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Dio viene sul fiume AUGUSTO GIANOLA |
EMI 1994
Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore
I. Il missionario che cercava Dio
II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado
III. Una Chiesa meno clericale e più popolare
IV. Fondatore di comunità a Parintins
V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»
VI. La natura manifesta il volto di Dio
VII. La foresta è il mio purgatorio
VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù
IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?
X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà
XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »
XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà
XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne
XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»
XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?
XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro
Augusto offre la sua vita per un padre di 11 figli ammalato di cancro - L'obbedienza è un atto di amore a Gesù Cristo - «Chi mi libererà dal dio Augusto?» - Incontrare Dio attraverso l'amore al prossimo - La santità come sfida suprema della vita - Sviene in foresta e arriva al Paratucù mezzo morto - Il fiume è pieno di gasolio, i coccodrilli non si vedono più - «Preferisco i rimedi dei cabocli alle medicine moderne» - La toccante storia di Rosangela, sposa tradita che s'attacca a lui - La visita del fratello Alberto - Il 3 settembre 1989 il vescovo di Parintins presenta Augusto alla comunità del Mocambo - È morto di cancro ma ha avuto la lebbra.
XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio
Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola
XVI
GUARITO DALLA LEBBRA MUORE DI CANCRO
Augusto offre la sua vita per un padre di 11 figli ammalato di cancro - L'obbedienza è un atto di amore a Gesù Cristo - « Chi mi libererà dal dio Augusto?» - Incontrare Dio attraverso l'amore al prossimo - La santità come sfida suprema della vita - Sviene in foresta e arriva al Paratucù mezzo morto - Il fiume è pieno di gasolio, i coccodrilli non si vedono più - « Preferisco i rimedi dei cabocli alle medicine moderne» - La toccante storia di Rosangela, sposa tradita che s'attacca a lui - La visita del fratello Alberto - Il 3 settembre 1989 il vescovo di Parintins presenta Augusto alla comunità del Mocambo - È morto di cancro ma ha avuto la lebbra.
All'inizio del 1989 Padre Augusto richiama spesso i motivi che
lo spingono ad uscire dall'isolamento del Paratucù ed a tornare alla vita
missionaria attiva. I motivi sono:
1) il sentiero che lui stesso ha tracciato nella foresta
rende abbastanza facile raggiungere il Paratucù via terra; troppi visitatori
(almeno la metà dei quali vengono a fare ritiri spirituali da lui predicati) gli
fanno perdere concentrazione e tolgono significato al suo eremo.
2) La malattia alla gamba, sempre misteriosa, incomincia a
preoccuparlo davvero; vi vede un segno che la sua vita sta rapidamente volgendo
al termine.
3) È sempre più convinto che non è fatto per condurre
!'intera esistenza da eremita: quindi, pur sentendosi attratto dal «lago
ricco», cioè le fonti del rio Paratucù dove nessuno potrebbe raggiungerlo,
capisce che questa è una tentazione e forse anche un suicidio.
4) Infine, matura la sua coscienza ecclesiale e di
appartenenza all'istituto, per cui scrive che l'obbedienza è un atto di amore a
Cristo; idea che anni prima, forse, non condivideva.
Il Diario del 1989, diversamente dai precedenti, è
discontinuo, frammentario. Non più lunghi racconti, ma semplici osservazioni,
piccole riflessioni, notazioni di fatti che gli succedono senza commento.
All'inizio dell'anno dice che ha scritto al suo padre spirituale (padre Armando Rizza),
chiedendogli un parere: deve continuare a scrivere il Diario (che poi manda al
padre Armando, il quale lo spedisce alle sorelle in Italia)? Gli pare di aver
detto tutto e di mancare a volte non di sincerità, ma di autenticità, cioè di
scrivere per dire qualcosa a chi leggerà, più che per la piena del cuore che lo
spinge. Padre Armando, da uomo prudente, non gli risponde, e Augusto continua
proponendosi di scrivere solo per sé e di non mandare più il Diario a nessuno.
Come già prima aveva fatto per un altro amico caboclo
(Armando Amapola) ora Augusto offre la sua vita per un padre di Il figli.
Oggi sono arrivati due uomini. La mia strada nella foresta ormai facilita le visite e vengono per pura amicizia, passano la notte, si chiacchiera, si prega, io approfitto per mandare qualche lettera. Mi danno qualche notizia: l'Aquilino ha un cancro. L'avevo visto a Natale e l'avevo capito, era un cancro. Così, Signore, ti rifaccio l'offerta della mia inutile vita in cambio della sua. Lui ha Il figli a carico, forte colono, buono di cuore e fedele tuo servo. Ti prego per lui in questi giorni e queste notti. (Diario, 13 gennaio 1989)
Da qualche anno sento addormentarsi sempre più la gamba destra. Pensavo fosse lebbra ma gli esami fatti sono negativi. (Diario, 6 gennaio 1989)
L'idea dell'obbedienza avanza a grandi passi nella mia
coscienza. Capisco che l'obbedienza non è altro che amore, amore alla Chiesa,
all'Istituto e soprattutto a Cristo.
