PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

II. Una Chiesa meno clericale e più popolare

I difficili rapporti col vescovo di Parintins - Le novità portate da Augusto nei metodi missionari - Voleva bene al suo popolo di caboclos - Scherzi balordi e anche pericolosi - Una forza e una resistenza fisica eccezionali - Confessa umilmente una tentazione sentimentale - Incaricato dell'apostolato diocesano fra i giovani - Sognava una Chiesa più incarnata nella vita del popolo - Augusto ha inventato i tornei di calcio, le Olimpiadi e il Festival folcloristico di Parintins.

IV. Fondatore di comunità a Parintins

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

III

UNA CHIESA MENO CLERICALE E PIÙ POPOLARE

I difficili rapporti col vescovo di Parintins - Le novità portate da Augusto nei metodi missionari - Voleva bene al suo popolo di caboclos - Scherzi balordi e anche pericolosi - Una forza e una resistenza fisica eccezionali - Confessa umilmente una tentazione sentimentale - Incaricato dell'apostolato diocesano fra i giovani - Ha realizzato una Chiesa più incarnata nella vita del popolo - Augusto ha inventato i tornei di calcio, le Olimpiadi e il Festival folcloristico di Parintins.

Padre Augusto ha scritto nove quaderni di «Diario», che rimangono i testi più importanti per conoscere il suo itinerario spirituale. Due quaderni per il 1963-1964 (dal novembre 1963 all'ottobre 1964), due per gli anni 1974-1975 (gennaio 1974 - gennaio 1975) e cinque per il 1985-1989 (28 giugno 1985 - agosto 1989). Alcuni sono brevi, altri lunghi o lunghissimi (ad esempio, nell'anno 1974 circa 600 pagine!)
Questi Diari sono notevoli anche come testi letterari e rivelano la sua anima assetata di Dio. Sono però discontinui. Gli anni di scrittura corrispondono agli anni di tensione verso l'isolamento, la contemplazione, l'avventura in foresta.
Poi Augusto viene preso dalle attività pastorali e sociali e diventa «un missionario come gli altri», che si distingue per impegno, fascino presso la gente, novità dei metodi, spirito di sacrificio e di carità. Il vescovo mons. Arcangelo Cerqua lo stima molto, vorrebbe affidargli incarichi sempre più importanti, tenerlo in città come elemento di stimolo per tutta la diocesi. Augusto per un po' lo segue, poi si ribella alle strutture, teme di essere bloccato in una pastorale abitudinaria, fugge.
Non dev'essere stato facile il rapporto fra Cerqua e Gianola, pur con una grande stima vicendevole. Nella Castiglioni dice: «Monsignor Cerqua ha amato in modo speciale padre Augusto e padre Augusto voleva bene al suo vescovo, ma per anni non sono riusciti a dirselo. Emergevano i modi diversi di lavorare, ma il vero punto in comune è stato di amare profondamente e appassionatamente la gente ». Purtroppo non ho potuto parlare di Augusto con mons. Cerqua, defunto il 16 febbraio 1990 (cioè prima di padre Augusto, 24 luglio dello stesso anno), ma «mons. Cerqua stimava moltissimo padre Augusto» (dice p. Luciano Basilico), mentre Augusto definisce più volte Cerqua, nel suo Diario e nelle lettere, «un santo »; una volta scrive: «Un uomo pieno di difetti ma non di peccati ».
I due erano radicalmente diversi in tutto. Il vescovo era preciso, ordinato, programmato, costante nelle intraprese, attento a tutti i settori della vita ecclesiale. Nei rapporti personali poi, Cerqua, da buon napoletano, era cordiale, aperto, paterno, aveva tutte le qualità necessarie per comandare. Dava una linea alla pastorale diocesana e voleva che tutti vi si attenessero. Mirava a fondare una diocesi, con chiese, parrocchie, comunità cristiane, vocazioni alla vita sacerdotale e religiosa, opere sociali. E ha fondato, partendo dal nulla, forse la miglior diocesi dell'Amazzonia. Ad esempio: il suo seminario diocesano ha prodotto più frutti che nelle altre diocesi; la sua radio diocesana, «Radio Alvorada», è una delle tre-quattro migliori radio cattoliche fra le trecento e più che conta la Chiesa del Brasile, si sente in tutto il paese; l'organizzazione dei «mariani» - laici cattolici impegnati nell'evangelizzazione - è stata citata a modello, ecc..
Mons. Cerqua, pur straniero, ricevette parecchi riconoscimenti dall'episcopato brasiliano: ad esempio, su più di 300 vescovi brasiliani, venne eletto a rappresentare la Chiesa del Brasile alla Conferenza del CELAM a Puebla (1979), come rappresentante dell' evangelizzazione missionaria, ed è stato per parecchio tempo l'incaricato del settore «missione» in seno alla CNBB (Conferenza episcopale brasiliana). Sicuramente mons. Cerqua (per qualche anno anche facente funzione dell'arcivescovo di Manaus) è stato un grandissimo vescovo (si veda la biografia scritta da padre Ferdinando Germani: «Arcangelo Cerqua», PIME, Seminario Sacro Cuore, Trentola-Ducenta (Caserta) 1992, pagg. 336).
Augusto era tutto l'opposto. Sua caratteristica era l'amore alla libertà, il rifiuto delle strutture, dell'organizzazione: era un artista, originale, geniale, ma anche improvvisatore, discontinuo. Diceva di sé: «lo sono un seminatore, non un coltivatore ».

