PICCOLI GRANDI LIBRI  PIERO GHEDDO

P. AUGUSTO GIANOLA

Dio viene sul fiume

AUGUSTO GIANOLA
MISSIONARIO IN AMAZZONIA:
UNA TORMENTATA RICERCA DI SANTITÀ

EMI 1994

Prefazione di Enzo Biagi
Nota dell'Autore

I. Il missionario che cercava Dio

II. L'Amazzonia come una parete di sesto grado

III. Una Chiesa meno clericale e più popolare

IV. Fondatore di comunità a Parintins

V. Augusto realizza la «Teologia della Liberazione»

VI. La natura manifesta il volto di Dio

VII. La foresta è il mio purgatorio

VIII. Un eremo irraggiungibile: il Paratucù

IX. Augusto Gianola come Robinson Crusoe?

La prima avventurosa esplorazione al Paratucù Le tremende difficoltà di vivere isolato in foresta - Augusto non è né un Robinson Crusoe né un Henry Thoreau - È andato in foresta per cercare Dio nella preghiera e nella penitenza - La rete da pesca tagliata dai jacaré (coccodrilli) - L'esercito sterminato delle sauve (formiche) - Anche le nubi sono fonti di contemplazione come le montagne Augusto è tradizionale nella fede e nella pietà Matura la convinzione di dover tornare alle colonie dei caboclos - L'idea che s'è fatta di Dio: Infinito Misterioso Amore - Fame e digiuni in foresta: da 105 a 74 chilogrammi.

X. I caboclos diventano agricoltori a Urucarà

XI. L'avventuroso viaggio da Urucarà a Laorca »

XII. Al Monastero benedettino di Jequitibà

XIII. Ricerca di Dio e tentazioni della carne

XIV. «Signore, toglimi tutto ma dammi il tuo amore»

XV. Risalire il Paratucù fino al «Lago ricco»?

XVI. Guarito dalla lebbra muore di cancro

XVII. Tramonto sereno contemplando il volto di Dio

Cronologia della vita di Padre Augusto Gianola

IX

AUGUSTO GIANOLA COME ROBINSON CRUSOE?

La prima avventurosa esplorazione al Paratucù - Le tremende difficoltà di vivere isolato in foresta - Augusto non è né un Robinson Crusoe né un Henry Thoreau - È andato in foresta per cercare Dio nella preghiera e nella penitenza - La rete da pesca tagliata dai jacaré (caimani) - L'esercito sterminato delle sauve (formiche) - Anche le nubi sono fonti di contemplazione come le montagne - Augusto è tradizionale nella fede e nella pietà - Matura la convinzione di dover tornare alle colonie dei caboclos - L'idea che s'è fatta di Dio: Infinito Misterioso Amore - Fame e digiuni in foresta: da 105 a 74 chilogrammi.

Il primo viaggio di esplorazione al Paratucù è all'inizio del luglio 1974. Eccone il resoconto sul Diario:

L'impresa del Paratucù è terminata: 4 giorni, due di andata e due di ritorno, metà cammino per terra e metà per acqua. Infatti, ad un certo punto abbiamo incrociato un fiume, piccolo, che si poteva attraversare su enormi tronchi caduti. Lì abbiamo trovato una canoa, fabbricato remi rudimentali e giù con la corrente. Aloysio, la nostra guida, ha detto che era il tanto decantato Japurà, un fiume interno tutto coperto dalla vegetazione, che corre verso il Paratucù. Naturalmente poche persone avevano visto quel fiume.
Abbiamo disceso il fiume con enormi sacrifici, allagando la canoa molte volte o innalzandola sopra gli infiniti tronchi che sbarravano la via. Ma l'Aloysio ci ha guidati bene. Siamo arrivati all' agognato Paratucù nel secondo giorno di viaggio. Cosa ho visto al Paratucù? Un mondo fuori dal mondo, la solitudine più spietata, una terra nuova, di sogno, dove la luna è più chiara,
dove il rio fa pensare di più, dove... la mia anima tende. Ci sono state naturalmente impressioni positive e negative.
Negative: la distanza grande, impressione però ridimensionata dal ritorno. Le difficoltà enormi. Ho capito che io, lungo questo fiume Japurà, mai potrò fare un viaggio da solo. L'unica soluzione è evitare il fiume e cercare una via per terra che arrivi al Paratucù. Per questo, nel ritorno ho voluto io stesso comandare la spedizione seguendo un altro itinerario, che tutti sconsigliavano, ma che ha dato risultati sorprendenti. Infatti si è manifestato molto più corto e diretto. Ad un certo punto la foresta si è diradata e abbiamo visto la casa del Cicero dove abitiamo.
Le cose positive sono indubbiamente molte di più. Ho già detto, un paesaggio incantevole e fermo, eterno. Un cielo molto più ampio di quello del Cicero, rivolto al Nord, verso l'Orsa Maggiore. Acqua limpida. Non ci sono molte zanzare. La terra è bella, c'è una punta in cui anni fa avevano collocato un capannone con una caldaia per estrarre l'essenza del Pau-rosa, pianta odorifera molto pregiata. Perciò una parte della foresta fu abbattuta ed ora è stata invasa da nuova vegetazione. Ci sono persino piante di frutta nascoste tra le altre. Non so se è per il tanto desiderio che avevo, ma la vista di questa terra promessa mi ha confermato nei miei propositi. Se il Signore mi aiuterà, nei prossimi giorni inizierò la preparazione per il mio trapianto al Paratucù. Se il Signore non vorrà, ha mille modi a disposizione per proibirmelo. lo lo prego intensamente in questo tempo, che realizzi in me ciò che è meglio per me e per tutti. Signore, verrò là ad amarti di più. (Diario, 8 luglio 1974)

