PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins

Pienamente inserito nell'ambiente e nel popolo dell'Amazzonia - L'avventura dei viaggi lungo i fiumi - Viceparroco in Cattedrale e poi parroco a S. Giuseppe Operaio - Riunisce i caboclos delle foreste in comunità - Come liberare i poveri dall'oppressione dei «fazendeiros» - Ammirazione per la fede e la vita cristiana della gente più abbandonata - La storia di Antonico, lebbroso guarito da Augusto - Le «Congregazioni Mariane»con migliaia di giovani e di uomini in ritiro - La nuova parrocchia in semplicità e povertà - Aspirazione alla vita contemplativa in foresta.

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

IV

FONDATORE DI COMUNITÀ A PARINTINS

Pienamente inserito nell'ambiente e nel popolo dell'Amazzonia - L'avventura dei viaggi lungo i fiumi - Viceparroco in Cattedrale e poi parroco a S. Giuseppe Operaio - Riunisce i caboclos delle foreste in comunità - Come liberare i poveri dall'oppressione dei « fazendeiros» - Ammirazione per la fede e la vita cristiana della gente più abbandonata - La storia di Antonico, lebbroso guarito da Augusto - Le « Congregazioni Mariane» con migliaia di giovani e di uomini in ritiro - La nuova parrocchia in semplicità e povertà - Aspirazione alla vita contemplativa in foresta.

Il primo anno di vita missionaria è denso di emozioni per Augusto, impegnato nello studio della lingua e ad inserirsi nell'ambiente, con la gente, con i confratelli. All'Amazzonia avrebbe preferito la Birmania, una missione fra le montagne, che appariva più avventurosa. Invece, dopo pochi mesi di vita missionaria scrive nel Diario (5 maggio 1964):

Comincio ad ammalarmi per questa terra, comincio ad amarla, comincia ad entrarmi nel cuore, negli occhi, nei sogni. Sento che non potrei più vivere lontano da essa, piangerei a lasciarla, più di quanto ho pianto la mia terra. Comincio ad amare il mio sogno amazzonico.

Gli scritti di Augusto testimoniano il suo animo di poeta, di un uomo che ha un rapporto privilegiato col Mistero: ha il cuore pieno di gioia, di meraviglia, di gratitudine. È un cuore puro. Cesare Pavese riporta un dialogo tra Mnemosine ed Esiodo, illuminante del cammino di Augusto:

- Mnemosine: Le cose immortali le avete a due passi.
- Esiodo: Non è difficile saperlo, toccarle è difficile.
- Mnemosine: Bisogna vivere per loro, Esiodo, questo vuol dire il cuore puro.

(Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Le Muse)

Quasi un anno dopo la notazione riportata dal Diario (5 maggio 1964), scrive in una lettera alla sorella Anna Maria (20 febbraio 1965):

Io sto vivendo i giorni più belli della mia vita. Ogni mattina quando mi sveglio stropiccio gli occhi e mi domando se sto sognando o se sono davvero in Amazzonia. Ma poi mi sento dondolare la rete o mi trovo sull'assito di una barca o appeso fra i rami di due alberi coll'amaca... e capisco che non è un sogno ma realtà. Nonostante vada già il secondo anno di missione, l'aria di sogno non è ancora svanita e allora mi metto a gridare il mio grazie al Signore: «Signore, ti ringrazio infinitamente alla mia maniera». Sì, perché noi, a nostro modo, abbiamo una certa infinità anche noi, almeno nei desideri.
Qui non è necessario essere poeti o sentimentali. Basta avere un po' di cuore, un briciolo di fantasia e di grazia di Dio, per vivere felici questa vita di intense emozioni e superare tutte le fatiche. Qui la poesia è di casa come fra le mura di un Carmelo. Fatiche ce ne sono, ma sono la moneta con cui paghiamo a Dio la nostra felicità.

Augusto è innamorato della sua gente e dell'apostolato. Si butta subito nel lavoro, l'umanità autentica di caboclos e indios lo appassiona, lo commuove. I viaggi nell'interno sono per lui un'avventura, una sfida, un'immersione nel corpo vivo dell'Amazzonia.

