PICCOLI GRANDI LIBRI  AUGUSTO GIANOLA
IN MISSIONE PER CERCARE DIO

Lettere dal Brasile

A cura di Piero Gheddo

EDIZIONI SAN PAOLO 1998

Prefazione, di Sergio Zavoli
Introduzione, di Piero Gheddo

I. Da prete diocesano a missionario in Amazzonia (1951-1963)

II. La «luna di miele» della vita missionaria ( 1963-1966)

III. La parrocchia San Giuseppe operaio nello stile povero dei caboclos (1967-1973)

IV. Un anno di preghiera e di avventure in foresta (1974)

V. Una nuova avventura: le colonie agricole sulle «terre alte» (1975-1976)

VI. La rivoluzione tra i caboclos dell' Amazzonia, non con Marx ma con il Vangelo (1977-1984)

VII. 1400 chilometri in canoa sul Rio delle Amazzoni e il monastero dei cistercensi (1985-1986)

VIII. L'avventura finale in foresta: Augusto contento perché lebbroso! (1987-1990)

Cronologia di padre Augusto Gianola

II

LA «LUNA DI MIELE» DELLA VITA MISSIONARIA
(1963-1966)

« Ho cominciato a confessare alle otto di sera e all'alba stavo ancor confessando.
Ad un certo punto mi pareva di cadere morto da un momento all'altro »*

Dal 1963 al 1966 padre Gianola è a Parintins e si innamora della missione. Il lavoro pastorale gli piace, si impegna a fondo nel visitare le comunità dell'interno (lungo i fiumi e nelle foreste): il vescovo e i padri gli vogliono bene, apprezzano il suo lavoro e le sue iniziative che rinnovano la pastorale diocesana. Scrive che non è mai stato così bene, è il tempo più felice della sua vita. In questo periodo ha tante soddisfazioni: non solo per l'amore del popolo, che sa attirarsi con la sua dedizione e bel carattere, ma anche per le varie iniziative di successo che intraprende in campo religioso e sociale. Sono gli anni della «luna di miele» con la missione di Parintins. Nel capitolo seguente (1967-1973) vedremo come nascono le difficoltà e le delusioni.
Padre Gianola è vice parroco della Cattedrale di Parintins ancora in costruzione. Suo parroco padre Pedro Vignola: ((Monsignor Cerqua mi affida alle cure di p. Pedro
- diceva Augusto in una intervista -. Non potevo capitare peggio. Non sopportava la mia vivacità e io ne combinavo di tutti i colori. Ci vollero anni di convivenza perché diventasse il mio miglior amico»!. Visita le comunità dell'interno con padre Giovanni Andena, che dà questa bella testimonianza: «Per me la sua qualità fondamentale era questa: voleva bene alle persone. Il popolo era contento di lui. La gente ha un fiuto speciale per capire chi le vuol bene. Questo il grande segreto del suo successo. La gente capiva e scusava anche i suoi scherzi, a volte di cattivo gusto e pericolosi (. . .). Però voleva bene alla gente, faceva qualsiasi sacrificio per loro, era disponibile a tutto pur di aiutare qualcuno» (2).
Le lettere che pubblichiamo sono molto belle, gustose, riferiscono episodi che dipingono bene l'ambiente e il popolo dell'Amazzonia. Ad esempio, quando Augusto porta i suoi giovani di Parintins, in barca a motore viaggiando tutta la notte, ad incontrare la squadra di Maués: arrivano, giocano, perdono
3 a 0 e tornano a casa contenti. La parola d'ordine era: « Guai a voi se vincete: perdere, ma tornare a casa sani e salvi!». Infatti a Maués - la gente è di origine india e si arrabbia facilmente - in una precedente partita di calcio era successo il finimondo perché quelli di Parintins vincevano: i calciatori avevano dovuto scappare con la loro barca per non finire male...
Queste lettere non rivelano però tutto il complesso carattere di padre Gianola e certi suoi strani comportamenti che irritavano non poco i confratelli missionari. Ad esempio i suoi
« scherzi», che facevano parte del suo carattere esuberante, estremista, sempre alla ricerca di modi nuovi per suscitare allegria. Non stava mai in riga con gli altri («Mandateci al martirio, ma non infila», dice uno slogan che si tramanda nel Pime).
I suoi scherzi, dei quali Augusto non parla mai nelle lettere (3), hanno acquistato a Parintins, a Manaus, al Mocambo, ad Urucard, la forza di un mito. Se ne ricordano a decine. Padre Enrico Uggé racconta: « Una volta è andato in un villaggio di caboclos e di notte ha lasciato in giro delle frecce spezzate di una tribù bellicosa di indios. La gente, il giorno dopo, s'è spaventata da morire. Lui poi faceva il coraggioso e diceva che avrebbe sistemato tutto, ma quei poveri diavoli avevano paura davvero: ci volle un po' di tempo perché il villaggio tornasse alla normalità e Augusto non osò confessare che aveva lasciato lui quei segni di guerra. .. Andava in giro di notte e imitava il canto del gallo, allora tutti i galli cantavano e la gente si svegliava. Ma i galli cantano alle cinque del mattino, non a mezzanotte» (4).
Un'altra volta, già verso il termine della vita, di sera tardi va per le strade in motorino, nel quartiere di Manaus dov'è la parrocchia del Pime, avvolto in un lenzuolo ondeggiante per spaventare la gente: nel buio della notte, con strade poco illuminate, sembrava un fantasma. Padre Vignola, parroco a Manaus che ricorda l'episodio, dice:
« Qui in Amazzonia sono ancor molto creduloni. Il giorno dopo uomini e donne si interrogavano su chi era quel fantasma comparso nella notte. Chi l'aveva visto echi no, tutti avevano una teoria da sostenere:forse un'anima defunta in pena? Forse un angelo o un demonio che andava in motorino? Il problema angosciava un po' tutti e la sera seguente si sono messi in postazione per rivedere e magari acchiappare il fantasma. Ma Augusto non s'è più mosso. Si divertiva ad andare in giro nei bar e nelle case a sentire i commenti, poi veniva alla casa del Pime a riportarli, facendo ridere tutti» (5).
La vita spirituale e missionaria di Augusto, che più ci interessa, va inquadrata in questo suo carattere originale. Come vedremo meglio in seguito, tenta tutte le vie più anticonformiste e strane per raggiungere la meta che si era prefissa fin da ragazzo: la santità. Alla sorella Annamaria scrive il
28 marzo 1964: «
La mia penitenza più grande, in fondo, è ancora quella interiore: il tormento di non essere santo".

 

1.

« La prima cosa che si deve fare è quella di vivere»

