AUGUSTO GIANOLA
IN MISSIONE
PER CERCARE DIO
Lettere dal Brasile
A cura di Piero Gheddo
EDIZIONI SAN PAOLO 1998
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Prefazione, di Sergio Zavoli |
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I. Da prete diocesano a missionario in Amazzonia (1951-1963) |
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II. La «luna di miele» della vita missionaria ( 1963-1966) |
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III. La parrocchia San Giuseppe operaio nello stile povero dei caboclos (1967-1973) |
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V. Una nuova avventura: le colonie agricole sulle «terre alte» (1975-1976) |
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VI. La rivoluzione tra i caboclos dell' Amazzonia, non con Marx ma con il Vangelo (1977-1984) |
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VII. 1400 chilometri in canoa sul Rio delle Amazzoni e il monastero dei cistercensi (1985-1986) |
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VIII. L'avventura finale in foresta: Augusto contento perché lebbroso! (1987-1990) |
PREFAZIONE
di Sergio Zavoli
Di personaggi come padre Gheddo se ne ho visto qualcuno non me
lo ricordo. Anzi, a dirla tutta, mi pare di non averne mai incontrati.
Gheddo, provo a descriverlo, è una specie di inviato speciale. Lo incontri nei
luoghi dove Cristo non ha solo gli anni della Chiesa, ma anche quelli della sua
vita pubblica, uomo tra gli uomini, cioè dove è ancora in viaggio con la sua
tunica, la sua parola, i suoi seguaci, i suoi miracoli, ma anche con chi lo
dileggia, lo scredita, lo insidia, lo uccide. Gheddo è lì, a prendere nota di
quel perenne Gesù rimasto sulla Terra a farsi largo con una «promessa» che
entra nella foresta non col machete, bensì cercando tutti: i cuori puri e le
braccia aperte, ma anche quelle ostili e chiuse, se non addirittura pronte a
rimetterlo in croce. Gheddo, insomma, è sempre sul fronte dove Cristo continua
a giocarsi la vita per una parola misteriosa, che minaccia tutti i totem del
mondo: è la Parola di Dio.
Questo prete sorridente e risoluto è instancabile nel testimoniare, in ogni
«foresta del mondo», il Gesù che rivive in coloro cui ha detto di andare, nel
suo nome, a rinnovare tutte le cose; egli lo fa in qualunque terra di missione,
nel nome di colui che è morto per tutti ma più di ogni altro per gli ultimi:
gli attardati perché deboli e derelitti, perché ciechi e sordi di fronte alla
parola che annunzia non solo la loro liberazione in questa vita, ma il loro
primato nell'altra.
Gheddo è tra chi vede con i propri occhi ciò che dai missionari forse non
sapremmo mai, o mai abbastanza. Dai suoi viaggi di testimone e al tempo stesso
di animatore, di protagonista, ricaviamo una vera e propria storia del più
arcano e tuttavia naturale degli eventi, cioè l'ininterrotto trascorrere di
Gesù per le vie del mondo: non per convertire a colpi di croce, con l'arma
estrema del suo martirio, non per sgominare ogni altra fede con la sua
totalità, ma per assumere ogni speranza nella Speranza, in nome di quell'«unum
sit» che fa degli uomini l'uomo, degli dei e degli idoli Dio.
Ho rivisto Gheddo, instancabile e sereno nel raccontare le missioni, il giorno
in cui presentavamo insieme un libro coraggioso e bellissimo di quello
straordinario cardinale che è Joseph Tomko, nella cui giurisdizione, per così
dire, operano i missionari di ogni parte del mondo. L'evangelizzazione
missionaria, mi dicevo, è davvero la nuova Pentecoste: e in essa viene
coinvolto - per primo, con la propria parte di ravvedimento - proprio
l'Occidente così a lungo privilegiato dalla Chiesa; un'evangelizzazione, cioè,
che parta dai «saperi» e dai «poteri», i primi perché tengono chi non sa
nell'ignoranza, i secondi perché lasciano i poveri nella povertà.
Grazie, padre Gheddo, per quello che fai e documenti. Non c'è fede in una
verità rivelata cui la storia non aggiunga qualcosa. La profezia, certo, resta
intatta e sovrana, ma il credente in Cristo lo è anche perché sa che qui, sui
nostri passi, Lui c'è già stato e a suo modo ritorna. Il comunicare la tua
esperienza agli increduli e agli indifferenti è un segno di speranza, il tuo
giornalismo missionario è una ricchezza data a tutti.
