PICCOLI GRANDI LIBRI   PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

Diventa missionario per essere sempre sulle frontiere estreme - Chiede alla sorella monaca di clausura che preghi perché lui diventi santo - Il permesso di entrare al PIME strappato al Cardo Montini - Nell'«Anno di Formazione» lo trovano «un po' svitato» - Un tempo provvidenziale di preghiera e di riflessione - Parte per l'Amazzonia nel novembre 1963 - Prime impressioni: è difficile fare il missionario - Ama la gente ma non vuol stare in parrocchia - «Perché non regalare un altro santo al Brasile?».

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

II

L'AMAZZONIA COME UNA PARETE DI SESTO GRADO

Diventa missionario per essere sempre sulle frontiere estreme - Chiede alla sorella monaca di clausura di pregare perché lui diventi santo - Il permesso di entrare al PIME strappato al Cardo Montini - Nell'«Anno di Formazione» lo trovano «un po' svitato» - Un tempo provvidenziale di preghiera e di riflessione - Parte per l'Amazzonia nel novembre 1963 - Prime impressioni: è difficile fare il missionario - Ama la gente ma non vuol stare in parrocchia - «Perché non regalare un altro santo al Brasile?»

Com'è nata la vocazione missionaria di padre Augusto? La sorella Anna Maria, carmelitana al Convento di Sassuolo (Modena), racconta:

La vocazione sacerdotale viene dal suo desiderio di guidare e curare le anime, di comunicare a tutti l'amore di Dio. La vocazione missionaria era per lui un modo di andare oltre, di essere sempre sulla frontiera più estrema. Non so di preciso quando è nata, ma quando sono entrata nel Carmelo nel 1960 lui aveva già chiara questa chiamata alle missioni. Gli ho detto: « Io vado al Carmelo» e lui mi ha risposto: « Brava! E io mi faccio missionario, qua la zampa».
Debbo aggiungere un ricordo importante. Quando sono entrata dalle Carmelitane, Augusto mi ha accompagnata al Convento e mentre stavo varcando la porta della clausura che era già aperta per accogliermi, mi ha presa per un braccio, mi ha tirata indietro nella saletta
del parlatorio e mi ha detto: « Anna Maria, prega perché io devo farmi santo. Ricordati di pregare perché sono io che debbo diventare santo ». Il desiderio di santità era forte in lui fin da ragazzo ed è continuato tutta la vita. Ho sempre ricordato quelle parole, che poi ha ripreso in vari modi nelle lettere che mi scriveva e nei Diari. Penso che la spinta a diventare missionario abbia origine in questo suo desiderio di santità, di eroismo, di scegliere la via più difficile.
Per me quanto ti ho detto prima di entrare in Convento (lo ricordi? Ricordalo, altrimenti non ho più neanche quella speranza ultima che ho, un filo) - scrive in una lettera ad Anna Maria il 14 luglio 1960 - rimane la cosa più importante nei nostri rapporti, ciò di cui potremo parlare in Paradiso, come di un'avventura. Se l'avventura andrà bene, te la racconterò tutta intera lassù. Se no, non so cosa succederà.

Ricevo la lettera della mamma - scrive nel Diario a Parintins il 5 marzo 1964 - che mi dice: « Chissà quante penitenze ti tocca fare! ». lo davvero non ne faccio di penitenze. Sento quasi rimorso di essere un missionario che non fa penitenza, se non quella generale del clima e dei disagi del posto. Vorrei tanto essere come questi caboclos che davvero fanno molte penitenze. La mia penitenza più grande è ancora quella interiore: il tormento di non essere santo.

Il 16 luglio 1962, don Augusto lascia Verano Brianza (Milano), dove da circa un anno era assistente dell'oratorio maschile, per entrare nei missionari del PIME.
Da pochi giorni aveva ricevuto una lettera dell'arcivescovo di Milano, cardo Giovanni Battista Montini, che diceva: «Per aderire alle sue pressanti e rinnovate richieste, dietro raccomandazione di S.E. Mons. Sergio Pignedoli (a quel tempo vescovo ausiliare dell'archi diocesi milanese, n.d.r.), Le è accordato il permesso di lasciare il servizio della diocesi e di entrare come membro effettivo nel Pontificio Istituto delle Missioni Estere» (lettera del 23 giugno 1962).