Questa è la prima (speriamo non l'ultima) lettera che ricevi, direttamente da una zona missionaria e ti garantisco che è una delle zone più difficili che si trovano ancora sul globo. Già qui in città la vita è molto faticosa: la prima cosa che si deve fare è quella di vivere. Poi, se resta ancora un po' di forza, la si dedica all'apostolato e alla santificazione propria.
Carissima Annamaria, qui è molto difficile anche santificarsi. Forse per questo non abbiamo ancora dei santi fra la nostra gente e fra i nostri padri. Qui il più santo, anche se Vescovo, non lo sentirai mai parlare di mistica più o meno alta. Qui si parla del pane che non c'è, dell'acqua che puzza (persino quella per la Messa), dei vermi che «rugano» la pancia di tutti, dei muquin (di cui sono pieno dalla cintola in giù e devo resistere a non grattarmi altrimenti si fa sangue), delle malattie...
Si celebra la Messa, è vero, ma schiaffeggiandosi per le zanzare, dando tremende manate alla mensa per sgomberarla ogni due minuti da decine di scarafaggi, bevendo lentamente dal calice sul cui fondo trovi sempre qualche sorpresa.
E poi c'è il caldo. Ieri sera ho voluto fare una partita al pallone coi ragazzi. Non l'avessi mai fatto: mi sentivo così male che pensavo di morire. Qui è un problema anche il muoversi. Sempre sudati. Ora per esempio sta piovendo fuori, ma io sto sudando. Non si può dormire di pomeriggio per il caldo. Di notte, fino alle ore piccole si suda, poi ci si addormenta dalla stanchezza, ma si sente la camera animarsi di pipistrelli e topi e scarafaggi. Si sente il grosso serpente che abbiamo in solaio muoversi alla caccia dei topi. Però si dorme lo stesso perché non se ne può più. Quanto al cibo, qui siamo in una situazione opposta alla vostra. Niente verdura. Il cabloco non lavora i campi. Va alla pesca. Ogni mattina li vedi tornare dal fiume quasi in processione, uomini con in testa tartarughe grosse come catini, donne con coccodrilletti vivi sotto il braccio, ragazzi che trascinano pesci molto più grossi di loro. Si mangia anche carne, ma che carne! che denti e che stomaco occorrono!
D'altronde i padri non hanno tempo di lavorare la terra: anche la frutta è scarsissima. Quando si può mangiare una ba
nana è festa. Si potrebbe comperare qualcosa quando passano i battelli carichi, ma qui siamo anche molto poveri in quanto Parintins si sta rinnovando tutta e anche noi siamo in piena costruzione: cattedrale, casa dei padri, seminario. Tutte cose però che saranno pronte fra chissà quanti anni. Tuttavia ci prendono tutte le nostre finanze.
Dovrei continuare a lungo nella enumerazione di questi punti negativi, perché ne scopro qualcuno ogni giorno che passa. Se il Signore non aiutasse, qui non si potrebbe resistere. Quindi tu capisci come sia difficile qui immergersi in una mistica come quella delle Carmelitane scalze, no?
Però c'è da consolarsi perché ce ne sono i motivi. Il primo è che Dominedio ci sta anche Lui qui con noi; quindi sa come si vive. Il secondo è che la situazione non peggiorerà (peggio di così!) ma, benché lentamente, continuerà a migliorare. Infatti adesso abbiamo comprato un grande campo ai limiti della foresta e l'abbiamo già bruciato, così è pronto per essere lavorato. Ci abbiamo già messo una famiglia con del bestiame. Purtroppo però la notte scorsa è arrivata la tigre e ci ha fatto fuggire 12 pecore delle 20 che teniamo là. Peccato che il mio fucile è ancora in viaggio sul fiume! Altri motivi io mi sforzo di cercarli specialmente in quelle cose che mi ricordano la nostra terra... ogni tanto qualcosa mi si presenta e mi fa quasi trasalire di sollievo e di nostalgia nello stesso tempo. Si tratta per esempio, di un alito di vento, dello scrosciare della pioggia, dei giochi delle nuvole, degli occhi chiari di un bimbo pur incastonati in un visino nero, della costellazione di Orione... o di una bella bottiglia di Barbera che qualcuno arrivato da lontano ti porta come dono per 15 missionari (!).
Riprendo a scrivere dopo la lezione di portoghese che il Vescovo mi ha impartito. Non è difficile, tanto che ho già incominciato a confessare e ho fatto domenica la prima predica, con chissà quanti strafalcioni! Guardavo la gente e vedevo che nessuno rideva, poi guardavo in fondo e fuori dalla porta vedevo il grande fiume sul quale ondeggiavano alcune vele: anche queste sono visioni che ti tirano su di morale. La chiesa è aperta da tutti i lati per via dell'aria e quando piove, entra tutta l'acqua. Tutto quello che ti racconto potrebbe sembrare poetico o eroico, ma solo a chi legge. Noi non abbiamo l'impressione di essere né poeti (in questo sudiciume, un paesaggio senza cornice, opprimente) né eroi (tentati come siamo di schivare vigliaccamente ogni piccolo peso magari caricandolo su altri). Eppure ti sbaglieresti di grosso, se pensassi che io sia triste o anche sono un po' scontento di essere dove sono. Anzi! con un po' di sforzo si riesce a trovare il lato bello, il lato che conta, almeno per l'eternità. Con un po' di sforzo però.
Per questo chiedo che tu continui a pregare perché possa continuare sulla strada della volontà di Dio. Tu e le tue consorelle, mie consorelle. Anch'io sono in un eremo, chiuso fra lunghi fiumi, simili ad argentee sbarre, con compagni e superiori strani, come tutti i superiori. Ma non è una condanna, è una scelta, una buona scelta. Non me ne pento. Dio faccia di me quel che vuole: aspetto da lui ogni giorno piccoli o grandi cenni. Sto aspettando le pulci penetranti, la malaria, l'ameba, la pancia piena di vermi e molte cose anche peggiori. Ma sono tranquillo, molto più che in Italia. Chissà perché. È Dio che mi dà un po' di riposo prima di altre battaglie? Forse sì. Per esempio la condanna a stare qui in città quando io vorrei percorrere il fiume alla ricerca dei più lontani. Ma non la sento come una condanna.
Alla fine vien da constatare come la nostra opera sia fragile e come tutto è nelle mani di Dio. Egli li ha creati, Egli li ama infinitamente, Egli li salverà. Essi non si perderanno anche se noi non andremo a loro, e non arriveremo in tempo a tutto. E allora, se si salvano lo stesso, perché affannarci tanto? Per salvare noi stessi. Se io non andrò a loro, essi si salveranno, ma io no.
Quindi in fondo è vero che in pratica siamo venuti in mis
sione per salvare noi stessi, per obbedire ad un comando, se disobbedissimo al quale non ci salveremmo. Dio, per essi, ha 100.000 maniere per salvarli.

Alla sorella Annamaria da Parintins, 16 dicembre 1963

2.

«Mi fanno fare molte prediche perché dicono che commuovo la gente»

Due sono i problemi più impressionanti: la fame materiale e spirituale della gente di qui.
E gente affamata, con una fame secolare, le conseguenze fisiche e psichiche e morali sono evidenti. Spiritualmente, ho potuto notarlo in queste confessioni pasquali, è un popolo mal nutrito. Basta vedere com'è pentito dei suoi peccati, come si commuove davanti a Cristo morto, come ci tiene a dire che possiede la vera fede cattolica.
Oltre a questa fame, vorrei tu vedessi come i cattolici veri (e sono molti) si comportano: con fervore e senza rispetto umano. È stato uno spettacolo stupendo vedere il ritiro (spirituale) degli uomini.
Proprio nei giorni in cui infuriava il Carnevale essi, circa 500, si sono radunati da tutte le parti, facendo giorni di canoa, nella nostra fabbrica di mattoni sulle rive di un lago, nella foresta, in alcuni capannoni solo col tetto di paglia sostenuto da pali. Per tre giorni hanno fatto i loro Esercizi proprio come le monache. Alla sera attaccavano le loro reti come potevano e dormivano fra un nugolo di zanzare. Me lo sai dire tu dove in Italia trovi una cosa simile? Essi sono contenti di ascoltare il padre che parla, che racconta di Gesù.
È bello qui perché non sei costretto a diventare un esperto in culinaria per preparare loro cibi raffinati, come in Italia, ove hanno lo stomaco raffinato e rovinato. Qui basta preparare loro del buon pane e aggiungervi un po' di pesce fritto, come quello che Gesù mangiava coi suoi Apostoli dopo la Resurrezione.
Qui basta parlare alla buona, senza preoccupazioni stilistiche, dare il pane autentico, il Vangelo puro, raccontare di Gesù. E anche noi padri capiamo le cose essenziali, siamo in un ambiente più evangelico. È proprio bello.
Un'altra cosa degna di nota è la Legione di Maria. Qui in città abbiamo 15 presidi della Legione. lo ne ho in mano 3, due di ragazze e uno di ragazzi. Fanno un lavoro meraviglioso, convertono protestanti, prostitute, battezzano, assistono i malati. Lavorano in città, lavorano nella foresta. Specialmente i miei presidi giovanili sono attivissimi. È qualcosa che ha del miracoloso.
Purtroppo accanto a questo fervore interno ed esterno, ci sono anche le grandi pecche del popolo ebreo del Vecchio Testamento, visto che qui siamo in ritardo di qualche secolo: cioè l'incostanza (quante volte Mosè...) e l'immoralità (così da far chiudere un occhio a Dio e concedere varie mogli). È un disastro. Non c'è verso. Anche ieri un'altra donna (e sono migliaia) si confessava così: «Non sono sposata, ma graças a Deus, ho 12 figli e cerco di educarli nella nostra santa religione». Non è la prima che mi dice così. Per loro l'importante è avere figli (vedi Vecchio Testamento). Ne hanno veramente tanti e li educano, direi, anche abbastanza bene. Però molti li danno anche via.
Ieri passando sotto le finestre" della prigione mi sento chiamare. Dietro le sbarre una faccia di ragazzo: 17 anni. Mi racconta la sua storia tra un fiume di lacrime. Egli non ha il papà, la mamma sua è a Manaus e lo ha dato via ad un' altra donna perché ha troppi figli. Egli scappò da Manaus e venne
a Parintins per lavorare. Era qui solo, dormiva sotto una tettoia di paglia. Spinto dalla fame a rubare qualche migliaio di lire, lo hanno preso e messo in questa prigione. Egli mi chiedeva perché ci fosse tanta gente nella piazza della chiesa. Gli spiegai che era il Venerdì Santo e che era morto il Signore. Mi disse che avrebbe desiderato tanto fare la Comunione anche lui. Era la prima Comunione. lo l'ho confessato, l'ho preparato e gli ho promesso che il giorno di Pasqua, alla data ora, verrò sotto le sue sbarre a portargli il Pane Santo: di star pronto, al segno prestabilito gli avrei consegnato Gesù Cristo: «Ero carcerato e siete venuti a visitarmi... ».
Io sto molto bene, mi sono acclimatato perfettamente, lavoro bene. Mi fanno fare molte prediche, perché dicono che ho idee nuove e che commuovo la gente. Così ieri sera ho fatto la predica più importante dell'anno, quella del Cristo morto. Il mio lavoro si svolge principalmente qui in città fra i giovani e fra i poveri. Ti chiedo scusa di questa lettera che sto scrivendo fra infinite interruzioni.
Forse dovrei farti leggere qualche pagina del mio diario per leggervi le mie felicità e le mie infelicità. A volte sono tentato di rifugiarmi in un eremo (6). Chissà che questo Brasile non sia che un'altra tappa del mio vagabondaggio spirituale. Allora ci troveremo a fare la stessa vita. Ti dico che sto passando i giorni più belli della mia vita, migliori ancora di quelli del noviziato, con una fede centuplicata e una specie di felicità che non è se non abbandono a Dio. Spero di passare qui molto tempo, molti anni. Ma prima di morire mi piacerebbe vivere solo con Dio e contargli tutte le mie cose, e sentire tutte le sue cose.
Ma forse il Paradiso è stato inventato proprio per questo, per riposare con Lui dopo una vita in cui non si è riusciti se non a desiderarlo.
La notte passata è stata turbata dai rezadores, squadre di uomini incappucciati e velati, che passano con la canoa lentamente e pregano con bellissime cantilene a più voci, per le anime dei morti, morti di malattia e di ferro freddo (coltello). Tutta la gente ha una paura sacrosanta e scappa, ma oltre che impressione paurosa fa anche impressione bella e consolante. Sono le loro tradizioni.
La mia parrocchia è la Cattedrale, quella del centro ed ha una quarantina di villaggi lungo il fiume, che, neanche a farlo apposta, è l'Amazonas. Dico così perché le altre parrocchie hanno villaggi lungo corsi secondari, più calmi. Invece quella bestiaccia del Rio è indomabile, quando devi attraversarlo ci vuole vero coraggio. A me non manca, anzi ci rido su. Il mio Vescovo dice che è per quello che non mi manda nell'interno. Perché senza il suo controllo, ne combinerei troppe. Ma io sono rassegnato a tutto. Qualsiasi ordine arriva lo accetto, qualsiasi posto mi danno, ci sto. E così faccio vita beata.
Quando mi trovo davanti qualche ostacolo da superare, qualche anima che non si converte, qualche impossibile situazione, dapprima mi rammarico di non essere santo, dopo mi consolo perché so che il Cristo è Santo e gli dico di pensarci quindi Lui. E mi consolo. Se no sarebbe proprio il caso di perdere la calma, la salute del fegato e la fede già poca (7).
Ricevo ora la lettera della mamma che mi dice: «Chissà quante penitenze fai». lo davvero non ne faccio di penitenze; sento quasi il rimorso di essere un missionario che non fa penitenze, se non quelle del clima e dei disagi del posto. Ma penitenze
volontarie no. La mia penitenza più grande, in fondo, è ancora quella interiore: il tormento di non essere santo.
Ma forse desidero più io di essere santo, che non il Signore. Infatti vedo che non mi aiuta a migliorare!
Credo spesso, sempre, di non star facendo alcun bene, di star facendo del male con la pigrizia, l'orgoglio, la cattiva volontà. Credi che devo dire non solo « servo inutile» ma «servo dannoso», infingardo. Adesso vado perché c'è gente che chiama. Ti saluto tanto, la prossima lettera sarà più bella, speriamo.
Salutami tanto la Madre Priora e la Madre Maestra e le tue consorelle una ad una, specialmente le più bisbetiche, che in fondo sono forse le più sante perché hanno più difficoltà da superare. A voi tutte mi appello molto spesso, specialmente nei casi estremi. In mancanza della mia, mi appello alla vostra santità. Evviva la comunione dei Santi e anche dei non santi!

