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Dio viene sul fiume AUGUSTO GIANOLA |
EMI 1994
Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore
I. Il missionario che cercava Dio
II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado
III. Una Chiesa meno clericale e più popolare
IV. Fondatore di comunità a Parintins
Pienamente inserito nell'ambiente e nel popolo dell'Amazzonia - L'avventura dei viaggi lungo i fiumi - Viceparroco in Cattedrale e poi parroco a S. Giuseppe Operaio - Riunisce i caboclos delle foreste in comunità - Come liberare i poveri dall'oppressione dei «fazendeiros» - Ammirazione per la fede e la vita cristiana della gente più abbandonata - La storia di Antonico, lebbroso guarito da Augusto - Le «Congregazioni Mariane»con migliaia di giovani e di uomini in ritiro - La nuova parrocchia in semplicità e povertà - Aspirazione alla vita contemplativa in foresta.
V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»
VI. La natura manifesta il volto di Dio
VII. La foresta è il mio purgatorio
VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù
IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?
X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà
XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »
XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà
XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne
XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»
XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?
XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro
XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio
Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola
FONDATORE DI COMUNITÀ A PARINTINS
Pienamente inserito nell'ambiente e nel popolo dell'Amazzonia - L'avventura dei viaggi lungo i fiumi - Viceparroco in Cattedrale e poi parroco a S. Giuseppe Operaio - Riunisce i caboclos delle foreste in comunità - Come liberare i poveri dall'oppressione dei « fazendeiros
» - Ammirazione per la fede e la vita cristiana della gente più abbandonata - La storia di Antonico, lebbroso guarito da Augusto - Le « Congregazioni Mariane» con migliaia di giovani e di uomini in ritiro - La nuova parrocchia in semplicità e povertà - Aspirazione alla vita contemplativa in foresta.Il primo anno di vita missionaria è denso di emozioni per Augusto, impegnato nello studio della lingua e ad inserirsi nell'ambiente, con la gente, con i confratelli. All'Amazzonia avrebbe preferito la Birmania, una missione fra le montagne, che appariva più avventurosa. Invece, dopo pochi mesi di vita missionaria scrive nel Diario (5 maggio 1964):
Comincio ad ammalarmi per questa terra, comincio ad amarla, comincia ad entrarmi nel cuore, negli occhi, nei sogni. Sento che non potrei più vivere lontano da essa, piangerei a lasciarla, più di quanto ho pianto la mia terra. Comincio ad amare il mio sogno amazzonico.
Gli scritti di Augusto testimoniano il suo animo di poeta, di un uomo che ha un rapporto privilegiato col Mistero: ha il cuore pieno di gioia, di meraviglia, di gratitudine. È un cuore puro. Cesare Pavese riporta un dialogo tra Mnemosine ed Esiodo, illuminante del cammino di Augusto:
- Mnemosine: Le cose immortali le avete a due passi.
- Esiodo: Non è difficile saperlo, toccarle è difficile.
- Mnemosine: Bisogna vivere per loro, Esiodo, questo vuol
dire il cuore puro.
(Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Le Muse)
Quasi un anno dopo la notazione riportata dal Diario (5 maggio 1964), scrive in una lettera alla sorella Anna Maria (20 febbraio 1965):
Io sto vivendo i giorni più belli della mia vita. Ogni
mattina quando mi sveglio stropiccio gli occhi e mi domando se sto sognando o se
sono davvero in Amazzonia. Ma poi mi sento dondolare la rete o mi trovo
sull'assito di una barca o appeso fra i rami di due alberi coll'amaca... e
capisco che non è un sogno ma realtà. Nonostante vada già il secondo anno di
missione, l'aria di sogno non è ancora svanita e allora mi metto a gridare il
mio grazie al Signore: «Signore, ti ringrazio infinitamente alla mia maniera».
Sì, perché noi, a nostro modo, abbiamo una certa infinità anche noi, almeno nei
desideri.
Qui non è necessario essere poeti o sentimentali. Basta avere
un po' di cuore, un briciolo di fantasia e di grazia di Dio, per vivere felici
questa vita di intense emozioni e superare tutte le fatiche. Qui la poesia è di
casa come fra le mura di un Carmelo. Fatiche ce ne sono, ma sono la moneta con
cui paghiamo a Dio la nostra felicità.
