PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

1988: anno decisivo nella vita di padre Augusto Con due ragazzi si perde in foresta e rischia la morte - Il suo eremo è sempre più frequentato dai cercatori d'oro e di legname - Nota miglioramenti nella vita spirituale - «Come sono contento: ho preso la lebbra!)} - Una disgrazia grande: perde la canoa - Cercare Dio è come cercare i funghi - La santità è tutta e solo opera di Dio - Come sarà per me il Purgatorio - La confessione generale a Parintins - Suor Margarida rivela ad Augusto il volto sorridente di Dio - Passa gìorni e notti a studiare gli animali della foresta - Ritiro spirituale alle suore al Paratucù.

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

XV

RISALIRE IL PARATUCU FINO AL «LAGO RICCO»?

1988: anno decisivo nella vita di padre Augusto - Con due ragazzi si perde in foresta e rischia la morte - Il suo ere ma è sempre più frequentato dai cercatori d'oro e di legname - Nota miglioramenti nella vita spirituale - «Come sono contento: ho preso la lebbra!» - Una disgrazia grande: perde la canoa - Cercare Dio è come cercare i funghi - La santità è tutta e solo opera di Dio - Come sarà per me il Purgatorio - La confèssione generale a Parintins - Suor Margarida rivela ad Augusto il volto sorridente di Dio - Passa giorni e notti a studiare gli animali della foresta - Ritiro spirituale alle suore al Paratucù.

Il 1988 è l'anno decisivo dell'esperienza in foresta e dell'esistenza stessa di Augusto. Decisivo perché porta ad alcune svolte radicali nella sua vita: capisce che deve uscire dal romitaggio, seguendo le indicazioni del vescovo e dei superiori, e vuol tornare nel PIME perché sente l'esigenza di una vita di comunità con i confratelli; ma si prende una strana malattia che sembra la lebbra, chiara indicazione della salute che va declinando e del tempo breve che lo separa dalla morte. Nel 1988 padre Augusto raggiunge le espressioni più belle della sua «ricerca di Dio», degne dei grandi mistici e santi della Chiesa, anche se fuori da tutti gli schemi, difficili da capire: fino alla fine non si smentisce, «normale» non sarà mai, bisogna prenderlo così com'è. Le sue stranezze non gli impediscono però di essere quanto mai generoso nella vita spirituale e con il suo prossimo.
Il suo anelito di santità e di amore di Dio risulta sempre più autentico e radicale, in conseguenza delle purificazioni a
cui Dio l'ha sottoposto. Possiamo dire, usando il linguaggio e le distinzioni dei manuali di ascetica e mistica, che padre Augusto percorre la «via purgativa» (dei principianti: eliminare il peccato con la mortificazione, le buone opere e la preghiera), incomincia la «via illuminativa» (dei proficienti: sempre maggior conoscenza, imitazione e sequela di Cristo») e intravede la «via unitiva» (dei santi): con la quale «l'anima, purificata dalle colpe, fatta più docile e fortificata, pronta alle ispirazioni dello Spirito Santo, non aspira più che all'intima unione con Dio: lo cerca da per tutto, anche in mezzo alle più gravi occupazioni; si attacca a Lui e gode della sua presenza» (A. Tanquerey, «Compendio di Ascetica e Mistica », Desclée, Roma 1928, pago 393).
Naturalmente, queste tre vie non si possono separare con logica rigorosa, non sono tappe che si succedono nel tempo, ma si compenetrano fra loro e si percorrono assieme per tutta la vita. Ho voluto citarle per dare al lettore ignaro di teologia una visione, elementare ma esauriente, di com'è la via della santità, a cui tutti siamo chiamati e che Augusto ha ardentemente desiderato percorrere.
Nel febbraio 1988 va alcuni giorni al Mocambo, chiamatovi della gente (ha la consolazione di vedere il movimento familiare cristiano, a cui partecipano 500 famiglie, ben impiantato), ed ha una drammatica esperienza che lo porta a pochi passi dalla morte.

Ho avuto la presunzione di ritornare attraverso la foresta, a piedi, con due ragazzi. Mi sono perso. Abbiamo dormito nel mato con l'ansia di chi è perduto. Ieri mattina, sotto una pioggia torrenziale che non lasciava vedere il sole, fino a mezzogiorno abbiamo seguito delle acque sconosciute, ma senza mangiare da due giorni, solo andando, pieni di spini, tagliando il mato col machete, le mani aperte da ferite e scalzi, siamo arrivati ad un punto che non ce la facevamo più.
Io poi, più vecchio, ho pensato che dovevo lasciar andare i giovani perché almeno loro si salvassero. Il pensiero della morte mi ha preso totalmente. Per un'altra volta nella mia vita mi sono preparato a morire e ho sentito che è dolce aspettare la morte. Pensavo che era proprio il giorno buono, ricordavo i versi di Lorival Caymmi:

È doce morrer no mar, 
nas ondas verdes do mar.