Alla sorella Annamaria da Parintins, 28 marzo 1964

 

3.

«Non aver paura delle brutte figure: Gesù Cristo ne faceva ogni giorno»

Carissimo Fernando (8),
benché tagliato fuori dal tuo mondo, mi pare di ricordarmi che in questo anno tu diventerai PRETE. Non so se sono in anticipo o in ritardo con questi miei auguri. Eccomi a te con un augurio d'oltremare.
È forse il più lontano che riceverai, da un amico che desidera accompagnarti in incognito all'altare. Sarò presente anch'io quel giorno. Offrirò la Messa per te. Tu sarai scintillante di ori, pieno di regali, circondato da tante persone civili e ben vestite, soprattutto mangiato con gli occhi dalla tua mamma e da tutti quelli della tua famiglia. Il mio calice non sarà così prezioso, i paramenti un po' sdruciti, l'acqua per la consacrazione fangosa e il vino condito di moscerini; la gente che mi starà attorno in una baracca di paglia, attorno ad un tavolo zoppicante, sarà scalza, sporca, persino nuda. Ma ecco il miracolo: lo stesso Cristo ci unirà. Nella mia Messa di quel giorno (29 giugno?) non mancherà il ricordo del tuo calice d'oro. Ti chiedo umilmente in cambio che nella tua prima Messa ci sia il ricordo del mio altare zoppicante.
È così meravigliosa la nostra fede! Pensa, lo stesso Cristo! Egli è veramente l'unione, l'unità, il legame, l'amore che incatena tutti quelli che credono in Lui. Non c'è più né greco, né scita, né cabloco, né indio, né bianco, né nero. Siamo tutti fratelli. E in quel giorno saremo ancor più fratelli: anche tu sarai sacerdote, della schiera dei più vicini di Dio.
Fernando (don Femando) non ho, né voglio darti nessun consiglio, neanche come fratello maggiore. Non ho niente di buono nella mia esperienza, da poter comunicare agli altri.
Solo ti posso indicare i miei errori, perché tu li possa evitare. Anzitutto ti dico: sii umile, umile, umile. Dio potrebbe fare benissimo a meno di te, e fare molto meglio con un altro. Dio non ha bisogno di te per salvar nessuno (soltanto per salvare te). Te lo dico perché lo sto toccando con mano, ogni giorno. Non essere cieco, non crederti necessario. Perciò agisci con calma, pensa a quello che fai.
Non aver paura delle brutte figure. Gesù Cristo ne faceva ogni giorno, agli occhi dei benpensanti. Non fare come me che
ho cercato il successo (9). Cerca di costruire delle cose, delle iniziative. Cerca la riuscita dell'iniziativa, non il tuo successo personale, e neppure il successo clamoroso della tua opera. Sii furbo, se non vuoi, come me, essere trascinato nel vortice: il successo ti mette in vista, ti dà una fama, che tu poi devi sostenere, per non deludere il tuo «pubblico», con sempre più clamorose iniziative. Questa corsa a superarti sempre in ogni cosa, ti farà perdere la testa, e con essa il tempo, il fine e anche molti mezzi. Ama molto la gente, specialmente i poveri e i vecchi, mettiti nei loro panni, difendili, dà loro la speranza di un'altra vita, perché questa passa subito. Però aiutali anche a vivere questa vita. I poveri saranno sempre quelli che ti daranno grandi soddisfazioni, anche se ti daranno molta noia.
E credi in Gesù Cristo. È Lui che ha messo in piedi questa grande rivoluzione mondiale e che ha sconvolto e che continua a sconvolgere i nostri cuori.
È per Lui che tu fra pochi giorni darai alla tua vita una strana direzione eterna. È da Lui che devi prendere ordini, è in Lui che devi vivere ogni giorno, fino a quello del nostro incontro in cui concelebreremo la NOSTRA MESSA: la mia, la tua, quella di CRISTO BENEDETTO.

Tuo don Augusto

P.S. Comunica i miei saluti e felicitazioni alla carissima mamma e papà. So che quel giorno sarà per loro di gioia e di lacrime. Sarà il giorno della grande offerta, il più bello e terribile della loro vita. Sii grato al Signore per aver avuto sì bravi genitori. Essi saranno i tuoi migliori collaboratori di preghiera e di consigli. Come li sento preziosi i consigli della mia mamma quando mi scrive!

A don Fernando Sguazza da Parintins, maggio 1964

 

4.

«Ho fatto un 'indigestione di polenta e gallina»

Sono tornato ora da un viaggio di molti giorni: è stato un sogno. È stato il mio primo vero viaggio missionario. Da solo, per giorni e notti proprio lungo il fiume, cioè il ramo principale, il più furioso e pericoloso. Ho visitato molti villaggi, luoghi incantevoli.
In questi giorni i nostri padri sono attaccati dalle malattie. Uno con la malaria, uno con il fegato a pezzi, uno con l'ameba, l'altro non può drizzarsi in piedi per i reumatismi. Un giorno anch'io ho fatto un'indigestione di gallina e polenta. Era un pezzo che non ne mangiavo più e né avevo una voglia matta: arrivato in una capanna di un certo Kirimo, sulle sponde del Limao, ho accostato e mi san fatto dare una gallina, ho fatto fare la polenta (quasi come la nostra) e ho mangiato tutto, polenta e gallina. Il mattino dopo mi alzo (e si vede che alla sera, ritornando col motore e l'aria sullo stomaco scoperto, ho preso freddo) con un po' di febbre e voglia di rimettere.
Ho bevuto un bicchiere di sale amaro e tutto è uscito dall'altra parte. È proprio vero che le golosità si pagano.

Ai genitori da Parintins, 7 giugno 1964

5.

«Monsignor Cerqua è contentissimo di me»

