PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

Il tentativo di essere «come loro», i caboclos Come incomincia l'esperienza di Augusto in foresta - Le avventure di caccia per poter mangiare Al limite della sopravvivenza per insufficiente alimentazione - Il Rosario sotto la luna: amore della natura e ricerca del volto di Dio - Com'è la capanna in cui abita col caboclo Cicero? - «Non mi sento più di fare una vita borghese e senza esperienze radicali» - Al vescovo e ai parenti chiede comprensione e preghiera - In che senso Augusto è esemplare per tutti.

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

VI

LA NATURA MANIFESTA IL VOLTO DI DIO

Il tentativo di essere «come loro», i caboclos - L'esperienza di Augusto in foresta con Cicero - Le avventure di caccia per poter mangiare - Al limite della sopravvivenza per insufficiente alimentazione - Il Rosario sotto la luna: amore della natura e ricerca del volto di Dio - Com'è la capanna in cui abita col caboclo Cicero? - «Non mi sento più di fare una vita borghese e senza esperienze radicali» - Al vescovo e ai parenti chiede comprensione e preghiera - In che senso Augusto è esemplare per tutti.

Quando torna dalla vacanza in Italia (fine novembre 1973), padre Augusto ha due ipotesi di lavoro: primo, il vescovo di Parintins l'ha destinato alla parrocchia di Maués, che ha solo due missionari (Giovanni Andena e Gabriele Modica), per un vastissimo territorio e numerosi villaggi di caboclos e di indios; secondo, nella vicina diocesi di Itacoatiara, dove sono in piena crescita le colonie del distretto di Urucarà (si veda il Capitolo V), è richiesta la sua presenza.

In questo campo (delle colonie di Urucarà, n.d.r.) scrive Gianola nella relazione a mons. Pirovano (Superiore generale del Pime) il 9 settembre 1973 - i caboclos e i tecnici mi chiamano a lavorare. È una realtànuova che nasce e siccome sono stato io il responsabile di questo pandemonio, mi piacerebbe seguirlo ancora. Ma c'è la questione della sede che è in Urucarà, fuori della prelazia di Parintins. Tutti i padri di Itacoatiara, riunitisi, hanno deciso, nel caso io accettassi, di affidarmi questo compito. Anche la gente di Urucarà mi ha scritto in questo senso. Dom Joao, arcivescovo di Manaos, mi ha invitato a lavorare là. lo non mi sono compromesso con nessuno e ho sempre detto che dipendo dal mio vescovo dom Arcangelo.

Augusto fa una terza scelta. Ai primi di dicembre 1973, è già in un posto isolato della foresta con uno strano tipo di caboclo, Cicero, anche lui amante della solitudine: inizia il suo primo anno di isolamento. Ecco il racconto di come è incominciato (dall'intervista a «Mondo e Missione», maggio 1987).

Quando è giunto il momento di ripartire (dall'Italia), sono preso da una « crisi ». Tutti, credo, passiamo le nostre crisi e per me quella è stata una delle più difficili. Ero stanco di fare il prete come l'avevo fatto fino a quel momento. Non me la sentivo più di continuare così: avevo passato degli anni in mezzo ai caboclos, ma praticamente non li conoscevo. Tutti noi padri, io più degli altri, pecchiamo in questo senso: non riusciamo ad ascoltare la gente. Quando visitiamo le comunità, parliamo alla gente di tante cose per loro nuove e sconosciute ed essi stanno zitti, non possono controbattere. Noi diciamo che l'uomo è andato sulla luna: non ci credono perché hanno esperienza solo del loro mondo, ma stanno zitti. Quando poi cominciano a parlare del loro mondo, a raccontare storie, leggende, superstizioni, io avrei dovuto ascoltare ma non potevo capirli perché non avevo esperienza del loro mondo, non potevo dialogare.
Allora pensavo: « Soltanto quando riuscirò a vivere con loro, nelle loro case, per sentirli respirare, parlare, per dormire con loro, allora riuscirò a capirli profondamente». Noi missionari, per esempio, non soffriamo la fame come loro; può capitare il giorno che si è costretti a saltare il pasto, ma il giorno dopo abbiamo da mangiare; non è facile per noi, nonostante tutto, diventare magri. Per loro è diverso: ci sono dei periodi in cui il pesce è scarso e allora diventano magri anche i cani.
A quel punto avrei dovuto tornare in Brasile e riprendere a fare il parroco come avevo sempre fatto: con i registri parrocchiali, i gruppi e tante altre cose che non mi sentivo più di fare. Sentivo che ero di fronte ad un' altra di quelle «sfide» che hanno segnato la mia vita.