Ormai mi sto abituando ai viaggi: devo prendere visione di una zona di 25 posti, tutti lungo il Rio. La settimana Scorsa l'ho passata completamente nell'interno. È stato un viaggio non pericoloso (benché abbia dovuto attraversare il fiume per ben sei volte e questo è il pericolo maggiore per noi), ma faticoso.
La gente è così indietro che ti esaurisce. Quando hai ripetuto una cosa cinque volte in diversi modi, finalmente qualcuno crede di aver capito e ti fa una domanda: tutto il contrario di quel che avevi spiegato. È estenuante. Hanno i riflessi troppo lenti. Anche nel confessare è una pena. Chissà dove va a finire l'integrità della confessione e anche il segreto confessionale non esiste o quasi: sono tutti lì ad ascoltare e io dò paternamente i miei consigli, ma anche se non sono lì presenti è certo che sono dietro la parete di paglia con l'orecchio teso. Devono ascoltare tutto. Beh, ascoltino!
Però, in genere, sono sinceri. Se non subito, dopo un po' di anni confessano i loro peccati della gioventù, che hanno sempre taciuto per vergogna. In una di queste isole, la settimana scorsa una donna mi diceva tranquillamente di aver avvelenato suo marito per sposarne un altro. Cosa vuoi dirle? Lo ha fatto trent'anni fa! Un altro aveva accoltellato con sei colpi il fratello, ma si scusava dicendo che non l'aveva ammazzato lui, perché era morto solo il giorno dopo. In quel gruppo di isole se ne vedono di tutti i colori. Sono state troppo trascurate.
È bello andare nell'interno perché posso fare quello che voglio. Parto, nessuno mi chiede dove vado. Quando torno, nessuno mi chiede cosa ho fatto e dove sono stato. In un primo momento questo mi faceva specie, ma poi trovo che è bello, perché nessuno ti critica e tu puoi impostare il tuo lavoro come vuoi. In questo viaggio ho fondato due congregazioni mariane nelle isole e ho dato altri lavori in vari posti, promettendo di fare una scappatina in dicembre per vedere come vanno e se hanno lavorato. Uno dei lavori, l'unico che ho dato in un'isola, è il Padre Nostro. È già tanto per loro che non sanno leggere. Ho scelto una ragazza che sa leggere, è lei la catechista del gruppo. Hanno promesso che per dicembre sapranno il Pater. In un altro posto ho detto che quando verrò, se sapranno l'atto di dolore, li confesserò e comunicherò. Poveretti, sapessi che pena fanno! (Lettera ad Anna Maria, 2 settembre 1964).

Quand'è a Parintins, Augusto lavora tra i giovani, ma aiuta anche a costruire la Cattedrale, intitolata a N.S. do Carmo (la Madonna del Carmine, festa patronale di Parintins, 161uglio). Mons. Cerqua ha iniziato a costruire una grande Cattedrale fin dalla fine degli anni cinquanta e l'opera andrà avanti per una decina d'anni, soprattutto per la difficoltà di mettere il tetto. Scrive Augusto:

Stiamo alzando i muri della cattedrale e nel giorno della festa (durata dieci giorni) abbiamo celebrato all'aperto, fra i muri della cattedrale nuova. Fu un martirio perché, benché la funzione fosse alle sei del mattino, il sole fece in tempo ad abbrustolirci tutti, vescovo compreso.
Io ho lavorato con le mie stesse mani a fare l'immensa pavimento: prendevamo la pietra con le mani (si lavorava di notte), ma le pietre erano piene di scorpioni che sbandieravano la loro coda avvelenata. Noi li vedevamo alla luce delle torce, ma che fare? Si lavorava per Nassa Senhora e nessuno aveva paura. Dicevano che non era possibile che lei non ci pensasse, infatti nessuno fu punto. In quelle sere, si videro lavorare delle facce che chissà da quanto tempo non venivano in chiesa. Ma all'appello del vescovo sono venuti tutti (Lettera ad Anna Maria, 2 settembre 1964).

Padre Augusto rimane a Parintins dal dicembre 1963 al 1973 (quando torna per la prima volta in Italia): è vice-parroco in Cattedrale, ma intanto sta preparando la nuova parrocchia di San Giuseppe Operaio (di cui diverrà il primo parroco il 10 maggio 1970), in un quartiere di casupole di paglia. Suo coadiutore era padre Enrico Pagani. Scrive Nella Castiglioni, volontaria laica a Parintins:

Padre Augusto all'inizio sceglie di costruire la chiesa in paglia e la sua casa in legno. Poi forma il Consiglio parrocchiale con un rappresentante di ogni via della parrocchia eletto dalla gente. Il Consiglio decide di costruire la chiesa in muratura, una scuola elementare e media. I parrocchiani passano un salario minimo a lui ed a padre Enrico e lui va a lavorare con la gente del quartiere, lava la juta lungo il fiume, otto ore immerso nell' acqua fino alla cintola, alla mercè di sanguisughe e serpenti vari, oltre alla fatica dello sbattere fasci e fasci di lunghe canne marcite per giorni nell'acqua. Cominciano le discussioni con mons. Cerqua per i metodi con i quali conduce la parrocchia: soprattutto il vescovo non accetta la chiesa di paglia.
Un anno dopo gli vengono affidate 60 comunità lungo il Rio, da Parintins al Mocambo, che segna il confine tra la Prelazia di Parintins e quella di Itacoatiara. Ha in dotazione il battello «I dodici Apostoli» e un ragazzo come motorista: è Mocò, nato senza una mano. Sarà suo caro e fedele amico per lunghi anni. Le comunità dell'interno collaborano alla costruzione della chiesa di san José, ciascuna con una bella trave per il tetto sulla quale è inciso a fuoco il nome della comunità. Attorno al frenetico lavoro di costruzione della bellissima chiesa (su progetto di Fulvio Giuliano, volontario di Gioventù studentesca a Macapà, geometra, pittore e architetto, diventato poi sacerdote del PIME, n.d.r.). sorgono molte attività: il gruppo «Primavera», i bambini che organizza in una «Repubblica» in grande stile, i giovani, i «mariani» (uomini) e il gruppo delle donne dell'Apostolato della Preghiera. E poi le feste e il campionato di calcio, con la finale allo stadio di Manaus.
Le critiche per l'originalità della chiesa di San José non mancano: la struttura a semi-anfiteatro, il pavimento inclinato, l'altare al centro della chiesa, una canoa per altare, un forno da pane per tabernacolo ed una grande croce (stile Cimabue) con un Cristo ben caboclo piantato sul Brasile. Tutto fa discutere...

Pur tenendo sempre la residenza nella città di Parintins, il suo principale lavoro Augusto lo svolge presso le comunità dell'interno, lungo i fiumi. Ecco il racconto che ha fatto di questo periodo a «Mondo e Missione» (maggio 1987):

La vera, grande epopea dei miei primi dieci anni di missione è stata la formazione delle comunità dell'interno. Si partiva alla ricerca dell'uomo, disperso e «diluito» negli immensi spazi vuoti dell'Amazzonia, dove la densità non è nemmeno di un abitante per chilometro quadrato e la metà degli abitanti è concentrata nella capitale Manaus. L'uomo, così disperso e isolato, non può progredire molto. Non è possibile costruire una scuola, una cappella, un ambulatorio per ogni casa, a molti chilometri di distanza dalla più vicina.
Era indispensabile cercare di concentrare la gente in comunità dove ci sarebbero stati i servizi sociali a vantaggio di tutti. Fra le molte idee che noi missionari proponiamo, forse la maggior parte cadono nel vuoto; solo quelle adatte alla cultura della gente attecchiscono. Quella delle comunità si è dimostrata un'idea azzeccata.
Nel mio primo viaggio lungo il fiume, trovai la gente riunita attorno al «fazendeiro», il proprietario terriero e datore di lavoro. Nel primo viaggio ho visitato diversi luoghi e tutti erano proprietà del fazendeiro... Mi accorsi che per la gente che abitava lungo il fiume, l'unico punto di incontro sociale era la «fazenda». Il padrone dava lavoro, procurava il necessario per vivere e lavorare, organizzava feste. Anche il missionario, quando voleva incontrare la gente, veniva alla fazenda. Il fazendeiro preparava la gallina grassa per il missionario, la mangiava insieme a lui e questi si trovava legato al fazendeiro.
Era una cosa che, credo, non piaceva a nessuno. Sapevo che questi fazendeiros trattavano male i caboclos. Non si poteva andare avanti così. Cominciai allora ad interpellare la gente: «Ma voi non avete qualche pezzo di terreno? Non è possibile fare una comunità lontana dalla fazenda? ». L'idea entusiasmò subito quella gente; tutti si facevano avanti per offrire il terreno. Con il vescovo e gli altri missionari decidemmo che avremmo scelto un ettaro di terra e lì avremmo cominciato a costruire la prima comunità.

Il racconto di Augusto è necessariamente sommario. Le comunità che Augusto e padre Andena cominciarono a costruire lungo il Rio avevano anche un'altra origine, ancor più importante. All'inizio degli anni sessanta, il grande fiume aveva avuto delle « piene» rovinose per i raccolti e per le stesse abitazioni della gente, situate a poche decine di metri dalla riva. I missionari propongono ai caboclos di ritirarsi su terre più stabili, non raggiunte dalla piena del fiume. Nascono così le prime comunità su terreni vergini, fuori dall'influsso e dal potere dei «fazendeiros», con uno stile nuovo, più comunitario e più cristiano.