Augusto è innamorato della sua gente e dell'apostolato. Si butta subito nel lavoro, l'umanità autentica di caboclos e indios lo appassiona, lo commuove. I viaggi nell'interno sono per lui un'avventura, una sfida, un'immersione nel corpo vivo dell'Amazzonia.
Ormai mi sto abituando ai viaggi: devo prendere visione di
una zona di 25 posti, tutti lungo il Rio. La settimana Scorsa l'ho passata
completamente nell'interno. È stato un viaggio non pericoloso (benché abbia dovuto attraversare
il fiume per ben sei volte e questo è il pericolo maggiore per noi), ma
faticoso.
La gente è così indietro che ti esaurisce. Quando hai
ripetuto una cosa cinque volte in diversi modi, finalmente qualcuno crede di
aver capito e ti fa una domanda: tutto il contrario di quel che avevi spiegato.
È estenuante. Hanno i riflessi troppo lenti. Anche nel confessare è una pena.
Chissà dove va a finire l'integrità della confessione e anche il segreto
confessionale non esiste o quasi: sono tutti lì ad ascoltare e io dò
paternamente i miei consigli, ma anche se non sono lì presenti è certo che sono
dietro la parete di paglia con l'orecchio teso. Devono ascoltare tutto. Beh,
ascoltino!
Però, in genere, sono sinceri. Se non subito, dopo un po' di
anni confessano i loro peccati della gioventù, che hanno sempre taciuto per
vergogna. In una di queste isole, la settimana scorsa una donna mi diceva
tranquillamente di aver avvelenato suo marito per sposarne un altro. Cosa vuoi
dirle? Lo ha fatto trent'anni fa! Un altro aveva accoltellato con sei colpi il
fratello, ma si scusava dicendo che non l'aveva ammazzato lui, perché era morto
solo il giorno dopo. In quel gruppo di isole se ne vedono di tutti i colori.
Sono state troppo trascurate.
È bello andare nell'interno perché posso fare quello che
voglio. Parto, nessuno mi chiede dove vado. Quando torno, nessuno mi chiede cosa
ho fatto e dove sono stato. In un primo momento questo mi faceva specie, ma poi
trovo che è bello, perché nessuno ti critica e tu puoi impostare il tuo lavoro
come vuoi. In questo viaggio ho fondato due congregazioni mariane nelle isole e
ho dato altri lavori in vari posti, promettendo di fare una scappatina in
dicembre per vedere come vanno e se hanno lavorato. Uno dei lavori, l'unico che
ho dato in un'isola, è il Padre Nostro. È già tanto per loro che non sanno
leggere. Ho scelto una ragazza che sa leggere, è lei la catechista del gruppo. Hanno promesso che per
dicembre sapranno il Pater. In un altro posto ho detto che quando verrò, se
sapranno l'atto di dolore, li confesserò e comunicherò. Poveretti, sapessi che
pena fanno! (Lettera ad Anna Maria, 2 settembre 1964).
Quand'è a Parintins, Augusto lavora tra i giovani, ma aiuta anche a costruire la Cattedrale, intitolata a N.S. do Carmo (la Madonna del Carmine, festa patronale di Parintins, 161uglio). Mons. Cerqua ha iniziato a costruire una grande Cattedrale fin dalla fine degli anni cinquanta e l'opera andrà avanti per una decina d'anni, soprattutto per la difficoltà di mettere il tetto. Scrive Augusto:
Stiamo alzando i muri della cattedrale e nel giorno della festa (durata dieci giorni) abbiamo celebrato all'aperto, fra
i muri della cattedrale nuova. Fu un martirio perché, benché la funzione fosse
alle sei del mattino, il sole fece in tempo ad abbrustolirci tutti, vescovo
compreso.
Io ho lavorato con le mie stesse mani a fare l'immensa
pavimento: prendevamo la pietra con le mani (si lavorava di notte), ma le pietre
erano piene di scorpioni che sbandieravano la loro coda avvelenata. Noi li
vedevamo alla luce delle torce, ma che fare? Si lavorava per Nassa Senhora e
nessuno aveva paura. Dicevano che non era possibile che lei non ci pensasse,
infatti nessuno fu punto. In quelle sere, si videro lavorare delle facce che
chissà da quanto tempo non venivano in chiesa. Ma all'appello del vescovo sono
venuti tutti (Lettera ad Anna Maria, 2 settembre 1964).
