AUGUSTO GIANOLA
IN MISSIONE
PER CERCARE DIO
Lettere dal Brasile
A cura di Piero Gheddo
EDIZIONI SAN PAOLO 1998
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I. Da prete diocesano a missionario in Amazzonia (1951-1963) |
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II. La «luna di miele» della vita missionaria ( 1963-1966) |
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III. La parrocchia San Giuseppe operaio nello stile povero dei caboclos (1967-1973) |
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V. Una nuova avventura: le colonie agricole sulle «terre alte» (1975-1976) |
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VI. La rivoluzione tra i caboclos dell' Amazzonia, non con Marx ma con il Vangelo (1977-1984) |
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VII. 1400 chilometri in canoa sul Rio delle Amazzoni e il monastero dei cistercensi (1985-1986) |
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VIII. L'avventura finale in foresta: Augusto contento perché lebbroso! (1987-1990) |
II
ILA PARROCCHIA
SAN GIUSEPPE OPERAIO
NELLO STILE POVERO DEI CABOCLOS
(1967-1973)
« Sto facendo una nuova parrocchia. Voglio basarla sulla povertà assoluta. Come loro, i miei cabocli»*
Dopo il periodo di inserimento
nella prelazia come viceparroco della Cattedrale
(1963-1966),
viene per Augusto il momento di assumere
grosse responsabilità: prima la chiesa di San Benedetto (dipendente dalla
Cattedrale), poi il collegio e la radio, poi la fondazione della terza parrocchia di Parintins, quella di San
Giuseppe Operaio in ambiente povero,
. di
periferia. Infine, l'esperienza delle «colonie agricole»
di Urucara, che
realizza con i volontari laici e un missionario canadese (padre Humberto) della
prelazia di Itacoatiara.
Nel marzo
1973
Augusto compie il primo viaggio in Italia da quando è in Amazzonia. Parte
nell'incertezza di cosa farà al suo ritorno a Parintins: tornando nel dicembre 1973
non va più a Parintins, ma si ritira in foresta con un caboclo,
Cicero, per
un periodo di preghiera, riflessione, penitenza, immersione nel mondo dei
caboclos, al fine di conoscere meglio il suo popolo (vedi capitolo IV).
Cos'è successo? Nelle lettere di
questo periodo si nota il passaggio dall'entusiasmo degli inizi (che continua,
in campo pastorale e spirituale) alla delusione e difficoltà di far capire e
accettare i suoi progetti e il suo modo di agire al vescovo e ai confratelli.
Per capire a fondo la crisi che
padre Gianola (in Italia da marzo a novembre
1973)
attraversa in quell'anno, bisognerebbe leggere
diversi capitoli di
Dio
viene sul fiume
e le testimonianze di vari missionari.
In sintesi è successo questo: Augusto era entrato nella
prelazia nel
1963 con grandissime potenzialità di bene, subito capite
dal vescovo che gli dà vari incarichi di responsabilità.
I suoi primi dieci anni a Parintins (1963-1973) sono
segnati da notevoli risultati positivi in campo pastorale, ammirati e lodati dai
confratelli (si veda la Relazione del settembre 1973 sui suoi dieci anni
di Amazzonia); ma anche da certi suoi atteggiamenti non condivisi, che suscitano
opposizione specie in tipi come padre Silvio Miotto, generoso ed esemplare come
il vescovo e come lui legato ad una visione tradizionale della pastorale e della
vita diocesana: tutto quello che andava fuori delle regole (e Augusto era
essenzialmente «un uomo e un prete fuori delle regole») dava fastidio. Anche
il modo con cui Augusto trattava i confratelli non era gradito, troppo libero e
scanzonato, offensivo per non pochi... In Dio viene sul fiume sono
riportati molti fatti che spiegano tutto questo.
La lettera del 28 dicembre 1972 (cfr. infra,
pp. 124:ss.) a monsignor Cerqua rappresenta il momento di rottura e di
separazione tra padre Gianola e il vescovo, la prelazia, i confratelli (o
meglio, buona parte degli stessi). Sostanzialmente per tre motivi:
1) «Si è creata una freddezza fra noi
-
scrive Augusto a monsignor
Cerqua in quella lettera
-, che
mi è insopportabile, perché contraria al mio carattere; quel carattere, che
Lei ha conosciuto allegro, cantatore, spensierato e un po' matto». «
Freddezza»
che fa intendere i contrasti, le antipatie, i diversi caratteri e metodi
pastorali.
Nel periodo critico del post Concilio, monsignor Cerqua aveva
scelto per la sua prelazia un passaggio graduale verso le novità, tranquillo, anche un po' «frenato», preoccupato di conservare
quello che di buono c'era nella tradizione. Vedeva infatti in molte altre
diocesi brasiliane e d'altri paesi dell'America Latina sbandamenti, rotture,
arroccamenti e fughe in avanti: in un territorio così isolato nelle foreste
come Parintins, voleva salvare l'unità del presbiterio e del popolo cristiano e
andava con i piedi di piombo (la storia poi gli ha dato ragione! Oggi Parintins
è considerata
la miglior diocesi dell'Amazzonia). Padre Gianola invece (con alcuni missionari
giovani e i laici dei Tvc, i Tecnici volontari cristiani - fondati a Milano e assistiti spiritualmente dai Gesuiti
-
che venivano
dall'Italia in quegli anni) era portato per natura al «tutto e subito».
Inevitabile nascessero in prelazia contrasti e freddezze (1).
2) Ma c'è anche un secondo motivo molto forte: Augusto è
incapace di restare a lungo nello stesso posto. Lo dimostra molte volte nella
sua vita. Quando assume un nuovo incarico è entusiasta, sfonda, si fa voler
bene da tutti, realizza grandi cose. Poi lo prende la smania o la nostalgia di
poter fare qualcosa di più e di diverso; ha paura di mettersi troppo in vista,
di lavorare non per Dio ma per se stesso; ha fortissimo il senso del peccato,
teme di diventare un «Prete seduto», teme di affezionarsi in modo
sbagliato alle donne che lo circondano e lo ammirano; avverte la pochezza di
quello che fa e lo prende il richiamo del deserto, della contemplazione, della
preghiera e della penitenza; compie stranezze e azioni azzardate che gli
attirano critiche e sente queste critiche come segno di incomprensione e di
malvolere nei suoi confronti; è accusato di voler mettersi in vista, mentre per
lui si tratta del suo m'odo di fare, espansivo, comunicativo, che mira a creare comunione e scambio di
esperienze.
Augusto era una personalità complessa, direi anche
complessata. Non aveva «quella fede semplice ed entusiasta» che caratterizza ad esempio il suo confratello padre Clemente Vismara. La sua fede
era forte ma non semplice. Era sempre in n'cerca, angustiato da dubbi. Il
sottotitolo della sua biografia Dio viene sul fiume lo descrive bene:
«Augusto Gianola, una tormentata ricerca di santità».
Un altro aspetto della sua personalità è che non voleva
responsabilità, non voleva strutture, mal si adattava a norme e regole
burocratiche. Sentiva la missione come carisma, itineranza, seminagione.
«Andate
da un villaggio all'altro, dice Gesù, non fermatevi in nessun villaggio, in
nessuna casa...
».
Uno dei motivi di disaccordo con i confratelli era proprio
questo. «Lui faceva il
battitore libero -
ho
sentito dire da alcuni -
andava
e veniva,
faceva quel che voleva, inventava cose nuove e poi non le
seguiva, dovevamo realizzarle noi: noi portavamo il peso della prelazia, lui
faceva l'eroe in foresta, diventava un mito per la gente...».
