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Dio viene sul fiume AUGUSTO GIANOLA |
EMI 1994
Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore
I. Il missionario che cercava Dio
II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado
III. Una Chiesa meno clericale e più popolare
IV. Fondatore di comunità a Parintins
V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»
VI. La natura manifesta il volto di Dio
VII. La foresta è il mio purgatorio
VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù
IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?
X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà
Le testimonianze di Nella Castiglioni e di Giorgio e Myriam Campoleoni - Augusto nelle colonie di caboclos della regione di Urucarà - Un'attrice della televisione lo minaccia con la pistola - Il vescovo di Itacoatiara loda il suo lavoro nelle comunità cristiane - Assume la direzione del CETRU e fonda la scuola agricola di Urucarà - Il gran lavoro di delimitare e assegnare le terre ai caboclos - Augusto profeta del ritorno all'austerità di vita Il suo complesso di colpa e il dichiararsi continuamente peccatore - Tormentato dalle tentazioni contro la verginità - Il rapporto affettuoso con le donne espressione della sua personalità.
XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »
XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà
XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne
XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»
XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?
XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro
XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio
Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola
X
I CABOCLOS DIVENTANO AGRICOLTORI A URUCARÀ
Le testimonianze di Nella Castiglioni e di Giorgio e Myriam Campoleoni - Augusto nelle colonie di caboclos della regione di Urucarà - Un 'attrice della televisione lo minaccia con la pistola - Il vescovo di Itacoatiara loda il suo lavoro nelle comunità cristiane - Assume la direzione del CETRU e fonda la scuola agricola di Urucarà - Il gran lavoro di delimitare e assegnare le terre ai caboclos - Augusto profeta del ritorno all'austerità di vita - Il suo complesso di colpa e il dichiararsi continuamente peccatore - Tormentato dalle tentazioni contro la verginità - Il rapporto affettuoso con le donne espressione della sua personalità.
Dal 1975 al 1985 padre Augusto vive ad Urucarà con un
sacerdote della diocesi di Itacoatiara che ne era il parroco (vigario): prima il
canadese padre Umberto e poi il brasiliano padre Celso («fidei donum» della
diocesi di San Paolo), e con diversi volontari laici italiani e non. Le
testimonianze più significative di questo periodo sono di Nella Castiglioni in
Liverani e di Myriam e Giorgio Campoleoni.
Nella era adolescente a Locate Varesino quando il vice
parroco era padre Augusto (1954-1962) e come molti altri era rimasta affascinata
da questo giovane prete. Infermiera e ostetrica diplomata, nel 1973, dopo che
Augusto è tornato in Italia, lo segue in Amazzonia per dedicarsi alle comunità
di Urucarà. Rimane in Amazzonia dal dicembre 1973 (Augusto, dopo il viaggio in
Italia, entra in foresta) all'agosto 1983, quando torna in Italia per sposarsi
con Pier Giorgio Liverani, anche lui volontario a Urucarà. Compie una breve
visita in Brasile nel luglio 1987, quando Augusto era già di nuovo nell' eremo
del Paratucù.
Giorgio Campoleoni è arrivato a Parintins nel 1968, con la
prima spedizione dei TVC (Tecnici Volontari Cristiani, associazione di laicato
missionario fondata e assistita dai gesuiti di Milano). Nel 1969 va al Mocambo,
una delle comunità dell'interno seguita da padre Augusto, il quale celebra
le nozze di Myriam e Giorgio nell'ottobre 1971 (la fidanzati:l era giunta in
Brasile nel marzo precedente). Vanno ad Urucarà alla fine del 1973 e tornano in
Italia nel luglio 1974 col loro primo bambino. Nel 1976 Augusto richiama Giorgio
per fondare la scuola agricola ad Urucarà e i due sposi vi restano fino al 1980
quando, con tre figli a carico, tornano definitivamente in Italia.
Uscendo dal Paratucù, Augusto ha già un progetto ben preciso
da realizzare. Si propone di vivere nelle colonie e comunità cristiane della
parrocchia di Urucarà,
non come rappresentante ufficiale della parrocchia di Urucarà,
ma come suo umile membro allo stesso livello degli altri, pur essendo prete e
quindi presiedendo quando richiesto alle liturgie, paraliturgie, organizzazioni
che richiedono la presenza del prete. Lavorerei di giorno col sistema
comunitario abitando e mangiando nella famiglia per cui in quel giorno ho
lavorato, cercando colla mia presenza di mostrare chi è e come è un cristiano
(Dio mi aiuti) e cambiando casa ogni giorno. Alla domenica mi presterei per le
liturgie o paraliturgie o catechismi, senza invadere o sostituire, ma piuttosto
orientando e correggendo. Terminata una colonia partirei per l'altra e così via
fino ad esaurire il giro e cominciare da capo.
Questo come lavoro ordinario. Quello straordinario me lo
indicheranno le circostanze o il mio parroco, al quale voglio obbedire in tutto.
Questo lavoro non mi proibisce, anzi richiede una mia presenza anche al CETRU in
Urucarà (Centro de Treinamento Rural, scuola agricola, vedi cap. VI, n.d.r.),
per aiutare i dirigenti a formulare piani o correggere errori. (Diario, 7
dicembre 1974)
Fino al 1976, il lavoro di padre Augusto è proprio quello che ha appena descritto. Anni di grande attività con i coloni, sia da un punto di vista pastorale che per delimitare le terre e farne riconoscere la proprietà dal governo. Viene eletto coordinatore del CETRU, costruisce centri sociali, scuole, dispensari medici, sviluppa la perforazione di pozzi e le piantagioni di guaranà nelle colonie (pianta che produce bacche da cui si trae la bevanda omonima, amarognola e dissetante). Soprattutto padre Augusto fa vivere in concreto ai coloni un' esperienza educativa: preghiera in gruppo prima di iniziare qualsiasi lavoro, meditaziones la sera, distribuzione dei lavori secondo le attitudini. Organizza ritiri spirituali di una settimana per le donne e poi per gli uomini, sorge un nuovo spirito comunitario, la gente prega, è felice. Nella Castiglioni racconta:
Credo sia stato il periodo migliore di padre Augusto.
Nonostante le sue stranezze e i suoi complessi, ha fatto un gran lavoro, la
gente lo seguiva, gli voleva un gran bene perché lo vedeva totalmente dedicato.