Il radicalismo di Augusto è chiaramente rappresentato da questa pagina, che risente anche del tempo in cui fu scritta. È proprio necessario, per un missionario che annunzia Gesù Cristo, essere esattamente «come loro}}, quando poi non riusciremo mai ad esserlo del tutto? Mah, è permesso dubitarne. Nessuno di noi riesce ad essere come un altro, nella povertà, nell'ignoranza, nella schiavitù, nella fame, nella mancanza di assistenza sanitaria: per il semplice fatto che scegliamo di diventare «come loro}} e possiamo sempre uscirne quando vogliamo. Augusto stesso, dopo due mesi che è in foresta col caboclo Cicero, ammette che è impossibile essere «come loro}} (vedi più avanti la lettera del 30 gennaio 1974).
Nella Castiglioni così ricorda l'arrivo di Augusto in Brasile, dopo la vacanza italiana:

Il 20 novembre (1973) padre Augusto riparte dall'Italia, dicendo a tutti che si sarebbe ritirato in qualche posto a meditare. Arriva a Manaus con uno zaino in spalla e una valigia. Saluta padre Pedro (Vigna la) che è parroco a Manaus, gli lascia la valigia dicendo che qualcuno passerà a prenderla. Appare e scompare come un fulmine nelle case di alcuni amici, poi va al porto e con un battello scende il fiume fino alla colonia del Paurà. Arriva a notte fonda e va da Marcelino che è un bravo «mateiro» (guida della foresta). Gli chiede di accompagnarlo dal Cicero, un uomo che da anni vive solo in piena foresta, lui lo aveva visto per puro caso una volta qualche anno prima. Sapeva che era un misantropo e che nessuno osava avvicinarsi, tutti lo giudicavano «bicho domato», animale della foresta. Da mesi in Italia pregava ardentemente la Madonna perché questo strano tipo lo accogliesse nella sua casa e gli permettesse di stare un po' con lui. Marcelino promette di non rivelare a nessuno dove si trova padre Augusto.

Nell'intervista a «Mondo e Missione» (maggio 1987), ecco come Augusto racconta l'arrivo da Cicero:

Il mattino seguente partiamo molto presto. Dopo circa sei ore di cammino, la foresta si apre e vedo la capannuccia senza pareti, solo un tetto di paglia in riva ad un ruscello e l'uomo là in piedi che sta bevendo un caffè. Mi dice: «Oh, padre Augusto, come mai da queste parti? ». Gli rispondo che sono venuto a trovarlo e lui mi dice: «Vieni, beviamo un caffè insieme ». Ad un certo punto gli faccio la richiesta: «Cicero, ho bisogno di stare un po' qui con te. Voglio passare un po' di tempo in solitudine». Mi risponde: «Perché no? Puoi stare qui una settimana, un mese, un anno: anche dieci anni, se vuoi».

Così incomincia l'esperienza di Augusto in foresta, nel luogo chiamato Pananarù. Cicero è un compagno ideale per lui: parla poco, non ha né calendario né orologio. Affida ad Augusto la cura delle galline e dei suoi campi (solo per il loro consumo personale), poi scompare per lunghi giorni, a volte per settimane, tornando quasi sempre ubriaco. Augusto, un mese dopo che è arrivato nell'eremo, ricomincia a scrivere il Diario: ha tutto il tempo per pregare, pensare, scrivere, darsi all' avventura della caccia anche notturna.