Anch'io mi lasciavo cullare dall'idea di una dolce morte nella foresta. Ho detto ai ragazzi: «Andiamo avanti ancora un' ora, se non arriviamo in nessun posto conosciuto, aiutatemi a fare un riparo di foglie e un fuoco (fortunatamente avevamo ancora un fiammifero - 1 - sotto la pioggia), poi voi andate, cercate di salvarvi. lo rimango. Se arrivate a casa, tornate, portate mi qualcosa da mangiare. Se sarò ancora vivo... ».
Loro si sono fatti tristi. Ma dopo mezz'ora ho riconosciuto un ramo tagliato da me il mese scorso. Eravamo salvi. Ma la morte non è brutta. (Diario, 3 febbraio 1988)

A metà febbraio deve ancora tornare al Mocambo. Il Superiore generale è in visita e vuoI vederlo. Ci va mal volentieri e quando torna al Paratucù scrive:

Sono rientrato quasi distrutto. Era tanto il desiderio di ritornare, infatti è solo qua che mi pare di risuscitare: la pace ritorna. Mi pare che in questi giorni non ho avuto pace, almeno questa grande pace. Prima di tutto ti ho dimenticato, Signore. Tutte le preghiere sono cadute, la Messa poco partecipata, preso da altri pensieri. Solo la preghiera del tuo Nome ha resistito, perché ormai è parte della mia natura.
Ho mangiato a crepapelle, ho bevuto tanti refrigeranti, persino di nascosto, ho cercato la compagnia delle donne, infiniti dolci abbracci. Che cosa di più? È vero, per miracolo la castità è salva, ma il cuore è partito, qualcuno forse ne è stato scandalizzato. Ecco, confesso i miei peccati. Eppure sono stato sei mesi senza tradirti. Mi basta una piccola uscita nel mondo ed eccomi daccapo. Alla fine ero triste, il corpo pure stava male, ero quasi disperato. Mi aggrappavo al tuo santo Nome come ai chiodi sulla parete, per non cadere. E adesso? È tempo di riflettere...
Quando il mio superiore mi ha detto che ero protestante, «No, no, no)} ho risposto, mi sono ribellato. lo non sono protestante. Mai come ora amo il mio istituto, i miei padri, la mia Chiesa. Mi sento cattolico e del PIME fin nel profondo dell'anima. (Diario 25 febbraio 1988)

È un pensiero che torna spesso: mai come ora s'è sentito figlio della Chiesa e membro del PIME. Augusto sente avvicinarsi il momento in cui dovrà abbandonare il Paratucù: riconosce onestamente «non ho assolutamente la vocazione dell' eremita)} e vede diminuire la tranquillità del suo eremo, sempre più frequentato.

Sono un fallito della vita, un vinto, che ha paura della lotta, del mondo, un handicappato che non ce la fa a tenere il passo con gli altri, pertanto fugge. Un transfuga, un traditore, un codardo. Forse, anzi senza forse, sono tutto questo. Come un suicida che non ce la fa a morire. Ammiro moltissimo i miei compagni e tutti gli uomini, in fondo perché continuano a vivere e lottare. Forse sono un po' incoscienti o alcuni un po' superficiali, è vero. Ma la maggior parte è gente cosciente e seria.
Alla fine, l'unico punto che mi sostiene è la preghiera, che anche se gridata nel deserto non manca mai. Spero che tu, mio Signore, un giorno mi risponderai. Forse uscirò, ma non lo so quando. Il Superiore vuole che segni il periodo, ma il padrone del mio tempo non sono io. E neanche lui. Sei tu, mio assente Signore. (Diario, 2 marzo 1988)

Ormai la mia quiete se ne va. Sono appena arrivati altri due, stanno dormendo nella mia capanna. Ho dato loro da mangiare bene, abbiamo chiacchierato molto. Sono due cercatori d'oro: così quest'anno, fra tagliatori di legname, castagneri (raccolgono le «castagne del Parà», n.d.r.), cacciatori e adesso anche cercatori d'oro, il mio porto è frequentatissimo. Per loro è un punto d'appoggio sapere che qui c'è qualcuno che accoglie, e poi è un punto di curiosità, sapere che qui abita una persona sola, ed è anche un riferimento di fede sapere che qui c'è un padre. Infatti, questi due mi hanno detto che vogliono passare anche loro .la Settimana Santa con me.
Dal fiume deserto che era... lo, in principio, ne ero infastidito, ma ora comincio a vederci una volontà precisa e interessante di Dio. E mi sento stimolato. (Diario, 11 marzo 1988)

Augusto nota in sé alcuni miglioramenti.

Non mi riconosco più per quell'avaro che ero. Quando vedevo che arrivava qualcuno cominciavo a reclamare con me stesso perché mi avrebbero saccheggiato il mangiare (zucchero, caffé, ecc.) o la frutta... Davo a malincuore. Da un certo tempo in qua, diciamo nell'88, mi meraviglio di me stesso. Non faccio più fatica a dare, do il meglio che ho, non sono più triste, anzi sono contento. 
Un'altra cosa interessante è il cambiamento avvenuto riguardo alle visite... Desideravo avere visite importanti, anche se non lo dicevo neanche a me. Invece adesso, quando mi arrivano lettere o annunci di visite (intercontinentali) non mi fa né caldo né freddo... (Diario, 12 marzo 1988)

Il marzo 1988 è un periodo di grandi dubbi, tentazioni e insicurezze. È preoccupato soprattutto perché gli ha scritto dall'Italia una ragazza che verrà a trovarlo e dice che vorrà stare un po' con lui: l'aveva conosciuto ad una sua conferenza nelle ultime vacanze in patria e Augusto si sente incuriosito e attratto. Però teme di cadere in tentazione (poi la ragazza non viene). Ha dubbi sulla preghiera, sull'amore di Dio, sulla sua identità sacerdotale.
Ad aprile le cose sembrano andare meglio. Scrive che sono giorni di pace, riesce a pregare con più attenzione e fervore: ha chiesto alla Madonna la grazia di pregare bene ed è stato esaudito. Il suo più grande desiderio è l'Eucarestia. «Signore, se non vuoi che arrivi al sacerdozio, fammi arrivare almeno all'Eucarestia! Come mi piacerebbe inginocchiarmi davanti al Tabernacolo, come mi inginocchio davanti al tuo Santo Volto!» (Diario, 22 aprile 1987). Intanto prega con passione, specie nell'adorazione notturna, e ringrazia il Signore «che mi ha liberato (dal Venerdì Santo!) da tutte le tentazioni ».
Alla fine di aprile, ecco la grande novità: la lebbra!