Perdonami, Gesù Signore, per il poco che ti ho amato, anzi il
niente, per il molto che ti ho disprezzato, volendo sempre portare l'acqua al
mio mulino, disobbedendo, forse non direttamente, ma mettendo i superiori in
condizione di non potermi usare, sfuggendo ai loro controlli, facendo l'essere
misterioso che non si sa come
trattare, non mettendo mi a disposizione, ma solo cercando di
seguire i miei gusti.
Sento che arriva l'ora, ed è questa, in cui devo
inginocchiarmi davanti al mio superiore e mettermi totalmente nelle sue mani. È
un passo grosso che cambierà totalmente la mia vita. Ma è appunto questo che
cercavo qui al Paratucù. Se uscissi ancora come prima, sfuggente ai superiori e
con progetti definiti in mente, sarebbe stato inutile questo tempo. Ma se mi
porta ai piedi del Superiore, allora mi ha veramente spezzato, l'uomo vecchio è
morto, nascerà l'uomo nuovo... L'atto
di obbedienza sarà solo il punto di partenza: la vita poi
continuerà con tutte le sue complicazioni e ci vorrà fede, equilibrio, pazienza,
amore, molto amore. Queste cose te le chiedo ogni notte e ogni giorno. Non
negarmele, Signore, se no sono perduto.
Capisco perché il Signore non mi dà nessuna luce sul da
farsi, sul progettare la vita nuova: vuole che non sia più io a fare i miei
progetti. Questo in fondo mi tira via tutte le preoccupazioni e non fa altro che
aumentare la mia pace. (Diario, 28 gennaio 1989)
Anche senza nutrire eccessive illusioni, devo ammettere che
le tentazioni della castità hanno trovato un equilibrio dopo la visita della
Margarida. Ah, se fosse vero che questo mio corpo e questo mio cuore non la
faranno più da tiranni! Sarebbe troppo bello! Comunque ti ringrazio, Signore,
per questa calma e questa pace.
Ma le tentazioni non si fermano. Anzi, si fanno più sottili e
diaboliche. L'ho sperimentato in questi due giorni passati al Mocambo per la
Pasqua. Ho, come al solito, cercato di comunicare il fuoco che ho dentro. E poi
ho sentito la voce dentro di me che mi parlava: «... però, come stanno attenti
alle tue prediche... gli occhi fissi, anche i lattanti zitti, zitti... certo, in
te sentono le parole giuste... probabilmente sentono il Signore in persona... Se gli altri padri dicessero le stesse cose e con
quella convinzione con cui le dici tu... E poi, che commenti fuori chiesa,
specialmente le donne... Per questo vogliono che tu venga tutte le domeniche.
Perché non esci? In poco tempo le comunità si risolleverebbero, la gioventù si
convertirebbe... Che differenza dal come eri qualche anno fa... Il Paratucù ti
ha veramente cambiato... tutti lo hanno notato... ».
La testa gira, il cuore si gonfia, la fantasia corre al
galoppo e così sono a terra un' altra volta. Meno male che me ne sono accorto,
ma non ne ho avuto molto vantaggio, perché, anzi, consapevolmente sono corso
dietro a questi nuovi solletichi... Chi mi libererà da questo dio Augusto?
(Diario, 29 marzo 1989)
Ormai Augusto ha deciso che uscirà dall'isolamento entro il
1989: riceve inviti, stimoli e segni da tutte le parti in questo senso. Ma, come
al solito, pur essendone convinto, nel Diario continuamente ritorna sulla
decisione, ci ripensa, si scarnifica: e se fosse sbagliata? e se fuori mi
trovassi male? e se non fossi un buon prete? e se Dio mi chiamasse ad un
radicale abbandono del mondo per donarmi totalmente a lui?
L'alternativa che ha davanti è duplice: da un lato il ritorno
al lavoro pastorale, « al prossimo» dice lui, che sta riscoprendo attraverso i
molti gruppi che vengono al Paratucùper un ritiro da lui predicato; oppure
abbandonare tutto e inoltrarsi sempre più in foresta per cercare Dio e una
perfezione e una impeccabilità non umane. Augusto capisce che deve tornare alla
Chiesa e alla gente che lo cerca: ma si sente sempre piccolo, debole, peccatore,
non vede in sé 1'« uomo nuovo» che ha sognato di realizzare nell'eremo.
Questo suo rimettersi continuamente in questione da un lato è
ammirevole come segno di andare sempre oltre, di non accontentarsi mai, di non
accettare passivamente la corrente che ci trascina verso il più facile e il
peccato; dall'altro non è un modello proponibile perché, come dice lui stesso
nel Diario, si rischia la pazzia. Si può ancora notare che Augusto è rimasto
fortemente segnato dal gusto della « sfida », ricordo dei tempi in cui le pareti
di roccia lo sfidavano e riusciva a scalarle, superando se stesso con
l'entusiasmo che gli dava il raccogliere sempre tutte le sfide. Anche la santità è
una sfida, la sfida suprema.
