PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

Ritorna in Brasile al monastero benedettino di Jequitibà - Prime impressioni negative: non trova l'austerità che si attendeva - Augusto non condivide la teologia della liberazione insegnata ai novizi - La sua giornata-tipo al monastero - Sempre più forte il desiderio del Paratucù - Ministero sacerdotale a Jacobina con molte soddisfazioni Ritornano le tentazioni contro la verginità - Augusto si sente debole e affretta i tempi della partenza - Il popolo di Jacobina vorrebbe trattenerlo - Il 18 agosto 1986 parte in pullman per l'Amazzonia - L'Abate di Jequitibà in una lettera loda Augusto - Nel settembre 1986 è di nuovo al Paratucù.

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

XII

AL MONASTERO BENEDETTINO DI JEQUITIBÀ

Ritorna in Brasile al monastero benedettino di Jequitibà - Prime impressioni negative: non trova l'austerità che si attendeva - Augusto non condivide la teologia della liberazione insegnata ai novizi - La sua giornata-tipo al monastero - Sempre più forte il desiderio del Paratucù - Ministero sacerdotale a Jacobina con molte soddisfazioni - Ritornano le tentazioni contro la verginità - Augusto si sente debole e affretta i tempi della partenza - Il popolo di Jacobina vorrebbe trattenerlo - Il 18 agosto 1986 parte in pullman per l'Amazzonia - L'Abate di Jequitibà in una lettera loda Augusto - Nel settembre 1986 è di nuovo al Paratucù.

Dopo alcuni mesi trascorsi in Italia, soprattutto a casa sua a Laorca (va a visitare alcuni monasteri benedettini in Italia e in Francia, Camaldoli, Grottaferrata, Roma, Grenoble...), padre Augusto riparte all'inizio del febbraio 1986 per il Brasile. Si reca nel monastero benedettino cistercense di Jequitibà, come gli aveva indicato il priore dei Benedettini di Olinda nel suo viaggio verso l'Europa (vedi Cap. XI). In una lettera da Laorca al Superiore generale del Pime, p. Fernando Galbiati, scrive (28 dicembre 1985):

Le scrivo per chiederle di lasci armi fare un' esperienza di un anno nel monastero cistercense di Jequitibà (Stato di Bahia, Brasile), per un periodo di riposo spirituale e in vista di un chiarimento del mio cammino futuro. Le prometto che se capirò che non è il mio posto non mi fermerò là un giorno in più e correrò a casa, cioè al PIME che ritengo l'Istituto missionario più meraviglioso del mondo. Intanto la ringrazio dal profondo del cuore per aver compreso questo suo figlio un po' matto...

Padre Galbiati gli risponde positivamente in data 25 gennaio 1986. Il 29 gennaio 1986 festeggia con la parrocchia del suo paese (Laorca di Lecco), che lo aiuta materialmente e spiritualmente, il suo rientro in Brasile. Il 6 febbraio parte in aereo da Milano, arriva il 7 a San Salvador de Bahia e il giorno stesso a Jequitibà, dopo sei ore di pullman.

L'Abbazia è situata su una collina centrale, in mezzo a una serie infinita di altre colline, completamente isolata da città o grossi centri abitati. Poca gente, molte mucche, verde totale, totale oscurità di notte, cosicché posso contare tutte le stelle e 'chiamarle per nome'. Infatti fin dalla mia gioventù conosco il nome e la storia di tutte loro. Sopra le stelle cerco di vedere se c'è Qualcosa d'altro. (Lettera a p. Femando Galbiati, 7 giugno 1986)

Il primo impatto col monastero è deludente, Augusto non trova quell'austerità a cui era abituato in foresta. I monaci sono austriaci, parlano male il portoghese...