A Natale (del 1973, n.d.r.) il Cicero torna dal mato (foresta) senza niente. Aveva deciso di non ammazzare galline. A me però la storia di digiunare il giorno di Natale non andava giù. Prendo il fucile, faccio due passi fuori e mi si presentano due bellissimi pappagalli. Un tiro, il pranzo è pronto. Comunque la pancia non ce l'ho più. In un mese ho perso più dei dieci chili che avevo guadagnato in otto mesi di ferie in Italia.
In questo primo mese ho mangiato vari tipi di caccia. Purtroppo il piombo piccolo ha fatto sbagliare due porci al Cicero. Il resto è stato jacà, jacamin, pappagalli, inambù, jacaré e molto macaco prego, cauxiù, coatà. Il macaco coatà è molto buono, ma purtroppo il fatto di non avere una geladeira (frigorifero) e di non sapere conservare la carne ce l'ha fatto mangiare pieno di vermi per più di otto giorni. Veniva da rimettere, ma siccome lui mangiava, io pure mangiavo. (Diario, 3 gennaio 1974)

I primi tempi della vita al Pananarù sono i più difficili: la fame dà ad Augusto una debolezza che lo porta al lin:ite della sopravvivenza. Se non fosse per la sua robustissima costituzione, questa esperienza di vita in foresta, «come loro», cioè come i caboclos, lo porterebbe alla tomba.

È pomeriggio. Tento di prendere la penna e scrivere, se ci riuscirò. Fra l'altro non riesco neanche a dormire (non avrei voglia di fare altro), a causa di una legione di insetti, specialmente mutuche, che mi fanno impazzire. Che oggi sia il giorno di morire? O dolce morte, vieni!
Non riesco più a reggermi. Ieri ero stracco («stanco », in dialetto, n.d.r.), ho tentato di andare al lavoro e non mi sentivo proprio. La testa girava, gli occhi si serravano, non potevo stare in piedi. Ho mangiato un mamao (papaia), ho fatto un altro buco nella cinghia... Ma cosa succede? È la fame? Possibile? Ho mangiato un intero mamao. Ma capisco che è debolezza, sono madido di sudore da ieri pomeriggio, il cuore batte lento, lento e non mi sento di far niente. Avrei voglia solo di bere, come in tutti questi giorni. Capisco come il caboclo chiede sempre acqua, vuol sentirsi pieno. Ma oggi non bevo, ho voglia di dormire, di morire. Ma prima di sera debbo procurare col fucile il mangiare per domani. Adesso recito il Rosario e poi dormo, ho molto sonno, mi pare di essere in convalescenza. (Diario, 4 gennaio 1974)

Stasera il Rosario l'ho detto sotto la luna. È uno spettacolo. lo sono come in fondo a un pozzo e vedo solo un piccolo cerchio di cielo. Ma mi basta per indirizzarci le mie molte preghiere e le mie rapide occhiate al Padre che sta nei cieli e alla Regina del cielo.
Sono solo in questa foresta immensa che mi circonda. Non ho paura. Un concerto meraviglioso mi accompagna fino al mattino. Sono i tananà che cominciano poco prima del tramonto e smettono prima dell'alba. Quando non li sento più capisco che la notte sta volgendo al fine. Sono delle grosse locuste che sembrano canne d'organo quando fanno: «tananà... tananà... tananà... ».
C'è il tanatò, un falco che annunzia il bel tempo per il giorno seguente. C'è il terribile pico de jaca, la serpe più velenosa che dà un urlo bruttissimo. Annunzia pioggia. Poi ci sono i vari rospi, pipistrelli, le guaribe (scimmie) con la barba, che quando cantano (il caboclo dice che pregano) fanno il fracasso più assordante della foresta. C'è il jucutaì, che comincia con una nota altissima e scala giù fino a una nota bassissima. I vari grilli e altri gridi che io non conosco. (Diario, 5 gennaio 1974)

