PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

Augusto mangia carne avariata di anta (tapiro) « Voglio essere il cane da guardia del Paradiso» Costruisce due sgabelli, uno per l'Angelo custode - Soffre la fame fino al limite della sopravvivenza - A Natale del 1986 celebra la Messa al Mocambo - Rompe il fucile e rinunzia ad averne un altro Si alza nel mezzo della notte per recitare bene il Breviario - Ricominciano le tentazioni della carne: prima Martina, poi Angela - La «prima notte» con la ragazza da anni innamorata di lui - A Parintins sceglie come padre spirituale Armando Rizza - «Non sono dègno: morire di fame non morirò» - Angela gli fa una proposta di matrimonio in 25 pagine.

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

XIII

RICERCA DI DIO E TENTAZIONI DELLA CARNE

Augusto mangia carne avariata di anta (tapiro) - «Voglio essere il cane da guardia del Paradiso» - Costruisce due sgabelli, uno per l'Angelo custode - Soffre la fame fino al limite della sopravvivenza - A Natale del 1986 celebra la Messa al Mocambo - Rompe il fucile e rinunzia ad averne un altro - Si alza nel mezzo della notte per recitare bene il Breviario - Ricominciano le tentazioni della carne: prima Martina, poi Angela - La «prima notte» con la ragazza innamorata di lui da anni - A Parintins sceglie come padre spirituale Armando Rizza « Non sono degno: morire di fame non morirò» - Angela gli fa una proposta di matrimonio in 25 pagine.

I tre anni che Augusto passa al Paratucù (settembre 1986 agosto 1989) danno luce e significato a tutta la sua esistenza. I Diari di quei tre anni (più di mille pagine) andrebbero letti integralmente, per capire quanto dicono vari testimoni che incontrano il missionario poco prima della morte: dopo tanti anni spesi in una «ricerca di Dio» originale, tormentata, Augusto ha trovato quello che cercava. Il cammino di interiorizzazione e purificazione dei suoi ultimi anni di vita è davvero commovente. Ma non voglio anticipare i contenuti dei capitoli che seguono.
Il viaggio verso il Paratucù, verso metà settembre 1986, Augusto lo compie con quattro uomini e dura quattro giorni. Con lui rimane un indio, Marcelino, che è venuto ad aiutarlo a costruire la capanna. Se ne torna indietro il 10 ottobre. Sistemandosi al Paratucù, Augusto scrive nel Diario che questa volta non si tratta di un episodio avventuroso, come nel 1974 (vedi Capitoli VI - X), ma di

un' avventura diversa e finale, cioè il finir bene la mia vita così sconclusionata, il prepararmi a morire, tentare l'avventura più bella che è quella di rispondere con amore a un Dio che da 56 anni mi chiama con amore (Diario, 3 ottobre 1986). Per me - aggiunge nel Diario il 10 ottobre - non esiste ormai che una sola avventura da compiere, ne sono sicuro, ed è l'awentura più bella, l'unica che abbia senso e dia un senso completo alla vita. L'Awentura di Amare Dio. Non desidero altro nella vita.

Ottobre, il mangiare scarseggia, le zanzare abbondano, la pioggia attarda i lavori. Un dente mi si è rotto e un altro si è gonfiato (mi ha fatto gonfiare le gengive, n.d.r.). Sono nelle tue mani, Signore. Lavoro tutto il giorno e mi sento stanco, ma il cuore è calmo. Qualche volta canta... Se sto facendo una pazzia è in nome di Dio che la sto facendo. (Diario, 10 ottobre 1986)

Il 9 ottobre Augusto ammazza un'anta (tapiro, grosso porco selvatico), con un solo colpo di fucile (ha ancora un fucile). Pochi giorni dopo scrive:

Oggi con grande spavento ho visto il buco nella terra dove avevo nascosto l'anta aperto. Infatti le foglie si erano seccate. Un odore di carne marcia, piena di mosche e di vermi... Quasi piangevo. Però sono riuscito a pulire tutto e a stendere al sole, dove si è seccata bene e l'ho salvata quasi tutta. Stasera un piccolo boa è venuto a visitarmi ed è qui vicino a farmi compagnia. Signore, come faccio ad amarti? Come faccio a pensare a te e non a me ? (Diario 22 ottobre 1986)

Oggi, Signore, le tentazioni della carne hanno squassato questo mio povero corpo. Liberami, te ne prego. lo voglio solo te e ti offro questa vecchia carcassa. Signore, mi accorgo che ero preoccupato per il mangiare, volevo un porco e tu mi hai dato un'anta. Ora questa preoccupazione è passata alle piante che non crescono e sono assalite da mille nemici. Non ho capito che devo guardare più a te che ai fagioli. Se io guarderò a te, tu guarderai a me. E poi sono venuto via dal mondo anche per fare penitenza. Basta che abbia qualcosa da mettere sotto i denti, come i veri eremiti. Se qui è il paradiso terrestre ove cresce tutto per incanto, che penitenza è? (Diario, 23 ottobre 1986)

