PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins »

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

L'intervista televisiva di Enzo Biagi (novembre 1989) rende Augusto un personaggio affascinante - Lo chiamano a parlare in parrocchie, scuole, associazioni - Tre operazioni chirurgiche per cancro al cervello - «Sono felice di morire perché vado a vedere Dio» - I caboclos ricordano Augusto come se fosse vivo - Al termine della vita ha trovato Dio nella gioia - «Se non diventerete come bambini» - Tre «chiavi di lettura» della vita di padre Augusto Gianola: ricerca di Dio, senso dell'avventura, amore all'uomo e ai poveri. Il giudizio finale del suo vescovo, mons. Giovanni Risatti.

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

 

XVII

TRAMONTO SERENO CONTEMPLANDO IL VOLTO DI DIO

L'intervista televisiva di Enzo Biagi (novembre 1989) rende Augusto un personaggio affascinante - Lo chiamano a parlare in parrocchie, scuole, associazioni - Tre operazioni chirurgiche per cancro al cervello - « Sono felice di morire perché vado a vedere Dio» - I caboclos ricordano Augusto come se fosse vivo - Al termine della vita ha trovato Dio nella gioia - « Se non diventerete come bambini» - Tre « chiavi di lettura» della vita di padre Augusto Gianola: ricerca di Dio, senso dell'avventura, amore all'uomo e ai poveri - Il giudizio finale del suo vescovo, mons. Giovanni Risatti.

Il 27 novembre 1989 alla televisione di Rai-Uno, in ora serale di grande ascolto, va in onda il programma di Enzo Biagi « Terre Lontane» dedicato al padre Augusto Gianola. L'intervista televisiva (realizzata in Amazzonia il mese precedente) è nata dal « servizio speciale» dedicato a padre Augusto da «Mondo e Missione» nel maggio 1987. Enzo Biagi, come tantissimi telespettatori, è rimasto toccato dalla storia e dall'incontro con questo missionario così originale «( Ho incontrato un uomo felice, ha detto, in pace con se stesso e con gli uomini: nella foresta amazzonica ha quasi trovato Dio»). La trasmissione, di grande successo, è stata poi edita in videocassetta dalla San Paolo Film in collaborazione con la RAI e continua ad essere rieditata, venduta e ritrasmessa dalla RAI e da altre televisioni. Ecco alcuni passi dell'intervista di Enzo Biagi ad Augusto Gianola. La semplice trascrizione delle parole non rende però il fascino di quel colloquio con la foresta sullo sfondo e il volto intenso e sofferente, ma radioso, di padre Augusto:

- Cosa l'affascina di più nell'insegnamento di Gesù?
- L'esistenza di un' altra vita.

- Ricorda l'episodio di San Francesco che abbraccia il lebbroso? Lei li abbraccia?
- Certo, non si può stare lontano da un lebbroso, bisogna sempre fargli una carezza, almeno dargli una mano.

- E di questa carezza le è rimasto un segno?
- Io sono lebbroso. Sono contento di esserlo, sono felice di essere lebbroso. Quando ho saputo di essere lebbroso una grande felicità ha invaso il mio cuore. Vorrei morire lebbroso, in un lebbrosario; non come
medico o missionario, ma come un lebbroso in mezzo ad altri lebbrosi.

- Padre Augusto, cosa ha imparato venendo in Amazzonia?
- Ho imparato prima di tutto a semplificare la vita, a convivere con le cose più semplici, come il silenzio o le conversazioni elementari con gli altri. Insomma, la semplicità in tutti gli aspetti della vita: nel vestire, nel mangiare, nel discutere, nel pensare. Vedere la televisione oggi mi darebbe un po' fastidio, così come vivere in città.

- Noi che ci consideriamo civili, che cosa abbiamo da imparare da questa gente?
- La semplicità del vivere: nel mangiare come nel vestire, nello spendere i soldi come nello scegliere un lavoro. lo cerco di copiare da loro questa semplicità, perché mi fa bene. Quando vedo il modo di vita superficiale e artificiale dei turisti che vengono negli hotel di lusso a Manaus, mi viene in mente al contrario il modo di pensare profondò dei caboclos.

- Lei ama i caboclos?
- Credo che siano il mio più grande amore. Ma io li amo poco, perché non ho un cuore che ama tanto. Fra tutte le cose che amo, sono quella che amo di più. Ma è sempre un piccolo amore quello che posso dare loro.

- C'è qualcosa di cui ha paura?
- Non ho paura di niente. Ho paura quando progetto qualcosa. Avevo paura quando progettavo qualche scalata in montagna, ma quando toccavo la parete di roccia la paura subito scompariva. Ma adesso non ho più paura di nulla, nemmeno delle avventure nella foresta amazzonica.

- Nemmeno della solitudine? 
- Mi piace vivere in solitudine.

- Gesù fu tentato nel deserto. A lei è mai capitato? E la tentazione della donna: non le è mai capitato di immaginare una donna nelle notti solitarie nella foresta?
- La questione della donna è molto importante anche per un prete. Un prete con gli occhi e con l'amore di una donna può fare moltissime cose. Il problema del sesso è un problema difficile, cercherò di spiegarmi così. Quando uno vive solamente per un ideale terreno, pensa che la sua vita sia solo su questa terra: allora l'idea della donna e del sesso diventa preponderante, perché la vita tra un uomo e una donna riempie davvero di amore e di piacere il piccolo tratto di vita che viviamo su questa terra. Ma quando uno alza il suo sguardo oltre l'orizzonte terreno, verso l'orizzonte eterno, celeste, perché vuol vedere l'altra vita, allora scompare molto la tensione sessuale verso la donna. Nonostante questo voglio molto bene alle donne con cui vivo ed a cui sono molto legato; ma il problema sessuale si supera abbastanza facilmente.

- C'è qualcosa che manca stando nella foresta?
- A me non mancava nulla. Anche adesso ci ritornerei più che volentieri. Ad un certo momento però ho deciso di uscire dalla foresta perché mi mancava il prossimo, questo mio prossimo che si è imposto come un amore nuovo, come la nuova awentura della mia vita. Oltre la solitudine adesso tento di fare l'awentura del prossimo e devo dire che mi piace più della solitudine.

- Lei cerca Dio. L'ha mai trovato?
- L'ho cercato, Dio, perché ad un certo punto l'avevo perso. Ero preso da quelle idee utopistiche, comuniste, materialiste, che tutti un po' abbiamo sperimentato. E sono partito proprio per risolvere questa crisi: volevo stare da solo, arrivare al limite del mondo per poterlo guardare da fuori, da lontano, con tutta la sua storia e i suoi problemi. Ero deciso a tutto: a perdere la fede, la vocazione e anche la vita, perché in un ambiente così è facile. Non avevo nemmeno il fucile per difendermi, né un rimedio antiveleno contro il morso dei serpenti: portavo con me solo il «machete» per tagliare la legna ed accendere il fuoco. Nonostante questo il mio Dio l'ho trovato. E adesso c'è. Non dico di amarlo perché non lo amo ancora, però ci credo. La mia fede è piccola adesso, ma è dura, dura, dura.