Facendo un giro in foresta ho individuato la pista del veado (cervo). Così ho deciso di andare ad aspettarlo. Verso l'imbrunire (cioè verso le 18) sono uscito col fucile, una camicia scura, la lanterna e il terçado (coltellaccio lungo mezzo metro). Arrivato sul posto ho aspettato più di cinque ore, ma l'animale non è uscito. Forse è venuto più tardi, dopo il temporale. Infatti ho dovuto fuggire per l'improvviso formarsi di un temporale in una notte di luna senza eguali.
Accovacciato per terra, ho osservato tutto lo svolgersi della vita notturna in foresta. Quanti versi e versacci e canti delicati, di insetti, di farfalle, di rospi, di scimmie, di uccelli e di non so che. Le zanzare sono state il mio tormento: non mi hanno lasciato star fermo un istante. Ma poi verso le otto arrivano degli animaletti tipo millepiedi, ma grossi e duri; verso le nove piccoli scarafaggi (baratinhas) svolazzanti. Il bello è quando sento l'arrivo delle formiche. Erano un mare e ho acceso la lanterna per vedere cosa stava succedendo: mi san visto come in mezzo a un fiume largo diversi metri, con le onde che correvano ai miei lati e lasciavano un piccolo spazio, giusto quello dove io stavo accucciato. Per un momento ho avuto paura e mi san visto coperto dalle terribili formiche (taoche e correiçao), le quali mordono dolorosamente. Sarebbe stata la mia morte. La corrente delle formiche durò più di mezz'ora. Quanti milioni?
Meno male che io, come su un'isola pedonale, ero un vigile che il traffico non tocca. Ma se in quel momento fosse arrivato il cervo, non potevo certo prendere il fucile sepolto tra le formiche. Non potevo neanche fuggire perché se avessi messo un piede in quella fiumana, mi si sarebbero arrampicate sulle gambe a migliaia! Dopo un primo momento di terrore, mi sono calmato e persino commosso vedendo il loro rispetto per me. (Diario, 7 gennaio 1974)

Com'è la vita di Augusto con Cicero? Che razza di casa abitano? Come si svolge la sua giornata? Ecco cosa scrive:

Pareti la casa non ne ha e il tetto è tutto sforacchiato perché la paglia è vecchia. Solo in un piccolo posto, dove ripara il gatto trovo da mettere al sicuro dalla pioggia almeno il fucile, al quale ci tengo...
Sopra il fuoco, fatto con tre pietre, è appeso il resto miserabile di un paniere a maglie larghe: è l'armadio. Infatti là ci sono tutte le stoviglie. Appeso vuol dire penzolante e dondolante al vento, con una liana. Le stoviglie sono: un piatto di fango cotto, nero e unto. Due cucchiai ma senza manico e tutti consunti. Una «cuia» (scodella vegetale) piccola e nera. Un mestolo di alluminio. È tutto. Ci ho messo subito anche il mio cucchiaio e il mio piatto di smalto e la mia chicchera.
Ai pali delle pareti ci sono vari oggetti appesi a liane. Tutti abbastanza strani: una «cuia» a imbuto, un tipitì, panieri con galline che covano, un setaccio di fibre vegetali, un sacchetto di sale, la cartuccera del Cicero con la sua spingarda: mio Dio, come può sparare una cosa del genere? È solo un catenaccio di ruggine. Bisogna tenerla chiusa con una mano intanto che si spara.
Naturalmente non c'è neanche una sedia, né uno sgabello, né un tavolo. In un angolo ci sono piccoli tronchi d'albero su cui sta appoggiato un paniere pieno di pesce putrefatto da cui escono scarafaggi, con relativo odoraccio. In un altro angolo ci sono due «cuie» con l'acqua da bere, da cui per prime bevono tranquillamente anatre e galline. Il pavimento è la terra, dove c'èil « pilao », cioè un tronco con due buchi dove si mette il riso o il caffè o il sale o altre cose e poi si pestano con un altro grosso legno. Serve da sedia per due persone.
In mezzo alla casa troneggia il forno della farina (di mandioca): è di fango argilla so, altezza 80 cm., rotondo con una piastra di ferro in cima... Appesa al palo centrale c'è la rete del Cicero, un paio di pantaloni e una camicia: è tutta la sua biancheria. Le galline, le anatre, i tacchini sono i veri abitanti della casa. Saltano su tutto, rovesciano tutto, non ti lasciano mangiare in pace, ti beccano nel piatto, ti rubano le cose dalla padella e di notte ti dormono sopra la testa, col sedere sempre aperto...
Comunque io dormo nel deposito, che è una piccolissima casetta appena fatta dal Cicero per salvare i raccolti dalle galline. Qui si mettono i sacchi del riso, del caffè, del miglio, le banane, gli ananas, la farina di mandioca. Qui egli ha appeso la mia rete. Il deposito è rialzato da terra e il pavimento è fatto di paletti rari che lasciano passare l'aria, le zanzare, i ragni, i cobra, ma non le galline. Quando entro devo andare molto piano per non sfondare il pavimento e tutto curvo perché molto piccolo. Quando mi alzo devo stare attento a dove metto le mani e i piedi e scuotere i vestiti per via delle cobre. Meno male che dormo vestito.
Fra il deposito e la casa c'è un altro edificio: la casa per gli ospiti. È una (capannuccia di) paglia semiaperta dove appendono la loro rete quelli che vengono. A tre metri da noi scorre il Rio S. Francesco, largo un metro e mezzo e profondo 20 cm., di acqua chiara, circondato da arbusti dietro i quali ci si maschera a mala pena dalla cintola in giù, quando c'è da fare qualche servizio intimo. Ecco, è tutto. (Diario, 15 gennaio 1974)

Il Diario che Augusto ha lasciato è particolarmente intenso nei primi mesi del 1974, quando si sta ancora interrogando sul senso del suo stare in foresta, mentre i superiori e i parenti lo sollecitano a tornare in diocesi a Parintins.

Oggi ho avuto una certa crisi: mi sembrava di essere qui a perdere tempo. La risposta è venuta, ragionata.
Non ritorno per diversi motivi: non voglio più far la vita borghese della gente di là, compresi padri e vescovi. Sono troppo debole per resistere alle tentazioni di là, pigrizia, orgoglio, donne, ecc. È vero che anche qui ho le mie tentazioni, specialmente quella dell' orgoglio: io l'eremita, il santo. Ma mi è facile distruggere questo guardandomi indietro e anche avanti.
Sono troppo debole per superare le tentazioni del mondo. Non ci vado più. Preferisco essere inutile, veramente inutile, ma non sarò più dannoso come sono sempre stato. Mi dannerò se Dio non mi aiuta, ma almeno mi dannerò da solo. Ma io so che il Signore mi vuole bene... Qui sono libero. Solo io e Dio. Nessuno mi suggerisce niente, mi disturba in niente, mi influenza in nulla. Se faccio una cosa è perché l'ho scelta io, la vita non me la impone nessun altro, se non Dio. Alzo gli occhi al cielo e gli chiedo cosa farò o aiuto per fare una cosa. E lui mi risponde, sempre mi aiuta e io non vivo che per lui e con lui. Non ho paura della morte, spesso la invoco e desidererei essere sepolto qui, con la mia stola che ho con me. (Diario, 5 gennaio 1974)