Aveva iniziative bellissime, - dice padre Luciano Basilico, confratello di padre Augusto a Parintins - ma dovevano portarle avanti gli altri. In campo pastorale ne inventava una tutti i giorni, però poi si stancava, cambiava, non era mai contento di se stesso. All'inizio eravamo tutti e due in Cattedrale, a volte andavamo assieme a visitare le comunità, a fare incontri di catechisti, lavoravamo insieme per istituire posti radio nell'interno.
Sono stati anni belli, andavamo d'accordo. Augusto aveva grande genialità, ma non portava avanti le cose iniziate. Lui le inventava, io le portavo avanti.

Era uno spirito contestatore, inquieto, difficile da imbrigliare. Spesso mancava del senso della misura. Ad esempio amava gli scherzi anche pesanti, che non tutti tolleravano. Si guadagnò, tra i missionari di Parintins, assieme ad una grande stima per le sue qualità (fede, generosità, cordialità, intelligenza, ecc.), una certa antipatia per gli scherzi che non risparmiava a nessuno.
Quando venne a trovarlo in Amazzonia (nel 1966) il suo grande amico alpinista Carlo Mauri, un gigante di Lecco che ha lasciato il suo nome su varie « prime» delle Alpi e anche in monti di altri continenti, Augusto lo portò con sé in un viaggio verso gli indios e poi lo abbandonò per un giorno e una notte, facendolo perdere in foresta. Mauri si disperava, gridava, sparava col fucile. Augusto, che gli era vicino, non si faceva vivo, voleva dargli l'impressione che ormai era del tutto disperso. Poi andò a «salvarlo» dicendogli: «Hai visto che la foresta amazzonica è più difficile che una scalata sulle Alpi? ».
Ricorda padre Giovanni Andena, che fu con Augusto per due anni a Parintins (1964-1965) e visitò con lui molte comunità dell'interno:

Augusto era entusiasta della pastorale, non solo nei primi due anni che rimase con me, ma sempre, fin che restò a Parintins (dal 1963 al 1973). Per me la sua qualità fondamentale era questa: voleva bene alle persone.
Il popolo era contento di lui. La gente ha un fiuto speciale per capire chi le vuol bene. Questo il grande segreto del suo successo. La gente capiva e scusava anche i suoi scherzi, a volte di cattivo gusto e pericolosi. Ad esempio prendeva i bambini per un braccio e li tirava su con forza, facendogli male; o stringeva la mano ad un povero caboclo con tale forza da rovinargliela, dava un pugno affettuoso ad un uomo ma gli lasciava il segno per un po'. Faceva male veramente. Era un po' pazzo. Lo chiamavano « o padre malino», cioè il padre che scherza ma è pericoloso.
Però voleva bene alla gente, faceva qualsiasi sacrificio per loro, era disponibile a tutto per aiutare qualcuno.
Ricordo un altro scherzo che faceva. Quando si recava a Manaus in battello, all'andata pagava il biglietto, ma tornando diceva al capitano che era senza soldi perché li aveva spesi tutti. Tuttavia gli diceva: « Quando arriviamo davanti a Parintins, fermi la nave in mezzo al fiume e io mi tuffo e raggiungo il porto a nuoto».
Non una volta sola ma molte volte Augusto si buttava in acqua vestito, con il suo sacco sulla testa e nuotava fino a riva. Dava spettacolo a tutti perché la cosa sembrava impossibile, data la corrente e i pericoli del grande fiume: i piranha, gli jacaré (coccodrilli), gli anaconda e i jiboia (grossi serpenti di fiume), i tronchi d'albero, le isole galleggianti e poi la corrente molto forte che a volte trascina via anche grosse barche. Augusto sapeva di poterlo fare e gli è sempre andata bene. Era una pazzia, ma lo faceva per far divertire la gente. Poi della cosa ne parlavano tutti e lui diventava una specie di mito, di eroe popolare. I caboclos non vanno mai a fare il bagno nei fiumi e meno che mai nel grande Rio delle Amazzoni, di cui tutti hanno paura anche stando in barca.