Il Cardinal Montini rimandava di anno in anno la concessione del permesso di venire al PIME - ricorda ancora la sorella Anna Maria - e questo l'ha fatto soffrire un po'. Augusto comunque non aveva la vocazione di diventare parroco, questo si capiva benissimo. Ormai era dieci anni che era prete e avrebbe potuto prendere una parrocchia, ma rifiutava l'idea di diventare parroco.
Il suo concetto del sacerdote si avvicinava molto a quello del missionario: era contro le strutture, le istituzioni, voleva avvicinare le persone, fare il bene direttamente e personalmente. Per lui contava il contatto personale, l'amicizia era una cosa grandiosa.

In una intervista a «Mondo e Missione» (maggio 1987) padre Augusto spiega i motivi che l'hanno spinto a diventare missionario:

Mi sembra di avere una fede molto piccola, probabilmente pochissime volte nella mia vita ho agito per vera fede. Il più delle volte ho agito per il gusto dell'avventura e per il piacere di vivere. Credo di aver scritto le note della missione sul rigo dell'avventura: se non fosse per questo non sarei neanche missionario.

Cosa intendeva padre Augusto per «avventura»? Nel discorso d'addio prima della partenza per le missioni, egli dice, rivolgendosi ai suoi confratelli missionari:

Soli, sotto il cielo stellato delle notti tropicali, con la sola compagnia del nostro Dio, ci sembrerà di star compiendo un'avventura la più bella che ancor oggi valga la pena di essere vissuta, sulle orme di quei primi avventurieri di Dio: Pietro, Giovanni, Barnaba e Paolo, soprattutto Paolo. Eccoci qui riuniti ai piedi della montagna, divisi in parecchie cordate veloci di due o tre uomini, che si divideranno per salire ognuna la sua via: due in Giappone, due in Bengala, altri in India, a Hong Kong, in Brasile... Miei cari compagni di avventura, oggi ci dividiamo ma questa è la legge della montagna. Essa divide alla base: l'appuntamento è quindi lassù, ognuno con la sua lunga cordata di anime.

Al PIME, don Augusto viene accettato da p. Pietro Bonaldo, superiore regionale a Milano, e inviato a Villa Grugana, nel comune di Calco (Corno), per l'«Anno di formazione», prima di essere definitivamente accolto come membro dell'istituto. Interessante il giudizio che dà di lui p. Franco Vernocchi, direttore dell'« Anno di formazione» del PIME (che non avendo voti religiosi, non ha «noviziato»). Eccolo:

Relazione finale dell'Anno di Formazione 1962-1963.
Don Augusto Gianola, della diocesi di Milano, 33 anni.
È entrato già sacerdote (da nove anni) dopo aver insistentemente chiesto ai Superiori Ecclesiastici il permesso di farsi missionario.
Esuberante, presenta atteggiamenti che sembrano un po'... svitati. È buono e generoso. Si è mostrato docile e sempre pronto a qualunque servizio.
È animato da retta intenzione e pieno di tante belle qualità: pietà soda, attività, generosità. Qualche volta gli manca (momentaneamente) quel giusto spirito di riflessione che è preziosissimo per non sbilanciarsi. Sono cose passeggere che lui stesso riconosce. È molto docile e accetta con umiltà sincera e sincero desiderio di emendarsi le osservazioni che gli si fanno. Se continuerà a lasciarsi guidare, potrà fare un bene non comune. Salute ottima. Voto favorevole.