Sono andato a Mundo Novo con l'Abate: per tutto il viaggio in Ford nuovissima, ha acceso la radio a tutto volume con marce militarizzate austriache. In città non saluta nessuno, né risponde ai saluti. Compra il pesce. I soldi è solo lui che li maneggia. È il grande fazendeiro con migliaia di capi di bestiame... I padri parlano in tedesco fra di loro e siccome sono sordi parlano forte. Riviste solo in tedesco, quadri austriaci. Penitenza niente, silenzio poco. Tutto il contrario di quello che mi aspettavo.
Oltre a parlar male il portoghese, l'Abate mangia
tutte le parole, non si sente, concetti antichi e anche sorpassati. Invece il giardino è bellissimo. Ci è passato qualcuno che aveva buon gusto. Anche il piccolo cimitero. L'Abate è paternalista.
Il maestro dei novizi è buonissimo, ma parla male e scrive peggio. È difficile capirlo. Non so come questi ragazzi miei compagni possano sentirsi chiamati a questa vita. Credo che per un giovane d'oggi ci voglia ben altro.
Eppure, nonostante questo quadro nerissimo, la mia anima è tranquilla. Sento che il Signore mi accompagna. La tentazione maggiore è chiudermi in me stesso. (Diario, 9-12 febbraio 1986)

Le critiche di Augusto vanno prese con molte riserve. Conosciamo ormai il suo estremismo e le sue esagerazioni in tutto. Più avanti dirà che i padri sono tutti santi e che lui a Jequitibà si trova benissimo. Ma all'inizio l'ambientazione è difficile. Augusto si sente «in esilio» e ricorda la sua gente in Amazzonia. Trova che «questo è un popolo totalmente diverso da quello amazzonense. Negroidi, brutti, poveri, magri, case brutte, più indietro che in Amazzonia. Questa ripugnanza mi fa soffrire e mi fa capire come sono poco cristiano». Anche qui, pochi mesi dopo scriverà che questa gente è quanto mai amabile. Si chiede: cosa posso fare?

Pregare, pregare, pregare. Per ora i ritagli di tempo sono numerosi e posso pregare. La cappella è un buon rifugio. Mi alzo alle 4, faccio sempre astinenza (dalla carne, n.d.r.), dico i 3 Rosari e faccio la preghiera del pellegrino, così riempio tutti i ritagli. Immagino di essere in prigione per i miei peccati e offro questa vita per tutti coloro a cui ho fatto del male. Sto cercando di aumentare le ore di preghiera, visto che non posso aumentare il lavoro. (Diario, 15 febbraio 1986)

Il maestro dei novizi gli propone di collaborare nella pastorale parrocchiale, dal sabato al lunedì, nella città vicina di Jacobina (il Monastero ha la responsabilità della parrocchia di Jacobina, con 40.000 abitanti dispersi in una vasta regione). Augusto reagisce negativamente: «Tanto valeva stare in Amazzonia », commenta brusco. Poi il 1 o marzo va a Jacobina e ne ritorna entusiasta, anche per le molte montagne che circondano la città e che già pensa di poter scalare. Continua nei mesi seguenti in questo impegno pastorale, ma nel convento si trova a disagio.

Qui c'è una divisione fra due fazioni, i padri del monastero (l'Abate) non vogliono aprire, il maestro dei novizi sta cercando di sfondare. I due mi parlano un linguaggio diverso... Ogni giorno c'è un messaggio contrario alle mie idee. Il maestro dei novizi è sfegatato della teologia della liberazione. I ragazzi (i novizi, n.d.r.) sono cera molle, bevono tutto e assimilano. Il padre ha tutta l'aria di essere un santo. Difatti è il migliore, perché è il più giovane e il più vivo. È anche molto buono e comprensivo. Certo è in buona fede. Ma il populismo e la demagogia, cioè l'esagerazione e la scelta calcolata degli argomenti che arrivano al fanatismo, mi fanno paura.
Oggi il messaggio è questo. La vita religiosa è un andare in mezzo al popolo per lottare con lui. Se no è la fine. Va bene, allora scendiamo dal monte e facciamo in tutto la vita del popolo. Fin qui li capisco, io già l'ho fatto. Ma il significato del Carmelo, del ritirarsi dal mondo per vivere in preghiera e penitenza, che valore ha? lo cercavo questo e non lo trovo qui a Jequitibà. Ma io non riuscirò a seguire questa teoria. (Diario, 25-28 febbraio 1985)

Augusto si chiede se deve accettare passivamente la «teologia della liberazione» oppure abbandonare il monastero di Jequitibà. Intanto dice la sua, discute con il maestro dei novizi e i ragazzi che vogliono farsi monaci.