Il 26 agosto 1974, seconda spedizione al Paratucù, partendo dal Mocambo, con 15 uomini, per iniziare assieme la costruzione della capanna. Seguono otto pagine di Diario col racconto di quel viaggio avventuroso verso il Paratucù, tra fame, malattie, incidenti e tentativi di rivolta degli accompagnatori. Un romanzo d'avventure che rivela l'isolamento del Paratucù e l'autentica pazzia di chi vuol andar là ad abitarvi da solo! Il racconto finisce così:

Il giorno 15 (settembre, n.d.r.) partirò definitivamente e molti di loro vogliono accompagnarmi per finire i lavori (di costruzione della capanna, n.d.r.).
Io mi san fidato di quelli che conoscevano la zona ed erano tutti concordi nel dirmi che c'era abbondanza di pesce e di caccia.' Sulla caccia non conto perché, ad esempio, d'inverno quando piove non si può cacciare molto. Ma sul pesce ci contavo. Invece, dopo due viaggi, ho constatato che non c'è nessun pesce, cosa stranissima in un rio tanto grande, ma che spiega la totale assenza di abitanti e di uccelli acquatici.
Questo per me è un grosso handicap. Mettiamo che in due, tre, cinque, sette giorni non prendo niente a caccia o mi ammalo e non posso andare a cacciare (il che comporta ore di cammino forzato o nottate alle intemperie), se non ho la riserva di pesce facile è finita. La debolezza mi prende e non ho più forze nemmeno per venire al Mocambo. lo contavo sul pesce tutti i giorni.
Comunque, c'è ancora chi giura che è impossibile che non ci sia pesce, perciò ormai sono in ballo, balliamo. Vado il giorno 15 e mi fermo un po'. Vedo come vanno le cose. Spiritualmente sono molto a terra e non vedo l'ora di una solitudine maggiore per riscoprire i valori più importanti e pregare, pregare, pregare e risolvere qualcosa di definitivo per la mia vita. (Diario, 4 settembre 1974)

Il Diario riporta la relazione del «primo giorno del mio eremitaggio» e racconta l'ultima sera passata con gli uomini che l'hanno accompagnato:

Abbiamo celebrato una Messa straordinaria cantando fino a mezzanotte tutti gli inni che in dieci anni avevo loro insegnato e che ricordavano benissimo. Eravamo tutti commossi...
Io pensavo che stasera, così solo, avrei pianto. Invece no, sono molto tranquillo, non ho paura, ho pregato bene, sono nelle mani di Dio. Fuori, gridi orribili di tutta una foresta viva. Gli uomini mi hanno raccomandato di non uscire di notte a caccia, perché ci sono molte orme di bestie pericolose qui attorno. Se non sarà necessario, non uscirò. Chiudendomi stasera nella mia casina di paglia, mi venivano in mente le storie dell'infanzia...
Stamattina: non so descrivere le sensazioni di quando ho capito di essere solo. Gli uomini se n'erano già andati ed io là in mezzo al fiume avrei voluto gridare: «No, per l'amore di Dio, non lasciatemi, vengo anch'io, aspettate che prendo la mia roba, dò fuoco alla casa e distruggo tutto questo sogno. Basta coi sogni, voglio tornare alla realtà, alla vita normale!».
Ma la voce non mi uscì e solo un jodler (canto popolare alpino in lingua tedesca, caratterizzato da prolungati gorgheggi, n.d.r.) di addio e di conferma a tutti i miei sogni ha rotto il silenzio. Poi, un colpo di remo e giù, nella corrente, alla ricerca di un pesce. Mi san guardato attorno per prendere subito, nell'aria, la presenza del mio Dio, dell'unico che, finalmente, restava con me, per il quale avevo inventato tutta questa avventura. O lui l'aveva inventata per me. Domani è domenica. Vorrei non lavorare, ma pregare e meditare. Però devo anche cercare qualcosa da mangiare. Ho pregato oggi, ma devo pregare più bene. È quello che chiedo al buon Dio. Alla Madonna chiedo il coraggio e devo dire che la buona mamma mi sta aiutando molto. Al mio Angelo Custode, che mi guardi dai pericoli, che ce ne sono molti.
Al Signore chiedo di darmi quello che lui sa essere più importante per la mia vita spirituale: e che mi insegni a pregare. E mi mostri il cammino. Vuole che io stia sempre con Lui? Vuole che mi prepari ad uscire per lavorare? Vuole che mi purifichi con un po' di penitenza per uscire più sicuro di quel che devo fare? Vuole che esca così come sono, continuando a commettere errori su errori (può darsi che a lui non importino molto gli errori)?
Non so, dimmelo, Signore, te ne prego e buona notte. (Diario, 21 settembre 1974)

