AUGUSTO GIANOLA
IN MISSIONE
PER CERCARE DIO
Lettere dal Brasile
A cura di Piero Gheddo
EDIZIONI SAN PAOLO 1998
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I. Da prete diocesano a missionario in Amazzonia (1951-1963) |
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II. La «luna di miele» della vita missionaria ( 1963-1966) |
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III. La parrocchia San Giuseppe operaio nello stile povero dei caboclos (1967-1973) |
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V. Una nuova avventura: le colonie agricole sulle «terre alte» (1975-1976) |
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VI. La rivoluzione tra i caboclos dell' Amazzonia, non con Marx ma con il Vangelo (1977-1984) |
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VII. 1400 chilometri in canoa sul Rio delle Amazzoni e il monastero dei cistercensi (1985-1986) |
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VIII. L'avventura finale in foresta: Augusto contento perché lebbroso! (1987-1990) |
II
LA «LUNA DI MIELE» DELLA VITA MISSIONARIA
(1963-1966)
« Ho cominciato a confessare alle otto di sera e all'alba
stavo ancor confessando.
Ad un certo punto mi pareva di cadere morto da un
momento all'altro »*
Dal 1963 al 1966 padre Gianola è a Parintins e si innamora della missione. Il lavoro pastorale gli piace, si impegna a fondo nel visitare le comunità dell'interno (lungo i fiumi e nelle foreste): il vescovo e i padri gli vogliono bene, apprezzano il suo lavoro e le sue iniziative che rinnovano la pastorale diocesana. Scrive che non è mai stato così bene, è il tempo più felice della sua vita. In questo periodo ha tante soddisfazioni: non solo per l'amore del popolo, che sa attirarsi con la sua dedizione e bel carattere, ma anche per le varie iniziative di successo che intraprende in campo religioso e sociale. Sono gli anni della «
luna di miele» con la missione di Parintins. Nel capitolo seguente (1967-1973) vedremo come nascono le difficoltà e le delusioni.
1.
«
La prima cosa che si deve fare è quella di vivere»Questa è la prima (speriamo non l'ultima) lettera che ricevi, direttamente da una zona missionaria e ti garantisco che
è una delle zone più difficili che si trovano ancora sul globo. Già qui in città la vita è molto faticosa: la prima cosa che si deve fare è quella di vivere. Poi, se resta ancora un po' di forza, la si dedica all'apostolato e alla santificazione propria.Alla sorella Annamaria da Parintins, 16 dicembre 1963
2.
«Mi fanno fare molte prediche perché dicono che commuovo la gente»
Due sono i problemi più impressionanti: la fame materiale e
spirituale della gente di qui.
E gente affamata, con una fame secolare, le conseguenze
fisiche e psichiche e morali sono evidenti. Spiritualmente, ho potuto notarlo in
queste confessioni pasquali, è un popolo mal nutrito. Basta vedere com'è
pentito dei suoi peccati, come si commuove davanti a Cristo morto, come ci tiene
a dire che possiede la vera fede cattolica.
Oltre a questa fame, vorrei tu vedessi come i cattolici veri
(e sono molti) si comportano: con fervore e senza rispetto umano. È stato uno
spettacolo stupendo vedere il ritiro (spirituale) degli uomini.
Proprio nei giorni in cui infuriava il Carnevale essi, circa
500, si sono radunati da tutte le parti, facendo giorni di canoa, nella nostra
fabbrica di mattoni sulle rive di un lago, nella foresta, in alcuni capannoni
solo col tetto di paglia sostenuto da pali. Per tre giorni hanno fatto i loro
Esercizi proprio come le monache. Alla sera attaccavano le loro reti come
potevano e dormivano fra un nugolo di zanzare. Me lo sai dire tu dove in Italia
trovi una cosa simile? Essi sono contenti di ascoltare il padre che parla, che
racconta di Gesù.
È bello qui perché non sei costretto a diventare un esperto
in culinaria per preparare loro cibi raffinati, come in Italia, ove hanno lo
stomaco raffinato e rovinato. Qui basta preparare loro del buon pane e
aggiungervi un po' di pesce fritto, come quello che Gesù mangiava coi suoi
Apostoli dopo la Resurrezione.
Qui basta parlare alla buona, senza preoccupazioni
stilistiche, dare il pane autentico, il Vangelo puro, raccontare di Gesù. E
anche noi padri capiamo le cose essenziali, siamo in un ambiente più
evangelico. È proprio bello.
Un'altra cosa degna di nota è la Legione di Maria. Qui in
città abbiamo 15 presidi della Legione. lo ne ho in mano 3, due di ragazze e
uno di ragazzi. Fanno un lavoro meraviglioso, convertono protestanti,
prostitute, battezzano, assistono i malati. Lavorano in città, lavorano nella
foresta. Specialmente i miei presidi giovanili sono attivissimi. È qualcosa che
ha del miracoloso.