- Siamo fuori dal mondo. Come vede gli uomini: buoni o cattivi?
- Di cattivo non vedo proprio nessuno. Questa settimana sono andato a trovare un uomo che mi era stato descritto come il più cattivo della mia comunità; proprio per questo sono andato a trovarlo ed ho trovato un uomo che piangeva. Non c'è nessuno totalmente cattivo, ci si mette solo una maschera feroce per sembrare cattivi. Ma, se si riesce a prendere queste persone dalla parte del cuore, tutti crollano e lasciano cadere la maschera e piangono. Bisogna riuscire però a far parlare il loro cuore e tutti gli uomini hanno un cuore.

- Gli animali le fanno compagnia?
- Sì. Spesso entravo nella foresta, senza nemmeno
il « machete », per vedere gli animali. Gli animali hanno paura dell'uomo perché è l'unico animale che cammina in piedi. Allora, quando mi sono accorto di questo, mi sono messo anch'io a camminare « a quattro zampe» e gli animali non scappavano più. Mi guardavano sempre con sospetto, però non fuggivano.

- Chi è il missionario? È un tipo anche un po' matto, un po' fuori della regola?
- Non so... Però forse ha ragione lei, dev'essere un po' matto; ha una visione un po' particolare del mondo,
lascia tutto e se ne va. Anche se non ha rinunziato a nulla: avrei fatto molta più fatica ad andarmene di qui che non dalla mia patria. Non ho sentito il peso di lasciare l'Italia.

- Se dovesse dire cos'è la sua vita, cosa direbbe?
- La mia vita è stata un'avventura dopo l'altra, un
mettermi in coda e ogni volta ricominciare da capo. Stavo in una comunità finché non era ben avviata, poi quando vedevo che un certo progresso era stato raggiunto andavo in un'altra comunità più arretrata e ricominciavo il lavoro. Sono sempre fuggito dal progresso, perché il progresso mi fa paura.

- Per lei che cos'è la felicità?
- È soprattutto la pace: essere in pace, vivere in pace. Sia quando sono andato in foresta, sia ora mi sento in pace, il mio cuore è molto in pace. Anche quando il peccato arriva a prostrarmi, ad abbattermi,
non riesce però a buttarmi fuori la pace dal cuore. Perciò mi sento bene, mi sento felice, nonostante la mia miseria. Sono felice, lo so perché lo sento e devo dirlo a tutti.

Quando padre Augusto torna in Italia (arriva a Milano il 25 marzo 1990 proveniente da San Paolo), l'intervista di Biagi, moltiplicata dalle video-cassette e dalle televisioni private (specie in Lombardia), oltre ai numerosi articoli che ne sono derivati, l'ha già reso un personaggio celebre. Nei mesi seguenti, pur essendo in cura e subendo tre operazioni, viene invitato in parrocchie, scuole, associazioni, gruppi giovanili, per dare la sua testimonianza. Anche poco prima di morire, con la carica che aveva dentro, il volto espressivo e sofferente e le avventure che raccontava, Augusto ha continuato ad affascinare la gente e soprattutto i giovani. Incantava la sua semplicità, il modo ispirato con cui parlava di Dio, dei caboclos, della natura. A distanza di tre anni dalla morte, quando s'è saputo che stavo scrivendo questa biografia, ho ricevuto tante telefonate e lettere, di gente e anche di preti che lo ricordano e vogliono saperne di più della sua avventura umana e cristiana.
Giunto in Italia il 25 marzo 1990, viene subito ricoverato all'ospedale San Raffaele a Milano, dove è sottoposto ad alcuni esami, poi operato e mandato presso la sua famiglia. Ecco cosa si legge nella cronaca della parrocchia di Laorca (presso Lecco), suo paese natale.

Nel frattempo la situazione è peggiorata, nel senso che i suoi discorsi diventavano sempre più confusi, iniziava un discorso in italiano, ma poi non riusciva più ad esprimere il suo pensiero e continuava in portoghese. Dopo una settimana si è imposta una decisione. Lunedì 2 aprile padre Augusto è stato sottoposto a un intervento complicato e rischioso (al cervello, n.d.r.). Quattro giorni dopo c'è stato un improvviso peggioramento che ha richiesto un secondo intervento urgente, durante il quale è stato tolto un osso (la calotta cranica, n.d.r.) che premeva sull' ematoma e che era la causa di questo aggravarsi delle sue condizioni. In seguito a questo, e grazie forse anche alle numerose preghiere che sono state fatte in questi giorni, padre Augusto ha cominciato a migliorare e dopo alcuni giorni (19 aprile, n.d.r.) si è potuto fare il terzo intervento, che è consistito nel rimettere a posto l'osso che era stato rimosso (cioè la calotta cranica, n.d.r.).

In questo drammatico racconto di operazioni chirurgiche per cancro al cervello, non può mancare lo scherzo « alla padre Augusto». Ricorda la sorella Anna Maria:

Appena arrivato dal Brasile è stato ricoverato al San Raffaele e hanno deciso quasi subito di operarlo. Il mattino in cui dovevano fare l'operazione, Augusto avrebbe dovuto stare a digiuno. Ma gli è capitata a tiro una scatola di biscotti e se l'è mangiata tutta: diceva che erano anni che non mangiava biscotti. Hanno poi rimandato l'operazione di alcuni giorni.

Dimesso dall'ospedale è andato ad abitare dal fratello Alberto, la cui moglie, Mariangela, racconta:

È stato in casa nostra fin che è morto, eccetto quando andava a Milano per le cure al Besta, il centro per i tumori. Era veramente simpatico. Dai suoi diari vien fuori solo un lato di Augusto, cioè il lato serio, profondo, riflessivo. Mentre nella vita era sempre scherzoso, affascinante, faceva un sacco di battute e di scherzi, era un gran parlatore, saresti stato ore ad ascoltarlo. E ne aveva di cose da raccontare.

- Rimaneva a letto o si alzava?
- Non è mai stato a letto, nemmeno gli ultimi giorni, viveva la vita della nostra famiglia. Non voleva dar fastidio. Ad esempio, quando andava in chiesa ci andava a piedi, sebbene avremmo voluto accompagnarlo in auto. Una volta è partito da casa per andare in parrocchia e non tornava più. Per il caldo e la fatica ha dovuto essere soccorso per la strada.

- Ogni quanto tempo andava a Milano per le cure?
- Più o meno una volta al mese; a casa gli facevo
delle iniezioni che erano dolorose, non le sopportava. Quando andava al Besta a Milano tornava per sera, ma a volte l'hanno fermato anche per la notte. È rimasto tre volte per alcuni giorni in ospedale per le cure, oltre ai giorni di aprile per le operazioni chirurgiche: 2-3-4maggio, 11-12 giugno, 13-14-15 luglio. Ricordo che una volta hanno telefonato a noi dall' ospedale, preoccupati perché Augusto era sparito. Finito il trattamento, invece di andare in camera era andato per i fatti suoi. Tra una seduta e l'altra, Augusto non resisteva a starsene chiuso in ospedale.