Grazie, mio santo Angelo, che mi hai salvato da quella serpe mortale mentre stavo lavorando vicino a casa. È già la seconda e ce ne saranno altre. Il boa invece passeggia sicuro e mi aiuta a prendere i topi. Sto imparando a non stringermi il cuore quando, guardando le piantagioni, vedo i disastri. I legumi non c'è niente da fare, non sono capace di crearli. Vediamo un po' i cereali, ma ho paura che le formiche...comunque riceveròdalla terra di Dio quello che Lui vorrà darmi. Certo lo sa quello di cui ho bisogno e non è necessario che mi dia il superfluo. Se no, dov'è la penitenza? (Diario, 25 ottobre 1986 )

Signore, solo con te vale la pena di vivere, padrone dei rospi, Signore degli acurau, inventore dei tucunaré e delle caròche, direttore dei temporali e dei giri delle stelle, solo tu hai qualcosa ancora da dirmi e da darmi.
Anzi, tutto hai ancora da darmi e io spero di trovarti un giorno o una notte o una madrugada (sorgere dell'alba, n.d.r.), ma non in sogno, non in un gioco di illusioni provocate dai miei desideri, bensì nella realtà di un abbraccio d'amore, non di questo mio amore interessato, ma dell'amore dei tuoi santi.
Signore, se tu non vieni a me, io a te non vengo, non so muovere un passo, sono sempre allo stesso punto, quando non torno indietro, pensando al mondo o alle preoccupazioni materiali. Non so come ti si parla, non
so neanche guardarti. Insomma, in relazione a Te non so niente e non so fare niente, sono come paralizzato, ho solo il desiderio di stare con te, ma non so come.
Perciò io sto fermo. Se Tu vieni a me, bene, se mi parli, se mi insegni, bene, se no io sarò sempre lo stesso o peggio. Senza di Te non so fare nulla. (Diario, 26-27 ottobre 1986)

Io voglio almeno stare nella cuccia del cane, il Paradiso avrà ben una cuccia fuori della porta. Ecco, io vorrei fare almeno il tuo cane di guardia, Signore, nella cuccia, lì fuori. (Diario, 31 ottobre 1986)

Oggi ho fatto due bei sgabelli artistici, ne sono orgoglioso. Ma poi mi sono chiesto: perché due, se sono solo?
Ho pensato a Dio, ma non è giusto. Lui è dappertutto, non lo si può far sedere su uno sgabello e Gesù sta seduto alla destra del Padre. Ho pensato al mio Angelo, una presenza che sento molto in questi tempi, mi aiuta, mi difende, mi apre pensieri nuovi sul suo mondo. Nella foresta sempre mi riconduce a casa. Così ho pensato a lui, quello sgabello è suo e ogni volta che lo vedo penso a lui e gli parlo. (Diario, 4 novembre 1986 )

Padre Augusto vive isolato al Paratucù in condizioni del tutto precarie. Ha l'orto ma produce poco; ha la canoa per pescare, ma prende pochi pesci; ha il fucile (almeno nei primi tempi), ma pare lo usi con estrema parsimonia, forse perché aveva poche cartucce. Il suo lavoro quotidiano è procurarsi da mangiare, ma si nutre poco e male. Se ogni tanto gli amici del Mocambo non andassero a trovarlo portandogli un po' di cibo, se la vedrebbe brutta davvero. Infatti, a volte gli amici non hanno tempo o si dimenticano di andare da lui e Augusto soffre la fame fino al limite della sopravvivenza.
Ma, contrariamente al Diario del primo periodo trascorso al Paratucù (autunno 1974), questa volta le pagine riservate alle avventure in foresta e alla lotta per procurarsi da mangiare sono molto limitate, quasi messe tra parentesi. Quel che conta, in questi tre ultimi anni della sua vita, è l'avventura spirituale di cercare Dio. La passione di fare un'esperienza forte dell'amore di Dio è ben travolgente, se gli fa perdere il senso del reale e delle necessità più elementari del suo fisico.
I primi tempi della sua permanenza al Paratucù, Augusto si ciba dell'« anta », il tapiro che ha ucciso ed è marcito. Continua a lavare questa carne nel fiume ed a farla seccare al sole, ma la mangia pur essendo piena di vermi e in decomposizione (è l'unica che ha). Bisogna dire che ha una resistenza fisica e una volontà straordinarie: chiunque altro, al mangiare quel cibo immangiabile (come altro cibo di cui si nutriva « per penitenza»), si sarebbe preso qualche accidente. Lui no, ha lo stomaco in rivolta, ma quel che manda giù lo digerisce. A volte viene da pensare, di fronte a certe pagine del Diario, che, come dicevano alcuni suoi confratelli, un po' matto lo è davvero. Certamente matto di amore di Dio.