Purtroppo accanto a questo fervore interno ed esterno, ci
sono anche le grandi pecche del popolo ebreo del Vecchio Testamento, visto che
qui siamo in ritardo di qualche secolo: cioè l'incostanza (quante volte
Mosè...) e l'immoralità (così da far chiudere un occhio a Dio e concedere
varie mogli). È un disastro. Non c'è verso. Anche ieri un'altra donna (e sono
migliaia) si confessava così: «Non sono sposata, ma graças a Deus, ho 12
figli e cerco di educarli nella nostra santa religione». Non è la prima che mi
dice così. Per loro l'importante è avere figli (vedi Vecchio Testamento). Ne
hanno veramente tanti e li educano, direi, anche abbastanza bene. Però molti li
danno anche via.
Ieri passando sotto le finestre" della prigione mi sento
chiamare. Dietro le sbarre una faccia di ragazzo: 17 anni. Mi racconta la sua
storia tra un fiume di lacrime. Egli non ha il papà, la mamma sua è a Manaus e
lo ha dato via ad un' altra donna perché ha troppi figli. Egli scappò da
Manaus e venne
Alla sorella Annamaria da Parintins, 28 marzo 1964
3.
«Non aver paura delle brutte figure: Gesù Cristo ne faceva ogni giorno»
Carissimo Fernando (8),
benché tagliato fuori dal tuo mondo, mi pare di ricordarmi che
in questo anno tu diventerai PRETE. Non so se sono in anticipo o in ritardo con questi miei auguri. Eccomi a te con
un augurio d'oltremare.
È forse il più lontano che riceverai, da un amico che
desidera accompagnarti in incognito all'altare. Sarò presente anch'io quel
giorno. Offrirò la Messa per te. Tu sarai scintillante di ori, pieno di regali,
circondato da tante persone civili e ben vestite, soprattutto mangiato con gli
occhi dalla tua mamma e da tutti quelli della tua famiglia. Il mio calice non
sarà così prezioso, i paramenti un po' sdruciti, l'acqua per la consacrazione
fangosa e il vino condito di moscerini; la gente che mi starà attorno in una
baracca di paglia, attorno ad un tavolo zoppicante, sarà scalza, sporca,
persino nuda. Ma ecco il miracolo: lo stesso Cristo ci unirà. Nella mia Messa
di quel giorno (29 giugno?) non mancherà il ricordo del tuo calice d'oro. Ti
chiedo umilmente in cambio che nella tua prima Messa ci sia il ricordo del mio
altare zoppicante.
È così meravigliosa la nostra fede! Pensa, lo stesso
Cristo! Egli è veramente l'unione, l'unità, il legame, l'amore che incatena
tutti quelli che credono in Lui. Non c'è più né greco, né scita, né cabloco,
né indio, né bianco, né nero. Siamo tutti fratelli. E in quel giorno saremo
ancor più fratelli: anche tu sarai sacerdote, della schiera dei più vicini di
Dio.
Fernando (don Femando) non ho, né voglio darti nessun
consiglio, neanche come fratello maggiore. Non ho niente di buono nella mia
esperienza, da poter comunicare agli altri.
Solo ti posso indicare i miei errori, perché tu li possa
evitare. Anzitutto ti dico: sii umile, umile, umile. Dio potrebbe fare benissimo
a meno di te, e fare molto meglio con un altro. Dio non ha bisogno di te per
salvar nessuno (soltanto per salvare te). Te lo dico perché lo sto toccando con
mano, ogni giorno. Non essere cieco, non crederti necessario. Perciò agisci con
calma, pensa a quello che fai.
Non aver paura delle brutte figure. Gesù Cristo ne faceva
ogni giorno, agli occhi dei benpensanti. Non fare come me che
Tuo don Augusto
P.S. Comunica i miei saluti e felicitazioni alla carissima mamma e papà. So che quel giorno sarà per loro di gioia e di lacrime.
Sarà il giorno della grande offerta, il più bello e terribile della loro vita. Sii grato al Signore per aver avuto sì bravi genitori. Essi saranno i tuoi migliori collaboratori di preghiera e di consigli. Come li sento preziosi i consigli della mia mamma quando mi scrive!A don Fernando Sguazza da Parintins, maggio 1964
4.
«Ho fatto un 'indigestione di polenta e gallina»
Sono tornato ora da un viaggio di molti giorni: è stato un
sogno. È stato il mio primo vero viaggio missionario. Da solo, per giorni e
notti proprio lungo il fiume, cioè il ramo principale, il più furioso e
pericoloso. Ho visitato molti villaggi, luoghi incantevoli.
In questi giorni i nostri padri sono attaccati dalle
malattie. Uno con la malaria, uno con il fegato a pezzi, uno con l'ameba,
l'altro non può drizzarsi in piedi per i reumatismi. Un giorno anch'io ho fatto
un'indigestione di gallina e polenta. Era un pezzo che non ne mangiavo più e
né avevo una voglia matta: arrivato in una capanna di un certo Kirimo, sulle
sponde del Limao, ho accostato e mi san fatto dare una gallina, ho fatto fare la
polenta (quasi come la nostra) e ho mangiato tutto, polenta e gallina. Il
mattino dopo mi alzo (e si vede che alla sera, ritornando col motore e l'aria
sullo stomaco scoperto, ho preso freddo) con un po' di febbre e voglia di
rimettere.
