiare.
- Ho sentito dire che don Colombo mandò Gianola, durante gli anni di teologia, a fare il prefetto in liceo, perché se fosse rimasto in teologia, qualcuno l'avrebbe mandato via.
- Credo sia avvenuto proprio così. lo ero molto meno ardito di Augusto, ma anch'io ero più o meno come lui. Eravamo visti con sospetto da mons. Oldani e da mons. Petazzi, per questa nostra « mentalità modernista». Dopo il liceo don Giovanni Colombo aveva detto a me e credo anche a p. Gianola: « Ti mando avanti nonostante la perplessità di alcuni superiori, perché riconosco in te una dote di sincerità e di passione per Gesù Cristo. Però avrai bisogno di un bravo parroco che ti guidi bene». Il futuro cardinal Colombo gli voleva bene, ma finì poi col dirgli: « Vai missionario, vai al PIME, perché in diocesi sei troppo fuori dagli schemi». Il cardo Colombo è stato il nostro, grande formatore, ci amava e ci capiva, ma non ci risparmiava i rimproveri quando li meritavamo.
- I parroci con cui Augusto è stato da giovane sacerdote si lamentavano di lui?

- Certamente, lo vedevano irrequieto, con forme azzardate e rischiose di apostolato, generoso ma anche poco equilibrato. Per cui don Colombo gli diceva: « Vai a fare il missionario, se no qui finisci male». Si racconta, ad esempio, che lui dava appuntamento ai giovani e alle ragazze a mezzanotte nel cimitero di Locate Varesino, per fare direzione spirituale, perché diceva che vicino ai morti è più facile pensare alla vita eterna. Un suo parroco andava in Curia a lamentarsi di lui. Altre volte partiva in bicicletta la sera, con qualcuno dei suoi « Centpè» (centopiedi, gruppo alpinistico iniziato da don Augusto, n.d.r.). Scalava la Grigna o qualche altra montagna durante la notte e tornava al mattino per celebrare la Messa. Poi faceva scherzi a tutti. Ai parroci procurava qualche fastidio e preoccupazione.

Testimone interessante è anche il prof. Ercole Belloni, compagno di Augusto in seminario a Ve nego no e oggi insegnante a Firenze.

- Andavamo assieme in montagna, lui faceva il primo della cordata, io il secondo. Mentre eravamo in liceo abbiamo aperto una nuova via sul Pizzo dei Tre Signori, che venne riconosciuta ufficialmente col nostro nome, tanto che Riccardo Cassina, famoso rocciatore, pubblicò sul « Resegone» un articolo in proposito.
- Cosa ricordi di Augusto?
- L'entusiasmo e la determinazione. Riusciva a fare vie nuove perché era atletico, ma anche perché credeva in quel che faceva e non si lasciava scoraggiare da nulla, fino all'incoscienza. Era un entusiasta e un trascinatore. In montagna a me dava una carica fuori del normale, riuscivo a fare cose che non avrei mai pensato di poter fare. Abbiamo scalato la parete del Medale, sopra Lecco, battendo il record con mezz'ora di scalata, quando gli altri ci mettevano 33-35 minuti. Anche in quell'avventura, quando giunse in cima Augusto disse: « Voglio tornare qui a mettere una statua della Madonna, perché tutti quelli che verranno quassù trovino la Madonna ad attenderli».
Aveva uno spirito religioso molto forte, portava sempre il discorso su Dio e i problemi della fede. La sua forza fisica era eccezionale, ma non ne parlava mai, il suo tema preferito era la fede. Pregava durante tutte le ascensioni. Andavamo in cordata con l'Ufficio della Madonna e lo recitavamo a memoria, una strofa lui e una io, fermandoci a guardare il testo se non ricordavamo qualche passaggio. Una volta ci siamo presi in parete una forte pioggia, io mi lamentavo e lui mi disse: «Quando saremo preti dovremo soffrire altro che questo. Prendila e taci ». Per lui la vita era un'avventura, da vivere con entusiasmo e con punti ben precisi di riferimento: Dio, Gesù, la Madonna, l'amore alla gente.
- Quale altro fatto ricordi di lui?
- Sapeva farsi voler bene, era generoso e pronto a tutto per farti un favore. Quando ebbi la tisi venni ricoverato in sanatorio: ero positivo, cioè potevo infettare altri. Moralmente depresso, perché pochi venivano a trovarmi, in quei giorni ero da evitare. Augusto venne e, nonostante la proibizione di medici e infermiere, mi abbracciò più volte. lo stesso non volevo, ma lui mi abbracciò stretto e rimase vicino a me a lungo. A me quel gesto fece tanto bene, lo ricordo con affetto. Era una grandissima personalità, a volte mancava del senso del limite: lui superava di slancio tutte le difficoltà e non riusciva a rendersi conto che altri non lo potessero fare.