L'«Anno di formazione» alla Grugana (settembre 1962-luglio 1963) è per don Augusto un tempo molto importante, perché gli permette di orientare nuovamente la sua vita a Dio, dopo dieci anni di sacerdozio, impegnati ma dispersivi. Ecco alcune sue lettere alla sorella Anna Maria, Carmelitana di clausura, che ci fanno conoscere un po' in profondità la sua sete di Dio.

Nel tempo passato mille cose mi diluivano Dio, mi prendevano il tempo, l'affetto e l'impegno diventando così delle piccole divinità a cui volentieri sacrificavo tutto me stesso. Qui mi trovo come in un Carmelo: un paio d'ore di libertà (parlare, giocare), cinque o sei ore di preghiera, due ore di studio e due di lavoro. Sto ritrovando il senso della mia vita, l'idea forza che non è la missione o qualsiasi altro bene apostolico, ma solo Dio e la sua volontà.
Ho perso troppo tempo, questo è il mio rammarico. So che non è possibile ricuperarlo, anche perché certe abitudini inveterate in me rendono lento il mio passo e lo spirito spesso deve attendere la carne che si attarda. Ma questo non mi indispettisce e mi fa dire: « Dio mio, tutte le possibilità che tu ancora vedi in me io te le offro, spremi più che puoi da questi pochi giorni che ancora, immeritatamente, mi concedi ».
Dovessi morire anche quest'anno, sarei eternamente grato a Dio per avermi portato qui, in quest'anno di noviziato. Sento, sorelle mie (scrive alla sorella Anna Maria, ma anche alle sue consorelle del convento, che aveva più volte visitate, n.d.r.), che devo essere immensamente grato anche a voi, che con le vostre preghiere (unite a quelle della mia mamma) avete ottenuto direi quasi un miracolo. Spesso io dicevo al Signore: « Non guardare a me, guarda a quel Carmelo laggiù e fammi questa grazia». Grazie infinite anche a voi, dunque. (Lettera del 25 ottobre 1962)

Il Signore ha lavorato molto in questa povera anima, in questi sei mesi ormai trascorsi. Sarebbe stato bello raccontarti tutte le tappe, per godere insieme della sua infinita bontà e intelligenza, nel saper aggirare gli ostacoli che io continuamente gli oppongo.
Non ti posso nascondere che le difficoltà che incontro sono molte, più di quante pensavo. Con Dio non si scherza e se gli domandi una cosa egli te la dà. Se gli chiedi di farti umile, per esempio, egli si mette al lavoro e picchia sodo. I miei Superiori fanno il resto. Del resto è logico che io da questo anno debba uscire cambiato, quindi qualcosa devo pur soffrire. Sono entrato qui come una belva selvaggia e mi devono pur ammansire: un po' con lo zuccherino, un po' con la frusta.
Certi momenti di agonia però sono davvero provvidenziali: sono i momenti in cui si fanno i passi più lunghi. Abbiamo la fortuna di avere un direttore che non si ferma a metà, ma vuol portarci alla scoperta delle cose più segrete di Dio. Così si arriva a quei punti di completa fiducia nel Signore: disponga lui secondo la maggior gloria e maggior gioia sua. Se sarò missionario, bene; se no bene lo stesso. (Lettera del 18 aprile 1963)

Stasera entro negli esercizi di preparazione al giuramento missionario. Non so quale missionario ne possa uscire perché a fine anno mi sento più impreparato che all'inizio. Comunque ora non posso farci più niente e gli Esercizi saranno solo il suggello della mia nullità. (Lettera del 24 luglio 1963)

Per capire meglio l'animo di padre Augusto, leggiamo alcuni passi del suo discorso, quando ricevette il crocifisso (nella chiesa del PIME in via Monterosa a Milano, ottobre 1963) dalle mani di mons. Giovanni Colombo, il suo non dimenticato rettore al seminario di Venegono, ora arcivescovo di Milano. Augusto lo definiva «il giorno della mia crocifissione»:

Inizia per me una seconda vita: è una fortuna che non capita a tutti. Vorrei lasciare qui, nel vecchio mondo, tutte le brutte esperienze fatte in questi primi 32 anni di vita e portare laggiù ciò che c'è stato di utile e di positivo: ma ho paura che partirei a mani vuote. Bene, partirò a mani vuote. Anzi, vorrei addirittura partire senza mani, senza il mio cuore, senza me stesso. Vorrei essere distrutto nella mia povera vita per essere sostituito da un Altro che è la vita, partire col Suo cuore, con le Sue mani. Allora sarei sicuro di poter fare miracoli. Amazzonia, terra dei miei sogni! Terra scelta per me da una bontà immensa, da quel Dio che non vuole smetterla di volermi bene!

Il 5 novembre 1963 padre Augusto parte da Genova per l'Amazzonia con padre Gabriele Modica, anche lui destinato a Parintins, su una nave da carico che li sbarca il17 novembre a Macapà, capitale del Territorio federale dell'Amapà, alle foci del Rio delle Amazzoni. Qui si fermano con i confratelli del PIME una dozzina di giorni, visitando anche Belem. Il 10 dicembre volano a Manaus, ospiti della parrocchia affidata al PIME. Il 5 dicembre sono a Parintins, destinazione finale.
Le diocesi di Macapà e Parintins sono state ambedue fondate dai missionari del PIME, che giunsero a Macapà nel 1948 e a Parintins, più nell'interno dell'immenso spazio amazzonico, nel 1955. La fondazione delle due diocesi è legata al ricordo dei due primi vescovi, mons. Aristide Pirovano a Macapà (superiore generale del PIME dal 1965 al 1977, sostituito in quell'anno da mons. Giuseppe Maritano) e mons. Arcangelo Cerqua a Parintins (morto a Lecco il 16 febbraio 1990). Ecco cosa scrive Augusto nel suo Diario, durante il breve soggiorno a Macapà.

Ho sognato la mamma. Ora sono veramente solo. Non sento ancora il fascino della missione, non so ancora perché ho attraversato il mare. Mi viene da dire che l'ho fatta grossa, che questo non è il mio posto. Però una cosa la sento certa: non tornerei indietro assolutamente, anzi sento di dover andare avanti e di affrontare un vuoto ancora più spinto. È come l'attrazione della parete di roccia (oh, com'è nuovo questo vecchio paragone!): se ne sente la paurosa repulsione, ma è più forte la spinta in avanti.
Signore Gesù, sento che vado incontro alla croce (della solitudine, dell'insuccesso, forse dell'incomprensione). Aiutami a non tornare indietro. Ormai ho posto mano all' aratro.
Lasciare un mondo pulito per un mondo sudicio, un mondo accogliente per un mondo repellente, un mondo organizzato per uno disastrosamente disorganizzato, un mondo di amici per un mondo di ignoti, un mondo conosciuto e comodo per uno sconosciuto, scomodo, in cui ci si sente soli; un mondo fatto a misura per te (come un paio di scarpe) per uno che non è tuo e ti costringe ad una vita bislacca.
Fare il missionario è più difficile che fare il prete in Italia. Almeno per dei poveracci come me. È la fede, prima ancora che la carità, la virtù del missionario: e io ne ho così poca. Il mio entusiasmo dipende dalla mia fede ed è per questo che sono in crisi. Signore, aumenta la mia
fede! (Diario, novembre 1963, Macapà)

Sempre nel Diario, in data novembre 1963, da Macapà, Augusto scrive:

È difficile fare il missionario. Ci vuol resistenza allo sforzo, alla tensione nervosa, alla fatica, al male, a cui si è tentati di cedere per avere solo un momento di rilassamento, di non pensiero, di comodità. Fede, fede, fede.
Penso che qui in missione (come dappertutto) ci vorrebbero dei miracoli per risolvere certe situazioni. Per i miracoli ci vogliono i santi. Santi? Ma come esserlo se qui tutto congiura contro la santità? È difficile per un missionario essere santo. Tutto congiura contro di lui. Il clima lo obbliga alla ricerca quasi spasmodica del sollievo, la solitudine e la vita dura lo spingono alla compagnia, accettandola così com'è, senza reagire alle
cose peggiori che nella compagnia ci sono: esempio, grossolanità, sparlare, parolacce, mancanza di carità e persino di educazione, voglia di mangiare e di bere e stop.
Il sistema di vita dell'indigeno ci impone un ritmo che non è il nostro, di una lentezza esasperante. Insomma, qui si ha l'impressione di non fare nulla, anche perché quel poco che si è fatto è tutto provvisorio, data l'incostanza degli indigeni.

Ancora un brano del Diario da Macapà (novembre 1963), che allora era una cittadina di circa 30.000 abitanti. Oggi, trent'anni dopo, ne ha poco meno di 200.000 ed è città moderna, addirittura con grattacieli, aeroporto internazionale, ecc.:

Macapà è quasi tutta di capanne di legno con paglia per tetto e talvolta tegole. Strade sproporzionatamente grandi, per ora. Clima buono perché ventilato. Il paesaggio è bello. Il fiume dà un senso di immensità ancor più che il mare. Le grandi isole sembrano chiatte naviganti, tanto sono piatte e uniformemente verdi. Pochi animali, qualche cane, qualche somaro, qualche bellissimo uccello, alcuni urubù. Piante tutte diverse dalle nostre: belle, ornamentali, strane. Sono palmizi, mangus, cactus.
La gente: è la cosa più meravigliosa che ci sia. Quanto è brutta l'Italia a questo riguardo, quanto monotona. Qui c'è un anticipo di quel che sarà il Paradiso, in cui la razza bianca sarà soffocata. Tipi bellissimi di tutte le qualità, negri, negroidi, pelli di tutte le tonalità, a braccetto, giocano assieme. Lineamenti eccezionali, donne ben fatte, donne vecchie monumentali. Specialmente malti bambini, vecchi pochi. Un popolo multiforme, non molto indaffarato. Un popolo che in genere fa pena. Però è un popolo che prega e quindi è più felice di noi. Le chiese piene mattina e sera, molte comunioni. Tanti uomini in chiesa, tanta gente giovane.
Qui la gente forse non sa ben vivere, però sa morire. Hanno il senso della rassegnazione.
È difficile vedere persone brutte. Ce ne sono di malmesse, scalze, sbrindellate, sporche, ma non brutte. Quelli che vestono lo fanno con buon gusto, con bei colori. Amano le divise, di scuola, sportive, militari. Amano la patria, la bandiera. Deus è bem brasileiro. La gente prega bene e a lungo. Non si vede in giro l'immoralità, anche se ce n'è fin troppa. La polizia ha segnalato più di cento prostitute. Ma ce ne sono molte di più. Parecchie di esse sono disperate, la maggior parte negre.

Il 16 dicembre 1963, Augusto scrive una lunga lettera alla sorella Anna Maria da Parintins, dove è arrivato da una decina di giorni, descrivendo le prime esperienze ed impressioni della vita missionaria. Si noti il costante riferimento alla santità, tema che diventerà quasi ossessionante negli anni seguenti.