Stava ad Urucarà come base, ma poi girava e stava in giro a lungo nelle colonie.
Tornava ogni tanto e andava a Itacoatiara per le riunioni col vescovo, che lo
voleva vedere. Faceva lavoro di evangelizzazione, ma anche di demarcazione di
terre. Perché, oltre a vincere le resistenze della burocrazia (io andavo spesso
a Manaus a convincere ingegneri e geometri del governo a venire da noi),
bisognava poi demarcare le terre sul posto e non era facile. Luoghi distanti,
isolamento, pericoli della foresta, giorni e giorni di cammino e di canoa.
Augusto guidava la comitiva aprendo la strada col suo «terçado» (coltellaccio):
prima bisognava fare una ricognizione e cercare l'area. giusta, poi segnare le
terre, misurarle, assegnare le proprietà in modo preciso.
Di giorno andava con quelli che misuravano le terre
e di sera, dopo aver faticato tutto il giorno, incontrava le
comunità, pregavano e poi si faceva raccontare le storie dell'Amazzonia, i loro
ricordi, le leggende, i miti, le credenze. Lui era appassionato di queste cose,
ma gli ingegneri dopo qualche giorno andavano in crisi e volevano tornare a
Manaus. Allora mi mandava un biglietto:
«Nella, vieni a preparagli da mangiare un po' bene». lo
andavo, portavo l'occorrente e preparavo qualche buona minestra e arrosto.
Vivevo con loro al campo e preparavo da mangiare.
In una lettera alla mamma (16 marzo 1975) Augusto scrive:
Sono di ritorno da quasi un mese di duro lavoro in foresta
con un gruppo di coloni con i quali passo ormai la maggior parte del mio tempo,
essendo questa la mia nuova missione: fondare le nuove città dell'Amazzonia su
una base più giusta e più cristiana di quelle che già esistono, dove il
pescecane finisce con il mangiare il pesciolino. L'ideale che vado predicando a
questi miei strani discepoli è quello dei primi cristiani che vivevano in comune
e facevano tutto in comune, dalla preghiera al lavoro.
È una missione appassionante, quella che ho sempre
desiderato. Ti dirò però che lo sforzo a cui siamo sottoposti è enorme. Siamo al
momento della tentazione e tanti coloni mi mostrano i loro figli nudi, senza uno
straccio, dormono per terra e si nutrono di farina di mani oca e di sale perché
sono impegnati nelle colonie e non possono più pescare, non hanno più l'aiuto
del padrone e non ce la fanno più: molti vogliono tornare indietro, io li invito
a resistere. Qualcuno se ne va, la maggior parte però sono decisi a continuare.
Sto lottando col governo per vedere di strappargli l'aiuto
per fare una strada che congiunga tutte le colonie, di 150 km. Se no i cabocli,
che quest'anno cominceranno a produrre, non potranno trasportare i prodotti,
essendo le colonie molto addentro nella foresta. Ho scritto anche alla F AO per
vedere se mi dà un po' di cibo almeno per un anno, e alla Germania per aiutarmi
a fondare una scuola agricola modello per i figli dei coloni, perché a questa
generazione ho promesso solo sudore, sangue e morte, ma i loro figli entreranno nella terra
promessa. Eppure mi seguono lo stesso: io ho detto che non li abbandonerò e
morirò con loro.
Il mio anno trascorso nella solitudine della foresta sento
adesso quanto mi è servito: mi ha dato una padronanza e una sicurezza che non
avevo e una chiarezza di idee che neanche speravo e di cui ho immenso bisogno
per non fare passi falsi e non condurre tutto un popolo alla rovina. Ho trovato
infatti ad Urucarà una grande confusione di idee, nessuno dei coloni sapeva
cos'è una colonia e facevano errori su errori, contro le leggi e contro 1'economia. Sto raddrizzando un po' queste idee storte e
vedo i loro volti spianarsi. Adesso credono fermamente all'idea di colonia.
In altra lettera alla sorella Pinuccia (aprile 1975) Augusto scrive:
...naturalmente i ricchi li ho contro e proprio questa
settimana ho dovuto fare la parte di padre Cristoforo. Una famiglia di sudisti
ha invaso una delle nostre colonie, asportando quasi metà del terreno. Ho dovuto
chiamare le autorità del Governo: da Manaus sono venuti e la padrona (una
artista della TV) è venuta con loro, sicura di avere ragione. Ha portato anche
una Beretta con 7 pallottole, ostentatamente caricata davanti a tutti e
destinata a me.
Quando ha visto con i suoi occhi che la demarcazione fatta
dal suo signor marito (che è un disgraziato!) era sbagliata e rubava la nostra
terra, è rimasta male ed ha incominciato a recitare un melodramma degno dei più
grandi demagoghi: fiumi di lacrime, singhiozzi, minacce, offese basse contro di
me. Tutto l'odio che aveva l'ha scaricato su di me. D'altro canto, tutto l'amore
che
poteva esprimere l'ha scaricato sui cabocli, dicendo che lei
avrebbe donato O) tutta la terra che volevano e li
avrebbe aiutati quanto loro volevano, dando lavoro e
soldi.
L'attrice non mi lasciava parlare, non ho potuto
dirle che era una ladra e doveva restituire, non donare!
Ma il bello è che, dopo un'ora di quella scena in piena
notte, mi accorsi che tutti i cabocli erano dalla sua
parte e mi avevano abbandonato. L'artista aveva vinto e
ottenuto quel che voleva, soprattutto la divisione fra me
e il mio popolo. Io mi succhiavo quella solitudine e pensavo a Cristo abbandonato da tutti, anche dagli amici.
Qui la lotta è in questi termini. Non mi ritiro dalla
lotta, anzi ci prendo un gusto matto, anche se un giorno
o l'altro me la faranno pagare. Ho imparato a lottare,
ho molti avversari. Ma non ho nessun nemico. Il peggior nemico sono sempre io.
In una lettera ai suoi amici «Centpè}) di Locate Varesino, Augusto scrive (maggio 1975):
Sto vedendo che importante è «essere». Se io sono qualcuno, una persona vera, poi non importa il lavoro, il fare, il dire. Non aver paura di nessuno, neanche della morte. Essere chiari, sinceri, amici. Ma non amici a tutti i costi: sapere che abbiamo dei nemici irriducibili, i farisei di ogni tempo. Ormai sto guardando solo al Vangelo e al grande Maestro il quale non aveva casa, né madre, né fratelli, ma erano tutti suoi fratelli e sorelle. Andava e non scriveva niente, non faceva riunioni, ma la gente si riuniva attorno a Lui. Il mio modello al quale sempre guardo è Cristo Signore.