Il Diario dei primi giorni al Paratucù è centrato sull'esplorazione del territorio e sul come trovare da mangiare. La rete gettata nel fiume è rotta in più punti dai piranha e Augusto non ha il filo di nylon per ripararla; in un lago in cui va ogni giorno a fare il bagno trova degli alligatori che lo spaventano mica male; quando prende un grosso pesce o un macaco sperimenta nuovi metodi di conservazione senza frigorifero: ad esempio, sala la carne e il pesce e li sotterra avvolti in larghe foglie di banano; un fuocherello lasciato acceso incendia alberi vicini, facendogli prendere uno spavento...
Augusto sente il rombo lontano degli aerei e pensa sempre che sia il motore della barca di qualcuno che viene a visitarlo. Ma si adatta a stare solo. La sua giornata è fatta di preghiera e di intenso lavoro: va a caccia, semina e cura l'orto e il frutteto, disbosca la foresta attorno, costruisce un altro attracco per le barche e le canoe, nel caso qualcuno venisse a trovarlo. Di notte sente l'urlo della «onça» (leopardo amazzonico, n.d.r) vicino alla sua capanna di paglia, «temporali violentissimi squassano questa natura già così selvaggia e mettono paura. Che strana regione. Il cielo è sempre sottosopra...». (Diario, fine settembre 1974)
Il Diario è raccontato un po' sullo stile di un novello Robinson Crusoe: solo con la natura, deve inventare mille modi per sopravvivere e crearsi un minimo di sicurezza, procurarsi il cibo. In padre Augusto è molto forte il gusto dell'avventura, dell'esperienza nuova ed estrema, al limite delle forze umane. Un po' come quando scalava le pareti di roccia sulle montagne.
Ma le differenze con Robinson Crusoe sono molte. L'isolamento in foresta Augusto l'ha scelto volontariamente, dopo averlo lungamente desiderato e sognato, per uno scopo che trascende ogni avventura e letteratura: la ricerca di Dio. Si adatta il più possibile a vivere secondo la natura, evita non solo il superfluo ma perfino il necessario, affrontando sacrifici spaventosi: ad esempio, nella seconda esperienza al Paratucù, dopo il 1986, rinunzierà anche al fucile e sarà costretto a digiuni disumani.
Robinson Crusoe nell'isola deserta c'è capitato per caso, non si integra in nulla con la natura circostante, anzi ricostruisce attorno a sé un microcosmo che vuol riprodurre fin nei minimi particolari il mondo a cui spera di tornare: la sua capanna è un «castello» di difesa verso l'esterno, esclude la vita esterna della foresta. Augusto è tutto l'opposto: vive con la natura e nella natura, passa giorni e notti in foresta solo per sentirne i rumori, per imparare a conoscerne gli animali, gli uccelli, gli insetti. È un contemplativo che cerca Dio nel!'isolamento e nella natura, oltre che naturalmente nella preghiera.
Forse, se vogliamo ricercare un'ascendenza letteraria ad Augusto Gianola, possiamo riferirci a Henry David Thoreau (1817-1862), lo scrittore statunitense autore di «Walden ovvero la vita nei boschi» (pubblicato negli Oscar Mondadori e nella BUR) che visse due anni come eremita sulle rive del lago Walden nel Massachusetts (1845-1847), per dimostrare che l'uomo può fare a meno delle complicazioni della vita moderna e condurre un'esistenza sana e felice secondo la natura. Il suo isolamento è però soltanto fittizio, essendosi stabilito nei boschi a soli tre chilometri dal suo villaggio natale, Concord: quando il vento era favorevole, sentiva il suono delle campane e il muggire delle vacche.
Thoreau è anche profeta della non violenza e della contestazione col saggio «La disobbedienza civile» (fra gli altri, ispirò Gandhi). Si rifiutò di pagare le tasse perché il suo paese aveva dichiarato guerra al Messico e passò una notte in carcere (una sua zia pagò per lui).
Singolare personaggio Henry David Thoreau, ma in padre Augusto (che non sapeva della sua esistenza) c'è molto di più: l'amore alla gente, ad esempio, che Thoreau non dimostra (era essenzialmente un individualista, sogna l'uomo capace di vivere da solo, del tutto indipendente dagli altri), e poi la ricerca di Dio. Anche per quanto riguarda il contatto con la natura, Thoreau è essenzialmente un osservatore, un naturalista, uno studioso della natura, ha molte osservazioni scientifiche, ragionamenti filosofici; Augusto invece è innamorato delle piante, degli uccelli, dei pesci, degli animali piùstrani, vive totalmente immerso nella natura perché la natura gli rivela la grandezza e il mistero di Dio.
La vita di Augusto al Paratucù può essere riassunta in due parole: procurarsi il cibo quotidiano e pregare, contemplare Dio nascosto nella natura. Le avventure del procurarsi il cibo (che Augusto definisce «lavori forzati») sono infinite.

