PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

Un pastore protestante gli lascia libri che turbano la fede di Augusto - Nasce un dialogo con alcuni protestanti, che lo rafforza nella fede - L'ecumenismo dev'essere fondato sull'amore alle persone - La fede problematica di Augusto - Il cammino di «ricupero)} delle verità di fede - Di nuovo Angela gli corre dietro e dice che sposerà solo lui Augusto offre la pace del suo cuore a Dio purché Angela risolva il suo problema - Un fantasma notturno per le vie di Manaus spaventa i caboclos «La santità è una pazzia di amore».

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

XIV

«SIGNORE, TOGLIMI TUTTO MA DAMMI IL TUO AMORE»

Un pastore protestante gli lascia libri che turbano la fede di Augusto - Nasce un dialogo con alcuni protestanti, che lo rafforza nella fede - L'ecumenismo dev'essere fondato sull'amore alle persone - La fede problematica di Augusto - Il cammino di « ricupero» delle verità di fede - Di nuovo Angela gli corre dietro e dice che sposerà solo lui Augusto offre la pace del suo cuore a Dio purché Angela risolva il suo problema - Un fantasma notturno per le vie di Manaus spaventa i caboclos - « La santità è una pazzia di amore».

I tre ultimi anni della sua vita che Augusto trascorre nell'isolamento del Paratucù (settembre 1986 - agosto 1989) hanno una direttrice unica: la purificazione da quelli che egli chiama i suoi peccati, mentre sembrano essere solo tentazioni che continua a sentire nonostante la fuga dal mondo. Mentre prepara meticolosamente la Confessione generale della sua vita (con la C maiuscola!), Augusto viene a poco a poco liberato, con molte sofferenze, dalle forti tentazioni che lo tormentavano:
- la visita contrastata di Angela e di altre donne lo rendono più libero riguardo all'attrattiva dell'altro sesso;
- scopre il valore dell'obbedienza attraverso l'atteggiamento comprensivo dei suoi confratelli e superiori;
- il digiuno e la mancanza di tante cose necessarie gli danno una libertà di spirito riguardo ai beni terreni, lo distaccano da ogni ingordigia, avarizia;
- l'emergere di missionari del PIME giovani e capaci a Parintins gli insegna l'umiltà, gli fa capire che le sue « glorie» passate sono ormai scomparse e che altri hanno preso il suo posto nel cuore dei caboclos;
- infine, alcuni pastori protestanti che vanno a visi tarlo per « convertirlo)} lo riconfermano nella fede non solo in Dio e in Gesù Cristo, ma nella Chiesa cattolica, con alcune indicazioni non disprezzabili sull' ecumenismo nel nostro tempo, specie in America Latina.

Lunedì Il è arrivato il pastore protestante con alcuni amici, col proposito di cacciare. Ma io sono stato con gli occhi aperti. Avevo offerto a Dio la mia pace in cambio di quella per Angela, povera creatura: è sua figlia, la deve accompagnare (dopo l'ultima visita di Angela vedi Cap. XIII - Augusto aveva chiesto a Dio di togliere a lui la pace del cuore e di darla ad Angela, n.d.r.). Il pastore se n'è andato mercoledì coi suoi. L'ho trattato bene. Gli ho offerto tutto ciò che avevo, ha mangiato bene, ha dormito bene, abbiamo parlato poco. Però alla fine mi ha lasciato un monte di libri e riviste.
Lo scopo era chiaro, appare anche dal tipo dei libri: tutti sacerdoti che si convertono al protestantesimo. Credo che non ho perso la pace, ma una certa perturbazione è entrata in me, un'altra delle terribili tentazioni a cui sono e sarò sottoposto: quella della fede. Non credo di aver vacillato, solo che quei libri non mi vanno fuori dalla testa.
Ho superato l'impasse una notte mentre facevo l'adorazione al Volto Santo (Augusto ha con sé un'immagine tratta dalla Sindone, a cui è particolarmente devoto, n.d.r.). Gli chiedevo dove era la verità e come un
lampo la mia anima si è di nuovo ritrovata. Questo Volto Santo, a chi l'ha lasciato in mano? Ai cattolici o ai protestanti? E l'Eucarestia? E Maria, mia mamma, a chi appare, ai cattolici o ai protestanti? Lourdes, Fatima, Medjugorie, La Salette... Se è il suo Vero Volto, come sembra, è la reliquia più bella, (Gesù) non l'avrebbe lasciata andare alla deriva, l'ha portata nelle mani del Papa. Lui è stato con i cattolici. Ha voluto stare nelle loro mani. Questo mi ha rassicurato, benché intenda molto bene i motivi, le critiche, l'astio e l'antagonismo dei protestanti. Quindi il mio cuore si è acquietato, anche se è rimasto sveglio in me il problema ecumenico. (Diario, 15 maggio 1987)