Sono riuscito a parlare chiaro nella riunione di oggi, così mi sono tirato giù un peso dallo stomaco e ho visto che tutti i novizi mi danno ragione. Ho detto al padre che non si deve parlare solo di amore e di giustizia, ma bisogna aggiungere un'altra parola: VERITÀ. La nuova Teologia pende da una parte, ascolta solo una campana, perciò minimizza o tace fatti o pensieri dell'opposizione, e questo è contrario alla verità. Noi tutti novizi sentiamo che non c'è equilibrio. Ho detto chiaro che io amo i vecchi padri e l'Abate e che stimo moltissimo quello che hanno fatto. So bene che manca ancora molto da fare (mancherà sempre) e che loro si sono un po' fermati. Ma non spetta loro fare di più. Spetta a noi. (Diario, 7 aprile 1985)

Nel Diario 1986, mentre Augusto è a Jequitibà (fino ad agosto), racconta le sue imprese pastorali a Jacobina e zone vicine (Baizagrande, Caen, Ouro Branco, fra i cercatori d'oro - garimpeiros - di Serra Pelada), dove trova tanta buona gente e conforto perché è desiderato, amato, seguito. Ma si fa di nuovo sentire il richiamo del Paratucù, a cui vuol ritornare.

Sono qui come un leone in gabbia, sento una gran voglia di scappare e volare nelle foreste...Sento una fortissima spinta al Paratucù. (Diario, 23, 24 marzo 1986)
Il motivo principale per cui non starò qui a Jequitibà, anche se mi piace moltissimo e se questo anno èprovvidenziale, è che qui mi vogliono far fare la pastorale. lo la mia vita l'ho pensata diversa:
1 - pastorale in Italia;
2 - pastorale in missione;
3 - missione speciale;
4 - vita contemplativa pura.
Ho sempre sognato questo ultimo gradino come il
conclusivo della mia vita. Per questo, oggi, il Paratucù è molto più vicino. (Diario, 2 aprile 1986)

Una delle convinzioni più profonde della mia coscienza, che ho almeno da quando sono prete (33 anni), e che si è acuita sempre più a Parintins, più ancora a Urucarà e anche qui a Jequitibà, è che la mia vita è stata e sarà sempre più inutile agli occhi di Dio e dannosa per molti uomini, anche se qualcuno ogni tanto mi dice che è stata una fortuna l'avermi incontrato. Per questo desidero sempre più terminare la mia vita nel nascondimento del Paratucù. (Diario, 14 aprile 1986)

Com'è la vita di Augusto nel monastero di Jequitibà? C'è una bella e lunga lettera alla sorella Anna Maria, Carmelitana di clausura, che val la pena di leggere quasi integralmente, anche per equilibrare gli apprezzamenti critici di Augusto verso il monastero di Jequitibà, scritti nei primi giorni di permanenza.

Io mi trovo molto bene. La regola non è di quelle strette, anzi, io la preferisco più severa, comunque mi ispiro alla vostra comunità (si riferisce alle Carmelitane di Sassuolo, Modena, dov'è la sorella, n.d.r.), cioè faccio personalmente quello che sento necessario. Mi alzo prima delle quattro per poter recitare i miei 7 Rosari (tre li recitava al mattino prima della Messa, n.d.r.), dei quali uno è dedicato alle «monache». Alle 5 sono in chiesa per l'ufficio (Lodi). Poi c'è la meditazione, la Messa e la colazione, la pulizia e un' ora di lettura spirituale.
Dalle 8 alle 12 sono quattro ore di duro lavoro (sono bruciato dal sole e con i calli grossi), coltivando la terra. Sono già calato 12 chili. Poi c'è l'ora media (del Breviario, n.d.r.), il pranzo, ricreazione in comune e mezz'ora
di riposo. Alle 14 scuola, alle 15 lettura in privato, alle 16 meditazione davanti al SS., alle 17 bagno, alle 18 vesperi in latino cantati. Alle 18,30 cena, ricreazione comune, compieta, mattutino, quindi alle 20 chi vuole vede il telegiornale e si va a letto. Il mangiare è molto ricco, ma io mi sono spacciato per vegetariano e non ho ancora preso carne, però sto benone solo con la verdura.
I padri sono tutti vecchi, però santi uomini di grande pietà. Un uomo eccezionale è il maestro dei novizi, più giovane di me, di grande comprel1sione. An
diamo d'accordo. Ogni tanto ricevo dei rimproveri dall'Abate, dice che sono il più impertinente dei novizi. Infatti ogni tanto lancio qualche frecciata benevola contro di lui e tutti ridono, si fa buon sangue. (Lettera ad Anna Maria, 10 aprile 1986)