La distruzione di intere piantagioni da parte degli animali mi stringe il cuore (zucche e fagioli mangiati dal camaleonte, la verdura rasa al suolo dalla «sauva », ecc., n.d.r.). Ma mi purifica. In fondo non è importante quello che faccio io, ma quello che fa Dio. E poi, non di solo pane vive l'uomo: capisco cioè che la vita spirituale si sviluppa di più quando manca il materiale. Ci si affida di più a Dio.
Mio Dio, prendimi tutto, ma dammi Te. Inoltre, io san qui per fare penitenza. Che penitenza sarebbe, in mezzo a bei raccolti e molta frutta e senza fame? S. Giovanni Battista si nutriva di locuste e radici, io voglio mangiare bene. È sbagliato. Perciò accolgo con spirito nuovo le distruzioni. Però è vero quel che dice Manzoni: Dio non toglie mai ai suoi figli una gioia se non per dargliene una maggiore. Infatti stanotte ho ammazzato la mucura e stamattina il camaleonte. Ma Signore, non è per questo che sono felice. È perché Tu stai facendo la strada dentro di me. Per penitenza oggi ho mangiato mucura e camaleonte, benché lo stomaco si rivoltasse. (Diario, 7 novembre 1986)

Il primo passo di questo nuovo cammino della mia vita è il cuore in pace. Di giorno, di notte, nei pericoli e nelle delusioni, nelle necessità e nelle malattie, il mio cuore rimane in pace. È il primo passo, ne sto aspettando altri. Mi pare che sto intravedendone un altro: la coscienza della gravità del male fatto e del tempo perduto. Mi piacerebbe piangere sul mio passato... 
Noto infatti un sentimento nuovo farsi sempre più grande, !'indegnità, la meschinità del mio passato, l'abisso in cui ero e ancora sono e non lo sapevo. Adesso lo vedo e me ne vergogno e incomincio a pentirmene. Vorrei piangerlo, vorrei dimenticarlo, ma non posso, delictum meum contra me est semper (il mio delitto è sempre contro di me, dal salmo 50 «Miserere», n.d.r.). Non mi lascia, è un tormento che cresce, forse è la compunzione del cuore, Dio voglia che arrivi fino alle lacrime! Il cuore è in pace. E la preghiera aumenta. (Diario, 9 novembre 1986)

La mamma gli scrive una bella lettera e Augusto piange di commozione (ogni tanto qualcuno viene a trovarlo dal Mocambo e gli porta la posta). È contento soprattutto perché le lettere della famiglia e degli amici non contengono rimproveri o condanne ( « Avevo un po' paura delle lettere di casa, Signore. Temevo giudizi o raccomandazioni o richiami che mi avrebbero turbato un Po'», Diario, Il novembre 1986)

Mio Dio, quanti peccati, quanto tempo perso, quanti anni! Quanto abuso dei tuoi doni!... Le meditazioni, anche nel pieno della notte, sotto la luna, mi fanno un gran bene. Il fatto che preghi incessantemente è il bene più grande possibile. Mi rassicura, come anche l'appoggio delle preghiere della mamma e di molte persone. (Diario, 16 novembre 1986)

A metà novembre 1986 due visite: il Cicero, il caboclo compagno di Augusto nel primo «eremo» del 1974 e due legnaiuoli che, avendo sentito della sua presenza, vengono a pregarlo di celebrare la Messa per il loro gruppo che sta cercando legno pregiato a mezza giornata di cammino («Sono veramente contento, benché io non sia degno di dire Messa, un mistero così grande e puro»). Il Cicero «amico vero») gli porta un po' di zucchero, olio e qualche cipolla e si ferma da lui due giorni con un amico. Cambiano la paglia del tetto della cucina perché piove dentro, pregano, lavorano assieme e ripartono. (Diario, 21, 24 novembre 1986)

Una delle condizioni che avevo messo per rimanere qui al Paratucù era che dovevo constatare un vero progresso nella mia fede e vita spirituale. Se non è azzardato già parlare ora, se non è troppo presto, se non sono vittima di illusioni demoniache, devo dire che questa condizione si sta avverando in pieno. Ogni giorno una luce nuova illumina il mio spirito, così che capisco cose nuove, meravigliose rispetto a Dio e dolorose e vergognose rispetto a me. Questo mi porta a pregare sempre di più e sempre meglio. Non credo che sia un cammino di perdizione quello in cui si sentono queste cose e si prega molto e bene. (Diario, 27 novembre 1986)

L'unico frutto che mi sembrava al sicuro erano le zucche. Stamattina mi sono alzato e le ho trovate tutte tagliate (vuol dire mangiate, n.d.r.), quasi tutte. Ti offro il mio cuore (anche un po' triste). Cosa sono le zucche in confronto ai miei peccati? (Diario, 5 dicembre 1986)

Le capivare mi hanno devastato la piantagione di banane. Signore, tu mi hai visto piangere. Avevo appena detto che le banane nessuno le avrebbe toccate perché sono troppo grandi per le formiche eil cervo non le gusta. Avevo messo molte speranze in quelle banane. Sembrava che la mia vita dipendesse da loro. È sempre così, quando mi attacco troppo a una cosa e me ne faccio la mia sicurezza, tu me la tagli. Solo tu vuoi essere la mia speranza e la mia sicurezza. E io accetto. (Diario, 16 dicembre 1986)

A dicembre del 1986 Augusto è ridotto male. Non riesce a cacciare perché non ha cartucce per il fucile, la pesca rende pochissimo, le piantagioni di frutta e verdura non rendono quanto dovrebbero. Aspetta l'indio Marcelino che doveva portargli da mangiare, ma non arriva.

