PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi

Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

Non vuol tornare nel lavoro parrocchiale in diocesi - Sogna di isolarsi ancora più nella foresta in alternativa alle colonie dei caboclos - L'esperienza della fame: lascia il suo cibo ad altri - Augusto elenca i suoi supposti difetti, «pericolosissimi con le donne» - Rimpiange il villaggio di Pananarù che chiama la sua Betania - Il vescovo di Parintins gli chiede di andare a Mauès - Anche mons. Pirovano lo sollecita ad incontrarlo - Riceve tre mesi di permesso per tentare l'esperienza del Paratucù.

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

VIII

UN EREMO IRRAGGIUNGIBILE: IL PARATUCÙ

Non vuol tornare al lavoro parrocchiale in diocesi - Sogna di isolarsi ancora più nella foresta in alternativa alle colonie dei caboclos - L'esperienza della fame: lascia il suo cibo ad altri - Augusto elenca i suoi supposti difetti, « pericolosissimi con le donne» - Rimpiange il villaggio di Pananarù, che chiama la sua Betania - Il vescovo di Parintins gli chiede di andare a Mauès - Anche mons. Pirovano sollecita ad un incontro - Riceve tre mesi di permesso per tentare l'esperienza del Paratucù.

Nel maggio 1974, dopo sette mesi di vita in foresta con Cicero, Augusto entra in crisi. È sempre combattuto fra due vie: tornare alla pastorale ordinaria nella diocesi di Parintins oppure spingere più a fondo la radicalità dell'esperienza che sta facendo, cioè quella eremitica.
Dall'Italia riceve una lettera dai suoi « Centpè», a cui aveva scritto chiedendo un parere sul suo isolamento in foresta. Ecco come lui stesso sintetizza la lettera:

È impressionante la chiarezza di idee che ;hanno anche rispetto ad un tema così scabroso come quello che avevo proposto loro: la convenienza di un'esperienza eremitica in terra amazzonica. Hanno trattato le cose con somma serietà e ne è venuta fuori una analisi teo-socio-psicologica della questione come non mi sarei aspettato nemmeno dal miglior direttore spirituale. Com'è vero che una comunità viva risolve bene i suoi problemi! Si sono riuniti diverse volte, hanno persino chiamato il p. Henrique (p. Enrico Pagani del PIME, in vacanza in Italia, n.d.r.) per essere sicuri di avere maggiori ragguagli sulla mia situazione, poi mi hanno mandato il loro parere. Quello di tutti, uno per uno, discorde ma serio e pensato, e un riassunto delle loro idee.
La maggior parte di loro mi dice che, pur accettando il valore dell' esperienza eremitica, 1'ambiente troppo difficile non sarebbe propizio alla contemplazione, che è essenziale in ogni eremo. A loro sembra che il mio carattere è fatto per star con la gente, sono più braccio che mente... Approvano il mio desiderio di essere prete secondo il Vaticano II e non borghese. Hanno formato un gruppo di appoggio di 40 persone e mi dicono di scrivere spesso perché le mie lettere sono la vita del loro vivacchiare. (Diario, 19 maggio 1974)

Nei primi mesi del 1974 alcuni missionari del PIME vengono a trovare padre Augusto, portando lettere del vescovo e di altri superiori e amici: tutti lo invitano a tornare in diocesi. Augusto si pone seriamente il problema, ma afferma di non poter più adattarsi al tipo di pastorale ordinaria in Amazzonia: ha idee troppo diverse su tutto, sul modo di predicare, di vivere l'Eucarestia, sulla pastorale dei Sacramenti, sui gruppi e associazioni, sul rapporto tra Chiesa e politica, sul ruolo di laici e di preti, ecc.
Come al solito, anche in questo è radicale: vorrebbe una pastorale più popolare, un clero meno « clericale», una Chiesa più autentica, più povera, più immersa nel popolo; ma non ha la pazienza di dire: mi metto in una parrocchia e a poco a poco, con la testimonianza e i tentativi che potrò fare, cambierò la situazione generale. Così aveva fatto nei suoi primi dieci anni di Parintins, portando alcune novità pastorali in diocesi apprezzate da tutti. No, Augusto, dopo le esperienze negative che ha fatto, conoscendo se stesso, non si sente di andar contro la propria natura e ripetere esperienze ed errori già fatti: è l'uomo del « tutto, qui e subito)}, per cui prevede che, se tornasse in diocesi,