Ho bevuto un bicchiere di sale amaro e tutto è uscito
dall'altra parte. È proprio vero che le golosità si pagano.
Ai genitori da Parintins, 7 giugno 1964
5.
«Monsignor Cerqua è contentissimo di me»
Tornando dall'interiore (ormai sono diventato l'uomo delle
foreste) ho trovato la tua lunga lettera. In verità le altre sono andate
perdute, ma penso che anche tu abbia fatto come me, cioè riassunto nell'ultima
quanto hai detto nelle altre. Perciò siamo a posto. Purtroppo ogni tanto
bisognerà proprio fare così: il riassunto.
Quanto a quel che mi dici di monsignor Cerqua, sta
tranquillo, perché monsignore è contentissimo di me. Egli stesso ve lo dirà e
non abbiate paura a parlare. Soltanto che alcune cose è meglio sia lui a dirle
per primo, e voi fate finta di non saperle.
Il tempo qui è caldo: il cielo di giorno è pieno di vapori
che alla sera spariscono e si raggruppano in una sola nuvola grossa che si
riempie di lampi e lascia cadere qualche goccia di acqua, ma non rinfresca
niente. Il termometro è incollato dai 35 ai 40 all'ombra e non si muove mai,
neanche di notte, così che bisogna dormire sempre in un lago di sudore e si
prende sonno solo di madrugada (all'alba). Il tormento più forte di questi
mesi, fino a dicembre, sono le zanzare: nei viaggi è un tormento così forte
che ad un certo punto si cade sfiniti in pasto ad esse e ci si lascia mangiare e
stop. Infatti per qualche ora, dalle 6 alle 8 si resiste a saltare e a far
ginnastica per scacciarle, poi non ce la fai più e lasci che succhino il sangue
fin che vogliono. Ma il nervoso maggiore è il loro ronzio, che ti frastorna le
orecchie ed è più terribile del ruggito del leone: in verità ti fa più paura
e tormento. Il leone lo puoi ammazzare, le zanzare no. Sei sempre immerso in una
nuvola di zanzare e vedi anche tutti gli altri circondati da questa nuvola che
cammina con loro.
L'altra sera però ha fatto un temporale, inaspettato,
perché questo è tempo di secca. Ma è stato così violento che al mattino ci
siamo alzati ed abbiamo trovato le costruzioni tutte demolite. Infatti qui
stiamo costruendo la casa dei padri, una casa vicina alla cattedrale, perché
questa in cui abitiamo è troppo lontana. Eravamo già al tetto e al mattino era
tutta a terra. Così pure il seminario, i muri del secondo piano sono stati
demoliti.
Perciò c'è fervore di opere. Ma io cerco di astenermi più
che posso, per dedicarmi solo ai giovani e ai viaggi nell'interiore dove la
gente già sta conoscendo questo p. Augusto e in realtà tutti mi vogliono bene.
È un caso serio quando si attaccano al padre. Tutti gli ubriaconi diventano
tuoi amici e quando vengono nella città vengono a cercarmi e a darmi notizie
dei loro villaggi. Purtroppo capita che io mando un avviso di quando vado a
trovarli e dico: il tal giorno il padre arriva nel tal posto. lo vado tranquillo
di trovar gente riunita e invece quasi sempre l'avviso non è arrivato. Si perde
per strada. E sì che io avviso sempre quasi un mese prima. Allora devo buttar
via dei giorni preziosi con tutto il carburante, per avvisarli io personalmente.
Io devo prender cura di una decina di grandi isole, dove la
gente è molto atrasada (arretrata) perché vivono lontano dalla città e molti
non hanno mai visto la città, anzi solo qualche uomo è sceso in Parintins. È
un lavoro duro, ma se Dio mi darà salute, spero in qualche anno di dare una
mano a questa gente.
È ridicolo e commovente come i brasileri sentono l'amor
patrio. Quando suona l'inno brasilero, il 7 settembre festa nazionale, essi
piangono. Non c'è luogo nascosto nelle foreste in cui non facciano la marcia.
Per qualche ora, sotto il sole fino a mezzo giorno, essi magari scalzi, si
mettono in fila, danno a uno o a una uno straccio verde-giallo come bandiera e
marciano, marciano al rullo di tre tamburelli davanti, girando sem
Al papà da Parintins, 2f agosto 1964
6.
