PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

Le comunità di preghiera diventano colonie agricole - La prima vacanza in Italia e la relazione dei primi dieci anni di lavoro in Amazzonia - L'incontro col violinista Uto Ughi nella foresta amazzonica - I Tecnici volontari cristiani e le colonie di caboclos al Mocambo - 1973: anno decisivo nella vita di Augusto - Ricerca di Dio e santità i suoi chiodi fissi - Conosce i nomi di tutti i frutti dell' Amazzonia - Con una lettera al vescovo spiega perché va in foresta - La politica divide i padri della diocesi - Scontro fisico con il padre economo di Parintins.

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

V

AUGUSTO REALIZZA LA «TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE»

Le comunità di preghiera diventano colonie agricole - La prima vacanza in Italia e la relazione dei primi dieci anni di lavoro in Amazzonia - L'incontro col violinista Uto Ughi nella foresta amazzonica - I Tecnici Volontari Cristiani e le colonie di caboclos al Mocambo 1973: anno decisivo nella vita di Augusto - Ricerca di Dio e santità i suoi chiodi fissi - Conosce i nomi di tutti i frutti dell'Amazzonia Con una lettera al vescovo spiega perché va in foresta - La politica divide i padri della diocesi - Scontro fisico con il padre economo di Parintins.

Nei primi dieci anni di missione a Parintins (1963-1973) - racconta padre Augusto in un'intervista a Radio Grignetta di Lecco (nel 1985) - abbiamo fondato delle comunità sui fiumi. Il vescovo, appena arrivato, mi aveva detto: «Tu prenderai questo pezzo di fiume. Questa è la tua parrocchia». Allora mi son messo ad andare su questi fiumi raccogliendo gli uomini e le donne che erano sparsi, riunendo li in comunità.
Poi mi sono reso conto che non era sufficiente fare una comunità di preghiera, se poi questa comunità non si mantiene anche economicamente. Ecco allora l'idea delle colonie agricole, così siamo penetrati molti chilometri e molti giorni in queste foreste e abbiamo fondato tutta una fascia di colonie agricole, per una lunghezza di circa 150 chilometri lungo il fiume. Abbiamo fatto tante cose per aiutare l'uomo a restare nel suo ambiente, senza bisogno di andare in città a farsi emarginare nelle periferie.
La «Teologia della liberazione» noi l'abbiamo realizzata così. Non mi sono fermato al bla-bla-bla della predicazione di una teologia o a entrare in politica.
Questa teologia la lascio fare a chi vuole, a me è sembrato importante mettermi subito ad agire per liberare i poveri. In Brasile siamo stati vent'anni sotto una dittatura, ma non come il fascismo, perché là c'erano spazi di libertà, soprattutto in Amazzonia. In questo spazio io ho cominciato a dire: « Liberiamoci per conto nostro».
Così abbiamo fondato queste colonie agricole, in cui da principio c'è stato davvero qualcosa di eroico perché entrare nelle foreste e starci mesi non è roba da niente. Abbiamo impiegato molti anni per fare qualcosa di positivo e quest'anno ad esempio abbiamo avuto dei buoni risultati economici. Allora ecco che la liberazione si vede in pratica.

Nel 1973 (aprile - 20 novembre) padre Augusto ritorna in Italia per la sua prima vacanza, dopo dieci anni di vita in Amazzonia. Su richiesta del Superiore generale del PIME, mons. Aristide Pirovano, va a Roma, presso la casa generalizia del PIME, e scrive una relazione sul lavoro che ha fatto nei suoi primi dieci anni di Amazzonia (datata 9 settembre 1973). È un testo interessante perché spiega i motivi che l'hanno spinto, prima e dopo la sua vacanza in Italia, a dedicarsi alle «colonie agricole» di Urucarà, una vasta regione fra la diocesi di Parintins e quella di Itacoatiara (circa 150 km. di lunghezza lungo la riva sinistra del Rio delle Amazzoni).
Nella prima parte della relazione, Augusto ricorda la fondazione delle comunità dell'interno (che dipendevano dalla cattedrale di Parintins di cui era vice-parroco) e i tentativi di liberarle dal dominio di commercianti e fazendeiros esosi (vedi Cap. IV). All'inizio erano comunità principalmente di natura religiosa, ma alla fine degli anni sessanta maturano alcune idee e situazioni che portano alla fondazione delle «colonie agricole» di Urucarà. Eccole in breve:

1) La prima « liberazione» delle comunità, che avevo realizzato nella regione di Parintins, era soprattutto religiosa, ma gli uomini erano ancora legati ai padroni per il loro lavoro.
2) Ho constatato che il caboclo vive tutta la vita guardando il rio, da cui trae il suo sostentamento, e disprezza la foresta perché non gli dà quasi nulla.
3) Il caboclo non è agricoltore, nel senso che non conosce le tecniche agricole (concimare, innestare, difendersi dalle malattie delle piante, dalle formiche, ecc.).
4) C'è una pericolosa monocultura, quella della juta, che probabilmente non ha molto futuro perché le fibre sintetiche la soppiantano a poco a poco.
5) Anche il lavoro della juta non è redditizio, per quanto adesso sia l'unica fonte di guadagno. Infatti, secondo calcoli fatti dalla « Secretaria de Produçao», è pagata al caboclo otto volte meno del dovuto, lasciando enormi guadagni ai fazendeiros e alle imprese commerciali. Inoltre il lavoro è ingrato e pieno di pericoli e conseguenze negative per la salute dei caboclos (uomini, donne e bambini). lo stesso me ne sono reso conto facendo per qualche settimana questo lavoro, immerso tutto il giorno nell'acqua fino al petto, con le sanguisughe alle gambe e i reumatismi in tutto il corpo.
6) Dal 1967 in poi, le piene del Rio sono state molto grandi e hanno distrutto ogni anno le palafitte dei caboclos che abitano sulle sponde del Rio. A volte hanno distrutto anche i raccolti di juta. Inoltre le sempre più numerose navi che passano in mezzo al Rio contribuiscono con le loro onde ad abbattere lentamente le case.
7) Il fatto che ora l'INCRA (Istituto Statale del Catasto, n.d.r.) sta dando i titoli definitivi di proprietà a chi li compra (il prezzo è un po' alto) fa sì che molti caboblos si son visti portar via le terre da chi, più avveduto, s'è preso il titolo definitivo. Con le strade transamazzoniche, molti sudisti e stranieri vengono a prendere le « terre alte» dell'Amazzonia, privandone la nostra gente a cui naturalmente dovrebbero appartenere (la « terra alta» non è raggiunta dall'acqua delle piene; la «varzea» è invece la terra bassa periodicamente inondata, lungo il corso del fiume, su cui abitavano i caboclos dediti alla pesca e alla coltivazione della juta. Augusto voleva trasferirli sulla «terra alta» per maggior sicurezza e per insegnar loro l'agricoltura, n.d.r.).
Questi fatti mi hanno fatto pensare molto sul come si poteva coscientizzare questa gente in un modo cristiano, prima che altri lo facciano in altri modi. Avrei avuto bisogno di gente, di laici preparati perché, come prete, il mio dovere era un altro e comunque non sono agricoltore né tecnico di niente.

Per il lavoro fra le comunità di caboclos lungo i fiumi, Augusto cerca collaboratori laici e li trova fra i volontari italiani che già erano in diocesi. Dal 1968 infatti lavoravano a Pari ntins alcuni Tecnici Volontari Cristiani (TVC) italiani, chiamati da mons. Arcangelo Cerqua. Fra di essi un giovane che Augusto definisce «eccezionale: un cristiano vero», Giorgio Campoleoni (di Maccagno, in provincia di Varese), venuto per impiantare la tipografia della diocesi. Augusto gli parla delle comunità di caboclos dell'interno da animare e organizzare e lo porta (otto ore di barca) al Mocambo, una delle più lontane comunità della diocesi di Parintins, ai confini con la diocesi di Itacoatiara.
Alla fine del 1971, Giorgio Campoleoni e la fidanzata Myriam (venuta dall'Italia per sposarlo) si stabiliscono al Mocambo e sono raggiunti poi da altri TVC italiani e seguiti da padre Gianola che si reca spesso al Mocambo da Parintins. Una sera, un incontro imprevisto in piena foresta. Ecco il suo racconto.

Di tanto in tanto vado a visitare Giorgio e Myriam. Una sera chi vi trovo? Uto Ughi. A quel tempo (inizio anni settanta, n.d.r.), pur essendo molto giovane, era già il più grande violinista del mondo. Era stato a Buenos Ayres per un concerto e il successo era stato così grande che il direttore del teatro gli aveva promesso di esaudire qualunque suo desiderio. «Mi piacerebbe visitare la foresta amazzonica», aveva risposto.
Lo caricano sull'aereo e lo spediscono a Manaus, dove incontra un padre del Pime che lo indirizza proprio al Mocambo, un giorno di fiume lontano dalla città. Quella notte abbiamo fatto insieme un giro sul fiume al chiaro di luna. Per lui è stata una notte indimenticabile. Dall'Italia, tempo dopo, ha mandato a Giorgio un disco con i suoi successi e anche un giradischi per ascoltarlo. A me è sembrato un buon ragazzo, entusiasta della natura, aperto a Dio e al prossimo.