Ascoltandoti e leggendoti vie n fatto di chiedersi se noi, così al sicuro,
siamo certi di amare gli altri come noi stessi, e lealmente dovremmo risponderei
che, non di rado, questa certezza ci manca. In realtà, chi può dirsi capace di
amare Cristo al punto da sopportarne l'imitazione? Una risposta inattesa e
stupefacente, caro padre Gheddo, sta proprio nei tuoi viaggi, nelle tue
scoperte, nelle tue analisi, e sono i martiri. Mille, sono negli ultimi sessant'
anni. Quelle croci, come tanti cippi dell'umanità che si divide e rinnega - ad
onta di tutte le globalizzazioni che vorrebbero dimostrarci il contrario -,
dicono che il tempo dello Spirito confuso con il sangue non è finito. Facendoci
conoscere quei martiri, caro Gheddo, tu fortifichi in noi la volontà di
combattere la «buona battaglia», quella di testimoniare, in un mondo sempre
più arido ed egoista, che lo Spirito dovrà dominare sul sangue. È la
premessa, e insieme la promessa, di tutto il nostro viaggio, per adesso e per
dopo.
Ma voglio ringraziarti, soprattutto, per questo volume in cui hai raccolto le
lettere di padre Augusto Gianola, straordinario e attualissimo testimone di una
battaglia (Dio viene sul fiume) e queste sue lettere, ho pensato: allora, se
esistono ancora oggi, sconosciuti ma reali, questi seguaci di Cristo, vuol dire
che Egli è ancora qui a cambiare il mondo, l'umanità. Non possiamo essere
pessimisti: i missionari sono un segno di speranza per tutti.
In padre Augusto Gianola, eremita delle foreste amazzoniche, la fede non è mai
un sentimento staccato dalla vita, anzi è la radice di una umanità autentica.
Esprimo un augurio: che la stampa missionaria non si perda in temi secondari, o
marginali, ma sia capace di trasmettere, come Gheddo fa anche in questo volume,
lo stupore gioioso per quelli che, come padre Augusto, a otto anni dalla morte,
sembrano ancora così vivi da toccarci il cuore; e sia capace altresì di
aprirei gli occhi su ciò che la missione - se non fosse per loro, per i Gheddo
e i Gianola - ci terrebbe nascosto.
INTRODUZIONE
di Piero Gheddo
Quando tre anni fa, nel novembre 1994, l'Editrice missionaria
italiana (EMI) pubblicava la biografia di padre Augusto Pianola (l), ero sicuro
del suo successo editoriale (quattro edizioni con circa 16.000 copie vendute),
ma non immaginavo l'ondata di consensi che il libro avrebbe suscitato (lettere,
telefonate, richieste di conferenze, articoli sui giornali).
Non è comune che i lettori di un libro scrivano all'autore. Per un articolo di
giornale sì, ma non per un libro. Ebbene, la biografia di padre Gianola mi ha
procurato davvero tante, lunghe e commosse lettere. Che mi hanno dimostrato due
cose: padre Augusto tocca il cuore anche di molti che non l'hanno conosciuto e,
secondo, la sua «avventura missionaria» (scritta a partire dal suo diario) fa
del bene. Ne ringraziamo il Signore.
«Di Gianola ne basta uno. Due sarebbero troppi»
Prima di scrivere la biografia di Augusto, pochi erano
d'accordo. Parenti, amici, collaboratori, missionari, chi l'aveva conosciuto
diceva: «È troppo presto per scrivere. Bisogna lasciar calmare le acque, la
sua vita ha suscitato tanti contrasti, divisioni, giudizi negativi... ».
Allora sono andato a trovare monsignor Aristide Pirovano (2) e gli ho chiesto se
facevo bene a scrivere quel libro, perché diversi confratelli e amici suoi mi
dicevano: «Raccogli il materiale perché non vada perso, ma per il momento è
meglio non dire nulla». Pirovano nella sua saggezza mi ha risposto: «Scrivi
perché Augusto merita di essere ricordato e la sua storia può interessare
soprattutto i giovani e suscitare vocazioni missionarie. Ma mi raccomando, non
presentarlo come un missionario modello. Ha fatto troppo disperare il suo
vescovo e anche i superiori del Pime. Come lui ne basta uno. Due sarebbero
troppi».
Poi, leggendo il suo diario (3), a poco a poco mi sono convinto che questo
missionario può ancora, con l'aiuto di Dio e anche da morto, fare del bene.