Tornando dall'interiore (ormai sono diventato l'uomo delle foreste) ho trovato la tua lunga lettera. In verità le altre sono andate perdute, ma penso che anche tu abbia fatto come me, cioè riassunto nell'ultima quanto hai detto nelle altre. Perciò siamo a posto. Purtroppo ogni tanto bisognerà proprio fare così: il riassunto.
Quanto a quel che mi dici di monsignor Cerqua, sta tranquillo, perché monsignore è contentissimo di me. Egli stesso ve lo dirà e non abbiate paura a parlare. Soltanto che alcune cose è meglio sia lui a dirle per primo, e voi fate finta di non saperle.
Il tempo qui è caldo: il cielo di giorno è pieno di vapori che alla sera spariscono e si raggruppano in una sola nuvola grossa che si riempie di lampi e lascia cadere qualche goccia di acqua, ma non rinfresca niente. Il termometro è incollato dai 35 ai 40 all'ombra e non si muove mai, neanche di notte, così che bisogna dormire sempre in un lago di sudore e si prende sonno solo di madrugada (all'alba). Il tormento più forte di questi mesi, fino a dicembre, sono le zanzare: nei viaggi è un tormento così forte che ad un certo punto si cade sfiniti in pasto ad esse e ci si lascia mangiare e stop. Infatti per qualche ora, dalle 6 alle 8 si resiste a saltare e a far ginnastica per scacciarle, poi non ce la fai più e lasci che succhino il sangue fin che vogliono. Ma il nervoso maggiore è il loro ronzio, che ti frastorna le orecchie ed è più terribile del ruggito del leone: in verità ti fa più paura e tormento. Il leone lo puoi ammazzare, le zanzare no. Sei sempre immerso in una nuvola di zanzare e vedi anche tutti gli altri circondati da questa nuvola che cammina con loro.
L'altra sera però ha fatto un temporale, inaspettato, perché questo è tempo di secca. Ma è stato così violento che al mattino ci siamo alzati ed abbiamo trovato le costruzioni tutte demolite. Infatti qui stiamo costruendo la casa dei padri, una casa vicina alla cattedrale, perché questa in cui abitiamo è troppo lontana. Eravamo già al tetto e al mattino era tutta a terra. Così pure il seminario, i muri del secondo piano sono stati demoliti.
Perciò c'è fervore di opere. Ma io cerco di astenermi più che posso, per dedicarmi solo ai giovani e ai viaggi nell'interiore dove la gente già sta conoscendo questo p. Augusto e in realtà tutti mi vogliono bene. È un caso serio quando si attaccano al padre. Tutti gli ubriaconi diventano tuoi amici e quando vengono nella città vengono a cercarmi e a darmi notizie dei loro villaggi. Purtroppo capita che io mando un avviso di quando vado a trovarli e dico: il tal giorno il padre arriva nel tal posto. lo vado tranquillo di trovar gente riunita e invece quasi sempre l'avviso non è arrivato. Si perde per strada. E sì che io avviso sempre quasi un mese prima. Allora devo buttar via dei giorni preziosi con tutto il carburante, per avvisarli io personalmente.
Io devo prender cura di una decina di grandi isole, dove la gente è molto atrasada (arretrata) perché vivono lontano dalla città e molti non hanno mai visto la città, anzi solo qualche uomo è sceso in Parintins. È un lavoro duro, ma se Dio mi darà salute, spero in qualche anno di dare una mano a questa gente.
È ridicolo e commovente come i brasileri sentono l'amor patrio. Quando suona l'inno brasilero, il 7 settembre festa nazionale, essi piangono. Non c'è luogo nascosto nelle foreste in cui non facciano la marcia. Per qualche ora, sotto il sole fino a mezzo giorno, essi magari scalzi, si mettono in fila, danno a uno o a una uno straccio verde-giallo come bandiera e marciano, marciano al rullo di tre tamburelli davanti, girando sem
pre avanti e attorno alla casa. C'è da ridere, ma loro sono seri come statue. Sono primitivi, hanno il senso del clan. Quanto più ci si evolve, si diventa universalisti e la patria conta sempre meno.

Al papà da Parintins, 2f agosto 1964

 

6.

« Ho cominciato a confessare alle otto di sera e di madrugada stavo ancora confessando»

Vi parlo in un momento di distensione, qui, nella mia chiesa di N.S. do Carmo (il mio Carmelo), che per ora è solo un capannone ma che fra qualche anno sarà una bella Cattedrale (10). Infatti stiamo alzando i muri e anzi, nel giorno della festa (durata 10 giorni) abbiamo celebrato all'aperto, ma fra i muri della Cattedrale nuova. In un martirio perché, benché la funzione fosse alle sei del mattino, il sole fece in tempo ad abbrustolirci tutti, Vescovo compreso. È necessario arrivare fino al tetto al più presto per riparare la gente dal sole e dall'acqua. lo ho lavorato con le mie stesse mani e farò l'immenso pavimento: prendevamo la pietra colle mani (si lavorava di notte) ma le pietre erano piene di scorpioni che sbandieravano la loro coda avvelenata. Non le vedevamo alla luce delle torce, ma che fare? Si lavorava per Nossa Senhora e nessuno aveva paura. Dicevano che era impossibile che Lei non ci pensasse. Nessuno fu punto. Si videro lavorare quelle sere, facce che chissà da quanto tempo i loro proprietari non venivano in chiesa. Ma all'appello del Vescovo sono venuti tutti a lavorare per la Cattedrale.
Come vedi, mi sono lasciato subito prendere la mano dal racconto prima ancora di domandarti come stai, come state, come sta la tua Priora, ecc.; prima ancora di ringraziarvi tutte per il grande aiuto che io invoco sempre da Dio per mezzo vostro e che mi arriva sempre puntuale al momento opportuno; prima ancora di dirti che ho ricevuto la tua lettera.
Sento battere una campana, i bimbi si mettono a gridare, è l'ora della ricreazione, ora si metteranno a giocare, a fare il giro tondo i più piccoli e poi verranno tutti a stanarmi dal mio buco. Basta che un bimbo o una bimba mi scorga, che dà l'allarme a tutti gli altri e non mi lasceranno più stare.
Ogni passo che muovo in città sento qualcuno che grida: «Padri Augustu! », ma mi è impossibile fermarmi a giocare con tutti.
La gente è così indietro che ti esaurisce. Quando tu hai ripetuto una cosa 5 volte in diversi modi, finalmente qualcuno crede di aver capito e ti fa una domanda: dice tutto il contrario di quello che hai spiegato. È estenuante. Hanno i riflessi troppo lenti. Anche nel confessare è una pena! Chissà dove va a finire l'integrità della confessione. Anche il segreto confessionale non esiste quasi: tutti son lì ad ascoltare ed io dò paternamente i miei consigli, sono dietro la parete di paglia, coll'orecchio teso. Loro devono ascoltare tutto. E beh, ascoltino!
Però in genere sono sinceri. Se non subito, però dopo un po' di anni confessano i loro peccati. Quando si confessa
non
si assolvono tanto i peccati recenti degli adulti, ma i peccati della gioventù, che hanno sempre taciuto per vergogna. In una di queste isole la settimana scorsa, una donna mi diceva tranquillamente di aver avvelenato suo marito per sposarne un altro. Cosa vuoi dirle?
Lo ha fatto 30 anni fa! Un altro aveva accoltellato con 6 colpi il fratello, ma si scusava dicendo che non l'aveva ammazzato lui perché era morto solo il giorno dopo.
Io parto, nessuno mi chiede dove vado, quando torno, ecc. Quando torno, nessuno mi chiede cosa ho fatto o dove sono stato. In un primo tempo mi faceva specie questo, ma poi trovo che è bello, perciò nessuno ti critica e tu puoi impostare il tuo lavoro come vuoi nell'interno (11). lo ho un quaderno in cui marco tutto quel che faccio, i problemi trovati, le persone, il lavoro che dò loro. In questo viaggio ho fondato due Congregazioni mariane nelle isole e ho dato altri lavori in vari posti, promettendo di fare una scappatina in dicembre per vedere come vanno e se hanno lavorato. Uno dei lavori, l'unico che ho dato in un'isola, è di imparare il Padre Nostro. È già tanto per loro che non sanno leggere. Ho scelto una ragazza che sapeva leggere e lei è la catechista del gruppo. Hanno promesso che per dicembre sapranno il Pater. In un altro posto ho detto che quando verrò, se sapranno l'atto di dolore li confesserò e comunicherò. Poveretti, sapessi che pena fanno!
Ora mi trovo nel territorio di Urucurituba dove non ci sono padri. Accosto il motore, scendo, entro nella casa di paglia. Mi avevano chiamato perché una vecchina stava per morire. Aveva la faccia di un angelo. Invece di confessarsi mi raccontò tutta la sua vita e i sogni che continuamente faceva; sogni di Paradiso, di Santi, di Nossa Senhora e desiderava tanto una
sola cosa: vedere Dio, «perché, diceva, Deus è pai" (Dio è papà) e continuava a ripeterlo sorridente. Diceva che Dio l'aveva sempre aiutata a tirar su bene i suoi figli (non era sposata) e anche adesso, nella sua lunga malattia di molti anni di rete (l'amaca su cui si dorme, ndr) l'aiutava a sopportare. Pensavo: chissà se le Suore del Carmelo sanno morire così...
Una sera credevo proprio di non farcela più. Questo è tempo di zanzare fino a dicembre. Poi diminuiscono un po'. Quella sera mi trovavo nel Paranà del Cumprido, un posto pieno di bellissimi uccelli. Molte confessioni. Da tre anni non vedevano il padre. Ho cominciato a confessare alle otto di sera e di madrugada (all'alba, ndr) stavo ancora confessando. Ad un certo punto mi pareva di cadere morto da un momento all'altro. Ho capito come le zanzare possono ammazzare una persona. Ho invocato tutto l'aiuto di Dio, ho pensato a voi (ma si vede che in quel giorno avete pregato male), ho fatto appello a tutte le mie forze. Ma queste mi mancavano. Sentivo che venivo meno ad ogni penitente, volevo piangere, lo stomaco si rivoltava, la testa girava, gli occhi appena percepivano le ombre, le mani gonfie a stento si alzavano a dare l'assoluzione. Una nuvola di zanzare mi avvolgeva. Quando mi sono alzato da quella specie di sedia, sono stato appoggiato qualche minuto ad un palo per riprendere l'equilibrio. Avevo solo un desiderio: la rete. Ma quella gente sapendo che avevo il cinema nella valigia (filmine, ndr) mi ha chiesto se... Non ho potuto rifiutare.
Avevo ancora tre giorni da stare in giro, ma le forze mi si riproducono facilmente, così, anche quando sembro morto, dopo un po' mi rifaccio con un caffesinho (quanto caffè ho bevuto in quei giorni per stare in piedi; e pensare che io non gustavo molto il caffè).
Nell'interno bevono molto caffè. È un luridume vedere come lo fanno, ma... io cerco di non guardare mai. Come quando ti danno il riso, te lo danno sempre ben condito. Ma se tu guardi bene, quei pezzettini di carne di cui è cosparso non sono se non zanzare, formiche e tutta una serie di animaletti. Ma in realtà sono un condimento. E poi quando mangi è sempre così notte che non vedi niente. Di giorno le bestie sono di meno. Solo le formiche ci sono. Ma di sera tutte le razze saltano fuori. E il bello è che ogni sera ne arriva un'ondata nuova, di una razza mai vista. Ti invadano la casa, ti pizzicano un po' dappertutto e la sera dopo... altra razza.
Quante cose ti ho contato! Ma sono solo spizzichini di una vita che è tutta strana. Tante volte ho l'impressione che non resisterò a lungo. Altre volte ho il desiderio di non crollare e mi pare che continuerò. Mi rifugio in Dio e lascio fare a Lui.
Però è un fatto che la vita è bella e qui mi pare ancora più bella. Pur in mezzo alle difficoltà la gioia non mi ha ancora lasciato. Se qualche volta i miei compagni mi vedono pensoso, è solo perché c'è qualcosa da godere di dentro, da solo. Altre volte faccio baraonda con loro, ma è sempre effetto di un'unica grande gioia che Dio mi sborsa come paga alla fine di ogni giornata.
Scusami, scusatemi se non ho parlato che di me, quanto sarebbe stato bello intavolare qualche bel «dialogo colle Carmelitane" cioè con voi, parlando di problemi spirituali. Ma io non ne ho voglia, almeno adesso. Penso solo a godermi il mio Dio, qualche volta a servirlo come posso, cioè molto male. E penso che la complementarietà della nostra vita sia il miglior dialogo, il miglior intreccio che Dio possa operare sulla terra: azione e contemplazione. Due tipi di vite che si uniscono per un solo scopo.