Le famiglie arrivavano alla comunità in barca, con le mogli e i figli il sabato sera, rimanendovi fino alla domenica notte. La domenica mattina facevamo il catechismo, celebravamo l'eucaristia, poi c'erano incontri di ogni tipo: con gli insegnanti, gli infermieri...
Insomma c'era una vita nuova nelle comunità che rapidamente nacquero lungo il fiume. Con il tempo alcune si sono sciolte, altre invece hanno avuto un notevole progresso, sono diventate delle piccole cittadine, con l'elettricità, con case solide e sane, alcune addirittura in mattoni, con scuole, luoghi di ritrovo e di divertimento, la chiesetta: saranno le future città dell'Amazzonia. Molte volte queste comunità sorgevano spontaneamente: noi proponevamo l'idea della comunità e la gente veniva, anche da lontano, per vedere di che cosa si trattasse e rimanevano affascinati da quello che vedevano. Allora ripartivano e diffondevano l'idea della comunità nella loro zona. Dopo qualche tempo ritornavano per dirci: «Anche noi vogliamo la comunità! ».
La gente preparava essa stessa il terreno e la cappella di paglia e quando arrivavo jo, dopo qualche mese, si trattava solo di fare l'elezione del presidente con i suoi consiglieri e la comunità prendeva avvio. Una delle prime cose che volevano era il campo da pallone. Per questo organizzavamo un torneo fra le squadre delle varie comunità: ottantasette squadre. Il giorno dell'Immacolata chiamammo le quattro finaliste delle comunità in città, a Parintins. Ricordo che il primo anno arrivarono dalla foresta a piedi nudi e gli abitanti della città fecero gli scandalizzati: «Ma chi ci portate? Dei selvaggi? ». Allora mettemmo loro le scarpe, ma andavano tutti zoppi: non vi erano abituati. Poi hanno imparato ad usarle e devo dire che giocano bene al calcio.
L'esperienza delle comunità è stata interessante. A quell'epoca io ne seguivo personalmente una trentina.
La maggior soddisfazione non proviene solo da quello che insieme si realizza, ma dal rapporto che si costruisce con la gente. Ci si sente davvero utili a qualcuno: la nostra presenza è causa ed occasione di progresso, di riscatto morale e sociale («Mondo e Missione», maggio 1987).

Sono riuscito ad espugnare (io?) una fortezza che aveva sempre resistito alla penetrazione dei padri: la « Ilha das Onças» (l'isola dei giaguari). Dopo averla aggirata da tutte le parti, finalmente ho gettato l'ancora in un punto che mi pare dia risultati. Sono così saliti a nove i nuovi gruppi di Mariani che sono riuscito a fare in quest'anno. Ho mietuto dove altri hanno lavorato! Il vescovo mi ha chiamato l'eroe dell'interno ed io ne sono orgoglioso, anche se so benissimo che è tutto uno scherzo di Dio, l'opera della grazia di Dio. Quante volte arrivo in un posto che si visita solo una volta l'anno e confessando 150-200 persone, ne incontro solo 5-6 che vivono in peccato mortale! Sono veri miracoli. La gente è buona, ci fa arrossire, non ce n'è uno che dubiti della fede. La fede è semplice anche se un po' superstiziosa. Ma la chiamerei fanciullesca più che superstiziosa (Lettera ad Anna Maria, 24 settembre 1965).

Il tema fondamentale delle sue lettere e del Diario sono le visite alle comunità dell'interno, dove Augusto va volentieri, oltre che per incontrare la gente, anche per quel suo senso di avventura e di contemplazione che non l'abbandona mai. La sua passione per il lavoro missionario è notevole.

Ho passato un mese nell'interno - scrive in una lettera ad Anna Maria (13 maggio 1969) - per dare la Pasqua a tutti i miei cabocli. Alla fine ho fatto un ritiro sempre nell'interno, in un luogo chiamato Pananarù. Si riunirono quasi 600 donne e passammo 5 giorni in preghiera e in meditazione. Cosa te ne pare? Sono cose bellissime, su un'isoletta, non puoi averne neanche una lontana idea. Domani e dopo devo fare un'assemblea di uomini sempre nell'interno.

