PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

La durissima vita in foresta - Fame e malaria con febbre altissima - Il braccio destro paralizzato per la puntura di un insetto - Impossibile vivere come i caboclos: almeno non nella loro sporcizia - Augusto si lascia curare un piede con le medicine locali e quasi va in cancrena - I difficili rapporti col caboclo Cicero - La grande fede di un uomo semplice - Molti amici vengono a trovare il missionario nel suo eremo.

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

VII

LA FORESTA È IL MIO PURGATORIO

La durissima vita in foresta - Fame e malaria con febbre altissima Il braccio destro paralizzato per la puntura di un insetto - Impossibile vivere come i caboclos: almeno non nella loro sporcizia - Augusto si lascia curare un piede con le medicine locali e quasi va in cancrena - I difficili rapporti col caboclo Cicero - La grande fede di un uomo semplice - Molti amici vengono a trovare il missionario nel suo eremo.

Due forti passioni hanno spinto Augusto all'esperienza in foresta: la ricerca di Dio e il senso dell'avventura. Era un avventuroso per natura, uomo libero e amante dell'imprevisto, delle sfide più azzardate. Ecco cosa racconta agli amici «Centpé» di Locate varesino:

Le mille avventure che ho passato in questi tre mesi e mezzo sono veramente impressionanti, mi ci vorrebbe un libro intero. Comunque mi capita di passare due o più settimane qui solo, perché il mio amico va a vendere i prodotti e poi non torna finché non ha bevuto tutto il guadagno. Quando torna si butta ai miei piedi, implorando pietà. Nel frattempo io gli lavoro la terra, gli curo gli animali e colgo i frutti. Mi procuro da mangiare col fucile, che è il mio miglior amico in una foresta pericolosa, dove il giaguaro e il puma vengono a urlare fuori di casa. Una casa senza pareti.
Piuttosto vi dirò che non so fino a quando starò qui. Ho iniziato una parete difficile e ho bisogno di molto coraggio. Sto aspettando luci dall'Alto e dal basso. Preferisco ascoltare che parlare. Ogni suggerimento serve. Mi farebbe piacere sentire il vostro parere. Cosa ne pensate di un' esperienza di vita eremitica per un certo
tempo o anche per tutta la vita, offrendo questa vita di eremita a Dio, in appoggio degli altri uomini che lavorano (nel mio caso i coloni, gli altri padri, ecc.), affinchéDio benedica le loro esperienze? lo, vivendo come loro, soffrendo finalmente la fame che non ho mai provato in vita mia, creando calli sulle mani che non ho mai avuto, riesco a conoscere di più la vita di quei caboclos che in dieci anni ho visto solo col binocolo. Come predicare a un popolo di cui non si conosce la vita e le pene se non a parole? Se un giorno tornerò da loro potrò parlare meglio... (Lettera del 10 marzo 1974)

La vita in foresta è durissima. Solo un uomo eccezionalmente forte e determinato come Augusto poteva resistere. Mons. Aristide Pirovano, che in quegli anni era ancora Superiore generale del PIME (per due turni: 1965-1971 e 19711977) e l'ha seguito con assiduità e amore, mi ha detto:

Non ho mai trovato un uomo con tanta forza e vitalità come lui. Aveva dei doni di Dio eccezionali. Nessuno come lui capace di sopravvivere in foresta. Non solo nel nostro istituto ma anche in altri. Aveva una forza fisica straordinaria, un gatto dalle sette vite. Chiunque altro sarebbe morto se avesse dovuto sopportare le sue fatiche, la fame, le malattie che s'è preso. Ci volevano anche una volontà d'acciaio e l'aiuto di Dio.

Nelle sue lettere e nel Diario, Augusto parla spesso di fame e di malattie, vede vicina la morte, si immagina di soffrire un po' di Purgatorio.