Gli scherzi di padre Augusto, che in Amazzonia hanno acquistato la forza di un mito, vanno giudicati nel quadro della sua personalità. Ciò che colpiva in lui era anzitutto la sua gioia, l'allegria comunicativa, !'irresistibile voglia di scherzare che comunicava simpatia a tutti (o fastidio in chi non aveva senso dell'umorismo). Non era solo un temperamento esuberante, era virtù: Augusto non tollerava le situazioni imbarazzanti, i momenti pesanti. Amava le battute, gli scherzi. Voleva trasformare la pesantezza della vita in leggerezza, anche se non sempre ci riusciva. Non a caso, sul frontespizio di uno dei suoi «Diari» (del 1964) aveva scritto queste parole «programmatiche »:

« Se il dolore chiude l'uomo
l'allegria apre tutte le porte del suo essere.
Chi sarà capace di guardare solitario la sua gioia?
Se la tristezza è pesante come il piombo,
la gioia possiede le ali».
(Salgado, Vita di Cristo)

A proposito di scherzi, il padre Enrico Uggé ricorda altri episodi della vita di Augusto:

Una volta è andato di notte in un villaggio di caboclos e ha lasciato in giro delle frecce spezzate di una tribù bellicosa di indios. La gente, il giorno dopo, s'è spaventata da morire. Lui poi faceva il coraggioso e diceva che avrebbe sistemato tutto, ma quei poveri diavoli avevano paura davvero: ci volle un po' di tempo perché il villaggio tornasse alla normalità e Augusto non osò confessare che aveva lasciato lui quei segni di guerra.
Andava in giro di notte e imitava il canto del gallo, allora tutti i galli cantavano e la gente si svegliava. I galli, quando uno di loro comincia, gli vanno dietro, ma incominciano alle cinque del mattino, non a mezzanotte.
Si raccontano di lui tante storie. Aveva l'animo del caboclo, lo capiva, sapeva perdere tempo col caboclo, viveva a livello del caboclo. Andava nelle famiglie, si sedeva, lavorava e mangiava con loro e poi stava là a raccontare mille storie ed a sentire i caboclos che raccontavano le loro storie.

Una volta - continua padre Uggé - a momenti ci lasciava la pelle, per uno stupido scherzo. In un lago dell'interno, andava a trovare una famiglia che abitava in riva al lago. Lasciata la sua barca in un igarapé (fiumiciattolo), si tuffò e a nuoto si avvicinava alla capanna su palafitte. Voleva fare un'improvvisata a quei suoi amici. Nuotava sott'acqua, ma doveva emergere per respirare. Sfortuna volle che il capo famiglia fosse seduto nella veranda della casa, col fucile fra le gambe. Vede quella testa rossiccia emergere e pensa si tratti di un giaguaro. Prende la mira e spara. Augusto era ancora un po' lontano e l'ha sbagliato, ma il colpo gli è andato vicino. Allora Augusto viene fuori, agita le braccia e comincia a gridare: «Sono io... sono io... non sparare!».

A raccontare gli scherzi di padre Augusto non si finirebbe mai. P. Luciano Basilico ricorda:

Una volta a Parintins abbiamo celebrato il Congresso Eucaristico, c'era in piazza una croce molto grande, alta sedici metri. Lui s'è arrampicato sopra, non so come ha fatto, forse con qualche strumento da alpinista perché la croce non offriva appigli, era tutta liscia. Poi è rimasto là sopra durante tutta la Messa. La gente guardava lui, mica il vescovo. Un'altra volta s'è arrampicato, dall' esterno, sul tetto della Cattedrale di Parintins e di là dirigeva la processione. Per la gente era un personaggio. Un giorno siamo usciti assieme in barca, nel fiume grande, il Rio delle Amazzoni. Improvvisamente non lo vedo più sulla barca a motore. Mi sono spaventato. Si era buttato dentro il fiume, a nuoto, una cosa pazza, pericolosissima per i coccodrilli, le piranha, la corrente molto forte, i gorghi vorticosi. Aveva una forza fisica e una resistenza straordinarie.

A questo proposito racconta padre Giuliano Frigeni:

Ho avuto il primo incontro con padre Augusto a Manaus, nel 1979, lui aveva 49 anni, io 32, nel pieno delle mie forze: non sono alto come lui, ma credo di avere una forza fisica notevole. Ho sentito che si vantava di poter battere a braccio di ferro gli uomini più forti di Manaus. Allora gli ho detto: «So che sei forte, ma anch'io sono muscoloso e il braccio di ferro da noi a Bergamo si pratica molto. Vuoi fare la sfida con me?».
Così ci siamo messi l'uno di fronte all'altro e abbiamo incominciato la gara. lo spingevo con tutte le mie forze, diventavo rosso, ma non riuscivo a spostare il suo braccio di un millimetro. Lui continuava a chiacchierare tranquillamente con gli altri padri. Dopo un po' dice: «Basta, sei forte, ma adesso dobbiamo cenare ». E ha dato un colpo talmente forte al mio braccio che me l'ha rovesciato sul tavolo facendomi male alla spalla. Per un mese non sono più riuscito ad usare bene il braccio.