Oggi per la prima volta nella mia vita ho pianto pensando a Dio. Che bel pianto! Me l'ha suggerito quel libretto del Rahner «Tu sei il Silenzio». Un libro che capisco benissimo ed è questo che mi ha fatto scoppiare in lacrime. Come mai io, il grande peccatore, riesco a capire d'acchito un libro così difficile e arido? Perché io riesco ancora a vedere qualcosa di Dio, nonostante i miei tradimenti?.. Signore, lasciati amare alla mia maniera. Non impormi una maniera per amarti, che amore sarebbe? (Diario, 15-16 aprile 1986)

Questa sera, mentre scendeva il sole, stavo passeggiando nel grande giardino del Monastero dopo aver fatto un giro nella piccola foresta. Era un momento magico, incantato. Il tramonto, il canto di molti uccelli, i fiori bellissimi, i profumi, la mia solitudine e una forte presenza di Dio, quasi passeggiasse con me in questo Eden, mi facevano sembrare di essere in Paradiso.
Mi sentivo felice e dicevo: cosa ti manca qui? Hai tutto, una vita tranquilla, assistita, accompagnata, difesa, il silenzio, la preghiera regolare, gente buona, amica, una natura fra le più belle. Cosa ti manca?
Non mi manca nulla. E allora, faresti il cambio col Paratucù, colle sue paure, fatiche, incubi, forse malattie, sangue, incertezze e morte? Sì, lo farei subito. (Diario, 20 aprile 1986)

Stasera, nel recitare gli ultimi Rosari sotto il cielo plumbeo e pieno di lampi, ho ristabilito che...l'importanza del Paratucù non è il tucunarè o le uova di tartaruga o la coltivazione della terra o la caccia o la solitudine o il compiacimento per il parere altrui, ma esclusivamente il mio cammino verso Dio, il suo incontro, la vita spirituale. (Diario, 24 aprile 1986)

Non so cosa mi sta succedendo. Non riesco più a vedermi fuori del Paratucù. Non sono il paesaggio e l'avventura che mi chiamano, ma il desiderio di fede. È una cosa formidabile che mai ho sentito così nella mia vita... Signore, io verrò al Paratucù, se sei Tu che mi chiami. Resisterò ancora qualche mese, per controllare se sei proprio Tu, ma poi verrò con tutto lo slancio del mio giovane cuore. Liberami, o Signore, da tutte le illusioni del diavolo, del mio amor proprio, fammi vedere chiara la croce che mi aspetta e aiutami ad affrontarla. Vengo, Signore Gesù. (26 aprile 1986)

Il richiamo all'isolamento del Paratucù è insistente, quotidiano. Viene anche dalla sempre maggior insoddisfazione che Augusto prova nel Monastero di Jequitibà. Si interroga perché i giovani che entrano per farsi monaci, quasi tutti abbandonano dopo un anno o due. Perché? Ecco cosa risponde:

Io cercavo nel Monastero una proposta di vita dura e credo che anche per i giovani deve essere presentata una sfida per superare ostacoli degni della loro forza. Entrano con l'idea che il Monastero è diverso dal mondo, sono pronti a tutto, non hanno paura delle difficoltà. Sono giovani atleti di Dio desiderosi di battere i records e pronti per questo a sottoporsi a una dura ascesi.
Proporre loro una regola fiacca, mete mediocri, è illuderli, tradirli, disprezzarli, non valorizzarli, non credere in loro. Qui a Jequitibà si propone non un cammino duro. È vero che la durezza spirituale è differente dalle penitenze esterne. Però il giovane vuole anche superare le durezze materiali. C'è il pericolo di gloriarsi? Vanità di essere eroi? Certo che c'è. Però quando qui si fa quel che si vuole, la regola è dimezzata, non si soffre niente, fame, sonno, freddo, penitenze, silenzio, ecc., allora un giovane si sente castrato.
Alla fine dicono che è meglio uscire, che almeno non saranno ipocriti. È colpa di chi? I formatori? Mah!...
Inoltre, il monastero è diviso come idee. I vecchi
propongono un lavoro all' antica, che fu validissimo fino agli anni 50-60, ma ora non più. Quando loro moriranno (fra poco), nessuno porterà avanti il loro lavoro a quel modo. I giovani propongono la teologia della liberazione senza vederne tutte le contraddizioni. Comunque questa divisione è la cosa peggiore: i giovani non sanno a chi credere.
Cosa ne uscirà? Non vedo molto futuro visto che dall'Austria non verrà più nessuno Ci monaci di Jequitibàsono tutti austriaci, n.d.r.). Loro mi trattano benissimo, mi fanno proposte allettanti. Ma io per i motivi suesposti non mi sento di rimanere. Per me la vita è fatta di sfide. E sempre al più duro. Avevo accettato la sfida di un monastero pensando che fosse un ostacolo superiore a quelli già superati. lo mi conosco appena un po', ma quel tanto da sapere che ho bisogno di sfide più grosse anche materiali in una vita non già sicura, in un silenzio profondo e in una fede totale senza altri sostegni che Dio.
Questo lo sento fin nel profondo delle mie viscere. Forse sarei corso dietro a Benedetto o Antonio o Francesco o Bernardo. Non mi sento di essere io un riformatore (chi sono io?) e penso che neppure la scelta di un
ordine più duro mi soddisferebbe perché si tratterebbe ancora non di una scelta totale, di un abbandono completo... Comunque sono felice di essere venuto qui a Jequitibà, è un paradiso. lo sono l'unico dei novizi che è diventato magro, mi alzo prima di loro, certo non posso dire di avere le loro virtù e soprattutto la loro fede. Per questo li invidio, ma non mi sento di restare qui. (Diario, 9 maggio 1986)

Il desiderio del Paratucù nasce anche dai contrasti con l'Abate («copia fedele del Cerqua, mi fa paura»). Augusto scrive:

Ho già avuto qualche scontro con l'Abate, per bazzecole, figuriamoci quando entreremo in lotta per via del lavoro assolutamente anacronistico che il Monastero sta portando avanti da 50 anni, con risultati disastrosi dal punto di vista pastorale e sociale. Ho fatto un'analisi lucida di questo lavoro col maestro dei novizi e mi ha dato perfettamente ragione. Bisogna cambiare tutto e, a parte il fatto che io non ne ho molta voglia perché non sono venuto qui per questo, l'Abate ha detto che fino alla sua morte si andrà avanti così. E allora? Come ho lasciato Cerqua, pur amandolo, dovrò lasciare anche Moser, pur ammirandolo.
D'altronde, il continuare a star qui mi obbliga ad essere un po' ipocrita, cioè devo menare il can per l'aia col maestro dei novizi, devo continuare ad illudere i monaci che mi stimano molto,mi allettano, desiderano che io stia qui e nutrono mille speranze su di me. (Diario, 6 giugno 1986)

Anche al Monastero di Jequitibà Augusto sente fortemente i problemi della sessualità. Avverte ad esempio la stridente contraddizione fra l'impegno di verginità consacrata, che richiedono la vita del Monastero e il noviziato in cui vive, e 

i canti di Roberto Carlos (un cantautore brasiliano, n.d.r.) dell'amore più carnale, che i novizi ascoltano incantati. lo non riesco a mettere d'accordo queste due cose nello stesso ambiente, ma neanche nella vita. I giovani ci riescono. Sono io sbagliato, complessato? Le due cose possono ora stare assieme? Questa contraddizione è sempre esistita in me e mi ha sempre fatto soffrire. Eppure il mondo oggi sembra aver fatto la sintesi ed essere felice, di essersi liberato dal tabù del sesso. Davanti al Tabernacolo, dal quale escono certi pensieri, c'è il disco che dice altre parole. Forse l'amore di Cristo è oggi riuscito a benedire il sesso anche fuori del matrimonio? (Diario, 16 febbraio 1986)

Fortunatamente Augusto non perde il senso del bene e del male, ma si ritrova sempre sottoposto a nuove prove, andando in varie città vicine al Monastero per esercitare il ministero sacerdotale. Ecco due pagine del Diario, che spiegano la sua decisione di abbandonare Jequitibà e rifugiarsi nell'isolamento del Paratucù.