Nient'altro. Non dò giudizi spirituali, morali, teologici, mistici o che altro
su di lui. Ma da sacerdote e giornalista ho subito avvertito che questa sua
«tormentata ricerca di santità» (sottotitolo di Dio viene sul fiume) è un
formidabile messaggio di evangelizzazione soprattutto per i giovani di oggi.
Perché Augusto è un giovane, di spirito giovanile, di sensibilità aperta,
moderno, avventuroso, insofferente di fronte alle regole e alle pastoie
burocratiche (per alcuni versi uno «spirito sessantottino»), amante della
natura, poeta, sognatore, scrittore geniale ed efficace... insomma, ha tutte le
qualità per piacere ai giovani di età e di spirito (4). E nello stesso tempo
trasmette con tutta la sua vita questo messaggio di fede: solo Dio conta, il
resto, in fondo, passa presto e non vale niente; ha valore solo se è orientato
a Dio, se è vissuto per Dio e nella Legge di Dio.
Non è che di Augusto si possa approvare tutto. Per carità, era fuori riga in
molti campi e aspetti della vita, ha fatto molti sbagli. Ma anche questo suo
prepotente scoppiare, esplodere, non stare mai dentro nessuna regola, finisce
per condurre a
Dio, a Gesù Cristo, al Vangelo. Lo ripete lui stesso più volte: nessun cammino
può agganciare l'Infinito, nessuna teologia può rappresentare l'Assoluto,
nessuna regola o modello umano può avvicinarsi a quello di Cristo. L'uomo deve
sempre cercare il di più, andare oltre, allargare lo sguardo al di là delle
frontiere stabilite, sapere che Dio è e rimane misterioso e si conquista solo
con una fede e un amore senza limiti.
Natura e caratteristiche di questo libro
A seguito del successo, non solo editoriale della biografia, è
nata l'idea di raccogliere e pubblicare l'epistolario di padre Augusto. Impresa
non facile. Parenti e amici custodiscono con comprensibile gelosia i suoi
ricordi, le sue lettere hanno spesso notazioni intime, rimproveri ai
destinatari, osservazioni di carattere familiare... Metterle in pubblico, a
pochi anni dalla sua scomparsa, pareva a molti quasi violare un'intimità che
invece va protetta. Ho fatto loro un semplice ragionamento: la biografia di
padre Augusto (me l'hanno scritto anche vescovi e sacerdoti autorevoli oltre che
molti lettori comuni) con l'aiuto di Dio è stata per tante persone, anche
lontane dalla pratica cristiana, 1'occasione per avvicinarsi alla fede, al
Vangelo, a Cristo, alla Chiesa missionaria. Lo stesso può essere delle lettere.
Ringrazio perciò tutti coloro che mi hanno mandato scritti di padre Augusto (5).
Spero di non aver tradito la loro fiducia.
Ho dovuto fare una selezione, pubblicando circa i due terzi delle lettere
raccolte, e di queste solo quei passi che risultano originali, non ripetuti in
altri documenti. Di qui anche la scelta di abolire l'intestatario, i convenevoli
iniziali, i saluti conclusivi, a parte quelli che risultano interessanti per
qualche motivo. Ho messo però tra parentesi, al termine di ciascuna lettera, la
data e la persona o l'ente a cui era destinata; e per ogni documento ho scelto
una frase che serve da titolo (fra virgolette), segnalando in tal modo il
contenuto di quanto Augusto scrive o l'espressione più originale (o ambedue).
È un richiamo che stimola a leggere.
Le lettere di questo volume coprono un periodo di quasi quarant'anni: dal 1951
al 1989, cioè dagli anni trascorsi nel seminario di Venegono Inferiore, fino a
pochi mesi prima della morte. Il volume è diviso in otto capitoli, ordinati
cronologicamente, a ciascuno dei quali ho premesso una breve introduzione che
permette al lettore di comprendere quel periodo della vita di Augusto. In calce
alle pagine parecchie note che spiegano fatti, episodi a cui le lettere
accennano soltanto ma non raccontano.
La genialità di Augusto, nello scrivere, non è inferiore a quella del suo
confratello Clemente Vismara (6). Leggendo questo epistolario dal Rio delle
Amazzoni, vengono in mente le Lettere dalla Birmania di padre Clemente (7). Ogni
missiva una trovata, ogni paragrafo una battuta, mai ripetitivo, sempre geniale.
« Viva la comunione dei santi e anche dei non santi», dice alle Carmelitane di
Sassuolo che pregano per lui. « Lei stia pure in Italia e ritorni con comodo,
così staremo tranquilli anche noi», scrive al suo vescovo monsignor Arcangelo
Cerqua che ha comunicato di voler tornare in Amazzonia il più presto possibile.