L'8 dicembre 1975 l'Amministratore apostolico della diocesi
di Itacoatiara, padre George Marksell (dell'istituto missionario canadese di Scarboro a cui è affidata la diocesi), scrive
a
mons. Aristide Pirovano, Superiore generale del Pime, per
esprimergli parere positivo sul lavoro di padre Augusto a
Urucarà e chiedergli che venga meglio precisato il tempo della sua permanenza in diocesi, molto gradita per il lavoro
che svolge fra i coloni. Segue uno scambio di lettere in cui è coinvolto anche
padre Augusto, il quale (fine giugno 1976, come al solito senza data) si scusa
con mons. Pirovano per non aver dato sue notizie e assicura che nella Prelazia
di Itacoatiara si trova bene. Ogni due mesi partecipa al ritiro spirituale con
gli altri missionari a Itacoatiara, va a Manaus dai confratelli del PIME con i
quali è in ottimi rapporti e si sente sempre dell'istituto (anche se non riceve
nessuna rivista da Milano... ma naturalmente non aveva segnalato a nessuno il
suo nuovo indirizzo!). Fra le altre cose, Augusto dice che rema anche 6-8-10 ore
al giorno, avendo rinunziato al motore per visitare le comunità, per capire
meglio la dura condizione di vita del caboclo. Però sta benissimo di salute.
Mons. Pirovano gli risponde incoraggiandolo in questo nuovo
lavoro e raccomandandogli di riprendere i contatti con Parintins, cosa che
Augusto fa nei mesi ed anni seguenti.
All'inizio del 1976 una nuova idea e realizzazione: la scuola
agricola di Urucarà per i figli dei coloni.
Augusto si rendeva conto - racconta Nella - che i caboclos
erano sempre vissuti sul fiume, di pesca. Adesso le terre erano lontane dal
fiume (le «terre alte», che non venivano allagate dalle piene del fiume, più
sicure). Bisognava cambiare abitudini e saper coltivare la terra. Allora nasce
l'idea di una vera scuola agricola. Augusto propone ai volontari laici che
s'erano stabiliti a Urucarà di prendere la direzione della scuola che voleva
fondare, ma quelli rispondono di no, dicevano di no a tutto. Non erano italiani,
c'era un tedesco, un austriaco, un francese, sposati con brasiliane: sessantottini laicizzati e
politicizzati, «cristiani per il socialismo» ancora fermi a Che Guevara. Si
illudevano di fare la vita dei caboclos, ma passavano il tempo a discutere di
idee sfasate e conducevano una vita che non diceva nulla alla gente e non
produceva nulla. Nella comunità dei volontari era difficile
anche dire un'Ave Maria assieme. là mi sono rimboccata le maniche e con la fede
che mi ha trasmesso
mia mamma ho dovuto arrangiarmi a fare un po' di tutto per
la parrocchia e a servizio della gente.
Quando Augusto prende in mano il CETRU, in cui si erano
annidati questi «volontari», propone loro di mettersi a lavorare, perché non
facevano quasi niente, e di aiutarlo a fondare la scuola agricola. Quelli hanno
risposto di no. Allora Augusto s'è arrabbiato e ha fatto quello che definivano
«un colpo di stato alla Pinochet». Cioè ha detto loro: « D'ora in avanti, voi
qui non ci state più. Andate dove volete, ma qui non vi voglio più perché siete
di scandalo alla gente. Il CETRU lo prendo in mano io e voi ve ne andate ».
Infatti si sono dispersi.
Allora Augusto scrive a Giorgio e Myriam Campoleoni,
invitandoli a venire. Con molta generosità i due sposi, sebbene avessero già due
figli piccoli, arrivano nel marzo 1976 e nel giugno seguente iniziano la
scuola agricola di Urucarà (NTI, Nucleo de Treinamento Intensivo), ispirandosi
alle «scuole-famiglia» gestite dai gesuiti nella stato di Spirito Santo, che
avevano visitato
tornando in Brasile. Augusto richiama pure l'ex-sindaco di
Urucarà, Pedro Falabella, figlio di italiani, che vi porta l'energia elettrica e
realizza altre opere pubbliche.
La scuola inizia con 45 alunni, due capanne di paglia per
dormitori, una per la cucina, una casetta di legno per il direttore (Giorgio
Campoleoni) e la famiglia. Primo maestro, un volontario brasiliano di San Paolo,
Pedro Luis. Inizi modesti per una grande opera. Per la fine del primo anno 1976,
alunni ed alunne avevano già realizzato un campo da pallone, scavato un pozzo e
installato un mulino a vento, costruita una sala in muratura per le lezioni,
fatto piantagioni di riso e fagioli, allevamenti di pollame, maiali e la prima
mucca.
Negli anni seguenti, soprattutto con gli aiuti di Locate
Varesino, si costruisce una officina e una falegnameria, tre padiglioni in
muratura, un capannone per gli attrezzi agricoli (fra cui un trattore), un
laboratorio artigianale dove si lavora l'argilla e le ragazze producono
bellissime ceramiche, vari pollai e porcili. Infine, viene
installata una campana, dono dei locatesi, che sveglia tutti alle 5,30 del
mattino con 100 rintocchi.
Dieci anni dopo, il p. Armando Rizza scrive sul bollettino interno dei Missionari del PIME pubblicato a Manaus « InforAmazonas», marzo 1985):
L'anno scolastico prevede Il mesi di lezioni e uno di vacanza. Il NTI accoglie solo giovani e ragazze - generalmente dai 14 ai 20 anni - già alfabetizzati. C'è la regola dell'alternanza: 15 giorni a scuola e 15 giorni a casa, ciascuno nella propria colonia, a lavorare le proprie terre come hanno imparato a scuola. Ogni tanto gli orientatori visitano queste terre per verificare il lavoro e aiutare i giovani nei problemi che man mano sorgono. La scuola però rimane sempre aperta perché mentre sono a casa i giovani, a scuola vanno le ragazze e viceversa. Il corso è elementare. La scuola secondaria, in progetto, forse aprirà entro breve tempo. La direzione del NTI è ora (nel 1985, n.d.r.) affidata ad un ex-alunno che ha completato gli studi, coadiuvato da 8 orientatori che accompagnano gli studenti nei vari settori dell'agricoltura (orticoltura, allevamento, frutticoltura, vivai, costruzioni, meccanica rurale, irrigazione e ricerca) e da due orientatrici per la ceramica e i lavori femminili.