«
Ho cominciato a confessare alle otto di sera e di madrugada stavo ancora confessando»Vi parlo in un momento di distensione, qui, nella mia chiesa di N.S. do Carmo (il mio Carmelo), che per ora è solo un capannone ma che fra qualche anno sarà una bella Cattedrale (10)
. Infatti stiamo alzando i muri e anzi, nel giorno della festa (durata 10 giorni) abbiamo celebrato all'aperto, ma fra i muri della Cattedrale nuova. In un martirio perché, benché la funzione fosse alle sei del mattino, il sole fece in tempo ad abbrustolirci tutti, Vescovo compreso. È necessario arrivare fino al tetto al più presto per riparare la gente dal sole e dall'acqua. lo ho lavorato con le mie stesse mani e farò l'immenso pavimento: prendevamo la pietra colle mani (si lavorava di notte) ma le pietre erano piene di scorpioni che sbandieravano la loro coda avvelenata. Non le vedevamo alla luce delle torce, ma che fare? Si lavorava per Nossa Senhora e nessuno aveva paura. Dicevano che era impossibile che Lei non ci pensasse. Nessuno fu punto. Si videro lavorare quelle sere, facce che chissà da quanto tempo i loro proprietari non venivano in chiesa. Ma all'appello del Vescovo sono venuti tutti a lavorare per la Cattedrale.Alla sorella Annamaria da Parintins, settembre 1964
7.
«Non doveva fare il padre, ma il marinaio»
Qui l'estate si fa sentire. Noi siamo senza pane. Le mucche
muoiono. Anche le nostre stanno morendo tutte (una quarantina) perché non c'è
più un filo d'erba. Si sdraiano e gli urubù cominciano a svolazzare intorno
con giri sempre più stretti, proprio come nei film. Appena morte gli sono
addosso in 10 e dopo un'ora tu puoi vedere lo scheletro bel pulito.
L'altro giorno attraversai il Rio sotto gli occhi spaventati
della gente: «Ma quello non doveva fare il padre, ma il marinaio. Ha tanto
coraggio! ", dicono. Quando c'è da ballare si balla. L'altra notte ho
cacciato il jacaré (coccodrillo). Ne ho preso uno piccolo, lungo poco più di
un metro, con l'arpione.
Sto preparando le Olimpiadi ed ho bisogno urgente che mi
spedisca una serie di medaglie premio: devono essere di oro, argento, bronzo
(tutto finto naturalmente) ma che contemplino le seguenti specialità: corsa 100
m - 10.000 m - 4 x 100 (staffetta) - salto
in alto - salto in lungo - salto con l'asta - lancio
del peso - del disco - del giavellotto - pallavolo
- basket. Per ogni specialità una medaglia d'oro, d'argento, di bronzo. So che
costa molto, ma tu non spaventarti, prendi i miei soldi di Milano. Se no quando
li uso quei soldi? Sempre mi sono utili rosari di ferro, metallo, se no i bimbi
li' rompono.
Alla sorella Maria Teresa da Parintins, lO ottobre 1964
8.
«
Ho finito le Olimpiadi: un macello e un trionfo»Ho finito le Olimpiadi: un macello e un trionfo (12). Una
settimana Olimpica come mai mi era riuscita in Italia, con molte specialità,
sei squadre, 87 atleti, 36 medaglie, due coppe e mezzo milione di spese. Non ho
più soldi in tasca, anche se il mio nome si è fatto una fama, nella radio e
nella stampa di Manaus e dèllo Stato di Amazonas.
Qui ormai me la passo bene, la gente mi conosce, mi vuol
bene, specie nell'interno dove mi trattano proprio bene. Mi portano a caccia e a
pesca ed è bello vivere nella semplicità loro. Sono andato con un mio amico a
caccia: attraversavamo prati sterminati con erba alta tre metri. Si vedeva solo
l'erba muoversi e nessuna testa spuntare fuori. Essi hanno un intuito della
direzione. E poi ti immagini? Scalzi e mezzi nudi dentro lì? Con le cobre e le
onze e i coccodrilli? Mi ha fatto vedere l'impronta fresca dell'onza (tigre
amazzonica). Poi siamo saliti su una canoa per attraversare il lago e col remo
ho raspato in qualcosa di duro. «È uno jacaré» (coccodrillo) mi dice
l'amico. Poi sulla sponda ne abbiamo visti tre grossi. Alla fine sparo ad
un'anitra ma essa è solo ferita e se ne va camminando. lo a dietro. Ma ad un
certo punto entro in una sabbia mobile, anzi era fango mobile. Ne sono
Alla sorella Maria Teresa da Parintins, 16 dicembre 1964
9.
«Non ho bisogno di niente, sto bene, sempre più bene»
Incomincio a perdere lo smalto, almeno nei vestiti; il primo
anno è passato tutto in ordine, ben vestito e ordinato; ora i ginocchi escono
dai pantaloni, i calcagni dalle calze. Il nuovo missionario incomincia a
diventare un vecchio missionario. «Gli ultimi arrivati» non siamo più noi, ma
gli altri due, Pagani e Turra. La terminologia «i due nuovi», usata a
nostro riguardo per tutto un anno, ormai è rivolta ad altri e noi siamo nel
numero dei vecchi. I nuovi domandano consigli a me.