Il vescovo di Parintins, mons. Arcangelo Cerqua, quando sa che Gianola vive in foresta, gli manda una lettera affettuosa e accorata (31 dicembre 1973), a cui Augusto risponde il 27 gennaio 1974: si scusa del ritardo, dovuto al fatto che non ha con sé carta e busta, poi continua con molta sincerità spiegando i motivi del suo isolamento:

Alcuni giudicheranno questa mia scelta un gesto clamoroso a cui io avrei voluto dare chissà quali significati. È invece nient'altro che una pausa nella mia vita, che credo ogni uomo abbia il diritto di fare.
È insomma la famosa « crisi sacerdotale}) che ho osservato in moita parte del clero in Italia e che sto tentando di risolvere solo io e Dio (forse lei mi dirà che in quel « solo}) sta il mio errore)... La vita anche per me ha varcato da un pezzo la metà, la morte si avvicina. Ho constatato che in mezzo al mondo, alla gente, non mi riesce di pensare seriamente alla mia anima e prima di morire vorrei avere il tempo per farlo. Quella che sempre scherzosamente chiamavo la mia vocazione all'eremo, vorrei avere un tempo per realizzarla. Ne parlavo con mia sorella la Carmelitana. Ho visitato diversi eremi negli ultimi giorni sia in Italia che in Francia. Però ne ho riportato impressioni di eccessiva comodità e sicurezza, così contrastanti con la vita del nostro caboclo amazzonense.
Non nel mezzo, quindi, ma sul declinare della mia vita, mi trovo in una selva oscura... Ho scelto questo posto che mi permette un po' di solitudine, che non è però isolamento. Sto osservando da vicino la vita del caboclo e mi accorgo che nei dieci anni trascorsi l'ho solo visto col binocolo questo benedetto caboclo. Se capirò meglio quel che devo fare e se Dio mi vorrà usare di nuovo nell'apostolato diretto, questo tempo non sarà inutile.
Dom Arcangelo, so che questa mia decisione, presa in piena coscienza, rovinerà un po' i suoi piani su di me. Ma io credo nella sua comprensione e le chiedo proprio scusa: è la cosa che più mi preoccupa. So che non c'è un'altra persona a cui io possa scrivere tale lettera con il cuore totalmente sincero. Non scriverò ad altri superiori. So che le chiedo troppo se la prego di prendere su di lei la responsabilità di questa mia posizione. Ma mi aiuti. Le chiedo una preghiera speciale per avere più luce.
Da parte mia le garantisco che non mi sento avulso dalla vita della Prelazia, anzi, la mia preghiera (è ciò che faccio qui) e il mio lavoro li offro per il Vescovo, i padri e il popolo di Parintins (non mi dica che li rifiuta). Non le so dire quanto mi fermerò qui. Può darsi che la mia crisi si risolva in breve e tornerò alla sua bontà per ottenere un posto (qualunque sia) nella Prelazia. Può darsi che duri di più. Per adesso non so proprio niente di me stesso, se non che desidero rimanere nella Chiesa, nel sacerdozio, nel PIME (se possibile). Mi dia la sua benedizione, per amor di Dio.

Ricevuta la risposta di Gianola, il vescovo gli manda un breve biglietto dicendogli che vorrebbe andare a trovarlo, ma è colpito da coliche continue. Manderà altri confratelli e intanto gli fa avere vino ed ostie perché possa celebrare la Messa. Poco dopo gli scrive da Manaus il superiore regionale del PIME, p. José Zanelli, anche lui esortandolo a farsi vedere dal vescovo e dai confratelli (29 gennaio 1974). Ma Augusto ha già deciso di portare avanti la sua esperienza di solitudine, di preghiera e di lavoro. In una lettera al papà scrive:

Il vescovo mi ha mandato vino e ostie per la Messa. Infatti la domenica, se non piove, arrivano i miei caboclos dalle diverse parti e posso celebrare con loro. Durante la giornata lavoro nei campi e prego. Come se fossi a Camaldoli, naturalmente senza quella sicurezza e comodità di là. (28 gennaio 1974)

Non mi sento più di fare una vita borghese - spiega nel Diario appena ricevuta la lettera del vescovo (7 gennaio 1974) - e senza possibilità di esperienze radicali. Non mi sento di tornare in una società alienata, alla quale sento che non ho niente da dire. A parte le famose tentazioni e i miei problemi particolari. Solo se il Signore mi darà altri chiari segni, io tornerò, ma allora la responsabilità sarà tutta sua e io sarò tranquillo in coscienza.