Padre Augusto rimane a Parintins dal dicembre 1963 al 1973 (quando torna per la prima volta in Italia): è vice-parroco in Cattedrale, ma intanto sta preparando la nuova parrocchia di San Giuseppe Operaio (di cui diverrà il primo parroco il 10 maggio 1970), in un quartiere di casupole di paglia. Suo coadiutore era padre Enrico Pagani. Scrive Nella Castiglioni, volontaria laica a Parintins:
Padre Augusto all'inizio sceglie di costruire la chiesa in paglia e la sua casa in legno. Poi forma il Consiglio
parrocchiale con un rappresentante di ogni via della parrocchia eletto dalla
gente. Il Consiglio decide di costruire la chiesa in muratura, una scuola
elementare e media. I parrocchiani passano un salario minimo a lui ed a padre
Enrico e lui va a lavorare con la gente del quartiere, lava la juta lungo il
fiume, otto ore immerso nell' acqua fino alla cintola, alla mercè di sanguisughe
e serpenti vari, oltre alla fatica dello sbattere fasci e fasci di lunghe canne
marcite per giorni nell'acqua. Cominciano le discussioni con mons. Cerqua per i
metodi con i quali conduce la parrocchia: soprattutto il vescovo non accetta la
chiesa di paglia.
Un anno dopo gli vengono affidate 60 comunità lungo il Rio,
da Parintins al Mocambo, che segna il confine tra la Prelazia di Parintins e
quella di Itacoatiara. Ha in dotazione il battello «I dodici Apostoli» e un
ragazzo come motorista: è Mocò, nato senza una mano. Sarà suo caro e fedele
amico per lunghi anni. Le comunità dell'interno collaborano alla costruzione
della chiesa di san José, ciascuna con una bella trave per il tetto sulla quale
è inciso a fuoco il nome della comunità. Attorno al frenetico lavoro di
costruzione della bellissima chiesa (su progetto di Fulvio Giuliano, volontario
di Gioventù studentesca a Macapà, geometra, pittore e architetto, diventato poi
sacerdote del PIME, n.d.r.). sorgono molte attività: il gruppo «Primavera», i
bambini che organizza in una «Repubblica» in grande stile, i giovani, i
«mariani» (uomini) e il gruppo delle donne dell'Apostolato della Preghiera. E
poi le feste e il campionato di calcio, con la finale allo stadio di Manaus.
Le critiche per l'originalità della chiesa di San José non
mancano: la struttura a semi-anfiteatro, il pavimento inclinato, l'altare al
centro della chiesa, una canoa per altare, un forno da pane per tabernacolo ed
una grande croce (stile Cimabue) con un Cristo ben caboclo
piantato sul Brasile. Tutto fa discutere...
Pur tenendo sempre la residenza nella città di Parintins, il suo principale lavoro Augusto lo svolge presso le comunità dell'interno, lungo i fiumi. Ecco il racconto che ha fatto di questo periodo a «Mondo e Missione» (maggio 1987):
La vera, grande epopea dei miei primi dieci anni di missione è stata la formazione delle comunità dell'interno. Si
partiva alla ricerca dell'uomo, disperso e «diluito» negli immensi spazi vuoti
dell'Amazzonia, dove la densità non è nemmeno di un abitante per chilometro
quadrato e la metà degli abitanti è concentrata nella capitale Manaus. L'uomo, così disperso e isolato, non può progredire
molto. Non è possibile costruire una scuola, una cappella, un ambulatorio per
ogni casa, a molti chilometri di distanza dalla più vicina.
Era indispensabile cercare di concentrare la gente in
comunità dove ci sarebbero stati i servizi sociali a vantaggio di tutti. Fra le
molte idee che noi missionari proponiamo, forse la maggior parte cadono nel
vuoto; solo quelle adatte alla cultura della gente attecchiscono. Quella delle
comunità si è dimostrata un'idea azzeccata.