Giunto a Parintins il 5 dicembre 1963, Augusto è nominato coadiutore di p. Pietro Vignola, parroco della Cattedrale (ancora in costruzione). Ecco cosa ha detto del suo primo parroco (nell'intervista pubblicata su «Mondo e Missione», maggio 1987):

Mons. Cerqua mi affida alle cure di p. Pietro Vignola: non potevo capitare peggio. Non poteva sopportare la mia vivacità e io ne combinavo di tutti i colori. Ci vollero anni di convivenza perché diventasse il mio più caro amico. P. Pietro mi diede subito un battellino di undici metri e mi indicò un tratto di fiume, verso ovest: avrei dovuto occuparmi della gente che viveva sparsa lungo le sue sponde. Si tratta del fiume più grande del mondo, l'immenso Rio delle Amazzoni. Subito la sentii come la nuova, grande sfida: sarei diventato un grande navigatore. A volte scendevo lunghi tratti di fiume a nuoto, sotto gli occhi sbarrati degli indigeni, che mai nuotano nel fiume: mai!

Nel Diario di questi primi mesi di vita missionaria, il racconto umile e sincero di una tentazione sentimentale. La scelta della verginità non rende aridi, ma suscita una umanità più ardente e quindi sottoposta a tutte le tentazioni: amare è sempre preferire.

È possibile che in un periodo in cui la meditazione è veramente profonda, la confessione sincera, in cui tutta l'anima è tesa in un colloquio altissimo con Dio, una ragazza riesca a trovar posto quasi di soppiatto nel mio cuore? (Diario, 10 febbraio 1964).
La storia della ragazza continua. Ci soffro se non mi guarda. Ne cerco la compagnia, faccio dei passi e delle mosse per lei. Sta diventando una molla che muove il mio essere. Mio Dio! (11 febbraio). Soffro e sono stupido, stupido, stupido (12 febbraio).
Ho confessato il mio peccato e il confessore è stato duro con me. Dio mi vuole ancora bene (13 febbraio).
Sento forze grandi in me che mi portano quasi senza che io lo voglia fuori pericolo. È Dio che lotta per me, quando per conto mio preferirei cedere le armi. Egli mi sta ancora una volta dimostrando la mia debolezza e la sua forza. Non sono ancora in salvo. La mia natura mi è come una spina sempre dolorosa, ma sono gioioso oggi, perché sento che Dio con ogni sorta di motivi mi allontana dal male (14 febbraio).
Sono sempre giorni di battaglia, ma Dio è ancora con me, lo sento. Non riesco a sopportare me stesso con la caterva di difetti che ho. «È felice solo colui che sa sopportare se stesso e gli altri» (S. Giovanni della Croce). Sento che l'affare sentimentale è ormai risolto. Resta il problema di vedere come riempire il mio cuore. Mio Dio, perché non vieni tu? Perché c'è ancora troppo «io», lo so, ma ti permetto di mettere in azione la tua onnipotenza, anche la più dolorosa, pur di uccidere questo maledetto io (24 febbraio).

Nel primo anno di vita amazzonica, padre Augusto scrive molto, sia sul Diario che in lettere alla famiglia. È entusiasta del lavoro di visita alle comunità lungo i fiumi e della religiosità che trova nella gente più semplice.