- Dove andava?
- Mah, forse a trovare degli amici, con l'auto delle suore. Doveva stare tutto il giorno in ospedale e gli davano una camera.

- Quand'era a Laorca che vita faceva?
- Era sempre occupato anche perché venivano tanti amici a trovarlo o a prenderlo per farlo parlare qua e là. Nei primi tempi è andato parecchio in giro, anche a Torino per un incontro con i sacerdoti diocesani di Milano ordinati con lui nel 1953 dal cardinale Schuster. All'inizio, dopo le operazioni, era molto lucido, poi man mano ha perso lucidità e alla fine si esprimeva con fatica. Si riferiva sempre alla volontà di Dio, non diceva mai che aveva dolori, non s'è mai lamentato. Poi ascoltava tantissima musica. Le ultime settimane diceva che il suo cervello si stava chiudendo e accettava anche questo.

Avrebbe avuto tante cose ancora da dire, ma le offriva al Signore. Il suo pensiero era lucido, ma non riusciva ad esprimersi e diceva di accettare da Dio questa menomazione. Parlava spesso dell'anima, Dio e l'anima erano i suoi pensieri più ricorrenti. Aveva una forza di volontà tremenda. In casa faceva fatica a fare tutto, per la terapia era diventato anche grosso, pesante, ma non ha mai voluto essere aiutato.

- Venivano amici a trovarlo?
- Va ricordato che, appena saputo della sua malattia, il Cardinale Giovanni Colombo, suo rettore al seminario di Venegono, pure lui ammalato grave, gli ha mandato (in data 2 aprile) un biglietto in cui dice: «Al caro Padre Augusto Gianola giunga l'episcopale benedizione e il mio fraterno incoraggiamento in questo momento di prova, con l'augurio di una rapida guarigione.
Con antica e nuova amicizia mi confermo dev.mo e aff.mo Cardo Giovanni Colombo ». Molti venivano a trovarlo. Quando alla sera arrivavano quelli di Locate, era una festa. Ricordava ogni minimo particolare delle passeggiate di trenta e più anni prima. Anche il parlare gli diventava sciolto.

- Ha qualche altro ricordo particolare degli ultimi mesi?
- Edificava tutti perché diceva spesso: «Sono contento di morire, sono felice di andare a vedere Dio». Aveva sempre in bocca questa espressione, quando venivano a trovarlo e cercavano di fargli coraggio. È la preghiera che abbiamo messo sulla sua tomba, che aveva scritto lui in portoghese: «Sono felice perché vado a vedere in pienezza Colui che ho tanto cercato».

Il 20 maggio 1990 padre Augusto ha celebrato la Messa della Prima Comunione a Laorca, amministrata ad una ventina di bambini, fra i quali anche il nipote Pietro Gianola, figlio di Alberto e di Mariangela.

Alla presenza di un buon numero di fedeli - si legge nel registro della cronaca parrocchiale - p. Augusto ha concelebrato con il parroco don Angelo Galbusera ed è stato salutato da un caloroso applauso. Ha anche tenuto una breve omelia, durante la quale ha ringraziato tutti i laorchesi che hanno pregato per lui, rivolgendo poi un pensiero particolare ai bambini della prima Comunione, sottolineando la gioia di questo loro incontro con il Signore e augurando che tale gioia duri per tutta la vita.
Durante il breve periodo trascorso tra noi è stato una presenza forte, una testimonianza grande, un richiamo per tutta la gente, per gli amici che andavano a trovarlo in casa del fratello.

Anche negli ultimi mesi, Augusto non si smentisce. Ricorda padre Andra Asiani, dei missionari oblati di Rho (Milano), suo compagno di ordinazione sacerdotale (1953):

Due mesi prima che Augusto morisse, noi compagni di Messa ci siamo riuniti nell'incontro annuale al Santuario della Consolata in Torino per tre giorni. Il parroco di Pescarenico, don Angelo Martinelli, suo e nostro compagno, l'ha portato in macchina ed è rimasto con noi due giorni su tre. In quei due giorni abbiamo ammirato la sua fede e serenità, ma ha fatto in tempo a combinare uno dei suoi scherzi. Una notte ci ha chiusi tutti in stanza dal di fuori, in modo che al mattino non riuscivano più ad uscire. Non ha mai smesso di combinare scherzi e fare battute, per creare un clima allegro, lui che stava morendo.

La sorella Pinuccia ricorda:

Il periodo della malattia ci ha visti testimoni di ciò che era accaduto in Augusto: eravamo infatti di fronte ad un «uomo nuovo ». Ha vissuto la malattia e la morte perfettamente consapevole di ciò che il Signore gli chiedeva e si è consegnato a coloro che si prendevano cura di lui come un agnello mansueto che si lasciava condurre dove altri lo conducevano, senza un lamento, senza ribellione, con molta pace, accettando le cure e le menomazioni, consapevole che venivano dalle mani di quel Dio che aveva sempre cercato.
All'ospedale si faceva voler bene da tutti, dai medici e degli infermieri che si soffermavano volentieri ad ascoltarlo, dai compagni di camera. Il giorno dell'ultimo viaggio in auto ambulanza da Milano a Lecco (15 luglio), dopo che i barellieri lo avevano trasportato in casa, ha raccolto le poche forze che aveva per ringraziare tutti i presenti, parenti e barellieri, per le cure che gli avevano prodigato ed ha chiesto perdono a tutti per aver dato loro pena. Fu una scena commovente. Non ci
aspettavamo, dopo quel viaggio così silenzioso, che padre Augusto, all'apparenza quasi assente per la sfinitezza causata dalle terapie, si manifestasse invece cosìricco di sentimenti di gratitudine e di umiltà, riuscendo ad esprimersi con proprietà di linguaggio, in giorni in cui ormai parlava con fatica.
Negli ultimi mesi parlava della morte con grande serenità, ma più ancora parlava dell'al di là come di una
vita da lungo tempo desiderata. Ne parlava con tutti, con grande felicità negli occhi, come se già vedesse quella vita futura. Cercava inoltre di alleggerire a tutti il dolore di vederlo morire con battute scherzose appena poteva.

È morto serenamente il mattino del 24 luglio 1990 in casa nostra - racconta la cognata Mariangela, moglie del fratello Alberto. - Ce l'avevano portato da Milano il 15 luglio ed a noi pareva che le cure che gli avevano dato non gli facessero bene, in quanto si gonfiavano i piedi, faceva difficoltà a capire ed a parlare. Lo vedevamo peggiorare. Abbiamo telefonato all'istituto Besta a Milano per chiedere consiglio e poi la sera del 23 luglio è venuto a visitarlo un nostro amico medico ed ha ordinato alcuni esami per dargli medicine di sostegno. Il mattino dopo è venuta molto presto l'infermiera, per fare il prelievo del sangue per questi esami. Partita l'infermiera, era in poltrona ed ha cominciato a strabuzzare gli occhi. Era seduto in poltrona e l'ho aiutato a mettersi a letto, ho chiamato mio marito e una dottoressa che abita vicino a noi. Ma è morto quasi subito.
Sembrava guardasse un quadro di Cristo, una icona. È
morto con quello sguardo a Cristo, alle 7,15 del mattino.