sarà inevitabile un'altra crisi, altri scontri. Obbedire contro coscienza non mi sentirei, fare come sento di dover fare provocherei. L'Annamaria vorrebbe farmi chiudere gli occhi su tutti i ragionamenti, pensare solo con gli occhi della fede, obbedire e stop. Ma lei si rende responsabile di quel che viene dopo? Non mi sento di mettermi in una situazione pericolosa, che è superiore alla mia virtù. lo non sono ancora convertito. Annamaria, lasciami il tempo di convertirmi, cioè di avere maggior fede e poi ti seguirò, farò quel che tu dici. Ma ora non sono ancora maturo.
Perciò, concludendo, preferisco questa disobbedienza iniziale (che poi non è neanche disobbedienza perché ho chiesto al vescovo di poter fare la mia esperienza. Lui non mi ha detto di no, ha solo detto che scriveva a Roma per informare i superiori. I quali, dopo sei mesi non mi hanno scritto niente)... a un inserirmi in situazioni che mi obbligherebbero a disobbedienze continue.
Siamo realisti, gente! Le situazioni si possono prevedere, non bisogna essere ciechi o ingenui e pensare che Dio metterà poi tutto a posto. (Diario, 2 giugno 1974)

L'idea dell'eremo irraggiungibile l'ha maturata fin dal gennaio 1974, un mese dopo che è al Pananarù con Cicero, quando si accorge che quel luogo è ancor troppo vicino alle comunità della regione di Urucarà, per cui molta gente viene a trovarlo (« Tre ore a piedi per quelli del Remanço, due ore e mezzo per quelli del Mocambo, per il Cararà un'ora di foresta a piedi più cinque di canoa (sono i posti più vicini, n.d.r.) non trattengono questa gente dal venire qua» (Diario 13 gennaio 1974).
Così incomincia a sognare un nuovo eremo, più all'interno nella foresta. Ecco il progetto e le fantasie del 14 gennaio 1974. Un testo interessante perché dimostra l'animo sognatore, avventuroso e insoddisfatto di Augusto: è appena arrivato nell'eremo con Cicero e già sogna un altro eremo in cui star da solo! E fantastica addirittura, scendendo fin nei minimi particolari, su come dovrà essere.

Il mio eventuale eremo sarà basato essenzialmente su un orto abbastanza assortito, su un eguale assortito frutteto attorno alla casa e un pezzo di «roça» per la mandioca, macaxeira, ecc. Dovrà essere sulle rive di un fiume, forse il Paratucù. La carne sarà normalmente pesce e ogni tanto caccia. Creerei poche cose, qualche gallina, meglio faraona, così si difende dal falco. Però fa le uova nel mato. Vedremo. Spererei nei conigli, fatto nuovo e sconosciuto qui, quindi tutto da sperimentare.
Quanto alle malattie sono nelle mani di Dio. Naturalmente, ogni quei tanti mesi verrò qui dal Cicero per rifornirmi del necessario. Questa è una delle prospettive della mia vita futura: eremo solitario. Forse non si realizzerà mai.
L'alternativa dell'eremo è il lavoro nelle colonie (si riferisce alle «colonie» di Urucarà, vedi Cap. V, n.d.r.). Fermo restando che devo lavorare per guadagnarmi il pane, io vivrei andando di famiglia in famiglia nelle colonie, sperando che queste incomincino a funzionare. Di giorno lavorerei la terra di una famiglia, mangerei là, alla sera riunirei la famiglia per uno scambio di idee e una liturgia biblica, eucaristica, lasciando il posto ai padri ufficiali per le feste e le cose ufficiali.
È un lavoro dal di dentro, niente organizzativo, tutto testimonianza, comunione e riflessione. Ne vedo certo i pericoli, ma è l'unica alternativa. Naturalmente secondo me. Dio potrà intervenire a mutare tutto e aprire altri orizzonti. Ma credo che un peccatore come me non ha mica molte scelte. La penitenza è l'unica scelta.
L'altra alternativa degli eremi italiani mi pare di no, in quanto sono troppo comodi e sicuri. La precari età umana e cabocla e della maggior parte degli altri uomini esula dai conventi e dagli eremi, anche se non vivono nella ricchezza, anzi.
Il lebbrosario sarebbe buono, ma anche quello così sicuro e borghese. lo non posso vivere in un ambiente borghese, perché sono troppo debole. Non sono come S. Luigi che viveva a Corte rinunziando a tutto. Se io vivo a Corte, mangio, bevo e godo tutto. Quindi per me ci vuole l'ambiente duro, il deserto, la foresta. n coraggio di fare il salto della foresta ce l'ho. Non ho invece quello di fare piccole rinunzie vivendo a Corte, in una società borghese senza essere borghese. (Diario, 14 gennaio 1974)