Alla sorella Annamaria da Parintins, settembre 1964

7.

«Non doveva fare il padre, ma il marinaio»

Qui l'estate si fa sentire. Noi siamo senza pane. Le mucche muoiono. Anche le nostre stanno morendo tutte (una quarantina) perché non c'è più un filo d'erba. Si sdraiano e gli urubù cominciano a svolazzare intorno con giri sempre più stretti, proprio come nei film. Appena morte gli sono addosso in 10 e dopo un'ora tu puoi vedere lo scheletro bel pulito.
L'altro giorno attraversai il Rio sotto gli occhi spaventati della gente: «Ma quello non doveva fare il padre, ma il marinaio. Ha tanto coraggio! ", dicono. Quando c'è da ballare si balla. L'altra notte ho cacciato il jacaré (coccodrillo). Ne ho preso uno piccolo, lungo poco più di un metro, con l'arpione.
Sto preparando le Olimpiadi ed ho bisogno urgente che mi spedisca una serie di medaglie premio: devono essere di oro, argento, bronzo (tutto finto naturalmente) ma che contemplino le seguenti specialità: corsa 100 m - 10.000 m - 4 x 100 (staffetta) - salto in alto - salto in lungo - salto con l'asta - lancio del peso - del disco - del giavellotto - pallavolo - basket. Per ogni specialità una medaglia d'oro, d'argento, di bronzo. So che costa molto, ma tu non spaventarti, prendi i miei soldi di Milano. Se no quando li uso quei soldi? Sempre mi sono utili rosari di ferro, metallo, se no i bimbi li' rompono.

Alla sorella Maria Teresa da Parintins, lO ottobre 1964

8.

« Ho finito le Olimpiadi: un macello e un trionfo»

Ho finito le Olimpiadi: un macello e un trionfo (12). Una settimana Olimpica come mai mi era riuscita in Italia, con molte specialità, sei squadre, 87 atleti, 36 medaglie, due coppe e mezzo milione di spese. Non ho più soldi in tasca, anche se il mio nome si è fatto una fama, nella radio e nella stampa di Manaus e dèllo Stato di Amazonas.
Qui ormai me la passo bene, la gente mi conosce, mi vuol bene, specie nell'interno dove mi trattano proprio bene. Mi portano a caccia e a pesca ed è bello vivere nella semplicità loro. Sono andato con un mio amico a caccia: attraversavamo prati sterminati con erba alta tre metri. Si vedeva solo l'erba muoversi e nessuna testa spuntare fuori. Essi hanno un intuito della direzione. E poi ti immagini? Scalzi e mezzi nudi dentro lì? Con le cobre e le onze e i coccodrilli? Mi ha fatto vedere l'impronta fresca dell'onza (tigre amazzonica). Poi siamo saliti su una canoa per attraversare il lago e col remo ho raspato in qualcosa di duro. «È uno jacaré» (coccodrillo) mi dice l'amico. Poi sulla sponda ne abbiamo visti tre grossi. Alla fine sparo ad un'anitra ma essa è solo ferita e se ne va camminando. lo a dietro. Ma ad un certo punto entro in una sabbia mobile, anzi era fango mobile. Ne sono
uscito per miracolo e mi sono presentato al mio amico, nero di fango fino al collo.

Alla sorella Maria Teresa da Parintins, 16 dicembre 1964

 

9.

«Non ho bisogno di niente, sto bene, sempre più bene»

Incomincio a perdere lo smalto, almeno nei vestiti; il primo anno è passato tutto in ordine, ben vestito e ordinato; ora i ginocchi escono dai pantaloni, i calcagni dalle calze. Il nuovo missionario incomincia a diventare un vecchio missionario. «Gli ultimi arrivati» non siamo più noi, ma gli altri due, Pagani e Turra. La terminologia «i due nuovi», usata a nostro riguardo per tutto un anno, ormai è rivolta ad altri e noi siamo nel numero dei vecchi. I nuovi domandano consigli a me.
Sul mio tavolo sempre disordinato e nella mia camera (altrettanto) comincia a prendere il sopravvento la mercanzia brasileira sopra quella italiana. Ormai le parole e i libri ecc., sono più portoghesi che italiani e così anche il vecchio missionario si sta brasilianizzando.
Io non ho bisogno di niente, non preoccupatevi di me, sto bene, sempre più bene, il clima mi fa sempre meno paura, il cibo, le fatiche, il Rio e la foresta, pure. Conosco le insidie della piena e della secca, gli usi e i costumi di tutte le feste, i frutti di tutte le stagioni. Spero di continuare così fino alla fine, cioè conoscendo sempre meglio questo meraviglioso mondo. Meraviglioso per modo di dire.

Ai genitori da Parintins, 16 dicembre 1964

 

10.

« Tutti hanno potuto sfamarsi»

È ormai passato il Natale. È stato meno sentimentale del primo, però più pieno di lavoro. Infatti dopo la Messa di mezzanotte abbiamo fatto un po' di baldoria fra noi padri e al mattino ho celebrato la prima Messa alle 6 in Cattedrale quindi me ne sono fuggito nella foresta dove mi aspettavano 30 bimbi per fare la prima Comunione: li avevo preparati per tre mesi e avevo scelto proprio questo giorno per la loro prima Comunione. Sono riuscito a convincere un signore a darmi un bue, per cui hanno passato un bel Natale con tutte le loro famiglie, mangiandolo tutto.
Il giorno 22 e 23 siamo partiti per Barreirinha in tre: Joào, Luciano ed io (13). Partiamo di buon mattino. Era una passeggiata di riposo e io volevo inaugurare il fucile che mi ha regalato il papà e vedere se le cartucce erano ancora buone, quelle non mangiate dalle termiti. Un colpo a destra, uno a sinistra non ne sbagliavo uno, anche al volo e anche molto a distanza. Si trattava sempre di uccelli grossi, anitre selvatiche, cicogne, ariramba, gaviòes, ecc. Arriviamo ad una svolta del fiume e vedo una macchia rossa sulla sponda, guardo bene, un urlo: .«le sigàne» (= zingare). Sono uccelli rossi e squisiti, più grossi di una gallina. Avviciniamo il motore, carico il fucile col 5 e col 7, arrivo a tiro e fram! Due colpi, carico di nuovo, altri due e altri due. Andiamo a raccogliere: il fucile mi scotta nelle mani, ma è un'arma perfetta. 49 sigàne è stato il bottino di 6 colpi. Il motore era una montagna di piumati e ora si doveva solo correre verso la meta per mettere in
un luogo fresco gli uccelli che nel giro di poche ore qui fanno i vermi.
Ma poi, come mangiare tutta sta grazia di Dio? Ma Dio ci aveva già pensato. Arriviamo a sera in Barreirinha, annuncio l'arrivo con un colpo di fucile. Esce tutta la gente: pensate, da parecchi giorni non avevano niente da mangiare, perché essendo secchi i laghi non c'era più pesce e nel fiume è molto difficile pescarli. Così tutti hanno potuto sfamarsi. Anche un vecchietto, restato per ultimo, vedendomi che stavo per gettare via un grosso camaleonte, me lo chiese per mangiarlo, cosa che di solito qui nessuno fa, essendo il camaleonte non buono. Noi siamo rimasti a bocca asciutta, ma p. Santo ci aveva preparato polenta e gallina, che però io non ho divorato per non fare un' altra indigestione.
Abbiamo tirato mezzanotte attorno al tavolo, dopo aver pregato insieme nella bella chiesa nuova, un capolavoro nella foresta. Ognuno contava le sue avventure al lume di una candela. Poi dopo la mezzanotte ci siamo seduti fuori, sotto le stelle, e fra una sigaretta e l'altra si aspettò la luna che sorgeva sopra l'orizzonte amazzonico. Ogni tanto si beveva tirando acqua da un pozzo pieno di cobre, ma ormai ci si abitua a tutto.
Al mattino ho dormito fino alle 7.30. Dopo la Messa abbiamo dato un giro di caccia e p. Luciano ha ammazzato un bel tucano con un becco che è una meraviglia. Eccovi dunque le mie ultime avventure. Spero che anche voi abbiate passato un buon Natale e cominciato un buon anno.