In altra lettera del 16 settembre 1968 racconta di aver costruito, con altri padri, un campo d'aviazione fra gli indios «Ixkarianà», miracolosamente protetto da Dio in avventure in foresta, sui fiumi, nel contatto con questa tribù poco avvicinata, sospettosa, pericolosa. Erano gli anni in cui la missione di Parintins aveva un proprio aereo, regalato, dopo la visita dell'esploratore Carlo Mauri, dalla città di Lecco e dalla «Domenica del Corriere» (su cui Mauri aveva pubblicato i suoi servizi giornalistici e fotografici).
In una intervista a « Radio Grignetta» di Lecco, fatta durante le vacanze in Italia nel 1985, Augusto racconta questo toccante episodio:

Circa vent'anni fa, quando il vescovo mi aveva detto di percorrere una parte del fiume alla ricerca della gente che era sparsa sulle sponde, avevo avvistato una capanna di paglia in mezzo al verde della foresta. Lì ho diretto il mio battellino per vedere se c'era qualcuno.
Sono sceso e ho visto una vecchietta piccolina, bianca di capelli. Aveva capito che potevo essere il padre: infatti là non andava nessuno se non il padre. Di anno in anno passava il missionario e quell'anno ero io.
Chiedo: «Come sta? È qui da sola?». Lei dice: «Entri, entri, padre». Sono entrato ed ho visto in un angolo un uomo seduto su un'amaca. Era suo figlio, si chiamava Antonico ed era lebbroso. L'unica cosa bella che aveva erano gli occhi profondi, brillanti. Il resto era tutto molto disfatto. Aveva una lebbra avanzata, aveva perso i piedi e le mani non erano più buone.
Ho chiesto: «Ma cosa è successo? ». Lui non mi rispondeva, solo mi fissava. Neanche una parola ho potuto tiragli fuori dalla bocca. La vecchietta stava preparandomi il caffè e diceva che il figlio era sposato, ma che la moglie era fuggita appena è apparsa la lebbra. «E adesso sono qui sola con mio figlio». Ho pensato: «L'amore di una mamma è più forte dell'amore della moglie» .
Non sapevo cosa dire. Non si sa cosa dire in questi casi. Comunque ho detto: «Antonico, resisti. Forse fra quattro mesi tornerò ancora da queste parti. Intanto andrò a Manaus a cercare delle medicine per te ». Poi l'ho salutato e sono andato. Dopo quattro mesi sono tornato da Antonico con le medicine.
Nel frattempo l'acqua del fiume era scesa molto, apparivano delle isole in mezzo al fiume, la navigazione era difficile. Infatti ho incagliato il battellino. Sono arrivato da Antonico a nuoto, correndo un grande pericolo perché ero circondato da grossi pesci, ma non mi fecero nulla, anche se la vecchina dalla spiaggia mi gridava
di stare attento. Antonico stava per morire. Le piaghe erano aperte, la carne cadeva a pezzi, la faccia era piena di sangue. In questi casi bisogna sempre dare la mano e abbracciare questa povera gente, come faceva san Francesco. Non bisogna aver paura perché la lebbra non è così contagiosa come si pensa, ma intanto si dà un po' di forza a questi poveri sofferenti.
Ho bevuto il caffè e ho cercato di tirar su il morale a questo pover'uomo, poi gli ho raccomandato di prendere religiosamente le medicine tutti i giorni. Parlavo alla mamma, perché lui mi fissava senza nemmeno dire una parola. Mi guardava fisso fisso, mi faceva quasi paura. Gli dico: « Guarda, Antonico, non avere paura. Fra quattro mesi passerò ancora e vedrai che sarai guarito e verrà un giorno che tu sarai eletto come presidente della comunità che ora stiamo costituendo lungo il fiume ». Lui mi guardava serio senza battere ciglio.
Poi me ne sono andato e dopo quattro mesi sono tornato. La donnetta mi introduce nella capanna con una certa allegria. Vedo Antonico che mi dice: «Buon giorno, padre ». Finalmente sento la sua voce. Mi avvicino: la sua carne è tutta bianca come quella di un bambino, le ferite tutte chiuse, non c'è più sangue. Beviamo assieme il caffè e gli dò altre medicine per continuare la cura. Gli ripeto: «
Un giorno diventerai presidente della comunità del fiume».
Non l'ho più rivisto da allora. Sono passati quasi vent'anni ma quest'anno ricevo una lettera, scritta male perché gli era rimasto poco delle mani, piena di errori perché non aveva molta istruzione. Ma era firmata Antonico. Quindi era ancora vivo e mi scriveva:
«
Carissimo padre Augusto, lei non si ricorderà più di me, ma io sono quel tale che lei ha salvato dalla morte. Quando mi ha visitato avevo già un piede nella fossa eppure sono guarito, continuo sempre le mie cure. Ora sto molto bene e voglio dirle che quella profezia che lei mi ha fatto si è avverata. Domenica scorsa abbiamo fatto le elezioni nella nostra comunità e sono stato eletto Presidente! ». Questa è una lettera che conserverò tutta la vita. Sono le cose belle che capitano a noi missionari.