Oggi ho lavorato le mie cinque ore. Di più non riesco. Adesso poi ho un braccio, il sinistro, paralizzato e non riesco a capire cos'è... Questo è il Purgatorio. Oggi non sono riuscito a pregare. Ho i piedi avvelenati dalle morsicature. Ad un certo punto ho chiuso il libro e ho detto al Signore che non ce la facevo più. Ad ogni versetto una sberla qua e là. Poi non mi ricordo più dove sono e continuo a ripetermi. Ho pregato con rabbia. Il corpaccio sta soffrendo. Volevo far penitenza? Eccola. (Diario, 28 gennaio 1974)

Lunedì scorso è arrivato l'attacco micidiale: malaria. Io avevo pur chiesto a Dio di farmi sperimentare quello che il caboclo soffre. Già ero stato esaudito molto, ma dentro di me mi rammaricavo che non ero passato dentro quella che è uno spauracchio per il caboclo. Comunque, pensavo, è sempre bene non spingere troppo in là con le esperienze.
Ma lunedì, fulmine a, è arrivata la malaria, che neanche il termometro aveva gradi per misurare. Di malarie ce n'è di vari tipi. La terzana mi pare sia quella più micidiale e non c'è da scherzare. Senza una debita assistenza... e io l'assistenza l'avevo a qualche giorno di distanza.
Ho fatto due esperienze interessanti. Prima, di come quando il caboclo si ammala, tutto si ferma. E di come, voglia o non voglia, alcune cose le deve fare e allora è un caso serio. Ad esempio, ho dovuto andare a tirar su la rete e non riuscivo a remare. Cercavo di fare un po' di fuoco, per preparare una limonata, un caffè, ma tenendomi in piedi, appoggiato e con sforzi tremendi. Capisco quanto soffrono questi poveri uomini quando vanno a pescare, a lavorare con la febbre, anche se è poca.
L'altra esperienza è stata quella della morte vicina. Ed è stata bella. Mi sono accucciato nella rete e non ho proprio avuto paura. Mi sono raccomandato alla Madonna e ho detto che ero pronto. Ho sempre fatto la proposta al buon Dio: se debbo andar fuori di qui a fare lo stupido, preferisco morir qui. Credevo fosse
una bella frase che si dice quando si sta bene. Invece debbo affermare che ha funzionato in pieno.
Soffriva il corpo ma lo spirito non era per niente angustiato, anzi, quasi in allegria, contento che fosse arrivato un momento importante e risolutivo che mi avrebbe tolto dai miei 1.000 dubbi. Volevo anche scrivere due parole per quelli che mi avrebbero trovato morto, ma non ne ho avuto la forza. (Diario, 20 dicembre 1974)

Ecco un altro racconto di «Purgatorio»,

È da 48 ore che sono paralizzato al braccio destro. È stata una «caba bejù ». Non credevo fosse così terribile. Stavo lavorando di buonora, quando la bestia mi ha punto ad una mano. Al momento il dolore è stato acutissimo, poi, adagio adagio, è cominciato il gonfiore. Così è per tutte le cabe. Non conoscevo ancora questa qualità. È la quinta caba che mi morde qui dal Cicero. La peggiore di tutte!
La mano ha cominciato a gonfiarsi. Dopo un dieci minuti, cessato il dolore, ho continuato il lavoro fino alle 11. Quando vado a casa, la mano è un cuscino e ogni pulsazione del cuore una fitta di dolore. L'ho mostrata al Cicero. Ha detto che ne avrò almeno per tre giorni. Infatti ieri sera non ho potuto scrivere e questa sera appena appena. Il gonfiore aumentava e prima di sera tutto il braccio era un salamone ridicolo che non sapevo dove mettere. Di notte ancora fitte al cuore. Possibile che una bestiolina così piccola faccia questo diavolo?
Nel pomeriggio ho incominciato ad imparare ad usare la sinistra. È interessante come si impara presto. Ho raccolto il caffè. Stamattina sono andato a lavorare ancora con la sinistra e nel pomeriggio una bella pioggia ci ha impedito di uscire di casa, così ho riposato. Sono un po' fiacco. D'altronde è ormai costume che mangiamo soltanto a mezzogiorno. Alla sera solo caffè o thè. Il mio piede oggi ha riaperto la ferita.
Tutto ciò mi propone il tema della penitenza. Il Purgatorio dev'essere un po' così: con la presenza di Dio, ma una vita un po' difficile. lo sono contento, non mi lamento, tutto questo è poco in confronto di quanto merito. Ma, così per ridere, stavo enumerando i momenti di penitenza:

- Il mangiare e il bere.
- Il dormire, l'igiene e la salute, le ferite e le punture, la fiacchezza, il lavoro, il clima, la caccia (è un martirio di punture senza potersi muovere per non spaventare la cacciagione), la paura, la pazienza, il dividere tutto il poco che si ha con chi viene (ormai la frutta non la mangio più io ma gli altri, ho capito finalmente che devo essere generoso...).
- Il pregare: non riesco a dire tre versetti di fila senza dare una sberla a una zanzara o a una mutùca. È per questo che ci metto tanto tempo e alla fine sono esaurito.
- Lo star seduto un po' comodo, ma dove?
- Lo scrivere in una posizione che alla fine ti fa venir male tutto il collo. Il camminare con i piedi feriti. Persino il defecare, che è così bello e pacifico, orca malora, lasci giù i pantaloni e ti senti punzecchiare il sedere e il resto.
È un Purgatorio senza possibilità di rilassamento, sempre all'erta, sempre con qualche nemico da cui difenderti. Mi vengono in mente le nostre case in Italia, così belle, pulite, comode, rifinite, sicure. Mah! (Diario, 16 gennaio 1974)

Ma almeno, caro padre Augusto, con tutte queste penitenze da Purgatorio, sei riuscito ad essere come i caboclos? A vivere «come loro»? La risposta la dà lui stesso nel suo Diario: c'è riuscito quasi in tutto, eccetto che nella mancanza di igiene, specie riguardo al cibo. Per capire i racconti che seguono, bisogna tener conto del fatto che un mese dopo che era all' eremo con Cicero, sono venuti a trovarlo una famiglia di caboclos, il Giroca con moglie e vari bambini, che si fermano da lui alcune settimane. Il Pananarù, l'eremo di Cicero, è a circa mezza giornata di cammino in foresta dalle colonie del Mocambo e del Remanço (vedi Cap. V): ogni tanto qualcuno o qualche comitiva vengono da lui.

Non riesco a sopportare i bambini. Quando stanno mangiando sputano anche le lische nel mio piatto e mangiano con le mani, poveretti, di modo che prendono la farina dalla stessa «cuia» e alla fine resta tutta una pappa che fa schifo a prenderla. Nessuno dice loro niente e io non oso alla presenza dei genitori. (Diario, 18 gennaio 1974)

Quando sono solo, lavo bene padelle e piatti. Adesso che c'è la donna è tutto sporco, unto, snarigiato (moccoloso, n.d.r.). Lei mette giù i piatti e dice: «Sta pronto» e io non posso prendere il mio piatto e lavarlo, devo accettarlo come lei lo mette. Devo confessare che queste cose di igiene e di pulizia sono quelle che mi costano di più. Quando sono solo, vado a prendere l'acqua da bere un po' più in su, quattro passi, perché è più pulita, anche se non potabile. Lei no, manda i bambini a prenderla per me lì davanti e loro la prendono in mezzo alle anitre, con relativa merda. E io non posso non accettarla. Lei lo fa con devozione. (Diario, 20 gennaio 1974)