Lago ricco: forte attrattiva e insieme forte ripulsa.
Stupendo e tremendo e definitivo. È lì che mi vuole il Signore? Tolto
definitivamente lo sguardo dal mondo, abbandonata ogni avventura (avventura = piacere e gioia), chiuso il cuore a tutti gli affetti,
tagliati tutti i ponti,
scavando ogni giorno una fossa all' ombra di una croce,
guardando solo avanti, solo te e neanche più me. È lì che mi vuoi, Signore? È
questa l'ennesima sfida di una vita, l'ultima? Sei tu che chiami?
Quest'idea da qualche tempo mi brucia il cuore e il cervello.
Sono molte le difficoltà, molte più di quelle passate finora. Ma queste non
saranno state solo una preparazione per quest'ultima? È chiaro che non posso
decidere solo io, è troppo importante questa scelta. Vita, morte, salvezza, non
suicidio.
Sta ripetendosi quello che è avvenuto a Jequitibà e in altri
momenti della mia vita? Cioè, un'idea si insinua, mi sfida, si impone e diventa
irresistibile, mi toglie la pace e forse anche il ben dell'intelletto, ma mi dà
una
lucidità e una forza insospettabili che mi hanno sempre
portato a realizzare bene o male !'idea prefissa. Non voglio, Signore, non
voglio seguire quest'idea, passi da me questo calice, è troppo, io non sono tu,
stavolta più che l'entusiasmo (come per le altre sfide) mi prende la paura. Ho
paura, Signore, paura di morire.
Però continuo fermo nella decisione già presa: quest'anno
uscirò, mi presenterò al Superiore e farò quel che mi dirà. Aiutami, Signore,
parlami inequivocabilmente, non lasciarmi cadere nel fosso fatale. Se mi vuoi
prete, se lo sono, secondo il tuo cuore, aiutami ad esserlo tra i miei fratelli.
Ora però devo bloccare i pensieri riguardanti il lago ricco,
se no la pazza di casa rischia di fare la padrona.
Devo invece dare tutta la spinta ai pensieri della prossima avventura, quella del mio prossimo. Il lago ricco
è solo l'ultima alternativa.
Lago ricco, esperienza suprema. Mi sarà negata l'esperienza
suprema? Dovrò accontentarmi sempre di esperienze a metà? L'esperienza di
incontrarsi solo a solo? L'esperienza di incontrarci... E se poi non
c'incontriamo?
Ma non si può fare quest'esperienza suprema, quest'incontro,
anche tentando la via del nostro prossimo? Va bene, l'ho già deciso, la tenterò
con tutte (!) le mie forze. Aiutami però perché io solo non ci riesco (è
l'esperienza suprema della santità, eroismo totale). Quindi se non riuscirò, la
colpa sarà anche un po' tua. Oppure sarà il segno della mia vera vocazione,
quella di venirti a trovare nella tomba del lago ricco.
È certo che se un giorno dovessi scegliere definitivamente il
lago ricco, sarà per incontrare Te e non me. O sarà l'ennesimo satanico inganno?
(Diario, 7 aprile 1989)
Nel Diario ci sono note bellissime, come queste:
« Ho trovato perché ho rinunziato a cercare» (Don Mazzolari).
Se non fossi venuto qui al Paratucù, forse sarei vissuto col rammarico di aver
perso l'occasione per trovarti. Ora che sto per finire il mio ritiro, devo dire che
non c'è un posto in cui ti si trovi più che in un altro, in chiesa, nel
monastero, nel deserto. Tu sei dappertutto e noi non ti troviamo solo quando non
siamo in nessun posto. Cioè quando non siamo a posto. (Diario, 11 aprile 1989)
Sbaglio, Signore, quando dico che tu hai pietà di me solo
dopo che mi vedi caduto? O è giusto così? Perché mi lasci cadere, per poi aver
pietà di me? Non sarebbe meglio per tutti e due, se non mi lasciassi cadere?
Cosa vuoi dimostrarmi col lasciarmi cadere? La mia debolezza? Come
se ce ne fosse ancora bisogno! O il tuo amore? E forse non mi ameresti di più
non lasciandomi cadere?
Pensi che ti invocherei di meno se cadessi di meno? Non
sarebbe più bello anche per te vedermi pregare nell'allegria, invece che sempre
nel pianto e nel rimorso? (Diario, 12 aprile 1989)
Oggi ho risalito per dieci ore il fiume (il Paratucù, n.d.r.)
per conoscerlo un po' di più. Sono molto stanco. È un fiume misterioso, ma ha
degli angoli di Paradiso.