«Ve l'immaginate un san Francesco col fucile in spalla?», scrive atteggiandosi
ad una specie di san Francesco immerso nella natura, quando verso la fine della
vita rinunzia al fucile: proprio lui, gran cacciatore fin da ragazzo, che butta
giù pagine e pagine, anche nel diario, sulla caccia e occupa parte delle
lettere al papà e al fratello Alberto parlando di pallini, pallettoni, calibri,
fucili, spingarde, munizioni...
Augusto, come Vismara appunto, con la penna in mano non cade mai. Sarebbe stato
un ottimo giornalista e scrittore. Il suo periodare è sostenuto, non stanca,
aggancia un tema all'altro con naturalezza. Pur ritornando spesso sugli stessi
temi, ha sempre qualcosa di nuovo. Quando ho avuto le sue lettere trascritte al
computer (8), mi sono accorto che bisognava tagliare parecchio, per non superare
le 400 pagine stabilite per il volume. Ho letto e riletto i testi, tagliando e
limando qua e là. Ma è stata una sofferenza quando dovevo cassare.
Chi era padre Augusto Gianola, l'eremita dell' Amazzonia
Padre Augusto Gianola (9) è diventato missionario del Pime dopo dieci anni di sacerdozio nella diocesi di Milano (dal 1953 al,1962). Parte per l'Amazzonia nel novembre 1963 e muore a Lecco il 24 luglio 1990. Aveva 60 anni, con 27 anni di Amazzonia così divisi:
1) due decenni di apostolato e azione sociale: 1963-1973 a
Parintins; 1975-1985 a Urucara, nelle «colonie agricole» e nella « Scuola
agricola» da lui fondate; pochi mesi alla fine del 1989 al Mocambo;
2) due periodi di isolamento dedicato alla preghiera e alla contemplazione: 1974
in foresta, al Panauaru e Paratucu; 1986 a Jequitiba (monastero cistercense in
Brasile); 1986-1989 ancora in foresta al Paratucu;
3) quattro ritorni in Italia: 1973 (otto mesi), 1980 (cinque mesi), 1985 (sette
mesi, compreso il lungo viaggio in canoa e a piedi), 1990 (dal 24 marzo al 24
luglio, data della morte).
Padre Gianola è uno dei poco meno di 200 missionari del Pime che
hanno lavorato in Amazzonia, dal 1948 ad oggi (10). Certamente uno dei più
originali e affascinanti. Ha lasciato un segno ovunque è andato e in tutti
quelli che ha incontrato. Enzo Biagi, invitato a scrivere la Prefazione della
biografia Dio viene sul fiume (dopo l'intervista televisiva che gli aveva fatto
per Rai Uno nell'ottobre 1989 in Amazzonia), mi ha detto: «È stato uno dei
più toccanti incontri spirituali che ho avuto nella mia vita».
Da dove viene il fascino di quest'uomo?
Certamente dalla sua vita fuori da ogni schema, che irrita, provoca, affascina.
E poi dal fatto che, pur nell'apparente guazzabuglio della sua esistenza, egli
mira all'essenziale. Si può dire tutto di lui: è esagerato, estremista,
imprevedibile, sregolato, impossibile, complessato, incostante, geniale,
insensato (secondo il «comune buon senso»), «stufatore» (come scrive lui,
cioè che stufa, che stanca, con i suoi problemi, i suoi dubbi)... Insomma,
parlando di lui non si finirebbe mai. Contraddittorio, non c'è dubbio, non
riesci mai a dire «Augusto è così», perché una pagina dopo è già diverso,
l'opposto. Ma non si può negare che il senso profondo e unico della sua vita è
stato la ricerca di Dio e della santità.
Non doveva essere facile viverci assieme: mai contento, sempre alla ricerca del
di più, del nuovo, con ritmi di vita impossibili... Faceva digiuni spaventosi
(diminuisce di 40 chili durante il primo isolamento in foresta, da 105 a 75) e
poi era capace di svuotare in una serata il frigo della casa episcopale
divorando tutto quel che c'era. Se si commuoveva nel vedere una bella ragazza e
(dice nel diario) faceva penitenze e chiedeva perdono a Dio, poi commetteva
imprudenze che nessun missionario «normale» avrebbe commesso, mettendo così
le premesse perché molte donne gli « corressero dietro» e si innamorassero di
lui: era poi costretto a difendersi, non si faceva trovare, scappava...