I cattolici veri si comportano con fervore e senza rispetto umano. È stato uno spettacolo stupendo vedere il ritiro degli uomini (i «mariani», n.d.r.). Proprio nei giorni in cui infuriava il Carnevale, circa 500 uomini si sono radunati da tutte le parti, facendo giorni di canoa, nella nostra fabbrica di mattoni sulle rive di un lago, in foresta e per tre giorni hanno fatto i loro esercizi spirituali, in capannoni col tetto di paglia. Alla sera attaccavano le loro reti e dormivano fra nugoli di zanzare. Me lo sai dire tu, dove in Italia trovi una cosa simile?
Essi sono contenti di ascoltare il padre che racconta di Gesù. Non c'è bisogno di preparare cibi raffinati. Basta del buon pane e del pesce arrostito, come quello che Gesù mangiava con i suoi Apostoli. Basta parlare alla buona, senza preoccupazioni stilistiche, dare il Vangelo puro, raccontare di Gesù. È un ambiente evangelico, proprio bello.
Un'altra cosa degna di nota è la Legione di Maria. Qui in città abbiamo 15 Presidi della Legione. lo ne ho in mano tre, due di ragazze e uno di ragazzi. Fanno un lavoro meraviglioso, convertono protestanti, prostitute, battezzano, portano alla prima Comunione gente anziana, mettono a posto i matrimoni e assistono i malati.
Lavorano in città e lavorano nella foresta. Specialmente i miei Presidi giovanili sono attivissimi. È qualcosa che ha del miracoloso.
Purtroppo, accanto a questo fervore, ci sono anche le grandi pecche del popolo ebreo nel Vecchio Testamento, visto che qui siamo in ritardo di qualche secolo: cioè l'incostanza (quante volte Mosé...) e l'immoralità (così da far chiudere un occhio a Dio e concedere varie mogli). Anche ieri una donna si confessava così: « Non sono sposata, ma, grazie a Dio, ho 12 figli e cerco di educarli nella nostra santa religione ». Non è la prima che mi dice così. Per loro l'importante è avere figli (vedi Vecchio Testamento). Ne hanno veramente tanti e li educano, direi, anche abbastanza bene. Però molti li danno anche via.
Io sto molto bene, mi sono acclimatato perfettamente bene. Mi fanno fare molte prediche, perché dicono che ho idee nuove e che commuovo la gente. Il mio lavoro si svolge principalmente qui in città fra i giovani e fra i poveri (Lettera ad Anna Maria del 3 marzo 1964).

Nella stessa lettera alla sorella Anna Maria (Carmelitana di clausura) spunta !'insoddisfazione di fondo di Augusto, il tormento che l'accompagnerà fino alla morte, di essere sempre alla ricerca di Dio. Si trova bene fra la gente e nel lavoro parrocchiale, ma sente anche la forte attrattiva della vita contemplativa. È in Brasile solo da tre mesi e mezzo, eppure, dopo aver detto (vedi sopra) di trovarsi bene, di avere un lavoro che lo soddisfa pienamente, già scrive:

A volte sono tentato di rifugiarmi in un eremo. Chissà che questo Brasile non sia proprio una tappa del mio vagabondaggio spirituale. Allora ci troveremo proprio a fare la stessa vita (scrive alla sorella che è monaca di clausura, n.d.r.). Ti dico che sto passando i giorni più belli della mia vita, migliori ancora dell'anno di noviziato, con una fede centuplicata che non è se non abbandono in Dio... Spero di passare qui molto tempo, molti anni. Ma prima di morire mi piacerebbe vivere solo con Dio a contargli tutte le mie cose, a sentire tutte le sue cose. Ma forse il Paradiso è stato inventato proprio per questo, per riposare con lui dopo una vita in cui non si è riusciti se non a desiderarlo.

La lettera precedente (del 3 marzo 1964) può essere in parte spiegata da questo scritto del 29 febbraio (dal Diario).

È arrivata la destinazione. Dal mio punto di vista è la peggiore che potessi sperare. Dovrò prendere in mano l'organizzazione dei giovani (« Mons. Cerqua - scrive Augusto nel Diario, il 4 marzo - s'è messo in testa che io sono il tipo adatto per risolvere i problemi giovanili della città»). Proprio io che sono nemico dichiarato dell'organizzazione. Proprio io che sono fuggito dall'organizzazione dell'Italia, per darmi ad un apostolato di tipo un po' più evangelico...
Nonostante tutto sono molto contento, per non dire addirittura quasi felice. Dio farà lui, l'obbligherò a fare lui. Prenderà compassione della mia povertà e interverrà a supplire, se proprio ci tiene a trionfare e ad impiantare il suo Regno. Sono molto calmo, sto raggiungendo quella calma che ho sempre sperato e mai raggiunto. Dovrò usare alcuni accorgimenti, ad esempio: amare l'insuccesso perché mi rende simile al Signore. Mi glorierò dell'insuccesso...

Un prete come Augusto è letteralmente «mangiato» dalla gente e sente tutto il peso dei rapporti col prossimo. Ecco cosa scrive nel Diario (in cui è sincero e impulsivo, nota tutto quel che gli viene in mente) l'11 marzo 1964:

Non ho voglia di far niente... Tutto mi pesa enormemente. Starei tutto il giorno a pensare e pregare. Desidero l'eremo. Eppure so che la volontà di Dio è qui ora, in questo lavoro che non mi piace. Il mio prossimo, pur così bisognoso di qualcuno che l'ascolti e gli parli, mi urta. Quando vedo qualcuno dirigersi verso di me, mi sento male, vorrei fuggire e a volte lo faccio. Persino le ragazze, anche le più belle e simpatiche, mi fanno questo effetto. Se mi chiedono di confessarsi o di essere il loro padre spirituale, è come mettermi addosso un sacco di una tonnellata. Non son fatto per dirigere gente, specialmente donne. È colpa mia, lo so.