Nel mio primo viaggio lungo il fiume, trovai la gente riunita
attorno al «fazendeiro», il proprietario terriero e datore di lavoro. Nel primo
viaggio ho visitato diversi luoghi e tutti erano proprietà del fazendeiro... Mi
accorsi che per la gente che abitava lungo il fiume, l'unico punto di incontro
sociale era la «fazenda». Il padrone dava lavoro, procurava il necessario per
vivere e lavorare, organizzava feste. Anche il missionario, quando voleva
incontrare la gente, veniva alla fazenda. Il fazendeiro preparava la gallina
grassa per il missionario, la mangiava insieme a lui e questi si trovava legato
al fazendeiro.
Era una cosa che, credo, non piaceva a nessuno. Sapevo che
questi fazendeiros trattavano male i caboclos. Non si poteva andare avanti così.
Cominciai allora ad interpellare la gente: «Ma voi non avete qualche pezzo di
terreno? Non è possibile fare una comunità lontana dalla fazenda? ». L'idea
entusiasmò subito quella gente; tutti si facevano avanti per offrire il terreno. Con il
vescovo e gli altri missionari decidemmo che avremmo scelto un ettaro di terra e
lì avremmo cominciato a costruire la prima comunità.
Il racconto di Augusto è necessariamente sommario. Le comunità che Augusto e padre Andena cominciarono a costruire lungo il Rio avevano anche un'altra origine, ancor più importante. All'inizio degli anni sessanta, il grande fiume aveva avuto delle « piene» rovinose per i raccolti e per le stesse abitazioni della gente, situate a poche decine di metri dalla riva. I missionari propongono ai caboclos di ritirarsi su terre più stabili, non raggiunte dalla piena del fiume. Nascono così le prime comunità su terreni vergini, fuori dall'influsso e dal potere dei «fazendeiros», con uno stile nuovo, più comunitario e più cristiano.
Le famiglie arrivavano alla comunità in barca, con le mogli e
i figli il sabato sera, rimanendovi fino alla domenica notte. La domenica
mattina facevamo il catechismo, celebravamo l'eucaristia, poi c'erano incontri
di ogni tipo: con gli insegnanti, gli infermieri...
Insomma c'era una vita nuova nelle comunità che rapidamente
nacquero lungo il fiume. Con il tempo alcune si sono sciolte, altre invece hanno
avuto un notevole progresso, sono diventate delle piccole cittadine, con
l'elettricità, con case solide e sane, alcune addirittura in mattoni, con
scuole, luoghi di ritrovo e di divertimento, la chiesetta: saranno le future
città dell'Amazzonia. Molte volte queste comunità sorgevano spontaneamente: noi
proponevamo l'idea della comunità e la gente veniva, anche da lontano, per vedere di che cosa si
trattasse e rimanevano affascinati da quello che vedevano. Allora ripartivano e
diffondevano l'idea della comunità nella loro zona. Dopo qualche tempo
ritornavano per dirci: «Anche noi vogliamo la comunità! ».
La gente preparava essa stessa il terreno e la cappella di
paglia e quando arrivavo jo, dopo qualche mese, si trattava solo di fare
l'elezione del presidente con i suoi consiglieri e la comunità prendeva avvio.
Una delle prime cose che volevano era il campo da pallone. Per questo
organizzavamo un torneo fra le squadre delle varie comunità: ottantasette
squadre. Il giorno dell'Immacolata chiamammo le quattro finaliste delle comunità
in città, a Parintins. Ricordo che il primo anno arrivarono dalla foresta a
piedi nudi e gli abitanti della città fecero gli scandalizzati: «Ma chi ci
portate? Dei selvaggi? ». Allora mettemmo loro le scarpe, ma andavano tutti
zoppi: non vi erano abituati. Poi hanno imparato ad usarle e devo dire che
giocano bene al calcio.
L'esperienza delle comunità è stata interessante. A quell'epoca io ne seguivo personalmente una trentina.
La maggior soddisfazione non proviene solo da quello che
insieme si realizza, ma dal rapporto che si costruisce con la gente. Ci si sente
davvero utili a qualcuno: la nostra presenza è causa ed occasione di progresso,
di riscatto morale e sociale («Mondo e Missione», maggio 1987).