Pochi giorni dopo, Augusto ritorna sull'argomento:

Sto passando notti insonni a causa di questo libro protestante. Dice molte cose vere, coglie nel segno il modo di vivere dei preti cattolici, dei monaci, descrive perfettamente la vita dei monasteri, il sistema sacramentale e tutti gli aspetti negativi che sono presenti nella religione cattolica. E non si esprime con animosità. Ci ha messo quasi vent'anni (Augusto si riferisce all'autore, un ex sacerdote cattolico, n.d.r.) a decidersi di lasciare una Chiesa che amava sinceramente e appassionatamente. Sono un po' turbato.
Anch'io condivido le sue idee. Allora, sono cattolico o protestante? È certo che se tornerò all'apostolato non lo farò più come prima. La Chiesa ha molto da cambiare e da imparare dai protestanti. Non sto dicendo che abbia tutti i torti, ma ne ha tanti. È verissimo però che se non è ancora finita, è segno che qualcuno la sostenta, non certo noi preti. La battaglia coi protestanti èperduta se non ci si decide ad essere più santi. Cosìcome siamo adesso, siamo invidiosi e antipatici. Non li amiamo, li odiamo. Preferiamo loro i comunisti forse. O gli atei (Augusto si riferisce alla situazione dell'America Latina e del Brasile in particolare, n.d.r.). (Diario, 18-19 maggio 1987)

Non mi sento attratto dal protestantesimo. So che anche là c'è il Signore, ma sento che c'è anche qui e mi sento di seguirlo di qua. Molti misteri confondono la mia mente, capisco molto poco. Sento però che Gesù sta con me, mi fa andare avanti dietro a lui, un passo dopo l'altro. (Diario, 21 maggio 1987)

I protestanti ritornano all'inizio del 1988. Il Diario ne parla ancora due volte. La prima, vengono in sei. Quando arrivano Augusto prega: « Ti chiedo, Signore, di comportarmi come vuoi tu. Chiederò loro di pregare insieme ». Infatti pregano insieme parecchie volte.

Sono stato contento che mi hanno fatto domande sulla Bibbia, ne è nata una lunga spiegazione in cui ho potuto esprimere le mie idee. Li vedevo incantati e anche meravigliati nel sentire cose sulla Bibbia che non avevano mai sentito. Il pastore si è mostrato molto interessato e mi ha detto che verrà ancora, perché ha voglia di imparare. Si è meravigliato di come li tratto bene, mentre gli altri padri li disprezzano. Ho detto loro che non èvero, ma realmente spesso è così. È un fatto che tutti ci salveremo se ameremo Gesù e i protestanti forse lo amano più di certi cattolici.
Dopo la loro partenza il mio spirito si ferma molto a riflettere. Mi è molto utile questo incontro per fare poi il punto sulla mia fede. E vedo i punti scabrosi e i punti di un eventuale incontro e anche i punti in cui loro sono più avanti di noi. Questo è un buon motivo per alimentare la mia preghiera. Mai e poi mai la polemica sarà utile al ritorno dei protestanti. Solo l'amore, la pazienza e la preghiera. (Diario, 12 febbraio 1988)

Quest'ultima frase, scritta da Augusto, uomo forte e portato naturalmente alla polemica, nonostante le sue notevoli capacità di dialogo, indica una maturazione del carattere non indifferente. Il Diario riporta ancora una conversazione col pro£. Claudio « che mi piace sempre di più e mi sta diventando veramente amico».