Augusto parlava di Dio a tutti. Manda una lettera alle ragazzine di una scuola
media di Lecco e parla loro di Dio; ai suoi nipoti adolescenti dice che devono
aspirare alla santità; muore la mamma e lui scrive (1989) ai fratelli e sorelle
che è contento, perché almeno adesso la mamma non è più soltanto a Lecco, ma
anche con lui in foresta. È originale e sincero fin quasi ad essere offensivo.
Alle amiche del Laboratorio missionario lecchese dice (1969) che a loro non ha
mai scritto perché lui era viceparroco e ai soldi doveva pensarci il parroco;
adesso che lui stesso è parroco (e si firma «parroco missionario lecchese»)
si affretta a riprendere i contatti: «Carissime, buonissime, generosissime...
Ricordatevi di me e non solo nelle preghiere» .
Come viveva e realizzava la «teologia della liberazione»
Il materiale di queste lettere è ricchissimo, fa discutere. Non si finirebbe più di annotare, commentare, contestare quanto Augusto dice o come agisce. Ad esempio, Augusto aveva raggiunto la convinzione, ingenua ma affatto superficiale, che c'èun sistema di vita semplice, secondo natura, che libera l'uomo perché lo avvicina a Dio e lo rende più uomo. Per cui si sforza, con la fondazione delle «colonie» in foresta e la Scuola agricola di Urucani, di tenere i caboclos lontani dalla città, da Manaus. Ci sono su questo tema lettere molto belle al gruppo d'appoggio Centpe di Locate Varesino (anni 1977-1981):
«Io continuo a predicare ai caboclos di non andare ad abitare nelle città, mostrando loro che diventerebbero meno liberi, marginalizzati. E per far questo io vivo in mezzo a loro, come loro, mangiando e lavorando con loro, così da dimostrare che un bianco può vivere felice anche con la loro vita, anzi è fuggito da un ambiente di progresso perché là non era felice e qui con loro, fra le piante e gli animali e la gente semplice, si sente felice. Questo è il messaggio che io cerco di trasmettere, più con l'esempio che con le parole e con le prediche» (lettera del 10 febbraio 1979 al «Ghit», Gaetano Canavesi, dei Centpe di Locate Varesino).
Ma poi si accorge, ed è costretto a confessarlo, che i caboclos, una volta raggiunto un certo progresso economico, non lo seguono più. Diventano anche loro adoratori del dio denaro:
«Le colonie cominciano a produrre, appaiono i soldi e il cuore dell'uomo ne è accecato. È vero che io ho già da tempo iniziato la campagna contro la ricchezza, ma è quasi un controsenso. Loro mi dicono: "Tu ci hai insegnato la strada del progresso, del come venir fuori dalla miseria e adesso vuoi frenarci e dirci che siamo sulla strada sbagliata". Non mi ascoltano più, il luccichìo dei soldi è più forte delle mie parole» (ai Centpe di Locate Varesino da Manaus, 26gennaio 1981).
«I coloni stanno finendo di essere miserabili - scrive
in altra lettera ai Centpe del 23 ottobre 1981 - ma sentono fortemente la
tentazione del dio denaro e quelli che si mantengono idealisti sono pochi (...).
È facile per noi dire loro che l'asino è più ecologico del trattore, ma loro
ti dicono: "Allora perché in Italia non usate l'asino? Andare a piedi o in
bicicletta sì, è bello e sano, però perché voi andate in automobile?» .
«Io mi sforzo ancora di andare in canoa ma sono scemo perché tutti mi passano
davanti col motore e mi guardano come tipo originale, poveretto. Il progresso
ingoia tutto anche qua e tutto si complica, addio vita calma e serena, senza
burocrazia. È triste vedere che questo mondo va scomparendo. Dovrò rifugiarmi
fra gli indios per avere un po' di semplicità?».
Commovente Augusto, in questa lotta contro i mulini a vento. E
non si rende conto che mentre per lui, prete animato da grandi ideali spirituali
e uomo che viene dal progresso di un paese ricco, è possibile rinunziare al
benessere, alla ricchezza, alla città, alle scoperte moderne (basti pensare al
cinema e alla televisione!), per i caboclos invece, che sono sempre vissuti nel
fango e in capanne di paglia, è quasi impossibile! Quando crescono
economicamente, èinevitabile che vogliano almeno sperimentare tutto quello che
luccica e attrae...