I Tecnici Volontari Cristiani italiani trovano un appoggio in padre Umberto, missionario canadese ad Urucarà (diocesi di Itacoatiara), cittadina che dà il nome a tutta la regione lungo il Rio, dove si trova anche il Mocambo. Padre Umberto era sensibile a queste nuove esperienze di «colonie» agricole per tentare di liberare i caboclos, che Gianola e i TVC volevano iniziare in quella regione. Anzi, qualcosa aveva già fatto anche lui, con l'aiuto di volontari brasiliani e stranieri.
Nel 1971 le esperienze di Parintins e di Urucarà si incontrano, orientate alla liberazione dei caboclos attraverso la creazione di colonie agricole. In pratica, dice Gianola nella sua «relazione», «si tratta di far fare un mezzo giro alla testa dei caboclos, che guardano solo e sempre il Rio, affinché vedano le terre alte e le foreste e capiscano che là è il loro futuro». Il 10 aprile 1972 nasce il CETRU (Centro de Treinamento Rural de Urucarà), definito nello statuto: «Società civile senza scopi di lucro, destinata a preparare gli uomini della regione ad un'agricoltura moderna e avanzata ».

Abbiamo così iniziato - continua la relazione di Augusto (scritta il 9 settembre 1973, a Roma) - una nuova era nell' esperienza dei caboclos, che ci hanno seguiti con entusiasmo. Da due anni in qua abbiamo già fondato una decina di queste colonie in piena foresta. Abbattuti e bruciati gli alberi, abbiamo già piantato riso, guaranà, sementi di juta, piante di frutta, verdura, ecc. Il CETRU sonda i mercati e prepara i documenti, svolge le pratiche burocratiche e fa corsi per i capi di ogni colonia (alfabetizzazione, agrimensura, contabilità, agricoltura, amministrazione). Abbiamo chiesto dei prestiti alla Banca, da pagarsi entro otto anni e abbiamo già ordinato alcuni macchinari.

Prima di passare (nel Capitolo VI) al racconto dell'isolamento di padre Augusto col caboclo Cicero nell'eremo in foresta (chiamato Pananarù), è bene insistere sulla differenza fra «comunità» (il primo gruppo non ancora organizzato di caboclos che si stabiliscono in un posto nuovo sulla «terra alta», ma senza il titolo di proprietà della terra) e «colonia», che è invece una «comunità» più organizzata, col titolo di proprietà definitivo (titolo dato alla comunità, non alla singola famiglia; il primo titolo è arrivato nel 1974) e le strutture comunitarie (scuola, cappella, dispensario medico, farmacia, sala di riunioni comunitarie, campo da pallone, ecc.).
Le colonie sono formate da 20 a 40 famiglie, con le casette costruite tutte vicine, a forma di ciambella (o ruota), un buco in mezzo: è la piazza centrale in cui sono sistemati i servizi comunitari e a cui si affacciano le abitazioni dei coloni. I primi due ettari dietro le case sono coltivati dalla singola famiglia per il consumo privato (manioca, frutta, verdura, riso, miglio, fagioli), il resto dipende dalla «direttoria»della comunità, orientata dal CETRU. Comunitariamente si coltivano prodotti per l'esportazione: guaranà, seringa (albero della gomma), riso e miglio, aranceti, altra frutta facile da conservare, ecc.
Nel 1973 le colonie della regione di Urucarà coinvolgevano circa 10.000 persone, nel 1985 erano aumentate di poco. Come dice Augusto in una sua lettera, si è trattato di «una vera rivoluzione nella storia della colonizzazione in Amazzonia. Per la prima volta i caboclos sono resi responsabili di programmare comunitariamente il loro lavoro e il loro futuro».
Questa esperienza incomincia con tanto entusiasmo e frutti positivi. Nel marzo 1975 la direzione del CETRU passa totalmente nelle mani dei caboclos, con l'unica eccezione del «coordinatore» padre Augusto, italiano ma di nazionalità brasiliana. Rimangono pure i laici TVC (italiani), con altri canadesi, brasiliani del sud e svizzeri, richiamati dall'originalità dell'iniziativa e dal carisma di Gianola. Dal 1985, con il ritiro di padre Augusto e dei tecnici stranieri, Urucarà, il CETRU e la scuola agricola (NTI, vedi più sotto) sono totalmente in mano dei caboclos. L'esperienza di Urucarà è stata più volte esaltata dal governo amazzonico, come uno dei pochissimi tentativi riusciti di fissare i caboclos alla terra.
Una delle grosse difficoltà incontrate ad Urucarà è stato il fatto che la seconda generazione di caboclos non dimostrava più interesse all'agricoltura. I primi si erano lasciati convincere da padre Augusto e dai volontari laici a riunirsi in comunità, per migliorare le loro condizioni economiche, lasciando le rive dei fiumi (dove vivevano di pesca e della coltivazione della juta) per sistemarsi come agricoltori nelle «terre alte». Dopo qualche anno, i più giovani, ormai in condizioni migliori di vita, mostravano la tendenza ad emigrare verso la grande città, Manaus.
Augusto ha una seconda intuizione: nel 1976, dopo l'isolamento in foresta, vedi capitolo VI), inizia ad Urucarà il NTI (Nucleo de Treinamento Intensivo), la scuola agricola (di cui diremo al Cap. IX).
Il 1973 è uno degli anni decisivi della vita di padre Augusto, segna la svolta che lo allontana dalle strutture ecclesiali, nel tentativo di avvicinarsi al suo ideale di vita missionario contemplativo. Prima di raccontare i fatti salienti di questo anno, sentiamo come alcuni con fratelli di Augusto inquadrano spiritualmente la sua non facile personalità e spiegano la sua «fuga in foresta» (dopo la prima vacanza in Italia, che è appunto di quest'anno 1973).