Nel registro della cronaca parrocchiale di Laorca si legge questo resoconto dei funerali di Augusto:

Tutta la parrocchia di Laorca e moltissimi amici hanno partecipato alla S. Messa di suffragio che è stata celebrata la sera del 25 luglio, durante la quale un suo carissimo amico, padre Pedro Vignola, ha ricordato gli anni in cui hanno lavorato assieme in Amazzonia.
Il giorno seguente (26 luglio) un grandissimo numero di persone hanno accompagnato padre Augusto nel corteo funebre dalla chiesa di Malavedo, attraversando tutto il paese, fino alla parrocchiale di Laorca, largamente insufficiente ad accogliere tutti i convenuti. La bara è stata portata a spalle dal gruppo Monte Medale di Rancio-Laorca, dai Ragni della Grignetta e degli amici «Centpè» di Locate Varesino. Hanno partecipato alla Messa circa 70 sacerdoti diocesani e missionari del PIME, il parroco don Angelo Galbusera, i preti nativi di Laorca, il Superiore del PIME, parecchi dei sacerdoti che con lui avevano ricevuto l'ordinazione sacerdotale.

Di quella solenne cerimonia funebre sono stati conservati i discorsi, di cui riportiamo alcuni passi:

In questa celebrazione ci è di conforto il silenzio - ha detto padre Giacomo Girardi, superiore regionale del PIME a Milano - quel silenzio che tu Augusto hai tanto amato, che hai intervistato in lunghi anni di vita missionaria, perché dentro hai trovato meglio il Signore: contemplato, amato, desiderato. Quel Dio che ti sei preso il coraggio di strappare dall'alto per farlo camminare e navigare sul Rio delle Amazzoni, rischiando, perché avevi visto Dio più in profondità, la tua vita per la gente dell'Amazzonia.
Noi ti diciamo grazie, padre Augusto, perché ci doni il silenzio e la preghiera come dimensioni della vita del prete, della vita missionaria. Guardalo negli occhi quel Signore che hai cercato e amato, di cui hai parlato in mille maniere con l'intelligenza della fede, guardalo negli occhi e digli: «Signore, io ho lasciato un vuoto laggiù, un vuoto per chi mi ha amato: per la mia famiglia, i missionari del PIME, la missione dell'Amazzonia, la diocesi di Milano. Ora tocca a te, Signore, farmi sostituire» .

Il p. Gino Malvestio, attuale vescovo di Parintins, che era da pochi giorni in vacanza in Italia, ha partecipato al funerale di Augusto ed ha dato questa testimonianza:

In Parintins abbiamo accompagnato la malattia di padre Augusto assieme a tutto il popolo con molta trepidazione. Un popolo che continuamente pregava e chiedeva informazioni. Ieri, telefonando al vescovo mons. Risatti, ci ha detto che la gente manifesta il proprio dolore nella preghiera e in un profondo silenzio.
Non è facile dire che dono di Dio è stato padre Augusto per tutti noi: per la Chiesa ambrosiana, per la diocesi di Parintins e l'Amazzonia, per il PIME... Ha sempre vissuto intensamente il fascino del mistero, dell'infinito: aveva sete del suo Signore, per annunziarlo poi nella verità... Negli ultimi mesi della sua vita in Amazzonia non aveva più niente con sé: né casa, né libri, né soldi, né chiesa. Tutto quello che gli arrivava dall'Italia, dagli amici, dai parenti era a disposizione della missione: lui non s'è tenuto niente, ha donato tutto. Solo una piccola canoa con la quale si recava di capanna in capanna per convivere con la sua gente.
Due mesi fa visitavo il villaggio Mocambo dove aveva il suo punto di riferimento. Tutti mi dichiaravano la gioia di ospitare nella propria capanna padre Augusto. Con loro parlava, mangiava, pregava, dormiva, ma specialmente ascoltava e poi annunziava a questa gente la speranza cristiana. Lo aspettavano e custodivano la canoa come una reliquia. Lo volevano ancora vedere remare, là, sui loro fiumi, sui loro laghi. Prima di partire per l'Italia, a Parintins, ci diceva con semplicità: «Ormai ho fatto tutte le esperienze: posso dire che ho fatto di tutto per incontrare il mio Signore. Mi manca solo la morte: l'aspetto con ansia, sono felice».

Ha parlato pure il padre Andrea Asiani, missionario Oblato di Rho, in rappresentanza dei 112 sacerdoti (91 dei quali diocesani) ordinati con padre Augusto nel Duomo di Milano il 28 giugno 1953 (fra i quali anche chi ha scritto questa biografia). Poi è stato letto il saluto del Cardinale Giovanni Colombo, il quale ha espresso l'augurio che l'esempio di don Gianola sempre ardimentoso e limpido nella vita come nella fede...(sia) un seme fecondo, che risorga con la fioritura di nuove vocazioni diocesane, religiose e missionarie».
Che dire ancora di padre Augusto, al termine di questa forse troppo lunga biografia? A voler trascrivere le avventure e i testi più belli dei suoi Diari, avrei dovuto almeno raddoppiare le pagine. Termino citando alcune testimonianze raccolte intervistando, dopo la sua morte, parenti ed amici.

Augusto è ancora ricordato e amato là in Amazzonia - dice mons. Giovanni Risatti, vescovo a Parintins dal 1988 al 1993 - come se fosse vivo. Ha toccato il cuore di tanta gente. Il fratello Michele De Pascale ha dipinto un suo grande quadro che è al Mocambo, dove è veneratissimo. La gente lo ricorda molto, si tramanda il suo ricordo, perché è stato una grande figura di missionario, di evangelizzatore, di uomo che cercava Dio e non si siede mai. Le caratteristiche della sua spiritualità erano la fede e il perdono. A me ha scritto una lettera bellissima da San Paolo, prima di partire per !'Italia e morire. Una lettera appassionata sulla sua vita dedicata a Dio e alla ricerca di Dio, nella preghiera, nella penitenza e nell'amore dei più poveri. Chissà dov'è andata a finire, nello spostamento da Parintins a Macapà ho perso molti documenti (dal marzo 1993 mons. Risatti è vescovo di Macapà, n.d.r.).