È un fatto che il «roçado» (dove si pianta la maniaca, n.d.r.) è un campo di battaglia. Quando si viene a casa sembra di tornare dalla guerra: zoppicanti, sanguinanti, sudici e sudati, stanchi come villani. Là ci si deve difendere da tutto: le cabe e le formiche, le mutuche e le tatuchire, le cobre e gli spini e i pali che cadono e quelli che ti sferzano e quelli che ti fanno inciampare e ti forano i piedi: insomma, se non si sta più che attenti ci si massacra e non è raro il caso di chi ci lasci la pelle o schiacciato da un palo o trapassato da uno che si rompe improvvisamente sotto lo sforzo e ti si infila nella pancia o la lama di ferro che salta e rimbalza su legni duri e ti taglia senza remissione. Quante mani monche o piedi senza forza per i tendini tagliati!
Mi affido al mio angelo custode perché mi aiuti. Finora ho preso delle stangate sulla testa, delle punture di cabe e di formiche, di spini e di ciocchi, sferzate di piante negli occhi, coltellate, ecc., però niente di grave. La vita tuttavia è legata ad un filo e Dio è il mio protettore. Capitasse qualcosa, anche a gridare nessuno mi tirerebbe di sotto un tronco o mi aggiusterebbe un osso rotto o un occhio trafitto. (Diario, 22 ottobre 1974)

Vado a raccogliere la rete. Ah, Dio mio, dov'è? Tutta a brandelli in fondo al lago. I jacaré (caimani, n.d.r.) mi hanno fatto questo. Mi getto in acqua, cerco di raggiungere i pezzi che posso e vado a casa, quasi disperato. Ho un bel cercare di rassegnarmi alla volontà di Dio! Mi viene da piangere: la rete è la mia salvezza. Cosa farò adesso? Con l'amo non riesco a prendere niente. Oggi avevo preso un grosso pesce, due volte anzi, e quando l'avevo in mano mi è sfuggito di nuovo in acqua. La rete è quella che mi dà da mangiare più di tutte le altre arti. E adesso? (Diario, 31 ottobre 1974)

Ho lavorato tre giorni per rammendare un po' la mia rete. Ne ho tagliato un pezzo, il più conciato, da cui ho tratto il filo per aggiustare il resto. Ma ci sono ancora dentro quattro finestre che non so da che parte prendere. Sono in fastidio, perché se non viene nessuno a portarmi il filo e ad insegnarmi, sono fritto. L'ho messa giù così com'è e mi ha dato due pesci. Poi l'ho ritirata perché ho paura che me la facciano fuori.
Certo, la vita è così. Se non avessi queste piccole prove, se tutto mi andasse bene, sarei tentato di dire che esiste il paradiso terrestre e che io ne sono il suo fortunato abitante. Tutte queste cosette invece mi riconducono alla realtà. Ovunque c'è la sua pena, sia tra i civilizzati che tra i primitivi e si illudono coloro che volessero fuggire dal mondo in cui vivono, pensando di trovarne uno migliore. (Diario, 5 novembre 1974)

Il Diario racconta come padre Augusto ha ucciso, dopo molti tentativi, un camaleonte che gli mangiava i fagioli e poi l'assalto della «sauva», le formiche che distruggono l'orto e il frutteto.

La sauva è la piaga più grossa del Brasile. Già è notte, le sauve, un esercito sterminato, stanno festeggiando là fuori. Non posso farci niente, questo è il bello, devo star lì a guardarle, odiarle con tutto il cuore ed ammirare il lavoro perfetto che stanno facendo: quelle che tagliano foglie, fiori e frutti appena nati, al picciolo; altre che le ritagliano su misura per poterle trasportare e altre che se le caricano addosso come bandiere e se le portano a casa, lontano lontano, in un'infinità di buchi sotterra nei, a diversi piani, che richiamano molto le catacombe di Roma. Fanno strade ben pulite, larghe un palmo e c'è la processione che va e quella che viene. In una notte possono spogliare completamente una grossa pianta. E si tratta sempre di piante di frutta. (Diario, 8 novembre 1974)