I primi dieci anni di Augusto a Parintins (1963-1973) si giocano sulla falsariga di questo schema: il vescovo gli dà incarichi importanti perché ha fiducia in lui, Augusto realizza buone cose, si dà generosamente all'apostolato parrocchiale e giovanile. Ma c'è qualcosa che lo disturba, lo rende inquieto.
Da dove viene questa irrequietezza? Diversi elementi si combinano in lui, che lo lasciano insoddisfatto. Anzitutto c'è un contrasto piuttosto grave col vescovo: i due si amano e si stimano, ma sono troppo diversi.

Oggi ho avuto il primo scontro significativo col vescovo. Gli ho esposto le mie idee e me le ha bocciate tutte quante senza prenderle in considerazione. E sì che mi sembravano così giuste... Mi son fatto triste, poi ho avuto un lungo colloquio col Signore (Diario, 16 marzo 1964).

In cosa consisteva questo «contrasto»? Appena incaricato di curare i giovani della città, Augusto scrive:

La mia testa comincia a cercare iniziative per il nuovo campo di lavoro. Ma quale metodo adottare? Il metodo moderno o il metodo evangelico? Ma che quello evangelico non sia moderno? Anzi!
Per metodo moderno intendo quello che si avvale dei mezzi moderni. Ma io sono stufo di queste cose. Me ne sono fuggito da un mondo per me troppo moderno. E poi non credo più a queste cose. Allora resta quello evangelico, cioè diffondere la buona novella alla maniera di Cristo! Mio Dio, dammi la tua luce! (Diario, 3 marzo
1964).

Ma perché un vescovo come Cerqua, senza dubbio uomo di grande spirito evangelico, non avrebbe dovuto essere d'accordo sul «metodo evangelico»? Perché, mentre ammirava le grandi qualità umane e spirituali di padre Augusto, non si fidava del suo equilibrio, temeva le sue stranezze. Augusto era radicale in tutto, contestava ad esempio (in anticipo sui tempi!) la ricchezza della diocesi, le case dei padri, i mezzi ricchi di cui disponevano, frutto dell'abilità e dell'avvedutezza del vescovo... Coltivava !'idea (in seguito, come vedremo, la realizzerà), che i missionari debbono vivere come gli indigeni, concetto del tutto rifiutato dal vescovo e in genere dai missionari: indios e caboclos devono vivere come noi (ambienti puliti e sani, cibo sufficiente, ecc.), non noi come loro! Ecco cosa scrive Augusto:

Constato che qui a Parintins noi siamo troppo staccati dal popolo. Nel parlare tra noi denunziamo spietatamente i difetti e teniamo buone solo le virtù delle pecorelle vicine. Siamo stranieri mal adattati al posto e alla gente e la gente lo sente. Curiamo più le donne che gli uomini, soprattutto siamo ricchi, cosa che mi dava già così fastidio in Italia e che ho tentato di superare facendomi missionario. Noi agli occhi della gente siamo ricchi, abitiamo in una bella casa, andiamo in macchina, costruiamo, abbiamo soldi, mangiamo bene, non ci manca niente in rapporto a loro, anche se in rapporto agli italiani ci mancano molte cose.
Quale portata avrebbe ad esempio un gesto come questo: i padri cedono la loro casa alle famiglie più povere di Parintins, in cambio delle loro capanne di paglia e di barro (fango)?
Certamente i padri non sono tutti obbligati ad accettare un gesto che rasenta la pazzia o l'eroismo o la santità. Quelli che non se la sentono, sono liberissimi di scegliersi altre zone di lavoro, ma io penso che alcuni resterebbero ad iniziare l'avventura. Le obiezioni che si possono muovere a un tal modo di pensare sono più di mille e tutte rispettabilissime, ma se alzo lo sguardo all'Uomo che non aveva un sasso dove posare il capo, mi pare di vederlo sorridere e dirmi: « Dai, forza, prova a tentare»
.