Ah, mio Signore, se fosse vero! Scriverei questo giorno come il più bello della mia vita! Ho nutrito segretamente questa speranza da più di un anno, da quando la mia gamba ha cominciato a diventare insensibile. Ma ho sempre cacciato via il pensiero per non crearmi illusioni. Da qualche mese in qua la cosa è andata aggravandosi e di notte talvolta non riuscivo a dormire per delle stilettate al piede. Finalmente l'altro giorno sono apparse le ferite. Solo a un dito, il medio. Ho pensato che fosse uno spina o un taglio o una pulce penetrante. Siccome vado sempre a piedi nudi, spesso ho qualche ferita ai piedi.
Ma stamattina mi sono svegliato con la ferita sanguinante e dall'apparenza molto singolare. Allora ho lasciato sfuggire il grido da tanto tempo soffocato: lebbra! Non so neanche descrivere la gioia, la felicità, la gratitudine che ha invaso subito il mio cuore. Ho guardato il mio Gesù morto e sono scoppiato a piangere di felicità come non mi era mai capitato nella mia vita. Sono corso fuori alla croce dell' altare e ho detto le mie preghiere del mattino: «Vi adoro, mio Dio, e vi amo come so e posso, vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano e fatto lebbroso... ».
Sono ancora triste perché mi pare non sia vero, non riesco a credere che il Signore sia stato così buono da avermi scelto. È l'avverarsi di un miracolo, niente lo faceva presupporre, la mia salute di ferro, il mio regime naturale al massimo: sole, aria, acqua, mangiare sanissimo, forza di lavoro, resistenza alle prove sia fisiche che psicologiche. Non mi sembra vero che il Signore abbia scelto proprio me, mi abbia messo in mano contro ogni progetto e ogni mia speranza, la soluzione della mia vita. lo sono pazzo di gioia se ci penso, ma poi cado in un baratro di tristezza se penso che non sarà vero niente...
Dopo aver preso il caffé con più zucchero per fare un po' di festa, sono andato a tirar fuori i miei libri di medicina per vedere i sintomi. Ho preso lo specchio e realmente ho constatato che sono cadute le sopracciglia. Ma le orecchie sono normalissime... il piede destro è però del tutto insensibile, ferito e con cordoni rigidi e salienti. Quello sinistro incomincia a insensibilizzarsi. Ecco tutto. (Diario, 24 aprile 1988)

Augusto vorrebbe correre a Parintins per fare gli esami clinici, ma rimanda: fra tre mesi deve andarci e vedrà. Il 5 maggio scrive ancora sul Diario che si tratta d'un falso allarme. Il dito lebbroso è tornato più bello degli altri. Si lamenta col Signore perché l'ha preso in giro. Ma a fine maggio le ferite al piede si riaprono. Inoltre perde la canoa.

Oggi la situazione è grave. Stamattina scendo al fiume e non c'è più la canoa. Sono morto. Sono tentato di buttarmi in acqua, ma la canoa deve essere ben lontana, dopo una notte intera di discesa nella corrente. E adesso? Sono completamente isolato, succedesse qualcosa non posso neanche muovermi di qua. Senza contare che non potrò più pescare. La prima reazione è stata di disperazione, ma solo un istante. Poi è arrivato subito, come al solito dopo ogni disgrazia, il «Grazie, Signore ».
A mezzogiorno il camaleonte mi ha rimangiato tutte le piantine nuove che avevo ripiantato, dopo l'ultimo disastro l'altra settimana. Grazie Signore, ma ora che non ho più neanche le sementi e !'inverno finisce, come la mettiamo?
Inoltre, il mio piede ha riaperto le ferite e non riesco più a curarle. Grazie, Signore, ma se qualcuno non mi viene in aiuto, la cosa si fa seria. È vero che ci sei tu e questo mi basta per vivere e per morire. (Diario, 28 maggio 1988)

La canoa viene ritrovata da alcuni cerca tori d'oro molto lontano dal Paratucù, con tutti gli oggetti e gli arnesi da pesca di Augusto. Glie la riportano all'inizio di giugno. Augusto è contentissimo. Riprende la speranza di sopravvivere (senza pesca quotidiana dovrebbe mangiare solo un po' di frutta e verdura) e con essa anche le riflessioni spirituali, frutto delle preghiere e meditazioni.