È notte. Ho finito la mia giornata contemplando un tramonto meraviglioso. Mi sto accorgendo che le nuvole sono fonte di contemplazione molto più che le montagne. Sono più immense delle montagne. Più fantasiose. Sono mobili e mutevoli non solo coi colori, ma anche nelle forme. Sono più vive. Hanno quasi un carattere: allegre, imbronciate, sciocchine o pesantemente serie, solenni come fondali di chiesa o fugaci come pensieri. Evanescenti come sogni o paurosamente armate di lampi, sono per me un bel riflesso di Dio.
Lo sto scoprendo adesso. Qui non ho le montagne, ma le nubi mi danno più pensieri. Stasera, mentre il fondale era rosso e chiuso da nubi bianche altissime e nere più basse, mi pareva di assistere ad una liturgia solenne o ad un dramma tipo tragedia antica. E dietro di me si armava un temporale: il vento scacciava le nuvole e una, biancastra e furtiva fra le più grandi nere, correva come una lepre inseguita dai cani.
È bello contemplare, ma io non so come si contempla e so che è una cosa data solo ai santi e a quelli grandi. (Diario, 12 ottobre 1974)

Il Diario del Paratucù è un passo avanti rispetto al Diario precedente, scritto nei mesi vissuti con Cicero al Pananarù. Le pagine di riflessione spirituale, sulla preghiera, sulla ricerca di Dio prevalgono su quelle dedicate alla contemplazione ed esplorazione della natura e all'avventura di procurarsi da mangiare tutti i giorni. Subito all'inizio dell'esperienza, padre Augusto si chiede: perché sono qui al Paratucù?

Perché faccio questo? Non è meglio andar fuori a lavorare per gli altri? Non sto perdendo tempo? Non sono qui per dimostrarmi che so vincere la paura e mi adatto bene e so vivere quasi con l'aiuto di nessuno, e neanche per assaporare la bellezza di una vita primitiva e primordiale, soggetta alle minime esigenze, libera dall' opprimente società moderna. Sono qui per scoprire altri valori e per rendermi utile al mondo, seppure in modo stranissimo. È questo che chiedo al Signore di farmi capire.
Sto cercando di vedere se devo star qui sempre e solo con Te, Signore, o se devo ritornare nel mondo. Nell'aspettativa di questa risposta però non posso non far niente. E allora, cosa fare? Prepararmi ad un eventuale ritorno? Ogni volta che mi propongo di ritornare al mondo, non so cosa fare: Signore, dimmelo Tu. (Diario, 3 ottobre 1974)

Io sono molto tradizionale nella mia fede e nella mia pietà. Non c'è niente di originale, di personale, di nuovo. Sono ancora molto indietro. Chissà quali altri modi ci sono di pregare, di contemplare, di entrare in contatto con Dio! E io non so trovare altro che i vecchi sistemi, quelli dei vecchi padri spirituali, come il padre Motta per esempio (direttore spirituale dei seminari diocesani ambrosiani per più di 50 anni, n.d.r.). Il Breviario, il Rosario, le preghiere del mattino e della sera, l'Angelus, la meditazione, la lettura spirituale.
Dopo il Concilio Ecumenico che ha dato così ampia spinta alla pietà personale e alla libera inventiva, dovrei forse sforzarmi di cercare. A volte penso di essere, o almeno agli occhi degli altri sembro un prete avanzato, dalle vedute nuove, dai metodi nuovi. Invece se dovessi dirigere un seminario sarei come i miei vecchi superiori. Forse è nel sangue di famiglia e lo devo aver succhiato col latte materno, questo mio tradizionalismo, perché il papà e il nonno sono stati molto tradizionali. Però mi piace molto sapere e vedere che altri inventano cose nuove, hanno gesti nuovi di arte, di liturgia, di fede insomma. (Diario, 27 settembre 1974)

Recito il mio Rosario a Maria. Mamma mia buona, mi hai fatto tante grazie che non so più cosa chiederti. Suggeriscimi tu quello che devo chiederti: vorrei l'Amore di Dio. È troppo? Vorrei amarlo, amarlo, amare solo Lui, totalmente. Ma né io lo merito né ne sono capace. E so che è la cosa più importante. Bene, se non è questa la grazia, quale altra posso desiderare? Dimmelo tu, Mamma mia. (Diario, 23 settembre 1974)

Dopo un mese e mezzo di vita al Paratucù, Augusto sta maturando una decisione: di uscire dall'isolamento per ritornare alle comunità che lui stesso ha fondato.