P. Giovanni Andena, che ha lavorato con padre Augusto a Parintins proprio fra i giovani nel 1964, dice:

Augusto era radicale nel suo concepire la vita missionaria. Era venuto in missione con idee affascinanti, ma non sempre realistiche. Faceva grandi discorsi e personalmente era disponibile a tutto, ma poi faceva arrabbiare mons. Cerqua, perché da un lato diceva che bisognava vivere e mangiare come i caboclos (cosa quasi impossibile per noi europei, almeno per un lungo periodo); dall'altro, quando arrivava nella casa del vescovo, in un battibaleno apriva il frigorifero e mangiava tutto quello che c'era. Era generoso, sacrificato, disponibile a tutto, ma anche smodato, mancava di « comune buon senso».
Uno dei motivi di contrasto, all'inizio del 1964, era il « Centro giovanile» che p. Augusto e io volevamo costruire in città e il vescovo allora non voleva (anni dopo lo costruì egli stesso). Gianola raccolse i soldi necessari e andò dal vescovo a dire che i soldi già li aveva e quindi che lo lasciasse costruire. Per mons. Cerqua questo era come uno schiaffo.

Un altro elemento di contrasto col vescovo e con i missionari, era l'instabilità di Augusto, il suo costante desiderio di fuga verso l'isolamento, la contemplazione, la foresta e l'avventura.
Aveva una coscienza acuta e drammatica di essere peccatore. Tutti confessiamo i nostri peccati e diciamo di essere peccatori, ma in Augusto questa coscienza è la molla che lo spinge a cercare la purificazione, la mortificazione, !'isolamento e la contemplazione.

Io vorrei volare verso Dio, ma Dio mi fa aspettare. Questo è il purgatorio. Ma il purgatorio è un luogo sicuro, impeccabile. Il mio stato è peggio del purgatorio. Questa mia attesa è piena di pericoli, incerta, mitragliata dalle tentazioni. Che pena quando penso ai miei peccati passati, presenti e futuri. Pensare che ho peccato è penoso, ma pensare che peccherò ancora è insopportabile (Diario, 12 marzo 1964). Forse desidero più io di essere santo, che non il Signore. Vedo che mi lascia sempre nelle mie colpe (13 marzo).
Stamattina nella Messa ho capito che c'è un posto anche per i miei peccati, posso gettarli nel cuore del Signore. Essi pesano sulle mie spalle. Non sono capace di disfarmene. « Delictum meum contra me est semper». Già da qualche anno ripeto almeno 100 volte al giorno: « Signore, perdona i miei peccati ». Ma non me ne sento liberato. Devo espiare un abisso di peccati e quando comincerò ad espiarli? Invece di espiarli continuo ad aggiungerne dei nuovi (Diario, 24 gennaio 1964).

La lotta contro i miei peccati mi affatica. Forse uso un metodo sbagliato. Essi mi indispettiscono e mi preoccupano troppo. Ma oggi il Signore pare mi dica di non credermi solo a pensarci e di dividere la preoccupazione con lui. In fondo, il più interessato a non lasciarmi commettere dei peccati è proprio lui, perché alla fine chi deve pagarli è ancora lui (Diario, 10 febbraio 1964).

Io chiedo a Dio di liberarmi dal peccato, ad ogni costo, anche a costo della vita, anche dell'inferno. Piuttosto andare all'inferno che commettere un peccato. Perché non mi ascolta? lo glielo rinfaccerò alla mia morte, quando mi giudicherà. Ho pensato e credo che Dio non mi ascolti perché io desidero non peccare più non tanto per non offendere lui, quanto per contemplare me nella mia impeccabilità, per non umiliarmi a confessare sempre le mie miserie, per vedermi santo, insomma (Diario, 5 febbraio 1964).

La coscienza del peccato rende Augusto molto umile davanti a Dio, familiare con Dio. Non si tratta di una umiltà bigotta, ma di uno sguardo pieno di letizia e di dolore insieme. L'umiltà è la coscienza viva della propria originale fragilità, il cui risultato è la « povertà di spirito ». Augusto, offrendo a Dio momenti di lotta, di dolore, era diventato sempre più umano e la gente se ne accorgeva. Ha vissuto la sua miseria umana alla presenza della misericordia di Dio e questo l'ha reso un uomo immensamente misericordioso. Anche in questo Augusto è profeta del nostro tempo, che ha perso completamente il senso del peccato. Scrive Peguy in « Veronique »: « Questo mondo moderno non è solo un mondo di cattivo cristianesimo, questo non sarebbe nulla. Ma è un mondo scristianizzato. li disastro è precisamente che le nostre stesse miserie non sono più cristiane».

Dio mi sta trascinando. lo, pur opponendo molto attrito, mi sento trascinare. Sono passivo. Egli agisce, mi fa capire, mi dà calma, modifica il mio carattere e le mie inclinazioni cattive, ha gran compassione per la mia debolezza (Diario, 3 aprile 1964).