Mi piacerebbe risalirlo fino alla fine, ma ci vuole una
settimana. Una gran voglia di risolvere subito la mia vita in uno di questi
angoli, forse l'ultimo, ove nessuno mi possa raggiungere. È un pensiero
struggente che nonostante i propositi non riesco a far tacere.
Due ostacoli soli si frappongono:
1) il non essere capace di affrontare la morte. Ho
molti dubbi su questa capacità.
2) Il non essere sicuro che questa sia la volontà di
Dio. Parlami più chiaro, Signore.
Forse tu vuoi che io esca di qua, per parlarmi più chiaro là
fuori. lo però sento che là fuori sarò nuovamente un disastro e quindi forse
tornerò a trovarti quassù. Sta a te contraddirmi. (Diario, 14 aprile 1989)
Ho chiarito un'idea importante. lo non mi sento chiamato a
una santità molto elevata, come S. Giovanni della Croce (di cui sto gustando
immensamente le opere). Sono sempre stato mediocre in tutto, così probabilmente
lo sarò anche per il mio cammino verso Dio. Non sono fatto per l'eroismo.
La questione del « lago ricco» è una questione di eroismo,
alla quale non mi sento chiamato. Tuttavia mi attrae epperò mi ripugna. Per ora
la ripulsa è maggiore
L'isolamento del Paratucù è sempre più disturbato. La gente ormai va e viene, per fiume e per terra, per i più svariati motivi, sostanzialmente per vedere da vicino questo padre Augusto di cui tanto si parla. La fama dell'eremita missionario va ben oltre le diocesi di Parintins e di Itacoatiara e attira sempre nuove persone e gruppi. Il diretto interessato si lamenta col Signore, poi si accusa di cercare di liberarsi di tutti quelli che vengono.
Perché Signore non mi aiuti a sopportarmi? Forse è con questo metodo che tu vuoi che io mi superi e mi apra al mio prossimo. Infatti questi uomini (una decina di caboclos cercatori di legname pregiato) mi hanno fatto mille domande sulla tua religione. So che sei tu che li mandi e vuoi qualcosa da me, ma a me rompono le scatole. (Diario, 29 aprile 1989)
Sia lui che lei mi hanno sommerso di domande e dicono che se non hanno trovato il legname, hanno però trovato una persona di cui avevano estremo bisogno. Sono giovanissimi e da tre anni convivono, ma la loro coscienza ha preso una stangata. Si sposeranno perciò al più presto, dicono che verranno da me a prepararsi e forse sposarsi. (Diario, 30 aprile 1989)
I fidanzati che sono venuti dal Mocambo mi hanno portato una
lettera meravigliosa della comunità di S. Joao Batista, invitandomi a fare con
loro il novenario in preparazione alla loro festa il 24 giugno. Non ho neanche
preso in considerazione la cosa, ma ora la coscienza si fa più mordente.
Signore, perché non voglio andare? (Diario, 3 maggio
1989)
A metà giugno va a Parintins per esercitare il ministero sacerdotale. Torna contento. È il primo contatto prolungato che ha con le comunità cristiane.
Sono rientrato dopo aver fatto tutte le feste che il p. Egidio (Mozzato, parroco della Cattedrale di Parintins, n.d.r.) mi ha chiesto di fare. Quindici giorni fuori casa. Nel ritorno mi sono sentito male in foresta, a causa di un certo sarapatel che ho mangiato ieri. Lo stomaco si rivoltava, la testa girava, tutta la foresta girava, le ginocchia si sono piegate, sono caduto, mi sono addormentato. Ero a metà viaggio, non so quanto tempo ho dormito. Svegliando mi , ancora tutto tonto ho ripreso il viaggio, ma mi sono ingannato e sono tornato indietro, il sole era a metà corso e non mi ha aiutato. Solo dopo quasi un'ora mi sono accorto dello sbaglio, ho invertito la marcia, meno male che il malore a poco a poco è passato. Sono arrivato qui al Paratucù mezzo morto, ma prima di notte, evitando una pericolosa dormita in foresta. (Diario, 25 giugno 1989)
L'esperienza dei giorni trascorsi fra gli uomini è stata
molto bella, te ne ringrazio, mio Signore. Ho sentito la risposta entusiasta cl ella gente, un fervore che ha toccato
tutti, dai bambini ai giovani, ai vecchi, alle giovani coppie. La richiesta di
rimanere con loro è stata continua e sincera. Purtroppo la mia reazione è stata,
come sempre, l'opposto d-i come dovrebbe essere: mi sono inorgoglito, ho ascoltato volentieri le lodi, ho fatto il prezioso e a volte ho anche recitato e
fatto il divo. Perdonami, Signore, non fare ricadere su di loro questi miei peccati, colpisci solo me e se puoi abbi compassione di me.
Questa esperienza però mi ha anche entusiasmato:
sento una gran voglia di cominciare subito la mia esperienza fra la gente. Credo che in agosto potrò già cominciare. (Diario,
26 giugno 1989)
Ormai devo constatare che il Paratucù non è più il mio posto.