Stavo pensando, dopo una di queste riunioni pastorali: siamo tutti insieme, preti e suore, uomini e donne, ci abbracciamo, ci baciamo, ci stringiamo. È bello. Avviene questo: le anime consacrate sono di carne ed ossa. Queste ragazze, per parlare di loro, ma è così anche per noi uomini, sono gente col cuore giovane desideroso di amare, il corpo giovane desideroso di mostrarsi, di essere visto, di darsi. Cogli altri si sente il pericolo di farlo, si sente che è tentazione, si può scandalizzare. Ma quando loro si sentono sorridere e abbracciare dai preti, non avvertono subito il male. Ciò che è stato represso per molto tempo cogli altri uomini, adesso che ètanto facile nelle riunioni diventa un mezzo per contrabbandare dei sentimenti e dei gesti materiali, sotto la veste dell'amicizia e dell'abbraccio soprannaturale. Se fosse solo soprannaturale, tutto bene, bellissimo. Ma io penso che c'è molto di contrabbando, però il più delle volte incosciente, non si avverte che è il corpo che vuole la sua parte e il cuore. Compressi, si sfogano così.
I nostri vecchi dicevano bei proverbi per difendersi da queste cose. Oggi abbiamo abbandonato i loro consigli e la loro saggezza, ma io penso che è per questo motivo che molti religiosi si sono staccati dalla vita religiosa. Non si sono accorti del contrabbandiere che stava passando. (Diario, 3 maggio 1986)
Nella mia vita continuano a capitare i segnali. Mi confermano tutti che il Signore mi vuole là (al Paratucù, n.d.r.). Da tempo avevo intuito che Margareth (mai nominata prima né dopo, n.d.r.) voleva farmi capire qualcosa e io stesso non ero indifferente al messaggio. Mi sentivo tranquillo e quasi vaccinato, avendo ormai un' esperienza forte di come sono le cose.
Oggi stavo riposando dopo il pranzo. Di solito non riposo di giorno. Ma oggi ho lasciato detto alle suore che mi sarei riposato perché non mi sentivo bene. Ad un tratto vedo la porta che si apre e una mano di giovane donna che entra con una rosa rossa. « Volevo farle un regalo perché mi hanno detto che è ammalato».
Non ho fatto tempo a rivestirmi. Sono balzato dal letto, l'ho presa tra le braccia, l'ho alzata, stretta e baciata con amore, anche se solo sulla punta del naso, com'è mio vezzo. Poi l'ho sospinta fuori. Poveretta, non l'ho più vista. Le ho mandato un bigliettino, prima di prendere l' omnibus, con queste parole: « È l'ultima volta che ti vedo, fra poco sarò lontano migliaia di chilometri, per sempre. Perdonami. Fra noi resterà solo una rosa, una preghiera (tutti i giorni) e una bella amicizia».
E adesso che ti guardo, o mio infinito Amore, mi sento più felice ancora. È un tempo di grande felicità. (Diario, 15 luglio 1986)

Prima di partire da Jequitibà, una riflessione sulla preghiera.

A volte mi sembra che la mia preghiera sia troppo piagnona. Cioè la preghiera che mi è più spontanea è: « Signore, perdona i miei peccati. Signore, abbi pietà di me...» e così via, «Signore, io non san degno... ». Questo mi pone nei panni del peccatore in fondo alla chiesa che si batte il petto. È la mia posizione vera e più giusta. Penso che finirò per piacere al Signore, come è piaciuto il pubblicano.
Però scopro che ci sono altre preghiere e benché abbia paura di mancare di rispetto a fare qualche passo verso l'altare lasciando la preghiera del pubblicano, vorrei sapere cosa ne pensa Dio. Cioè, non è che Lui si stanchi di sentire sempre la medesima musica, in minore, lacrimogena, colla testa bassa senza sorriso?
Allora penso di alzare la testa e lasciare il posto degli
occhi pieni di lacrime ad una faccia sorridente, e invece di chiedere quasi con paura che Egli mi aiuti nei miei progetti, cercare di coinvolgerlo come se fosse il mio vero compagno nella nuova avventura che sto per incominciare.
Signore, tu sarai il mio compagno di avventura, col quale dividere tutto, le gioie e le prove... Se Dio è Amore, forse non vuole vedere i suoi amanti sempre piagnucolosi, quasi insicuri del suo perdono. Che noioso sarebbe un innamorato che continuasse a ripetere «scusami», «grazie». Scusarsi e ringraziare non ètutta la preghiera, anche se può essere il fondamento e il punto di partenza di tutte. Se no il Signore mi dirà: «Piantala!». (Diario, 29 luglio 1986)