Costante Canavese, di Locate Varesino (dove don Augusto fu coadiutore dal 1954 al 1962), scrive:

Allora ero ragazzo. L'arrivo di don Augusto è stato per me un'avventura indimenticabile. Mi ricordo di come organizzò l'oratorio. Durante le vacanze estive ben pochi di noi andavano al mare o in montagna. Don Augusto studiò una proposta che coinvolse tutti i bambini: «La Repubblica dei ragazzi» o più semplicemente «La Repubblica». Ogni settimana venivano eletti il Presidente e i ministri, con compiti ben precisi.
Al mattino, verso le nove, c'era l'alzabandiera. Eravamo divisi in squadre, con nomi tratti dai libri di Salgari: Tigrotti, Tugs, Dayaki ed altri. Si giocava poi a pallone, a castellone, a bandiera. C'era il momento della preghiera e quello dei compiti delle vacanze. Nel pomeriggio si andava a raccogliere rottami e bottiglie per le case del paese. Ad ogni presenza ci veniva consegnato un «gettone», che serviva per partecipare alla «grande passeggiata» che si faceva alla fine dell' oratorio feriale. Durante la settimana c'era la «passeggiata settimanale»  che costava solo cento lire. Si portava il pranzo al sacco, si andava nei dintorni di Varese e si faceva il bagno nel Lago di Varese...
Ogni sera veniva fatto l'ammainabandiera: ci mettevamo tutti sull'attenti, come soldati, seri e rispettosi. Nel pomeriggio, due o più volte la settimana, ci si recava nei boschi e si giocava a bandiera divisi in squadre. Nel bosco, un giorno trovammo un grande castagno con uno strano buco a mezzo tronco. Tantissime grosse formiche andavano su e giù portando il cibo al formicaio. E siccome la sera, prima di tornare, recitavamo una preghiera, pensammo di posare in quel buco del tronco una statuina della «Madonna delle formiche» e don Augusto compose una canzone di cui ricordo ancora il ritornello:

«Madonnina delle formiche,
i tuoi bimbi vengono a Te;
dalle ostili schiere nemiche
Tu li difendi e li porti ai tuoi pié».

Ancor oggi quel tronco con quella statuina è là nel bosco e molti di noi ogni tanto vi ritornano con un po' di nostalgia...
E chi non ricorda «Il giro di Locate», gara podistica che veniva effettuata verso la fine di settembre, alla quale potevano partecipare tutti i ragazzi dai sei ai dodici anni? Si svolgeva a tappe per tutto il territorio del paese e durava una settimana, con finale alla festa dell'Oratorio. C'era una partecipazione totale, nessuno di noi vi avrebbe rinunciato per nessuna ragione.

Ecco la testimonianza di Maria Teresa Corbella, anche lei di Locate Varesino:

Eravamo un gruppetto di persone di diversa età e con diversa formazione spirituale e posizione sociale, ma ci accomunava il desiderio di parlare... dell'amicizia, della società, dell'amore, del perdono, della preghiera, della vita, del lavoro, di Gesù Cristo. Quando ci si trovava, don Augusto parlava di un fatto accaduto e faceva una sua riflessione; ognuno di noi commentava, discuteva e poi, se voleva, scriveva su un quaderno ciò che sentiva di dover esprimere. Il gruppo fu chiamato «Cordata» da Don Augusto, perché idealmente voleva essere una scalata verso una vita più responsabile, di maggior riflessione sulla nostra vera identità e sul nostro rapporto con Cristo. Per meglio concretizzare questo cammino, ognuno di noi, per due ore al giorno, diventava «Capo cordata» e come tale, pur continuando nelle normali attività, si affiancava a Gesù Cristo, gli dedicava ogni minuto, ogni sforzo, ogni pensiero; rendeva meno materiale ogni agire e così portava nel mondo, responsabilmente, la sua testimonianza cristiana. Don Augusto, come sempre gli riusciva, ci guidava, ci stimolava, ci trasmetteva stralci della sua vita e della sua anima... Nel mio diario trovo trascritta tutta la sua sete di Dio, la freschezza della sua fede... Don Augusto si è dato con genuinità, con abnegazione ad ogni persona che ha avuto la fortuna di incontrarlo. Il fatto grandioso è che ognuno di noi pensava di averlo per un momento catturato, ma lui era solo di Dio.