Nella ricerca di Dio era veramente ammirevole - dice p. Giovanni Andena. - Diceva sempre che non conosciamo Dio. Così voleva essere lasciato in pace a pregare e far penitenza. Poi s'è ammalato, ma sono convinto che se avesse avuto un po' più di prudenza non avrebbe preso la lebbra né il tumore. Mangiava di tutto. Faceva una vita impossibile. Aveva una salute di ferro, uno stomaco che digeriva tutto, ma si sottoponeva a penitenze esagerate, che avrebbero distrutto in poco tempo chiunque altro.
Anche questo faceva parte della sua ricerca
di Dio, che è stata positiva, utile e di stimolo a tutti. La gente gli voleva bene e lo stimava molto. Faceva un'evangelizzazione un po' diversa dalla nostra, ma nonostante i suoi difetti la sua testimonianza è stata positiva.

Era un uomo fuori del normale - dice p. Giuliano Frigeni - tormentato da questa ricerca di Dio. A volte veniva nella mia stanza (a Manaus) si sedeva per terra e incominciava a chiedermi: «Chi è Dio per te? ». Ascoltava e poi esprimeva le sue idee.

Gianola era un artista - dice p. Luciano Basilico - geniale, originale, a volte anche strambo. Ha sempre avuto dei problemi gravi sul tema della fede, su Dio. Non perché non avesse fede, ma perché era tormentato dal fatto che non conosceva Dio, voleva capirlo. Gli piaceva discutere su questo, non si stancava di parlare e di ascoltare su questo tema. Cercava un Dio da toccare, sentire, sperimentare, però a che Dio fosse arrivato io non lo so. Lui era onesto e sincero, ma le sue idee a volte non riuscivi a capire dove andavano a finire. Non si accontentava mai, era sempre in ricerca.

Era un uomo in ricerca di Dio - dice p. Piero Vignola - profondo, sincero. Ha avuto quest'ansia profonda, forse in modo contraddittorio, come tutti. Un altro aspetto della sua vita, oggi interessante, era la sua profonda conoscenza e amore alla natura, che io vedo come strettamente collegato alla ricerca di Dio, perché Dio, diceva, si manifesta anche nella natura, lo conosciamo attraverso la natura. Sapeva i nomi e le caratteristiche di tutte le piante, i pesci, gli uccelli, i serpenti. Una volta in una «sorbeteria» (gelateria) a Manaus, c'era sul muro un cartello con 1'elenco dei gelati di frutta: una ventina di nomi di frutti locali con cui facevano il gelato. Lui disse al proprietario: «Se io le dico i nomi di altri cinquanta frutti dell'Amazzonia, lei ci dà il gelato gratis? ». L'altro gli disse di sì e Augusto incominciò a snocciolare nomi esotici e di ciascuno diceva la forma, il colore, la grandezza, il sapore, lasciando il gelataio e la gente stupefatti. Guadagnò due gelati in omaggio. Non finiva più di elencare tipi di frutta, quando noi ne conosciamo una decina al massimo. Aveva una memoria prodigiosa e uno spirito di curiosità e di osservazione incredibile. Si chiedeva sempre cos'è questo, cos'è quello, perché questo, perché quello.
Era un vero amante della natura. Andava in foresta per trovare Dio, ma anche per amore alla natura. Non aveva paura di niente, conosceva tutti gli animali della foresta: dal loro canto o muggito sapeva indovinare il tipo di animale.