L'igiene manca nei caboclos e proprio non riesco ad adattarmi. I bambini poi sono proprio dei porcellini. Bisogna vedere quando fanno la farina (di mandioca, n.d.r.). Non li ho mai visti lavarsi le mani. Il sapone non sanno cos'è. Mangiare poco, va bene, ma pulito, perbacco!
Oggi hanno colto la canna (da zucchero, n.d.r.) e l'hanno macinata così, senza lavarla. Ho dovuto arrivare io e dir basta, questa volta bevetela voi, per me la macinerò io dopo. Era una poltiglia di terra dolce e loro giù, l'han bevuta tutta. lo non ho lo stomaco per questo.
Poi vedo il Cicero che va al ruscello a trattare i pesci. lo avevo riservato un asse apposta per lavare la carne. Ma poi donna Ester e famiglia hanno dato fine a tutto quello che hanno trovato. Ora c'è là un tronco, le anitre e le galline ci dormono sopra e cagano a volontà. Il Cicero mica lo lava un po'. Vi tratta i pesci... così, povero il mio stomaco! I bambini poi sopportano che il cane metta il muso mentre loro mangiano e lecchi anche lui la sua parte.
Ecco, io fin lì non sono capace di arrivare. Cioè il punto dell'igiene mi dividerà sempre da loro. È male? Credo di no, perché quelli non sono valori del caboclo, ma punti negativi. Tuttavia non voglio neanche offenderli e perciò quando offrono a volte accetto. Ma povero il mio stomaco!
L'incarnazione di Cristo: in tutto simile all'uomo, tranne il peccato. L'« incaboclazione» di Augusto: tranne il sudiciume. Il sudiciume non è un valore. (Diario, 30 gennaio 1974)

Il problema dell'igiene apre una finestra sulle abitudini e il carattere del caboclo. Vivendo con Cicero, Augusto ha modo di studiarlo a fondo. Nel Diario ci sono tante pagine su di lui e più in genere sui caboclos.

I caboclos sono rozzi in tutte le loro cose e quando fanno una cosa, un oggetto, non lo finiscono con gusto. Basta che serva. Il Cicero prende una pentola in cui ha fatto il caffè. C'è ancora tutto il fondo (di caffé), non fa niente, ci mette la carne, fa bollire, ci mette l'olio, ecc.
Passa un' acqua che non è mai pulita perché prima ci si lava lui e poi la mette nella pentola tutta unta per cuocere il riso.
Oggi gli uomini venuti a trovarci hanno notato la differenza tra il campo fatto da me e il suo. Il mio sembra un giardino, il suo è tutto erbacce.
Cicero, Cicero, perché non hai il gusto di finire bene le cose? Ho scoperto che io ho questo gusto, forse l'ho preso da mio nonno e mio padre, a cui piacevano sempre le cose ben ordinate. Eppure sono sempre passato per un disordinato, tanto che mia mamma mi diceva che a me hanno dato non il Sacramento dell'Ordine, ma del disordine. Si vede che invecchio... (Diario, 7 aprile 1974)

Il caboclo non ha ancora una sua arte. Anche la sua cultura non è sua. È impregnata di ricordi passati, indios, ma ora vive guardando al futuro e per lui il futuro è la cultura occidentale. Perciò è un ibrido: non è più indio e non sa più fare le cose che !'indio faceva. Non vuoI più sentirne parlare perché « lui non è indio», anche se ha il naso schiacciato, gli occhi a mandorla, i capelli neri e dritti e neanche un filo di barba. E non è ancora un occidentale completo, perché da pochi anni è uscito dalle foreste ed è solo al primo gradino di questa civiltà. Non c'è dubbio però che sarà sempre meno indio e sempre più occidentale. (Diario, 7 aprile 1974)

Molte pagine del Diario sono dedicate alle superstizioni dei caboclos e ai loro racconti fantastici, al come agiscono i « pagé» (stregoni), alle paure e angosce dell'uomo che vive in foresta. Augusto legge il libro di Lévy-Strauss « Tristi tropici», ammira !'intelligenza e l'acume dell'illustre etnologo. Però, aggiunge,