3) Il terzo motivo di contrasto è la metodologia del
«come loro», non condivisa dal vescovo e dalla maggioranza dei
confratelli, che troviamo in alcune lettere di questo periodo: si manifesta
soprattutto nella costruzione della prima chiesa e casa parrocchiale di San
Giuseppe Operaio in Parintins, in legno e paglia invece che in muratura come
voleva il vescovo (e poi Augusto scopre che così la voleva anche il suo
popolo!).
Come loro è il titolo di un famoso libro di René
Voillaume, dei Piccoli Fratelli di Charles De Foucauld, che negli anni cinquanta
e sessanta ha influito (negativamente) su molti missionari. La teoria era che
noi missionari dobbiamo diventare in tutto «come loro», vivere come loro,
mangiare come loro, pensare come loro, ecc. Augusto tenta di applicare questo
ideale fino in fondo, con sacrifici enormi, ma alla fine confessa:
«
Vivere
come loro è impossibile»(2).
Insomma, padre Gianola assolutizza e radicalizza un ideale che fino ad un certo
punto è doveroso
per un missionario (condivisione, incarnazione, adattamento all'ambiente), ma
che in lui diventa ideologia da applicare integralmente (ma poteva un tipo come
lui, estremista e radicale per natura, non radicalizzare ed estremizzare
tutto?). E allora diventa uno sbaglio, che crea contrasto con i confratelli e lo
porta fuori strada.
Infatti, noi diciamo che i popoli poveri non debbono
diventare «come noi»
bianchi (ma conservare la loro cultura in quello che
ha di positivo): allo stesso modo, non è bene che noi diventiamo «come
loro».
Il missionario va tra altri popoli per annunziare Gesù
Cristo e fondarvi la Chiesa, ma anche per portare la sua cultura e il suo modo
di vivere: non per imporli, ma per creare un confronto, un influsso e un
arricchimento vicendevoli.
.
Le
culture infatti non sono reperti archeologici da museo (come pensano alcuni
etnologi), ma sono la vita dei popoli che cambia e deve cambiare per
sopravvivere, attraverso il contatto con altre culture. Se il missionario
diventa (o si sforza di diventare) in tutto
«come loro», cessa il senso culturale della sua
presenza: in Amazzonia, ad esempio, se Augusto fosse riuscito ad essere «come
loro», avremmo avuto un caboclo in più...
ma questo a chi e a cosa sarebbe servito? Per fortuna è rimasto se stesso ed ha fondato, ad esempio, le
comunità ecclesiali di base, la Scuola agricola di Urucarà, le comunità
agricole sulle
«
terre
alte», le Olimpiadi e il Festival folcloristico di Parintins, la
«
Repubblica dei
ragazzi», ecc.
1.
«Diciamolo fra noi: che cosa ci manca?»
Carissima
Su or Annamaria,Alla sorella Annamaria da Parintins, 2 giugno 1967
2.
«Spero sempre nelle tue preghiere. Ne ho un bisogno immenso»
Stai diventando vecchia? Non so quasi più che faccia hai. Spero di rivederti prima di morire. Ma ti riconoscerò?
Ormai è il 5 o Natale
di missione. È ancora come fosse il primo.
Adesso mi hanno spostato dalla mia chiesa di S. Benedito per
mettermi in Collegio e alla radio. Mi è rincresciuto, però non mi lamento. Dio
ci prende e ci colloca come vuole. Solo che questa non me l'aspettavo. Mettermi
in gabbia!
D'altronde era necessario. Il Collegio è in mano alle sole
suore, le quali, poverette, non possono fare miracoli con 1200 alunni per 7
suore. E senza un uomo che metta piede in Collegio da 2 anni. Hanno chiesto al
Vescovo di mandare un uomo e lui ha scelto me. Vedremo come me la caverò in
questo mestiere così strano e nuovo per me.
Io spero sempre nelle tue preghiere. Ne ho un bisogno
immenso, tu neanche lo immagini. Molte difficoltà, molte tentazioni, cerca di
capire. Pigrizia, egoismo, falta (mancanza, ndr) di caridade, ecc.
Aiutami. Non so se il convento intero riuscirà a salvarmi.
Alla sorella Annamaria da Parintins, 16 dicembre 1967
3.
«
Sono riuscito a fare il campo d'aviazione fra gli indios»Sai che sono riuscito a fare il campo d'aviazione là fra gli
indios (3)? È anche per quello, oltre che per pigrizia, che non ti ho scritto.
Quest'anno l'ho passato più fuori che dentro, più sull'acqua che sulla terra,
visitando non solo la mia parrocchia, ma anche quelle degli altri, per fondare
nuove comunità sul tipo delle mie.
Sono venuto perciò a conoscenza di tutta la Prelazia e
adesso ho potuto realizzare il sogno, offrendo in dono al Vescovo, proprio nel
giorno della sua nomina a Vescovo incaricato delle missioni di tutto il
Brasile (4), una bella tribù di indigeni primitivi: la sua tribù.
Domani tenterò di atterrare per la prima volta, speriamo di
Alla sorella Annamaria da Parintins, 16 settembre 1968
4.
«Stiamo coprendo la Cattedrale: un'impresa da pazzi»
In questo tempo la vita è dura per me, a causa della malaria
che mi perseguita. Ogni tanto sono ricoverato in ospedale e così la mia
attività si riduce di molto. Ti prego di non dirlo a casa. Ma tu puoi saperlo
di modo che la tua preghiera sia più precisa.
Ho finito il giro di un mesetto là nell'interno per dare la Pa
Alla sorella Annamaria da Parintins, 13 maggio 1969
5.
«Ciascuno
di noi può essere l'uomo della Provvidenza»Carissimo don Angelo (11),
ricevo la tua lettera dopo aver avuto già molte notizie di te specialmente da parte dei miei di casa, e dopo aver ricevuto
«Comunità» (12). Quindi come vedi, sei già conosciuto ed apprezzato anche qui
in Amazzonia.
Io ti conosco solo di faccia. Non so se sei più giovane o
più vecchio di me. Ma questo non importa. Sei il mio Parroco e questo basta per
incutermi quel rispetto che in Italia si deve ancora al «sciur curat» (signor
curato, ndr). Mi sono quasi spaventato quando mi è apparso d'improvviso
«Comunità». Ho pensato subito che qualcosa. era cambiato, al paesello; o che
per lo meno, stava per cambiare. Quando l'ho mostrato ai miei colleghi, per dire
come si dovrebbe fare il nostro giornalino (stiamo facendone uno ogni 15 giorni)
mi hanno chiesto se Laorca è una Parrocchia pilota. lo ho risposto di sì,
naturalmente. Essi hanno detto che chi la pilotava doveva essere in gamba.
Quindi, con loro, ti auguro di essere in gamba, per
rispondere ai disegni della Provvidenza. È un fatto che ognuno di noi può
essere l'uomo della Provvidenza, perché Essa non crea nessuno solo per occupare
dei posti. E se non lo siamo è perché manchiamo. E di questi rimorsi è pieno
il nostro cuore di preti (13).
Devo dirti che io sono felice di star qui: mi sembra il mio
posto! Auguro a te la stessa cosa: di sentirti felice e al tuo posto ai brik e
ai brok di Laorca.
Ti saluto e con te saluto tutti i miei com parrocchiani ,
specialmente i vecchi amici e tutte le montagne che vi proteggono e che vedevo e
vedo, quando mi ricordo di Laorca. Benedico tutti e chiedo la tua benedizione.
A don Angelo Galbusera da Parintins, maggio 1969
6.
«
Vi ricorderete ancora di me? E non solo nelle vostre preghiere?»Mie carissime del Laboratorio Lecchese,
adesso mi è capitata bella: mi hanno fatto parroco (14) . Ma per adesso, al posto della parrocchia c'è solo campagna o
meglio foresta, che ho già fatto disboscare per costruirci almeno una capanna
dove abitare.