Sul mio tavolo sempre disordinato e nella mia camera
(altrettanto) comincia a prendere il sopravvento la mercanzia brasileira sopra
quella italiana. Ormai le parole e i libri ecc., sono più portoghesi che
italiani e così anche il vecchio missionario si sta brasilianizzando.
Io non ho bisogno di niente, non preoccupatevi di me, sto
bene, sempre più bene, il clima mi fa sempre meno paura, il cibo, le fatiche,
il Rio e la foresta, pure. Conosco le insidie della piena e della secca, gli usi
e i costumi di tutte le feste, i frutti di tutte le stagioni. Spero di
continuare così fino alla fine, cioè conoscendo sempre meglio questo
meraviglioso mondo. Meraviglioso per modo di dire.
Ai genitori da Parintins, 16 dicembre 1964
10.
«
Tutti hanno potuto sfamarsi»È ormai passato il Natale. È stato meno sentimentale del
primo, però più pieno di lavoro. Infatti dopo la Messa di
mezzanotte abbiamo fatto un po' di baldoria fra noi padri e al mattino ho
celebrato la prima Messa alle 6 in Cattedrale quindi me ne sono fuggito nella
foresta dove mi aspettavano 30 bimbi per fare la prima Comunione: li avevo
preparati per tre mesi e avevo scelto proprio questo giorno per la loro prima
Comunione. Sono riuscito a convincere un signore a darmi un bue, per cui hanno
passato un bel Natale con tutte le loro famiglie, mangiandolo tutto.
Il giorno 22 e 23 siamo partiti per Barreirinha in tre: Joào,
Luciano ed io (13). Partiamo di buon mattino. Era una passeggiata di riposo e io
volevo inaugurare il fucile che mi ha regalato il papà e vedere se le cartucce
erano ancora buone, quelle non mangiate dalle termiti. Un colpo a destra, uno a
sinistra non ne sbagliavo uno, anche al volo e anche molto a distanza. Si
trattava sempre di uccelli grossi, anitre selvatiche, cicogne, ariramba,
gaviòes, ecc. Arriviamo ad una svolta del fiume e vedo una macchia rossa sulla
sponda, guardo bene, un urlo: .«le sigàne» (= zingare). Sono uccelli rossi
e squisiti, più grossi di una gallina. Avviciniamo il motore, carico il fucile
col 5 e col 7, arrivo a tiro e fram! Due colpi, carico di nuovo, altri due e
altri due. Andiamo a raccogliere: il fucile mi scotta nelle mani, ma è un'arma
perfetta. 49 sigàne è stato il bottino di 6 colpi. Il motore era una montagna
di piumati e ora si doveva solo correre verso la meta per mettere in
Ai genitori da Parintins, 7 gennaio 1965
11.
«Mi hanno gettato in periferia a San Benedetto»
Io sto benone, anzi, meglio che in Italia. Qui siamo in
inverno e si suda un po' meno che d'estate, tranne dalle 5 alle 8 di sera che
sono le ore più calde del giorno, poiché cessa il vento: proprio l'ora della
mia Messa domenicale ed è un bagno da capo a piedi. Come forse già sapete,
dall'Epifania mi hanno sbancato dalla Cattedrale (almeno come ministero, mi ha
sostituito p. Antonio Caliciotti) e gettato in periferia, alla chiesa di S.
Benedetto, proprio sull' orlo del fiume, che continua a mangiare quel terreno e
un giorno o l'altro lo vedremo portarsi via anche la chiesetta.
Per me è stata una fortuna perché avevo tutti quei
paramenti e arredi sacri da impegnare e così, essendo la chiesa
sprovvista di tutto, ne ho impegnati buona parte. Sto spianando un po' di terreno per il pallone e così cominceremo a fare il
piccolo centro di attività. Purtroppo S. Benedetto è sempre stato abbandonato
dalle autorità civili e religiose, è il quartiere più abbandonato della
città. Conta più di 3500 abitanti. Ho fatto un primo giro delle case ed ho trovato solo una casa di mattoni.
Tutte le altre sono di fango e paglia. La chiesa è piccola e soprattutto è
sulla riva del fiume per cui non è al centro delle case. Mons. Cerqua pare
voglia fare parrocchia questa zona, ma bisogna preparare tutto. Sto già
indagando per comprare un pezzo di terreno proprio al centro, ma vogliono troppi
soldi. Un altro terreno me lo regalano, ma è un po' fuori mano e mi servirebbe per l'oratorio.
Inoltre ho in mano i giovani della Cattedrale e monsignore mi ha promesso che farà per loro un ambiente giovanile. Egli
Ai genitori da Parintins, 25 gennaio 1965
12.
«Sto vivendo i giorni più belli della mia vita»
Eccomi a te durante l'ultimo giorno dei miei esercizi
annuali. Non solo voi monache avete il monopolio della vita spirituale! È
l'unica volta all'anno in cui ci si riunisce tutti. Una banda di avventurieri
sai, come quei vecchi cercatori d'oro... chi arriva dal West, chi dal Sud, chi
dal North, ognuno con la propria imbarcazione. E nel ritiro in generale si fa
silenzio, ma ogni tanto ci si scambia qualche idea, dopo tanto tempo di
isolamento. Ma sono esercizi anche questi.