... penso che forse non azzecca bene e solo butta lì delle cose. Perché anche ad una persona intelligente come lui non bastano pochi mesi e una conoscenza sommaria della lingua, per svelare i segreti e le relazioni ancestrali di gruppi così difficili. Il libro è stupendo anche se un po' difficile nelle parti filosofiche e pieno di errori di grammatica portoghese e nella descrizione di oggetti e di nomi. Dovessimo scrivere noi, dopo dieci e più anni di convivenza con questo popolo, diremmo cose più interessanti e più esatte delle sue.
Tuttavia mi è piaciuto moltissimo, specialmente per l'affinità del personaggio, alpinista come me, invecchiato come me, che lascia a poco a poco la montagna per la foresta come me, e per quelle analisi psicologiche che lui fa di se stesso, della sua vita, dei suoi desideri, in cui mi ritrovo così spesso e bene. La mia strada è un' altra, non quella di un essere che fugge in rotta con la società (come lui), ma anche con se stesso, e che soprattutto non va alla ricerca di tribù e gente nuova, curioso e ambizioso di avventure, bensì alla ricerca non solo di se stesso (come anche Strauss) ma soprattutto, a differenza dell'incredulo etnologo, alla disperata ricerca di Dio. (Diario, 7 aprile 1974)

Ma per quanto Augusto si immerga nel mondo dei caboclos, è cosciente di rimanerne sempre estraneo. Acquista però, giorno dopo giorno, una mentalità « cabocla ».

Troppe cose non sapevo del caboclo! Il mio noviziato deve continuare. Al punto in cui siamo, i discorsi si fanno più strani, allucinanti, si riesce ad entusiasmarsi poco, ma anche abbattersi poco. Tutto quel che capita, anche la morte, non è una cosa che venga da un altro mondo, ma è molto vicina, a volte la si desidera. Con questo modo di ragionare l'apatia di fronte a grossi problemi è naturale!
Ormai si fa l'abitudine ad una vita nera, piena di rischi e i discorsi quasi sempre vertono su temi tristi. Alla sera sempre si parla di cose tristi, chissà perché. Si va sempre a letto con degli incubi addosso. I sogni sono vivi, spesso tragici. Qualcuno sogna ad occhi aperti e anch'io, benché non creda alla «cobra grande», alla curupira e ad altre fandonie, quando vado per la foresta da solo mi sorprendo a guardare troppo bene, ad ascoltare i minimi rumori e soprassalgo quando sento un silenzio o uno scoppio di grida insolito. E sfido chiunque a venire qui ed a fare un passeggino nel mato... È troppo facile dire che il caboclo è superstizioso, ingenuo e racconta bugie. Si faccia la sua vita e lo si capirà. (Diario, 24 gennaio 1974)

Interessante il racconto del Cicero come «infermiere», che cura un piede di Augusto, trapassato da una parte all'altra da una grossa spina, dura come il ferro, che si è infettato (andava sempre a piedi nudi).

Stamattina sono a letto, mi fa molto male il piede. Il Cicero pensa di curarmelo, invece lo peggiora. Intanto che opera, commenta che è così, deve essere così, fa male ma guarisce, si tratta di vedere se esce il pus, ma insistendo guarisce. Guai a contraddirlo. Lui dà le cause certe, diagnosi indubitabili. Poi dà la cura infallibile e siccome fallisce sempre, deve inventare altrettante cause seconde (freddo, caldo, acqua, l'acciaio dell'ago che è velenoso, ecc.) pure indubitabili, che hanno causato il ritardo nella cura e l'aggravamento del malanno.
Così ha sempre ragione lui ed è impossibile dargli torto. Ha ormai consumato tutto l'alcool, credo ne abbia anche bevuto. Lui fa così: prende uno scatolino e ci versa l'alcool. Lo scatolino, naturalmente, è arrugginito e sporco. L'alcool serve a disinfettare l'ago, pure arrugginito. Ma prima di disinfettare l'ago (perché l'acciaio è velenoso), accende un fiammifero e dà fuoco all'alcool nello scatolino «per ammazzare, dice, tutti i microbi che ci sono nell'alcool e poi disinfettare l'ago». Infine prende un po' di cotone dalla pianta, sporco di terra perché i rami poggiano in terra, e lo intinge nell' alcool e mi disinfetta il piede. Mi ingiunge di stare a riposo, se no capiterà questo e quello e mi dà molti esempi del tale e del tal altro e mi dice che lui mi servirà a puntino. lo devo solo star quieto. (Diario, 18 aprile 1974)

