PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

Una bella lettera del vescovo di Itacoatiara su Augusto - Nel giugno 1985 discende in canoa il Rio delle Amazzoni - 1400 chilometri in 15 giorni di navigazione a remo - A Recife i Benedettini lo invitano al monastero-fattoria di Jequitibà - In aereo a Lisbona: pellegrinaggio a piedi a Fatima ed a Lourdes - Augusto si presenta come un barbone senza soldi - Preti e case religiose gli rifiutano l'ospitalità - Mangia rubando la frutta dagli alberi e dorme sotto i ponti.

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

XI

L'AVVENTUROSO VIAGGIO DA URUCARÀ A LAORCA

Una bella lettera del vescovo di Itacoatiara su Augusto - Nel giugno 1985 discende in canoa il Rio delle Amazzoni - 1400 chilometri in 15 giorni di navigazione a remo - A Recife i Benedettini lo invitano al monastero-fattoria di Jequitibà - In aereo a Lisbona: pellegrinaggio a piedi a Patima ed a Lourdes - Augusto si presenta come un barbone senza soldi - Preti e case religiose gli rifiutano l'ospitalità - Mangia rubando la frutta dagli alberi e dorme sotto i ponti.

Il giorno in cui sarete ricchi, io scapperò da qui, perché allora la terra si aprirà ed io ho paura di cadervi dentro insieme a tutti voi.

Così diceva Augusto ai giovani della scuola di Urucarà e ai caboclos delle «colonie ». E aggiungeva:

La loro vera ricchezza è proprio la povertà. Non sarebbe bello se fossero usciti da una schiavitù per diventare 'fazendeiros'. (da «Mondo e Missione», maggio 1987)

A fine giugno 1985, Augusto lascia Urucarà e inizia il viaggio avventuroso che lo riporta in Italia. Prima però saluta, in una solenne assemblea di popolo alla presenza del vescovo, la gente e il clero della Prelazia di Itacoatiara. Ne abbiamo una eco nella lettera che il vescovo, mons. Jorge Marksell, scrive al p. Armando Rizza, Superiore regionale del PIME in Amazzonia a Manaus, il 25 giugno 1985:

Padre Augusto ci ha lasciati così, seminando tanta nostalgia. La gente delle «colonie» sentirà la sua assenza e anche noi la sentiremo. Dalla fine del 1974 Augusto, col suo stile molto singolare, ha accompagnato da vicino i coloni e le comunità dell' area di Urucarà. Navigava con la canoa, entrava in foresta, lavorava con gli agricoltori. Infine, condivideva la loro vita e loro condividevano la vita con Augusto. Animava la fede del popolo nel suo duro cammino. Sognava con loro, il che è proprio di un profeta. Sentiva le frustrazioni e a volte gli scoraggiamenti ed anche questo è proprio di un profeta. Ma fu fedele.
Non sempre concordava con l'una o l'altra linea di
«azione pastorale» della Prelazia e questo era un suo diritto. Ma fu fedele. Non sempre la gente concordava con lui i suoi piani, i suoi progetti, i suoi sogni, e questo è un diritto della gente: ma egli sempre ascoltava, discuteva, accoglieva suggerimenti e opinioni. Ed è stato fedele.
Questa fedeltà di Augusto è ciò che più ha segnato la sua presenza qui tra noi. In unione con tutti quelli che hanno conosciuto Augusto, rendo grazie a Dio per tutto quello che Egli ha fatto per mezzo di questo nostro fratello. Ringrazio anche i suoi compagni, particolarmente i Superiori del PIME, per aver permesso al missionario . Augusto di fare questo cammino con noi.
Nella notte in cui egli ha lasciato la Prelazia, là in Urucurituba, durante l'Assemblea del popolo, ho visto lacrime negli occhi di Augusto. È stato un momento di emozione. Più tardi, in quella stessa notte, ci siamo riuniti, padri, suore e agenti laici, salutando Augusto nella celebrazione dell'Eucarestia. Il giorno seguente è partito allo stesso modo in cui è arrivato, solo, in una piccola canoa, viaggiando lungo il Rio delle Amazzoni. Resta il ricordo di un uomo di fede, un cuore grande che ama Dio e i prediletti di Dio, i poveri.