Stamattina abbiamo concelebrato: dodici padri più il
Vescovo. La gente in chiesa è stata fortemente impressionata e noi stessi
eravamo commossi: pareva l'ultima Cena.
Quanto a me, io sto vivendo i giorni più belli della mia
vita. Nonostante vada già il secondo anno di missione, l'aria di sogno non è
ancora svanita e allora mi metto a gridare il mio grazie al Signore: «Signore,
ti ringrazio infinitamente alla mia maniera». Sì perché noi a nostro modo
abbiamo una certa infinità anche noi, almeno nei desideri.
Sento i passi del mio Vescovo... Egli certamente verrà a
farmi chiacchierare, non è capace di passarmi vicino e stare zitto, almeno
durante gli esercizi... Mi vuole troppo bene (16).
Insomma, ti stavo dicendo che qui non è necessario essere
poeti o sentimentali. Basta avere un po' di cuore, un briciolo
Alla sorella Annamaria da Parintins, 20 febbraio 1965
13.
«A Parintins stiamo lavorando a tutto spiano»
Vi scrivo da un tavolino improvvisato, nella mia casa nuova, quella che il vento ci aveva buttato giù. Adesso è finita
e bella, anche senza quella perfezione di rifiniture che si sarebbero potute ottenere con qualche soldo in più, con qualche tecnico in più e con qualche materiale migliore. Così il mio parroco p. Pedro (Vignola), il p. Antonio (Peschechera), l'Irmao (fratel) Bruno (Mascarin) e io ci siamo staccati dalla combriccola (17) e a dire il vero ne ho sofferto un pochino.Ai genitori da Parintins, 30 marzo 1965
14.
«La parola d'ordine: perdere ma tornare a casa»
Prima di tutto l'articolo apparso su «Missionari del PIME».
lo non voglio far pubblicità di me e quindi non ho scritto mai articoli. Scrivo
sempre solo lettere, alla buona, son cose che non interessano il pubblico ma al
massimo i parenti. Quindi, se p. Mauro vuole, di' a Mariateresa che faccia un
estratto intelligente delle cose più interessanti, lo batta a macchina e lo
mandi a p. Mauro. Non mandate gli tutte le lettere che poi le saccheggiano e
ridono alle mie spalle, anche qui in missione. Quindi d'accordo, quando vedete
qualcosa di interessante potete mandarlo ma un po' riordinato e abbellito come
la Esa (la sorella Maria Teresa, ndr) sa fare. In più mi pare che
ogni articolo è pagato credo 5000 lire, e quindi pensate a riscuotere la paga.
Avevo cinquantamila cose da dire e chiedere e non ne ricordo
una! E allora comincerò a contarti gli ultimi avvenimenti di qui. Già da tempo
avevo deciso di condurre i miei giovanotti a fare un picnic, ed abbiamo scelto
Maués. Dopo molti contrattempi finalmente venerdì 30 aprile procuro tutto il
necessario e partiamo con una turma festante di ragazzi: sono tutti giovanotti
sulla ventina. Andiamo a «bater boIa", a giocare al pallone contro la
forte selezione di Maués. La parola d'ordine è «Perdere, ma tornare a casa,,:
così ci augurano e ci raccomandano i vecchi, memori di quanto successe qualche
anno fa, quando la squadra di Parintins andò a Maués e vinceva ma l'arbitro
continuò a tirare in lungo la partita, fino a oltre le tre ore, per far vincere quelli di Maués (qui non
ci sono molti orologi per controllare l'arbitro). Quando riuscirono a passare in
vantaggio quei di Maués, l'arbitro fischiò la fine.
I nostri reclamarono, ma tutto il popolo con sassi e bastoni
li hanno assaliti e lasciando là vestiti e tutto hanno fatto appena in tempo a
saltare malconci sul motore e a prendere il largo per non esser raggiunti dai
sassi. Ne parlarono persino i giornali di Manaus. Non bisogna dimenticare che a
Maués sono ancora quasi tutti di razza india, anche se civilizzata.
Siamo partiti da Parintins alle 6 di sera e viaggiato tutta
la notte. I ragazzi avevano appeso le reti nel battello e dormivano. lo e
qualche altro vegliavamo su tutti. Avevo paura per la strada che nessuno di noi
aveva mai fatto, in quel labirinto di fiumi e di notte. Se si trattava del mio
Amazonas nessuno mi avrebbe insegnato, ma dopo un tre quarti d'ora salutiamo il
grande Rio per entrare nel Limào. Lascio il timone a Moco, il mio motorista, e
mi metto sulla punta del battello con una pila: non c'è luna e bisogna cacciar fuori gli occhi dalle
orbite per vedere se c'è qualche isola di erba e per avvistare sempre la strada
giusta. Nel buio pesto si potrebbe andare addosso alle sponde oppure infilare
qualche altro fiume laterale e arrivare a casa del diavolo. Perché di notte senza luna proprio non
si vede niente. E la pila si consuma subito perciò bisogna solo lampeggiare. Il
faro ce l'hanno rubato il mese scorso.