Il piede poi, tra punture, tagli, cure strane e soprattutto il tempo che porta via tutte le malattie, guarisce. Augusto era forte come un toro e sarebbe guarito comunque. Ma si resta allibiti per come il missionario si lasci manipolare e tagliare (senza anestesia, naturalmente) dal caboclo che ignora del tutto i principi più elementari d'igiene, col rischio di mandare il piede in cancrena. Augusto scrive nel Diario che quelle non sono le cure giuste, ma il].tanto lascia fare... Mortificazione? Adattamento alla vita del caboclo? Esperienza di avere un piede in cancrena?
In Cicero Augusto ammira il coraggio, la resistenza, « il valore grandissimo della libertà» (lo definisce « un anarchico naturale»), ma lo critica per la cocciutaggine, l'orgoglio, il carattere impossibile: in alcuni momenti meraviglioso, generoso, altruista, espansivo; in altri intrattabile, orso, egoista, maleducato. In sostanza, Cicero piace sempre meno ad Augusto, la loro convivenza diventa sempre più difficile. Le descrizioni della sua sporcizia e trascuratezza sono tremende, rivoltanti: vive come un animale.

Si capisce come un uomo così non possa vivere in una società, con una moglie, per molto tempo. Forse lui lo sa, nessuno resisterebbe a lungo con lui e perciò non si è sposato ed è fuggito dalla società. È un uomo delizioso per qualche momento, qualche giorno, e poi basta. I risultati materiali si vedono: con tanto lavoro, neanche un soldo in tasca, una miseria impressionante e nessuna speranza per il futuro. Quando suo fratello è venuto qui con la sua famiglia per abitare con lui, dopo un po' ha dovuto andarsene dicendo che il Cicero è un animale selvatico.
Crede di essere libero, ma si è reso schiavo di mille superstizioni (Dio mio quante ne ha!) e del suo orgoglio, due cose che gli impediscono di gustare l'aiuto del fratello e della società. La carità infatti non la conosce. Salva le apparenze facendo cerimonie servili quando viene qualcuno o va in città da qualcuno. Ma appena partito il tale, comincia a parlarne male e augurargli del male. Non l'ho ancora sentito parlar bene totalmente di qualcuno. Per lui sono tutti asini o cattivi.
La libertà, se è vera e positiva, è una scelta di amore. Se no è egoismo, masochismo, misantropia. Non si sceglie la libertà fuggendo da tutti, ma, almeno in qualche modo, abbracciando tutti. Non è libertà quella che ci isola, ma quella che ci permette una maggior comunione.
E allora, cosa salviamo, quale valore concediamo al povero Cicero? Non lo so. So però che gli voglio bene e sarà per me una persona che non dimenticherò mai. Sento che gli voglio bene appunto perché soffro per lui, per la sua malattia, per la sua maleducazione. Potrei dire: che m'importa del Cicero? Ma non ci riesco. Non posso chiudermi, ignorare questo unico mio prossimo, non lasciarmi prendere dalla tentazione di una comunione con lui. (Diario, 14 maggio 1974)

Qualche giorno dopo però (16 maggio), Augusto torna nel suo Diario sul Cicero: scusandosi per essere stato troppo duro nel suo giudizio, invoca a discolpa del caboclo la «formazione selvaggia », la «personalità complessa non facile ad essere capita e tanto meno giudicata », i suoi molti malanni, «l'impatto con una persona strana come la mia»... Ma nel Diario Augusto scrive anche una bella pagina da cui Cicero esce rivalutato, soprattutto sul piano della fede.