L'iniziativa pastorale più riuscita della diocesi di Parintins, almeno negli anni cinquanta e sessanta, sono stati i « Mariani », gli aderenti alle «Congregazioni Mariane», che mons. Cerqua aveva iniziato fin dalla metà degli anni cinquanta, fondando la diocesi. Ecco con quanto amore ed entusiasmo ne parla padre Augusto (nell'intervista concessa a «Mondo e Missione», maggio 1987):

I «Mariani» hanno giocato un ruolo decisivo nella costruzione delle comunità. Sono stati i protagonisti dello sviluppo della Chiesa nei territori dell'interno, ma anche in città. Il vescovo, che ne è stato sempre entusiasta, mi ha nominato una volta loro dirigente diocesano. lo quindi giravo tutte le comunità e le parrocchie per suscitare nuovi aderenti alle Congregazioni. Per anni ho diretto il grande ritiro annuale dei Mariani, che era famoso in tutto il Brasile.
A questo partecipavano anche 1.000-1.200 uomini nei giorni di Carnevale: era quasi un miracolo, perché il Carnevale è molto importante per i brasiliani. Ebbene, per tre giorni tutti quegli uomini, giovani e vecchi, si raccoglievano nell'
«olaria» (la fabbrica di mattoni della missione, fuori di Parintins, n.d.r.) per fare il ritiro. Era per loro uno dei momenti più belli dell'anno: per sei mesi lo preparavano e passavano gli altri sei mesi raccontando e commentando quei tre giorni. Era molto bello anche per me. Quei « Mariani» erano una forza! lo vivevo tutte queste esperienze come un'unica grande avventura.

Dal 1963 al 1973 (quando torna in Italia la prima volta), Augusto resta a Parintins, prima come vice-parroco in Cattedrale (1963-1970) e poi parroco della nuova parrocchia di S. José Operario (S. Giuseppe Operaio, 1970-1973), che ingloba anche la cappella di S. Benedito di cui era incaricato Augusto (prima faceva parte della parrocchia della Cattedrale). La responsabilità parrocchiale, con le visite alle comunità dell'interno, non gli impedisce di avere in diocesi altri incarichi: cura dei giovani della città e dei « Mariani» a livello diocesano, ad un certo punto anche incaricato, temporaneamente, del Collegio diocesano e della radio diocesana (lettera ad Anna Maria del 15 dicembre 1967).
Ma l'impegno suo principale, dal 1970 al 1973, è S. Giuseppe Operaio di cui è parroco. Ecco cosa scrive nel 1970 alla sorella Pinuccia:

Sto facendo la nuova parrocchia. Voglio basarla sulla povertà assoluta, come loro, i miei caboclos. Il vescovo non vuole e dice che lui mi dà tutti i soldi, ma io devo costruire. E allora mandi un altro parroco con quello stile trionfalistico che lui vuole, creando quelle critiche che ci siamo attirati con le altre parrocchie.

Alla sorella Annamaria (22 aprile 1970):

Sto lavorando alla costruzione della nuova parrocchia. Voglio costruirla come pare a me, con uno stile un po' nuovo, secondo le condizioni di questo popolo, con idee evangeliche. Come loro. Però ho molte difficoltà, da parte di chi meno me l'aspettavo. E anche da parte del popolo. Il vescovo vuole anche lui obbligarmi a costruire, i soldi me li dà lui. lo non voglio proprio. Mi si lasci fare un' esperienza nuova, perbacco!
Sto costruendo la mia chiesa di paglia e anche la mia casa. Senza un soldo, è la gente che me la costruisce. Sarà semplice, con gli utensili che usano loro, il loro mangiare, niente di più, non mosquiteiro (zanzariera), non geladeira (frigorifero), di legno e paglia. Per adesso è così. Non vado con l'oro in tasca, ma con la buona volontà e in nome di Dio. Mi si lasci fare una volta in vita un'esperienza profonda, senza orgoglio e senza ipocrisie.