Orario della Scuola agricola di Urucarà (NTI) 5.30 Sveglia
6.00 Preghiera comunitaria
7.00 Colazione
7.30 Lezioni
9.00 Intervallo
9.30 Lezioni
11.00 Preparazione per il pranzo
11.30 Pranzo
13.30 Lavoro nei campi
15.00 Merenda
15.30 Lavoro nei campi
17.00 Ricreazione
18.00 Doccia o bagno nel fiume 18.15 Cena
21.30 Tutti a letto
Due volte la settimana ci sono lezioni teoriche di agricoltura
dalle 19,30 alle 21. L'orario non prevede 1'ora di religione, sostituita
dall'ora quotidiana di preghiera che comprende anche canti e istruzione
religiosa. Alla domenica si va a Messa nella parrocchia di Urucarà, lontana un
paio di chilometri.
Il grande merito di Urucarà consiste nell'aver dato a
moltissime famiglie una casa propria e un buon pezzo di terra in proprietà
legalizzata. E inoltre nell'aver incamminato quella gente a una convivenza
comunitaria, educandola alla mutua cooperazione. Bisognerebbe ora poter contare
su una certa facilità di mercato e di trasporto. Ancora un sogno, anche se la
costruzione della strada Nhamundà-Itacoatiara, che passerebbe per Urucarà,
rappresenta una buona speranza.
Nel 1980 -
racconta Myriam Campoleoni - abbiamo dovuto discutere con padre Augusto per
tornare in Italia. Avevamo tre figli e aspettavamo il quarto. Non era più
possibile per noi fare una vita di volontariato. A malincuore Augusto ci ha
lasciati partire. Quando siamo arrivati non c'era niente, partendo abbiamo
lasciato una scuola ben avviata, con coltivazioni di tutti i generi. Ci è
spiaciuto tornare in Italia, perché eravamo veramente affezionati alla scuola,
ma dovevamo pensare ai nostri figli.
Augusto era quasi sempre da noi quand'era ad Urucarà
- dice Giorgio Campoleoni - viveva una vita di famiglia negli affetti, nella preghiera, in tutto. I nostri figli
lo
chiamavano «zio Augusto» e lui ci godeva un mondo. Quando
siamo andati via, lui ha assunto la direzione della scuola e forse il fatto che
tutto fosse funzionante l'ha mandato in crisi. Non era l'uomo che si fermava
dove tutto andava bene, perché allora si metteva alla ricerca di qualcosa
d'altro. Ho sempre visto padre Augusto come un uomo in ricerca. Non si
accontentava mai, non si fermava mai. A me Augusto ha lasciato una traccia
profonda di fede per tutta la vita. Mi ha fatto capire la Chiesa del Concilio.
Non più di due-tre uomini mi hanno segnato la vita: Augusto è uno di questi. Mi
ha dato l'entusiasmo della fede, la passione per la fede come per la carità
senza limiti.
La scuola è diventata splendida - afferma padre Augusto - è
un pezzettino di Svizzera o di Olanda trapiantato in Amazzonia. Anche il governo
lo sa, viene spesso a visitarci ed ha una certa invidia: ci domandano persino a
che ora si va a letto la sera e cosa si mangia a colazione...
L'idea della scuola ha fissato l'uomo nelle sue comunità di
origine. Essere colono è diventato uno «status»ambito: le ragazze non desiderano
più sposare uno di
città, perché essere coloni significa avere una terra e un
futuro, una sicurezza. Nel 1985 abbiamo fatto una statistica e abbiamo scoperto
che 1'87% dei nostri ex alunni si è fermato nelle colonie: l'esodo verso le
città è diminuito.
Da dieci anni fa, quando abbiamo cominciato con la nostra
scuola, ad oggi, la zona è profondamente cambiata: le case non sono più di
paglia, ma quasi tutte almeno di legno; i bambini sono più puliti, meglio
vestiti ed istruiti; abbiamo costruito strade, per cui i trasporti
sono migliorati; la salute, l'alimentazione, !'istruzione hanno
fatto un gran progresso. («Mondo e Missione», maggio 1987)
Dal 1980 al 1985 padre Augusto dirige la scuola agricola e continua, nei limiti del possibile, a visitare le 34 colonie di caboclos stabilite nell'interno del vastissimo Comune di Urucarà. In una lettera al «carissimo Ghit» (10 febbraio 1979), un amico di Locate Varesino, parla ampiamente della formazione che egli dà ai caboclos. Tema interessante, perché ci permette di comprendere meglio la personalità di Augusto, la sua avversione al «mondo moderno» e il tentativo di ricreare, nelle colonie di caboclos, una vita sana e secondo natura: un «profeta» del ritorno all'austerità di vita.
Nelle città come Manaus io non so più vivere, perché il
frastuono del consumismo, l'evidenza delle ingiustizie,
la corruzione di ogni tipo, la mancanza di ideali, il denaro
come unica molla, assieme al sesso, droga e delinquenza, mi tolgono la pace.
Debolezza mia, tu dirai, ma io sono più forte di tutta questa gente e potrei
resistere un certo tempo. Poi la propaganda, la tentazione, la facilità,
l'esempio di questa società mi travolgerebbero, come hanno travolto la maggior
parte di questi uomini. Che contrasto con la semplicità della nostra vita
nell'interno, fra i caboclos! Pochissime cose da fare, poche parole, pochi
interessi, eppure la vita non è vuota. La vita in Manaus è più piena, ma piena
di che? Di cose vuote, inventate, artificiali, desideri eccitati
artificialmente, cose non necessarie e addirittura dannose.
Sentendo il discorso di Papa Karol Wojtyla, ho tirato un
respiro: «LA PACE È UN RITORNO ALLA SEMPLICITA'». Semplicità di che? Di tutto:
del mangiare, del costruire case e città, semplicità del divertirsi, del sistema
di lavorare, del parlare, del pregare, semplicità del fare arte, ecc. Bene, Ghit,
tutto questo esiste ancora quasi allo stato naturale, nell'ambiente in cui vivo.