La storia di cercare Dio e trovarlo o non trovarlo, come dice Pasca!, è questione di cuore. L'intelligenza non lo trova. È troppo nascosto. n cuore deve appassionarsi nella ricerca, se no non trova niente. È come quando cercavo i funghi: io li trovavo perché li cercavo con passione. Ma quando veniva qualcuno con me, non perché non avesse occhi, ma perché cercava solo un po' e poi si stancava, cercava svogliatamente, aveva premura di tornare a casa per fare altre cose... insomma non aveva il cuore inclinato a quello. Cercare Dio è come cercare funghi. (Diario, 4 giugno 1988)

Non so se tu, Signore, mi stai preparando al sacerdozio o alla morte. Non è che io non voglia essere sacerdote, lo voglio con tutto il cuore, ma non me ne sento capace; per esserlo come lo sono stato, anche nei miei momenti migliori, non ne vale la pena. È vero che uno non è mai pronto per esserlo degnamente, ma quando tu ne supplisci i difetti, tutto bene. In me, invece, non supplisci. lo sento che se esco di qua tornerò indietro, mai andrò più avanti di così.
Quindi non sono io che non voglio, sei tu che non vuoi, perché non sento che tu mi stia dando quella sapienza e santità necessarie per esserlo. Mi sento un
nulla così stupido, che non sarebbe se non presunzione voler essere sacerdote. Se dunque tu lo vuoi, preparami, fammi sentire la forza, dammi la saggezza e le virtù che finora non mi hai dato. Se no è proprio segno che tu, non io, non mi vuoi più sacerdote. (Diario, 9 giugno 1988)

Signore, la mia pianticella di pimenta (pepe) quante volte l'ho rialzata. Quante volte la gallina l'ha strappata, i grilli l'hanno tagliata, l'arsura l'ha appassita, le formiche l'hanno pelata, io stesso l'ho schiacciata inavvertitamente, persino un cane le ha pisciato addosso facendola morire... era tanto piccola. Ma ogni volta l'ho ripiantata, annaffiata, concimata, difesa con dei paletti... ed ora è lì che è una meraviglia, alta, piena di frutti rossi... la mia pimenteira!
Signore, la mia povera, piccola e indegna anima. Quante volte una stupida creatura l'ha beccata, tagliata, prostrata, lasciata distrutta al suolo, sporcata, deturpata, senza speranza... Sei tu il giardiniere, sei tu che ancora speri, sei tu che hai iniziato questo lavoro di ricupero, lo sento...
Mio Signore, mio sole, mia pioggia, mia terra feconda, mia primavera, la tua pianticella per un miracolo del tuo attento amore è ancora viva. Non ha ancora messo nessun bocciolo, nessun fiore, neanche si parla di frutti... ma è viva, qualche fogliolina verde la si vede sul vecchio tronco quasi marcio.
Signore, mia guida, mio agricoltore, mia speranza, mia forza, mio tutto... Non lasciare che da questo punto la pianticella regredisca ancora, non permettere che
una stupida gallina la distrugga ancora, che qualche tempesta del mondo la prostri definitivamente... Signore, porta avanti tu quello che hai cominciato, perché io, povera pianta cieca, non vedo niente, non conosco il mio destino e se vedi il pericolo che si avvicina, non lasciare che altri mi distruggano, cogli tu la tua piantina, tu solo ne hai il diritto, perché sei il mio padrone e Signore...
Signore, fammi morire prima di commettere un grave peccato, te ne supplico con tutte le mie forze, tutte le mie lacrime. Non ridere delle mie lacrime, lo so che sono molto artificiali, molto coccodrille, ma sono le uniche che ho, non sono ancora purificate, tutto in me è ancora molto impuro e sporco... ma non m'importa molto, dacché sento che tu sei all'opera dentro di me, mio Signore, mia risposta, mia compagnia unica qui in questo mondo vuoto, dove non ho più nessun amico, il vuoto si sta facendo sempre più vuoto, eppure sento che qualcosa sta riempiendo adagio adagio il mio cuore. Per ora mi pare che sia solo qualcosa, ma la mia speranza è che sia Qualcuno, che sia tu e un giorno lo saprò, non ci sarà più nessun timore che mi trattenga dal grande abbraccio. (Diario, 13 giugno 1988)

A metà giugno la gamba peggiora, si gonfia, porta ad Augusto una febbre altissima: gli antibiotici la abbassano, ma rimane questo male misterioso che comincia a preoccuparlo seriamente. Chiede al Signore la grazia di resistere fino a quando arrivino aiuti e intanto continua nelle sue riflessioni spirituali. Ringrazia il Signore di condurlo dove vuole lui, mentre si prepara alla confessione generale della sua vita (<< anche se l'ho già fatta altre volte»). Augusto piange i suoi peccati, il tempo perduto.

Per me il Purgatorio sarà così: all'incontro con Dio scoppieremo in pianto, perché in lui vedremo tutta la realtà della nostra vita. Un pianto degli occhi e del cuore. Dio ci lascerà fare, non interverrà. Noi stessi capiremo quando avremo pianto abbastanza e sarà giustamente la durata del nostro Purgatorio. Se non ci saràpiù la categoria del tempo, sarà lo stesso: nel vedere la nostra vita, un dolore, uno spavento proporzionali trapasseranno il nostro cuore, in un attimo saremo purificati con una intensità maggiore o minore di dolore. Poi, subito, ci sarà il grande abbraccio. (Diario, 3 luglio 1988)