Vado perché sono debole, non perché sono un eroe. Davanti a una donna, a una tavola imbandita, un'avventura, una curiosità e altre tentazioni, io cado come un salame. Sono debolissimo, non ho forza per resistere. Andare lontano dalle tentazioni so che non mi garantisce da altre tentazioni ancora più brutte. Ma sento dentro di me una fiducia (o illusione) che Dio mi accompagnerà. (Diario, 29 luglio 1986)

Prima di partire da Jequitibà, Augusto si è già preparato la strada verso il Paratucù. Ha scritto a padre Luciano Basilico (a Manaus) perché gli comperi le cartucce per il suo fucile, l'amaca, sementi, medicine, coltelli, reti e altre cose necessarie per la nuova avventura in foresta. A metà agosto va a salutare gli amici di Jacobina.

Il dado è tratto, ormai indietro non si torna, se non per esplicita volontà di Dio. Sono a Jacobina, sto salutando i molti amici fatti in queste poche visite. Non potevo non passare di qua, Jacobina mi piace da morire, anche se so che è pericoloso per me restarci. La gente è troppo affettuosa per questo mio cuore. Stamattina ho visto ancora uomini piangere. Non pensavo che i miei compagni e persino i vecchi padri mi volessero già così bene. Anche a Jequitibà ho lasciato un pezzo di cuore. (Diario, 19 agosto 1986)

Ritorno da Jacobina dopo una settimana di lavoro. La natura bellissima del «sertào» (la regione arida del nord-est brasiliano, n.d.r.), la scoperta dei garimpeiros (cercatori d'oro, n.d.r.), le cavalcate sulle serre solitarie mi hanno fatto bene, ho riflettuto molto. Ma anche il trionfo a Ouro Branco, fra la gente umile che mi ha subito circondato di un grande amore, soprattutto gli uomini e le vecchiette. Mi offrivano tutto quel che avevano perché io restassi sempre con loro. E io mi entusiasmo a queste cose e soffro e do quelle parole che a loro piacciono così tanto e che strappano le lacrime. lo poi ho i rimorsi...non voglio amarli troppo perché se no mi prendono tutta la vita. Mettono in discussione il mio Paratucù.
Tornando da Jacobina sento fortissimo l'amore di quelle ragazze, le novizie, che mi contendono perché stia con loro: un pranzo dalle une, una cena dalle altre, una Messa da altre ancora. Che tentazione di fermarsi a Jacobina, non solo perché è bellissima, e le sue montagne sarebbero solo e tutte mie, in quanto nessun uomo le ha scalate, ma soprattutto per quell'amore, quei cuori giovani che mi abbracciano e mi baciano anche quando si confessano e il mio cuore giovane si scioglie e gioisce, anche se in apparenza i sensi sono calmi. Ma so che non ci vorrà molto per svegliare il can che dorme: basterebbe che io decidessi di rimanervi. Un motivo di più per fuggire al più presto.
E poi la vanità. Ormai è sulla bocca di tutti: padre Augusto, nessuno ha mai parlato come lui, arriva direttamente al cuore. lo resto in chiesa un bel po', ma sento che loro mi aspettano là fuori per dirmelo, le signore coi loro mariti, gente bene, ma anche le donnette negre, i poveri diavoli. E io godo immensamente. Un altro bel motivo per andarmene al più presto. (Diario, 20 agosto 1986)