Sono riuscito ad espugnare (io?) una fortezza che aveva sempre resistito alla penetrazione dei padri: la « Ilha das Onças» (l'isola dei giaguari). Dopo averla aggirata da tutte le parti, finalmente ho gettato l'ancora in un punto che mi pare dia risultati. Sono così saliti a nove i nuovi gruppi di Mariani che sono riuscito a fare in quest'anno. Ho mietuto dove altri hanno lavorato! Il vescovo mi ha chiamato l'eroe dell'interno ed io ne sono orgoglioso, anche se so benissimo che è tutto uno scherzo di Dio, l'opera della grazia di Dio. Quante volte arrivo in un posto che si visita solo una volta l'anno e confessando 150-200 persone, ne incontro solo 5-6 che vivono in peccato mortale! Sono veri miracoli. La gente è buona, ci fa arrossire, non ce n'è uno che dubiti della fede. La fede è semplice anche se un po' superstiziosa. Ma la chiamerei fanciullesca più che superstiziosa (Lettera ad Anna Maria, 24 settembre 1965).
Il tema fondamentale delle sue lettere e del Diario sono le visite alle comunità dell'interno, dove Augusto va volentieri, oltre che per incontrare la gente, anche per quel suo senso di avventura e di contemplazione che non l'abbandona mai. La sua passione per il lavoro missionario è notevole.
Ho passato un mese nell'interno - scrive in una lettera ad Anna Maria (13 maggio 1969) - per dare la Pasqua a tutti i miei cabocli. Alla fine ho fatto un ritiro sempre nell'interno, in un luogo chiamato Pananarù. Si riunirono quasi 600 donne e passammo 5 giorni in preghiera e in meditazione. Cosa te ne pare? Sono cose bellissime, su un'isoletta, non puoi averne neanche una lontana idea. Domani e dopo devo fare un'assemblea di uomini sempre nell'interno.
In altra lettera del 16 settembre 1968 racconta di aver costruito, con altri padri, un campo d'aviazione fra gli indios
«Ixkarianà», miracolosamente protetto da Dio in avventure in foresta, sui
fiumi, nel contatto con questa tribù poco avvicinata, sospettosa, pericolosa.
Erano gli anni in cui la missione di Parintins aveva un proprio aereo, regalato,
dopo la visita dell'esploratore Carlo Mauri, dalla città di Lecco e dalla
«Domenica del Corriere» (su cui Mauri aveva pubblicato i suoi servizi
giornalistici e fotografici).
In una intervista a « Radio Grignetta» di Lecco, fatta
durante le vacanze in Italia nel 1985, Augusto racconta questo toccante
episodio:
Circa vent'anni fa, quando il vescovo mi aveva detto di
percorrere una parte del fiume alla ricerca della gente che era sparsa sulle
sponde, avevo avvistato una capanna di paglia in mezzo al verde della foresta.
Lì ho diretto il mio battellino per vedere se c'era qualcuno.
Sono sceso e ho visto una vecchietta piccolina, bianca di
capelli. Aveva capito che potevo essere il padre: infatti là non andava nessuno
se non il padre. Di anno in anno passava il missionario e quell'anno ero io.
Chiedo: «Come sta? È qui da sola?». Lei dice: «Entri, entri,
padre». Sono entrato ed ho visto in un angolo un uomo seduto su un'amaca. Era
suo figlio, si chiamava Antonico ed era lebbroso. L'unica cosa bella che aveva
erano gli occhi profondi, brillanti. Il resto era tutto molto disfatto. Aveva
una lebbra avanzata, aveva perso i piedi e le mani non erano più buone.
Ho chiesto: «Ma cosa è successo? ». Lui non mi rispondeva,
solo mi fissava. Neanche una parola ho potuto tiragli fuori dalla bocca. La
vecchietta stava preparandomi il caffè e diceva che il figlio era sposato, ma
che la moglie era fuggita appena è apparsa la lebbra. «E adesso sono qui sola
con mio figlio». Ho pensato: «L'amore di una mamma è più forte dell'amore della
moglie» .
Non sapevo cosa dire. Non si sa cosa dire in questi casi.
Comunque ho detto: «Antonico, resisti. Forse fra quattro mesi tornerò ancora da
queste parti. Intanto andrò a Manaus a cercare delle medicine per te ». Poi l'ho salutato e sono andato. Dopo quattro mesi sono tornato da
Antonico con le medicine.