Egli è curioso e fa domande su tutto. Proprio quello che ci vuole: ho ribattuto lo studio sulle origini della Bibbia, ho parlato dell' evoluzionismo che loro considerano eresia, come anche dell'ecumenismo (altra eresia), della storia della Chiesa, del valore della tradizione e dell'immenso errore protestante di privarsi di millenni di tradizione, un tesoro perduto irrazionalmente. E poi, infine, sono riuscito a parlare così bene di Maria che Claudio era commosso e ha concordato in tutto con me. Naturalmente ho ammesso i nostri errori e le esagerazioni. lo non so se questo si chiama apostolato, ma è la prima volta in vita che mi capita un' occasione così bella. E loro sono andati via felici, mi hanno fatto mille proposte, mille offerte, sono disposti ad aiutarmi in tutto. Sento che non è una simpatia calcolata, almeno da parte di alcuni.
Io sono contento anche perché sono riuscito a superare me stesso: li ho trattati benissimo, mi sono fatto servo loro, cuciniere, lavapiatti, ho dato tutte le banane, la frutta che aspettavo con ansia per me. E loro si sono sentiti bene e hanno detto che ovunque andranno racconteranno l'esperienza di questi tre giorni con un padre cattolico. (Diario, 6 marzo 1988)

Augusto prega molto, legge vari libri e riflette. Cita San Giovanni della Croce, Teresa d'Avila, De Foucauld, «le vite dei Santi» (Francesco anzitutto, poi Teresa, Caterina, Ignazio, Bernardette e altri), «il libro di Giussani» (non dice quale), il libro di Messori, «Ipotesi su Gesù», libri di Thomas Merton e di Voillaume. Medita e cita soprattutto la Bibbia e !'Imitazione di Cristo. Deve avere anche libri di teologia e sul Concilio perché, pur senza citarli, ragiona sui temi della fede e sull'organizzazione della Chiesa, gli piacerebbe discutere, approfondire. Augusto non è un superficiale nella fede e nemmeno un «semplice».
Sebbene non appartenesse alla generazione del «Sessantotto», le caratteristiche del suo temperamento sembrano richiamare, nel bene e nel male, lo «spirito sessantottino »: ad esempio, il rifiuto delle strutture e del formalismo, l'amore assoluto alla libertà, il bisogno di autenticità, il non accontentarsi mai delle mete raggiunte, il sognare una Chiesa in tutto modello di santità, ecc. Padre Augusto dubita di tutto, in modo da poter darsi ragione dei fondamenti delle verità di fede. Si lascia mettere in crisi profondamente da tutto, per giungere a conquistare la verità con l'aiuto di Dio, con la preghiera e la penitenza.
Compie a poco a poco «un cammino di ricupero», cioè di autoconvincimento, attraverso la preghiera, la meditazione e le letture, di tutte le verità che ha ricevuto con l'educazione cristiana. Non prende nulla ad occhi chiusi, deve esserne convinto. Prima l'idea e il volto di Dio, poi la divinità di Gesù Cristo e della Chiesa, !'identità dell'istituto PIME e l'obbedienza ai superiori, infine la sua vocazione sacerdotale e la «Prima Messa» che non ha ancora celebrato: deve giungere a celebrarla proprio bene, come intende lui, cioè quando si sarà del tutto convinto di aver la vocazione di fare il prete! Ci arriverà al termine della vita!
Bisogna anche aggiungere che questo suo cammino di ricupero in apparenza gli fa perdere molto tempo. Ma è il suo, per come era fatto lui non poteva farne un altro. Un cammino personalissimo che lo conduce ad un approfondimento della fede, lo pacifica con la Chiesa e le verità rivelate. Negli ultimi anni i suoi Diari sono purificati da ogni ragionamento fumoso o bislacco o irritante, è tornato quello che era da giovane, cioè un uomo di fede sicura, che si fida della Chiesa, del vescovo e del PIME.
In parallelo con questa sua crescita nella fede, c'è la ricerca e l'esperienza spirituale dell'amore di Dio. Le riflessioni di carattere spirituale che meriterebbero di essere riportate sono tante. Ecco alcuni passaggi.