Ripenso alla mia vita. Quando sono venuto qua, lui mi ha lasciato fare. Nel subconscio probabilmente c'erano pensieri di gloria, di avventura, di libertà e di stare benone (pochi giorni prima aveva scritto che pensava di costruirsi un suo «Paradiso terrestre in foresta», n.d.r.). Avevo calcolato male, cioè i conti senza l'oste. Se non ci fosse stato l'oste forse l'avrei azzeccata, ma sarebbe stata un'altra stupida avventura e nulla più.
Qui invece, adagio adagio, le idee sono cambiate, in seguito a circostanze che non avevo previsto: le umili circostanze hanno cominciato ad essere per me la voce di Dio. Era ora che capissi, a sessant'anni! Così ho visto che la gloria non veniva: nessuno si interessava di me... Neanche i caboclos pare siano molto interessati e commossi del mio star qua, perché vengono raramente, in fretta, mi portano poco e quando vado fuori non mi fanno particolare accoglienza. Per loro è normale, non hanno capito nessun messaggio, se ce n'era qualcuno che io volevo lanciare. Le lettere si sono fatte sempre più rare, solo i parenti e qualche vero amico. (Diario, 19 giugno 1988)

Augusto continua nella sua lunga riflessione, ripercorre le tappe della sua vita passata, scorgendo in ogni svolta la mano di Dio che lo conduce, nonostante le sue intenzioni poco autentiche, verso la meta dell'incontro con lui. All'inizio di luglio, con un ragazzo che è venuto a trovarlo fa nove ore di cammino e va alla colonia S. José, per segnare bene la strada che porti la gente al Paratucù e permettere anche a lui di uscire per via terra. Torna con altre nove ore di cammino e subito riprende il dolore e il gonfiore alla gamba.

Stamattina ho preso un bel pesce e avevo una voglia di mangiarlo. Ma una gran voglia. Già era mezzogiorno e il pesce sul fuoco, quasi pronto. Alcune voci. C'è gente in giro. Una canoa accosta al porto. Sono due cacciatori che hanno impiegato cinque giorni per arrivare fin quassù. Un colpo al cuore: volevo nascondere il mio pesce. Perbacco, perché non sono arrivati un po' prima, non l'avrei neanche cucinato. O un po' dopo averlo mangiato. No, proprio adesso e sembrano affamati. Come fare? Non c'è via di scampo. Li invito a mangiare il pesce. Non se lo fanno ripetere. Poi se ne vanno.
Ecco, Signore, con chi ti sei imbarcato. Con un tipo come me, cosa puoi ottenere? Più degli altri peccati, mi è umiliante (soprattutto in questi tempi) la mia avarizia. Ci può essere un cuore più meschino del mio? Che diversità dal cuore caboclo, che ti offre con vero cuore ilare quel che ha, non lo nasconde, lo divide. lo, in tanti anni di Amazonas, non ho ancora imparato questo. Il mio morale è a terra, vorrei vergognarmi, pentirmi, piangere, vincermi, non ci riuscirò mai. Tirchio! (Diario, 7 luglio 1988)

Oggi mi hai dato un altro bel pesce uguale a quello di ieri. Solo che quello di ieri era tre volte più grande. Infatti dovevamo mangiarlo in tre. (Diario, 8 luglio 1988)

All'inizio del luglio 1988 padre Augusto va a Parintins, dove fa la sua confessione generale. È contento, anche se si sente come svuotato, privo di energia. È crollata la tensione che aveva prima della confessione, sa che Dio l'ha perdonato di tutto. Non solo, ma a sua volta ha anche confessato molta gente, mettendo ci «tutto il cuore e il tempo necessari: volevo che la gente sentisse il perdono di Dio e la sua presenza. Più di una volta ho pianto, con grande meraviglia dei penitenti ».
Quanto alla sua malattia, potrebbe anche essere lebbra, ma più probabilmente è pellagra. È deluso: «Dalla nobile lebbra, giù giù fino all'ignobile pellagra, la malattia dei barboni, dovuta ad alimentazione insufficiente« (Diario, 20 luglio 1988). Come al solito quando torna nel mondo civile, mangia a più non posso: in due o tre giorni aumenta di cinque chili, che perde appena è di nuovo nel suo eremo.
Nell'estate 1988 viene continuamente gente dalle parti del Paratucù. Un giorno arriva una barca

con gente mai vista e mi hanno fatto domande sulla terra, le distanze, le difficoltà. Vogliono aprire una strada per camions proprio partendo da qua, seguendo il mio sentiero, fino là fuori sull'Amazonas, per trasportare tronchi di legname pregiato. Mi sono fatto triste, loro hanno capito, se ne sono andati, ma certo non abbandoneranno il loro progetto: hanno i soldi, le macchine, la protezione del governo. La grande tentazione è di lasciar qui tutto e risalire alla ricerca del lago ricco, molti giorni più in su (Diario, 4 agosto 1988)

Inaspettatamente sono arrivati attraverso la mia strada nuova della foresta 8 uomini che vogliono fare 3 giorni di ritiro spirituale. Sono tutti miei amici di una comunità. Mi prendono di sorpresa e sento tutto il vuoto mio, il vuoto di sapienza, per cui, mio Dio, aiutami tu, io non ho preparato niente, quello che dirò potrebbe essere un monte di sciocchezze, se tu non ti metterai nel mio cuore e nelle mie labbra. Conto su di te (Diario, 5 agosto 1988)