Al fratello Alberto aveva chiesto di acquistargli lo scafo di una «voadeira», cioè un motoscafo veloce col motore fuoribordo. Ma in data 19 ottobre 1971 gli scrive:

È una cosa che non si deve fare. Ci ho pensato per parecchi giorni e arrivo alla conclusione che non la voglio più. Prima di tutto ho già il casco (lo scafo) di legno: serve benissimo anche se è un po' meno veloce. E poi (è il motivo principale) è una cosa molto stonata nella nuova parrocchia e col nuovo stile da me inaugurato. Non so come giustificarla davanti alla gente e infine costa troppo mantenerla e il suo uso è molto limitato. Per cui, scusami le mie idee e soprattutto se hai già perso tempo per procurarla, ma lascia perdere tutto.
Sapete ormai che sono parroco. Sto costruendo la mia casa. È su palafitte, ben solida, di legno. Ho fatto tutto io, aiutato dal padre Henrique di Lomazzo, mio collega in parrocchia (il p. Enrico Pagani, suo coadiutore, n.d.r.). lo sono andato nel mato (foresta) a prendere la legna, l'ho raccolta di posto in posto con un battello. Mi sono stancato per parecchi giorni e parecchie notti, ma ho riunito materiale sufficiente per costruire la nostra casetta quasi senza un soldo: verrà a costarmi al massimo un milione e mezzo (di lire), mentre se fosse in muratura mi costerebbe non meno di 15 milioni.
La mia chiesa parrocchiale è di paglia, tutta aperta, di pali presi da me e dai miei amici nel mato del Caborì, Mocambo, Sororoca, Buiuçù, Pananarù e Zeassù. Lavorammo un mese tutte le notti, ma al1 o maggio la chiesa di S. Giuseppe Operaio era pronta. Facemmo una grande processione dalla Cattedrale, io caricando una grande croce e il vescovo che mi accompagnava. Arrivammo alla chiesa di paglia e il vescovo mi consegnò ai fedeli e sto ancora lì.
Ho fatto subito il consiglio parrocchiale al quale ho affidato la parte materiale e i soldi della parrocchia. Non ne voglio nemmeno sapere. Loro mi danno il salario minimo col quale cerco di mantenermi. Sono quasi 600 lire al giorno. (Lettera ai familiari del 14 agosto 1970).

Non so cosa c'è dentro le casse arrivate a Macapà. Non avevo chiesto niente di particolare, ma forse avete mandato le cartucce. Quelle son sempre buone perché veramente quest'anno sono state loro che mi hanno riempito la pancia.
Infatti il salario della nuova parrocchia non è molto e allora quando mancano i soldi prendo il mio fucile (quel Bernardelli è una cannonata!) e vado fuori un'oretta qui dietro casa. È sufficiente per procurare da mangiare a noi due: inambù, anitre, pappagalli, socò, ecc. Un paio di tiri al giorno mi risolvono il problema della fame (non ditelo al vescovo). Per questo sono quasi alla fine delle cartucce e qui è difficile trovarle. Mandatemi qualche calendario svizzero degli anni passati: sento nostalgia delle montagne. (Lettera ai parenti, ottobre 1971).

La mia nuova avventura da compiere è la parrocchia di S. Giuseppe Operaio. Sto cercando di darle un'impostazione moderna. Per questo ho cominciato da me. Vivere nella povertà. Solo due anni di parroco in una chiesa di paglia è poco, ma è abbastanza per farti gustare certe cose e darti gusti semplici. Non ci sono porte e tutti gli animali ci passano la notte. C'è solo una croce, bella, grande, col crocifisso e una luce debole che lo rischiara. Passo tutte le notti un po' di tempo nella sua penombra, pensando, pensando, con l'odore delle pecore e delle mucche che ruminano tutt'intorno.
Cerco di applicare tutti i dettami del Concilio. Perciò i laici hanno la maggior chance di manifestarsi: e lavorano benissimo, fanno tutto loro, dai soldi alle costruzioni, all'assistenza. lo sto solo all'altare, come centro dell'unità. E questo dà una nuova dimensione al mio sacerdozio: più tempo per studiare, pregare, predicare, confessare, consigliare, dirigere i gruppi di élite. I soldi manco li vedo. Il tesoreiro mi passa mensilmente il salario minimo col quale pago una donna negra che mi porta da mangiare a pranzo e a cena. I vestiti sono pochi, ho eliminato le calze e uso un paio di sandali, alla S. Francesco. Nella mia parrocchia non si paga niente, né battesimi, né messe, né matrimoni, né niente. Tutto il popolo paga il dizimo (il decimo, contributo volontario). È una bella trovata, ci libera di tutto. E naturalmente fanno tutto i laici. La mia casa è sempre aperta, tutti possono entrare a qualsiasi ora. (Lettera ad Anna Maria, 23 luglio 1971)