Io vi avevo già dimenticate, perché, sapete quando si è
coadiutori soltanto, se si ha bisogno di qualche cosa c'è solo da battere con
delicatezza un pugno sul tavolo e dire con garbo: «Signor parroco, mi dia mille
lire per comprare una palla». E il parroco per non rompere la buona armonia con
il suo collaboratore e quindi perdere la collaborazione di cui ha estremo
bisogno, tira fuori adagio adagio le mille lire, cercando prima nella tasca dove
sa che non ci sono e poi trovandole per
Al Laboratorio missionario di Lecco da Parintins, novembre 1969
7.
«Non sono più italiano ma brasileiro»
Io sto benone: sono stato a fare la mia vacanza di un mese
(finalmente! dopo 7 anni). Ho girato a piedi tutte le città del Sud: Porto
Alegre, Rio, Curitiba, S. Paulo, Belo Horizonte, Brasilia. Ho visto l'immenso e
bellissimo Brasile.
Devo comunicarti che non sono più italiano, ma brasileiro.
Non che abbia rinunciato all'Italia Bella, ma ho voluto fare un gesto di
donazione totale al mio popolo e alla mia missione.
I primi due padri nazionalizzati siamo stati noi due: dom
Arcangelo e io, contemporaneamente.
Ho approfittato per fare una visita da un medico illustre,
con tutti gli esami. Tutto negativo: neanche un verme nella pancia e ciò è
quasi un miracolo. Sono tornato perciò con tutta la forza e la buona volontà
di cominciare il nuovo lavoro.
Quest' anno mi sono fermato ben poco in città. Ho fatto un
corso di una settimana a Manaus per imparare qualcosa in più sul mio lavoro, ma
ho dovuto constatare che siamo molto più avanti noi di Parintins in tutto l'Amazonas.
Nei miei viaggi procuro di fondare comunità di base che si
reggano da sole. Ormai ne abbiamo più di cento. Sono comunità fondate sulla
religione, la scuola, l'igiene, il sindacato, le cooperative, lo sport. Sono
cioè comunità complete.
Ogni tanto capita qualcosa che tiene su allegra la vita.
L'altra settimana ho fatto il ritiro alle donne: più di 500. Le abbiamo
caricate sui motori e sulle canoe. Ci abbiamo messo 24 ore ad arrivare a
destinazione, in un posto bellissimo detto Mocambo. Avventure a non finire. lo
giorno e notte suonando la fisarmonica e loro cantando e pregando.
Lettera senza destinatario, da Parintins, febbraio 1970
8.
«
Voglio costruire la nuova parrocchia con idee evangeliche»Sono molto indaffarato e un po' stanco. Non so perché. Sto
lavorando alla costruzione della nuova parrocchia (16). Voglio costruirla come
pare a me, con uno stile un po' nuovo, secondo le condizioni di questo popolo,
con idee evangeliche. Come loro (17).
Ho però molte difficoltà. Da parte di chi meno aspettavo. E
anche da parte del popolo. Il popolo è abituato a ricevere, ricevere sempre.
Dopo, quando non si può più dare, ti volta la faccia e va dagli altri. Allora
qual è il vero sistema?
Il Vescovo vuole anche lui obbligarmi a costruire, i soldi me
li dà lui. lo non voglio proprio. Mi si lasci fare un'esperienza nuova,
perbacco!
Sono un po' giù. Ho bisogno di aiuto. Fortunatamente con me
lavorerà un altro padre con cui vado d'accordo ed è delle mie idee. Ci
aiuteremo, ma mi raggiungerà fra qualche mese. Sono abbastanza solo. Il
Signore, anche Lui fa quello che vuole. Ti vedo e non ti vedo.
Altre notizie non ne ho. Sto costruendo la mia chiesa di
paglia e anche la mia casa. Senza un soldo, è la gente che me la costruisce.
Sarà semplice, cogli utensili che usano loro, il 10ro mangiare, niente di più,
non mosquiteiro, non geladeira (18),
Alla sorella Annamaria da Parintins, 22 aprile 1970
9
«
La nuova parrocchia nella povertà assoluta. Come loro, i miei caboclos»Sto facendo una nuova parrocchia. Voglio basarla sulla
povertà assoluta, come loro, i miei caboclos. Il Vescovo non vuole e dice che
lui mi dà tutti i soldi ma io devo costruire. E allora mandi un altro parroco,
con quello stile trionfalistico che lui vuole, creando quelle critiche che ci
siamo attirati nelle altre due parrocchie.
Ti ringrazio tanto per quello che hai fatto per il papà e
per le notizie che mi hai mandato e per tutte le lettere che con pazienza mi
descrivono la tua vita. Hai scelto la strada giusta (19). Seguila fino in fondo,
ogni giorno come fosse il primo. Anch'io mi sforzo di fare così, e ci riesco,
nonostante questi ostacoli che però spero di superare.
Alla sorella Pinuccia da Parintins, senza data, 1970
10.
«È una bella avventura essere un parroco così»
Già è molto tempo che non vi scrivo. È vero scusatemi,
tutti i giorni mi riprometto di farlo e poi il lavoro e la stanchezza si alleano
alla pigrizia e così sono passati parecchi mesi.
Prima di tutto non fate bene a pensare male. Se c'è una persona, nella famiglia Gianola e nei missionari di Parintins,
che sta bene, quello sono io. Anche la famosa malaria che mi attaccava l'anno
scorso regolarmente non si è più vista. Quindi sto benone e sono forte. Ho
tanta forza che a volte persino ne abuso. Voglio dire che la uso tutta e bene e
sono stanco. Ma non malato. Vorrei che voi alla mia età, foste tutti sani come
me (40 anni).
Sapete ormai che sono parroco. Sto costruendo la mia casa. È
su palafitte, ben solida, di legno. Ho fatto tutto io, aiutato dal Pe.
Henrique (20), di Lomazzo, mio collega in parrocchia. lo sono andato nel mato
(foresta, ndr) a tirare (prendere, ndr) la legna, l'ho raccolta da
posto a posto con un battello. Mi sono stancato per parecchi giorni e parecchie
notti, ma ho riunito bastante (21) materiale per costruire la nostra casetta quasi
senza un soldo: verrà a costarmi al massimo un milione e mezzo (di lire),
mentre se fosse in muratura mi costerebbe non meno di 15 milioni.
La mia chiesa parrocchiale è di paglia, tutta aperta, di
pali tirati (presi, ndr) da me e dei miei amici nel mato di Caborì
Ai genitori da Parintins, 14 agosto 1970
11.
«Il casco della voadeira non lo voglio
più»A proposito del «casco de voadeira» (22) di cui ti avevo
parlato, ci ho pensato per parecchi giorni e arrivo alla conclusione che non lo
voglio più.
Prima di tutto ho già quello di legno. Serve benissimo anche
se è un po' meno veloce. E poi (è il motivo principale) è una cosa molto
stonata nella nuova parrocchia e col nuovo stile da me inaugurato. Non so come giustificarla davanti alla
gente e infine costa troppo a mantenerla e il suo uso è molto limitato.
Per cui, scusami le mie idee e soprattutto se hai perso tempo
per procurarla, ma lascia perdere. Sto invece facendo belle esperienze nuove
nella parrocchia operaia e mi preme portarle avanti con autenticità.
Io adesso abito nella nuova casetta. Ti manderò qualche
foto. È un rifugio di montagna. Tutta in legno: sulla finestra ci ho messo
quella persiana che il Pozzi aveva regalato alla mia partenza e non avevo mai
usato. L'abbiamo costruita tutta con le nostre mani, aiutati da qualche caboclo.
AI fratello Alberto da Parintins, 19 gennaio 1971
12.