Nel frattempo l'acqua del fiume era scesa molto, apparivano
delle isole in mezzo al fiume, la navigazione era difficile. Infatti ho
incagliato il battellino. Sono arrivato da Antonico a nuoto, correndo un grande
pericolo perché ero circondato da grossi pesci, ma non mi fecero nulla, anche se
la vecchina dalla spiaggia mi gridava
L'iniziativa pastorale più riuscita della diocesi di Parintins, almeno negli anni cinquanta e sessanta, sono stati i « Mariani », gli aderenti alle «Congregazioni Mariane», che mons. Cerqua aveva iniziato fin dalla metà degli anni cinquanta, fondando la diocesi. Ecco con quanto amore ed entusiasmo ne parla padre Augusto (nell'intervista concessa a «Mondo e Missione», maggio 1987):
I
«Mariani» hanno giocato un
ruolo decisivo nella costruzione delle comunità. Sono stati i protagonisti dello
sviluppo della Chiesa nei territori dell'interno, ma anche in città. Il vescovo,
che ne è stato sempre entusiasta, mi ha nominato una volta loro dirigente
diocesano. lo quindi giravo tutte le comunità e le parrocchie per suscitare
nuovi aderenti alle Congregazioni. Per anni ho diretto il grande ritiro annuale
dei Mariani, che era famoso in tutto il Brasile.
A questo partecipavano anche 1.000-1.200 uomini nei giorni di Carnevale: era
quasi un miracolo, perché il Carnevale è molto importante per i brasiliani.
Ebbene, per tre giorni tutti quegli uomini, giovani e vecchi, si raccoglievano
nell'«olaria» (la fabbrica di mattoni della missione, fuori di
Parintins, n.d.r.) per fare il ritiro. Era per loro uno dei momenti più belli
dell'anno: per sei mesi lo preparavano e passavano gli altri sei mesi
raccontando e commentando quei tre giorni. Era molto bello anche per me. Quei «
Mariani» erano una forza! lo vivevo tutte queste esperienze come un'unica grande
avventura.
Dal 1963 al 1973 (quando torna in Italia la prima volta), Augusto resta a Parintins, prima come
vice-parroco in Cattedrale (1963-1970) e poi parroco della nuova parrocchia di
S. José Operario (S. Giuseppe Operaio, 1970-1973), che ingloba anche la cappella
di S. Benedito di cui era incaricato Augusto (prima faceva parte della
parrocchia della Cattedrale). La responsabilità parrocchiale, con le visite alle
comunità dell'interno, non gli impedisce di avere in diocesi altri incarichi:
cura dei giovani della città e dei « Mariani» a livello diocesano, ad un certo
punto anche incaricato, temporaneamente, del Collegio diocesano e della radio
diocesana (lettera ad Anna Maria del 15 dicembre 1967).
Ma l'impegno suo principale, dal 1970 al 1973, è S. Giuseppe
Operaio di cui è parroco. Ecco cosa scrive nel 1970 alla sorella Pinuccia:
Sto facendo la nuova parrocchia. Voglio basarla sulla povertà assoluta, come loro, i miei caboclos. Il vescovo non vuole e dice che lui mi dà tutti i soldi, ma io devo costruire. E allora mandi un altro parroco con quello stile trionfalistico che lui vuole, creando quelle critiche che ci siamo attirati con le altre parrocchie.
Alla sorella Annamaria (22 aprile 1970):
Sto lavorando alla costruzione della nuova parrocchia. Voglio
costruirla come pare a me, con uno stile un po' nuovo, secondo le condizioni di
questo popolo, con idee evangeliche. Come loro. Però ho molte difficoltà, da
parte di chi meno me l'aspettavo. E anche da parte del popolo. Il vescovo vuole
anche lui obbligarmi a costruire, i soldi me li dà lui. lo non voglio proprio.
Mi si lasci fare un' esperienza nuova, perbacco!
Sto costruendo la mia chiesa di paglia e anche la mia casa.
Senza un soldo, è la gente che me la costruisce. Sarà semplice, con gli utensili
che usano loro, il loro mangiare, niente di più, non mosquiteiro (zanzariera),
non geladeira (frigorifero), di legno e paglia. Per adesso è così. Non vado con
l'oro in tasca, ma con la buona volontà e in nome di Dio. Mi si lasci fare una volta in vita un'esperienza profonda, senza orgoglio e senza
ipocrisie.