Quanto al pregare ormai vedo che è perfettamente inutile che io dica molte cose al Signore: aiuta questo, aiuta quello, dà forza a questo, pace a quello... abbi compassione... Come se lui non sapesse già tutto come fare, come se lui non amasse più di me tutti, come se lui avesse bisogno del mio consiglio. È tanto ridicolo il nostro modo di pregare! Sì, sarà umano, piacerà anche al Signore, ma manca di logica e di teologia, anche se è pieno di cuore. Il Signore accetta ma, credo, sorrida molto di questo nostro atteggiamento. Per questo preferisco sempre più inginocchiarmi davanti a lui e stare in silenzio. Lui mi vede e capisce tutto e mi risparmia di lambiccarmi il cervello. (Diario, 5 giugno 1987)

È bello quando si gusta la preghiera. In altri tempi avrei detto: parca miseria, ho ancora il Rosario da dire! Come per dire: che barba! Oggi dico: perbacco, ho ancora il Rosario da dire! Come per dire: c'è ancora la frutta e il gelato! (Diario, Il giugno 1987)

L'idea del cagnolino di Dio mi viene spesso alla mente. Non so se Dio si offende che io mi ritengo un cagnolino. Ma visto che lui ha creato anche i cagnolini è segno che gli piacevano.
Già da adesso però mi sento cagnolino, non dentro nel cuore della Chiesa, in mezzo ai cristiani, a lottare e progettare. Sono un po' sulla soglia: qualcuno che passa mi dà qualche notizia su come va la Chiesa, il Papa, i vescovi, le missioni e io me ne rallegro, dondolo la coda o dò un'abbaiata di allegria o di dolore. Mi rallegra sentire che dentro, nella casa, c'è gente che si muove, che parla, corre... lo sono qui fuori, ma sono felice. (Diario, 24 agosto 1987)

Oggi ho meditato che nella pazienza possederemo la nostra anima, così bisogna aver pazienza, aspettare i tempi, accettare la volontà di Dio. In questi tempi soffro perché sto marcando il passo... Vivo di pura fede, nera, scura, sono nelle tenebre complete, ma sento che qualcuno mi aiuta e non mi lascia cadere. Solo che vado molto adagio e c'è tanta strada da fare. (Diario, 4 luglio 1987)

Nella meditazione di stamattina, l'Imitazione mi dice che il Signore vuole essere l'unico amante e non tollera rivali. Ho fatto l'esame di coscienza per vedere se i grandi amori della mia vita sono ancora presenti. Non ne ho trovato più nessuno, nessuno. All'inizio del mio eremo c'era ancora qualche preghiera particolare per qualcuno, qualche pensiero prolungato per qualcun altro, qualche lettera un po' nostalgica, qualche fedeltà nel ricordo. Ora non c'è più assolutamente nulla e non me ne rincresce.
Ma ho una paura: sono rimasto io e il pensiero di me occupa maggior tempo che il pensiero del mio Dio. Allora, Signore, siamo rimasti solo noi due: o io o te visto che tu non tolleri che te. Come farò ad allontanare il mio sguardo da me? lo che mi guardo anche quando sto pregando? Che penso così spesso al mangiare e mi preoccupo così tanto del futuro? Che forse curo minuziosamente la mia immagine? Aiutami, Signore, a far morire, ad espellere da me quest'ultimo (e forse più grande) amore. lo voglio guardare solo te, unico Re della mia vita. (Diario, 8 luglio 1987)

È verissimo quanto mi dice Charles de Foucauld: quando si ama appassionatamente, ci si distacca da tutto ciò che può distrarre anche un solo istante dall' essere amato e ci si tuffa e ci si perde totalmente in esso.
Ecco perché io non mi distacco ancora tutto, mi lamento dei fagioli, dei grilli, voglio le banane, guardo le ragazze, gusto la Coca Cola, ho paura di soffrire la fame, non sono molto generoso, mi lamento che mi hanno mangiato tutto lo zucchero, penso stupidamente alla mia gloria. È perché non amo, lo so, ma allora quando amerò? (Diario, 6 agosto 1987)

Augusto pensa di essersi liberato di Angela. Illuso! Quella donna innamorata lo seguirà fino all'ultimo, telefonerà ancora in Italia, quando nel 1990 Augusto torna in patria per morire di cancro. È commovente l'amore di questa donna, di 15-20 anni più giovane di Augusto, che ha idealizzato il missionario fino a farne l'uomo della sua vita, e non potrà mai averlo per sé! Augusto, sebbene potesse, a volte, dare di sé un'immagine diversa, era veramente un uomo di Dio e di tutta la gente. L'amore per una singola persona gli stava stretto: anche in questo risalta la sua vocazione sacerdotale, missionaria. Nel settembre 1987 vanno a trovarlo due amici del Mocambo e gli dicono che Angela si è fatta costruire una capanna come quella del padre Augusto sul fiume Japurà, ma poi una pianta è caduta sulla sua casa.