Nel mangiare ci si accontenta della mani oca, del pesce e dell'
acqua non gelata. L'abitazione di paglia o legno è tanto semplice che si
costruisce in un giorno. È vero, ogni caboclo dà alla sua casa un tocco
personale, ma non sarà molto diversa da quella del vicino.
Il vestire? Mamma mia, non costituisce problema e anche la
donna non è molto ricercata, quando non è già corrotta dalla propaganda. È una
bellezza semplice, che anziché togliere lo ({ charme» lo manifesta senza troppi
falsi contorni. Il divertimento è costituito dal ritrovarsi per danzare o fare
del football, con semplicità però. Le nostre preghiere sono semplici, i nostri
canti non sono
angosciati, come quelli dei vostri cantautori. Le nostre
discussioni si fermano su quattro o cinque argomenti. Non ci sono filosofie o
riflessioni complicate, che nascono da fatti complicati in una società
complicata. Il lavoro non ha quasi mai rapporti tesi come da voi.
Il confrontare le nostre preghiere semplici, che assomigliano
al Padre Nostro, in cui si chiede salute e pace, con le vostre così filosofiche
e sociali, mi sembra la differenza di uno stile: credo che farete fatica ad
inventarle le vostre preghiere, mentre noi le diciamo senza pensare, ma non
senza fede.
Ecco, questo mondo ancora esiste. lo continuo a predicare ai
caboclos di non andare ad abitare nelle città, mostrando loro il perché:
diventerebbero meno liberi, marginalizzati, dipendenti da una società che non è
stata fatta da loro, perché la trovano già pronta, già interessata ad
inghiottirli appena arrivano. E per fare questo io vivo in mezzo a loro, come
loro, mangiando e lavorando con loro, così da dimostrare che un bianco può
vivere felice anche la loro vita, anzi è fuggito da un ambiente di progresso
perché là non era felice. Mentre qui, fra le piante e gli animali, le cose e la
gente semplice, si sente felice.
Nel XXX anniversario della sua ordinazione sacerdotale (in una lettera senza data del 1983), Augusto scrive:
La mia vita è marcata dai dieci anni: '53 ordinazione sacerdotale, '63 missione, '73 Urucarà, '83 anno più brutto, che però non vorrei cancellare dalla mia vita, perché non si può cancellare neanche il Venerdì santo dalla vita di Cristo, perderebbe tutto il senso della Redenzione. Spero che il 1984 sia l'anno della Risurrezione, anche se non vedo ancora i segnali chiari.
Dopo che nel 1980 erano già partiti Myriam e Giorgio
Campoleoni, il 1983 è l'anno della partenza (in agosto) di Nella Castiglioni e
di Pier Giorgio Liverani (quest'ultimo era stato chiamato ad Urucarà da Giorgio
Campoleoni per insegnare e coordinare l'agricoltura), i due volontari che
tornano in Italia per sposarsi.
Augusto sentiva molto l'appoggio di questi amici, soprattutto
di Nella, di cui ha detto (nella testimonianza su « Mondo e Missione» del maggio
1987):
Ha studiato ed è diventata un'ottima infermiera, una delle
migliori ostetriche d'Europa: ha studiato a Berlino, era la prima ostetrica
della Clinica Mangiagalli, l'avevano richiesta in America. Per due anni aveva
viaggiato sulla «Raffaello », l'ammiraglia della flotta italiana sulle rotte
dell' America del sud. Insomma, aveva un' esperienza grandissima.
Eppure, nel '73, quando sono rientrato in Italia, forse
sentendomi raccontare, ha deciso di lasciare tutto: stipendi favolosi,
pellicce, macchine, casa. Ha venduto tutto ed è stata con noi dieci anni ed ha
fatto delle cose stupende: il cuore di una donna e i suoi occhi, che vedono così diversamente da quelli dell'uomo, sono utili anche
per un «selvaggio» missionario.
Mai ho tentato una nuova idea senza prima sentire il suo parere.
Mentre io lottavo nelle foreste, lei lottava con il governo nella capitale.
Tutti la conoscevano col
suo sorriso e le sue litigate. Senza contare il lavoro per
impiantare gli ambulatori nelle comunità, magari di paglia, ma ben funzionanti
ed affidati a personale preparato, con un esperimento pilota poi copiato in
tutto lo stato. Il lavoro burocratico per ottenere i titoli di proprietà, che
prima nessuno aveva, l'ha fatto tutto lei, la Nella. Dopo dieci anni si è
sposata con un volontario di Faenza, hanno anche un figlio.
Parlando della scuola di Urucarà (nella stessa testimonianza su «Mondo e Missione», maggio 1987), Augusto aggiunge:
Molti ci hanno aiutato: professori e professoresse brasiliani che hanno passato due o tre anni da noi; un volontario svizzero con la fidanzata. Ma le «colonne» sono stati due fratelli romagnoli: Pier Giorgio Liverani (poi marito di Nella) e Pietro (che adesso sposerà una brasiliana e si stabilirà lì). Due colossi del lavoro e due esempi: la gente, gli alunni hanno imparato da loro come si lavora, con costanza, dal mattino alla sera.
Non è facile capire la crisi di Augusto degli anni 1983-1985. In diocesi di Itacoatiara è quanto mai apprezzato. In data 27 marzo 1983, il vescovo di Itacoatiara, mons. Jorge Marksell, scrive al Superiore generale del PIME, p. Fedele Giannini, per chiedergli di poter usufruire dell' opera di padre Augusto almeno per altri tre anni.
Padre Augusto sta con noi dal 1975 - dice la lettera del vescovo di Itacoatiara - ed esercita in modo esemplare il suo ministero sacerdotale. Egli si dedica ad organizzare e animare le colonie agricole nella regione di Urucarà. Ultimamente, e provvisoriamente, ha assunto l'incarico di direttore della Scuola Agricola. La sua vita, come sacerdote e missionario, è una vita di condivisione con i contadini, che accompagna nelle loro gioie e dolori, dando loro coraggio e speranza.
La crisi di Augusto, nel periodo 1983-1985, non è quindi originata da un disadattamento nella diocesi di Itacoatiara. Viene dal fatto che più passano gli anni e più si rende conto di non riuscire a trovare Dio come avrebbe voluto. Sente forte in sé l'attrattiva verso l'altro sesso, che sperava di aver dominato nel primo periodo in foresta, con la preghiera e la mortificazione. Invece si ritrova sempre tentato e tanto lontano da quell'ideale di santità che sognava.