Perché non viene più nessuno? Perché il Marcelino, sempre preciso, non viene, avendo segnato il giorno lO? Perché non pensa che io ho bisogno di alcune cose, oltre la posta? Il mio cuore è calmo e Maria lo tiene nelle sue mani, ma faccio qualche riflessione. In fondo, non era questa la solitudine e la dimenticanza che volevi? E allora, di che ti lamenti? In fondo, anche gli altri hanno la loro vita da vivere e mica hanno tempo di correre dietro ad un pazzo. Signore, solo tu resti, io sono felice. (Diario, 15 dicembre 1986)

Alcuni amici vengono a visi tarlo il 19 dicembre e gli portano quanto aveva richiesto (veleno per le formiche, un gatto per i topi, cartucce per il fucile, ecc.).

Però mi hanno portato il dono che aspettavo di più a Natale: celebrare la Messa al Mocambo "la notte di Natale e poter telefonare alla mia mamma. Grazie, il tuo dono è bellissimo. E io cosa ti darò? Cercherò di darti una Messa bellissima. (Diario, 19 dicembre 1986)

Al Mocambo non riesce a telefonare alla mamma, ma la Messa « è stata una cosa emozionante, tutti si sono commossi. Hanno detto che è stato uno dei più bei Natali ». Si ferma al Mocambo solo due giorni e quando torna al Paratucù scrive:

Come mi trovo più bene qui che fuori al Mocambo. Anche là è stato bello, molto amore, molta allegria. Ma ne sento anche le ferite. Sono riuscito a non fumare, ma ho mangiato troppo ~ Don sto bene. E tutte le altre tentazioni sono ancora troppo vive. lo non ce la faccio assolutamente a vivere I à fuori, c'è troppa dissipazione, chiacchericcio, superficialità, perditempo, e Tu scompari. Il prossimo sì, ma bisogna essere molto più santi di me per vivere nel mondo e non essere del mondo. (Diario, 26 dicembre 1986)

Nel ritorno al Paratucù lo accompagnano tre amici, che si fermano da lui tre giorni. Augusto freme, come in occasione di altre visite. Se non vengono a trovarlo si lamenta, ma quando vengono o si fermano qualche giorno da lui, vorrebbe che andassero via subito. Non solo per starsene tranquillo, ma anche perché incomincia a pensare che sì, ci guadagna un po' di farina, olio, zucchero, sale, caffé, ma quegli ospiti, quanto mangiano! Gli fan fuori tutte le sue misere riserve di frutta e di verdura. Poi se ne vanno e lui resta a bocca asciutta. Allora si flagella - come d'abitudine - rimproverandosi di essere un egoista, un calcolatore, promette che la volta prossima sarà generoso. Ma inevitabilmente ci ricasca e ricomincia a intonare l'antifona dei suoi molti e gravi peccati...
Il 1987 incomincia con la previsione che è l'ultimo della sua vita («Che bella idea, mi devo preparare bene. lo voglio morire, aspetto la :morte», Diario, 1° gennaio). Piove per dieci giorni di seguito, Augusto è solo al Paratucù e non sta ancora bene: unE3. banale indigestione avendo mangiato troppo al Mocambo in occasione del Natale. Non può lavorare, il suo orto marcisce e viene divorato dagli animali selvatici, il gatto che gli avevano portato è sparito, il Marcelino non viene a trovarlo. Interpreta tutto come l'inizio della fine: «Mi vuoi staccare da tutto, o Signore, anche dal lavoro che tanto mi piaceva »-. (Diario, 2 gennaio 1987)

Dieci giorni di pioggia mi hanno purificato. Ero troppo orgoglioso dei miei fagioli e delle mie angurie e in genere di tutta la piantagione. La pioggia mi ha portato via quasi tutti i fagioli, sono marciti. Allora il cuore si è staccato e ha cominciato a cantare la libertà. Le angurie, migliaia di piccoli frutti, neppure uno è maturato, non ne assaggerò neanche uno. ... Il mio stare qui, se non avesse per finalità la preghiera, molta preghiera e ben fatta, non avrebbe senso. (Diario, 6-7 gennaio 1987)

Nel gennaio 1987 perde la sua «spingarda», che

si è rotta definitivamente, perciò sono disarmato e non c'è rimedio, almeno per qualche mese. Proprio adesso che il giaguaro si avvicina, lo sento tutte le notti e ne vedo le orme più vicino. Anche il puma si è avvicinato. Anche il grande serpente velenoso, il pico di giaca, viene a cantarmi la serenata di notte. Eppure sono felice, solo tu, Signore, sarai la mia difesa, lo sento che sotto c'è la tua volontà. In fondo gli eremiti mica avevano la spingarda e te lo immagini San Francesco con il fucile? È vero che la gente gli dava da mangiare, mentre io devo arrangiarmi. (Diario, 11 gennaio 1987)