«
Un parroco secondo il Concilio: vivere nella povertà»Ricevo regolarmente le tue lettere nelle occasioni più
importanti e mi fanno un gran bene. Perciò non stancarti di scriverle. A me
servono molto. Anche se non ti scrivo sono del tuo parere, ti sono unito
nello stesso campo di battaglia. Ho una grande voglia di andare a Cuzco (23), c'è
un eremo là, nella capitale degli Incas (a 3600 m). Vedremo.
Per adesso non ho tempo di pensarci bene. Ho una nuova
avventura da compiere: la nuova parrocchia di S. José Operaio. Sto cercando di darle una impostazione moderna, nuova.
Per questo ho incominciato da me. Vivere nella povertà.
Solo due anni di parroco in una chiesa di paglia è poco ma
abbastanza per farti gustare certe cose e darti gusti semplici. Non ci sono
porte e tutti gli animali ci passano la notte. C'è solo una croce, bella
grande, col Crocifisso e una luce debole che lo rischiara. Passo tutta la notte
un po' di tempo nella sua penombra, pensando, pensando... coll'odore delle
pecore e delle mucche che ruminano tutt'intorno: Belém (Betlemme, ndr).
Cerco di applicare tutti i dettami del Concilio. Perciò i
laici hanno la maggior chance (possibilità) di manifestarsi: e lavorano
benissimo, fanno tutto loro, dai soldi alle costruzioni, all'assistenza. lo sto
solo all'altare, come centro dell'unità. E questo dà una nuova dimensione al
mio sacerdozio: più tempo per studiare, pregare, predicare, confessare,
consigliare, dirigere i gruppi di élite.
I soldi neanche li vedo. Il tesoriere mi passa mensilmente il
salario minimo col quale pago una donna negra che mi porta da mangiare a pranzo
e a cena. I vestiti sono pochi, ho eliminato le calze e uso un paio di sandali,
alla S. Francesco.
Nella mia parrocchia non si paga niente, né battesimi, né
messe, né casamenti (matrimoni, ndr), né niente. Tutto il popolo paga
il dizimo (24). È una bella trovata, ci libera di tutto. E naturalmente sono tutti
i laici che lo fanno. La mia casa è sempre aperta, tutti possono entrare a
qualsiasi ora.
Adesso il popolo vuol costruire la chiesa nuova. Ho preparato
alcuni progetti e aspetto il libro che il papà mi ha mandato per sceglierne
altri, così il popolo farà la sua scelta e in settembre incominceranno i
lavori (25). Dio, per intercessione di S. J osé operaio, ci assiste
visibilmente.
Capitano bei fatterelli. .. lo vado spesso a lavorare nei
campi di juta, quando non ho da mangiare. La gente, là sul campo, è diversa da
quando viene in chiesa. È più autentica. E mi dà un peixe (pesce, ndr) da
mangiare, pescato fresco, fresco, così vivo.
Eccoti tutto quello che volevi sapere. Sono cose molto chatte
(piatte, ndr) ma io non so scrivere le tue lettere. Ognuno scrive come
può. So che tutto questo non ti servirà molto, perché non è un dialogo colle
tue contemplazioni. Ma il meno non può dare niente al più. Tu scrivi sempre
perché mi interessa e mi fa bene, senza aspettarti molto da me.
Alla sorella Annamaria da Parintins, 23 luglio 1971
13.
«Mandatemi un Calendario svizzero: sento la nostalgia delle montagne»
Vi scrivo dal calore dell'estate amazzonico. Sono ancora al
mondo, più vivo che mai. Vi mando la mia foto per vedermi bene, che sono sempre
quello, anche se un po' invecchiato.
Come state? Tutti bene? E i neonati? Ne sono già nati altri?
Perché coi progressi della biologia meccanica oggi, si fanno tanti progressi e
si accelerano i tempi! Ma pare che per i figli invece si rallentino...
Qui sto realizzando a poco a poco vecchie idee, prima di
venire a casa, perché dopo non so dove mi manderanno. Infatti quando si volta
(ritorna, ndr) dalle ferie non si sa più dove si va.
Col concorso del popolo e delle criance (scusate: sono i
bambini, ndr) siamo già in fase avanzata nella costruzione della chiesa. Abbiamo scavato e sistemato i fondamenti, siamo sul punto
di elevare le pareti. Il vescovo ci ha dato 8000 tijoli (mattoni, ndr) e
la prefettura 200 sacchi di cemento. Qui il cemento è quasi tutto russo. Ci
vorranno 35.000 tijoli. Le tegole mi costano 10.000.000 di cruzeiros. Un mattone
è 390 CL un sacco di cemento è 15.000 cr.
Ho fatto un lungo giro nell'interno per soccorrere le
popolazioni flagellate dalla piena. È una visione penosa vedere come tutto è
stato distrutto. Ma la gente sta là con speranza sempre rinnovata, cominciando
ogni anno di nuovo.
Non so cosa c'è dentro nelle casse che sono arrivate a
Macapa. Non avevo chiesto niente in particolare ma forse avete mandato le
cartucce. Quelle son sempre buone, perché veramente quest'anno sono state loro
che mi hanno riempito la pancia (26). Infatti il salario della nuova parrocchia non
è molto e allora quando mancano i soldi prendo il mio fucile (quel Bernardelli
è una cannonata!) e vado fuori un'oretta qui dietro casa: è sufficiente per
arrangiare da mangiare per noi due: inambù, anitre, pappagalli, socò, ecc. Un
paio di tiri al giorno, mi risolvono il problema della fame (non ditelo a dom
Arcangelo). Per questo sono quasi alla fine delle cartucce, qui del 12 è
difficile trovarle. Il calibro dei pallini va bene dal 5 all'8.
Mandatemi anche qualche bel calendario svizzero, degli anni
passati: sento la nostalgia delle montagne (27). Vorrei anche un po' di materiale
fotografico: mandatemi una decina di films 8mm. per poter filmare qualcosa da
portare a casa quando verrò. E 5 scatole di slides a colori Kodak.
Ai genitori da Parintins, ottobre 1971
14.
«Dài, brigante lecchese, fatti vivo»
Carissimo padre Augusto,
ho ricevuto una letterina del Consiglio di Amministrazione della parrocchia di S. José Operario
(28) e vedo che in fondo
alle firme c'è anche il... tuo zampino. Bravo! Vedo che i nostri missionari del
PIME non mancano di iniziative e sanno tirare anche... colpi bassi; bravo.
Perciò contribuisco con quel poco che posso; se prima di
scadere (da Superiore generale, ndr) potrò avere ancora qualcosa, mi
ricorderò. Intanto metto nelle mani del P. Giuseppe Lombardi, Economo Generale,
100.000 da mettere sul tuo conto.
Intanto mi piacerebbe avere tue notizie personali; tu sei un po'... stitico nello scrivere e le notizie tue sono piuttosto
scarse. Dài... brigante lecchese, fatti vivo. C'è stato un tempo in cui mi
dicevano che non stavi tanto bene in salute, ecc. ecc.
Ciao e fatti vivo. Ti auguro una Santa Pasqua. Prega e fai
pregare per il Capitolo ed ora anche per i nostri Confratelli del Pakistan dove
c'è la guerra civile e non abbiamo più notizie. Salutoni al tuo Vescovo, Padri
e Fratelli tutti con tanti auguri di buona e Santa Pasqua. E a te un grande abbraccio.
Aff.mo in Cristo + Aristide Pirovano
A padre Augusto da monsignor Aristide Pirovano, da Roma, 2 aprile 1971
15.
«
Può restare tranquillo in Italia, che restiamo tranquilli anche noi qui»Ieri ho ricevuto la sua lettera (29). La informo subito che è
stato qui il Fulvio (30), ha dimorato 3 giorni proprio nella nostra casa e ha
fatto due progetti completi di chiesa. Belli tutti e due, uno più semplice, uno
più solenne.