Oggi sono ancorati nel lago dei coccodrilli tre
barche a motore. E andrà sempre peggiorando. L'acqua
è piena di gasolio, i coccodrilli non si vedono più. Le
grida, le risate, i rumori, gli spari non si contano più.
Hanno ammazzato tutto quello che han potuto in questi
ultimi due o tre mesi. Oggi mi hanno chiesto il permesso di fare un campo da pallone qui vicino alla mia casa.
Mi rendono la vita impossibile, perché mi portano sempre da mangiare carne,
pesce, ecc. Loro sono felici di stare vicino a me.. di aiutarmi e non sanno che
così facendo mi rendono infelice.
Cosa devo fare, S ignare? Che differenza dai primi
anni, quando eravamo solo noi due per mesi interi e come
erano diversi i giorni e le notti, le albe e i tramonti, il lavoro e i sogni!
Confesso che ormai non mi piace più stare qua. Non ho perso la pace, mi sono anche affezionato a que5ta gente, ma è giunto il tempo di
uscire. Non ne vedo- l'ora, non ha più alcun senso lo stare
qua. (Diario, 27 giugno 1989)
Più si avvicina il tempo del ritorno al ministero pastorale, più Augusto sente la sua debolezza, vuotezza, miseria spirituale.
Una piccola consolazione mi viene dal fatto che farò
quello che i Superiori mi comandano. Mi sono esami
nato bene per vedere se io non ho costretto i Superiori a
comandarmi quello che volevo io. Ma mi pare che io non ho mai manifestato loro
quali sono i miei gusti e desideri. Però so che i Superiori mi faranno la
proposta di stare nella regione del Mocambo e credo che accetteranno che io non
resti come vicario (parroco, n.d.r.), ma come coadiutore, abbastanza slegato da
responsabilità amministrative, di costruzioni e anche organizzative.
È proprio quello che volevo io. Cioè, Signore, tu mi
comanderai per bocca loro... Uscirò solo col tuo Van
gelo in mano, con quello comincerò tutto di nuovo la
mia vita missionaria.
Mi turba un po' il fatto che da anni io non ho neanche un soldo in tasca: però non mi manca nulla, le mie amiche ricche mi danno tutto. lo litigo con loro perché non voglio fare il guardaroba e dò via quel che mi danno, sta di fatto però che sono per me una riserva di sicurezza. È vero che preferisco i meccanici ai dottori dentisti, i rimedi dei cabocli (grasso di serpente, erbe e cortecce di alberi, ecc.) alle medicine moderne, però ho sempre la possibilità di attingere ai soldi del PIME o degli amici. (Diario, 12 luglio 1989)
Insomma, dice Augusto, che razza di povero sono? Non ha toccato la sua eredità, destinando ne una parte al PIME e il resto alle colonie di caboclos e alla scuola agricola del Mocambo. Sta facendo studiare alcuni ragazzi e ragazze. Ma questa, si chiede Augusto, è povertà o paternalismo?
Il mio programma di vita è vivere e morire coi più poveri,
lavorare con loro nei campi e nei fiumi, per guadagnarmi ogni giorno il pane.
Ma tutto questo a volte mi sembra ipocrisia. In realtà sono molto ricco. Mi pare
di scimmiottare Gesù, per il fatto di non avere casa né soldi, epperò amici
ricchi. Mi pare di insultare S. Paolo per il fatto di lavorare con le mie
mani. Perché se guardo il mio cuore, così attaccato ai valori umani e ai
piaceri, che a volte mangia e beve di nascosto, che è persino avaro... Non c'e
in me nessuna imitazione di Cristo, bensì scimmiottamento. Solo esteriore,
interiormente sono una disgrazia.
Signore, quando ci metterai mano al mio cuore? (Diario, 12
luglio 1989)
A metà luglio padre Augusto va ancora a Parintins per la festa patronale della M-adonna del Carmine (16 luglio 1989). Ecco la toccante stori-a di Elisa (nome di comodo), una moglie giovane abbandonata dal marito, che s'attacca a lui con tutte le forze: « Di questi casi mi hai riempito la vita» scrive nel Diario.
Penso molto alla Elisa (non è il suo nome, n.d.r.),
questa donna che ho conosciuto bambina e chiamavo «agua e sabao» (acqua e
sapone) per la sua semplicità e ingenuità. Si è sposata con un garimpeiro
(cercatore d'oro), uomo senza formazione e coscienza. L'ha riempita d'oro, le ha dato
solo una figlia e niente affetto. Lei
ne ha sofferto infinitamente. Mi ha scritto, mi si è attaccata con tutte le
forze. Si è ricordata di me quando io di lei mi ero già da molti anni
dimenticato.