Oggi c'è stata una tremenda lotta dentro di me, ma alla fine tu hai vinto. Passione, necessità, sacrificio e atto di amore si sono scontrati fra di loro. Se questa decisione avessi dovuto prenderla a Jequitibà forse non l'avrei presa. Il mio spirito non era preparato, Signore, ho vergogna di dire che questo è un atto di amore, così poco generoso, così ritardato, così soppesato, il pro e il contro, i vantaggi e le conseguenze, mentre invece avrebbe dovuto essere rapido e senza calcoli. Perdonami, sono stato debole, tuttavia la decisione non è stata presa per forza o di malavoglia, è soltanto una decisione molto sofferta... ma ora non ho dubbi: ti offro per sempre il mio fucile. Ancora un piccolo passo verso la Fede totale. (Diario, 24 gennaio 1987)

Ho deciso di abbandonare il fucile. È l'Imitazione di Cristo che mi ha suggerito di spogliarmi delle passioni.
Io le avevo lasciate quasi tutte fuori nel mondo, ma mi sono accorto che la passione della caccia, una delle più grandi passioni umane, me l'ero portata dietro. Così mi perturbava e faceva gioire o soffrire, denunciando uno squilibrio che minacciava la mia pace. Mi è costato, mi costa ancora, ma credo sia come dare un taglio a un'altra forte passione, lasciare la montagna o la donna amata. Però dopo si sente più libertà. Mi sento più in pace, riconciliato con la natura, figlia di Dio. (Lettera alla famiglia, 6 febbraio 1987)

In gennaio Augusto incomincia ad alzarsi nel mezzo della notte per recitare Mattutino e Lodi («con calma, cercando di capire i salmi») e ne è entusiasta (Diario, 18 gennaio). Due giorni dopo annota:

Perché non sono mai riuscito a recitarlo bene (il Breviario, n.d.r.) ed a gustarlo come ora? Più di 30 anni senza capirlo e senza gustarlo! Che grande perdita! Quanto peccato, detto male, infine tralasciato del tutto. (Diario, 20 gennaio 1987)

La vita di pietà di Augusto è tutta a sua misura. Non celebra la S. Messa nemmeno la domenica, anche perché non ha né ostie né vino (celebra quando vengono a trovarlo e gli portano l'occorrente). Non recita il Breviario, ma legge la Bibbia, dice sette Rosari al giorno e passa lunghe ore anche notturne in meditazione. Insomma, anche nella vita spirituale non si smentisce: fa di testa sua. È un tipo tormentato, involuto, ammirevole per alcuni aspetti, assolutamente non imitabile per altri. Come risulta da questa nota: dopo 34 anni di sacerdozio, ancora si chiede se doveva diventare prete o no!

Mio Signore, oggi voglio dirti una cosa importante: io non so ancora oggi se dovevo diventare prete o no. Per questo ho lasciato la Messa, non solo per questo, certo, ma anche perché mi sentivo indegno. Allora, ecco, io ti chiedo, mio Dio: se tu volevi che io fossi prete, allora fa che un giorno arrivi in cui io possa accostarmi ad un altare e celebrare la mia prima Messa. (Diario, 21 gennaio 1987)

Ogni tanto le visite di diversi amici rompono la sua solitudine.

Intanto che dormivo, alle 10 di sera, un grido mi ha svegliato: erano tutti i miei ragazzi della scuola agricola. Quasi muoio dalla gioia! Pedroca, il direttore e persino una donna, e che donna, Martina (nome di comodo, n.d.r.), quella Martina che ho tanto amato da massacrarla, quella che ho tirato su dall'età di 11 anni, seguita in tutti i momenti della sua vita, fatta studiare, fatta piangere, seguita nelle sue cadute, nel suo matrimonio, nel suo fallimento. Signore, è l'ultima persona che pensavo venisse a trovarmi, pensavo che mi odiasse e si sentisse finalmente per sempre libera quando io me ne sono andato. (Diario, 3-4 febbraio 1987)

Chi è questa Martina che compare la prima volta nel Diario? Lo racconta Augusto stesso:

Le ho voluto tanto bene, ma male. L'ho tirata su da piccolina, lei mi considerava un papà, ma io sono stato un tiranno. La volevo perfetta, intelligente, pura, la difendevo contro tutti quelli che la volevano portar via. L'ho portata alle colonie con la sua famiglia, ho aiutato sua mamma a farsi una casetta, l'ho mandata avanti negli studi, è diventata professoressa, l'ho difesa dai matrimoni che dicevo non convenienti, in realtà è perché la volevo io, sempre per me, sotto i miei occhi. Le mie intenzioni non erano buone, l'ho fatta piangere molte volte e lei sempre obbediente come un agnellino mi seguiva. lo so che ho sofferto le pene dell'inferno, ho perso molto tempo e anche speso qualche soldo, anche se mai in cose inutili. Ho chiesto al Carmelo di Sassuolo che mi aiutasse a liberarmi. Tu mio Signore me l'hai concessa questa grazia, ne sono uscito libero senza farle mali peggiori. Lei si è salvata, si è sposata, ha tre figli belli, io credevo che mi avesse sempre odiato e seguito solo per convenienza, invece mi accorgo che mi seguiva come il papà che non ha avuto (la mamma ha avuto molti figli con diversi uomini). La mamma ora è una santa, mi adora e mi segue e aiuta sempre. (Diario, 9 febbraio 1987)