Ai genitori da Parintins, 7 gennaio 1965

11.

«Mi hanno gettato in periferia a San Benedetto»

Io sto benone, anzi, meglio che in Italia. Qui siamo in inverno e si suda un po' meno che d'estate, tranne dalle 5 alle 8 di sera che sono le ore più calde del giorno, poiché cessa il vento: proprio l'ora della mia Messa domenicale ed è un bagno da capo a piedi. Come forse già sapete, dall'Epifania mi hanno sbancato dalla Cattedrale (almeno come ministero, mi ha sostituito p. Antonio Caliciotti) e gettato in periferia, alla chiesa di S. Benedetto, proprio sull' orlo del fiume, che continua a mangiare quel terreno e un giorno o l'altro lo vedremo portarsi via anche la chiesetta.
Per me è stata una fortuna perché avevo tutti quei paramenti e arredi sacri da impegnare e così, essendo la chiesa sprovvista di tutto, ne ho impegnati buona parte. Sto spianando un po' di terreno per il pallone e così cominceremo a fare il piccolo centro di attività. Purtroppo S. Benedetto è sempre stato abbandonato dalle autorità civili e religiose, è il quartiere più abbandonato della città. Conta più di 3500 abitanti. Ho fatto un primo giro delle case ed ho trovato solo una casa di mattoni. Tutte le altre sono di fango e paglia. La chiesa è piccola e soprattutto è sulla riva del fiume per cui non è al centro delle case. Mons. Cerqua pare voglia fare parrocchia questa zona, ma bisogna preparare tutto. Sto già indagando per comprare un pezzo di terreno proprio al centro, ma vogliono troppi soldi. Un altro terreno me lo regalano, ma è un po' fuori mano e mi servirebbe per l'oratorio.
Inoltre ho in mano i giovani della Cattedrale e monsignore mi ha promesso che farà per loro un ambiente giovanile. Egli
vuol anche costruire il cinema. Per intanto ho promesso ai giovani che a mie spese farei un campo per il pallone. Devo dare ad un'impresa il lavoro e pagare io. Ma non posso farne a meno se voglio tenere i giovani. Ci sono troppe case di prostituzione e non c'è un giovane o un uomo sposato che non ci vada. Solo dando altri diversivi, si potrà a poco a poco staccarli e rieducarli. Almeno i piccini. Nel Carnevale poi non parliamone. Stiamo organizzando i Mariani14 per fare qualche dimostrazione di forza presso le autorità (che sono il peggio di tutti). Questa Quaresima pensiamo di intonarla alla Moralizzazione della città.
Infine ho tutto l'interno (15), che è il mio regno più bello. L'altra settimana ho fatto un viaggio avventurosissimo di tre giorni. Quante volte ho dovuto saltare in acqua per spingere il motore! Quante ore di canoa! Di notte, con una luna meravigliosa che si specchiava nel Rio. Momenti belli, bellissimi, che ci ricordano da lontano altri momenti passati sulle montagne (ma il silenzio più profondo è sulle montagne. Qui giorno e notte c'è sempre un gridìo assordante di insetti e bestie di foresta) .
Qui bisogna accontentarsi di poche cose belle. Ma in mezzo a tutte le cose che valgono zero, quando ne incontri una che vale 1, ti sembra che sia la cosa più bella del mondo. Così si dica per il mangiare, il bere, il clima, le strade, le cose siccome il mangiare è quel che è, quando incontri un pezzo di roba buona è Natale. I primi tempi cercavo di tirar fuori le bestie dai cibi (almeno quelle che vedevo galleggiare), adesso non ci faccio più caso, ci vorrebbe troppo tempo. Così per le bestie che ti senti addosso: i primi tempi... poi si lasciano stare. L'altra notte nella mia stanza ha dormito con me un topo grossissimo. Lo sentivo passeggiare ma ero troppo stanco per cacciarlo via. Solo alle zanzare non ci si abitua e anche la gente di qui, pur avendo molta pazienza nel sopportarle, non si abitua e continua a battersi per tenerle lontane.
Così per l'acqua, quando (nell'interno) si incontra un bicchiere di acqua pulita, sembra champagne, anche se è calda. In mezzo a sto caldo, quando senti una folata di vento... in mezzo a ste strade quando ne trovi 10 metri piani ti pare l'autostrada del sole. Come si è fortunati in Europa. Ma non si capisce la propria fortuna... e ci si lamenta del pane, dell'acqua, del tempo, delle strade, ecc. Credo che è un peccato contro la Provvidenza il lamentarsi, in Italia.
Il vento mi porta il suono di una radio. Sta suonando: «Una lacrima sul viso». Qui tutta la gente tiene sempre accese a tutto volume le radio e così imparano tutte le canzoni. E siccome la maggior parte delle canzoni trasmesse sono italiane, la gente le sa tutte e spesso le cantano in italiano, così mi pare di essere in Italia. Specialmente Rita Pavone, vanno matti. Loro hanno l'abitudine di fare le serenate di notte. Si mette insieme uno che suona la chitarra e uno che canta (se non è il medesimo) pagati dal noivo (fidanzato) o dall'innamorato, che va con essi sotto la finestra della ragazza. A mezzanotte cantano le canzoni prescelte (ma è un incanto, sanno cantare e specialmente suonare bene, questi menestrelli), finché lei si affaccia, si salutano e se ne vanno.
Ieri sera ho provato un boccone prelibato: il viado (cervo). L'ha ammazzato un mio ragazzo, qui a due passi e mi ha invitato a mangiarlo. Che buono! A proposito di caccia, mi  si è rotto il fucile. O meglio me l'ha rotto proprio questo ragazzo. Ha voluto vederlo, non so cos'abbia fatto, fatto sta che mi ha rotto la molla del grilletto anteriore. lo l'ho smontato e vi mando la molla rotta, che dovete mandarmi quanto prima, per lettera (non è meglio mandarne 2, una in una lettera, l'altra in un'altra?): il fucile è Bernardelli, di Gardone. Calibro 12.
Adesso comincio colle richieste. Siccome c'è p. Joao in Italia e a lui ho detto di far spedire le casse, è meglio completare la spedizione con queste cose: qualche pacco di chiodi e qualche rotolo di retina per zanzare. I chiodi siano non troppo lunghi, misura media, con qualcuno piccoletto. Mettete nelle casse anche un copertone (senza cerchione) con camera d'aria di «Galletto» (una motocicletta, ndr) e una catena. Purtroppo il mio «Galletto» è un caso serio. Come motore è il migliore che abbiamo, è una bellezza. Ma come carrozzeria va a pezzi tutto. Qui mi hanno suggerito di chiedere un 250 Guzzi, che sarebbe eterno. Ma so che è un bel capitale. Comunque per adesso sono a posto e il «Galletto» va benissimo. Solo che se aspetto quando non sarà più buono, arriverà dopo due anni, quindi...
La Maria Teresa dovrebbe spedirmi ogni tanto qualche pallone di quelli di gomma Pirelli (N° 3), giallo rigato, che si può svuotare e riempire colla valvola. Svuotandolo si può fare un pacchetto che non penso passi il mezzo chilo. Per ora è la cosa più utile per me, perché i ragazzi di S. Benedetto vogliono giocare e il gioco del pallone è il più attraente per loro. Anche nell'interno mi chiedono sempre qualche pallone. Qui il prezzo va dai 12 ai 20 mila, per cui penso che qualche spedizione di questi palloni è buonissima. Più che le maglie.

Ai genitori da Parintins, 25 gennaio 1965

12.

«Sto vivendo i giorni più belli della mia vita»

Eccomi a te durante l'ultimo giorno dei miei esercizi annuali. Non solo voi monache avete il monopolio della vita spirituale! È l'unica volta all'anno in cui ci si riunisce tutti. Una banda di avventurieri sai, come quei vecchi cercatori d'oro... chi arriva dal West, chi dal Sud, chi dal North, ognuno con la propria imbarcazione. E nel ritiro in generale si fa silenzio, ma ogni tanto ci si scambia qualche idea, dopo tanto tempo di isolamento. Ma sono esercizi anche questi.
Stamattina abbiamo concelebrato: dodici padri più il Vescovo. La gente in chiesa è stata fortemente impressionata e noi stessi eravamo commossi: pareva l'ultima Cena.
Quanto a me, io sto vivendo i giorni più belli della mia vita. Nonostante vada già il secondo anno di missione, l'aria di sogno non è ancora svanita e allora mi metto a gridare il mio grazie al Signore: «Signore, ti ringrazio infinitamente alla mia maniera». Sì perché noi a nostro modo abbiamo una certa infinità anche noi, almeno nei desideri.
Sento i passi del mio Vescovo... Egli certamente verrà a farmi chiacchierare, non è capace di passarmi vicino e stare zitto, almeno durante gli esercizi... Mi vuole troppo bene (16).
Insomma, ti stavo dicendo che qui non è necessario essere poeti o sentimentali. Basta avere un po' di cuore, un briciolo
di fantasia e di grazia di Dio, per vivere felici questa vita di intense emozioni e superare tutte le fatiche. Qui la poesia è di casa come fra le mura del Carmelo. Fatiche ce ne sono, ma sono la moneta con cui paghiamo a Dio la nostra felicità.
Adesso ho, oltre ai 25 villaggi dell'interiore, in consegna il bairro (quartiere, ndr) più povero della città, 3500 abitanti e una sola casa di mattoni, tutte di paglia o fango, poverissimi, i più diseredati. È una pena visitarli. Sto passando di casa in casa per scoprire i più bisognosi. Ma anche aiutarli è un problema: se gli dai mille lire, te li spendono in casciaça (grappa). Gli americani ci mandano qui ogni due mesi molta roba: facciamo ogni due mesi la distribuzione: ad ogni famiglia diamo burro, latte (in polvere), farina bianca e farina gialla... Ma deve durare due mesi ed ogni famiglia è numerosa. Il «tuchaua» (stregone, ndr) di un villaggio ha 25 figli da una sola moglie. E d'altronde non puoi pretendere che l'America faccia tutto: io non so come fanno questi americani a dare a tutto il mondo (dico tutto il mondo) quello che danno. lo penso che Dio aiuta molto gli americani e dà loro tanto, proprio per la loro grande carità.
Ora ti lascio perché è l'ora di «jantar», cenare, ti saluto, vi saluto tutte, e ringrazio tutte, vi benedico tutte, prego un po' per tutte voi, a cominciare dalle Superiore che ne hanno più bisogno per non cadere nelle sgrinfie del diavolo.