In questi giorni si è fatto abbastanza chiaro in me un pensiero: solo, così, per sempre, no! Cioè mi sembra già fin da ora che non è la mia strada quella dell' eremita fino alla fine. Sto dicendo «mi sembra». Vedremo se luce maggiore verrà, ma è un punto che si rafforza sempre più.
E allora? C'è il problema dei tre mesi di permesso che mi scadono a dicembre. E ho paura che sia in viaggio qualche lettera del Superiore Generale che mi richiama all'ordine. (Diario, 6 novembre 1974)

Già dal giorno del mio compleanno (44 anni il 5 novembre 1974, n.d.r.) ho sentito sempre più chiarificarsi l'idea nuova: NON STARO' QUI ETERNAMENTE. Cioè mi è parso ormai che l'eremita per sempre non è la mia vocazione, né lo so fare. Mi piace moltissimo questa vita, è bella, c'è pace, c'è Dio, c'è... c'è... c'è..., ma mi pare che manchi qualcosa. Non so che cosa sia. O forse qualcuno, chissà, la gente, quella gente che pur mi dà così fastidio e che non riesco ad amare.
Non ho scritto subito perché volevo esserne più sicuro, ma mi convinco ogni giorno che passa che non posso sempre star qui. Andrò fuori? Sì, a Natale andrò fuori, il Natale con la gente. È una decisione presa in coscienza, come le altre, seguendo il proposito d'interrogare sempre la coscienza? Mi pare di sì. Voler continuare a star qui incomincia a rimordermi. Si avvera quel che avevo scritto: non uscirò di qui per motivi fisici o psicologici, ma solo spirituali. Infatti ormai ho constatato che ci so vivere, non soffro la fame, so lavorare, non soffro la solitudine né la paura. Soffro invece per qualcosa di più profondo: mi pare di non essere a posto, di sentire qualcosa o qualcuno che mi chiama fuori e che là c'è la strada nuova per me, più utile per tutti. (Diario, senza data, ultimi giorni del novembre 1974)

Anche al Paratucù padre Augusto riceve visite. Vengono gli amici del Mocambo, con due giorni di viaggio in canoa e a piedi nella foresta. Quando se ne sono andati scrive:

Chissà perché, adesso che sono andati via gli uomini, mi sento più a mio agio in tutto, sia nella vita materiale che spirituale. Mi sono d'impaccio gli uomini? Sì, mi fa piacere la loro compagnia, ma è sempre troppo impegnativa. Forse il mio desiderio di solitudine non è propriamente eremitico, ma è solo desiderio di libertà. Libertà dal peso del prossimo, dalle convenzioni sociali, dagli obblighi anche spirituali. Adesso però constato di sentire anche la mancanza di questo prossimo, di questa umanità che è la mia stessa natura. Fra le due voci, quella della libertà che mi spinge qui lontano dagli uomini e gli uomini che mi richiamano a loro, quale vincerà? (Diario, 26 novembre 1974)
Mi pare di vedere sempre più chiaro che la mia era una ricerca di libertà più che tutto. Ricerca di Dio certamente, ma su un cammino di piena libertà. Per l'amor del Cielo, Dio è sempre stato il mio oggetto principale. Qui al Paratucù vivo una vita di fede, di unione a Dio, di bella preghiera. Ma ciò che mi piace di più qui è la libertà.
Libertà vo cercando, ch'è sì cara. E ormai ho deciso di rinunziarvi. Non per paura, non per l'impossibilità di vivere qui, non per nostalgia del mondo. Qui io faccio quel che voglio, mi alzo quando voglio, lavoro quando voglio, riposo, vesto come e se voglio, mangio come voglio, prego come voglio, vivo, muoio come voglio. Libero dal dar conto a qualcuno, da orari, da impegni, da promesse, da disturbi del prossimo, da occhi, da rimproveri, da giudizi che non siano quelli di Dio e della mia coscienza.
Sento quello che perdo, sono qui non tanto per avventura, infatti non ho cercato nessuna avventura. Sono qui per sentirmi libero. Ho sentito il gran valore della libertà, l'ho gustato.
Ma non mi basta ancora. Anche se qui c'è Dio. Dio non mi basta? No, a me no. E Lui lo sapeva perciò ha lasciato detto di cercarlo tra gli uomini. La libertà è bella ma incompleta. Quell' «ama il prossimo tuo come te stesso», elevato a comandamento supremo, uguale al primo, è davvero un segreto di contentezza. (Diario, 27 novembre 1974)

Il 12 dicembre 1974 padre Augusto scrive a mons. Arcangelo Cerqua, suo vescovo di Parintins, che gli aveva mandato gli auguri di Natale. Una lettera umile e cordiale, in cui chiede scusa al vescovo, dicendogli di aver scelto le «colonie» dei caboclos a Urucarà, come suo lavoro uscendo dall'isolamento del Paratucù.