Nell'Imitazione (di Cristo, n.d.r.) ho letto oggi che non è sufficiente allontanarsi dalle tentazioni, ma «bisogna tagliarle alla radice. Se no tornano più forti ». È vero. La castità, per esempio, è frutto di una pienezza interiore, !'incontinenza viene quando c'è il vuoto... Quando c'è una frustrazione in vista o una sconfitta è facile compensarsi col sesso o altri tipi di basse soddisfazioni: bere, mangiare, svagarsi, divertirsi, ecc.
Ma è facile trovare i vuoti in una vita condotta solo sul filo delle soddisfazioni umane: lavoro, soldi, scienze, sport, ecc. Se si vuol vincere il sesso, la gola, la pigrizia e tutti i vizi, bisogna mettersi su un cammino di soddisfazione permanente. E solo Dio può darci sempre la vittoria, perciò la pienezza, perché solo lui è capace di far sentire anche le sconfitte come belle vittorie. (Diario, 14 febbraio 1987)

Nel marzo 1987 viene a trovarlo Angela (nome di comodo, una insegnante del sud Brasile), una delle donne che si sono innamorate di Augusto,

una ragazza che da vent'anni mi insegue, una ragazza sola al mondo, che mi ha sempre dichiarato il suo amore, dalla quale sono riuscito a difendere il mio cuore a mala pena. È arrivata col Jaime, l'ha spedito indietro dicendo gli di tornare tra otto giorni. Il tutto così velocemente da non lasciarmi rendere conto e armare qualsiasi difesa.

Il racconto della permanenza di Angela al Paratucù (letterario, appassionato, probabilmente un po' romanzato, come direbbe il cenno a quanto succede nei film) è forse esemplare per altre situazioni simili.

Si è fatta più attraente, capelli più lunghi, biondi, un po' più rotondetta, ne ho sentito subito il messaggio e una rivoluzione è scoppiata dentro di me. Sembra un film. Cose che capitano solo nei film. Adesso, Signore, siamo qua soli, io sono quel che sono, lei con una carica fortissima di amore, io di sesso. Proprio i due ingredienti più esplosivi per far accadere tutto. Per otto giorni. I due cuori e i due corpi, il disegno di Satana. Con un po' più di fatica cerco di vederci il tuo disegno, Signore.
Ma Signore, non mi hai lasciato proprio respiro: prima Martina e ora Angela, a pochi giorni di distanza. Se perdo, tutto è perduto, se vinco forse tutto sarà vinto, oppure la lotta continuerà fin che lo vorrai, per ché queste cose da film ormai vedo che non hanno un limite. Ne riparleremo fra otto giorni. (Diario, 6 marzo 1987)

Sono le due. La notte è scurissima e piovigginosa. I giaguari sono silenziosi. Ma la tua grazia, Signore, risuona nel mio cuore. Tu non mi hai abbandonato. Il progetto di Satana si è incrinato. Ieri mi sentivo in pace, Maria non ha mai aperto le sue mani per lasciar andar via il mio cuore. Il tentatore però incalzava.
Abbiamo lavorato insieme noi due, Angela e io. Poi, dopo il pranzo, la siesta, dondolandoci dolcemente sulle amache. Sentivo lo sguardo di lei su di me, che fingevo
di dormire. Il demonio meridiano. La «preghiera del nome» (la ripetizione continua del nome di Gesù o di Maria, n.d.r.), lo spezzare dell'incanto, riprendiamo il lavoro. Poi il bagno nel fiume. Il nemico si faceva sotto, le mie forze cedevano, sentivo il fiato grosso già sul mio collo, la vertigine. La tua mano pietosa, o Signore, mi aiuta. Esco dall'acqua, mi avvio ciondolante verso la capanna. Ce l'ho fatta ma sono come uno che ha preso una mazzata. Lei mi segue esponendo tutte le sue bellezze al sole. Ti sento, Signore, per questa volta siamo ancora insieme, ma per quanto tempo ancora sarai con me? Forse domani a quest'ora ti avrò dato l'addio, già sarò fra le braccia sue, di Satana.
E la notte si avvicina, la terribile «prima notte »: lei, incosciente senza dubbio, di un'allegria chiacchierina, non credo sia maliziosa, lei non pensa al male, neanche forse per lei esiste il male, o almeno questo male, lei che non ha fede. Fa le sue mille domande, le ha già preparate da anni, sono tre anni che non ci vediamo. È calma, sa aspettare, la sua anima è serena, aperta, ma sa che cosa vuole. Questo suo candore invece per me è un grosso eccitante. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo, la notte, le notti.
La mia testa gira, non lascio il tuo nome cadere dalle mie labbra, ma il mio corpo è peggio che la rivoluzione francese. Il demonio però aveva fretta, perché sapeva che stava per accadere qualcosa, già stava vedendo e seguendo con rabbia un'ombra: l'ombra anche lei avanzava, gareggiando con le ombre della notte. Eri tu, che nella tua misericordia guidavi questa ombra che, stanca ma sicura come un serpente, si apriva silenziosa un varco nella foresta e intanto che il tuo nemico cercava di dare la stoccata finale, temporeggiando e addensando le nubi del tramonto perché la sera arrivasse più veloce, l'ombra finalmente sbucava dalla radura del mio campicello, nella terra
bruciata della mia anima. Un grido è scoppiato nel mio cuore: Marcelino!
Ormai dimenticato da me, non dico odiato ma almeno un po' disprezzato perché mi aveva «tradito». Tu invece non l'avevi dimenticato e l'avevi tenuto in serbo
per il momento giusto, per essere il mio salvatore nell'ora più importante della mia vita. Lo sguardo allegro di Angela si è tramutato in una smorfia di delusione, se non proprio di rabbia, ma non era il suo sguardo, poverina, mi faceva tanta pena, era lo sguardo di Satana che l'aveva posseduta come Eva, senza che neanche lei se n'accorgesse.
In questa profonda notte, sotto il ticchettio della pioggia sulla paglia della mia capanna, Signore, ti ringrazio. Non mi illudo, il demonio non se n'è andato, tenterà certamente il contropiede, ma per ora sono ancora con te. E nella nostra « prima notte», una terza persona sta dondolando fra le nostre due amache. Grazie, Signore, grazie. La lotta continua, ma il primo round mi vede ancora in piedi, l'hai vinto tu. (Diario 7 marzo 1987)