Già qui in città la vita è molto faticosa: la prima cosa che si deve fare è quella di vivere. Poi, se resta ancora un po' di forza, la si dedica all' apostolato e alla propria santificazione. Carissima Anna Maria, qui è molto difficile anche santificarsi. Forse per questo non abbiamo ancora dei santi tra la nostra gente e fra i nostri padri. Qui il santo, anche se vescovo, non lo sentirai mai parlare di mistica più o meno alta. Qui si parla del pane che non c'è, dell'acqua che puzza (persino quella per la Messa), dei vermi che « rugano» la pancia a tutti, dei «maruim» (di cui sono pieno dalla cintola in giù e devo resistere a non grattarmi, altrimenti fa sangue), delle malattie...
Si celebra la Messa, è vero, ma schiaffeggiandosi per le zanzare, dando tremende manate alla mensa per sgomberarla ogni due minuti da centinaia di scarafaggi. E poi c'è il caldo. Ieri sera ho voluto fare una partita al pallone coi ragazzi. Non l'avessi mai fatto: mi sentivo così male che pensavo di morire. Qui è un problema anche il muoversi. Sempre sudati. Ora per esempio sta piovendo, ma io sto sudando. Al pomeriggio non si può dormire per il caldo. Di notte, fino alle ore piccole si suda, poi ci si addormenta, ma si sente la stanza animarsi di pipistrelli, topi e scarafaggi. Si sente il grosso serpente che abbiamo in solaio muoversi alla caccia di topi.
Quanto al cibo, qui siamo in una situazione opposta alla vostra. Niente verdura. Il caboclo non lavora i campi, va a pesca. Ogni mattina li vedi tornare dal fiume quasi in processione, uomini con in testa tartarughe grosse come catini, donne con coccodrilletti vivi sotto il braccio, ragazzi che trascinano pesci più grossi di loro. Si mangia anche carne, ma che carne! Che denti e che stomaco occorrono! I padri non hanno tempo di lavorare la terra. Anche la frutta è scarsissima. Quando si può mangiare una banana è festa...
Eppure ti sbaglieresti di grosso, se pensassi che io sia triste o anche un po' scontento di essere dove sono. Anzi! Con un po' di sforzo si riesce a trovare il lato bello, il lato che conta, almeno per l'eternità. Per questo ti chiedo che tu continui a pregare perché io possa continuare sulla strada della volontà di Dio. Anch'io sono in un eremo, chiuso fra lunghi fiumi, simili ad argentee sbarre, condannato a cibi speciali e vestiti specialissimi. Con compagni e superiori strani, come tutti i superiori. Ma non è una condanna, è una scelta, una buona scelta.
Sono tranquillo, molto più che in Italia. Chissà perché. È Dio che mi dà un po' di riposo, prima di altre battaglie? Forse si. Per esempio, la condanna a stare qui in città, mentre io vorrei percorrere il fiume alla ricerca dei più lontani.

L'ultima frase citata ci fa capire l'animo di Augusto: è andato in Amazzonia per fuggire la città, le strutture ecclesiali, il tran tran abitudinario di una parrocchia, ed ecco che la prospettiva è quella di ricadere proprio nello stesso genere di vita. Nel Diario, arrivato a Parintins, scrive (10 dicembre 1963):

Ho come un peso che mi opprime: la previsione di dover stare qui in parrocchia come addetto, ad esempio, ai giovani.
Io che sono fuggito dall'Italia perché stanco di una vita sedentaria.
Io che anche là, se non avessi avuto le avventure montane, sarei morto.
Io che desideravo una vita diversa.
Io che ero nemico dell'organizzazione.
Io che sapevo di non essere coltivatore, ma al massimo seminatore.
Eppure: se facessi quel che mi piace, cosa guadagnerei?
Se girassi molto e avessi un successo tipo Locate e basta?
Se tutti mi volessero bene, ma non recassi nessun grado di santità alle loro anime?
Se non mi santificassi io, cosa sarei venuto qui a fare?
Perché non mettermi a regalare un santo in più al Brasile?
Tutti i padri che ci sono qui sono ottimissimi, impegnatissimi, ma quale è occupatissimo nel farsi santo?
E io che voglio fare il santo, forse finirò di fare la bestia.
Io sono qua, per riparare una vita passata, per staccarmi dal mio mondo passato, per dare a Dio, secondo la sua volontà, quel che mi resta, per aiutare il vescovo in quel che gli abbisogna.
Farò figuracce? Pazienza!
Si rivelerà la mia inezia? Bene!
Dovrò ammazzarmi di lavoro contro la mia pigrizia? Benone!
Signore, dammi la tua grazia e farò quel che vuoi, ma guarda che ce ne vuole almeno il doppio di quella che hai preparato per me.