Il mio anno ignaziano di esclaustrazione sta per finire. In gennaio infatti mi consegnerò definitivamente al mio nuovo Vigario (parroco, n.d.r.), p. Celso di Urucarà, come ho concordato col Superiore Generale. Questo anno o poco più di foresta non mi ha dato apparentemente molti risultati. Solo alcune voci molto «oscure», che procurerò «aproveitar» (di farne tesoro, n.d.r.) con l'aiuto del Signore.
Questa esperienza forse mi sarà utile per comprendere di più il mondo caboclo e lavorare più da vicino con esso nelle colonie, il che, come lei sa, è sempre stato un mio desiderio. Per questo ho preferito scegliere Urucarà e in questa lettera colgo l'occasione per chiederle scusa delle mie disobbedienze e del mio abbandono di Parintins. Non c'è altro motivo (tutto è passatissimo, quello che è successo) se non una mia inclinazione ad un lavoro diverso. Lascio a Dio il giudizio. lo non so se la scelta è stata giusta e ben fatta: che Egli non mi abbandoni.
Quanto alla mia vocazione eremitica... forse per mancanza di maestri o di libri, come eremita amazzonico sono fallito. La vita solitaria è bellissima per me, ma appunto perché troppo bella e libera, dopo tre mesi di vita «al limite» l'ho sentita anche abbastanza sterile dal punto di vista spirituale. Forse bisognava avere più tempo a disposizione, ma i termini fissati dal Superiore erano di tre mesi. Ho preferito ascoltarlo e ora uscirò, con grande saudade (nostalgia, n.d.r.) però di questa vita, anche se non mi ha dato, ripeto che qualche piccolo barlume. Questo mio eremo però resterà e ogni tanto vi farò ritorno a rinfrescarmi l'anima e se qualcuno vuol usarne, «a casa è nossa» (la casa è nostra, n.d.r.). Bene, dom Arcangelo, mi ritenga sempre uno dei suoi, anche se transfuga, e disponga sempre: Urucarà non è poi molto lontano. (Lettera del 16 dicembre 1974)

Il vescovo (lettera del 23 dicembre) lo benedice e gli assicura di ricordarlo «sempre con affetto trepido, benché in apparenza burbero e pungente». Gli augura di trovarsi bene ad Urucarà, anche se «la presenza di tante persone, di mentalità differenti, mi fa temere in futuro qualche comprensibile malinteso. Forse in un settore della Prelazia (di Parintins, n.d.r.), come quello di Maués, ti saresti trovato meglio. Comunque sono contento che sei uscito dal 'mato' (foresta)».
La vigilia del Natale 1974 padre Augusto è al Mocambo, dove celebra la Messa di mezzanotte, trionfalmente accolto dalla gente che nutre un grande affetto per questo missionario così originale, incomprensibile, ma anche così straordinariamente umano e spirituale. Ecco alcune pagine finali del Diario, con riflessioni sull'esperienza di un anno in foresta.

Cosa ho ottenuto? Non sono certo convertito. Ho pregato molto, ma non so se ho imparato a pregare. Prego le solite preghiere, con attenzione, col cuore, sto alla presenza di Dio. Ma sento che c'è molto cammino da fare su questa strada. E ormai non ho più tempo. Forse andando fuori sarò sommerso da altro lavoro, che non avrò più il tempo di imparare a pregare. Qui la preoccupazione del vivere mi occupa quasi tutta la giornata, che poco mi resta per contemplare. Il tempo più bello che io sento per poter contemplare è sul far della sera, dalle 5 alle 6. L'ho fatto pochissime volte però, tuttavia sono riuscito a percepire qualcosa, forse ad arrivare alle porte della contemplazione. È quella pace, quello sguardo lungo che si posa sul paesaggio, vi si riposa ma scivola oltre e si perde là, lontano lontano, dove il sole sta scendendo veloce e i pensieri vengono, calmi e importanti e veri. E si sente nell' aria una presenza e il cuore si gonfia...
La vocazione eremitica? Almeno so davvero che non è il mio cammino, perciò non perderò più tempo a cercarlo, almeno in questa forma estrema. Inoltre anche ho capito che per me ci vuole forse ogni tanto un ritiro di questo tipo, per confrontarmi con me e concludere pensieri e decisioni che nel mondo riesco solo a intravedere. Perciò ho deciso, se sarà possibile (cioè se la nuova vita e i nuovi superiori me ne daranno il tempo, il permesso e la possibilità), di mantenere questo mio eremo sempre aperto e venirci a passare ogni tanto qualche tempo, magari in quaresima o avvento. E tenerlo sempre a disposizione anche di altri che volessero passarvi un po' di tempo. (Diario, novembre 1974, senza data)

Soprattutto un punto mi ha aperto il cuore: forse non ho trovato Dio nella maniera sentimentale. Certo non sono riuscito ad abbracciarlo. Ma la sua presenza l'ho notata. Ed è una presenza che aumenta in misura che gli si dà fiducia: quando si ha fiducia in lui, può tardare un po', ma poi viene... Queste cose sono aumentate in me per mezzo della precarietà della vita in cui mi sono messo. Fede, fede totale, fiducia completa. Sarò capace di trasportare tutto questo là fuori, dove i paradigmi sociali sono così differenti e lo stile di vita così diverso? Perché non sono un convertito. Sono ancora quel povero uomo di prima. Ho paura di fare propositi, anzi non ne faccio nemmeno uno. Cercherò di ricordarmi il più possibile del mio Paratucù, come gli Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni si ricordavano spesso del Tabor. (Diario, novembre 1974, senza data)

Negli ultimi giorni al Paratucù, padre Augusto tenta un «bilancio del 1974», e afferma di lasciare il giudizio a Dio sulla sua esperienza. Però nota che ha «pregato di più».