Nel campo della fede e della preghiera era piuttosto tradizionalista, ma in
politica lo si potrebbe definire un « utopista sovversivo». Però, in linea
con le sue molteplici contraddizioni, non amava in nessun modo la
«rivoluzione" ispirata al marxismo, cubana o cinese o quella invocata da
una certa «teologia della liberazione". Vedeva il comunismo come il fumo
negli occhi (si legga cosa scrive dopo il colpo di stato dei militari in
Brasile, nel 1964). Ma nella sua azione era chiaramente schierato con i poveri,
gli ultimi, protestando anche per i compromessi di non pochi «uomini di
Chiesa" col potere politico ed economico.
Realizzava la «teologia della liberazione" con tutto il suo lavoro per le
colonie agricole e la Scuola di Urucani, ma era contro lo spirito di questa,
come lo vedeva rappresentato dai missionari canadesi della Prelazia di
Itacoatiara. Ai quali rimproverava di essere «rivoluzionari" a parole,
mentre lui, senza odi e senza violenze, ma in spirito di amore e di dialogo col
governo (militare), riesce ad ottenere molto per i caboclos.
«(.. .) il mio Vescovo e gli altri padri (canadesi) sono rivoluzionari - scrive nella lettera ai Centpe di Locate Varesino del 23 ottobre 1981 - e vogliono a tutti i costi buttare il popolo contro il governo (a quel tempo la dittatura dei militari, ndr). Ora, noi che viviamo in mezzo al popolo, sentiamo che il linguaggio del popolo non è rivoluzionario, ma che l'idea di rivolta violenta è importata. Noi parliamo come il popolo, ci lamentiamo con il governo, lo obblighiamo ad aiutarci, lo critichiamo aspramente, ma con amore, cioè senza odio. E otteniamo molte cose, più di loro. E allora ci accusano di essere col governo».
Il senso dell'avventura nella vita di padre Augusto
In queste lettere manca molto (ma c'è anche dell'altro) di
quello che c'è nella biografia Dio viene sul fiume (11): ad esempio, tutto il
capitolo sugli scherzi che Augusto faceva ai missionari (qualcuno diventava
furioso, e buona parte dell'antipatia che Augusto si attirava era dovuta a
questo!) e ai caboclos. Era un suo modo di esprimersi, di mantenere
allegra la compagnia, di creare il mito dell'uomo giocherellone che ne faceva di
tutti i colori.
Scherzi a volte stupidi e pericolosi. Come quella volta che, andando in canoa a
visitare una famiglia che abitava in una capanna sulle palafitte in riva ad un
lago, Augusto lascia la canoa in un igarapé (fiumiciattolo) vicino e si
avvicina alla capanna nuotando sott' acqua per non farsi vedere (era un
nuotatore formidabile). Ma doveva di tanto in tanto venire fuori a respirare.
Sfortuna volle che sulla veranda di quella capanna fosse seduto il capo famiglia
con il fucile fra le gambe. Vede quel qualcosa di rossastro venire a galla,
pensa che sia la testa di una onça (tigre amazzonica), imbraccia il fucile,
prende la mira e spara. L'angelo custode di Augusto gli ha certo deviato il
colpo, ma Augusto sente lo sparo e avverte il proiettile che si infila
nell'acqua accanto a lui... Lo scherzo finisce subito. Viene fuori, agita le
braccia e incomincia a gridare: «Non sparare... non sparare... sono io... »
(12).
Augusto amava l'avventura, il rischio delle imprese più spericolate, come il
viaggio in canoa di 1400 chilometri (in 14 giorni) sul Rio delle Amazzoni.
Arrivato a Macapa, il governatore acquista la sua imbarcazione per metterla nel
museo della cittadina: nessun altro pazzo ha compiuto un viaggio simile in
canoa!
In un'intervista a Radio Grignetta di Lecco (1990) diceva: «Le note della
missione io le ho scritte sul rigo dell'avventura. Ho fatto la missione così:
avventurosamente. Io direi a tutti di fare della vita una Missione e
un'Avventura. Quando questi due orientamenti stanno assieme, vie n fuori una
cosa bella» .
Negli ultimi mesi di vita diceva spesso: «Le avventure di quaggiù le ho
vissute tutte ed ora aspetto l'avventura più bella: faccia a faccia col
Signore». Valla pena di ricordare qui un brano del discorso di addio che
Augusto pronunziò nell'ottobre 1963, il giorno della consegna del crocifisso e
della partenza per l'Amazzonia, nella chiesa del Pime di San Francesco Saverio
in via Monterosa a Milano. Rivolto ai confratelli come lui partenti disse: «Soli,
sotto il cielo stellato delle notti tropicali, con la sola compagnia di Dio, ci
sembrerà di star compiendo un'Avventura, la più bella che ancor oggi valga la
pena di essere vissuta, sulle orme di quei primi avventurieri di Dio: Pietro,
Giovanni, Barnaba e Paolo. Soprattutto Paolo».