La sua ricerca di Dio era autentica - dice padre Armando
Rizza, superiore regionale del PIME a Manaus (1984-1988) e suo confidente e
padre spirituale - da me cercava un appoggio, un confronto per capire meglio
questo suo desiderio di vedere Dio. Una volta mi disse che uno dei motivi per
cui fuggiva dal ministero sacerdotale era che la gente lo prendeva tanto da
costringerlo a mettere Dio in secondo piano. Perché la gente lo «adorava», si
sentiva attratta da lui, non lo lasciava in pace.
Ricordo che una volta andai a trovarlo ad Urucarà e mi fece
passare quasi tutta la notte a guardare il cielo stellato, mentre mi spiegava
che la sua anima era proiettata alla ricerca di Dio, al di là delle stelle. Mi
parlava della montagna, della conquista di sempre nuove
vette e del suo desiderio di «andare oltre«: una vetta
conquistata non era per lui una meta raggiunta, ma un
trampolino per «andare oltre». Proiettarsi in Dio era uno
sviluppo naturale del suo modo di essere, ma Dio si rivelava sempre
irraggiungibile. Noi sappiamo - e anche Augusto lo sapeva - che «Dio abita in
una luce inaccessibile», ma lui cercava di raggiungerlo lo stesso. Forse il
senso del fallimento che lo tormentava soprattutto negli ultimi anni era dovuto
al fatto che non riusciva a raggiungere Dio. lo gli dicevo che Dio non lo si
raggiunge così, allora mi chiese le opere di Santa Teresa e di San Giovanni
della Croce.
Certamente padre Augusto usciva dai nostri schemi,
era difficile capirlo. lo ho cercato di farlo, ma era un tipo
difficile, un uomo di lotta e di tentazioni, di dubbi ma anche di fede, di
generosità con gli altri, di amore alla gente. Mi colpiva il suo distacco totale
dal denaro, da tutto. Una volta, la scuola di Urucarà si è trovata in difficoltà
finanziarie e lui ha chiesto alle sorelle di mandargli tutti i soldi che aveva
in Italia a suo nome, ereditati dal padre, e li ha messi dentro la scuola. L'ha
fatto in un modo spontaneo, come una cosa più che naturale.
Poi c'è il suo complesso di colpa. Aveva un senso del peccato
molto forte, di qui le sue mortificazioni. Il senso di colpa era la sua croce,
da me cercava la coscienza tranquilla. Si sentiva debole, peccatore, per questo
fuggiva in foresta. Il suo desiderio di solitudine era autentico. Quando era al
Paratucù, negli ultimi anni, e si era accorto che anche lì la gente l'aveva
scoperto e venivano a trovarlo, con due giorni di canoa e di cammino in foresta,
mi disse che voleva sprofondarsi ancor più nella foresta, fin dove nessuno
avrebbe più potuto trovarlo. Voleva star solo con Dio e la sua coscienza, per
pregare, mortificarsi. C'era in questo molta stranezza, ma anche molta
autenticità.
Diversi con fratelli mi hanno detto che, poiché lui diceva spesso di essere un grande peccatore, la gente semplice si era formata l'idea che lo fosse davvero. Mons. Giovanni Risatti, vescovo di Parintins dal febbraio 1988 (e vescovo di Macapà in Amazzonia, dal marzo 1993) mi racconta:
Era esagerato nel dire continuamente di essere un
grande peccatore. Non si rendeva conto che suscitava
impressioni negative. Nel settembre 1989 sono riuscito a tirarlo fuori dal
Paratucù ed a fargli accettare di stare nella comunità del Mocambo. Era la
domenica 3 settembre 1989. Augusto era uscito dalla foresta e io dovevo
presentarlo alla gente, che lo adorava. La chiesa
era strapiena, la gente contentissima, lui anche. Faccio la
predica, presento Augusto in modo elogiativo, naturalmente, ma non ce n'era
bisogno. Poi vuol parlare anche lui ed ha continuato a dire: «Io sono un
grande peccatore, non sono degno di stare in mezzo a voi, il Signore mi punirà
per i miei peccati... ». Dopo alcuni minuti, quando ho visto che non cambiava
registro, mi sono alzato e gli ho tolto la parola.
La gente poi si chiedeva: «Chissà quali e quanti peccati ha
commesso padre Augusto?! ». Ma era così, esagerato in tutto, anche nel
dichiararsi peccatore, era un
suo modo di esprimersi. Può anche darsi che abbia fatto
qualche stupidaggine, ma in una vita come la sua era un «incidente di
percorso» trascurabile. È come quando diceva che non stava bene con la gente,
che era misantropo. Tutte storie, erano complessi che si faceva lui, per la
gente era affascinante, capace di parlare tre ore di seguito e tutti stavano ad
ascoltarlo.
Certamente Augusto era tormentato dalle tentazioni contro la castità sacerdotale. Ma lottava contro se stesso, si mortificava, fuggiva in foresta. La sua storia va ambientata in Amazzonia, dove, come mi disse una volta mons. Cerqua, «siamo ancora in un ambiente come quello del Vecchio Testamento: il 'crescete e moltiplicatevi' è la legge suprema della vita». Racconta padre Pedro Vignola, grande amico e confidente di padre Augusto:
L'ambiente in cui viviamo è estremamente libero. Nel cimitero di
Parintins abbiamo fatto una cappella in cui sono sepolti i resti dei missionari
morti là. C'è anche un
padre olandese, che quando siamo arrivati noi del PIME nel
1955 era l'unico missionario in tutta la Prelazia, estesa metà Italia. Allora le
condizioni di isolamento erano tremende. Uomo di grande spirito, faceva tutti i
viaggi con la canoa a remo e visitava instancabilmente la diocesi, stando in
giro dei mesi. Beh, è ancora ricordato in benedizione, come un uomo dedicato agli altri,
un vero sacerdote. Ma ha lasciato in giro parecchi figli e la gente ne parla
senza nessun scandalo. Questo per dire che l'ambiente è questo.
Di Augusto posso dire che non ha mai dato scandalo, anche se
era imprudente nel trattare con le donne, cordiale, espansivo, affettuoso con
tutte. Comunque, che avesse suoi problemi personali, come li abbiamo tutti, è
naturale. Ma non s'è mai seduto. Il fatto di qualche caduta può capitare a
tutti, ma lui era uno che lottava, combatteva anche contro se stesso.