Dopo due anni con la chiesa e la casa di paglia e di legno, Augusto si lascia convincere a costruire in muratura. Ha fatto la sua esperienza, ha dato un segno di come lui pensa dovrebbe essere la Chiesa. Nell' estate 1971 programma la costruzione, ma già pensa di dover lasciare quel posto, per ritirarsi in un luogo più isolato, dove tentare ancora di vivere i suoi sogni di povertà, di contemplazione, di santità e di avventura. Tutta la vita di Augusto scorre su questa falsariga: tentare, sperimentare, appassionarsi, poi fuggire e ricominciare da capo.
Questo suo modo di essere, naturalmente, non era fatto per attirare le simpatie dei confratelli. Anche se tutti riconoscono i molti suoi meriti e virtù e la ventata di novità che ha portato in diocesi, molti concordano con quel che mi ha detto p. Enrico Uggé:

Era simpatico a tutti, ma a lungo andare si pensava: lui è un battitore libero, fa quel che vuole. Tutti noi abbiamo mille impegni, orari da rispettare, documenti da preparare per il vescovo, il governo, la gente... Lui invece era libero, c'era e non c'era, andava e veniva. Ha avuto belle intuizioni, ma poi erano gli altri che le realizzavano e le portavano avanti.

Adesso il popolo vuol costruire la chiesa nuova. Ho preparato alcuni progetti e aspetto il libro che papà mi ha mandato per sceglierne altri, così il popolo farà la sua scelta e in settembre cominceranno i lavori. (Lettera di Augusto ad Anna Maria, 23 luglio 1971)

Spero di finire la chiesa in un anno. Cominciammo a settembre (1971) e spero di consegnarla ad agosto (1972). La inaugureremo il 1° maggio per la festa (di S. Giuseppe Operaio, n.d.r.), anche se mancheranno delle cosette. Lavoriamo giorno e notte. Sto pure costruendo una scuola moderna con 13 sale, che sarà sufficiente per le elementari e il ginnasio.
Il 1 ° maggio tutte le comunità dell'interno scenderanno il fiume con le loro bandiere e porteranno alla nuova parrocchia i loro donativi, pezzi di legno, case di legno smontate, remi, canoe, juta, animali di ogni specie, ecc. Sarà tutto posto all'asta da loro stessi, dopo essere stato offerto nell' offertorio della Messa grande. Saranno dieci giorni di festeggiamenti. Penso dopo la festa di fare un giro fra gli indios che mi aspettano. Dopo di che terminerò i lavori entro la fine dell'anno. L'anno venturo sarò perciò libero di fare un saltino a casa. (Lettera ai familiari, marzo 1972)

Abbiamo fatto una festa spettacolare per l'inaugurazione della chiesa nuova. La gente di tutta la città è accorsa in massa per 11 giorni di fila e non si sentivano se non frasi di ammirazione: «Mai visto una cosa simile: una chiesa così bella in sei mesi! ». La gente ha preso in simpatia la mia parrocchia e dice che è la più bella e organizzata della città. lo so benissimo che non è vero, perché ci vedo tutti i difetti. ... Abbiamo raccolto più di nove milioni: vedi come hanno collaborato? Questo ci permetterà di fare le rifiniture e l'installazione della luce e la sagrestia (mobili). (Lettera al papà, giugno 1972)

Nella stessa lettera a suo padre (giugno 1972), Augusto manifesta chiaramente la sua insoddisfazione di essere ancora in città (già in una lettera precedente, del 14 agosto 1970, aveva scritto: «È una bella avventura anche essere un parroco ma purtroppo ho perso molto della mia libertà»).

Tornando a Parintins (si riferisce al prossimo viaggio in Italia) spero mi facciano fare qualcos'altro che non il parroco... lo non sono fatto per la città e d'altronde sono pochi i padri appassionati e resistenti per l'interno e le foreste. Spero che Dom Arcangelo 'concordi con me per darmi qualche altro lavoro di questo tipo. L'anno venturo verrò a casa a chiarir le idee e passare un tempo con voi, prima di incominciare l'ultima tappa della mia vita, che voglio dedicare con più intelligenza e passione, dopo questi anni di esperienza brasileira in cui ho conosciuto un po' questo popolo e i suoi bisogni, a qualche lavoro veramente costruttivo per loro e per me. Tutto questo, naturalmente, se Deus quiser. (Lettera al padre, giugno 1972)

Ogni tanto, nelle lettere e nel Diario, ritorna l'aspirazione alla vita contemplativa.

Voglio fondare un ordine di contemplativi delle foreste, visto che quelli dei deserti e delle montagne ci sono già.
Qui in Amazzonia non ce n'è e ce ne sarebbe forse bisogno, perché questa gente si converta, veda e si salvi. Ma rimando tutto agli ultimi dieci anni della mia vita (Lettera ad Anna Maria del 21 giugno 1966).