Il 19 marzo 1973 avviene la seconda inaugurazione della parrocchia e della scuola di S. Giuseppe Operaio, già inaugurate il1 o maggio 1972, ma allora non ancora finite. Pochi giorni dopo padre Augusto torna in Italia. Il viaggio era già programmato, ma egli affretta la partenza perché il papà non sta bene. Rimane in Italia fino al novembre dello stesso 1973 e poi, quando torna in Amazzonia, inizia un nuovo periodo della sua vita: !'isolamento in foresta per la « ricerca di Dio».
Vari fatti lo conducono verso questa soluzione, specie il suo desiderio di isolarsi, di vivere un periodo di preghiera e di penitenza. Ma influì anche l'atmosfera a lui contraria che s'era creata fra i missionari di Parintins. Significativa una lettera di Augusto a mons. Cerqua, scritta a Parintins (28 dicembre 1972), prima di partire per l'Italia, che rappresenta un po' il suo saluto alla diocesi:

Mi perdoni se uso una lettera per parlarle, come se fossimo lontani mille miglia. Sono venuto da lei diverse volte, ma sempre mi è mancato il coraggio di parlarle, sapendo che il colloquio sarebbe improntato a molta tristezza. Si tratta infatti di slegarmi dal mio lavoro, che mi piace, ma che è diventato impossibile per vari motivi.
Si è creata una freddezza fra noi, che mi è insopportabile perché contraria al mio carattere: quel carattere che lei ha conosciuto allegro, cantatore, spensierato e un po' matto. Non sono gli anni che hanno spento il mio sorriso e il mio canto, perché la voglia ce l'ho ancora e come! Ma a poco a poco si è creato un abisso tra noi. Di modo che mi è più facile il colloquio e una serata in casa di un parrocchiano, che una cena o una riunione con i miei confratelli.
Vorrei tanto che non fosse così! Quasi tutti i giorni tento di rompere il ghiaccio visitando le vostre case, ma non sono riuscito. Tutto quello che ho fatto, in generale, è stato motivo di critica, penso giusta: la casa, il baraccone, il consiglio, il dizimo, il non far pagare i sacramenti, il salario, le costruzioni, le feste, le comunità... il mio modo di fare, la politica con le sue esigenze ingiuste... lo sono fatto così: come voi dite di essere così e non cambiate, anche per me è difficile cambiare.
Credo sinceramente che debba esserci qualcosa che non va e probabilmente sono io: il mio orgoglio, la mia poca fede, la mia poca virtù. Vorrei però che mi creda sincero almeno una volta in quello che le sto dicendo: sono convinto di avere molte colpe e di essere il principale responsabile di una situazione ormai pericolosa. Però, mi creda, ho fatto tutto quello a cui mi ha preposto con completa dedizione (ho paura a usare la parola AMORE).
Mi aveva dato l'incarico dell'interno - continua la lettera di Augusto al vescovo mons. Cerqua - e l'ho preso come una bella avventura, ci ho dedicato gli anni più belli e ho fatto le comunità, belle o brutte che siano. Mi diede l'incarico di fare questa parrocchia, l'ho affrontato pure come un' avventura e mi sono dedicato completamente, senza altre idee per la testa (fuori le normali tentazioni dei comuni mortali), come se fosse la mia sposa: ho amato la mia gente come ho potuto. Non ho la coscienza di aver fatto qualcosa in polemica con altri padri o altre parrocchie, ma sempre in polemica con me stesso, per migliorare sempre più. Ho dato tutto quello che avevo e ho cercato di vivere sempre col solo salario minimo, come la maggior parte della mia gente.
Mi perdoni questo sfogo. Non è per gloriarmi, ma nessuno mi difenderà quando sarò via di qua, vista l'onda di antipatia che si è creata attorno a me: è una difesa anticipata.
Dom Arcangelo, le chiedo perdono per il male che ho fatto, purtroppo molto, lo so bene. Ho cercato di non essere eretico e di non insegnare eresie. E per non essere scismatico (Deus me livre), è giunto il momento di liberare il campo. Cercherò di mettere a posto un po' le cose e, pur con grande tristezza in cuore, perché ho sentito l'affetto del mio popolo e per il mio popolo, andrò in Italia e sarà quel che Dio vorrà. Non pensi che io tenga qualcosa contro qualcuno di voi, anche se mi sono espresso a volte violentemente. Al contrario, terrò sempre una immensa saudade (nostalgia) di qui e di tutti voi. Ho sbagliato: invece di meritarmi la vostra amicizia, mi son guadagnato molta antipatia. Devo pagare e pago. Che Dio aiuti me e voi a servirlo sempre totalmente in qualsiasi posto.