I visitatori si moltiplicano, in genere sono cacciatori perché dicono che a Nhamundà si fa la fame. Ogni giorno, all'ora di pranzo, arriva qualcuno a dividere con lui il poco che ha messo in pentola e questo gli piace sempre meno. Arrivano, si siedono e mangiano, senza nemmeno chiedergli il permesso. Si sente circondato da tutte le parti e si chiede che cosa il Signore vuol dirgli con questa nuova situazione. Deve realmente fuggire dal mondo e risalire il fiume fino alle sue sorgenti, per stabilirsi in quel luogo mitico che egli chiama «lago ricco»? Ma non si sente abbastanza santo per un gesto del genere. O forse Dio vuol indicargli il ritorno alla vita normale di parrocchia? Ma è impreparato, sta aspettando che qualcuno là fuori lo chiami... Però quando lo invitano ad uscire per tenere un ritiro ai giovani, risponde di no, i giovani possono venire qui da lui, ora che c'è un sentiero sicuro. Il ritiro è duro, c'è da fare digiuno e dormir male, ma èla condizione ideale per la vita spirituale. Vengono da lui prima 17 ragazzi per due giorni di ritiro spirituale («mi sono inebriato dell'innocenza delle loro anime, piene di peccati ma non di malizia«); poi venti ragazze, «quasi tutte tipi interessanti, alcune anche in stato interessante... Grazie, Signore, per avermi liberato dalle mie paure di fronte a loro e di avermi mantenuto in equilibrio».

Dio vuole che vada dai miei fratelli? La voce si fa più chiara. Andrò a mani vuote, a testa vuota, a cuore vuoto, ma forse un giorno andrò. Più che la stanchezza, la noia, la paura, la malattia, la vecchiaia, chi mi spingerà fuori di qua sarà quel prossimo scomodo e invadente che vorrei amare, come vorrei amare Dio, ma che non amo ancora, come ancora non amo Dio. (Diario, 18 agosto 1988)

Nel secondo anniversario di inizio del suo eremo, Augusto è ancora tormentato da dubbi di fede e di incertezza sul suo futuro. Dio gli manda una suora che forse è la persona adatta a 'dargli un po' di luce e di serenità,

Signore, tu mi hai inviato un angelo, una persona che aspettavo da tempo: suor Margarida. Questi 3 giorni passati insieme saranno marcati a fuoco dentro di me. Stamattina se ne sono tornati, erano in 10 ad accompagnarla, tutti miei amici caboclos. Oggi finalmente le lacrime hanno inondato la mia casa: quanto tempo che non piangevo!
Preferisco non commentare nulla, per ora. Lascio a te, Signore, di sviluppare il tuo disegno e i semi che questa creatura purissima mi ha portato. Ma già da ora sento che la mia vita cambierà. Ridimmi tu quello che lei mi ha detto, perché io abbia la certezza di non ingannarmi, perché io non segua le idee di una donna, anche se eccezionale (anzi, appunto per questo più pericolosa), ma Te, solo Te, mio Signore. Grazie. (Diario, 7 settembre 1988)

Perdura ancora l'enorme impressione che mi ha lasciato l'incontro con Irma (sorella) Margarida. L'incontro tra la mia anima tenebrosa e la sua anima piena di luce. Mi ha sentito, è scesa in fondo al mio abisso, mi ha teso la mano e mi ha detto delle cose che mi sembra di aver udito per la prima volta. Non ha avuto paura del demonio che ha visto in me, anzi non l'ha visto e mi ha detto che non sono un cane, ma sono ancora l'immagine del Figlio di Dio.
Mi ha detto che il Signore ha assunto su di sé tutti i miei peccati, anche quelli di oggi e di domani, quindi io ne sono libero: se non credo in questo, mai sentirò la libertà e la salvezza di Gesù. I protestanti dicono la stessa cosa, ma lei me l'ha detto da cattolica e da religiosa convintissima della sua fede e della sua vocazione. Non
ha avuto paura di me, che felicità! Mi ha rivelato la novità del tuo volto, Signore, quello che io stentavo a vedere, il tuo volto non accigliato o triste, ma illuminato d'amore. Come mai non l'avevo visto prima? Era necessario che una piccola donna me lo dicesse?
Un'altra cosa che ho capito è che Tu, Signore, mi prometti il tuo amore, il tuo perdono, la salvezza, ma non affatto l'impeccabilità. Era un grosso cruccio per me vedermi sempre prostrato da nuovi peccati, con una
debolezza endemica, ma lei mi ha detto che anche i santi, S. Paolo, nella debolezza sua si sentiva forte e che i peccati non interessano perché appunto li ha assunti tutti il Signore Gesù... Forse uno dei motivi per cui sono qui al Paratucù era proprio questo, fare una vita senza peccati, per potermi salvare. Come se la mia impeccabilità fosse la causa della mia salvezza.
Grazie, Margarida, per avermi portato questi messaggi. Se sei un angelo di Dio, sii benvenuta nella mia vita. Se invece sei l'ennesimo inganno, vestito di luce, il Signore ti allontani da me. Mi hai detto che il tempo della mia paura è terminato, che è ora di uscire, perché la gente mi chiama. Ma io non mi muoverò di qua, finché non avrò la certezza che la tua voce è l'eco fedele di quella del mio Signore. Signore, che io mi afferri al messaggio e non al messaggero, perché quello è importante e questi solo di passaggio e il suo lavoro finisce con la consegna del messaggio. Ma io ti prego anche per questo messaggero, perché sia sempre fedele a te e alla sua missione. (Diario, 9 settembre 1988)

Nel Diario, le riflessioni spirituali sono mescolate con lunghe pagine di racconti della vita secondo natura che Augusto conduce al Paratucù. Il Diario, resoconto di un cammino difficile ma pieno di amore verso Dio, è anche lo specchio di un'anima contemplativa innamorata degli animali, degli alberi, del fiume.