In Amazzonia - racconta padre Raffaele Magni, missionario a
Parintins negli anni sessanta - i rapporti con le donne sono delicati. Bisogna
stare molto attenti, perché qualunque segno di affetto è subito interpretato
male, si stabilisce drammaticamente un rapporto pericoloso. Ho lavorato in
collegio sette anni con le ragazze: guai a mostrare preferenza per qualcuna o
per qualsiasi motivo avere contatti più frequenti con questa o con quella,
dicono subito che hai intenzioni cattive su di lei. Così per certe forme di
affettività: abbracciare o baciare una donna, prenderla per le spalle o per un
braccio, dicono che è la tua amante. Non si scandalizzano troppo, ma gira la
voce che te la intendi con lei.
Allo stesso modo, io e gli altri padri non abbiamo mai
permesso che una donna entrasse nella nostra camera mentre c'eravamo noi o si
mettesse a dormire o
dondolarsi nella nostra amaca. Augusto a queste cose non
faceva caso, era libero da ogni genere di convenzione: con lui le ragazze si
prendevano confidenze che con gli altri padri non si permettevano.
Questa secondo me l'imprudenza di Augusto, nel senso di non
capire i pericoli in cui si metteva. Lui era un tipo espansivo, affettuoso con
tutti, uomo affascinante che voleva veramente bene alla gente. Non poteva
vedere una donna, giovane o vecchia che fosse, senza
abbracciarla e baciarla. Era il suo modo di essere, lo faceva senza intenzioni
cattive, anche se si accorgeva che suscitava impressioni negative: e questo suo
spontaneismo ed espansività forse li viveva come una forma di peccato, di colpa.
Per cui andava in giro a dire: ({ lo sono un grande peccatore... ».. Il prendere
questi suoi gesti nell'ottica del peccato è sbagliato, ma nell'ottica
dell'imprudenza grave sì, almeno là, nell'ambiente amazzonico, dove il sesso è
facile, a portata di mano. Secondo me lui ha vissuto questa sua natura con
grande sofferenza, tensioni e anche tentazioni. Per questo poi fuggiva in
foresta a fare penitenza e il fatto che non si sia lasciato andare, com'è facile
in quell'ambiente, è un segno positivo.
Per me era come un fratello - dice Nella Castiglioni
e si confidava spesso. Qualche volta mi arrabbiavo e gli
dicevo: « Ti spaccherei la testa. Perché non provi a metterti nei panni di
queste donne? Quando tu le abbracci susciti in loro il senso che tu le cerchi,
poi ti corrono dietro e si sentono deluse». Lui era un uomo veramente
affascinante. Ricordo una giornalista brasiliana del settimanale illustrato «Veja», di Rio, una donna di classe che veniva dalla grande città in un posto
primitivo come il nostro. Era venuta per intervistarlo. Abbiamo fatto un viaggio
insieme in foresta e alla fine era innamorata cotta di lui. Ma le donne che si
sono innamorate di padre Augusto sono state tante.
Questo fatto però va inquadrato nella sua personalità, per
capirlo bene. Lui voleva bene a tutti con passione. Certamente era molto incline
all'altro sesso, ma l'ho visto più volte abbracciare e baciare la vecchia
Santina di ottant'anni, che non aveva più denti ed era contro ogni tentazione.
Povera donna, le brillavano gli occhi di gioia quando arrivava padre Augusto,
che baciava
anche la donna sposata e la ragazzina, faceva festa a tutte.
Io lo rimproveravo anche perché, alla sera dopo cena,
concedeva alle ragazze della scuola di entrare nel laboratorio artigianale per
giocare, ballare, sentire i dischi, mentre ai maschi non era concesso. Una cosa
stupida. Allora io mi arrabbiavo e gli dicevo: «Guarda che queste ragazzine sono
precoci e maliziose. Domani si vanteranno di queste tue preferenze, susciteranno
impressioni cattive verso di te ».
Uno che non lo conosceva lo giudicava male, ma chi sapeva che
vita faceva, dove e come viveva, non poteva che superare questi aspetti
negativi, come tanti altri che erano suoi, ad esempio il fare scherzi pesanti e
anche pericolosi.
D'altra parte su questo tema io dico solo questo: se un uomo così affascinante, con la capacità enorme che aveva
di soggiogare le persone, avesse voluto davvero avere non una ma tante donne,
non avrebbe incontrato difficoltà. Si sarebbe messo con l'una e poi con l'altra,
poche l'avrebbero rifiutato. Invece questo non è mai successo e nemmeno ha
lasciato dubbi che potesse succedere. Sì, ha amato le donne, le ha amate tanto,
ma tutte alla stessa maniera. Augusto era uno che per gli altri dava tutto.
Amava sul serio, appassionatamente, generosamente. Non era in nessun modo un
arido, un freddo o un egoista. Anche per questo la gente gli voleva un bene
dell'anima. Il suo rapporto con le donne va visto nel quadro della sua
personalità.
Credo anche che ha pagato duramente questa sua superficialità
e incapacità di dominare la sua espansività e affettività verso le donne. Alcune
gli sono corse dietro, una specialmente l'ha fatto quasi diventar matto, l'ha
inseguito persino in foresta e ha minacciato di suicidarsi se lui non la
sposava. Ma lui è riuscito, con l'aiuto di Dio, a rimandarla indietro senza
danni.
L'episodio è raccontato dal padre Benito Di Pietro del PIME, parroco a Nhamundà, nel cui territorio parrocchiale sorge l'eremo del Paratucù.
Nell'anno 1987 - racconta padre Di Pietro - sono andato a
trovare Augusto al Paratucù, da Nhamundà, in barca a motore. Sono stato con lui
due giorni, abbiamo pregato assieme, si è messo a disposizione della mia
parrocchia per ritiri e confessioni (infatti poi è venuto varie volte ad
aiutarmi). Mentre tornavo a casa, ho visto da lontano un' altra barca che
risaliva la corrente. Ho pensato: «Dove va questa barca, perché più oltre non
c'è nessuno se non il padre Augusto? ». Ci siamo accostati e ho visto che c'era,
col motorista, Angela (nome di comodo, n.d.r.), una insegnante venuta dal sud
Brasile a Parintins e si diceva che lei fosse amica di padre Gianola.