Finalmente spunta il giorno, una bella giornata. Nell'alba
magnifica di rossi bagliori alle 7.30 entriamo nell'ultimo fiume, il Maués e
alle 8 siamo al cospetto della città. Ci aspettavano. Tutti in uniforme erano
al porto. Era domenica 2 maggio e la' Messa era appena finita. È incominciato
il saluto coi petardi, da parte loro e da parte nostra, come di solito avviene
qui quando una città va a visitare un'altra. Sbarcando io ho fatto credere alla
gente che ero dell'ordine dei Cappuccini: dovevo ben spiegare perché ero
scalzo. Ci hanno accolti molto bene. Ci han dato da mangiare, abbiamo «battuto
la bola», le abbiamo prese 3 a 0 (io avevo detto: «Guai a voi se
vincete,,) e alla sera abbiamo dato anche uno show.
Al papà da Parintins, 13 maggio 1965
15.
«A suon di schiaffoni: monsignore
mi ha dato il permesso»Non scrivo perché abbia bisogno di altre cose, ma solo per ringraziarti per tutto quanto fai e hai fatto. Ho quasi vergogna a chiedere altre cose. Ieri mi sono arrivate le casse: Splendido! C'era ogni ben di Dio e quasi tutto intatto. In questi giorni i ladri hanno svaligiato due volte la Cattedrale e anche una volta la mia chiesetta di S. Benedetto: valore
60.000 lire (in S. Benedetto) .Al papà da Parintins, 19 maggio 1965
16.
«Il Vescovo
mi ha chiamato: l'eroe dell'interiore»Sono riuscito ad espugnare una fortezza che aveva sempre resistito alla penetrazione dei padri: la Ilha das Onças (isola
della onza = giaguaro). Dopo averla aggirata da tutte le parti finalmente ho gettato l'ancora in un punto che mi pare dia risultato. Sono così saliti a 9 i nuovi gruppi mariani che son riuscito a fare in quest'anno. Ho mietuto dove altri hanno lavorato. Il Vescovo mi ha chiamato l'«eroe dell'interiore" ed io ne sono orgoglioso anche se so benissimo che è tutto uno scherzo di Dio. In realtà vedi la grazia di Dio con gli occhi.Alla sorella Annamaria da Parintins, 24 settembre 1965
17.
« Vino e biscotti ci danno allegria per una settimana»
Ricevo il preziosissimo carico di vino e biscotti, che è il
più gradito anche da tutta la compagnia, perché le altre cose sarebbero solo
mie, invece queste si consumano in compagnia e finiscono per essere di tutti,
con grande allegria per una settimana intera. Grazie mille quindi da parte di
tutti.
Ancora però non ho trovato il famoso proiettore per cui lo
aspetto alla prossima occasione. Anche la campana, appena l'ha vista p. Modica
mi ha supplicato di dargliela per la sua chiesa che è grande. Così lui me ne
ha dato una più piccolina. A me interessa sapere il prezzo di una campana
così, per vedere se c'è convenienza a farne venire uno stok.
Al papà da Parintins, 18 aprile 1966
* Da una lettera alla sorella Annamaria,
settembre 1964.
[1] Cfr. P. Gheddo, Dio viene sul fiume, EMI, Bologna 1994,
p. 45.
[2] Ibid., pp. 41s.
[3] Si veda anche supra l'introduzione a questo volume.
[6] Nel diario, proprio in questo periodo del 1964, Augusto
racconta in modo umile e sincero una tentazione sentimentale (con una ragazza
della parrocchia), la prima di molte altre degli anni seguenti, che naturalmente
nelle lettere non vengono fuori (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, pp.
46s.). Alla sorella Annamaria parla della sua vocazione al deserto, al monastero
di clausura, che fra una decina d'anni lo porterà a isolarsi in foresta e poi
ad entrare in un monastero cistercense del Brasile. Si veda anche la lettera
alla sorella Annamaria del dicembre 1952 (si veda
supra
capitolo I, pp. 34s.).
[7] Le lettere di Augusto sono piene di queste gemme,
espressione di una fede profonda e di fiducia nella Provvidenza.
[8] Don Fernando Sguazza, parrocchiano di Locate che è
diventato sacerdote diocesano ed ha poi lavorato per diversi anni con i
missionari del Pime nella prelazia di Macapa come «Fidei Donum». Questa
lettera a un novello sacerdote è bellissima.