Aspettiamo però qualche altro progetto suo, o almeno qualche
foto di belle chiese adatte, semplici, moderne. Vorremmo presentare al popolo
almeno tre tipi.
La salute pubblica è soddisfacente ma si aspetta la quebra
da agua (i danni dell'invasione del territorio da parte dell'acqua, ndr). Il
gado (bestiame, ndr) è pericolosamente magro. Il pesce è diminuito e
nell'interiore hanno fame.
Tuttavia in città ci si diverte e le sale da ballo sono
sempre piene. Ho dovuto fare una battaglia in pubblico col Carneiro. Non ho
avuto peli sulla lingua. Sapevo che era armato, ma gli ho messo paura quando ho
alzato la mano quasi per maledire il suo Tropiéal. «Pelo amor de Deus, eu sou
cat6lico, nao amaldiçõe o meu local, que eu tenho mais de 20 milhões hi
dentro» (31). E se ne è andato promettendo che nunca mais (mai
A monsignor Arcangelo Cerqua da Parintins, 30 giugno 1971
16.
«
È il popolo che comanda e il padre che serve»La vita qui è sempre bella e io sono sempre più felice di
star qui. Vorrei essere molto più dotato, molto più capace, molto più buono
di quel che sono, perché qui c'è bisogno di gente forte, di carattere, di
grandi capacità, se no questo benedetto terzo mondo fra poco sarà quarto,
quinto e sempre più giù. Adesso poi che il Brasile si sta svegliando in una
maniera impressionante...
È interessante vivere in questo paese. Quest'anno hanno
sferrato l'assalto all'Amazzonia e vogliono davvero conquistarla. Dicono che,
dopo la luna, la sfida più importante dell'umanità è costituita
dall'Amazzonia, e il Brasile ha accettato questa
Da Parintins, Natale 1971, a un non precisato «Gruppo missionario di appoggio»
17.
«
Se ormai sono antipatico a tutti, è chiaro che non è più il mio posto »Carissimo dom Arcangelo (33),
Le scrivo da Parintins. L'ho aspettata per 15 giorni in Manaus,
perché diceva che sarebbe venuto agli ultimi di gennaio o ai primi di febbraio.
Oggi sono arrivato a Parintins.
Il Ritiro è stato ben preparato. Pe. Silvio (34) ha preso le
redini del comando e certamente sarà un bellissimo Ritiro. Speriamo che vengano
pochi ma sempre raggiungeranno i 500, solo Mariani. La parrocchia va avanti,
nonostante il parroco. n Consiglio quest'anno è formidabile, il dizimo è
costante, la Chiesa va avanti. I Mariani sono abbastanza vivi, hanno fatto le
elezioni tutti insieme, città e interiore, il 7 di novembre. In S. José hanno
eletto un ex presidente dell'interno. Stanno lavorando.
L'Apostolato (35) ha incominciato l'anno nuovo tutto rinnovato e
questi due gruppi, nonostante siano vecchi, sono ancora vivi.
I giovani sono stati un fracasso (insuccesso, ndr) l'anno scorso. Il Pe. Henrique mi ha accusato di interessarmi solo dei bambini. È stato
un anno meraviglioso e indimenticabile per loro,
A monsignor Arcangelo Cerqua da Parintins, 5 febbraio 1972
18.
«Mai visto una cosa simile: una chiesa così bella
in sei mesi»Abbiamo fatto una festa spettacolare per l'inaugurazione
della chiesa nuova. La gente di tutta la città è accorsa in massa per 11
giorni di fila e non si sentivano se non frasi di ammirazione: «Mai visto una
cosa simile: una chiesa così bella in 6 mesi». E la gente ha preso in simpatia
la mia parrocchia e dice che è la più bella e organizzata della città.
Io so benissimo che non è vero, perché ci vedo tutti i
difetti. Ma, se dico di no, le pietre grideranno, e allora lascio che dicano
tanto a me non importa molto, perché saranno altri padri che godranno dell'organizzazione. lo
spero che di ritorno a Parintins (38) mi facciano fare qualcosa d'altro che non il
parroco.
Abbiamo raccolto più di 9 milioni, vedi come hanno
collaborato! Questo ci permetterà di fare le rifiniture, l'installazione della
luce e la sagrestia (mobili, ndr). Non son fatto per la città e
d'altronde sono pochi i padri appassionati e resistenti per l'interno e le
foreste. Spero che dom Arcangelo concordi con me per darmi qualche altro lavoro
di questo tipo.
L'anno venturo verrò a casa a chiarire le idee e passare un
tempo con voi, prima di incominciare l'ultima tappa della mia vita, che voglio
dedicare, con più intelligenza e passione dopo questi anni di esperienza
brasileira in cui ho conosciuto un po' questo popolo e i suoi bisogni, a qualche
lavoro veramente costruttivo di loro e di me. Tutto questo s'intende, se Deus
quiser (vorrà, ndr). Perché è facile crepare da un momento all'altro.
È di questi giorni il pericolo di morte dei nostri tecnici
italiani (39). Uno è fuori pericolo solo da stamattina: infezione da allergia (si
grattò) ad una gamba. L'altro è in quarantena per epatite, un terzo è lo
specchio della morte: sta riavendosi adagio adagio da qualcosa di tropicale che
non si sa cos'è.
Io però sto bene, mi sento forte per ricominciare per altri
20 anni e più. Se Deus quiser.
Al papà da Parintins, giugno 1972
19.
«
Vorrei dedicarmi alla fondazione di nuove cittadine»La mia vita a Parintins ha poche novità. Sto vivendo bene,
la mia gente mi vuol bene, fin troppo, poi sarà una tragedia lasciarci, come al
solito. Spero in questo terzo anno di parrocchia di mettere a fuoco bene tutti i
problemi, così da lasciare agli altri una cosa un po' in ordine.Dom Arcangelo è costumato a non dar più la stessa
parrocchia a chi va in Italia, per cui non vorrei lasciare pasticci. Credo che
non li lascerò anche se ci saranno lavori in corso.
Per esempio, ieri a Manaus mi hanno offerto i soldi per fare
un giardino d'infanzia e io ne ho proprio bisogno: se non lo prendo io lo
offrono ai protestanti. lo non ho niente contro i protestanti, anzi siamo buoni
amici, ma l'educazione dei piccoli è troppo delicata per disinteressarsene.
Comincerò così anche il giardino d'infanzia. Comunque non aver paura che l'anno
venturo è l'anno buono e verrò a casa un po' con te.
Molte cose nuove stanno maturando a Parintins. Quando tornerò
qui non vorrei più fare il parroco.
L'ho fatto in questi anni per sfondare in questa zona e
cominciare una nuova parrocchia, ma non mi piace sedermi dopo aver approntato il cadreghino. Perciò una volta pronto lo passerò ad altri e chiederò a Dom
Arcangelo che mi dia qualcos' altro da fare.
C'è tutto un lavoro da fare nelle alte terre e la gente di
là mi chiama continuamente e io vorrei proprio dedicarmi alla fondazione di una
serie di nuove cittadine, come stiamo pianificando con un gruppo di amici (40).
Vedremo, il Signore mi illuminerà su qual è la sua volontà in questi anni.
Ho finito ancora parlando di me e dimenticando mi di te. Ma non ti dimentico.
Anzi passando il tempo adesso sento sempre più la voglia di venire a casa a
trovarti. Sta su allegra e in salute e aspettami ancora un po'. Continua a
pregare perché possa sempre essere un pioniere di Dio in qualsiasi posto Lui mi
voglia.
Alla mamma da Parintins, giugno 1972
20.
«Penso che per me è giunto il tempo di liberare il campo»
Dom Arcangelo,
mi perdoni se uso una lettera per parlarle, come se fossimo
lontani mille miglia.