Le ho chiesto dove andava e mi ha risposto: «Padre Augusto mi
ha mandato a chiamare, vuole che vada con lui ». lo le ho detto: «È impossibile,
torno adesso dal padre Augusto e non vuol vedere nessuno ». Lei insisteva: «No, no, siamo d'accordo che vado a stare con lui». Ho cercato
di convincerla a tornare con me a Nhamundà, ma lei ha proseguito.
Due giorni dopo Angela è venuta a chiedermi ospitalità in
parrocchia a Nhamundà: era arrabbiata, ma non mi ha dato spiegazioni e poi se ne
è andata. Il motori sta e proprietario della barca, che la donna aveva affittato
per andare al Paratucù, mi diceva che lei e l'Augusto avevano litigato e Augusto
gli aveva subito detto: « Tu non te ne vai se non porti indietro questa donna».
Quella voleva restare, ma Augusto non la voleva. Allora è scappata in foresta.
Augusto l'ha rincorsa, l'ha portata in barca con i suoi bagagli ed ha ordinato
al motorista di partire.
Se dobbiamo dar credito alle «voci» - dice Giorgio Campo
leoni - credo che in Amazzonia, fra i preti e i missionari, non si salva
nessuno. Le «voci» nascono più o meno per tutti perché, per la cultura
latino-americana e cabocla, un uomo senza una donna non è nemmeno concepibile.
Se non ce l'ha pubblicamente, gliela attribuiscono segretamente. Certo Augusto
non sempre era prudente e col suo modo di fare, come si dice, lasciava il segno
in non pochi cuori femminili. Ma io ho conosciuto due donne che si diceva
avessero avuto rapporti con lui: ebbene, nessuna delle due ha avuto figli e
ambedue avevano conservato grande stima per Augusto; il che vuoI dire che il
rapporto con lui era stato positivo. lo personalmente, e sono stato con Augusto
tanti anni e molto vicino a lui, non ho mai avuto impressioni negative.
Ancora la testimonianza di Nella Castiglioni, per concludere.
Padre Augusto faceva molta penitenza corporale, credo proprio
per questo motivo: digiuni incredibili, fatiche pazzesche, non curarsi quando
era ammalato, ecc. Ma non solo in Amazzonia. Ricordo che quando ero una
ragazzina a Locate, negli anni cinquanta, e lui era il nostro vice-parroco,
c'era nella nostra zona un prete che aveva lasciato il sacerdozio. Don Augusto,
che lo conosceva, ci aveva fatto fare grandi penitenze per tre mesi, e le faceva
anche lui naturalmente: non toccare carne, cilicio, veglie notturne, cordate di
preghiere con turni di notte. Era uno che ti portava dentro queste cose con
fascino e ti dava il senso di Dio e della ricerca di Dio.
Per me, lo ripeto, è stato come un fratello, gli ho voluto
veramente bene e mi aveva chiesto di aiutarlo anche nei suoi problemi affettivi.
Lui avrebbe voluto parlare con dei confratelli un po' di tutti i suoi problemi,
anche di fede, ma era difficile, erano lontani e poi non
tutti avevano il tempo e la voglia di ascoltare i suoi
ragionamenti. Mi ricordo che a volte gli dicevo: «Augusto, io ti ascolto, ma tu
hai bisogno di parlare con un tuo confratello che possa risponderti. lo non ho
la preparazione adeguata per discutere con te questi problemi».
Una volta, credo nel 1977, si sono radunati a Urucarà i
membri di CL in Amazzonia ed è venuto da noi per alcuni giorni don Francesco
Ricci. A don Augusto, che pur senza appartenere al movimento si sentiva in
sintonia con lo stesso (come le sue sorelle del resto), quell'incontro era
piaciuto moltissimo. Aveva potuto discutere a lungo con don Ricci, il quale gli
aveva confermato che era sulla via giusta col suo lavoro e la sua ricerca di
Dio.
Per tornare alla sua affettività con le donne, è stata molto
criticata perché interpretata male. Nessuno l'ha mai capita. Per scriverne con
onestà bisognerebbe renderla non un difetto o un peccato, ma un suo lato
positivo. Infatti gli dava una grande umanità, un grande fascino, che poi
orientava al bene. Era sentito veramente come un fratello da tutti, uomini e
donne. Non so come spiegare quel che sento, ma se penso al rapporto con tanti
preti in Italia, che ti sembrano persone rigide, senza affetti, senza cuore,
chiusi in se stessi, aridi, poco comunicativi, a volte mi chiedo: come fanno a
predicare ed a testimoniare Gesù, che è il Dio dell'Amore? Con padre Augusto ti
sentivi amata, desiderata, coccolata. Non potevi non volergli bene, entravi
subito in comunione con lui. Quando ti abbracciava e baciava era quasi un gesto
atteso, spontaneo, espressione di vero amore, non di egoismo.
Certo, in questo ci sono dei pericoli e Augusto stesso se ne
rendeva conto. Qualche volta mi aveva confessato di essersi innamorato di
qualche ragazza e che doveva combattere per togliere dal suo cuore i pensieri
cattivi. Poi lui stesso aggiungeva: «Guarda che stupido che
sono, queste cretinerie mi fanno perdere tempo, ma non riesco
a mandarle via. Bisogna pregare e aspettare che
passino». Un'altra volta mi disse: «Mi rendo conto che
qualcuna si innamora di me, mi inseguono anche in foresta. Mi spiace, non è
questa la mia intenzione».
Secondo me Augusto ha sempre tenuto un comportamento
corretto. Si innamorava di tutte, specie di quelle che gli erano più vicine, si
confidava, era espansivo, tenero, a volte soffriva di questo e capiva il
pericolo, ma insomma non credo in nessun modo che abbia fatto il male che
dicevano alcune voci o che ancor oggi alcuni credono. In Brasile ho conosciuto
diversi preti, anche missionari del PIME, che venivano laggiù e dopo sei mesi o
un anno erano già sposati o gravemente compromessi con una donna e poi dovevano
sposarsi o scappare. Augusto di occasioni ne aveva tante, poteva sposarsi
scegliendo fra mille.
Ecco, tutto qui. Mi raccomando di scrivere una biografia che
dia la vera dimensione spirituale e umana dell'Augusto. Perché le aveva tutte e
due in grado sommo.