Ho passato la serata ad ascoltare il Cicero. È stato veramente sublime, tanto che non ho potuto far altro che tacere.
«Noi - diceva - per noi stessi siamo niente, valiamo niente, siamo piccoli esseri pieni di paura. La nostra carne si scioglie come acqua, non ha consistenza, marcirà. Non siamo uomini coraggiosi. Non è necessario il coraggio, ma la fede. Per noi stessi moriremmo subito, davanti a certe cose. Ma quando pensiamo a Dio, ecco che ci superiamo in tutto. Bisogna andare sempre con Dio ».
«Io per esempio - continua il Ci cero - non mi dimentico mai di lui. Mi alzo, mi corico, vado nella foresta, al lavoro, mi rivolgo sempre a lui, senza farmi vedere da nessuno. A lui e alla sua mamma, Nostra Signora, perché lei comanda tutto in Paradiso. E loro mi hanno liberato da mille pericoli. Il demonio non ha potere su di noi, ma ci tenta sempre. Una volta stavo dormendo e mi sveglio. Vedo un uomo con la barba e i capelli lunghi venire qui. Era molto brutto, ho avuto paura, mi sono avvolto nella rete e una voce mi ha detto: «Recita il Credo e l'Ave Maria». lo ho detto il Credo e l'Ave Maria. Poi mi sono alzato, ho fatto il caffè e fumato il sigaro».
Insomma, Cicero avrà parlato un' ora sempre su questo tono. Era impressionante. La sua voce aveva una dolcezza insolita e io ne ero toccato interiormente.
Cicero, grande uomo e maestro mio, quante cose stai insegnando mi con la tua fragilità, i tuoi difetti, il tuo coraggio, la tua fede. Adesso lo so, non chiederò più il coraggio ma la fede, una fede grande come la tua, uomo umile e coraggioso, che sei venuto qui da solo un giorno e hai cominciato un' opera gigantesca contro la natura, tanto più grande, forte e terribile di te. Uomo che quasi non sai che cos'è una Messa, non ti confessi e ti ubriachi, ma parli di Dio con un'esperienza che io ancora non ho. Non ti dimenticherò facilmente, qualunque siano le' strade o i sentieri che la mia anima percorrerà. (Diario, 24 marzo 1974)

Ma i rapporti tra Augusto e Cicero sono difficili. Il missionario si sente sempre più solo.

Oggi, per la prima volta così nitidamente, ho sentito il peso della solitudine e ho cominciato a capirne il senso penitenziale. Prima mi era una gioia, un tempo pieno di riflessioni, di costruzioni, di ricerca, di riposo. Ora è un vuoto, una inutilità della vita, uno star fermo, sembra che tutto sia fermo, che niente più abbia significato. Non si desidera neanche la morte, che a volte ho desiderato come soluzione dei problemi scottanti della vita. No, perché la solitudine è quasi come la morte, è assenza di persone, è assenza di problemi. È una sensazione però molto forte, un po' simile alla paura. È uno smarrimento, ci si sente come persi in un grande deserto ove non ci sono punti di riferimento.
Come farai a vincere questa sensazione, che è delle più forti e terribili? Non lo so, ma penso che farò come per la paura, mi consegnerò completamente a Dio. Lui deve riempire il vuoto. Devo ancora imparare molte cose. Oggi ho imparato questa: che la solitudine è una grande penitenza. Mentre il mondo va avanti di corsa, tu sei fermo.
Di primo istinto ho reagito così: ahi, ahi, un altro giorno come questo e me ne scappo subito di qua. Poi stasera, recitando il Rosario, zoppicando per un piede che mi fa un male terribile e non so cosa sia, ho pensato che questa era la risposta che Dio mi dava ai pensieri dei giorni scorsi: «Che bello, però, essere soli, che bella questa vita libera, qualcuno penserà che io sto facendo penitenza
è invece sto vivendo la vita più bella del mondo ». E invece...
È quasi mezzanotte, finisco di leggere il «servizio speciale» di Madre Teresa su «Mondo e Missione« che mi hanno portato l'altra settimana. Ad un certo punto una suora chiede a Madre Teresa: «Ma lei, che parla
tanto di obbedienza, intanto ha lasciato la sua clausura per andare a fare la sua volontà tra i poveri ». «Non la mia, ma la volontà di Dio» ha risposto la Madre. Questo messaggio mi ha riempito di gioia. Buona notte. (Diario, 26 giugno 1974)

Eppure Augusto non è per nulla abbandonato, anzi, vengono spesso a visitarlo i volontari di Urucarà, i padri del PIME di Parintins e anche i suoi caboclos di varie comunità.