Per Augusto Dio era tutto - dice padre Armando Rizza suo padre spirituale e superiore, negli ultimi anni - una realtà sconfinata che non s'è mai finito di esplorare, di conoscere, di amare. Il suo desiderio di solitudine era motivato dalla paura di non incontrarlo totalmente. Una volta mi disse che uno dei motivi per cui fuggiva dal ministero era che la gente lo avrebbe preso tanto, da costringerlo a mettere Dio in secondo piano. Perché la gente lo « adorava», si sentiva attratta, non lo avrebbe lasciato in pace. Il ministero sacerdotale poi lo faceva, era disponibile, ma staccato dalle strutture parrocchiali. Certamente per molti aspetti è esemplare, specie per il suo amore alla gente più povera.

A me piaceva questo suo spirito avventuroso - dice il padre Enrico Uggé - e poi il desiderio di conoscere a fondo il caboclo per trasmettergli il messaggio in modo credibile. Diceva: « Il caboclo non capisce nemmeno un decimo di quello che noi preti diciamo... Chissà cosa capisce delle nostre prediche... ». Lui non criticava gli altri, ma voleva fare esperienze per conoscere, per capire, per immergersi in quella cultura e realtà che sentiva profondamente diverse. Aveva uno scopo pastorale, ma poi c'era anche il senso dell' avventura che a me pare molto missionario.

Il suo rapporto con Dio, così come io l'ho percepito dice padre Giuliano Frigeni - era il rapporto di un uomo cosciente di aver bisogno del perdono. Sentiva la sproporzione tra !'infinita purezza di Dio e la nostra povertà. Lui sfidava Dio non per distruggerlo, ma per partecipare alla sua vita, per sentirlo, toccarlo. Un po' lo capisco perché sono diventato sacerdote dopo aver letto il libro di un autore che poi entrò nella Trappa, intitolato: «Un uomo che si vendicò di Dio». lo avevo 16 anni e quel libro mi ha scosso e spinto a diventare prete: la sfida a chi ama di più.
Aveva fortissimo il senso della sfida, dell'arrivare sempre primo. Non tollerava di arrivare secondo. Sceglieva sempre la via più difficile, come quando andava in montagna. Di natura era un lottatore, un polemista, anche un violento. C'è da ammirare il lavoro che ha compiuto in lui il Signore. Il sacrificio, per uno spirito come il suo, di star dentro nella Chiesa era grande, nell' obbedienza alla Chiesa e al PIME. Credo che persino il dolore del cancro fosse inferiore. Perché, in fondo, la Chiesa ti mortifica in strutture, in gesti, in obbedienze che gli stavano stretti, lo soffocavano. Il cancro e la morte vanno visti come una liberazione verso Dio.
Forse il più grande insegnamento che ha dato, a noi missionari in Amazzonia, è stato che capiva il caboclo a fondo, parlava come il caboclo, mangiava e dormiva come il caboclo, era diventato anche lui un caboclo. E questo chissà quanta sofferenza e quanti sacrifici gli è costato, ma aveva una volontà d'acciaio e poi era animato dal grande ideale missionario, perché tutto faceva per portare i caboclos a Dio e a Cristo. Ha indicato a noi missionari la via da seguire, se vogliamo evangelizzare questo popolo.

Quante volte ho discusso con lui per convincerlo - dice Nella Castiglioni - che andare in foresta non era il modo giusto per cercare Dio. Nella mia ignoranza gli dicevo: «Tu ti isoli dal mondo per conoscere Dio, fuggi gli uomini. Ma vincere la tentazione vuol dire vedere una bella donna e non abbracciarla. È stare a tavola, avere tanto da mangiare e mortificarsi. Tu invece fuggi... ». Però debbo dire che quando è tornato in Italia, alla fine, aveva trovato quello che cercava. Avrebbe voluto dire tante cose nei suoi ultimi mesi di vita, ma la malattia gli ha tolto la facilità di parola.
Abbiamo visto i suoi occhi felici come non mai. L'ho visitato alcune volte quando poteva ancora parlare e in uno degli ultimi giorni mi ha detto: «Nella, l'amore che
sogni tutta la vita non è niente, di fronte all'amore della Trinità. Vedrai, Nella, vedrai, tutto quello che pensi è niente, tutto quello che soffri e che ami è niente, di fronte all'amore di Dio. Perché è una cosa talmente grande, talmente bella che non puoi nemmeno immaginare ». lo ero commossa, ma in quel momento è venuto il prete dell' ospedale e sono rimasti a lungo insieme. Il mattino dopo già non parlava più.

C'è stato in lui un lungo cammino di purificazione e' di approfondimento dell' amore di Dio - dice la sorella Anna Maria - a cui è giunto attraverso l'amore alle persone e alla natura. Ha sempre sentito il fascino delle cose belle, che lo portavano a Dio. Il punto centrale del suo sacerdozio era voler bene alla gente, ai poveri, agli uomini e alle donne comuni. Non era fatto per un apostolato fra gente colta, ricca, di alto livello. Amava i poveri perché vedeva in essi la semplicità dell'uomo, della natura, di Dio.
Era chiaramente una vocazione di Dio. La sua ricerca di Dio era fondata su una sensibilità religiosa che fin da ragazzo aveva in grado sommo. La sua era una ricerca di Dio continua, appassionata, che lo portava non verso l'angoscia o la tristezza, ma gli riempiva l'animo
di gioia. Augusto era pieno di gioia in ogni momento della sua vita, una gioia che veniva da Dio. Diceva spesso: «Bisogna essere allegri, gioiosi, perché la tristezza tira giù, mentre la gioia dà le ali».
Il titolo della sua biografia per me potrebbe essere la frase evangelica: «Se non diventerete come bambini», perché Augusto ha sempre conservato un cuore da bambino, lo diceva anche nostra mamma. Alla fine poi era proprio un fanciullo. Quando gli telefonavo, negli ultimi giorni, si esprimeva con difficoltà e mi diceva sempre: «Sono semplicissimo». Capivo che voleva dire di aver raggiunto il massimo di semplicità nella vita spirituale. Poi aggiungeva: «Anna Maria, abissi di felicità... Nel mio cuore abissi di felicità».

Per finire, vorrei dare alcune «chiavi di lettura» della vita di padre Augusto. Non sarebbe nemmeno necessario poiché nell'intervista concessa ad Enzo Biagi pochi mesi prima di morire (vedi all'inizio di questo Capitolo) egli spiega chiaramente i motivi ispiratori e racconta in breve la sua straordinaria avventura umana e cristiana. Ma vale la pena di spendere qualche parola.
Anzitutto, Augusto non era un uomo facile ed è stato, di conseguenza, poco capito anche dai confratelli.

Ti ringrazio, Signore - scrive nel Diario 1'11 ottobre 1974 - per questa grande pace che sento nel cuore. Lo so che nessuno mi comprende, neanche i miei parenti, tanto meno i miei superiori. Tutto è mistero, anch'io non mi comprendo più. È difficile comprendermi, lo so... Mi sento amato da Dio. Me lo dimostra cento volte al giorno. E questo mi dà tanta pace.