Ricerca di Dio e amore ai poveri
Tutta la vita di padre Augusto va letta in questa chiave: la
ricerca di Dio e della santità, che lo lasciava sempre insoddisfatto,
tormentato, ma anche allegro, entusiasta, pieno di fede e di speranza in tutto
quel che faceva. Era orientato a Dio e non poteva condurre una vita triste. La
sua allegria è un segno chiaro di retta intenzione e di una ricerca di Dio
certamente tormentata, ma autentica. Non si può fare una vita come la sua ed
essere sempre contento, se non c'è la motivazione pura di fare tutto per amore
di Dio. E poi, le gravi e continue mortificazioni a cui s'è volontariamente
sottoposto: penitenze che sembravano a tutti esagerate (fame, isolamento,
mancanza e quasi rifiuto di cure mediche), fatte per tenere sotto controllo le
proprie tendenze ed essere libero, leggero per trovare Dio.
Monsignor Giovanni Risatti, vescovo di Parintins quando Augusto
era al Mocambo, mi ha detto:
«Caratteristica sua fondamentale era la ricerca di Dio e
l'amore alla gente. Amava i caboclos che infatti lo cercavano. Per i caboclos
era straordinario. Tant'è vero che è ancor oggi amato, ricordato dalla sua
gente, quasi come se fosse vivo. Al Mocambo c'è un suo grande quadro dipinto
dal fratello Michele De Pascale, la gente lo venera, vanno davanti al quadro e
lo conservano come una reliquia.
(.. .) Ma anche a Parintins - continua monsignor Risatti - il
popolo lo ricorda molto. È una grande figura di missionario, di
evangelizzatore, di uomo che cerca Dio e non si siede mai. Le due
caratteristiche della sua spiritualità erano la fede e il perdono. La gente lo
adorava perché dava molto anche spiritualmente, come preghiera, sacramenti,
catechesi. Aveva un'attenzione straordinaria alle persone, tant'è vero che nei
posti in cui è stato, anche se dopo di lui sono andati buoni missionari, lo rimpiangono. Vengono a dirmi: "Noi
vogliamo uno come padre Augusto...". Quell' amore e attenzione alla gente,
ce li aveva solo lui. lo lo ricordo molto bene ed ha fatto tanto bene. Nella sua
vita c'è qualche contraddizione, ma chi di noi non ce l'ha? Come figura è
grandiosa, affascinante. Vale la pena di presentarlo soprattutto ai giovani
d'oggi, perché aveva grandissimi valori, sia spirituali che sociali, umani,
missionari. E quando andava in foresta non era per fare il turista, ma si dava a
grandi penitenze e pregava davvero» (13).
Il padre Sossio Pezzella mi ha detto:
«Tutte le persone che hanno conosciuto padre Augusto ne parlano con ammirazione. Non c'è nessuno che lo ricordi in senso negativo, nonostante le sue stranezze. Era ben accetto al popolo, tutti se lo sentivano vicino. Pensa che dopo di lui, alla parrocchia San Giuseppe operaio in Parintins c'è stato padre Vittorio Giurin, un uomo di grande carità, la carità fatta persona, che è rimasto nel cuore di tutti. Ma quando si parla di padre Augusto, oh, allora veramente la gente si riscalda, si illumina. Anch~ perché stava molto, molto vicino alla gente: viveva con loro, andava nelle loro case, mangiava con loro e come loro, parlava la loro lingua fino in fondo, conosceva tutti i segreti della mentalità del cabodo e della loro vita.
(.. .) Il nostro è un popolo molto sensibile, ha più cuore che ragionamento. Quando si prende la gente dalla parte del cuore, si entra davvero in loro. Era soprattutto un uomo è}i grande affetto, di grande bontà con tutti. Un uomo di Dio e molti lo ricordano che parlava di Dio con passione, con poesia, come un innamorato di Dio. Ricordano che andava in foresta per incontrare e parlare con Dio. Impressionava tutti, entrava nel cuore di chi lo conosceva » (14).