[9] Ecco uno dei difetti o peccati di cui Augusto spesso si
accusa nel diario: cercare il successo, cercare di apparire, di essere
conosciuto ed esaltato... Difetto comune specialmente nei giovani (l'età poi
relativizza un po' tutto!) e in particolare in quelli che già come aspetto
fisico e intelligenza emergono: Augusto, alto circa 1,90, era muscoloso,
atletico, bello, intelligente, espansivo; sapeva parlare, suonare,
scrivere, cantare, nuotare, scalava montagne ed esplorava fiumi e foreste
d'Amazzonia... Aveva leadership da vendere... La gente, di Locate Varesino, di
Parintins, di Urucara e del Mocambo, lo seguiva affascinata... Lui poi si
autopuniva fuggendo, ritirandosi in foresta, non rimanendo troppo a lungo nello
stesso posto.
[10] La costruzione della Cattedrale di Parintins, fortemente
voluta da monsignor Arcangelo Cerqua contro il parere di tutti i missionari, è
stata un'impresa titanica durata circa vent'anni (1960-1980), superando
difficoltà che sembravano insuperabili in quel posto! Nel piatto panorama
amazzonico, la Cattedrale è una costruzione imponente. Si tratta della più
grande chiesa cattolica in tutto il Brasile del Nord e dell'Ovest, da Rio
de Janeiro verso il nord e l'ovest, fino alle Guyane, il Venezuela, la Colombia,
il Pero, la Bolivia! Le misure sono: 90 per 25 metri la navata centrale, 75
metri di larghezza all'altare maggiore (con le due ali ciascuna di 25 metri), 18
metri di altezza nel punto più basso del tetto, 25 metri nel punto più alto.
Il campanile quadrato alto 40 metri ha una pianta di 8 metri per lato (si veda
il volume di Piero Gheddo, Missione Amazzonia. 150 anni del Pime nel Nord
Brasile (1948-1998), EMI, Bologna 1997, pp. 4:00, al capitolo XII).
[11] Questa era la condizione ideale per Augusto: poter
impostare l'azione pastorale come voleva, secondo le sue idee e i suoi carismi,
senza doverne rendere conto a nessuno. Col popolo faceva benissimo, ma era un uomo fuori di
ogni struttura, regola, regolamento, piano pastorale...
[12] Padre Gianola è stato l'inventore del Campionato di
calcio fra le comunità della prelazia e delle Olimpiadi di Parintins che
continuano tuttora e coinvolgono migliaia di giovani; e poi del Festival
folcloristico di Parintins, partendo dalla danza del «Boi Bumbá», la
danza del bue tradizionale in Amazzonia. Sugli sviluppi grandiosi di questa
iniziativa, che attira turisti da ogni parte del Brasile, di cui parlano
giornali e televisioni nazionali, si veda il capitolo XVI di Gheddo, Missione
Amazzonia, cit.
[13] Joao è padre Giovanni Andena, Luciano è padre Basilico.
[14] Associazione ecclesiale maschile, organizzata in gruppi,
dove gli uomini si ritrovano per pregare, studiare il catechismo e assumendosi
la responsabilità di alcune attività pastorali.
[15] Tutti i missionari a Parintins, come nelle altre cittadine
della prelazia, oltre al ministero nella parrocchia in città, hanno ciascuno un
vasto territorio da seguire nell'interno, lungo i fiumi e nelle foreste, con «desobrighe»
(viaggi di visita) di giorni e giorni, per assistere tutte le piccole comunità
disperse. Padre Gianola aveva nell'interno circa 60 comunità da visitare, lungo
il Rio delle Amazzoni, da Parintins al Mocambo (dove poi passerà gli ultimi
mesi della sua vita amazzonica), che segna il confine fra la prelazia di
Parintins e quella di Itacoatiara (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, cit.,
pp. 62-65).
[16] È confermato da vari confratelli di Parintins che
monsignor Arcangelo Cerqua voleva molto bene ad Augusto, come a tutti gli altri
missionari. Ma Augusto, per due-tre anni dal suo arrivo, è stato il prediletto:
il vescovo vedeva in lui un sacerdote fervente, intelligente ed attivo che
poteva rinnovare la pastorale della prelazia. Infatti, nei primi anni Augusto
realizza varie novità, specie le comunità dell'interno. Poi l'idillio si
offusca e cessa (si vedano i capitoli III e IV di Gheddo,
Dio viene sul
fiume).
[17] In precedenza, tutti i padri e fratelli della città di
Parintins abitavano col vescovo nella sua casa. Poi si costruisce la casa
parrocchiale della Cattedrale, nella quale abita anche Augusto, incaricato della
chiesa di San Benedetto, succursale della Cattedrale.
[18] Fin dai primi tempi in Amazzonia, Augusto si è
appassionato a studiare gli animali, le piante e i frutti locali. Una volta,
racconta padre Vignola, a Manaus vanno in una gelateria dove c'è un cartello
col nome di una ventina di frutti amazzonici di cui si offre il gelato. Augusto
sfida il proprietario e gli snocciola una cinquantina di nomi di frutti che
l'altro ignora e ottiene il gelato gratis (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume,
cit., pp. 84s.).