Il 21 agosto 1986 padre Augusto lascia Jequitibà e va in Amazzonia. Giunto a Santarem scrive a padre Fernando Galbiati, Superiore generale del PIME (25 agosto 1986):

Scrivo da Santarem ormai di nuovo nell'Amazzonia. So che questa lettera la farà soffrire e questo proprio non lo vorrei, il Signore lo sa. Ho passato questi 6 mesi a J equitibà, un paradiso di cui ho cercato di vivere intensamente tutti i momenti. Se lei vorrà chiedere informazioni, le diranno che mi hanno lasciato partire piangendo. Ma forse non era il mio posto. Anche a me è piaciuto molto, ma dopo un mese ho cominciato a sentire una voce che mi chiamava verso il nord. Voglio cercare questo benedetto Dio nella solitudine profonda della foresta.
A questo punto capisco benissimo che al PIME non
servo più (se mai qualche volta sono servito!) e comprendo benissimo una vostra decisione di abbandonarmi al mio destino. Io però fino alla fine mi sentirò del PIME a cui non ho mai obbedito, ma che assurdamente ho sempre tanto amato e per il quale offro quello che mi attende in questo resto di vita. La mia vita inutile, per tutti i padri che continuano con coraggio la battaglia in mezzo agli uomini.
Forse tra poco tornerò a testa bassa, come il figlio prodigo o come un cane bastonato, perché non è Dio che mi chiama, ma solo il mio io peggiore. Ma le chiedo di lasciarmi andare, di lasciarmi battere il naso ancora una volta, (forse) certo non l'ultima. Accetto qualsiasi risoluzione, ma non la sua maledizione, bensì la sua benedizione che ricambierò con una costante preghiera e offerta per lei, il suo lavoro e quello di tutti i padri del PIME.

In risposta ad una lettera di padre Armando Rizza, Superiore regionale del PIME in Amazzonia, Dom Antonio Moser, Abate di Jequitibà scrive (5 ottobre 1986):

P. Augusto Gianola partì di qui il 21 agosto. Noi abbiamo nostalgia di lui perché l'abbiamo tutti apprezzato. Ci ha dato un ottimo esempio di carità fraterna e di pietà personale. Lavorava molto nel nostro orto, come d'altra parte aiutava molte volte nella nostra grande parrocchia di Jacobina. Ma poiché lei conosce p. Augusto, sa che per lui, abituato a vivere nella giungla amazzonica, doveva prima o poi venire l'ora di abbandonare la vita organizzata di un monastero cistercense per una vita in foresta. Se egli ritornasse qui, per noi sarebbe sempre una gioia. Certo capisco che per il superiore del PIME il caso è abbastanza complicato. Noi tuttavia vogliamo farvi sapere che abbiamo gradito l'aiuto che padre Augusto ci ha dato. (Lettera dell'Abate di Jequitibà, 5 ottobre 1986)

Il 21 agosto 1986 padre Augusto parte in autobus per l'Amazzonia. Un viaggio di quattro giorni tra polvere e ponti che, come scrive lui stesso, si sfasciano solo a guardarli. Il 25 agosto è a Santarem, da dove scrive la lettera al Superiore generale appena ricordata. Il giorno dopo, in battello, risale il Rio delle Amazzoni, passa davanti a Parintins («Passo nascondendomi perché nessuno mi veda. Vedo la Cattedrale, il cuore sempre si ricorda di molta vita qui a Parintins»), e arriva al Mocambo il 27 agosto, dove fa i preparativi necessari (fra l'altro si fa costruire una canoa) e poi con alcuni uomini va al Paratucù. Viaggio avventuroso di quattro giorni «eroici e durissimi, scampando a grossi pericoli ». Al Mocambo ha la sorpresa di trovare il suo fucile Bernardelli tutto rotto, «un blocco di ruggine». Non serve più a nulla. Ma c'è il secondo fucile, il Maggi.

Stamattina quasi una disgrazia. Uno tocca il mio fucile Maggi e parte il colpo. Un grande spavento, nessun ferito, ma il fucile si è spaccato in due. Decisamente, in quanto ad armi sono disgraziato. È una costante che mi indica la volontà di Dio. Non dovrò avere armi efficienti con me. Dio mi difenderà e mi darà da mangiare. (Diario, 10 settembre 1986)