Alle tre del mattino del venerdì 28 giugno 1985, all'insaputa di tutti («Nessuno sa niente se non la cuciniera a cui ho dovuto dire di prepararmi qualche camicia e due pantaloni»), padre Augusto lascia la scuola di Urucarà e in canoa discende il Rio delle Amazzoni. Guardando le luci della scuola che si allontanano, scrive:

...troppo, troppo bella. Piango in silenzio. Sono le prime lacrime di sangue. Signore, sono ormai solo, con Te.

Il viaggio è subito travagliato da un furioso temporale. Augusto continua a remare. A 55 anni, ha ancora la forza e la resistenza di un bufalo. In canoa scende tutto il grande Rio delle Amazzoni per circa 1.400 chilometri, fino a Macapà. Un viaggio avventuroso e pazzesco, durante il quale si ferma in varie comunità a pregare, mangiare e dormire. Tutti lo scongiurano di non portare avanti il suo piano, che comunica a chi gli dà ospitalità: recarsi in pellegrinaggio a vari santuari mariani, prima in canoa e poi a piedi, alla ricerca di Dio e di se stesso. A Parintins, dove lo attendono (da chi hanno saputo del suo viaggio in canoa? Il tam-tam dei popoli «primitivi» a volte funziona meglio dei nostri telefoni e fax), la gente si offre di comprargli la canoa per pagargli il viaggio in aereo fino in Italia.
Prosegue tra varie peripezie. Durante una tempesta si ferma in una casa dove vive una famiglia con otto bambini: non hanno altro da mangiare che del pesce salatissimo e un infuso di foglie simili al té, ma gli offrono tutto volentieri. Rischia spesso la vita tra correnti molto forti e bracci di fiume che non conosce. Si ferisce malamente ad un piede. Raggiunge Santarem, dove si ferma una giornata perché ha un piede fuori uso («massacrato da un palo») che le suore gli curano bene. Riparte per Monte Alegre (« il giorno più terribile»), dove arriva con 22 ore di remo senza riposo, sbagliando strada (il Rio delle Amazzoni è un intrico di fiumi e relativi affluenti, paludi, laghi) e navigando nell'interno del Cataù, con onde altissirpe. Ha anche allucinazioni. Prega in continuità che il Signore rimanga con lui. Dopo aver pregato scrive:

Sento subito una grande forza nuova... ma non ci sono entrate per la città di Monte Alegre, di cui vedo le case lontano. Disperazione? Quasi. Visto che mi sembra di impazzire in quell'inferno, non potendo accostare perché non c'è sponda ma solo acqua in una lurida foresta con tanti pali danzanti che romperebbero le ossa e la canoa, faccio un piano di emergenza. Aspettare che si calmi il Rio di notte e spingere la canoa là in mezzo, aspettare un'isola galleggiante e lasciarmi trascinare dormendo tutta la notte. Adesso che sento forza, mi torna anche la speranza. Se è uscito un motore è perché c'è un buco. Dopo qualche ora trovo il buco, quello giusto... (Diario, 5 luglio 1985)

Il giorno successivo, ospite del francescano americano fra Mauro, dice Messa e piange, pensando alla sua gente e alla sua scuola. A Monté Alegre tutti gli dicono di non proseguire in canoa, perché «non passerò la serra della vecchia povera, giù da Monte Alegre». È un tratto di fiume in cui ci sono correnti fortissime, rocce, isole galleggianti, vortici pericolosi. Augusto parte mezz'ora dopo la mezzanotte, all'inizio fila via svelto, ma poi all'improvviso sente il rumore tumultuoso del Rio e s'impaurisce.