Alla sorella Annamaria da Parintins, 20 febbraio 1965

13.

«A Parintins stiamo lavorando a tutto spiano»

Vi scrivo da un tavolino improvvisato, nella mia casa nuova, quella che il vento ci aveva buttato giù. Adesso è finita e bella, anche senza quella perfezione di rifiniture che si sarebbero potute ottenere con qualche soldo in più, con qualche tecnico in più e con qualche materiale migliore. Così il mio parroco p. Pedro (Vignola), il p. Antonio (Peschechera), l'Irmao (fratel) Bruno (Mascarin) e io ci siamo staccati dalla combriccola (17) e a dire il vero ne ho sofferto un pochino.
Adesso siamo più vicini alla nostra gente. In questi giorni ho tagliato un bosco di piante e ho le braccia stanche! Ma ho fatto un raduno qui davanti alla casa e il Bruno ci sta piantando alcune piante di frutta: un mamao (papaia), una tangerina, un biribà, un cajù, una graviola, una laranja (arancio), una ata, un tapereba, una manga (mango), una banana, un taccuma, un assay, una bacaba, un limao (limone), un marimarù, un abacaxf (ananas), una goiaba, una sapucaia, un guarana18. Vuol fare un frutteto.
Come vedete la frutta di qui è tutta diversa da lì. Solo la laranja assomiglia alla nostra arancia ma molto meno buona. A me piace soprattutto l'abricò, il mamao e l'ata. Hanno un sapore strano e straordinario. Che assomiglia alla nostra c'è anche l'anguria (che si chiama melanzìa). Il Bruno ha messo anche dei semi di datteri venuti dall'Italia e sono cresciuti. Chissà se daranno frutto.
La casa è a un sol piano, sono 6 stanze infilate con una veranda davanti: ognuna ha il suo gabinetto. Stiamo aspettando qualche mobile per sistemarvi tutta la roba che giace sul pavimento. Le piastrelle le abbiamo fatte con una macchinetta e sono riuscite bene.
Qui in Parintins stiamo lavorando a tutto spiano. Le costruzioni sono in pieno svolgimento. P. Silvio è l'addetto ai lavori e sta portando avanti bene il Seminario a tre piani, la maggior costruzione di Parintins, a parte la Cattedrale. Questa è ferma e aspetta la fine del Seminario per continuare.
Si stanno finendo anche alcuni capannoni che serviranno come scuola professionale di meccanica e di falegnameria. In questi giorni è arrivata anche l'autorizzazione a costruire la radio quindi monsignore vuole incominciare subito. Da parte mia già ho preparato, coi soldi arrivati, una squadra da gioco e il terreno per la casa della gioventù con annesso salone moderno per il cinema. Abbiamo già il progetto e speriamo di cominciare subito.
Come vedete il lavoro non manca. Purtroppo, oltre a noi della Prelazia, tutti gli altri sono fermi perché non ci son soldi.
Questo è il periodo in cui la gente non lavora più e dimagrisce, perché tutti i soldi della juta dell' anno scorso son finiti e bisogna aspettare il nuovo raccolto. La juta quest'anno è bella, qualcuno già sta tagliandola, ma il Rio è ancora basso e tutti hanno paura che quest'anno non cresca abbastanza, così il raccolto sarebbe perso. È per questo che gli juteri (industriali della juta, ndr) non hanno anticipato e finanziato le piantagioni dei caboclos, perché hanno visto l'andamento del Rio. Così i caboclos muoiono di fame. C'è da sperare che piova (come di fatto da qualche giorno sta facendo) così il Rio mette a posto tutto.
In questi giorni, tutti fanno delle grandi promesse a S. Benedetto, a Nossa Senhora, per il buon raccolto.

Ai genitori da Parintins, 30 marzo 1965

14.

«La parola d'ordine: perdere ma tornare a casa»

Prima di tutto l'articolo apparso su «Missionari del PIME». lo non voglio far pubblicità di me e quindi non ho scritto mai articoli. Scrivo sempre solo lettere, alla buona, son cose che non interessano il pubblico ma al massimo i parenti. Quindi, se p. Mauro vuole, di' a Mariateresa che faccia un estratto intelligente delle cose più interessanti, lo batta a macchina e lo mandi a p. Mauro. Non mandate gli tutte le lettere che poi le saccheggiano e ridono alle mie spalle, anche qui in missione. Quindi d'accordo, quando vedete qualcosa di interessante potete mandarlo ma un po' riordinato e abbellito come la Esa (la sorella Maria Teresa, ndr) sa fare. In più mi pare che ogni articolo è pagato credo 5000 lire, e quindi pensate a riscuotere la paga.
Avevo cinquantamila cose da dire e chiedere e non ne ricordo una! E allora comincerò a contarti gli ultimi avvenimenti di qui. Già da tempo avevo deciso di condurre i miei giovanotti a fare un picnic, ed abbiamo scelto Maués. Dopo molti contrattempi finalmente venerdì 30 aprile procuro tutto il necessario e partiamo con una turma festante di ragazzi: sono tutti giovanotti sulla ventina. Andiamo a «bater boIa", a giocare al pallone contro la forte selezione di Maués. La parola d'ordine è «Perdere, ma tornare a casa,,: così ci augurano e ci raccomandano i vecchi, memori di quanto successe qualche anno fa, quando la squadra di Parintins andò a Maués e vinceva ma l'arbitro continuò a tirare in lungo la partita, fino a oltre le tre ore, per far vincere quelli di Maués (qui non ci sono molti orologi per controllare l'arbitro). Quando riuscirono a passare in vantaggio quei di Maués, l'arbitro fischiò la fine.
I nostri reclamarono, ma tutto il popolo con sassi e bastoni li hanno assaliti e lasciando là vestiti e tutto hanno fatto appena in tempo a saltare malconci sul motore e a prendere il largo per non esser raggiunti dai sassi. Ne parlarono persino i giornali di Manaus. Non bisogna dimenticare che a Maués sono ancora quasi tutti di razza india, anche se civilizzata.
Siamo partiti da Parintins alle 6 di sera e viaggiato tutta la notte. I ragazzi avevano appeso le reti nel battello e dormivano. lo e qualche altro vegliavamo su tutti. Avevo paura per la strada che nessuno di noi aveva mai fatto, in quel labirinto di fiumi e di notte. Se si trattava del mio Amazonas nessuno mi avrebbe insegnato, ma dopo un tre quarti d'ora salutiamo il grande Rio per entrare nel Limào. Lascio il timone a Moco, il mio motorista, e mi metto sulla punta del battello con una pila: non c'è luna e bisogna cacciar fuori gli occhi dalle orbite per vedere se c'è qualche isola di erba e per avvistare sempre la strada giusta. Nel buio pesto si potrebbe andare addosso alle sponde oppure infilare qualche altro fiume laterale e arrivare a casa del diavolo. Perché di notte senza luna proprio non si vede niente. E la pila si consuma subito perciò bisogna solo lampeggiare. Il faro ce l'hanno rubato il mese scorso.
Finalmente spunta il giorno, una bella giornata. Nell'alba magnifica di rossi bagliori alle 7.30 entriamo nell'ultimo fiume, il Maués e alle 8 siamo al cospetto della città. Ci aspettavano. Tutti in uniforme erano al porto. Era domenica 2 maggio e la' Messa era appena finita. È incominciato il saluto coi petardi, da parte loro e da parte nostra, come di solito avviene qui quando una città va a visitare un'altra. Sbarcando io ho fatto credere alla gente che ero dell'ordine dei Cappuccini: dovevo ben spiegare perché ero scalzo. Ci hanno accolti molto bene. Ci han dato da mangiare, abbiamo «battuto la bola», le abbiamo prese 3 a 0 (io avevo detto: «Guai a voi se vincete,,) e alla sera abbiamo dato anche uno show.

Al papà da Parintins, 13 maggio 1965

15.

«A suon di schiaffoni: monsignore mi ha dato il permesso»

Non scrivo perché abbia bisogno di altre cose, ma solo per ringraziarti per tutto quanto fai e hai fatto. Ho quasi vergogna a chiedere altre cose. Ieri mi sono arrivate le casse: Splendido! C'era ogni ben di Dio e quasi tutto intatto. In questi giorni i ladri hanno svaligiato due volte la Cattedrale e anche una volta la mia chiesetta di S. Benedetto: valore 60.000 lire (in S. Benedetto) .
Stiamo combattendo battaglie feroci contro i testimoni di Geova, e i miei Mariani sono come i primi cristiani tradotti davanti ai giudici.
Purtroppo da una settimana sono preso qui con due donne (madre e figlia) impazzite, che nessuno riesce a dominare se non io, a suon di schiaffoni (monsignore mi ha dato il permesso). Se Dio vuole domani viene l'avion (l'aeroplano, ndr) e le imbarchiamo per Manaus.