Passa un po' di tempo e vengono alla carica mamma, papà, sorelle: scrivono ad Augusto di non esagerare, di tornare alla «vita civile» e al ministero sacerdotale normale. Augusto scrive alla sorella Anna Maria (Carmelitana di clausura):

Vi ringrazio di tutto quello che mi dite, ma lasciatemi in pace per un momento. Momento vuol dire due o tre giorni o due o tre anni. lo sono stanco e voglio riposare, lasciatemi in pace. Voi siete i professionisti dello spirito, io sono povero uomo semplice o complicato, ma anch'io amato infinitamente da Dio.
Io ho dei segreti anche profondi, una coscienza, falsa o superficiale o malfatta, ma è quella che ho a disposizione ora, non ne ho un'altra. Non mi lascio guidare nelle mie scelte dalle mie passioni o gusti, se no farei esatta
mente quel che mi dite voi: andrei nelle mani sicure e facili dei superiori. Mi appello sempre alla mia coscienza, anche se, naturalmente, ascolto tutte le altre voci, comprese le vostre. Mi aiutano, mi mettono in crisi (lo sono adesso, dopo la tua lettera), ma quando mi domando: «E la tua coscienza, cosa ti dice?», non mi rimane nessun dubbio.
Allora, Annamaria di Gesù, vuoi proprio violentare la mia coscienza? Ti senti di responsabilizzarti di tanto? Guarda che ognuno di noi è un mistero ed ha cammini che altri non sanno. Ho i miei segreti profondi, ti chiedo di rispettarli, di lasciarmi in pace, almeno per un momento. Non voglio dirti di non scrivermi, ma di non fare tragedie. Dio mi ama e io cerco di amarlo a modo mio: può essere un modo sbagliato, ma a lui non interessano i modi, basta che lo si cerchi. Tu stessa mi dicevi anni fa che «Dio non lascia vacillare il suo giusto fino alla fine». Quindi io aspetto.
Dalla tua superiore posizione dovresti essere ben calma anche nei miei riguardi. Dio mi ama, io lo cerco, pazzamente ma sinceramente. Ecco quindi che in Lui tutto è risolto. lo mi sento tranquillo in coscienza, pur nel tormento della ricerca e nella tensione del duro cammino. Quanto alle cose passate non me ne ricordo più neanche una, è passato il magone, ho chiesto perdono ed ho perdonato a tutti. Sono perfettamente staccato da tutto. Adesso sto passando un periodo di ari.dità, il cuore è vuoto, chiedo al Signore di prenderne il possesso completo. Aspetto.
Non mi sento di andare a Parintins. Vuoi tu obbligarmi a fare una cosa che in coscienza non mi sento di fare? Li sai tu i miei segreti? Ne assumi la responsabilità? Lasciami in pace, ti prego. Non sarà tempo perduto il mio. Qualsiasi ricerca non è tempo perso. Non si dice nel Vangelo che se il tuo occhio ti scandalizza, taglialo? Che se la mano, il piede? Ebbene, e se io per entrare nel Regno ho bisogno di tagliare tutto me stesso, anima e corpo, dal mondo? Se nel mondo non riesco a salvarmi, faccio male a fuggire?
In fondo chiedo solo un po' di tempo. Lasciatemi in
pace un po'. Dio mi aiuterà. Pregate per me, quello sì, ma non abbiate premura. Cos'è la premura quando si tratta della salvezza eterna? No, Dio non mi abbandona, tu lo dici.