Al fratello Alberto aveva chiesto di acquistargli lo scafo di una «voadeira», cioè un motoscafo veloce col motore fuoribordo. Ma in data 19 ottobre 1971 gli scrive:
È una cosa che non si deve fare. Ci ho pensato per parecchi
giorni e arrivo alla conclusione che non la voglio più. Prima di tutto ho già il
casco (lo scafo) di legno: serve benissimo anche se è un po' meno veloce. E poi
(è il motivo principale) è una cosa molto stonata nella nuova parrocchia e col
nuovo stile da me inaugurato. Non so come giustificarla davanti alla gente e
infine costa troppo mantenerla e il suo uso è molto limitato. Per cui, scusami
le mie idee e soprattutto se hai già perso tempo per procurarla, ma lascia
perdere tutto.
Sapete ormai che sono parroco. Sto costruendo la mia casa. È
su palafitte, ben solida, di legno. Ho fatto tutto io, aiutato dal padre
Henrique di Lomazzo, mio collega in parrocchia (il p. Enrico Pagani, suo
coadiutore, n.d.r.). lo sono andato nel mato (foresta) a prendere la legna, l'ho
raccolta di posto in posto con un battello. Mi sono stancato per parecchi giorni
e parecchie notti, ma ho riunito materiale sufficiente per costruire la nostra
casetta quasi senza un soldo: verrà a costarmi al massimo un milione e mezzo (di
lire), mentre se fosse in muratura mi costerebbe non meno di 15 milioni.
La mia chiesa parrocchiale è di paglia, tutta aperta, di pali
presi da me e dai miei amici nel mato del Caborì, Mocambo, Sororoca, Buiuçù,
Pananarù e Zeassù. Lavorammo un mese tutte le notti, ma al1 o maggio la chiesa
di S. Giuseppe Operaio era pronta. Facemmo una grande processione dalla
Cattedrale, io caricando una grande croce e il vescovo che mi accompagnava. Arrivammo alla chiesa di paglia e il vescovo mi consegnò ai
fedeli e sto ancora lì.
Ho fatto subito il consiglio parrocchiale al quale ho
affidato la parte materiale e i soldi della parrocchia. Non ne voglio nemmeno
sapere. Loro mi danno il salario minimo col quale cerco di mantenermi. Sono
quasi 600 lire al giorno. (Lettera ai familiari del 14 agosto 1970).
Non so cosa c'è dentro le casse arrivate a Macapà. Non avevo
chiesto niente di particolare, ma forse avete mandato le cartucce. Quelle son
sempre buone perché veramente quest'anno sono state loro che mi hanno riempito
la pancia.
Infatti il salario della nuova parrocchia non è molto e
allora quando mancano i soldi prendo il mio fucile (quel Bernardelli è una
cannonata!) e vado fuori un'oretta qui dietro casa. È sufficiente per procurare
da mangiare a noi due: inambù, anitre, pappagalli, socò, ecc. Un paio di tiri al
giorno mi risolvono il problema della fame (non ditelo al vescovo). Per questo
sono quasi alla fine delle cartucce e qui è difficile trovarle. Mandatemi
qualche calendario svizzero degli anni passati: sento nostalgia delle montagne.
(Lettera ai parenti, ottobre 1971).
La mia nuova avventura da compiere è la parrocchia di S. Giuseppe Operaio. Sto cercando di darle un'impostazione moderna. Per questo ho cominciato da me. Vivere nella povertà. Solo due anni di parroco in una chiesa di paglia è poco, ma è abbastanza per farti gustare certe cose e darti gusti semplici. Non ci sono porte e tutti gli animali ci passano la notte. C'è solo una croce, bella, grande, col crocifisso e una luce debole che lo rischiara. Passo tutte le notti un po' di tempo nella sua penombra, pensando, pensando,
con l'odore delle pecore e delle mucche che ruminano tutt'intorno.Dopo due anni con la chiesa e la casa di paglia e di legno,
Augusto si lascia convincere a costruire in muratura. Ha fatto la sua esperienza, ha dato un segno di come lui pensa
dovrebbe essere la Chiesa. Nell' estate 1971 programma la costruzione, ma già
pensa di dover lasciare quel posto, per ritirarsi in un luogo più isolato, dove
tentare ancora di vivere i suoi sogni di povertà, di contemplazione, di santità
e di avventura. Tutta la vita di Augusto scorre su questa falsariga: tentare,
sperimentare, appassionarsi, poi fuggire e ricominciare da capo.