A notte inoltrata si sentono delle grida nella foresta, prima lontani e poi sempre più vicini e più chiari: è gente che arriva. Infatti, è un forte gruppo di uomini, donne, vecchi, ragazzi e ragazze di S. José Operario che vengono a trovarmi, in un' odissea indescrivibile. Mi domando come hanno fatto a superare tutti gli ostacoli e arrivare qua. Hanno preso come guida un uomo là fuori e ora arrivano, fradici di tante cadute nei diversi torrentelli che allagano la foresta.
Ho passato la notte con loro, conversando, tra lacrime e sorrisi. C'erano molti membri del vecchio Consiglio parrocchiale e alcuni giovani. Li ho lasciati sfogare. Ho ascoltato più che parlato. Al mattino gli uomini mi hanno preso a parte in una riunione, per chiedermi il perché del mio essere qui e per farmi la proposta ufficiale di andare in Parintins con loro, perché la gente vuole vedermi ed è impressionata da questo mio ritiro e molti vanno dal vescovo a chiedere di perdonarmi per l'amore di Dio.
Ho risposto loro chiaramente: sono qui per pensare alla mia anima e pensare a quel che dovrò fare. Andare a Parintins sarebbe inutile, perché farei le stesse cose che ho sempre fatto, facendo perciò soffrire molta gente. Qui prego per tutti e sono più utile che là.
La loro visita mi fa immensamente piacere, ma anche mi disturba in quanto mi apre ferite quasi chiuse e mi rivolge ad un passato che deve essere dimenticato. Dobbiamo tutti, voi ed io, guardare avanti e non più indietro. I nuovi padri sono intelligenti e buoni e quindi a poco a poco si faranno capire e vi ameranno ancor più di quanto ho fatto io. Abbiamo poi celebrato una Messa, ma di quelle L.. In seguito ho ricevuto fra le lacrime la confessione di alcuni di loro, che mi chiedevano di poter star qui con me, sentendo pure loro il desiderio di una conversione.
Signore, tu lo sai che io non cerco queste cose. Mi turbano. Ma loro vengono. E io li rigetto tutti nelle tue braccia. Arrangiati tu, sono tuoi, non miei... Ma sono ancora anche miei... (Diario, 10 marzo 1974)

In questa settimana è venuta molta gente a trovarmi. Il Giorgio (Campoleoni, n.d.r.) due volte, portandomi i caboclos e gli ingegneri della colonia. Venerdì un forte gruppo della comunità del Remanço e a mezzanotte hanno fatto la Via Crucis. Sabato mattina ho detto la Messa come al solito vibrata. Molti hanno voluto confessarsi. lo agisco ancora come all'antica, non ho ancora visioni nuove, perciò confesso all'antica e do i consigli che davo sempre. Sono andati a casa molto contenti. (Diario, 24 marzo 1974)

Ieri è venuta a trovarmi una donna matta. Ho dovuto sopportarla tutto il giorno. Mi ha portato la figlia che ha 13 anni ed un ragazzo che è il suo fidanzato. L'ho ascoltata per molte ore in silenzio... Ha avuto tre figlie con altri uomini. Adesso ne ha sei... Comunque è interessante vedere come lei fa le raccomandazioni alla figlia, tutta morale severissima, puritana, ridicolmente in contrasto con la sua vita. Però la sua fede è grande, più della sua ignoranza. E Dio le vuole tanto bene. (Diario, aprile 1974, senza data)

Molte pagine del Diario dedicate ai temi della natura: l'amore a Dio e l'amore alla natura sono per Augusto intimamente collegati.

Adesso affronto la lunga notte: l'urutaì canta qui sopra il mio letto con le cinque o sei note, voltato verso la luna. Le note sono uguali a quelle di un flauto. Col mio flauto, che mi ha portato il padre Humbert, ripeto il suo canto perfettamente uguale e lui risponde. Ora prego, ricordando la preghiera che la mamma mi insegnava da piccolo. (Diario, 27 giugno 1974)