Il pericolo è stato grande. Ha tentato molte volte di venir
qua (al Paratucù, n.d.r.), ma non c'è mai riuscita. Abbiamo avuto un incontro
molto affettuoso al Mocambo, ma anche franco: io ti amo nel tuo destino di
sposa, madre e donna. Mi chiedi di non abbandonarti perché sono l'unico
punto di riferimento
nella tua vita distrutta. Te lo prometto, ti sarò sempre
vicino.
Come mi ha fatto paura questa promessa, come mi pesa, io che
non sono capace di stare in piedi da solo, pensare di tener su una ragazza, di
salvare il suo cuore e la sua anima! Chi sono io? lo sono un diavolo e queste
cose il diavolo le fa finir male. Signore, tu sai che di questi casi (il
demonio) mi ha riempito la vita e anche adesso ne sto affrontando almeno
quattro. Mio Dio, se mi guardo mi vien da morire, mi prendono le vertigini, mi
vedo già precipitato in fondo ad un abisso dal quale non uscirò più. Le mie
suppliche le senti ogni notte e ogni giorno. Mi salverai, Signore?
Il Carlo (marito della Elisa, n.d.r.) è venuto a trovarla il
28 giugno per dirle che tutto è finito tra loro. Le darà quei tanti chili d'oro
sufficienti per tutta la vita di loro due (madre e figlia). Si sono detti addio.
Elisa me l'ha comunicato con una certa gioia. Finalmente libera! Quel matrimonio
era stato un colpo di testa: « Vuoi sposarmi?» le aveva chiesto. « Voglio» e si
sposarono pochi giorni dopo. Uno sconosciuto.
Avevo paura di incontrarla quando sono sceso a Parintins per la
festa. Invece non c'era. Cos'è successo? Tre cose fantastiche:
1) lui ha lasciato l'amante;
2) è caduto ammalato;
3) lei è volata al suo capezzale e l'assiste.
Tre cose insperate, io non ci speravo più, anche se ci
pregavo su. E anche adesso sono qui col cuore trepidante.
Signore, fa che capiti anche la quarta cosa: che si riuniscano per sempre.
Mamma Luisa (invoca sua madre scomparsa il 20 gennaio 1989,
n.d.r.), a te avevo affidato la Elisa come tua figlia: aiutala, ti prego, fallo
per me. (Diario, 25 luglio 1989)
L'uscita di Augusto dall'isolamento, dopo tanto cercare Dio in solitudine, è orientata alla ricerca di Dio nel servizio ai caboclos, il popolo che sente come suo.
Sento dentro una potente carica verso un tentativo (l'ultimo) di essere apostolo fra i miei caboclos. È un desiderio
grande ma il piano che ho davanti è tutto nero. Cioè, se fosse per uscire a fare
il padre come anticamente facevo, preferisco stare qua, non me la sento, lo dico
anche al Signore, mi faccia morire. Probabilmente non era la mia strada quella
di essere prete e missionario. Però sento dentro una spinta a tentare questa via
nuova di vivere vicino alla gente, imparando a vivere dai poveri, lavorando con
loro, guadagnandomi da mangiare ogni giorno, senza soldi, senza mezzi, senza
macchine. Andrò a loro solo col cuore e con le mani. Mi pare che questa sia
l'avventura più bella fra tutte quante ho fatto in passato.
Tuttavia sono all'oscuro completo su come farò. Allora ho
deciso di chiederlo alla gente. In ogni comunità in cui andrò li riunirò e
chiederò loro come posso realizzare il mio sogno di vivere con loro, come loro,
per loro. Aiutami padre De Foucauld.
Spero che ciò non nasca da un desiderio di essere
differente dagli altri padri. Tu sai, Signore, quanto io li
ammiri tutti. lo non so fare come loro, non sono degno neanche di vivere in
mezzo a loro. È già grande grazia che mi accettino ancora fra loro. Che io non
sporchi ancora coi miei peccati la bella immagine che la gente ha dei padri del
PIME. Tu, o Signore, hai più fiducia in me di quanta ne abbia io. (Diario, 29
luglio 1989)
Il Diario finisce nei primi giorni dell'agosto 1989 quando Augusto lascia il Paratucù con suo fratello Alberto, che è venuto dall'Italia con la moglie Mariangela e il cugino Luciano Valsecchi, amico d'infanzia di Augusto.
Siamo partiti dall'Italia il 5 o 6 agosto - racconta Alberto
Gianola - e Augusto è venuto a prenderci a Parintins. Siamo andati al Mocambo in
battello, abbiamo dormito una notte dal Bernardino. Il giorno dopo siamo andati
al Paratucù, tre ore col trattore (fin dove si poteva), poi alcune ore in canoa
e poi sette ore a piedi, ci siamo anche persi in foresta ed Augusto era molto
preoccupato di dover dormire fuori.
Siamo rimasti una settimana con lui al Paratucù, una settimana
deliziosa. Il posto è bellissimo. Una
punta alta cinque-sei metri sul livello del Rio Paratucù.