Questo suo modo di essere, naturalmente, non era fatto per
attirare le simpatie dei confratelli. Anche se tutti riconoscono i molti suoi
meriti e virtù e la ventata di novità che ha portato in diocesi, molti
concordano con quel che mi ha detto p. Enrico Uggé:
Era simpatico a tutti, ma a lungo andare si pensava:
lui è un battitore libero, fa quel che vuole. Tutti noi abbiamo mille impegni, orari da rispettare, documenti da preparare per il vescovo, il governo, la gente... Lui invece era libero, c'era e non c'era, andava e veniva. Ha avuto belle intuizioni, ma poi erano gli altri che le realizzavano e le portavano avanti.Adesso il popolo vuol costruire la chiesa nuova. Ho preparato alcuni progetti e aspetto il libro che papà mi ha mandato per sceglierne altri, così il popolo farà la sua scelta e in settembre cominceranno i lavori. (Lettera di Augusto ad Anna Maria, 23 luglio 1971)
Spero di finire la chiesa in un anno. Cominciammo a settembre
(1971) e spero di consegnarla ad agosto (1972). La inaugureremo il 1° maggio per
la festa (di S. Giuseppe Operaio, n.d.r.), anche se mancheranno delle cosette.
Lavoriamo giorno e notte. Sto pure costruendo una scuola moderna con 13 sale,
che sarà sufficiente per le elementari e il ginnasio.
Il 1 ° maggio tutte le comunità dell'interno scenderanno il
fiume con le loro bandiere e porteranno alla nuova parrocchia i loro donativi,
pezzi di legno, case di legno smontate, remi, canoe, juta, animali di ogni
specie, ecc. Sarà tutto posto all'asta da loro stessi, dopo essere stato offerto
nell' offertorio della Messa grande. Saranno dieci giorni di festeggiamenti.
Penso dopo la festa di fare un giro fra gli indios che mi aspettano. Dopo di che
terminerò i lavori entro la fine dell'anno. L'anno venturo sarò perciò libero di fare un saltino a casa.
(Lettera ai familiari, marzo 1972)
Abbiamo fatto una festa spettacolare per l'inaugurazione della chiesa nuova. La gente di tutta la città è accorsa in massa per 11 giorni di fila e non si sentivano se non frasi di ammirazione: «Mai visto una cosa simile:
una chiesa così bella in sei mesi! ». La gente ha preso in simpatia la mia parrocchia e dice che è la più bella e organizzata della città. lo so benissimo che non è vero, perché ci vedo tutti i difetti. ... Abbiamo raccolto più di nove milioni: vedi come hanno collaborato? Questo ci permetterà di fare le rifiniture e l'installazione della luce e la sagrestia (mobili). (Lettera al papà, giugno 1972)Nella stessa lettera a suo padre (giugno 1972), Augusto manifesta chiaramente la sua insoddisfazione di essere ancora in città (già in una lettera precedente, del 14 agosto 1970, aveva scritto: «È una bella avventura anche essere un parroco ma purtroppo ho perso molto della mia libertà»).
Tornando a Parintins (si riferisce al prossimo viaggio in Italia) spero mi facciano fare qualcos'altro che non il parroco... lo non sono fatto per la città e d'altronde sono pochi i padri appassionati e resistenti per l'interno e le foreste. Spero che Dom Arcangelo 'concordi con me per darmi qualche altro lavoro di questo tipo. L'anno venturo verrò a casa a chiarir le idee e passare un tempo con voi, prima di incominciare l'ultima tappa della mia vita, che voglio dedicare con più intelligenza e passione, dopo questi anni di esperienza brasileira in cui ho conosciuto un po' questo popolo e i suoi bisogni, a qualche lavoro veramente costruttivo per loro e per me. Tutto questo, naturalmente, se Deus quiser. (Lettera al padre, giugno 1972)
Ogni tanto, nelle lettere e nel Diario, ritorna l'aspirazione alla vita contemplativa.
Voglio fondare un ordine di contemplativi delle foreste,
visto che quelli dei deserti e delle montagne ci sono già.
Qui in Amazzonia non ce n'è e ce ne sarebbe forse bisogno,
perché questa gente si converta, veda e si salvi. Ma rimando tutto agli ultimi
dieci anni della mia vita (Lettera ad Anna Maria del 21 giugno 1966).