Il non essere mai compresi del tutto dagli altri fa parte della «condizione umana» comune a tutti, ma in Augusto c'era un esasperato senso di verità, di autenticità, di totalità, che rendeva dolorosa questa coscienza del limite e dell'impotenza dell'uomo.
La sorella Anna Maria testimonia (vedi sopra) che al termine della vita Augusto le disse più volte: «Sono semplicissimo ». Espressione carica di significato: tutto in lui è stato a poco a poco unificato, purificato e semplificato dalla grazia e dall'amore di Dio. Ma nel corso degli anni è apparso a molti esattamente l'opposto della semplicità e il massimo della complessità. Nel Diario scrive: «Sono un mistero a me stesso» (vedi Cap. VIII). Alla sorella Anna Maria: «Ognuno di noi è un mistero» (vedi Cap. VI). E la stessa Anna Maria, Carmelitana di clausura, mi ha detto: «Su Augusto sono stata tranquilla solo quando è morto. Era imprevedibile e fuori di ogni schema ». Lo pensavano anche i suoi superiori e con fratelli.
Questa la sua natura. Come già ho avuto occasione di dire, padre Augusto era un tipo complesso, problematico, originale, a volte contraddittorio: autentico sì, ma non lineare, né equilibrato (almeno nel senso in cui l'uomo comune intende l'«equilibrio»!). Nella sua «ricerca di Dio» è guidato però da motivazioni profonde, di alta sensibilità spirituale.
Era un insoddisfatto per natura, un po' perché uomo avventuroso, che rifuggiva dalle situazioni comode estatiche; ma anche perché non riusciva a trovare Dio come avrebbe voluto, «vederlo e toccarlo» scrive. Questa famosa «ricerca di Dio », che torna spesso nelle sue lettere e nel suo Diario, è un continuo cercare e non trovare mai, un esaltarsi e un abbattersi, un tormentone che gli dura quasi tutta la vita. Solo alla fine il suo spirito sarà placato, appagato. Dava !'idea di aver trovato quel che cercava, dicono molti che l'hanno frequentato negli ultimi tempi.
Augusto non è un «santo» come siamo abituati ad immaginare i santi, impassibile, quasi impeccabile. No, Augusto è uno di noi: peccatore, pieno di passioni e di buoni propositi a cui spesso non è fedele, tormentato, non contento di sé... Potrebbe essere, come molti di noi, un uomo seduto, che si rassegna, che vive il suo tran-tran quotidiano con pochi slanci o pentimenti, che a sessant'anni (o cinquanta?) tira i remi in barca, dà addio agli ideali della giovinezza e cerca il modo migliore di invecchiare e di godersi la «pensione». Invece no, la sua grandezza ed esemplarità stanno nell'aver conservato fino alla morte il desiderio di santità e di conoscere Dio, la forza e la buona volontà di lottare contro se stesso, di mortificarsi fino a rischiare la vita per combattere i suoi peccati, superare i limiti della condizione umana e poter più facilmente amare Dio ed essere utile alla sua gente amazzonica.
Le «chiavi di lettura» della sua vita credo si possano, in breve, ridurre a tre: ricerca di Dio, amore all'avventura e alla natura, amore all'uomo e in particolare ai più poveri.

1) La ricerca di Dio, l'innamoramento di Dio. Don Primo Soldi di Torino, che l'ha conosciuto bene, scrivendomi su Augusto cita Emanuel Mounier:

«L'unica cosa che conta è l'inquietudine divina delle anime inappagate. Solo la verità salva e non la consolazione. Essa è un fuoco, non un tranquillante. Occorre soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina, ma nasca dalla carne ». Ecco, Augusto è descritto benissimo - continua don Primo Soldi - in queste frasi di Mounier. La testimonianza di santità che ci ha lasciato è nata dalla sua carne, dalla sua «inquietudine divina»; «inquietudine» perché aveva come termine ultimo di ricerca un Dio che fosse il più vicino possibile, termine di un amore e di un pensiero concreto; e «divina» perché non è l'inquietudine psicologica o narcisistica. Augusto, prima di essere un missionario, era un uomo vero. È stato vero fin da ragazzo.

Tutta la vita di padre Augusto va letta in questa chiave della ricerca di Dio, che lo lasciava sempre insoddisfatto, tormentato, ma anche allegro, entusiasta, pieno di fede e di speranza in tutto quel che faceva. Era orientato a Dio e non poteva condurre una vita triste. La sua allegria è un segno chiaro di retta intenzione e di una ricerca di Dio certamente tormentata, ma autentica. Non si può fare una vita come la sua, ed essere sempre contento, se non c'è la motivazione pura di fare tutto per amore di Dio. E poi, le gravi e continue mortificazioni a cui s'è volontariamente sottoposto: penitenze che sembravano a tutti esagerate (fame, isolamento, mancanza e quasi rifiuto di cure mediche), fatte per controllare le proprie tendenze ed essere libero, leggero per trovare Dio.
Era giudicato originale, imprevedibile, incapace di adattarsi alle strutture, mai seduto, tormentato da un'inquietudine che lo spingeva sempre oltre. Insomma, un prete generoso e simpatico, ma difficile da capire e da imbrigliare.
Senza voler fare paragoni, ma diversi santi e mistici non erano un po' così? In San Bernardo di Chiaravalle trovo queste parole che s'adattano perfettamente alla vita di padre Augusto (Sermone 169, 15, 18):

Sii sempre malcontento del tuo stato, se vuoi arrivare ad uno stato più perfetto, perché quando ti compiaci di te stesso, cessi di progredire. Se tu dicessi: basta, sono giunto alla perfezione, avresti perduto tutto.

Nella «ricerca di Dio» Augusto aveva seguito la vocazione sacerdotale e missionaria, ma con un senso profondo dei suoi peccati, che i confratelli giudicano « esagerato ». Si sentiva peccatore e indegno di celebrare il sacrificio divino dell'Eucarestia: celebrava solo quando era con il popolo. Ha pregato tutta la vita per poter celebrare la «prima Messa» e il Signore gli ha concesso negli ultimi mesi la grazia di vivere con serenità il suo sacerdozio.

2) Nella vita di padre Augusto Gianola è forte il senso dell'avventura. Ricordiamo la sua passione alpinistica per la conquista delle vette, i viaggi rischiosi sui fiumi e nelle foreste dell'Amazzonia, la ricerca del sempre più difficile, la sfida che sentiva ogniqualvolta si presentava un'impresa giudicata impossibile. Qui c'è una delle radici della sua vocazione missionaria, vissuta come tensione verso le frontiere estreme della Chiesa, verso i popoli più lontani e abbandonati, il non adattarsi ad un ({ localismo» molto comune nella Chiesa d'oggi, ma poco evangelico. In questo senso Augusto è senza dubbio esemplare per i giovani, che, lo diciamo spesso noi adulti, mancano di ideali perché ricevono tutto, la vita non richiede loro grandi sforzi, né presenta mete affascinanti da conquistare.
Ecco come la sorella Pinuccia interpreta il senso dell'avventura di Augusto.