Il mare è una furia, il mio povero guscio imbarca acqua, forse ho fatto male, vorrei tornare indietro, ma non c'è più tempo. Remo forte, riesco a passaré, il Rio si calma un po' e anche il mio spirito. Sto quasi per cantare quando ascolto un altro russare: ricominciamo? Nell'oscurità della notte, visto che un nuvolone nero ha spento la luna, mi sento preso dai vortici di un Rio pazzo. Sarà questa la vecchia? Ma quante vecchie ci sono? Spingo lo sguardo in cerca di qualche isola d'erba. Ne afferro una e mi lascio trascinare, togliendo acqua dalla canoa. Dopo mezz' ora sono fuori, il Rio è calmo e Venere spunta bellissima preceduta da un coro di sette stelle (Le Pleiadi).
Intravedo le luci di Almeirim, ci arriverò solo alle 6 del mattino, dopo varie peripezie. Adesso sto scrivendo nella bellissima casa delle suore, non sono neanche molto stanco. (Diario, 9 luglio 1985)

Lungo tutto il viaggio, nessuno mai gli nega l'ospitalità, tutti insistono perché dica Messa almeno per loro («Non ho mai detto tante messe come in questo viaggio», 9 luglio). Augusto continua a remare, tra varie avventure, fino al mare.

Sento le sirene della città - scrive il giorno 12 luglio, riferendosi a Macapà, alla foce del Rio delle Amazzoni.
Sto per arrivare. Un motore pieno di gente si ferma per aiutarmi, non voglio aiuto, sono pagatore di promesse. Alle 8 tocco la sponda, ho vinto, sono felice, il Signore è grande. Gli uomini, ammirati, mi aiutano a tirare in secco la canoa, querida (cara) canoa. Mi offrono soldi, molti, mezzo milione, ma io la vendo a padre Brusadelli per 300.000 lire.
 

15 giorni e 5 ore, 138 ore di navigazione effettive scrive nel Diario del 14 luglio. - Ieri il Brusadelli mi ha portato dal Governatore, sua moglie non mi lasciava più andare, voleva sapere tutto e comprare la canoa a qualsiasi prezzo per regalarla al museo. Incontro i padri, tutto bene, mi ospitano nella casa del PIME ... Oggi è domenica, dormo un po', dico Messa in Cattedrale la sera. Qualcuno telefona al superiore congratulandosi per la mia predica, non so neanche cosa ho detto. Partirò martedì sera per Belem.

Ho assistito - commenta il 16 luglio - concelebrando con i padri, alla Messa per il nuovo governatore dell'Amapà. Certo, il rispetto e anche l'amore alle autorità... ma i ripetuti abbracci a tutti i padri ostentati davanti alla gente più volte, sia in sagrestia che sull'altare, e le prediche troppo laudative, non mi sono piaciute molto. Fuori della chiesa nessuno guardava un povero papà di 6 figli con una zappa in mano che oggi non aveva trovato lavoro (pulisce i cortili). Stava zitto, calmo, guardava. Gli ho dato i soldi per comprare da mangiare per i bambini. Tutti si dirigevano al pranzo del governatore. La televisione mi ha afferrato e ho dovuto dare un'intervista sul mio viaggio e l'esperienza di lavoro.

Augusto va a Belem in battello (36 ore di viaggio), dorme una notte nella casa del PIME, riparte il mattino dopo, a piedi, verso illebbrosario di Marituba (37 km.), «un bel nido caldo », dove incontra i confratelli del PIME (non c'è mons. Pirovano) e le Missionarie dell'Immacolata. Riparte il giorno dopo accompagnato in auto solo per 7-8 chilometri da padre Consonni, ma non vuole di più perché ha promesso di fare tutta la strada a piedi. Dopo altri 35 km. arriva a Castagna!. Il giorno 20 luglio scrive sul Diario:

Nessuna soddisfazione durante il viaggio, solo la gloria alla fine. Ma a cosa mi servirebbe questa gloria? Non sono un cacciatore di records. Non c'è nessuna fantasia, nessuna scoperta, nessun cammino da inventare né difficoltà da superare. Ho visto in questi due giorni: è come succhiare un chiodo. Panoramicamente nulli, è solo un movimento di passi uno dopo l'altro che non si ispira a niente. Atleticamente nulla. Resta solo la misera soddisfazione di dire: ho fatto 4.000 km. a piedi... Io sono il padrone della mia decisione e decido che non farò più un passo così stupidamente. Questo nastro di asfalto che entra nella foresta e non se ne vede la fine, è un perditempo e io non ho più tempo da perdere. Il Rio era tutta un'avventura, qui niente, non è pane per i miei denti. È solo questione di tempo e di resistenza.