Sull'eremo al Paratucù torna a scrivere in aprile, nella Settimana Santa. Confessa umilmente di essere stato molte volte infedele al Signore, nonostante i doni ricevuti, la buona educazione, la famiglia, le buone compagnie in seminario e dopo.
Quando parla della sua infedeltà, dei suoi peccati, Augusto è sincero, autentico, umile. Gli manca poi l'umiltà di accettarsi così com'è, continuando a combattere contro se stesso, in condizioni normali di vita. Sembra sempre pensare che quando cambieranno le condizioni esterne, gli sarà anche più facile essere fedele alla vocazione e impegnarsi di più nella via della santità. Ma le difficoltà vengono essenzialmente dal nostro interno. Augusto insegna, indubbiamente, la passione per la santità e la ricerca di Dio, il non accontentarsi mai degli obiettivi raggiunti, a costo di gravissimi sacrifici. Non va mai dimenticato che questo missionario - in un tempo come il nostro di grandi comodità e abbondanza di beni materiali - per una profonda aspirazione alla santità, si è sottoposto a penitenze realmente spaventose. Come quella della fame, di cui parla a lungo nel Diario, specie nei primi tempi di vita in foresta. Dopo, ne parla meno, ma da vari cenni qua e là si capisce che la condizione di vita era sempre quella. Lo spazio non ci consente di riprodurre molti testi del genere. Ne bastano due.

Mi sto facendo una certa conoscenza della fame. Il primo mese ho avuto un collasso. La testa girava, la vista scuriva, le braccia cadevano. Credo che fosse perché il mio corpaccio enorme era senza mangiare e il sangue non riusciva a nutrirlo tutto (105 kg.). Allora la pressione dev'essersi alterata. Poi rapidamente la ciccia è sparita, credo che adesso sono sotto i novanta, quindi anche il cuore si è rimesso al passo e con quel poco che si mangia riesco a mantenere il peso corporeo. (Diario, 24 gennaio 1974)

Altra giornata senza pranzo e senza cena. Un tè di foglie a mezzogiorno e un' altra chicchera di té prima di dormire. La pancia è decisamente sparita e quando faccio il bagno mi vedo tutto lungo e liscio. Ormai sento le costole e defeco solo una volta ogni due o tre giorni. Stiamo facendo fame. Finalmente sento questi morsi allo stomaco, che il mondo borghese non ha mai sentito: io li provo, prima di morire.
Oggi il Giroca sembrava un disperato; pur nella sua calma abituale. È partito tre volte per la caccia e non è riuscito ad ammazzare niente. Noi tutti abbiamo aspettato con ansia tutto il giorno, nella speranza di bere almeno un brodo di piccione prima di dormire. Invece, quando già stava diventando scuro, lui tornò senza niente. Allora la donna ha preso della tapioca ed ha fatto alcuni bejù, puro amido. Tutti gli occhi nostri (12 occhi più i suoi due) erano chini su quella padella e avevamo premura che facesse presto. Cercavamo di aiutarla, chi reggendo la lampada a cherosene, chi soffiando sul fuoco, chi trattenendo il cane e il gatto, che anche loro non mangiano da cinque giorni.
Quando il bejù fu pronto, io ho visto che bastava appena per odorarlo un po'. La bambina più piccola, Isabel, piangeva. da due ore fra le mie braccia, per fame. In cuor mio avevo deciso di non prenderne nemmeno un po'. La donna l'ha spartito in tanti pezzettini e messo in un piatto.
Ad un segno della mamma tutti si sono fermati per lasciare anche a me la mia parte. lo volevo che li mangiassero tutti. Di solito, quando hanno finito di mangiare, tutti i bimbi vanno a letto. Invece nessuno stasera si muoveva attorno a quel piatto.n vecchio cacciava fuori due occhi che sembravano arpionare il bejù rimasto. Allora mi son deciso. Per non offendere nessuno, mi sono avvicinato, sono entrato nella ruota della luce, ho preso un solo pezzetto, svogliatamente, e ho dato la buona notte. (Diario, 22 gennaio 1974)

La fame porta spesso ad Augusto incubi, visioni, sogni spaventosi. Si spiega la credulità e i fantasmi di cui vivono i caboclos, i loro racconti quotidiani. In foresta Augusto prova di tutto, fame e malattie, isolamento e paura, pericoli di animali feroci. Ma il suo pensiero torna sempre alla vocazione sacerdotale, alla santità, alla ricerca di Dio.