Augusto nota subito con gioia che il Marcelino gli dice di voler stare una settimana con lui e che domani darà la caccia ad un branco di porci. Augusto dice addio all'astinenza quaresimale: «Ma sì, Signore, ben venga la carne, festeggiamo un po', ne vale la pena».

Angela se ne è andata col proposito di non più tornare, ma ne dubito. Comunque le posizioni sono state chiare: la sua proposta era di lavorare insieme in qualche progetto a favore del popolo. La mia proposta è di lavorare ognuno nel suo campo, io qui da solo, lei là da sola: lei a contatto diretto col popolo nella lotta brava (coraggiosa, n.d.r.) e io appoggiando da lontano. Ci si potrebbe anche scrivere aiutandosi. (Diario, 4 aprile 1987)

A fine marzo Augusto va a Parintins per mettere a posto i denti e incontrare i confratelli del PIME. È ben accolto da tutti, anche dal Consiglio regionale dell'istituto in Amazzonia:

Mi è stato concesso di prolungare la mia esperienza. Ho trovato molto rispetto, comprensione e anche affetto. Mi hanno fatto promettere di tornare a luglio. Credo che manterrò la promessa. Lo meritano. Non posso pretendere solo, senza dare qualcosa. È vero che mi è difficilissimo, ma almeno ho l'occasione di incominciare ad esercitare la virtù dell'obbedienza. (Diario, 4 aprile 1987)

Tornando da Parintins, fa un esame di coscienza e si ritrova tentato come sempre,

ferito gravemente, conciato da buttar via. Però credo che (le tentazioni) non mi hanno ammazzato.
La superbia. Avevo fatto il proposito di non parlare
di me. Ho parlato il più possibile.
L'avarizia. Avevo fatto il proposito di non accettare regali: ne ho accettati. Solo sono riuscito a respingere una carabina nuova di zecca.
La lussuria. Quante ferite, mio Dio, quanti abbracci
equivoci, quanto pavoneggiarmi davanti alle donne!
La gola. Non parliamone che è meglio.
L'invidia. Davanti ad altri padri molto più bravi di
me.
Quante cadute! Capisco che i gesuiti facevano confessare tutti gli indios guaranì quando erano di ritorno da Buenos Aires, ove erano andati una volta l'anno a vendere lo chamaté. Comunque avevo una gran voglia di tornare. Questo è positivo. La civiltà non mi attira. Neanche un po'. Un'altra cosa positiva è che «la preghiera del nome» non mi ha mai abbandonato. (Diario, 4 aprile 1987)

Il viaggio a Parintins gli permette di scegliersi come «direttore spirituale» il padre Armando Rizza, superiore regionale del PIME, che già lo seguiva con affetto da vari anni.

Ha accettato di essermi vicino, di controllarmi. Si dice «direttore spirituale)}, e sia. lo non sapendo come spiegare la mia situazione ho deciso di consegnargli il mio Diario. È stato un atto di coraggio, lo so, ma non me ne pento. So che vi leggerà tutte le mie meschinità, le puerili descrizioni della mia anima, situazioni sciocche da me dipinte come serie, vanità senza confini e anche falsità di giudizi. Ma così almeno mi presento davanti a lui disarmato. Iddio poi farà il resto per mezzo suo. (Diario, 11 aprile 1987)

Tornando da Parintins, Augusto trova le sue piantagioni distrutte, non riesce a coltivare frutta o verdura che subito gli animali mangiano tutto. Va in foresta a raccogliere frutti selvatici, ma si lamenta della fame.