Continua così ad alimentare i suoi sogni e a vivere d'imitazione. Mi fa una pena immensa, temo che faccia sciocchezze, aspetto addirittura che si metta in viaggio da sola per venire qua. Morte sicura. È fuggita dopo la caduta dell'albero, è andata a Parintins a rifugiarsi un po' perché era magrissima e la fame finalmente le ha dato buoni consigli. Tornata al Japurà, ha preso i suoi bagagli e ha chiesto agli uomini del Mocambo di farle un roçado di un ettaro (campo per piantare la mani oca, n.d.r.). Loro si sono riuniti, ma quando lei ha visto il posto non le è piaciuto. Allora ha deciso di andarsene dall'Amazonas.
Intanto il suo cervello si è molto deteriorato (Angela, pur essendo intelligente e valida insegnante, soffriva di schizofrenia e di altre forme di malattie nervose per le quali era stata in cura per lungo tempo, n.d.r.). A tutti dice che presto o tardi sposerà solo me. Alla fine del racconto mi dicono: « Angela è qui sulla canoa, è venuta con noi ». Mi sono spaventato. Se non la portavano era decisa a venire sola per la foresta. Loro, per evitare il peggio, l'hanno portata qua.
Ora se ne sono andati. Hanno passato la notte, dormito bene, mangiato e stamattina, nella massima tranquillità dopo la colazione, ci siamo salutati per sempre. Dice che mai saprò dove lei andrà. Speriamo bene. Ma ho paura che tornerà. Non so cosa pensare e cosa dire al Signore. Vorrei ringraziarlo per la conclusione della storia, ma lei mi fa una pena immensa. (Diario, 17 settembre 1987)

In ottobre un cabodo, Bernardino, porta notizie di Angela ad Augusto.

Ho saputo che Angela è ancora a casa sua e che lui (Bernardino) è venuto solo perché se no lei veniva a piedi. Continua la pazzia. Come finirà, Signore? lo ti dico: non liberare me da questa croce che merito, ma libera lei che poveretta soffre le pene dell'inferno. Mi ha mandato una lettera totalmente pazza in cui dice che il suo corpo brucia di sesso ormai e che nessuno potrà estinguere questo fuoco se non io e vuole i suoi bambini da me e subito e che vuol essere madre a tutti i costi. Ha già comperato tutto, pannicelli, poppatoi, ecc.
Non volevo, non l'ho fatto per cattiveria. Tu lo sai, Signore, ma ho dovuto scrivere una lettera, poche parole, ma brutali, mi faceva male il cuore. Questa notte sto molto male, non ho mangiato, il vomito mi prende, la testa mi duole. Signore, fammi morire, ma apri uno spiraglio di luce per quell'anima. Se ti serve a qualcosa la mia vita, prendila questa notte stessa. (Diario, 6 ottobre 1987)

Oggi ho fatto una promessa che mi è molto difficile: se il Signore aiuterà Angela a risolversi, io non parlerò mai più di lei, con nessuno. Il pettegolezzo ormai è grande fra i caboclos, ma io prometto che non dirò mai più una parola per difendermi. Solo parlerò bene di lei, in sua difesa. (Diario, 7 ottobre 1987)

Capitolo chiuso quello con Angela? Vedremo più avanti nel Diario. Intanto il 18 settembre, primo anniversario del suo ritiro al Paratucù, Augusto, finalmente libero, si immerge nell'adorazione di ringraziamento.

Quante cose ho detto al Signore stanotte! Come vorrei che fosse questo anno! Lotta contro i miei vizi, soprattutto vanità, golosità e avarizia. Poi aumento dell'unione con Dio, perfezione della sua lode. Intanto decido che il prossimo incontro col padre Armando farò la mia Confessione generale per seppellire per sempre il mio passato nella misericordia di Dio. Sto desiderando sempre più di celebrare la Prima Messa, ma credo che per quest'anno ancora farò digiuno, sono così impreparato. (Diario, 20 settembre 1987)

A fine settembre vengono gli uomini del Japurà per un ritiro spirituale da padre Augusto, che predica, confessa e celebra la Messa.