Non sono riuscito a essere fedele alla mia vocazione ed a mettermi decisamente sulla via della santità. Adesso sono qui in un ultimo tentativo. Quest'anno, anzi questi prossimi due mesi, saranno decisivi per la mia vita.
Infatti per il prossimo mese farò un passaggio al Paratucù. Se il Signore vorrà che ci vada deve mostrarmelo. Ho finito oggi di leggere il Pentateuco. Questo popolo e questo Mosè che vivono con lo sguardo fisso a una terra. È un pezzo di terra che è stato promesso da tempo. Là scorrerà latte e miele, Dio sarà sempre col suo popolo e lui andrà avanti a vincere gli ostacoli: l'ha preparata da molto tempo questa terra, per darla al suo popolo amico. In pratica non è il Paradiso Terrestre, che non c'è più in nessuna parte. Ma è una terra dove Dio ci sarà.
Quante volte penso di essere io quel popolo e il Paratucù quella terra! Vedremo nel mese di maggio. In giugno poi verrà il Superiore e se il Paratucù mi avrà aperto una strada io lo dirò al Superiore e gli chiederò di lasciarmi fare un'esperienza eremitica ad tempus. In manus tuas Domine commendo spiritum meum. (Diario, 7 aprile 1974)

Nel Diario ci sono vistose contraddizioni. Augusto dice spesso di essere misantropo, poco amante della gente, poi scrive pagine bellissime, toccanti dell'incontro con le sue pecorelle. Ecco due brani del Diario che ci fanno scendere in profondità nell'animo di questo missionario affascinante ma anche originale, complesso al punto da risultare quasi incomprensibile.

Credo che dovrò andarmene da qui (cioè dal Pananarù, n.d.r.) per un motivo profondo nella mia vita che mi ha sempre fatto soffrire e come squartato in due: il mio misantropismo. So che non mi fa onore, ma tenterò di descriverlo. Sempre mi è stato difficile vivere tra gli uomini e interessarmi di loro. Eppure la mia preghiera è il classico interessamento degli altri, persino contro la loro volontà, usando di tutti i mezzi di persuasione per « convertire)}, convincere un altro alla mia idea, cioè all'idea di Cristo.
Ma io sono sempre stato un pessimo consigliere. Se a volte ho dato qualche consiglio, per caso l'ho anche indovinato. Ma non sono capace di consigliare... Sono sempre stato un amico, un compagnone, mai un direttore spirituale. Quando mi chiedevano di esserlo ho sempre rifiutato. Inoltre mi è sempre pesato enormemente predicare. Se posso evitare una predica sono tutto contento. E faccio una fatica enorme, perché voglio dire solo cose vere, ma le cose vere sono così poche ed è così difficile provarle! Credo di non aver mai fatto una predica non sentita, ma è stata una fatica superiore alle mie forze, l'ho sperimentato anche nelle recenti vacanze in Italia.
Quando mi vedo costretto ad entrare in un gruppo di gente, anche i più amici, sono sempre preoccupato. È un complesso? È misantropismo? O semplicemente perché non ho la vocazione di essere prete, uomo pubblico che s'interessa degli altri? Non lo so. Già dieci anni fa, al mio arrivo a Parintins, vedendo missionari sicuri del fatto loro dirigere gruppi, comunità, ecc. mi son posto il problema. Sono fatto per fare il prete? O forse sono fatto per essere un prete differente?
Io so che riesco a stare con gli uomini. Basti dire che i gruppi o i paesi dove sono stato dicono che come me non hanno visto nessun altro darsi alla gente. Lo dimostra Consonno, Oltrona, Locate, Parintins. Lo dimostra questa gente che mi scrive dopo tanti anni, che mi ha ricevuto dopo vent'anni (Consonno, Oltrona) con una festa senza riserve, come se fossi andato via ieri. La gente di qui vengono a trovarmi.
Lo so, io riesco a farmi voler bene dalla gente per lo stesso motivo del predicare. Come non so fare una predica falsa, avulsa dal resto della vita, così quando entro in una comunità, in un gruppo, in una persona, voglio entrarci per davvero, fino in fondo e legarmi in un unico destino, per la vita e per la morte. Per questo nel fare la mia prima parrocchia, S. José Operario, ho cercato uno stile caboclo, povero, che mi avvicinava di più alla gente. Purtroppo mi allontanava dagli altri padri. E ho dovuto pagare.
Lo so che ci riesco, ma è stata per me una fatica infame, contro la mia natura di cittadino privato. E ora non ci riesco più a fare ciò. La mia vacanza mi è servita per acuire il problema e provocare la riflessione definitiva che mi ha portato fin qui.
Per gli Alpini ero il padre più indovinato per la loro compagnia. Mi preferivano alloro cappellano, finivano per voler bene a me ma anche a Dio, perché le mie Messe li facevano lacrimare come bambini e in quelle liturgie casalinghe che duravano due ore sentivo i loro cuori battere di un nuovo ritmo.
Questo mio carattere è pericolosissimo per le donne. Anche con loro non riesco ad essere superficiale; alla fine, proprio senza volerlo, si legano a me in una maniera profonda e pericolosa. E questo avviene quanto più una donna io la lascio da parte. Ma io non me ne accorgo che molto tempo dopo. Quante volte, rifiutando una donna che si legava a me, il risultato era esattamente l'opposto. È come quando dico a questa gente di non venire più: vengono ancor più numerosi.
Così alla fine non mi resta che fuggire. L'ho già fatto diverse volte da quando ho detto Messa ad oggi. Ho continuato a fuggire da allora. Cosa vuol dire ciò? Sono un mistero a me stesso. E anche adesso devo fuggire, forse più lontano ancora, qui c'è ancora troppa gente. (Diario, 13 gennaio 1974)