«Abissi di felicità nel mio cuore»
Ho avuto due incontri con padre Augusto(15) ed entrambe le volte
sono rimasto perplesso. In occasione di suoi ritorni in Italia, nel 1980 e nel
1985 , l'avevo avvicinato chiedendo gli di poter pubblicare qualcosa su di lui e
sulla sua esperienza in Amazzonia. Aveva rifiutato: la prima volta mandando poi
alcuni articoli per la rivista I.M. (Italia Missionaria, di cui allora ero
direttore), ma erano episodi edificanti, graziosi e curiosi, non la sua esperienza; la seconda volta si era lasciato intervistare,
ma poi erano passati due anni prima che desse il permesso (dopo vari scambi di lettere) di pubblicare il «servizio speciale»
di Mondo e Missione del maggio 1987 (dal titolo «Mission '87»): è il testo
che l'ha fatto conoscere ed ha provocato l'intervista televisiva di Enzo Biagi
(ottobre 1989) e quindi anche la biografia Dio viene sul fiume e questo volume
di lettere.
Ma quello che mi aveva un po' sconcertato era il motivo per cui padre Gianola rifiutava di scrivere o di lasciarsi
intervistare. Continuava a ripetermi di essere indegno, peccatore,
l'ultimo dei missionari, di non aver nulla da dire di positivo... insomma, una
umiltà che a me sembrava esagerata, drammatizzata. Eppure in quelle
conversazioni lo ammiravo perché parlava di santità, di amore di Dio e del
prossimo con tutta naturalezza. Ricordo bene che a Roma, una sera d'estate del
1980, in una gelateria davanti ad un bel gelato, Augusto mi chiede: «Ma
insomma, Gheddo, tu cerchi Dio? Tu aspiri alla santità?
Che immagine ti fai di Dio? Quali sono i tuoi rapporti con Gesù
Cristo e la Madonna?». Un discorso per nulla abituale anche fra due preti e
missionari, specie in quell'ambiente e circostanza.
Nel febbraio 1996 sono stato al Mocambo. Ho visto che il ricordo
di Augusto (e questo vale anche per la città di Parintins) è molto vivo. Nella
chiesa del Mocambo, un grande quadro di Augusto, opera di fratel Michele De
Pascale, è esposto a fianco dell'altare ed è oggetto di venerazione e di
preghiere. Non so con quanto rispetto delle norme della Chiesa, ma il Mocambo è
una frazione della parrocchia della Cattedrale (lontana una giornata di viaggio
con barca a motore!), visitata solo due-tre volte l'anno da un sacerdote. Là i
caboclos e gli indios venerano i loro santi, fra i quali certamente anche
Augusto, e bisogna chiudere un occhio (16).
Ed ho anche visto che molti suoi confratelli missionari, dopo la
lettura di Dio viene sul fiume, che dà un quadro globale della vita di quest'uomo,
hanno modificato il giudizio su di lui. Decantata l'irritazione per certi suoi
scherzi fastidiosi e certi suoi comportamenti «<Lui era libero battitore -
ho sentito spesso ripetere -, faceva quel che voleva, non stava a lungo nello
stesso posto, lanciava molte iniziative e noi dovevamo portarle avanti»), oggi
risulta evidente che la sua vita di missionario, pur così stravagante,
eccentrica, originale, è un grande segno di evangelizzazione. In Amazzonia, ma
anche nel nostro mondo secolarizzato e stanco di formalismi e di generici
appelli ai «valori» su cui tutti concordano, padre Gianola annunzia Cristo e
il Vangelo con forza e autenticità proprio anche col suo essere «fuori della norma»,
«fuori delle
righe», non inquadrabile in nessuno schema giuridico o teologico.
Al termine della vita aveva raggiunto la serenità, la gioia, la certezza di aver trovato Dio. La sorella Annamaria, carmelitana del monastero di Sassuolo (Modena), mi ha detto: «Il titolo della sua biografia per me potrebbe essere: "Se non diventerete come bambini", perché Augusto ha sempre conservato un cuore da bambino, lo diceva anche nostra mamma. Alla fine poi era proprio un fanciullo. Negli ultimi giorni, quando gli telefonavo, si esprimeva con difficoltà e mi diceva sempre: "Sono semplicissimo". Capivo che voleva dire di aver raggiunto il massimo di semplicità nella vita spirituale. Poi aggiungeva: "Annamaria, abissi di felicità... Nel mio cuore abissi di felicità».
[1]
P. Gheddo, Dio viene sul fiume. Augusto Gianola, missionario in Amazzonia: una tormentata ricerca di santità, con prefazione di Enzo Biagi, EMI, Bologna 1994, pp. 332 (con 32 p. di fotografie), £. 25.000.