Sono contento Signore che mi hai usato ancora una volta. Non sapevo come fare, tu l'hai fatto, l'ho visto in pieno. lo non sapevo parlare, loro hanno capito benissimo. Spero però che non mi facciano molta propaganda, non voglio che imparino la strada. lo sono stato sempre calmo. Il programma è stato ORA ET LABORA. Si sono comportati benissimo. Non hanno portato neanche un fucile, sono contento. Ma hanno preso molti pesci. Non avevano quasi niente, sono molto poveri. I miei fagioli e le mie zucche hanno fatto furore. Non mi hanno lasciato niente e soprattutto non mi hanno portato la posta. So che ci sono molte lettere, ma quelli del Mocambo si sono dimenticati di me e nonostante due occasioni bellissime non hanno consegnato la posta. Ma sono contento lo stesso. Adesso per quest'anno chiudo. Dal fiume non verrà più nessuno perchéè secco e non passano motori (Diario, 23 settembre 1987)

E chiedo al mio Signore Gesù che questo secondo anno di solitudine sia l'anno del nostro amore. Prima di finire l'anno, mio Dio, fa che possa gustare una briciolina, solo una briciolina del tuo amore. Cioè del mio amore per te. Ti amo così poco, così niente. Basta una briciolina, non pretendo molto. Ma che sia d'amore puro, non oppio per vincere i miei mali, per consolarmi nei dolori, per scacciare i dubbi o le paure, per mantenere la pace, per resistere alle tentazioni... Non per me, ma solo perché tu sei l'Amore. (Diario, 25 settembre 1987)

Sii, contento, Signore Gesù! Mi fai tanta pena con quel tuo volto addolorato nella morte. Ecco, c'è questa frase che mi conforta tanto: se tu sei contento, anch'io lo sono. Se ti fa piacere, fallo, l'importante è che tu sia contento, allora lo sono anch'io. Questa frase risolve ormai da qualche giorno i miei stati d'animo. Davanti ad una pianta che muore, a un pesce che mi sfugge, alla puntura dello scorpione, alla pioggia che non viene, alla mocura o al camaleonte che mi fanno disastri, a una fame o a una tristezza improvvisa, basta che io dica quella frase e tutto si risolve in una risata vera, risolutiva, permanente.
Di fronte alle piccole cose risolve, non so davanti alle grandi. Finora arrivo fino a dire così, quando entro in foresta: se sei contento che la onça mi mangi, anch'io lo sono, Signore. Oppure davanti all'annunzio di un dolore: se ti piace di mandarmi un cancro, anch'io ne sono felice, Signore. (Diario, 28 settembre 1987)

Non bisogna però pensare, leggendo queste frasi di sapore mistico, che Augusto abbia perso la sua natura e cambiato carattere. Il p. Pedro Vignola racconta ,che combinava scherzi anche negli ultimi anni, ad esempio quando andò a Manaus per incontrare padre Fernando Galbiati, superiore generale (estate 1987), il quale gli dice che se non fa gli esami medici e non accetta le cure necessarie, lo mette fuori del PIME.

È andato fuori il pomeriggio in motorino, - racconta padre Vignola - forse a trovare degli amici, ne aveva tanti a Manaus. Aveva preso con sé un lenzuolo. Poi, quando è tornato a casa la sera e c'era buio, lui s'è avvolto nel lenzuolo per spaventare la gente e andava in giro per le strade del nostro quartiere tutto vestito di bianco e ondeggiante come un fantasma, in motorino. Qui in Amazzonia sono ancora molto creduloni. Il giorno dopo uomini e donne si interrogavano su chi era quel fantasma che era comparso la notte, chi l'aveva visto e chi no.
Tutti avevano una teoria da sostenere: forse un'anima defunta in pena? Forse un angelo o un demonio che andava in motorino? Il problema angosciava un po' tutti e la sera seguente si son messi in postazione per rivedere e magari acchiappare il fantasma, ma l'Augusto non s'è più mosso. Si divertiva ad andare in giro nei bar e nelle case a sentire i commenti, poi veniva al PIME a riportarli facendo ridere tutti.

L'isolamento di alcuni periodi doveva essere davvero pesante. A volte si lamenta che troppa gente va a trovarlo, altre volte passano mesi di assoluta solitudine.