Sono venuto da Lei diverse volte per parlarle, ma sempre mi
è mancato il coraggio, sapendo che il colloquio sarebbe improntato a molta
tristezza. Si tratta infatti di slegarmi dal mio lavoro, che mi piace, ma che è
diventato impossibile per diversi motivi.
Si è creata una freddezza fra noi, che mi è insopportabile,
perché contraria al mio carattere: quel carattere che Lei ha conosciuto
allegro, cantato re, spensierato e un po' matto.
Non sono gli anni che hanno spento il mio sorriso e il mio
canto, perché la voglia ce l'ho ancora, e come! Ma a poco a poco si è creato
un abisso fra noi. Di modo che mi è più facile il colloquio o una serata in
casa di qualunque mio parrocchiano, che una cena o una riunione con i miei
confratelli.
Vorrei tanto che non fosse così! Quasi tutti i giorni tento
di rompere il ghiaccio visitando le vostre case, ma non sono riuscito. Tutto
quello che ho fatto, in generale, è stato motivo di critica, penso giusta: la
casa, il baraccone, il Consiglio, il dizimo, il non far pagare i Sacramenti, il
salario, le costruzioni, le feste, le comunità... il modo di fare, la politica
con le sue esigenze ingiuste,... io sono fatto così: come voi dite di essere
così e non cambiate, anche per me è difficile cambiare. Credo sinceramente che
debba esserci qualcosa che non va e probabilmente sono io: il mio orgoglio, la
mia poca fede, la mia poca virtù. Vorrei però che mi creda sincero una volta
in quello che sto dicendo: sono convinto di avere molte colpe e di essere il
principale responsabile di una situazione ormai pericolosa. Però, mi creda, ho
fatto tutto quello a cui mi ha preposto con completa dedizione (ho paura a usare
la parola AMORE).
Mi aveva dato l'incarico dell'interiore e l'ho preso come una bella avventura, ci ho dedicato gli anni più belli e ho
fatto le comunità, belle o brutte che siano. Mi diede l'incarico di fare questa
parrocchia, l'ho affrontato pure come un'avventura e mi sono dedicato
completamente, senza altre idee per la testa (fuori le normali tentazioni dei comuni mortali), come se
fosse la mia sposa: ho amato la mia gente come ho potuto. Non ho la coscienza di
aver fatto qualcosa in polemica con altri padri, o altre parrocchie, ma sempre
in polemica con me stesso, per migliorare sempre più. Ho dato tutto quello che
avevo, soldi, roba e salute, e ho cercato di vivere sempre solo col salario
minimo, come la maggior parte della mia gente.
Dei risultati non so niente. I fracassi (insuccessi, ndr) sono
molti. Mi perdoni questo sfogo. Non è per gloriarmi, ma è un bisogno che
sento, poiché nessuno mi difenderà quando sarò via di qua, vista l'onda di
antipatia che si è creata attorno a me: è una difesa anticipata.
Dom Arcangelo, le chiedo perdono per il male che le ho fatto,
purtroppo molto, lo so bene. Ho cercato di non essere eretico e di non insegnare
eresie. E per non essere scismatico (Deus me livre), penso sia giunto il mio
tempo di liberare il campo. Cercherò di mettere a posto un po' le cose e, pur
con grande tristezza in cuore, perché ho sentito l'affetto del mio popolo e per
il mio popolo, andrò in Italia e sarà quel che Dio vorrà.
Mi sarebbe tanto piaciuto dedicare la mia vita a Parintins,
ma... pazienza. Non pensi che io tenga qualcosa contro qualcuno di voi, anche se
mi sono espresso a volte violentemente. Al contrario, terrò sempre una immensa
saudade di qui e di tutti voi. Ho sbagliato: invece di meritarmi la vostra
amicizia, mi sono guadagnato molta antipatia. Devo pagare e pago. Che Dio aiuti
me e voi a servirlo sempre totalmente in qualsiasi posto.
Le chiedo scusa, Monsignore, per tutto questo amaro. L'ho
aspettata il giorno intero per parlare con più calma. Lei, evidentemente, ha
voluto ascoltare la sua solita unica campana. E io sono restato con un amaro
infinito in gola. Mi auguro soltanto di essere l'ultimo dei suoi padri che
rimangono soli e abbandonati, figli di nessuno, in questa bellissima terra di
missione.
A monsignor Arcangelo Cerqua da Parintins, 28 dicembre 1972
21.
«Non mi piace il tuo silenzio e il tuo isolamento»
Carissimo p. Augusto,
ogni tanto penso a te e mi dico che... te lo dirò dopo; però
credo di poterti dire che sei un tipo... speciale.
Quando ti farai vedere? Desidero tanto incontrarti anche per
parlare un po' di quella benedetta Amazzonia che è tanto bella ma che, alle
volte, porta i preti a diventare... nervosi piùdel giusto e necessario. Chi è
a destra arrischia di essere ancora più destra e chi è di sinistra... peggio
ancora.
Vorrei davvero vederti e non per discutere ma per sapere; non
mi piace il tuo silenzio e il tuo isolamento. Non pare anche a te che non sia
giusto?
Allora aspetto tue notizie, o meglio ancora, aspetto di vedere te vivo e vegeto e alto come sei.
Ciao e fammi il bravo. Aff.mo in Cristo
+ Aristide
Pirovano
A padre Augusto in Italia da monsignor Aristide Pirovano, da Roma, 30 giugno 1973
22.
«Lei sa tutto di me e non credo di doverle raccontare molto»
Rev.mo e carissimo Monsignore Aristide,
ricevo e rispondo subito, per non lasciarla in pensiero.
Mi sono fatto vivo alcune volte, almeno tre, a Milano. Ho incontrato p. Crimella
(41). Sono stato a mangiare con pe.
Magni. Ho visitato i compagni di Sotto il Monte e i vecchi di Rancio. Ho fatto
una visita a tutti i parenti dei padri di Parintins.
Mi avevano detto che l'avrei incontrata al funerale di Iseo
Sandri (42), ma non l'ho vista. Roma è un po' lontana e allora mi sono prefisso di
vederla quando verrò giù per il corso di settembre (43).
Il fatto del mio isolamento è dovuto, come lei sa, al mio
papà che è ammalato. Per più di un mese l'ho assistito all'ospedale,
alternandomi con una delle mie sorelle suora (Pinuccia, ndr). Poi
l'abbiamo portato a casa e lei se n'è andata e io sono qui solo con la mamma a
far compagnia al papà.
Ho passato un po' di giorni con la comunità di mia sorella a
Bardonecchia, ogni tanto faccio qualche gita sui monti e sento che li so ancora
dominare.
Farò le ferie di agosto con i miei ragazzi di Locate
Varesino, che sono ormai tutti sposati con una fila di bambini. Forse farò
qualche giretto col papà, se starà meglio.
Sempre ho dei gruppi che mi chiamano per vedermi e sentirmi -
sono gli Alpini, i Ragni (44), i gruppi impegnati, la mia parrocchia, TVC, ecc. A
tutti racconto la storia del mago, l'unica che so raccontare. Ecco dunque tutto.
Monsignore, se Lei fosse a Milano qualche volta mi telefoni
che faccio un salto. Se no... arrivederci a Roma. Lei però sa già tutto di me
e non credo di doverle raccontare molto. Verrò solo a prendere al sua
benedizione, a cui credo ancora.
A monsignor Aristide Pirovano da Laorca, 8 agosto 1973
23.
«
Fondare colonie agricole sulle terre alte»Sollecitato dal Superiore Generale Mons. Aristide Pirovano,
stendo una traccia del lavoro fatto in 10 anni di permanenza in Parintins e dei
lavori tuttora in corso.
Nei primi 7 anni, fino al 1970, ho lavorato in città, fra i
giovani e i Mariani, nella Legione di Maria, nell'assistenza sociale, prendendo
cura della chiesa di S. Benedito e seguendo o fondando una trentina di comunità
dell'interno.