Spesso vado in foresta, così, solo per vedere qualche piccolo animale, magari anche il giaguaro (pochi giorni prima aveva scritto: « Vivo nel mato (foresta) e non sono mai riuscito a vedere un giaguaro. Mi sento come KepIero, che è morto col rincrescimento di non aver mai visto Mercurio », Diario, lO agosto 1988). Ieri un piccolo gruppo di 8 jacamin mi ha circondato, io fermo come una pianta e loro a gridare per molto tempo. La mia mentalità di cacciatore è rispuntata: ah, se avessi un fucile, che buon pranzo! Eppure mi è piaciuto non avere il fucile.
Anche qui in casa ormai so dove sono tutti i buchi delle diverse formiche o lagarte (lucertole) o scarafaggi e li vedo giocare fra loro.
C'è un jacuraru che mi visita tutti i giorni e io lo lascio fare, mentre il camaleonte lo sa che lo scaccio e allora non si avvicina molto. Ho visto venir grande una
piccola cutìa che tutti i giorni entra nel roçado. Però se riesco a dare una fucilata alla capivara ne godrei, non per ammazzarla, ma per farla spaventare. Il ticuan e due pavoni mi aiutano a prendere i saltamarini, così pure due bem-te-vi. Ho poi trovato sulla riva del fiume un bem-te-vi di quelli che cantano, la razza più bella. Ma è solo, non vedo il suo compagno. E allora non canta. È da molto che tento di fargli imparare il suo canto, ma finora senza risultato. È l'unico canto che manca nel mio concerto. (Diario 24 ottobre 1988)

Oggi sono andato in foresta, senza neppure il coltello. Ho visto diversi animali che mi hanno lasciato avvicinare. Ad un certo punto ho visto un porco saltare, ma non si è allontanato molto. Allora mi sono messo anch'io sulle quattro zampe e mi sono avvicinato a carponi. L'ho osservato bene, era piccolo, maschio, ogni tanto alzava il muso e mi guardava e intanto mangiava, andava e io dietro. Mi ha portato in mezzo al branco (erano 4) che mi ha accettato per diversi minuti, finché la femmina grossa se n'è andata portando via tutti trotterellando.
Ogni tanto devo ammazzare qualcosa per mangiare (pesce) o per difesa. Per esempio, se riesco a prendere il vampiro non lo risparmio: anche stanotte non mi ha quasi lasciato dormire, tenta di posarsi sulla mia faccia e se sto dormendo non lo sento affatto.
Ma ho capito che quando si tratta con gli animali
non si devono mai fare soffrire: ucciderli di un colpo. Loro soffrono niente, sono nati per quello, cioè dopo aver fatto il loro servizio. Tanto, morire devono morire, per la legge della giungla sono quasi tutti condannati a fare una fine molto più atroce di quella che diamo loro noi uomini. In questo non sono d'accordo con i «Verdi». (Diario, 28 ottobre 1988)

A queste note naturalistiche segue un lungo elenco di animali che Augusto sa riconoscere dall'aspetto e dal verso che fanno, e che ha studiato dal vivo. È strabiliante leggere questo interminabile elenco e pensare che il nostro missionario eremita passava i giorni e le notti nello studio di queste presenze vive in foresta. Il suo non è credito millantato, come ha già testimoniato il suo confratello padre Pietro Vignola (vedi Cap. V). I nomi di animali citati sono più d'un centinaio. Ecco come inizia 1'elenco:

Animali di notte:
1) Rospi: perereca, boé, cutaca, cururù, cononarù,
osgas, rà, tamandari.
2) Uccelli: curujiula, curujào, morcegos, socò, onça,
acurau, joào corta pào, arapapà, tananà.
3) Animali: mucurò, capivara, veado, anta, paca,
onça pintada, puma, maracajà.

L'elenco poi continua con i nomi degli animali di giorno, interminabile. (Diario, 29 ottobre 1988)

Sto scrivendo alla fine del giorno del compleanno, giorno stupendo sotto tutti gli aspetti. Sapevo che sarebbe arrivato qualcuno di importante, ma non speravo così tanto. Pensavo al mio padre Armando (Rizza): volevo anche confessarmi e celebrare con lui. Mi sono alzato presto e ho cominciato a preparare il cuore. Sapevo che sarebbero arrivati degli amici, perciò volevo offrir loro qualcosa di buono da mangiare. Così ho passato quasi tutta la mattinata pescando, cercando di prendere un bel pescione.
A mano a mano che le ore passavano, la mia felicità aumentava. Pregavo e lavoravo: ho preparato bene il mio roçado, per mostrare agli amici un lavoro ben fatto, ho piantato la canna (da zucchero), le zucche e le angurie. Poi ho cominciato a preparare la casa, scopare tutto il cortile, la piazzetta della Madonna e perfino il viale che conduce al porto: è ancora fiancheggiato dagli ultimi bellissimi gigli, per ricevere degnamente gli amici. Ho infine preparato la cappella per la Messa. E, avvicinandosi la sera, la felicità aumentava.
Quando sono scese le tenebre e mi san reso conto che nessuno, proprio nessuno, pensava a me, il mio cuore era ormai pieno, pieno, pieno di felicità: avevo fatto tutto quel lavoro solo per te, o Signore, e tu sei arrivato. (Diario, 5 novembre 1988)

A metà novembre si reca un giorno a Parintins: due giorni di viaggio di andata e due di ritorno (evidentemente in canoa a remo e non in barca a motore!), un giorno in città. È contento perché vede i padri, gli amici e anche la suor Margarida (« È stato un bell'incontro, mi ha dato forza e anche qualche idea, io a lei proprio niente. Verrà in dicembre a fare un ritiro con due suorine novizie»). Si è confessato dal padre Armando. Ma torna al Paratucù ancora depresso per aver dimenticato il Signore.