L'estate è lunghissima, non una goccia d'acqua, il fiume si sta svuotando. Lunga estate, lunga felicità, caldo e sole insopportabili, perfetta letizia. Sento un pochino il peso della penitenza, ma solo un po'. Solitudine immensa, più nessuno, forse il mondo è crollato e tutti sono morti e io non so niente. Avevano indicato senza fallo che mi avrebbero portato la farina e lo zucchero più d'un mese fa, nessuno s'è visto, passano le settimane una dopo l'altra: solo il canto degli animali, i cervi osano e vengono a mangiare nel mio campo, anche in mia presenza. Altri animali vengono vicino e non hanno più paura. Solo gli uomini non vengono più. Il Signore mi ha preso in parola, gli avevo chiesto tranquillità dopo luglio e infatti, più tranquillo di così! Signore, solo noi due, la tua mamma e l'Angelo custode. (Diario, 27 ottobre 1987)

In questa solitudine e penitenza, Augusto incomincia a sentire che «la corda tira verso l'alto », sente la vita che si fa più breve e precaria. Adesso che amando il Signore capisce molte cose vorrebbe gridarle al mondo, ma

la mia maggior penitenza è che non posso gridarle a nessuno. Forse per sempre. Perché quando era tempo di gridarle io le ho taciute, dimenticate, neanche avvertite. Ora forse non c'è più tempo, forse morirò senza dirle e comunque non ho fretta perché anche se fossi nel mondo non saprei dire. (Diario, 28 ottobre 1987)

Ma quanto più Augusto si immerge nella preghiera e nella contemplazione (ore di adorazione notturna, ecc.), tanto più qualche fatto gli ricorda che è ancora nel mondo, anche se isolato in foresta. Il 5 novembre chi arriva? Angela, naturalmente, con il Marcelino («che è riuscita a corrompere») via terra: otto ore di duro cammino (la lunghezza del percorso diminuisce perché Augusto e altri hanno tracciato un sentiero che è tenuto pulito da chi viene a visitarlo).

Il mio grido di allegria al vedere il Marcelino si è smorzato vedendo apparire Angela dietro di lui. Non ho detto una parola né uno sguardo, siamo usciti di notte lasciandola sola. Oggi mi alzo presto al buio, faccio il fuoco e il caffé perché loro partano al più presto. Lei chiede di parlare, non rispondo. Insiste piangendo, non rispondo... Continua a supplicare di lasciarla qui... «Augusto, lasciami vivere con te, io muoio lontano da te, lasciami qui, ti servirò come una schiava... ». Marcelino, poveretto, non sa più cosa fare. (Diario, 8 novembre 1987)

Finalmente Augusto riesce a rimandarla indietro con Marcelino, dopo molte discussioni, urli da una parte e dall'altra, maniere forti. Ma anche quando se ne sono andati, Augusto prova le pene dell'inferno al pensiero che forse tornano indietro, che forse Angela (che soffriva di svenimenti improvvisi rimanendo immobile per ore, come morta) potrebbe sentirsi male davvero, ecc. Ecco le riflessioni che seguono a questo «dono» di Dio nella sua vita (poiché prende tutto come dono).

Ho visto cos'è la pazzia. Lei si è sempre appoggiata a me e io le ho sempre dato ascolto, anche quando altri la rifiutavano e la dichiaravano pazza. Lei si è attaccata. Ogni tanto la stacco, cioè io me ne vado, ma dopo qualche tempo cominciano le lettere. Rispondo per educazione, ma senza molto affetto. Alle ultime, in Jequitibà, non ho neanche risposto per far perdere le tracce.
Ma nel suo cervello c'è l'idea fissa che io sono l'unico che la comprende. L'istinto materno le fa desiderare il matrimonio e i figli. L'essere io ritirato fuori dal mondo (che lei pure odia, io però non lo odio), le ha fatto balenare le condizioni ideali per raggiungermi e trovare la pace del cuore, dei sensi e dare il significato completo alla sua vita: io sono il suo Dio.
Con tali premesse, cosa si può concludere? Che lei continuerà a tornare, troverà sempre qualcuno che, pagato, la porterà qua. Cosa faccio, mio Dio? Come interpretare questo tuo dono? Non lo capisco, chino la testa. Prova? Tentazione? Penitenza? Paga dei miei peccati? Mistero. (Diario, 10 novembre 1987)