Questi benedetti peccati! Guai a quel giorno che non ne avessi più da confessare. Capisco sempre più la loro importanza nel mio cammino verso Dio. A lui interessano poco, o meglio, interessano tanto, ma in fondo, essendo lui che li deve pagare, se non me li fa evitare è segno che li porta anche volentieri. Purché ottengano quell'umiltà, quel senso della mia limitatezza, della mia nullità e povertà, che gli piace tanto e gli permette di incominciare veramente un suo lavoro su di me. Per cui, Signore, sono stanco di chiederti di liberarmi dai peccati. Ti chiedo solo la grazia di confessarli tutti e sempre (Diario, 27 maggio 1964).

Io non sono niente, non valgo niente, non faccio niente. Tutto quello che faccio vale così poco, è così malfatto, piace così poco a tutti e a me! Non so fare di più. Perciò non me la prendo, offro a Dio il lavoro com'è, come mi riesce, so che Egli non pretende di più: può fare tutto da solo, non ha bisogno di me.
Sono finalmente un servo inutile... Sono una zavorra che tutti debbono sopportare. Ma c'è un qualcosa di nuovo, ora: sono riuscito anch'io a sopportarmi. Non m'importa di sentirmi inutile, incapace, di peso... (Diario,
27-29 aprile 1964).

Un aspetto caratteristico nella vita di padre Augusto, come si vede anche dalle citazioni appena riportate, è che mentre egli aveva di sé un bassissimo concetto (continuamente si definisce « fallito », zavorra della missione», « peccatore», ecc.), il vescovo e i confratelli lo stimavano molto per le novità portate nella missione e le sue realizzazioni. Questo almeno all'inizio della sua vita amazzonica (più o meno dal 1963 al 1972). Padre Piero Vignola, suo parroco alla Cattedrale, testimonia:

Augusto era creativo nella pastorale, cercava continuamente vie nuove. Ad esempio, nel tempo di Natale si facevano popolarmente le «pastorinhas», danze e canti di tono natalizio, in cui si raccontano in modo romanzato le storie del Natale. Augusto, nei primi tempi che era a Parintins, in una cappella in cui la gente faceva belle «pastorinhas», ha portato queste danze in chiesa e le ha fatte fare durante la Messa, suscitando un po' le ire del vescovo. Lui aveva queste trovate. Noi discutevamo da tempo se le « pastorinhas» si dovevano portare in chiesa o no, chi diceva sì e chi no: lui le ha portate, collegando la tradizione popolare con la liturgia, cosa che in seguito, dopo il Concilio, è diventata normale.
Augusto precorreva i tempi, ha rinnovato molte cose. Altro esempio. A Parintins ci sono le Congregazioni mariane per gli uomini, l'Apostolato della Preghiera per le donne, la Crociata eucaristica per i bambini, le Figlie di Maria per le ragazze. Era un apostolato di categoria, secondo il sesso e le età. Gianola ha avuto !'intuizione che queste associazioni secondo le età e il sesso dovevano integrarsi nelle comunità di villaggio e i membri di queste congregazioni e associazioni diventare l'anima delle comunità. Augusto ha iniziato il movimento delle comunità, anche qui precorrendo i tempi.
Poi ha inventato le. Olimpiadi di Parintins, che rimangono tuttora e coinvolgono migliaia di giovani, e il Festival folcloristico di Parintins, che oggi ha un'importanza nazionale, vengono turisti, le televisioni, ne parlano i giornali. Il Festival l'ha inventato lui, partendo dalla «danza del bue» che è tradizionale in Parintins, e poi aggiungendovi altre danze, musiche, canti popolari. L'idea di fare questo Festival, unendo la danza del bue, le quadriglie e altre danze, è di Gianola. Adesso hanno costruito il grande stadio «Bonbodum», popolarmente si chiama così, da «boy bumbà», la danza del bue. Hanno costruito uno stadio, in cui si svolge questo Festival folcloristico.

Anche il padre Enrico Uggé ricorda le novità introdotte da Augusto a Parintins.

Ha inventato i tornei di calcio che continuano tuttora, in città e nella regione. I primi tornei sportivi li ha organizzati lui come JAC (Gioventù di Azione Cattolica), poi hanno coinvolto tutte le cittadine e sono diventati un fatto grosso a livello civile. Il Festival folcloristico con la danza del « Boi Bumbà» rappresenta la storia del mondo brasiliano e in particolare amazzonico, con varie compagnie di danzatori: sono circa duemila persone che agiscono nello stadio, con i costumi fatti apposta, bande musicali, ecc. La figura centrale è questo « boi» (bue), un danzatore che ha la maschera del bue e rappresenta il caboclo. È una specie di sacra rappresentazione, i testi s'inventano di volta in volta. Ci sono figure allegoriche, ciascuna inventa il suo costume. Adesso ha preso un tono un po' carnevalesco, ma sostanzialmente è rimasta la trama e il significato originario: sono rappresentate le tribù degli indios, i caboclos, la storia dei negri, quella dei conquistatori, dei missionari, ecc.