Però, nonostante le preghiere molte e belle, non mi sento un convertito. Vorrei poter dire che quest'anno è riuscito a far morire l'uomo vecchio, una morte a cui fa seguito una nuova vita. Ma sento che non è proprio così. Alla fine del mio anno eremitico devo dire che non sono riuscito ad abbracciare Dio. Però qualcosa si è mosso dal di dentro. A furia di pensare, meditare, pregare, contemplare, Dio ha mostrato di più il suo volto e in modo strano, cioè nascondendolo completamente. Per cui esco dal Paratucù con una fede diversa, ma nel suo insieme più forte. (Diario 21 dicembre 1974)

Augusto passa poi a descrivere !'idea che s'è fatta di Dio, che supera sempre tutto quanto noi possiamo dire di Lui. Lo definisce «Infinito Misterioso Amore», rendendosi conto che è quanto già dice San Giovanni. Poi ragiona su questi tre termini, confessando di voler seguire Gesù Cristo, che ci ha aperto la strada, rivelandoci nell'amore il volto di Dio. (Diario, 21 dicembre 1974)

Ultimo giorno di solitudine. Non posso nascondere un certo rincrescimento nel lasciare questo estremo lembo di libertà. La libertà si paga con la precari età. La sicurezza con la fatica e l'ordine. La libertà e la sicurezza non stanno insieme. La libertà significa il rischio. Però è spensierata, sciolta, bella, fantasiosa, libera insomma: si fa quel che si vuole, è una bella vita senza preoccupazioni né responsabilità.
La sicurezza invece la si deve preparare, guadagnare, conservare a fatica, preoccupa, fa pensare al futuro. Sia la libertà che la sicurezza sono però relative. Non si è mai totalmente liberi, come non si è mai totalmente sicuri.
Ho vissuto l'avventura della libertà fino ai limiti estremi. Me ne sono inebriato e devo dire che è un' esperienza straordinaria e che mi rincresce interrompere e che comunque cercherò di mantenere come riserva qui e di portarmene un po' anche là fuori, impostando almeno il lavoro come mi è più consono.
Ma è certo che ne ho visto un po' anche l'egoismo e la sterilità. Non ne ho il diritto, quando altri milioni di amici non la possono godere come me. È meglio che io sia un po' più schiavo con loro, affinché possano imparare ad essere un po' più liberi con me. Spero di riuscire a trasmettere loro il senso e il valore della libertà. (Diario, 20 dicembre 1974)

Quando Augusto è uscito dalla foresta, io ero ad Urucarà - racconta Nella Castiglioni - ed ho saputo che per Natale gli uomini del Mocambo andavano a prenderlo. L'hanno trovato coricato nell'amaca, con una febbre malarica a 40 gradi, giallo come un limone. Non stava in piedi, da diversi giorni non mangiava. L'hanno portato fuori a spalle. Quando l'ho visto mi sono spaventata: ci eravamo incontrati un anno prima in Italia, adesso sembrava un fantasma tanto era magro.

Appena uscito dal Paratucù, padre Augusto viene portato all' ospedale di Itacoatiara. Gli attacchi di malaria degli ultimi tempi, oltre al severo digiuno in foresta, gli avevano fatto perdere altro peso: è 74 chili, mentre il suo peso forma era fra i 95 e i 110 (era alto più di 1,90 metri)! «Ora mangio molto» scrive in una lettera. Il 15 gennaio 1975 è nella parrocchia di Urucarà.

Ricevo in questi giorni una lettera dal Dom Arcangelo (Cerqua), in cui mi dice che vuoI fare con l'aiuto del prefetto, del governo, una città al Mocambo. Sono veramente contento che si realizzi nella cara terra del Mocambo il sogno da me tanto accarezzato, fare una quasi parrocchia e una città nuova. Ho cominciato il lavoro, ho lottato coi potenti, ho convinto i più scettici, ho fatto promesse. Il Signore non ha voluto che fossi io a realizzare il sogno. Ma sono felice che il sogno si realizzi e che sia un altro a realizzarlo: il padre Vicente (Pavan, del PIME, parroco della cattedrale di Parintins, da cui dipendeva il Mocambo, n.d.r.) ha senz'altro più capacità di me.

Per conto mio comincio un lavoro ben nascosto. Non mi sento più quella voglia di affrontare le platee. Non si vedrà un bel niente di quel che farò e mi si vedrà poco anche me. Ma cercherò di fare un lavoro sottobanco, di far passare l'idea di Dio e del suo amore misterioso, di nascosto, quasi di contrabbando, nel lavoro di ogni giorno e nella convivenza coi caboclos. (Diario, 16 gennaio 1975)