Stamattina, verso mezzogiorno, stavo cuocendo un pesce pieno di vermi (l'unica cosa che mi è rimasta e purtroppo sarà così anche domani), quando è arrivata, dopo un giorno di viaggio, la comunità del Pananarù, quella che più mi voleva bene. L'abbraccio della donna Marita, della Giulia, del Maneco, e dell'Emidio, mi hanno fatto bene al cuore.
Una bellissima Messa, molte lacrime, molti propositi. Ho fumato anche un sigàrro. Mi creano una saudade (nostalgia) da morire. Come quando arrivavo al Pananarù (il villaggio, come l'eremo, prendono nome da un piccolo rio nelle vicinanze, n.d.r.), le ragazze hanno voluto lavare la mia roba. Ce n'era bisogno.
Pananarù, Pananarù, così riposante che tu eri, con le tue belle ragazze che mi preparavano tutto quel che volevo e l'amore di mamma della Marita e della Giulia, donne che se ne trovano poche anche nei conventi, l'una con 15 figli, lei stessa la prima di 25 fratelli, l'altra sterile, che sta allevando una negretta che una prostituta le ha dato.
Il club delle ragazze era il migliore di tutto l'interno e il popolo più ricco di elementi, atti a dirigere, gente intelligente, solo due famiglie, una di 25 figli bianchi e una di negri con 21 figli. Questi negri sono venuti dal Nord-Est forse 80 anni fa. Erano schiavi, ma quando la loro padrona li liberò in seguito alla legge
« del ventre libero }), diede loro una statuetta di S. Antonio. Essi l'hanno portata con sé. Quando dopo anni sono arrivati in Amazzonia hanno trovato quest'isola, vi hanno eretto una cappella di fango per mettervi il santo, che così ha dato il nome alla comunità: « Santo Antonio dos cativos» (degli schiavi).
Quando sono arrivato io dieci anni fa c'era una lotta furibonda tra le due famiglie, perché ognuna voleva comandare sulla comunità e tutte e due infatti ne avevano la capacità. Ho durato più d'un anno per rappacificarle, così che adesso, quando ci sono le elezioni, fanno un anno per uno a dirigere. Ormai hanno una bella scuola con tre grandi sale e hanno finito la loro chiesetta in muratura, che avevo disegnato io e di cui avevo gettato le fondamenta.
Quando arrivavo al Pananarù era come se arrivassi a Betania, il lavoro non mi pesava, tutti aiutavano. Bei canti, gioventù attiva, uomini seri e impegnati e Marta e Maria (Marita e Giulia) che adoravano il padre. Ti ho amato, Pananarù! (Diario, 17 aprile 1974)