La santità è una pazzia, la più grande pazzia, un'idea fissa che porta fino ad una meta senza guardare nient'altro, senza vergogna della critica, dello sguardo della gente, senza fatica né riposi, col cuore pieno solo di una persona, sopportando tutte le penitenze, resistendo incredibilmente al freddo, al sonno, alla fame, alla paura. Signore, colle stesse parole dell' Angela mi rivolgo a te, ma la mia fede è ancora senza amore. Dammi un po' del tuo amore e io diventerò pazzo, correrò ad appiccare il fuoco del tuo amore in tutti i cuori, in tutte le contrade del mondo, senza mangiare né riposare né vergogna alcuna. A piedi scalzi, nudo se vuoi. Capisco S. Francesco e tutti gli altri. Avevano un'idea fissa, erano pazzi. Povera Angela! (Diario, 11 novembre 1987)

Signore, togli mi tutto, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi la pioggia, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi la frutta, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi la verdura, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi i pesci, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi i denti, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi la vista, ma dammi il tuo amore.
Toglimi le visite, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi la posta, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi la salute, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi la simpatia, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi le amicizie, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi il ricordo di tutti, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi il gusto di tutto, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi i libri, ma dammi il tuo amore.
Toglimi l'appetito, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi il sonno, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi la voglia di vivere, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi l'assistenza di tutti, ma dammi il tuo amore.
Toglimi tutti i progetti, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi tutte le speranze, ma dammi il tuo amore. 
Toglimi l'onore, ma dammi il tuo amore.
Toglimi il ben dell'intelletto e fammi pazzo d'amore per Te.

Gli alligatori si danno battaglia, gridano i più piccoli colla voce nasale e il dirì-dirì fa tremare la foresta quando dà il suo grido. lo mi sento solo, molto solo. Allora guardo a te e mi sento ancora felice. Non è la solitudine che mi pesa, non è il fatto che nessuno viene, il fatto che mi mancano lo zucchero e la farina. Ma il sospetto che neanche più pensino a me e si ricordino di me.
Il black-out della posta: ci sono lettere di cui aspetto la risposta da quasi un anno. Saranno arrivate? Avranno spedito le mie? O nessuno si interessa più e mi ingannano a più non posso.
Tu, Signore, sai lo spessore e il peso della mia solitudine e non ti posso mentire. Ma quando penso: allora èora di uscire? Mi si rizzano i capelli. Allora capisco che devo stare qua. Non sono ancora prete, non sei ancora tu che vivi in me, ci sono ancora molto io. Lo desidero come nessun'altra cosa, di lasciarti prendere possesso totale di me. Ma ce ne manca ancora! (Diario, 13 novembre 1987)

Stamattina ho fatto testamento e l'ho messo qui sul tavolo per quelli che incontreranno le mie ossa. Sento la precarietà della mia esistenza, mi sento fragile... Anche se ho paura di morire, fammi morire quando e come ti piace, anche adesso. (Diario, 24 novembre 1987)

Finalmente stasera sono arrivati i postini. Sono del Mocambo, uno è il Cicero. Quest'uomo straordinario ha voluto venire a farmi gli auguri di Natale. E così ha obbligato anche l'altro del Mocambo a venire. Almeno la posta me l'han portata e molte banane che forse non riuscirò neanche a mangiare tutte. Così stasera sono in compagnia e stanotte scriverò le risposte alle diverse lettere. Dicono che il cammino è pessimo e ci hanno messo due giorni. (Diario, 27 novembre 1987)

Il Natale del 1987 Augusto lo passa al Mocambo, predicando ritiri, celebrando Messe, visitando le famiglie. Ha mangiato poco perché non stava bene e si lamenta di aver pregato poco. Prima di Natale gli è capitato un fatto che poteva diventare grave. Andando a pescare, ha lanciato con forza un grosso amo, che si è ficcato in profondità nel braccio. Per liberarsene, ha dovuto usare il bisturi e tagliare la sua carne, senza anestesia, perdendo sangue. Due giorni dopo Natale, appena tornato a casa, il giaguaro gli mangia la gatta che aveva con sé e gli teneva la casa libera dai topi.

Povera Janoca, mi faceva così compagnia. Così ora sono solo con te, Signore. Le orme della bestiaccia (il giaguaro, n.d.r.) sono passate sotto la mia finestra aperta. (Diario, 27 dicembre 1987)