Quando ho incominciato il lavoro nell'interno mi sono accorto
che la popolazione era dispersa, tranne alcune comunità già esistenti, che
tuttavia si appoggiavano molto spesso ai fazendeiros. I due momenti di ritrovo
erano appunto il lavoro per il fazendeiro (che sfruttava il caboclo nel lavoro,
nel commercio e negli interessi molto alti) e le loro feste che si risolvevano
in orge. Una prima necessità che si imponeva era quella di liberare dal punto
di vista religioso i caboclos, creando comunità libere, in terre libere (della
comunità), con momenti di comunione religioso-sociale.
Sono sorte perciò le comunità, libere, autonome, coi loro
capi democraticamente eletti e arricchite di attività sociali come le scuole, i
clubs, lo sport, ambulatori, ecc. Durante questo tempo però sono maturati dei
fatti e coi fatti anche le idee:
1) Questa prima liberazione era specialmente religiosa, ma gli uomini erano ancora legati ai padroni del loro lavoro.
2) Ho constatato che il caboclo vive tutto il tempo guardando il
Rio, dal quale trae il suo sostentamento e disprezza la foresta perché non gli
dà quasi nulla.
3) Il caboclo non è agricoltore, nel senso che non conosce
le tecniche agricole ( concimare, innestare, difendersi dalle malattie delle
piante, formiche, ecc.).
4) C'è una pericolosa monocoltura, quella della juta, che
probabilmente non ha molto futuro, perché le fibre sintetiche la soppiantano a
poco a poco.
5) Anche il lavoro della juta non è redditizio per quanto
ora sia l'unica fonte di guadagno. Infatti, secondo calcoli fatti dalla
Secretaria de Produçao, è pagata al caboclo 8 volte meno del dovuto, lasciando
enormi lucri in mano ai fazendeiros. Inoltre il lavoro è ingrato e pieno di
pericoli e conseguenze negative per la salute dei caboclos (uomini, donne e
bambini). lo stesso me ne sono reso conto di persona, facendo per qualche
settimana questo lavoro, immerso tutto il giorno nell'acqua fino al petto, colle
sanguisughe alle gambe e i reumatismi in tutto il corpo.
6) Dal '67 in poi le piene del Rio sono state molto grandi e
hanno distrutto ogni anno le palafitte dei caboclos che abitano sulle sponde del
Rio. A volte hanno distrutto anche i raccolti. Le navi che passano in mezzo al
Rio, contribuiscono col loro inquinamento ad abbattere lentamente le case.
7) Il fatto che ora l'INCRA (Istituto Statale del Catasto)
sta dando i titoli definitivi a chi li compra (il prezzo è un po' alto) fa sì
che molti caboclos che avevano il titolo di prelazione, si son visti portar via
le terre da chi, più avveduto, s'è preso il titolo definitivo. Anche il fatto
che, con le strade transamazzoniche, molti sudisti o stranieri, vengono a
prendere le terre alte dell' Amazonas, priva la nostra gente che vi è nata del
possesso di terre che dovrebbero appartenergli naturalmente.
Questi fatti mi hanno fatto pensare molto sul come si poteva
coscientizzare questa gente in modo cristiano, prima che altri lo facciano in
altri modi. Avrei avuto bisogno di laici preparati, perché, come prete, il mio
dovere è un altro e comunque non sono agricoltore né tecnico di niente.
Fu in questo tempo che mi vennero in aiuto i laici sponta
Relazione di padre Gianola preparata su richiesta
del
Superiore generale del Pime monsignor Aristide Pirovano, Roma, 9 settembre 1973
24.
«
Chiedo a lei un buco dove poter lavorare»Rev.mo Mons. Cerqua,
Le avevo scritto nel mese di maggio, dopo il ritorno del papà dall'ospedale, per raccontarle del mio viaggio e
dell'avventura a lieto fine della malattia di papà, che ora sta benissimo, più
di prima.
Infelicemente ho saputo ora che la lettera non è mai
arrivata. lo, mi perdoni, pensavo a una mancata risposta intenzionale e mi ha
fatto soffrire, perché, nonostante tutto, non avrei voluto che fra noi si
conservassero rancori. Invece meglio così.
Io ora sono in procinto di ripartire per la missione ed ho
esposto a mons. Pirovano i miei piani, il mio desiderio di dedicarmi alla zona
di U rucani, desiderio che avevo esposto a lei prima degli altri. Mons. Pirovano
ha visto bene l'idea, ma poi da lì sono arrivati pareri e notizie negativi, per
cui ci ha ripensato.
Ora il consiglio del Superiore Generale è che io ritorni in
Amazzonia, chiedendo a lei un «buco» dove poter lavorare, magari in attesa
che, mutate le situazioni, possa dare una mano anche ai ragazzi di U rucara.
Sono perciò qui di nuovo ad importunarla, sperando di poter ricominciare da
capo un lavoro in quell' Amazzonia che sia per Lei come per me costituisce il
più grande affetto. Chiedendo la sua benedizione, mando saluti anche a tutti i
padri.
A monsignor Arcangelo Cerqua da Lecco, 17 novembre 1973
25.
«
Cosa stai a fare costassù? Sarebbe ora di farti rivedere a Parintins»Carissimo P. Augusto,
il 2 dicembre un telegramma di mons. Pirovano annunziava il tuo
ritorno. Il 3 ricevetti la tua gradita lettera e la sera stessa seppi che ti
trovi nel Paurà (47).
Pensando che venissi subito a Parintins, diedi disposizioni che
fossi ospitato a casa mia, in attesa del mio ritorno dall' Andira dove andai il giorno 4. Invece 1'8 dicembre, dopo
l'Assemblea dei Mariani, seppi ti eri cacciato nel «mato» a fare l'eremita!
Siccome il Graça doveva venire dalle tue parti, lo pregai di
portarti una mia letterina. Invece partì senza passare da me.
Neanche a farlo apposta da oltre 15 giorni sto lottando con
maleducate coliche prima di fegato e ora intestinali, che mi hanno conciato per
bene. Ho perfino fatto cure a Manaus. Ne tornai sabato credendomi curato; invece
ieri ho avuto una ricaduta.
Oggi volentieri ho parlato col Monteiro, per avere tue
notizie. E sto approfittando di lui per farti giungere i miei saluti e gli
Auguri per l'anno nuovo. Ma cosa stai a fare costassù? Sarebbe ora di farti
rivedere a Parintins.
P. Zanelli (48) a nome mio deve averti già detto a Manaus che
il «buco» richiesto da te è il... mondo di Maués, dove per la prossima
partenza di P. Leone (Martinelli), resterebbero appena i padri Andena e Modica.
So la tua aspirazione di Urucara, ma onestamente ti ho fatto
sapere che per ora non pare possibile un tuo inserimento là. A meno che la
situazione non sia cambiata ultimamenté (49).
Perciò, come raccomanda anche mons. Pirovano, chiudiamo una
buona volta il passato e apriamo una pagina di maggior comprensione per il bene
del nostro amato popolo.
Ti saluto e benedico. In Xsto + Arcangelo
A padre Augusto da monsignor Arcangelo Cerqua,
da Parintins,
31 dicembre 1973
26.
« Ti chiedo perdono: sono un uomo fragile e pieno di passioni...»
Carissimo Pe. José (50),
ho appreso in questi giorni del tuo viaggio improvviso in
Italia, a causa della salute della tua mamma.
Sapendoti nelle stesse condizioni di spirito di cui io ho
viaggiato per assistere il mio papà ammalato, voglio scriverti queste 2 righe
per dirti che ti sono vicino e prego perché tutto si svolga per il meglio: il
Signore sa fare miracoli.