Come possa un missionario così dedicato e amante della sua gente dichiararsi «misantropo» è uno di quei misteri che fanno capire quanto è difficile penetrare nel cuore di Augusto! Eppure egli è deciso a percorrere la via dell'eremita solitario, nonostante le nostalgie del passato e le molte pressioni contrarie. Lo fa con intenzione pura e generosa, più volte riaffermata nel Diario.

Mi piacerebbe essere a Manaus col padre Pedro (Vignola, n.d.r.) e fare una passeggiata fino a Ponta Negra, mangiare un gelato e tornare ridendo e scherzando.
Mi piacerebbe essere in Parintins in casa di uno qualsiasi dei miei parrocchiani, a fare belle chiacchierate sui tempi che corrono, magari sui campionati del mondo di calcio, che dev'essere il tempo, mi pare.
Mi piacerebbe essere a casa mia col papà e la mamma... Mi piacerebbe essere sulle Dolomiti come l'anno scorso di questi tempi, assieme ai Centpè, in un rifugio, freddo fuori, notte stellata, neve a pochi metri, sulle cime vicinissime. Mi piacerebbe essere...
Invece sono qui, solo, nessuno è venuto oggi, forse non verrà nessuno per chissà quanto tempo, e il mondo è pieno di uomini, pieno di notizie, di avvenimenti importanti e belli e curiosi da sapere, di cantucci deliziosi, caldi e riservati, di amici intimi, di persone interessanti, di bibite e cibi prelibati, di parenti, di genitori e fratelli...
Com'è interessante il mondo! Signore, so che non vale niente, quindi non serve a niente, eppure io lo faccio lo stesso questo gesto di rinunzia a tutto. Prendilo, dagli tu un valore o un significato, se vuoi, se no lascialo cadere nel proprio nulla.
Non è in forza di questo mio gesto che ti chiedo di darmi dei favori in cambio. È solo perché so che mi vuoi bene, perché so che sei l'Amore, che ti chiedo: aiuta tutti i padri e vescovi che lavorano in quel campo che ho lasciato. Sostituiscimi abbondantemente colla loro opera ben riuscita, migliore 1000 volte della mia. Fa che la gente ami loro 1000 volte più di quanto ha amato me. E dimentichi pure me.
Come mi ha amato la gente! Cosa darò io in cambio del molto amore che ho ricevuto? Anche se non vale niente, offro la mia ormai inutile vita. E poi per tutti loro, pensaci tu, Signore. (Diario, 23 giugno 1974)

L'estate 1974 è decisiva per la scelta dell' eremo solitario al Paratucù: aumentano le pressioni dei superiori, dei parenti, degli amici missionari, ma Augusto è deciso a fare questa esperienza, che durerà da metà settembre 1974 all'inizio del gennaio 1975. Il 2 luglio mons. Cerqua gli manda un'altra lettera per mezzo di p. Vincenzo Pavan, parroco della Cattedrale di Parintins, da cui dipendono le comunità del Remanço e del Mocambo. Il vescovo chiede ad Augusto di andare a Maués e aggiunge che « anche Cristo è stato nel deserto e sul Tabor, ma non per molto tempo».