Nella sua lettera al vescovo, padre Augusto nomina «la politica)} come elemento che aveva diviso i padri di Parintins. Ecco un ricordo di Augusto stesso, che spiega come le sue scelte fossero in contrasto con quelle della diocesi:

Ho amato questa parrocchia anche se ho dovuto soffrire un po' per essa. La sofferenza più grossa è dovuta alla politica. Essendo una parrocchia operaia (a Parintins c'erano soprattutto fabbriche per la lavorazione della juta, n.d.r.), eravamo schierati con il partito di opposizione al governo, che allora era proprio una dittatura. La nostra scelta non è piaciuta a nessuno.
Ricordo un fatto. Era il terzo anno della nostra presenza in parrocchia ed avevamo già costruito la nuova chiesa dedicata a S. Giuseppe Operaio: i politici ci tenevano sempre sorvegliati. 1115 novembre, un mese prima delle elezioni, arrivano da noi i candidati del governo e ci offrono di fare la pavimentazione della piazza della chiesa. Loro naturalmente desideravano che la gente dicesse: «Guarda che bello: è il governo che l'ha fatto!»per farli votare per loro. Il nostro consiglio parrocchiale si riunisce e decide di rispondere così: «Accettiamo la vostra proposta, ma il giorno dopo le elezioni». Presero la risposta come un affronto...

Prima della partenza per l'Italia, c'è ancora un fatto grave: il conflitto con l'economo della diocesi di Parintins (un missionario del PIME) nel febbraio 1973. I motivi di contrasto fra l'economo diocesano e un tipo come Augusto, insofferente di ogni regola e con scelte nel senso della povertà, erano molti, com'è facile immaginare. li fatto finale che porta allo scontro fisico è così ricordato dal padre Benito Di Pietro, testimone oculare:

Padre Augusto aspettava dall'Italia dei fogli colorati di acrilico che servivano come vetri per le finestre della sua chiesa di San Giuseppe Operaio. Questo materiale arrivava per nave dall'Italia, ma si fermava a Macapà e bisognava mandare a prenderlo da Parintins. Augusto andava dall'amministratore della diocesi (un confratello del PIME) per fargli premura e l'altro gli diceva che aveva già provveduto. Augusto pensava che per antipatia ritardasse apposta, mentre lui aveva fretta in quanto voleva finire e inaugurare la sua opera prima di tornare in Italia. Alla fine è andato dal confratello e l'ha accusato di essere un bugiardo. L'altro s'è risentito, si sono presi a pugni e a morsicate davanti a diverse persone. Alla fine erano ambedue sanguinanti. Il bello è che, appena sono stati separati, arriva uno dal porto di Parintins a dire che il materiale era appena arrivato in nave e che il giorno dopo l'avrebbero consegnato!

Un anno dopo, dal profondo della foresta dov'era andato, Augusto scrive una lettera al padre economo chiedendogli scusa. Eccola:

José, non so come prenderai questo mio scritto, ma ti assicuro che viene dal cuore. Ti confesso che per un certo tempo ho tenuto in cuore del rancore. E me ne vergogno. Ora però, completando quasi un anno dai fatti incresciosi avvenuti tra noi, non mi sento più di lasciar passare altro tempo, senza chiederti perdono: sono un uomo fragile e pieno di passioni e ho fatto del male a molti. Ma mi pesa soprattutto il male che ho fatto a te e non vorrei morire senza sapermi riconciliato definitivamente con te. Non so se ci vedremo ancora nella vita, probabilmente non più. E allora, almeno con una parola, fammi sapere per l'amor di Dio e della tua mamma, che mi consideri ancora un amico tuo, almeno uno dei tanti. Da parte mia ti ringrazio. Tuo Augusto.