Signore, non sono degno di morire. Eppure lo desidero ardentemente. Morire di fame non morirò. A volte ho un po' paura per l'eccessiva magrezza, 75 kg. è molto al disotto del mio peso. Sono venuto dall'Italia ed ero 11 O kg. Comunque, volevi la precari età? Eccola. Volevi la povertà? Eccola. Volevi la fede totale? Eccola. Volevi la penitenza dei tuoi peccati? Eccola. Non lamentarti, che se tutti i poveri avessero quello che hai tu... (Diario, 14 aprile 1987)

Il 15 aprile arrivano alcuni ragazzi del Mocambo, che stanno con lui alcuni giorni chiedendogli di celebrare la Messa per Pasqua. Ma non hanno portato niente, né la posta né lo zucchero né i lumini né l'olio né la caccia da mangiare. Hanno portato la farina di mani oca, ma la canoa si è allagata rendendola immangiabile, e durante il viaggio si sono mangiati i pesci che una donna aveva mandato per Augusto. Inoltre, appena arrivati si mette a piovere giorno e notte e non possono nemmeno andare a caccia.

Perciò va tutto bene. È veramente chiara la volontà di Dio. Hai voluto la precari età? Eccola! Adesso non so quando verrà qualcun altro, ma è certo che dovrò misurare le ultime gocce d'olio e le ultime once di farina. Eppure sono felice. (Diario, 16 aprile 1987)

Il 26 aprile arriva il p. Benito Di Pietro del PIME, parroco di Nhamundà (vedi il racconto della visita al Cap. X).

Che felicità! Si sono fermati solo una notte, ma al mattino abbiamo inaugurato l'altare nuovo concelebrando (beh, è già la terza Messa!). Poi mi sono confessato e guarda caso non mi ha portato niente, ma lo zucchero ce l'aveva. Ho offerto loro carne di macaco, ma non l'hanno voluta. Hanno preferito le loro scatolette. Alle 7,30 sono partiti (orologio loro) per arrivare a Nhamundà la sera. Mi hanno promesso che per la fine dell'anno verranno ancora.

Passano poche ore ed ecco un altro rumore di barca. Alle 14 arriva Angela. Augusto racconta la discussione con la donna, il suo rifiuto di accoglierla e la fuga di lei in foresta.

Capisco il gioco: lei sarebbe stata nella foresta nascosta fin che non avesse sentito il motore ridiscendere il fiume. Poi sarebbe uscita e io dovevo per forza darle ospitalità. (Diario, 28 aprile 1987)

Segue il racconto di come riesce ad imbarcarla prima di notte («La mia preghiera più ardente era a Maria, che mi risolvesse questo caso prima del calar del sole»). I giorni seguenti sono drammatici per la mancanza di cibo sano. Augusto ha mal di pancia perché mangia cibo avariato. La stagione è brutta.

Acqua giorno e notte. Per cui i miei bei pesciolini e i macachi sono diventati un monte di putridume, semovente a causa delle migliaia di vermi che lo rendono puzzolente e dà il vomito solo a guardarlo. Così il mio mangiare è diventato una grossa penitenza: mangio dopo aver pulito il più possibile, ma il sapore e 1'odore sono di marcio. (Diario, 3 maggio 1987)

Martedì scorso (5 maggio, n.d.r.), intanto che lavoravo, sento un tiro di fucile. È gente che viene. Di lì a poco, un vociare, poi tre canoe sbucano all'improvviso dalla foce del Japurà. 7 uomini e 3 donne. È subito festa, ma mi duole il cuore vedendo il ben di Dio che mi hanno portato. E come rifiutarlo? E dove va la mia povertà e precarietà? Il mio stimolo al lavoro? Forse Dio non vuole che mi mantenga orgogliosamente col mio lavoro. Forse vuole che dipenda umilmente dalla gente che mi vuol bene. Notte di allegria, giorno di amore e allegria. Loro sono i padroni e fanno tutto ciò che vogliono, mi riformano la casa, il fuoco, gli attrezzi, lavano e puliscono tutto. (Diario, 10 maggio 1987)

La comitiva di amici porta ad Augusto la notizia che Angela è al Mocambo e sta venendo da lui. Arriva infatti il giorno dopo con due accompagnatori e porta la risposta ad una lettera di padre Augusto

in cui le proponevo la continuazione della nostra amicizia, a condizione che lei ritornasse al suo campo di battaglia in favore del popolo, lavoro che io ammiro e in cui lei ha capacità provate e incredibili. Comunque, mai più potrà venire qui sola. Se continuerà il suo lavoro potremo scriverci, aiutarci e ogni due o tre anni vederci qualche giorno. Lei arriva con una controproposta ben chiara, di 25 pagine, in cui per la prima volta mette a nudo il suo piano: ti voglio bene, non posso vivere lontano da te, perciò ti propongo il matrimonio. Al mio rifiuto secco e inamovibile, pianti e scene. lo dormo fuori con gli uomini. Lei piange tutta la notte.
Al mattino viene e riattacca il discorso. lo sto sulla mia posizione. Lei stacca una corda e va verso la foresta. Sapendo della sua pazzia la rincorro, non voglio tragedie qui. Le dò due schiaffi che la fanno rotolare fin quasi al fiume. Tutto si è risolto così, ma io non sopporto più.
Addio, Angela, o stai alla mia lettera, se no fa quello che vuoi, ma non comparirmi più davanti, anche se pregherò per te. (Diario, 10 maggio 1987)