Sentire il proprio vescovo - risponde Gianola il 13 luglio 1974 - che ancora si ricorda di me, mi benedice, prega e mi abbraccia, creda, mi ha molto commosso. Lei mi dirà che non basta la commozione, ma che il vero affetto si dimostra nell' obbedienza. Ma io sento ugualmente di avere questo affetto anche se per il momento, con le lacrime agli occhi, le devo dire che non mi sento di rientrare. Forse è proprio non per virtù, ma per vigliaccheria o debolezza che io mi ritiro dal mondo, però anzitutto è un problema di coscienza.
Venti anni di sacerdozio mi hanno a poco a poco fatto capire che io non sono adatto per essere sacerdote. Ci vuole molta più fede, molto più possesso di Dio e molta più virtù, per poter dare dawero Dio al popolo. Oltre tutto io, col mio malesempio, a volte ho dato il diavolo.
Non so cosa sarà di me, se tornerò, se non tornerò. Sono completamente all' oscuro, però in ogni momento mi rimetto nelle mani del buon Dio. È l'unica mia consolazione, specialmente in certi giorni in cui la solitudine è opprimente. C'è però un desiderio, una voce in me, più prepotente delle altre e che viene fin dai lontani anni della gioventù ed è questa voce che io voglio controllare più a fondo: cioè un desiderio di solitudine ancora maggiore. È per questo che ho deciso in uno di questi giorni di separarmi dal Cicero e di entrare molto più addentro in questa misteriosa foresta e viverci solo, proprio solo.
Ho resistito molti mesi a questa tentazione, temendo che fosse lo spirito di Robinson Crusoe a spingermi e non quello di Giovanni il Battista. Ma se invece di una tentazione fosse una vocazione? lo voglio controllarla, benché abbia molta paura. Invoco Dio che mi distolga da questo pensiero, ma Dio me lo lascia e me lo rafforza. Forse ne fuggirò dal terrore, forse ci morirò, forse troverò il diavolo invece che Dio. Ma lasciatemi tentare, vi supplico. Sarà solo per poco tempo, forse. Forse solo pochi giorni. Poi, figlio prodigo, tornerò a battere alla casa del Padre, alla vostra casa.
Cosa posso dire? Se voi non mi volete più (e certo vi capisco, è difficile accettare la mia posizione) posso almeno chiedere un tempo di prova, una « esclaustrazione sui generis»? Benché io non voglia uscire dal claustro, ma stare sempre con voi.
Non me ne vado perché odio il mondo, ma per amarlo di più. lo amo il mondo, lo sento, sento il calore delle molte persone amiche che lo riempiono e gusto tutto il bello e il buono che questo mondo produce. lo resto unito al mondo, offro il niente che sono e che faccio (altra presunzione?) perché questo mondo sia più di Cristo Dio e perché voi miei amici, padri, facciate anche per me e molto di più. Desidero proprio che tutti i padri siano amati dal popolo e abbiano buon esito in ogni loro opera.
Mi perdoni, Dom Arcangelo, questa lettera confusa e che forse causerà grande delusione. lo però, anche se gli altri mi scomunicheranno, le torno a chiedere la benedizione e la preghiera.

Anche mons. Aristide Pirovano scrive ad Augusto. con due lettere, una da Roma (20 giugno) e l'altra da Manaos (20 luglio 1974), invita Augusto ad incontrarlo nella capitale amazzonica.

Tua sorella, suora Carmelitana, fa una lunga e sofferta telefonata. Ha ricevuto ieri una lettera da una ragazza di Milano che lavora con i laici a Itacoatiara. Dice che padre Augusto è isolato nell'interno della foresta dove fa una vita di solitudine, preghiera e penitenza. È diminuito 40 kg. e si teme che possa... star male anche di cervello. La sorella suora dice di aver ricevuto un diario del fratello che parla di penitenze enormi e immani: la sorella teme... per la salute e la testa. Papà e mamma disperati, ecc. La sorella suora ha scritto molte volte chiedendo che si metta nelle mani del vescovo e dei superiori, che avrà pace solo se obbedisce. Racconto un po' quello che so e che si era combinato, ecc. Prometto che farò il possibile per vederlo; o lui verrà da me o io andrò da lui... se non fuggirà. Che preghi e scriva. P. Augusto doveva andare a Manaus come d'accordo con me e col suo vescovo, ma...! (Lettera di mons. Pirovano, 20 giugno 1974)