Il mio grande peccato di questi giorni è di averti quasi dimenticato. Che fatica pregarti! Che fatica ripetere anche solo la preghiera del nome, e nessuna adorazione, né di giorno né di notte! Meno male che sono qui ora, a risentirti... Com'è bello, non cambierei mai questo nostro nido con nessuna cosa al mondo.
In Parintins mi ha commosso il caso dell'Armando Amapola. lo tento ancora una volta di ripetere quello che ho già detto altre volte: offrirti la mia vita invece della sua. Lui ha una bella famiglia ed è giovane, io sono vecchio e non ho nessuno. (Diario, 24 novembre 1988)

Pochi giorni prima di Natale, Augusto una notte non sta bene. Non ha digerito. Alle tre di notte compaiono davanti alla sua capanna due uomini che estraggono il legname pregiato più basso sul fiume. Gli chiedono consigli per usare il suo sentiero e uscire in direzione del Mocambo. Augusto dà loro le indicazioni necessarie, ma si raccomanda di non dir niente a nessuno: il suo malore è passeggero, in poche ore sarà passato. I due invece, arrivati in giornata al Mocambo, chissà cosa raccontano ai suoi amici caboclos, i quali si mettono subito in cammino, pensando che Augusto sia moribondo, mentre lui nel frattempo è guarito.

Una dozzina di uomini si mettono in viaggio, per tutta la notte, uccidendo cobra velenosi e riempiendosi di spini, ferendosi, affamati, finché alle tre e mezzo (di notte, n.d.r.) io, che sono come sempre già sveglio a quell'ora, vedo una lanterna che si accosta alla mia finestra, mi alzo e sotto la luna vedo una turma (squadra) di uomini. Ho capito tutto al volo e sono rimasto confuso e vergognoso. Ma l' « amicizia è grande)} mi rispondono e loro sembrano felici di vedermi vivo. lo però rimango triste. Offro loro 4 ananas grossi e intanto che dormono per terra preparo loro da mangiare, perché all'alba vogliono tornare con me, dicono, perché là fuori tutte le donne sono in ansia.
Non posso disobbedire. Andiamo via verso le 7,30, rifocillati ma stanchi loro e triste io. Arriviamo fuori e davvero tutto il gruppo delle donne mi riceve piangendo di allegria. Tutto questo affetto, invece di consolarmi, mi intristisce ancora di più. Verso le 16,30 un motoscafo veloce fa la sua apparizione sul lago: è il padre Armando (Rizza) con amici di Parintins che, ricevuta una telefonata da chissà chi (tra Parintins e il Mocambo c'è
il telefono via radio, n.d.r.), sono partiti di corsa per prelevarmi. lo vorrei sprofondarmi, sparire, ma devo affrontare la realtà. Sono molto triste, mi rifugio nella compagnia del mio Signore. Il motoscafo ha fatto dietro front in cinque minuti ed è sparito, portandosi via il padre Armando perplesso.
Stasera sono triste, vorrei chiedere perdono a tutti, ma in coscienza sento di non avere nessuna colpa. Ho saputo che è morto il mio amico Armando (Amapola): non hai accettato la mia vita, hai preferito lui. Sia fatta la tua misteriosa e santa volontà. (Diario, 22 dicembre 1988)

Padre Augusto si ferma al Mocambo per le feste di Natale, ma poi va subito indietro al Paratucù, perché il 27 dicembre arrivano da Parintins le suore per il ritiro spirituale con lui. È contento del lavoro fatto a Natale:

Ho cercato di comunicare il fuoco che arde nel mio cuore... Però non mi riesce più di fare una Messa, un battesimo, un matrimonio, senza piangere. Ho vergogna, sembro un vecchio rimbambito, ma non so più assoggettarmi alla routine. Come è possibile non commuoversi quando si battezza un bambino?... Martina sta aspettando il suo quarto figlio. Che felicità, si può dire che il suo matrimonio è salvo. (Diario, 26 dicembre 1988)

L'anno 1988 finisce col ritiro alle suore che sono venute da Parintins fino al Paratucù per sentirlo.

È sabato, ancora non è spuntato il giorno, le donne dormono, io scrivo l'ultima pagina di questo diario, poi loro lo porteranno al padre Armando che lo spedirà in Italia... Il ritiro, a guardare gli occhi felici delle aspiranti, pare sia andato bene. Per me forse meno. Le donne mi rimescolano sempre il cuore e non riesco a vedere Te in loro. Eppure sarebbe così bello, perché la loro anima è bella!
Accetta, o Signore, tutto quello che c'è qui dentro e purificalo, raddrizzalo, brucialo. E grazie per questo anno felice che mi hai dato. E parla, sacripante! (Diario, 31 dicembre 1988)