Indubbiamente Augusto era un tipo originale, contorto, forse si potrebbe anche definire complessato: nessuno riusciva a capirlo, perché nemmeno lui capiva bene il suo pensiero e i suoi desideri. È però guidato da un autentico desiderio di «ricerca di Dio». Ecco perché nel suo Diario ci sono interminabili pagine sulla preghiera, con citazioni di mistici e scrittori spirituali. Non è mai contento di come prega e del grado di purificazione raggiunto. Mira sempre più in alto. In questo è certamente esemplare per tutti.

La preghiera: sono ancora agli inizi in quest' arte. E sono quasi vecchio. Non riesco a penetrare l'altezza dei cieli per localizzarvi in qualsiasi posizione il Dio in cui credo fermamente. Se mi si dice che non è necessario guardare nei cieli lontani, ma che è qui vicino, nel mio cuore, peggio ancora, perché il cuore è più misterioso e profondo del cielo.
Insomma, la mia preghiera non ha potenza, non ha penetrazione, non entra nel profondo, non va lontano, alta. È fiacca, va soltanto qualche metro. Ecco, io ho bisogno di un Dio che sta solo a due o tre metri, . quattro al massimo, davanti a me, facile a vedersi, a misurarsi, a contemplarsi. Oh, Dio, fatti un po' più piccolo e più vicino! (20 gennaio 1974)
Leggendo la Bibbia le mie idee su Dio vanno confondendosi. Non capisco più niente, tutto è oscuro, mistero, tenebre fitte. Noi siamo ancora molto bambini nei nostri pensieri su Dio. Anche i grandi teologi... Tuttavia, nonostante le tenebre sempre più fitte, la mia fede aumenta. Lo sento. Non so come sia, ma sento che c'è in qualche parte e che è qualcosa di bene, che vuol bene, che è gioioso, che salva, che è l'ultimo rifugio per gente disperata.
È solo questione di sentimento? Non so, non credo. Anche la mente, con le sue esigenze filosofiche, accetta un essere che spiega tutto e che è buono. Si fa più forte in me !'idea di Dio che dà S. Giovanni: Amore. lo sono a questo punto essenzializzato: Dio è Amore. Tiro le mie conclusioni: io ho fiducia in lui, mi metto nelle sue mani e sto tranquillo.
E Gesù Cristo? È un altro problema che mi si pone qui nel mio eremitaggio. Gesù Cristo è una figura storica vera, troppo studiata da tutti, amici e nemici, e da me. Non è un Noè o un Mosè qualsiasi. La sua dottrina è formidabile, la sua personalità poderosa. È morto da giovane sconvolgendo menti vecchie. È difficile rifiutarlo per quel che era, per quel che ha detto, per quel che ha fatto. Tuttavia è un bel mistero anche lui. Più lo si studia, più mistero diventa, però è anche vero che lo si ama sempre più. lo lo amo. (Diario, 25 giugno 1974)

In questi giorni prego bene come i primi giorni che sono arrivato. La mia preghiera e la mia vita spirituale devono essere sempre in aumento, sempre più perfette, più alte, straordinarie, perché così è Dio con me, sempre più buono, più presente con aiuti e grazie. Aumenta lui, devo aumentare anch'io. Se no non gira. (Diario, 10 febbraio 1974)

Notte insonne. Accendo il lume e scrivo. Dio non è fatto per fare all' amore, è illusorio pensare a lui in termini di due cuori e una capanna. Non è uno che si lascia abbracciare (dalla Maddalena ad esempio), ma uno col quale si deve lottare (come Giacobbe). Pensare di fare della propria vita un idillio con Dio è pericoloso, oltre che illusorio. È la volta che lui ti manda al diavolo. (Diario, 2 febbraio 1974)