Il 23 luglio 1985 Augusto arriva in pullman a Recife, dove è ospite dei Cappuccini. Il 25 luglio parte per Olinda, l'antica città portoghese sede della diocesi prima che nascesse Recife. È ospite dei Benedettini al monastero di S. Bento. Parla a lungo col priore (che l'aveva conosciuto in Amazzonia), il quale gli offre un posto fra i suoi monaci, gli dà la Regola di San Benedetto da leggere «troppo lunga e minuziosa» scrive Augusto). Il priore gli indica però il monastero di Jequitibà, in campagna, dove ci sono Benedettini austriaci che coltivano la terra, una fazenda modello, proprio in linea con l'esperienza che Augusto ha fatto a Urucarà.
Anche là aspettano aiuti. Sono solo in dodici. Augusto vede una porta aperta per un'esperienza futura.
Il 29 luglio 1985 arriva in aereo a Lisbona. Una signora, Ester, gli offre ospitalità e cibo e poi lo aiuta a raggiungere il convento dei Padri dello Spirito Santo, dove chiede ospitalità. È il primo dei conventi, o dei sacerdoti, che faranno fatica ad ospitarlo per tutto il viaggio a piedi attraverso Portogallo e Spagna. Augusto si presenta come un vagabondo, un barbone. Dorme a volte nei campi, negli uliveti, sotto i ponti; ruba una pesca e un'arancia da un camion carico di frutta, un'altra volta ruba un grappolo d'uva e una pera, si fa pagare una birra da un muratore. Ha un po' di dollari con sé, ma vuoI vivere alla ventura, a costo di fare la fame. In un paese fuori Lisbona nessuno lo ospita, né il parroco, né l'ospedale, né il partito comunista O) e nemmeno i pompieri. Le pensioni sono tutte al completo, cosìalmeno gli dicono. Solo un ragazzo incontrato per strada crede alla sua storia e lo porta a casa sua, gli dà un pane, una frittata e qualche pomodoro. Mangia e poi, con una coperta imprestatagli dal ragazzo, va a dormire nel pollaio con le galline.
«Ah, il mio Brasile, com'è ospitale! », commenta nel Diario il 31 luglio, quando a Santarem non gli aprono le porte del seminario, dopo 27 km. a piedi in una giornata. Il rettore gli fa però l'elemosina, che Augusto rifiuta. Allora lo ospitano per la notte. Scrive ancora il 31 luglio:

Domani, se Dio vorrà, sarò a Fatima. Non voglio che il mio sia un giro turistico o un record da battere o un protagonismo inutile: voglio che sia un pellegrinaggio di penitenza e religione. Maria deve perdonarmi e aiutarmi ancora molto. Ho visto che quando sono molto stanco non godo niente e soprattutto non penso a niente, tutto concentrato nello sforzo. Perciò è una cosa non umana, se non si riesce a pensare. In fondo io non sono una macchina, né un animale. Allora penso che devo diminuire l'andatura. Il tempo ce l'ho: 30 km. è una media buona, 40 eccezionalmente, almeno per ora, poi vedremo. Il mio problema adesso è il 'Celebret' (il permesso di celebrare la Messa dato dal proprio vescovo, n.d.r.), se no i preti non mi ricevono.

Il 1agosto arriva a Fatima, accolto dai missionari della Consolata, che gli «credono» (p. José, un italiano). Finalmente per qualche giorno è sistemato, ma sul Diario scrive:

Quando sono in viaggio, sul fiume o per la strada, sento il desiderio di arrivare, di un riposo, di un calore umano, di un'accoglienza. Quando sono in casa, ben trattato, a pancia piena, sento il desiderio di andar via, essere in viaggio, nell'avventura. Chi sono io, mio Dio? Non mi sento bene fra troppa civiltà.