Il Rio venendo giù fa una specie di ansa attorno alla punta e
un laghetto. Sulla punta Augusto aveva costruito la sua capanna tutta di paglia,
con un' apertura per l'ingresso e due finestrelle ai lati. Davanti l'altare di
legno, con una croce, fra due alberi. Di notte dormivamo
tutti dentro, in amaca. Ci ha portati a visitare le sue piantagioni, tenute
molto bene, e poi su e giù con la canoa a vedere i posti migliori. Un'avventura
che ricorderemo tutta la vita. Dopo quella volta, Augusto non è più tornato al
Paratucù. Quando l'abbiamo visto noi in agosto stava benissimo, era ancora forte
come un toro. Pochi mesi dopo l'abbiamo rivisto in Italia ed era già in fin di
vita per il cancro.
La domenica 3 settembre 1989 mons. Giovanni Risatti (vescovo di Parintins dal febbraio 1988) presenta padre Augusto alla gente del Mocambo.
L'avevo convinto a venir fuori dalla foresta - racconta mons. Risatti - per essere responsabile delle comunità cristiane in quell'area, come aiutante del parroco della Cattedrale di Parintins da cui ufficialmente dipendono. La gente gli voleva veramente bene ed erano contenti di averlo con loro. Visitava le famiglie una per una, mangiava con loro, faceva recitare il Rosario la sera. Incominciava con una famiglia. poi quando questa andava avanti, lui passava ad un' altra per far pregare anche loro. Nessuno come lui conosceva i caboclos e sapeva adattarsi alla loro vita.
Ma quasi subito, a settembre e più ancora ad ottobre (1989), la gente del Mocambo venivano da me a lamentarsi che Augusto stava male e non voleva curarsi. Sveniva tre, quattro, cinque volte al giorno: il sangue non circolava nel cervello. Sveniva, si riprendeva e poi dopo un po' sveniva di nuovo. Non siamo riusciti a farlo venire a Parintins o a Manaus per farsi visitare.
Venne a Paritins verso il 20 gennaio (1990) per un incontro comunitario con tutti i padri del PIME. Gli avevo comperato il biglietto aereo per San Paolo e aveva accettato di partire quel venerdì per farsi curare. Invece il giovedì è scomparso, è tornato al Mocambo.
Gli ho mandato messaggi, telefonate, messaggeri per
convincerlo a venire. Ma assicurava che si era ripreso. Circa un mese dopo
telefonano dal Mocambo dicendo che Augusto non stava bene. Allora
ho deciso di andare col fratel Faustino Blini a prenderlo. Siamo andati con
la voadeira (motoscafo) veloce, avvisando prima che arrivavamo perché
l'Augusto non ci scappasse.
Ricordo che nel viaggio di andata con Blini discutevamo sul come si poteva convincerlo a venire con noi.
Quando siamo arrivati al
Mocambo non c'era. Erano andati a prenderlo al Remanço. L'ultima celebrazione
che ha fatto è stato un matrimonio alla comunità del Romanço, distante 20
minuti di canoa e 40 minuti a piedi dal Mocambo. Ma per venire dal Remanço al Mocambo
hanno dovuto affittare una
barca a motore e poi portarlo quasi di peso: non ce
la faceva più a camminare. I caboclos che erano andati a prenderlo gli
volevano un bene immenso e piangevano portandolo indietro. È stato là a servizio della
sua gente fino alla fine.
Quando è arrivato al Mocambo verso mezzogiorno, appena ci ha
visti ha detto: « Grazie per essere venuti, vengo subito, vengo subito ». Stava
male davvero. Era il 20 febbraio 1990, poco prima del Carnevale. Sulla spiaggia
ha benedetto la gente, piangevano, erano contenti che andava a curarsi. Gli
dicevano di tornare presto, ma lui sentiva che non sarebbe più tornato. Siamo
arrivati a Parintins, poi l'hanno preso i due superiori regionali del PIME,
dell'Amazzonia e di San Paolo.
L'hanno mandato a San Paolo e poi in Italia. A San
Paolo ha fatto molte visite e lui mi ha poi raccontato, nel
luglio 1990 quando l'ho visto in Italia pochi giorni prima che morisse, che a
San Paolo uno dei professori specialisti che l'avevano visitato diceva al
Superiore del PIME (ma lui aveva potuto sentire) che non c'era più niente da
fare e che gli dava un mese o due di vita.
C'è stata discussione - continua il vescovo mons. Giovanni Risatti - se è morto con la lebbra. Una volta che è venuto a Parintins, il fratel Francesco Galliani, che vive nel lebbrosario ed è specialista di lebbra, l'aveva esaminato bene e diceva che era chiaramente toccato dalla lebbra, tanto che gli diede le medicine da prendere per la lebbra. La lebbra ha però un decorso di molti anni e lui era solo all'inizio. Non è morto per la lebbra ma per il cancro, però è morto con la lebbra in corpo.