Sono a Manaus da qualche giorno e l'altro ieri ho avuto notizie tue dal sig. Giorgio: finalmente! Ma almeno sono contento di sapere che stai bene, così sembra e io voglio sperare che sia così. Poche sere prima di partire da Roma ho ricevuto una telefonata da tua sorella suora Carmelitana: chiedeva di venire in Brasile per salvare il fratello. Mi diceva della sua angoscia e delle lacrime del tuo papà... perché pensano che tu... stia facendo cose da manicomio. Vedi un po', caro Augusto, a che punto si può arrivare nel causare tristezza e dolore a coloro che realmente ci amano. Ho tentato di consolare, confortare, tranquillizzare e anche di spiegare. Ma che cosa in realtà potevo dire, giacché tu pare che ti consideri come morto nei riguardi di tutti noi? Sei come sparito! Eppure non eravamo d'accordo così. La fiducia che ti ho dato non doveva almeno farti rimanere in relazione con me?
Io non solo desidero vederti. Ti voglio vedere e stare con te. Ma non solo per pochi minuti e per... non capirci. Ti voglio vedere per un tempo lungo di qualche giorno, in modo da darmi il tempo di capire e masticare i tuoi pensieri e i tuoi problemi, e... viceversa. Però devi anche ricordarti che io non sono un colosso di energia come sei tu e non mi posso permettere di venire nella tua foresta a scovarti dietro le piante. Vieni tu a Manaus per stare qualche giorno assieme... Ormai di mesi ignaziani ne hai fatti forse anche troppi ed è bene incontrarci alla luce del sole. Ti aspetto quindi con certezza. Da parte mia ti assicuro il mio affettuoso ricordo e la buona volontà di camminare insieme. (Lettera di mons. Pirovano, 20 luglio 1974)

Anche mons. Arcangelo Cerqua, ricevuta la lettera di Augusto del p luglio (vedi sopra), torna alla carica con lettera del 25 luglio:

Ho ricevuto la tua lettera del 13 luglio e te ne ringrazio, anche se la sua lettura mi ha causato una grande pena. Mi avevano detto «que estava clareando» (cioè che le cose si stavano chiarendo, n.d.r.) e tu invece parli di piena oscurità: giovinotto, e chi è degno di essere sacerdote? Proprio oggi, festa di San Giacomo Apostolo, si èletta la lettera di S. Paolo in cui parla dei «vasi di creta», che tuttavia portano Cristo all'umanità.
Per l'amore di Dio, non andare da solo nella foresta. Non è vocazione di Dio. lo finora ho detto che alla fin fine non stavi facendo male, ma pregando e soffrendo. Ti avrei preferito in ministero, ma praticamente permettevo che continuassi ancora un po' a stare con Cicero. Ma ora non me la sento di consentire al tuo piano. La foresta non è la Tebaide, dove alla fin fine i solitari vivevano a poca distanza. Non me la sento di consentire, anche perché temo per te, fisicamente e moralmente. Penso anche ai tuoi parenti. (Lettera di mons. Cerqua, 25 luglio 1974)

Ecco finalmente l'incontro col Superiore generale mons. Aristide Pirovano, a Manaus, verso la metà di agosto 1974, per tre giorni (come spesso capita, Augusto dimentica di mettere la data). Nel Diario così egli parla di questo incontro.

Ho parlato a lungo con mons. Pirovano. Mi ha espresso tutti i suoi dubbi e le sue riserve e i suoi desideri. Lui mi vede bene in un lavoro tra i caboclos, anche in Urucarà.
Accetterebbe quindi l'idea mia del lavoro nelle colonie. Non accetta che io viva nella foresta. Al massimo mi lascerebbe con Cicero. Mi ha detto che sono un tipo violento e questo io non l'accetto.
Mi ha dato un foglio sul quale scrivere le mie intenzioni. lo ho scritto. Ho detto che chiedo ancora un tempo di riflessione (lui mi ha detto che mi concede ancora tre mesi) e che non so quanto è questo tempo. Desidero che il PIME sopporti il mio peso morto per questo tempo in cui voglio verificare una eventuale vocazione eremitica e comunque prepararmi per il nuovo lavoro che, naturalmente, sarebbe tra le colonie di Urucarà. (Diario 4 settembre 1974)

Nella stessa giornata del 4 settembre, sempre sul Diario scrive:

Le parole del Superiore mi hanno fatto molto pensare. Lui ha ragione, devo sapere cosa voglio fare, per sapere come agire. Mi ha fissato dei limiti, debbo tenerne conto.
Il giorno 15 settembre andrò al Paratucù per vedere come vanno le cose. Se trovo una situazione che mi permetta di fermarmi almeno tre mesi, cerco di completare il tempo che ho a disposizione. È un tempo che forse mi servirà di preparazione per un ritorno alle colonie. (Diario, 4 settembre 1974)

Evidentemente Augusto non è stato convinto né dal Superiore generale né dal suo Vescovo, perché già il 26 agosto egli fa una seconda spedizione al Paratucù per trasportarvi del materiale (cfr. Capitolo seguente IX).