Per lui la vita era un'Avventura: non l'avventura per l'avventura, ma la carta da giocare per vincere, la sfida da raccogliere, il talento non da nascondere sotto terra, ma da rischiare continuamente per raggiungere i grandi ideali della sua esistenza. Dio l'aveva dotato di un temperamento avventuroso. Diceva sempre: «lo sono fatto così, non posso arrivare in Paradiso in altro modo. Se Dio mi ha dotato di questo senso dell'Avventura è perché attraverso di quello vuole che io arrivi a lui». Quante volte noi familiari l'abbiamo sentito dire: «Non posso castrarmi per seguire il Signore, non posso essere prudente e calcolato, come voi dite, per non lasciarvi in pensiero. Il mio modo di servire il Signore è secondo la mia natura: avventuroso. Per me la vita è tutta un'avventura e anche l'al di là non so immaginarlo che come la più bella delle avventure».
In un'intervista a Radio Grignetta di Lecco diceva: «Le note della missione io le ho scritte sul rigo dell' avventura. Ho fatto la missione così: avventurosamente. lo direi a tutti di fare della vita una Missione e un'Avventura. Quando questi due orientamenti stanno assieme, vien fuori una cosa bella».
Negli ultimi mesi di vita diceva spesso: «Le avventure di quaggiù le ho vissute tutte ed ora aspetto l'avventura più bella: faccia a faccia col Signore ». Val la pena di ricordare qui un brano del discorso di addio che Augusto pronunziò nell'ottobre 1963, il giorno della consegna del Crocifisso e della partenza per l'Amazzonia. Rivolto ai confratelli come lui partenti disse: «Soli, sotto il cielo stellato delle notti tropicali, con la sola compagnia di Dio, ci sembrerà di star compiendo un'Avventura, la più bella che ancor oggi valga la pena di essere vissuta, sulle orme di quei primi avventurieri di Dio: Pietro, Giovanni, Barnaba e Paolo. Soprattutto Paolo ».

3) L'amore alla gente, soprattutto ai poveri. Ha voluto veramente bene al suo popolo: l'hanno testimoniato i suoi confratelli, anche quelli più critici nei suoi confronti. Un amore che si spingeva fino a voler «vivere come loro, essere come loro)}, per capire i caboclos dall'interno e poterli evangelizzare (si veda il Cap. VI). Su questo tema si potrebbe scrivere a lungo, ricordando vari aspetti del suo lavoro missionario in Amazzonia. Bastino alcuni spunti.
Cerca Dio nell'isolamento della foresta, ma poi riconosce di non avere la vocazione a fare l'eremita e si convince che, per uno come lui, Dio si trova fra gli uomini, amando e servendo gli uomini (Capp. IX e XVI). «La gente lo seguiva, gli voleva un gran bene - dice Nella Castiglioni - perché lo vedeva totalmente dedicato)} (Cap. X).
D'altra parte, lo stesso Augusto, che a volte si proclama «misantropo)}, dice che esce dalla foresta perché gli manca il prossimo, i caboclos, che sono il suo «più grande amore)} (si veda l'intervista ad Enzo Biagi all'inizio di questo Capitolo).
Mons. Giovanni Risatti, vescovo di Parintins quando Augusto era al Mocambo, testimonia (intervista del 9 luglio 1993):

Caratteristica sua fondamentale era la ricerca di Dio e l'amore alla gente. Amava i caboclos che infatti lo cercavano. Per i caboclos era straordinario. Tant'è vero che è ancor oggi amato, ricordato dalla sua gente, quasi come se fosse vivo. Al Mocambo c'è un suo grande quadro dipinto dal fratello Michele De Pascale, la gente lo venera, vanno davanti al quadro e lo conservano come una reliquia.
Ma anche a Parintins il popolo lo ricorda molto. È una grande figura di missionario, di evangelizzatore, di
uomo che cerca Dio e non si siede mai. Le due caratteristiche della sua spiritualità erano la fede e il perdono. La gente lo adorava perché dava molto anche spiritualmente, come preghiera, sacramenti, catechesi. Aveva un'attenzione straordinaria alle persone, tant'è vero che nei posti in cui è stato, anche se dopo di lui sono andati buoni missionari, lo rimpiangono. Vengono a dirmi: « Noi vogliamo uno come padre Augusto... ». Quell'amore e attenzione alla gente, ce li aveva solo lui.
Io lo ricordo molto bene ed ha fatto tanto bene. Nella sua vita c'è qualche contraddizione, ma chi di noi non ce l'ha? Come figura è grandiosa, affascinante. Vale la pena di presentarlo soprattutto ai giovani d'oggi, perché aveva grandissimi valori, sia spirituali che sociali, umani, missionari. E quando andava in foresta non era per fare il turista, ma si dava a grandi penitenze e pregava davvero.

 

NOTA DI AGGIORNAMENTO (MARZO 1999)

- Nel 1998 è stato pubblicato il volume delle lettere di padre Augusto Gianola: "In missione per cercare Dio. Lettere dal Brasile" a cura di Piero Gheddo, San Paolo Edizioni, 1998, pagg, 442. Il libro completa molto bene la biografia di Augusto: le sue lettere vanno dal 19 51 al 1989 e sono divise in otto capitoli cronologici che coprono tutta la sua esistenza, prima e dopo la partenza per l'Amazzonia nel 1963.

- Nel marzo 1999 il regista Cesare Noia è andato in Amazzonia per girare un documentario sulla vita e le opere di padre Augusto Gianola, col nipote di padre Augusto, Samuele Gianola, che continua a lavorare, con altri volontari italiani, nella scuola agricola di Urucarà fondata nel 1976 dallo zio missionario. Il documentario è andato in onda su Rai-Tre nel maggio 1999.

 

CRONOLOGIA DI PADRE AUGUSTO GIANOLA

5 novembre 1930 - Nasce a Laorca di Lecco (Como) da Daniele e Luisa Valsecchi, primo di cinque figli (Anna Maria, Maria Teresa, Pinuccia e Alberto).

1947 - Entra nel seminario diocesano di Venegono, dopo aver frequentato il ginnasio a Lecco.

28 giugno 1953 - Ordinato sacerdote nel Duomo di Milano dal Cardinale Arcivescovo IIdefonso Schuster.

1952-1953 - Compie l'anno propedeutico a Gazzada (Varese) con servizi domenicali nelle parrocchie di Pero, Consonno, Oltrona al Lago.

1954-1962 - Viceparroco a Locate Varesino. 

1962 - Viceparroco a Verano Brianza per quattro mesi. Riceve, dopo molti anni di insistenza, l'autorizzazione del Cardinale Arcivescovo Giovanni Battista Montini ad entrare nel PIME.

Settembre 1962 - Luglio 1963 - Anno di formazione nel PIME a Villa Grugana (Calco, Como) e giuramento di fedeltà all'Istituto.