Sull'ipotesi di aver contratto la lebbra, Augusto scrive nel Diario (in data 6 gennaio 1989):
Da qualche anno ormai sento addormentarmi sempre più la gamba
destra, pensavo fosse lebbra ma gli esami fatti sono negativi.
Quando è venuto a Parintins, credo nella primavera del 1989,
- racconta fratel Francesco Galliani (intervistato da me a Milano nel luglio
1994) - gli ho fatto tutti gli esami e aveva la lebbra. Glie l'ho detto e lui
non ci credeva, allora l'ho mandato a Manaus dal professor Sinesio Tagliari
(figlio di italiani), docente di dermatologia all'Università di Manaus e
specialista del morbo di Hansen, che ha constatato anche lui la lebbra e gli ha
dato le prime medicine. Una volta che sono andato a Manaus ho incontrato
Augusto, che si lamentava perché tutti i mesi doveva venire a Manaus a farsi
controllare e prendere le medicine in ambulatorio. E chiedeva a me di dargli le
medicine a Parintins, più vicina al Mocambo. Prima non voleva venire a Parintins
per curarsi, poi è venuto. Abbiamo fatto sei mesi di cura e quando è tornato in
Italia era già negativo, era già guarito. Gli era rimasta l'insensibilità al
piede, dove aveva avuto la ferita, e in parte alla gamba destra. Quando è
tornato in Italia, ha detto di essere stato lebbroso e i medici curanti si sono
spaventati, hanno chiesto a me la relazione della sua malattia. Ho mandato la
documentazione, rispondendo che Augusto aveva avuto una forma interna, chiusa,
non infettiva di lebbra, non è mai stato infettivo (M.H.I., secondo la formula
tecnica). E poi quando tornò in Italia nel marzo
1990
era del tutto guarito.
Il male di cui è morto Augusto è una forma di cancro al cervello, che negli ultimi mesi gli dava svenimenti continui e gravi. Padre Giuliano Frigeni, che vive a Manaus, racconta:
Non ricordo bene quando, ma erano gli ultimi mesi della
permanenza di Augusto in Brasile. Avevamo un'assemblea di clero diocesano con
l'arcivescovo e stavamo concelebrando la Messa in Cattedrale. C'era anche un
prete che vive a circa tre ore di barca da Manaus e il Gianola era andato, da
Urucarà, a celebrare la
Messa al suo posto, per permettergli di partecipare all'
assemblea.
Io ero sull'altare in Cattedrale, arriva un uomo che mi dice:
«Al porto di Manaus sta arrivando un padre del PIME in fin di vita}). Non sapeva
chi era. lo sono andato subito, non ho nemmeno finito la Messa. È arrivata una
barca a motore con Gianola coricato. Era cosciente, io pensavo fosse un' altra
delle sue trovate, dei suoi scherzi e glie l'ho detto. Lui risponde: «Questa
volta sto male davvero. Un dolore fortissimo...». E indicava un po' la testa e
un po' il cuore. L'ho portato alla
Clinicor di Manaus, una clinica del cuore. Per tirarlo su
dalla barca è stato una faticaccia: un gigante così, che aveva sempre sfidato
tutto e tutti, era un peso morto, ci volevano tre uomini per sollevarlo.
L'ho lasciato in Clinica e sono andato al PIME ad avvisare.
Sono tornato dopo due ore, gli avevano fatto delle iniezioni calmanti ed era
seduto sul letto con attorno medici e infermiere: raccontava le sue avventure in
foresta e lo stavano ad ascoltare incantati. Ma lui non ricordava più nulla e
diceva: «lo chi sono? Perché mi trovo qui? Voi chi siete?}). Pensavo scherzasse,
ma era un' amnesia vera, preoccupante. Gli esami mostrarono
che al cuore non c'era nulla. Forse qualcosa al cervello. Stava
già prendendo medicine per la lebbra, ma certamente non c'entravano.
Ricorda la sorella Anna Maria:
Quando è uscito dalla foresta, all'inizio del settembre
1989, stava bene, ma subito dopo ha incominciato ad avere
degli svenimenti. Il 10 ottobre, festa di Santa Teresa di Gesù Bambino, a cui
era molto devoto, mentre faceva l'omelia alla Messa è svenuto. Uno svenimento
grave, l'hanno portato in aereo non so dove. Poi s'è ripreso ma aveva altri
svenimenti. lo gli ho telefonato due
volte per dirgli: «Vieni in Italia a curarti». Lui
rispondeva: «No, voglio morire qui».
Sono riusciti a portarlo a San Paolo e gli hanno detto che
doveva tornare in Italia. Lui mi ha poi raccontato, quando è stato in Italia,
che per la disperazione aveva girato una giornata per le vie della città
continuando a pregare ed a ripetere a se stesso: «lo rimango in Brasile, io
voglio morire in Brasile». Invece il superiore del PIME gli ha comperato il
biglietto aereo e gli ha ordinato: « Tu parti subito per l'Italia». È
partito il 24 marzo
1990.