A Fatima fa tutte le sue devozioni («Vado subito in Santuario a pagare la promessa»), visita le tombe dei piccoli veggenti, si commuove. È contento di aver incontrato Maria, ma scrive:

Qui a Fatima c'è un trionfalismo cattolico, ricchezza, sovrappiù, troppo contrasto col mio mondo brasiliano, così povero, così semplice, così accogliente e aperto. Qui tutte le case sono chiuse, nessuno ti guarda se non per ridere del tuo aspetto, un animale curioso. Tutti sospettosi. Anche sul Rio avevano paura, ma una volta che avevo spiegato la mia situazione, mi credevano e mi accoglievano. Qui non mi lasciano neppure spiegare. Làavevano paura, erano chiusi per difendersi. Qui sono chiusi per non essere incomodati, è difficile anche chiedere un bicchier d'acqua. Qui nessuno ti vuole, là tutti si interessano a te e ti aiutano. Qui si va solo con i documenti, là si va sulla parola, la parola ha valore, non èancora stata abusata. (Diario, 10 agosto 1985)

Riesce a risolvere il problema del «Celebret» con una telefonata al PIME a Milano: glie lo danno i missionari della Consolata. Una comitiva di bergamaschi gli offre di unirsi a loro per rientrare comodamente in Italia, ma Augusto rifiuta. Il 4 agosto scrive sul Diario:

Domenica un po' triste, la fede di Fatima è grande e la mia è piccola. Continuo a recitare il rosario caboclo. Maria mi ama, io non la amo. Sono un pesce fuor d'acqua in mezzo ai pellegrini, però mi sento in pace. È bello stare qui, ma purtroppo domattina devo andare.

Il pellegrinaggio a piedi continua verso Lourdes e l'Italia tra varie peripezie. Spesso mangia quasi solo la frutta che trova sugli alberi, oppure gettata a terra dal vento impetuoso. Raramente trova ospitalità, anche presso i parroci.

Comincio a sentire il caldo del solleone. Dopo tanti chilometri, prima di arrivare a Paul trovo un fiume e faccio un bel bagno. Molti pesci, Paul sembra Primaluna, case belle e anche case vecchie, fienili, stradette, polvere. Entro in chiesa e chiedo del parroco... Parlo al parroco, vuole i documenti. Dice che va a preparare, aspetto, torna dopo un po' con 1.000 scudi, dicendomi di andarmene. Gli dico che non cerco soldi, ma cerco amici, voglio fare amicizia con lui, parlargli, conversare, passare una sera con lui. Lo supplico, lui freddo mi mostra la porta. lo deluso me ne vado. Resta a guardarmi fin che è sicuro che mi allontano nel bosco. (Diario 6 agosto 1985)

C'è gente chiusa in tutti i sensi, non apre né per far entrare qualcosa nè per fare uscire. C'è gente che apre solo per far uscire, parla, parla, parla e così perde tutto quel che potrebbe lasciar entrare. A Fatima c'era un genovese con la moglie. Quando gli hanno detto che venivo dall'Amazzonia, si è messo a parlare a non finire di Belo Horizonte. La moglie lo zittiva perché voleva ascoltare qualcosa dell'Amazzonia, ma lui non ha mai chiuso bocca e io non l'ho neanche aperta. Se ne sono andati così. (Diario, 6 agosto)
Trova anche gente aperta. Carlos, un taxista, e la moglie Olga lo ospitano in casa loro, gli danno vino e pere. Poi beve la grappa portoghese «e quasi mi sbronzo». Anche la signora Izabel lo tratta bene. Viene accolto in un campo di turisti in cui c'è la signora Ester, conosciuta a Lisbona, che è qui in vacanza con amici: finalmente mangia e dorme bene per una giornata. Più avanti, lo ospita gentilmente anche un impresario di pompe funebri, a cui aveva chiesto se gli permetteva di dormire in una delle sue casse da morto esposte sulla strada. Passato il confine con la Spagna, trova sulla strada «un tubetto di caramelle, scritto in inglese, dolci, probabilmente un sonnifero». Augusto mangia alcune di quelle pasticche e si addormenta pesantemente sotto un ponte: «un sonno terribile».
Anche in Spagna trova grandi difficoltà ad essere accolto, pur con i documenti in regola. È difficile inquadrare Augusto nella mentalità e negli schemi comuni: quando mai s'è visto un prete che va in giro a piedi, vestito come un barbone? Incontra macchine con targa italiana.

La tentazione di chiedere un passaggio è grande... Il mio proposito di continuare a piedi è fermo... Le strade sono dritte e ammazzano l'anima. Ah, mio Portogallo dalle belle stradette di vento e ombra! Ah, terribile Spagna dalla pianura infuocata!

A Salamanca, dopo aver visitato la città, cerca un posto per dormire.