Ottobre 1963 - Riceve il Crocifisso di missionario partente nella Chiesa del PIME a Milano, dalle mani di mons. Giovanni Colombo, suo antico rettore nel Seminario di Venegono e futuro Arcivescovo Cardinale di Milano.

5 novembre 1963 - Partenza da Genova su una nave da carico per Macapa e Parintins in Amazzonia brasiliana.

Dicembre 1963 - Nominato vice-parroco della Cattedrale di Parintins, con vari incarichi a livello diocesano.

1964 - Padre Gianola organizza le "Olimpiadi di Parintins", la "Repubblica dei ragazzi" e altre iniziative di carattere religioso e sociale (campionato di calcio, festival folcloristico di Parintins...).

Gennaio 1965 - Nominato responsabile della cappella di San Benedetto, che dipende dalla parrocchia della Cattedrale di Parintins.

1966 - Gli vengono affidate 60 comunità sui fiumi, da Parintins al Mocambo, che dipendono dalla Cattedrale di Parintins.

1966 - Svolge un grande lavoro di animazione delle comunità rurali. Il Vescovo gli affida anche l'assistenza al Collegio N.S. do Carmo in Parintins, tenuto dalle suore.

1968 -1118 febbraio arrivano a Parintins, chiamati da mons. Cerqua, i primi TVC (Tecnici volontari cristiani) di Milano per dirigere la scuola professionale. Tre anni dopo, alcuni di essi, in contrasto col Vescovo e la Prelazia, si spostano in un villaggio dell'interno assistito da p. Augusto Gianola, il Mocambo, dove seguono le "comunità rurali" e le "colonie agricole" create da padre Augusto. Fra questi volontari, Giorgio Campo leoni (e la fidanzata Myriam, venuta dall'Italia per sposarlo) seguirà p. Augusto in tutta la sua opera a favore delle colonie agricole e della Scuola agricola di Urucara, di cui sarà direttore. Nel 1980 i due coniugi, con tre figli piccoli, ritornano in Italia.

10 maggio 1970 - Diventa primo parroco della parrocchia di S. José Operario (S. Giuseppe Operaio), una parrocchia che ha preparato da diversi anni in Parintins. Suo coadiutore è padre Enrico Pagani. La prima chiesa e la casa parrocchiale che costruisce sono in stile locale, come le capanne dei caboclos, in legno e paglia: ciò suscita contrasti col Vescovo e gli altri missionari.

1971 - Anche per aderire alle richieste del suo popolo, padre Gianola incomincia la costruzione della chiesa in muratura.

19 marzo 1973-lnaugurazione della chiesa parrocchiale di San Giuseppe Operaio.

Marzo 1973 - Lascia Parintins e torna in Italia per la prima vacanza, dopo dieci anni di missione.

20 novembre 1973 - Rientra dall'Italia e va in foresta col caboclo Cicero, in un luogo chiamato Pananaru, non lontano dalle comunità del Mocambo.

15 settembre - Natale 1974 - Augusto si ritira al Paratucu, luogo più all'interno sul fiume omonimo, in cui vive da solo (il suo "eremo»). Intanto viene dall'Italia Nella Castiglioni, infermiera e ostetrica di Locate Varesino, che vive ad Urucara e aiuta nel lavoro delle colonie agricole. Fino a quando ritorna in Italia per sposarsi nel 1983, sarà la confidente e l'aiuto principale di padre Augusto.

Gennaio 1975 - Padre Gianola esce dall'eremo in foresta (il Paratucu) ed è nella parrocchia di Urucara, Prelazia di Itacoatiara, come assistente del "vigario" (parroco), incaricato delle comunità in foresta e lungo i fiumi. È eletto coordinatore del CETRU (Centro di formazione rurale). Negli anni seguenti realizza in grande il progetto delle "colonie agricole" già awiate nel 1971 con alcuni volontari al Mocambo. Il modello erano le comunità degli Atti degli Apostoli: vita comunitaria, preghiera in comune, proprietà comune della terra. Si tratta di villaggi di caboclos lontani dai fiumi, nel tentativo di rendere stabili sul territorio gli amazzonensi, fa cendoli diventare agricoltori, da pescatori e cacciatori che erano; e ottenendo dal governo la demarcazione delle terre che essi coltivano e i titoli di proprietà.

1976 - Fonda ad Urucara il NTI (Scuola Agricola Intensiva) per dare ai figli dei caboclos, che sono sempre stati pescatori, una formazione agricola adeguata. La dirigono dei laici volontari italiani.

1979 - Lascia la coordinazione del CETRU ad un colono.

1980 - Viene per pochi mesi in Italia, per la seconda vacanza da quando è in Amazzonia.

29 settembre 1981 - Muore il papà di padre Augusto, Daniele. 1980-1985 - Dirige il NTI, la scuola agricola di Urucara.

1985 - Affida la direzione della scuola ad un perito agrario locale.

28 giugno 1985 - Augusto lascia di notte la scuola di Urucara e in canoa scende il Rio delle Amazzoni fino al Macapa (1.400 km): 15 giorni di viaggio, circa 138 ore effettive di remo. Da Macapa a Belem, poi a Recife e in aereo a Lisbona; a piedi fino a Fatima e a Lourdes e in pullman torna in Italia (arriva il 30 agosto 1985).

6 febbraio 1986 - Riparte per il Brasile con destinazione il Monastero benedettino di Jequitiba, nello stato di Bahia.

18 agosto 1986 - Lascia Jequitiba e ritorna in Amazzonia, per ritirarsi di nuovo nell'eremo del Paratucu.

Maggio 1987 - La rivista "Mondo e Missione" pubblica un lungo "servizio speciale" di Roberto Beretta su padre Augusto ("Mission '97",20 pagine), frutto di varie interviste fattegli durante la sua permanenza in Italia nel 1985, che fa conoscere padre Augusto ad un vasto pubblico.

Estate 1987 - Nella Castiglioni viene in visita a p. Augusto con vari amici di Locate Varesino.

Fine agosto 1989 - Lascia definitivamente il Paratucu. È curato per la lebbra, che aveva in forma non infettiva, e guarisce.

3 settembre 1989 -11 vescovo di Parintins, mons. Giovanni Risatti, presenta padre Gianola alla comunità del Mocambo, come responsabile delle comunità cristiane di quell'area.

Ottobre 1989 - 11 giornalista Enzo Biagi intervista padre Augusto per la Televisione italiana.

27 novembre 1989 - Su Rai-Uno, in ora serale di grande ascolto, viene trasmessa !'intervista di Enzo Biagi, che rende padre Augusto un missionario conosciuto e amato da un vasto pubblico italiano.

20 febbraio 1990 - Augusto lascia il Mocambo, va a Parintins, poi a Manaus e San Paolo da dove parte il 24 marzo per l'Italia, per curarsi da grave malattia.

24 giugno 1990 - Muore a Laorca di Lecco, in casa del fratello Alberto, dopo tre operazioni alla testa per cancro al cervello.