La testimonianza di Dirce Tioli:

Arrivata a Locate nell'ottobre 1954, costretta ad emigrare assieme alla mia famiglia da un piccolo paese della bassa padana, ho dovuto affrontare il grosso problema dell'integrazione sociale.
Due cose mi facevano allora sentire a disagio fra i miei compagni di scuola (frequentavo la quinta elementare): il fatto di non essere religiosa praticante e di appartenere ad una famiglia di idee politiche comuniste. Chi mi aiutò a superare queste mie «diversità» fu proprio lui, don Augusto. Affascinata come molti dalle innumerevoli iniziative che egli sapeva creare e gestire in prima persona, mi trovai a partecipare spesso ed a sentirmi coinvolta. Quando mi rivolgeva la parola sentivo che lui, più di qualsiasi altro, mi dava la gioia di veder rispettato il mio modo di pensare, perché egli capiva che si possono avere gli stessi valori umani pur nelle diverse convinzioni politiche. Egli riuscì a stabilire un buon rapporto anche con la mia famiglia...
Voglio ricordarlo così: «un maestro di vita» che se ne è andato troppo presto. Grazie, don Augusto.

Antonella Rudi ricorda:

Raramente si incontrano uomini veri e questo era don Augusto: un uomo. Erano state molto forti le sensazioni che da adolescente avevo provato conoscendolo la prima volta. I dubbi, le paure sembravano dileguarsi di fronte alla sua serenità, alla sua semplicità. Dodici giorni trascorsi con lui al campeggio degli Spalti di Toro nel 1973 sono stati scuola di vita.
Mi è rimasto impresso il momento della preghiera. Al mattino radunava tutti i ragazzi per pregare di fronte ad una piccola cappella dedicata alla Madre di Dio. «Ragazzi, ci diceva, imparate prima di tutto a fare il segno della Croce. Fatelo lentamente, pensando ad ogni gesto».
Era il modo più semplice per dirci che la preghiera non è solo parola, ma pensiero, ricerca di comunicazione soprannaturale. Di quei giorni ho conservato un ricordo intenso, vivo... Era singolare come riuscisse a parlare così, semplicemente, della morte; come riuscisse a dirlo solo con gli sguardi o i gesti che Dio ci era vicino ed era presente in un sasso, in un fiore, nelle stelle del cielo.

Ecco la testimonianza di Teresa:

Estate '73. Rifugio Padova. Devo essere sincera: sono state per me e per la mia famiglia le vacanze più belle e serene della mia vita. Primo grande evento: il ritorno di don Augusto dal Brasile. Mi faceva rimanere incantata ogni qualvolta apriva la bocca e raccontava la sua vita, le sue esperienze, i suoi momenti belli e brutti, affrontati sempre con una carica di fede e di bontà, che ci facevano dimenticare i dispiaceri e ci aiutavano.
La sveglia mattutina che ci dava passando di tenda in tenda, ancora la ricordo: «Sono le sette, il sole splende, è ora di volgere una preghiera a Dio! ». Poi radunava tutti i piccoli e si recava a cantare con loro. Questi bimbi rientravano così felici che riempivano della gioia di vivere anche i cuori dei loro genitori. Gite indimenticabili fra le cime del Trentino e dialoghi sereni e convincenti...

Remo Rudi, compagno di don Augusto in cento scalate, scrive:

Don Augusto aveva potuto esprimere la sua passione per la montagna effettuando diverse importanti ascensioni già prima dei vent'anni. Significativa è, in questo periodo, l'apertura di una via nuova nel Gruppo dei Tre Signori, una via di 4° grado, con tanto di relazione tecnica pubblicata sul giornale «Lo Scarpone ». Quando giunse a Locate, aveva già nelle gambe una cinquantina di ascensioni sulle Guglie della Grigna, sul Bernina, sul Rosa, sul Cevedale, ecc. Fu certamente la cosa più naturale di questo mondo, per don Augusto, risvegliare nel cuore di noi giovani la passione per la montagna. Fra i giovani dell'Oratorio emerge un gruppetto di appassionati che, stregati da don Augusto e dalle montagne, si dedicano alla pratica dell' alpinismo in modo sempre più intenso, passando via via dalle semplici escursioni alle prime arrampicate in roccia, fino ad arrivare a vincere pareti e spigoli su vie famose, anche di grande difficoltà.
Così, alla fine del 1955, don Augusto e una ventina di neo-alpinisti fondano il gruppo alpinistico «Centpè», la cui attività fino al 1962, quando don Augusto lasciò Locate, fu veramente notevole. Il gruppo si era proposto di avvicinare e conoscere ogni anno, nel periodo delle ferie, una zona delle Alpi. Queste «settimane alpinistiche», così come furono definite, sono le pietre miliari della vita dei «Centpè» e don Augusto, ovviamente, ne fu !'ispiratore, il trascinatore, la guida instancabile in innumerevoli ascensioni... Grigna meridionale... Dolomiti di Brenta... Pizzo Badile... Tre Cime di Lavaredo... Gruppo del Civetta... Gruppo del Catinaccio.
Voglio ricordare che don Augusto, oltre alle ascensioni sopra descritte, ne compì numerose altre. Cito a memoria, le ascensioni al Cervino (da solo) e al Dente del Gigante, oltre alle innumerevoli arrampicate nel Gruppo delle Grigne, di cui va ricordata quella al Torrione Cecilia (1 giugno 1959), quando don Augusto e Oliviero Galli salvarono la vita a due alpinisti «volati» su una via di notevole difficoltà.

Su un periodico tecnico di alpinismo, «Giovane Montagna - Rivista di vita alpina» (di Verona-Torino), trovo un resoconto di Renato Montaldo sulle scalate di don Augusto « Un alpinista, sacerdote e missionario», ottobre-dicembre 1992).

Con il gruppo alpinistico «Centpè» svolge un'attività rilevante soprattutto nelle Alpi Centrali e nelle Dolomiti, anche se non mancano puntate sulle Occidentali. Tra le salite tecnicamente più importanti ricordo il Campanil Basso di Brenta nel '57, il Pizzo Badile per lo spigolo Nord nel '58 e quindi, tra il '59 e il '62, lo spigolo Nord del Crozzon di Brenta, la via Comici allo spigolo Giallo della Cima Piccola di Lavaredo, la via Cassin alla parete NE del Badile, la Comici alla Nord della Cima Grande di Lavaredo, le vie Tissi alla Torre Venezia, al Campanile di Brabante e alla Torre Trieste, lo spigolo AndrichFaè alla Torre Venezia, la via Steger alla Torre Winkler, lo spigolo NW della Torre Delago e la via Vinatzer alla parete Nord del Catinaccio, ascensioni quasi sempre compiute da capocordata.
Credo che il suddetto elenco, pur largamente incompleto, sia sufficiente per dare una chiara idea del livello alpinistico del «Don», come simpaticamente si firmava Augusto Gianola.

Nel «Libro delle Relazioni» che illustra l'attività dei Centpè, nell'ultima pagina don Augusto stesso scrive queste parole di saluto, lasciando Locate Varesino:

Con la Comici al Nibbio ho compiuto la 123a ascensione come Centpè. In tutto circa 180 ascensioni. Qui finisce la mia attività alpinistica, ma non il mio amore per la montagna. Lasciare Lei è uno dei sacrifici più grandi che impongo al mio cuore. Grazie, Montagna!
Da dove nasceva in lui - si chiede la sorella Pinuccia - l'amore travolgente per la natura, per le montagne? Dal suo senso religioso, cioè dallo stupore, dalla meraviglia sempre fresca che si rinnovava di fronte all' esistenza delle cose. E da dove nasceva quel suo essere perpetuamente in ricerca? Dallo svilupparsi dell'attrattiva per il Mistero.
Augusto aveva un cuore di fanciullo, come diceva nostra madre: un uomo fresco, giovane perché sempre incantato dalla presenza e bellezza della natura. Anche nella foresta amazzonica era così: risvegliato ogni mattina nel suo essere dallo stupore per il creato. Aveva di sé la coscienza di un piccolo bambino che non si fa da solo. Augusto respirava ogni istante questa dipendenza da Dio: si sentiva grato e lieto quando riconosceva di dipendere dal Mistero che dà la vita. La sua simpatia per la realtà lo rendeva uomo libero, curioso, sempre alla ricerca di ciò che più gli corrispondeva. Sempre affamato e assetato della verità.