Gesuiti, niente, perché «lei doveva avvisare il giorno prima». Siamo a questo punto. E se fosse un poveretto che chiede? Doveva avvisare prima. La burocrazia ammazza la carità. Dai Cappuccini neanche riesco a vederli se sono belli o brutti, perché mi parlano al citofono, quasi mi mandano al diavolo... Non ne posso più. Non chiederò più niente ai preti. Vado fuori città per cercare una pensione meno cara. (Diario, 13 agosto 1985)

Ecco una giornata dal Diario del 15 agosto:

Via alle 5 del mattino, bevo un litro di latte freddo. Venere e l'ultimo falcetto di luna scintillano nel cielo, le Pleiadi son già alte, Giove sta coricandosi. Molte stelle cadenti. Cammino bene, ma come sempre mi ci vuole mezz' ora di rodaggio. Le macchine sono numerose, i rettilinei infiniti. Viaggio per 12 ore, non incontro un bar in tutto il giorno (bevo acqua in un distributore di benzina, l'unico che trovo), né un albero, nessuna ombra se non quella dei due fili del telefono sopra la mia testa. È un paesaggio allucinante, l'orizzonte come il mare, un mare giallo perché hanno segato il grano e l'avena. Grandissime distese di girasoli. Qualche paesetto si vede, troppo lontano dalla strada.
Ho 30 chilometri per arrivare a Valladolid. Questo viaggio non mi piace più. Non sono stanco. Le gambe vanno, la salute è perfetta, ma sono stufo, non vedo niente, non alzo lo sguardo dall'asfalto, che essendo nero almeno non mi acceca come i paesaggi circostanti. Non un alito di vento, l'anima è prostrata. Ma questo è niente, si tratta di resistere qualche giorno. Invece, quello che mi fa impazzire è il comportamento dei preti. Oggi ero sicuro di passare bene due giorni riposando dai padri della Consolata, perché ho il documento di Fatima che dice che sono un missionario della Consolata. Li ho supplicati di farmi dormire per le scale, di telefonare a Fatima che pagavo io. Niente, mi hanno messo alla porta. Ho vagato per 6 ore per tutta la città, battendo alle porte di tutti gli istituti, Salesiani, Filippini, padri de La Salette,
ecc. Non mi vogliono neanche ascoltare, nemmeno guardano i documenti.

Povero Augusto, devi essere messo ben male, se tutti ti chiudono la porta in faccia! Sembri un barbone e poi, grande e grosso come sei, incuti timore. Infatti scrivi nel Diario (15 agosto): «Devo essere proprio brutto, le donne sembrano atterrite se chiedo loro qualche indicazione. E sì che ho tagliato i capelli ». Finalmente arriva la persona giusta che lo ospita: una suora.

Alle 8 di sera (è sempre a Valladolid, n.d.r.), quasi disperato, decido di andare in stazione a vedere gli orari dei treni (per andare a Pamplona aveva deciso di prendere il treno, n.d.r.), passo dietro al Teatro Calderon de la Barca e vedo scritto: «Casa del Sacerdote ». Batto e mi apre un angelo (avevo appena detto l'«Angelo di Dio»): una suora, così bella e sorridente, che senza fare tante questioni di documenti è rimasta incantata (qui dicono tutti «encantado» quando vogliono esprimere la loro ammirazione). Ci intendiamo subito, mi dà una stanza, pare che sia a buon mercato. Faccio un bel bagno e adesso sto scrivendo. La cena è alle 22,30.

Il viaggio stimola in Augusto varie riflessioni. Scrive sul Diario il 17 agosto:

Là in Brasile e nel terzo mondo l'uomo è aperto, qui è chiuso. Si chiude perché vuoI difendere le sue cose, là non hanno molto da difendere, perciò sono aperti. Non hanno porte, non hanno serrature, non hanno paura. Qui sono più chiusi per difendere se stessi, non hanno tempo da perdere, ti chiedono subito cosa vuoi, qual è il problema. Là no, mai, ti dicono: entra e siediti, ti spiegherai, se vuoi. Qui sono egoisti, non vogliono dividere, essere incomodati, uno che entrasse in casa disturberebbe, sedendosi a mensa darebbe fastidio, diamogli un'elemosina, mandiamolo alla pensione, ma che non venga tra noi, fra i piedi, noi dobbiamo parlare delle nostre cose, dobbiamo vedere la televisione. Anche le persone che mi hanno ricevuto qui, mai hanno spento la televisione, almeno per educazione.
Qui sono pieni di cose, pieni di sé, pensano di sapere già tutto, neanche sospettano che !'incontro con l'altro potrebbe recare un arricchimento. Cosa vuoi che l'altro,
tanto più un rozzo passante, abbia da insegnare a me? So già tutto, la Tv mi dice già tutto... Noi a Urucarà eravamo sempre contenti quando arrivava qualcuno a chiedere ospitalità, sempre ascoltavamo con interesse, volevamo sapere, anche se era un rozzo caboclo. E nel comunicare, sempre imparavamo qualcosa, perdevamo volentieri il tempo con chi passava, e sì che avevamo i nostri lavori.

A Estelle, sui Pirenei, in zona basca, è magnificamente accolto dai Cappuccini che, senza chiedergli i documenti, lo riempiono di mille premure. Scrive che questa accoglienza è tale da fargli dimenticare i passati rifiuti.
Il 24 agosto passa la frontiera con la Francia. Si ferma a far compere in un negozio basco e la donna, quando viene a sapere che è un missionario, gli regala tutto. «I baschi sono molto religiosi », commenta. Il giorno successivo, stanco di nutrirsi solo di frutta, decide di pranzare in un hotel:

Non l'avessi mai fatto, non lo farò più. Tutti mi guardavano. Ho scelto a caso il menù, perché non capisco niente e, dopo il primo piatto (siccome avevo scelto il più a buon mercato) mi alzo già pieno, ma la proprietaria mi chiama e mi manda un altro piatto pieno di ogni ben di Dio e un altro cesto di pane, perché il primo l'avevo divorato pensando che fosse l'unico. Quando mi alzo, mi fanno ancora sedere perché manca la frutta. Insomma, tutti ridevano e io mi sentivo impacciato. Comunque ho fatto il pieno (48 franchi).

Il pasto principale della giornata sono spesso le more («al chiaro è difficile rubare i pomodori»), che trova grosse, mature e abbondanti lungo il cammino: « Si vede che non ci sono bambini)} commenta. Non ha quasi più soldi e deve risparmiare ad ogni costo. Gli piace viaggiare per quelle valli verdi, ordinate e fresche, con prati, boschi e paesini che gli ricordano la Valsassina. In un alberghetto, dove si ferma per la notte (26 agosto), racconta alla padrona «una biondona») che è un padre missionario dell' Amazzonia, suscitandone l'entusiasmo e ricevendo anche uno sconto sul costo della camera e della consumazione.

Io faccio finta di restar confuso, ma la biondona insiste. Tout bien. In coscienza non ho mai fatto questo per aver favuri, né gloria, sinceramente. Ma mi viene spontaneo. Sarà fanfaronismo? Può darsi. Ma mi pare che se si ha una cosa bella e la si condivide, si crea un clima, forse un'amicizia, che cerco più che l'ammirazione. Infatti per loro ne viene un arricchimento sapere che di lì, nel loro hotel, è passato un tale così e così, lo raccontano a tutti, è una gloria, è bello per loro più che se tacessi. Sarei un ignoto che non ha dato nulla.

Nella notte fra il 26 e il 27 agosto, Augusto si sveglia alle tre. C'è luna piena, decide di mettersi in cammino.