Al papà da Parintins, 19 maggio 1965

 

16.

«Il Vescovo mi ha chiamato: l'eroe dell'interiore»

Sono riuscito ad espugnare una fortezza che aveva sempre resistito alla penetrazione dei padri: la Ilha das Onças (isola della onza = giaguaro). Dopo averla aggirata da tutte le parti finalmente ho gettato l'ancora in un punto che mi pare dia risultato. Sono così saliti a 9 i nuovi gruppi mariani che son riuscito a fare in quest'anno. Ho mietuto dove altri hanno lavorato. Il Vescovo mi ha chiamato l'«eroe dell'interiore" ed io ne sono orgoglioso anche se so benissimo che è tutto uno scherzo di Dio. In realtà vedi la grazia di Dio con gli occhi.
Quante volte arrivo in un posto che si visita solo una volta all'anno e confessando 150-200 persone, incontro solo 5 o 6 che vivono in peccato mortale! Sono veri miracoli. La gente è buona, ci fa arrossire, non c'è uno che dubiti della fede, la fede è semplice anche se un po' superstiziosa. Ma la chiamerei più fanciullesca che superstiziosa.
Adesso mi trovo ancora davanti ad un posto che non vuoI convertirsi: lo chiamano Cuba, perché son tutti ribelli. Mi manca di dire la Messa con il fucile appoggiato all'altare. Sto visitandoli tutti i mesi per fare il primo venerdì. Ma finora sono duri: donne e cachaça (grappa, ndr) sono la rovina di quel posto. Pregate per la mia Cuba.
Altre difficoltà incontro fra i giovani, il cui peggior difetto è l'orgoglio. Anche l'incostanza e l'immoralità minano la nostra gioventù cittadina. Il lavoro in città è duro, di intelligenza e di comprensione di un popolo che sembra civile, ma la sua è solo apparenza di civiltà: in realtà da soli 20 anni sono usciti dalla foresta. La stessa città è città per modo di dire, essendo sepolta nella verde foresta amazzonica. Pregate anche voi per i miei giovani.
Infine pregate anche per me che Dio mi aiuti sempre. Purtroppo in questi giorni il nostro drappello di missionari ha avuto delle defezioni, e sono colpi forti che ci fanno danni immensi.

Alla sorella Annamaria da Parintins, 24 settembre 1965

 

17.

« Vino e biscotti ci danno allegria per una settimana»

Ricevo il preziosissimo carico di vino e biscotti, che è il più gradito anche da tutta la compagnia, perché le altre cose sarebbero solo mie, invece queste si consumano in compagnia e finiscono per essere di tutti, con grande allegria per una settimana intera. Grazie mille quindi da parte di tutti.
Ancora però non ho trovato il famoso proiettore per cui lo aspetto alla prossima occasione. Anche la campana, appena l'ha vista p. Modica mi ha supplicato di dargliela per la sua chiesa che è grande. Così lui me ne ha dato una più piccolina. A me interessa sapere il prezzo di una campana così, per vedere se c'è convenienza a farne venire uno stok.

Al papà da Parintins, 18 aprile 1966

 

 

* Da una lettera alla sorella Annamaria, settembre 1964.
[1] Cfr. P. Gheddo, Dio viene sul fiume, EMI, Bologna 1994, p. 45.
[2] Ibid., pp. 41s.
[3] Si veda anche supra l'introduzione a questo volume.
[6] Nel diario, proprio in questo periodo del 1964, Augusto racconta in modo umile e sincero una tentazione sentimentale (con una ragazza della parrocchia), la prima di molte altre degli anni seguenti, che naturalmente nelle lettere non vengono fuori (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, pp. 46s.). Alla sorella Annamaria parla della sua vocazione al deserto, al monastero di clausura, che fra una decina d'anni lo porterà a isolarsi in foresta e poi ad entrare in un monastero cistercense del Brasile. Si veda anche la lettera alla sorella Annamaria del dicembre 1952 (si veda
supra capitolo I, pp. 34s.).
[7] Le lettere di Augusto sono piene di queste gemme, espressione di una fede profonda e di fiducia nella Provvidenza.
[8] Don Fernando Sguazza, parrocchiano di Locate che è diventato sacerdote diocesano ed ha poi lavorato per diversi anni con i missionari del Pime nella prelazia di Macapa come «Fidei Donum
». Questa lettera a un novello sacerdote è bellissima.
[9] Ecco uno dei difetti o peccati di cui Augusto spesso si accusa nel diario: cercare il successo, cercare di apparire, di essere conosciuto ed esaltato... Difetto comune specialmente nei giovani (l'età poi relativizza un po' tutto!) e in particolare in quelli che già come aspetto fisico e intelligenza emergono: Augusto, alto circa 1,90, era muscoloso, atletico, bello, intelligente, espansivo; sapeva parlare, suonare, scrivere, cantare, nuotare, scalava montagne ed esplorava fiumi e foreste d'Amazzonia... Aveva leadership da vendere... La gente, di Locate Varesino, di Parintins, di Urucara e del Mocambo, lo seguiva affascinata... Lui poi si autopuniva fuggendo, ritirandosi in foresta, non rimanendo troppo a lungo nello stesso posto.
[10] La costruzione della Cattedrale di Parintins, fortemente voluta da monsignor Arcangelo Cerqua contro il parere di tutti i missionari, è stata un'impresa titanica durata circa vent'anni (1960-1980), superando difficoltà che sembravano insuperabili in quel posto! Nel piatto panorama amazzonico, la Cattedrale è una costruzione imponente. Si tratta della più grande chiesa cattolica in tutto il Brasile del Nord e dell'Ovest, da Rio de Janeiro verso il nord e l'ovest, fino alle Guyane, il Venezuela, la Colombia, il Pero, la Bolivia! Le misure sono: 90 per 25 metri la navata centrale, 75 metri di larghezza all'altare maggiore (con le due ali ciascuna di 25 metri), 18 metri di altezza nel punto più basso del tetto, 25 metri nel punto più alto. Il campanile quadrato alto 40 metri ha una pianta di 8 metri per lato (si veda il volume di Piero Gheddo, Missione Amazzonia. 150 anni del Pime nel Nord Brasile (1948-1998), EMI, Bologna 1997, pp. 4:00, al capitolo XII).
[11] Questa era la condizione ideale per Augusto: poter impostare l'azione pastorale come voleva, secondo le sue idee e i suoi carismi, senza doverne rendere conto a nessuno. Col popolo faceva benissimo, ma era un uomo fuori di ogni struttura, regola, regolamento, piano pastorale...
[12] Padre Gianola è stato l'inventore del Campionato di calcio fra le comunità della prelazia e delle Olimpiadi di Parintins che continuano tuttora e coinvolgono migliaia di giovani; e poi del Festival folcloristico di Parintins, partendo dalla danza del «Boi Bumbá», la danza del bue tradizionale in Amazzonia. Sugli sviluppi grandiosi di questa iniziativa, che attira turisti da ogni parte del Brasile, di cui parlano giornali e televisioni nazionali, si veda il capitolo XVI di Gheddo, Missione Amazzonia, cit.

[13] Joao è padre Giovanni Andena, Luciano è padre Basilico.
[14] Associazione ecclesiale maschile, organizzata in gruppi, dove gli uomini si ritrovano per pregare, studiare il catechismo e assumendosi la responsabilità di alcune attività pastorali.
[15] Tutti i missionari a Parintins, come nelle altre cittadine della prelazia, oltre al ministero nella parrocchia in città, hanno ciascuno un vasto territorio da seguire nell'interno, lungo i fiumi e nelle foreste, con «desobrighe» (viaggi di visita) di giorni e giorni, per assistere tutte le piccole comunità disperse. Padre Gianola aveva nell'interno circa 60 comunità da visitare, lungo il Rio delle Amazzoni, da Parintins al Mocambo (dove poi passerà gli ultimi mesi della sua vita amazzonica), che segna il confine fra la prelazia di Parintins e quella di Itacoatiara (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., pp. 62-65).
[16] È confermato da vari confratelli di Parintins che monsignor Arcangelo Cerqua voleva molto bene ad Augusto, come a tutti gli altri missionari. Ma Augusto, per due-tre anni dal suo arrivo, è stato il prediletto: il vescovo vedeva in lui un sacerdote fervente, intelligente ed attivo che poteva rinnovare la pastorale della prelazia. Infatti, nei primi anni Augusto realizza varie novità, specie le comunità dell'interno. Poi l'idillio si offusca e cessa (si vedano i capitoli III e IV di Gheddo,
Dio viene sul fiume).
[17] In precedenza, tutti i padri e fratelli della città di Parintins abitavano col vescovo nella sua casa. Poi si costruisce la casa parrocchiale della Cattedrale, nella quale abita anche Augusto, incaricato della chiesa di San Benedetto, succursale della Cattedrale.
[18] Fin dai primi tempi in Amazzonia, Augusto si è appassionato a studiare gli animali, le piante e i frutti locali. Una volta, racconta padre Vignola, a Manaus vanno in una gelateria dove c'è un cartello col nome di una ventina di frutti amazzonici di cui si offre il gelato. Augusto sfida il proprietario e gli snocciola una cinquantina di nomi di frutti che l'altro ignora e ottiene il gelato gratis (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., pp. 84s.).