Fa molto freddo, ma vado bene, dopo un'ora incomincia un bosco così scuro che non vedo più nulla. Cerco di stare in mezzo alla strada perché ai bordi dell'asfalto, che è più caldo, vengono a dormire le vipere. La luna è tramontata e vado a tentoni. Non una macchina, non una casa, non un barlume, solo lo stridere delle civette, che a volte mi sembra ululare dei lupi. Sto pensando ai lupi dei Pirenei, il cuore mi si stringe, non è proprio paura ma...
Ad un certo punto, in una curva vedo un'ombra in mezzo alla strada. È un grosso cane, ma il pensiero è andato ai lupi pirenaici. Prendo subito lo zaino e lo
metto davanti per difendermi, non ho bastone né niente. Ma la bestia mi lascia passare e il cuore si calma. Continuo nell'oscurità più assoluta, ogni tanto dò un calcio ad un riccio. Dopo tre ore arrivo ad Arudy, ma non sto più in piedi dal sonno. Fermarsi vuoI dire morire, perché il freddo è eccezionale e io non ho niente addosso. Sto per crollare, sembro ubriaco, vedo due camion fermi. Mi avvicino lentamente, ne apro uno, non c'è nessuno, salgo, chiudo, dormo. Mi sveglio che è già chiaro, al suono delle campane (in Francia suonano più che in Spagna e Portogallo). Vado in cerca della chiesa, ma è chiusa, seguo il cammino per due km., sto bene ma batto i denti dal freddo.
Fortunatamente in Francia si svegliano più presto che in Spagna. C'è aperto un ristorante, la padrona mi chiede cosa voglio. Un café au lait ben caldo. Intanto che lo fa, le dico che sono un padre missionario. Mi riempie il tavolo di ogni ben di Dio, pane, zucchero, burro, veneziane, dolci, poi vien un buon latte caldo e caffé. Che bellezza! Ma intanto faccio i conti dei soldi. Quando metto le mani in tasca cercando i soldi, lei mi ferma: niente, solo una «prière à Lourdes». Mi conta delle sue devozioni a S. Rita, mi bacia e ribacia, mi chiede cosa voglio ancora...
Ripeto, non lo faccio apposta, mi pare di far loro piacere e onore dicendo che sono un missionario... Continuo cantando a squarciagola «Sulla cima di quel monte, spunta l'alba e pincia il so!», che il papà sempre cantava. Sono felice.
Arrivo sulla grande strada che viene da Pau e ricomincio a vedere il turismo e gli italiani. Tutti ridono perché dietro lo zaino ho attaccato una tartaruga che
viene dall'Amazzonia e un disco della mia velocità ( « 90 » che ho trovato sulle strade di Spagna.
Dopo una curva mi appare la guglia della Basilica
di Lourdes e allora il cuore si apre e incomincio a cantare, facendo risuonare tutta la valle:

Paguei a minha promessa 
e rezei a minha oraçào 
ao meu padrinho Chico 
e a Virgem da Conceiçào.

I contadini che ammucchiano il fieno guardano e ridono. Arrivo alle porte di Lourdes e scendo al fiume per prendere un bel bagno. Poi vado tra i pellegrini.

Oggi è il grande giorno, il gran finale, se Deus quiser. Scrivo perché sono contento e triste nello stesso tempo. Guardo alle mie gambe che hanno fatto il loro dovere, a tutto il corpo che si è comportato bene, allo zaino che era del peso giusto (8-10 kg.), alle pedule che sono alla fine, ma che meglio di così non le potevo trovare.
È un fatto che un viaggio così, di due mesi esatti, non si sarebbe potuto realizzare se tutto non fosse andato come si deve. Un mal di testa, un' emorroide, un
dente, un foruncolo, un piede che non fa giudizio, avrebbero potuto compromettere tutto. Invece mai nulla è andato fuori posto... Dire che non ho fatto fatica è una bugia, ma dire che è stata una grande impresa, sarebbe pure mentire. È stata una cosa bella, ben riuscita, con la quale intendo chiudere il ciclo delle avventure di un certo tipo, per passare ad altre di tutt'altra indole. Ho attaccato corda e chiodi nel '63. Nell'85 ho attaccato al chiodo spingarda e canoa. Spero che il buon Dio mi dia forza e tempo per realizzare ciò che ho ancora in mente e che è la parete più bella e più difficile che ancora vorrei scalare.

1400 chilometri di braccia 
1200 chilometri di gambe
in cerca di un briciolo di PACE.

Augusto arriva a Lourdes senza soldi. Ma anche per i tipi svitati come lui la c'è la Provvidenza: è ospitato gratuitamente all'ospizio del Secours Catholique («una cosa straordinaria, indimenticabile di bellezza e di carità per i pellegrini»). Poi incontra un pullman di Merone (Como),

con preti miei amici che mi porteranno in Italia domani. Tutto bene. Ringrazio il mio Angelo custode che mi ha condotto sempre nei luoghi e nei momenti giusti.