José, non so come tu prenderai questo mio scritto, ma ti
assicuro che viene dal cuore. Ti confesso che per un certo tempo ho tenuto in
cuore del rancore. E me ne vergogno. Ora però dopo quasi un anno dai fatti
incresciosi avvenuti tra noi, non mi sento più di lasciar passare altro tempo
senza chiederti perdono: sono un uomo fragile e pieno di passioni e ho fatto del male a molti, ma mi pesa soprattutto il male che ho fatto a te e
non vorrei morire senza sapermi riconciliato definitivamente con te.
Non so se ci vedremo ancora nella vita, probabilmente non più.
E allora, almeno con una parola, fammi sapere, per l'amor di Dio e della tua
mamma, che mi consideri ancora un amico tuo, almeno uno dei tanti. Da parte mia
ti ringrazio e non esito a firmarmi
Tuo amico p. Augusto A padre José dalla foresta, dicembre 1973
* Da una lettera alla
sorella Pinuccia, senza data, del 1970.
[1] Si veda il capitolo XIV del volume P. Gheddo, Missione
Amazzonia. 150 anni del Pime nel Nord Brasile (1918-1998), EMI, Bologna
1997.
[2] Si veda P. Gheddo, Dio viene sul fiume, EMI, Bologna
1994, pp. 109-114.
[3] Augusto accenna al campo d'aviazione costruito fra
gli indios Hixkariana (vedi Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., p. 66). La
diocesi di Parintins ospita due «aree indigene» di indios nel suo territorio:
una dei Satere-Mawé sul Rio Andira e il Rio Ramos (a sud di Parintins), l'altra
degli indios Hixkariana a nord, nella parrocchia di Nhamunda: questi ultimi più
difficili da raggiungere perché i fiumi che scendono dal loro altopiano
(ai confini con la Guyana ex britannica) hanno numerose cascate, che impediscono
ai barconi a motore di risalirne il corso. Di qui l'esigenza di un campo
d'aviazione e di un aereo. Per la storia dell'evangelizzazione degli indios di
Parintins si veda il capitolo XV del volume Gheddo, Missione Amazzonia,
cit.
[4] Nel 1968 monsignor Arcangelo Cerqua è stato nominato dalla Cnbb (Conferenza episcopale brasiliana) responsabile della «pastorale
missionaria» in Brasile, ed ha poi realizzato negli anni seguenti, con padre
Gaetano Maiello (della prelazia di Macapa) come segretario del movimento
missionario, il «Piano per l'animazione missionaria» del Brasile (si veda
Gheddo, Missione Brasile, cit., pp. 234-237).
[5] L'aereo della prelazia di Parintins, un Cessna a quattro
posti, venne donato dall'esploratore e alpinista lecchese Carlo Mauri (amico
fraterno di Augusto) dopo una sua visita nell'ottobre 1966. Mauri scrive un resoconto del
suo viaggio su La Domenica
del Corriere,
che
apre poi una sottoscrizione e compera l'aereo. Nel settembre e ottobre 1968 il
Cessna compie varie spedizioni fra gli Hixkariana, guidato da un volontario e
pilota americano Mike, e da padre Pedro Vignola (patente di pilota in Svizzera).
Alla quarta spedizione, atterrando con troppo slancio, capotta, fortunatamente
senza danni alle persone (Augusto non era presente). Un secondo aereo lo porta
nel 1974 dall'Italia fratel Agostino Sacchi, anche lui pilota, e fa un buon
servizio alla missione, poi viene rivenduto. Il terzo (un idrovolante) è quello
portato dagli Stati Uniti nel 1991 da padre Giuseppe Panizzo (patente in
America), che lo usa a servizio della diocesi. Ma nel 1993 padre Panizzo viene
inviato come pilota in Papua Nuova Guinea, a servizio di monsignor Cesare
Bonivento, vescovo del Pime di Vanimo: muore cadendo col suo aereo il 20 aprile 1994 (si veda P. Gheddo, Padre
Pilota, EMI, Bologna 1995).
[6] Augusto si riferisce al primo viaggio che ha fatto fra gli Hixkariana nell' ottobre 1966, risalendo a piedi i fiumi con l'esploratore Carlo
Mauri di Lecco, per prendere il primo contatto e preparare il campo d'aviazione.
Gli indios Hixkariana erano già stati avvicinati e seguiti, alla fine degli
anni cinquanta e inizio sessanta, da padre Danilo Cappelletto, parroco di
Nhamunda a quel tempo. Oggi sono assistiti da padre Emilio Buttelli, parroco di
Nhamunda (si veda Gheddo, Missione Amazzonia, cit., capitolo XV).
[7] Al Pananarú Augusto metterà la prima sede del suo
«eremo» in foresta nel dicembre 1973.
[8] Nel 1969 il fratello di Augusto, Alberto, aveva fatto il
primo viaggio in Amazzonia.
[9] Noi diremmo: neIl'interno del territorio di Parintins; i
missionari dicono: nell'interiore. ..
[10] La Cattedrale di Parintins, dedicata a Nostra Signora del
Carmelo (la festa liturgica è il 16 luglio), è un'opera colossale (si veda al
capitolo II la nota n. 13). Costruita negli anni sessanta e settanta in un posto
così isolato come Parintins, è veramente «una impresa da pazzi» come
scrive Augusto. L'opera fu voluta fermamente dal vescovo monsignor Arcangelo
Cerqua (contro il parere di tutti i suoi missionari!) ed è stata fonte di
grandi contrasti e avventure anche tecniche (ad esempio: come mettere il tetto a quell'altezza senza che cada, privi di mezzi adeguati e senza persone esperte di
costruzioni?). Si legga la storia di questa epopea missionaria («cose da
pazzi») in Gheddo, Missione Amazzonia, cit., capitolo XII.
[11] Lettera a don Angelo Galbusera che in quel mese faceva il
suo ingresso come parroco a Laorca (lo è ancora oggi).
[12] La rivistina parrocchiale di Laorca che ancora si stampa.
[13] La tensione di Augusto alla santità si manifestava anche
in questo essere insoddisfatto della sua rispondenza alla grazia: non era come Dio lo
voleva.
[14] Parroco di San Giuseppe Operaio in Parintins, parrocchia
ancora da costruire, che ingloba anche la cappella di San Benedetto già
affidata a padre Gianola (si veda il capitolo II).
[15] Le «Aldine» erano e sono le collaboratrici di don Aldo Cattaneo,
sacerdote diocesano di Milano (nato nel 1904), fondatore e direttore del
«Laboratorio missionario» di Lecco fino agli anni ottanta, quando è stato
sostituito da Lucia Sozzi.
[16] Dal 1970 al 1973 Augusto è parroco a S. Giuseppe Operaio
in Parintins, parrocchia nuova in quartiere popolare. Augusto vuoI costruire la
chiesa e la casa parrocchiale in legno e paglia, materiali usati dai poveri.
Nascono forti contrasti col vescovo e anche con gli altri missionari, che invece
erano dell'idea che la missione deve costruire opere solide anche per dare un
esempio ai locali di come si costruisce.
[17] Sul «Come loro» si veda supra l'introduzione a
questo capitolo.
[18] Il «mosquiteiro» è la zanzariera leggera e finissima che
protegge dagli insetti durante il sonno; la «geladeira», il frigorifero a
benzina, dove non c'è elettricità.
[19] La sorella di Augusto, Pinuccia, è diventata suora di Carità
dell'Assunzione (congregazione di origine francese).
[20] Padre (Pe. sta per «padre», come si usa in Brasile)
Enrico Pagani di Lomazzo (Corno), in Amazzonia dal 1964, che è stato poi
costruttore e artefice della parrocchia di Boa Vista, nella diocesi di Parintins
(anni ottanta).
[21] Altro termine brasiliano per dire «sufficiente, che
basta».
[22] È lo scafo da motoscafo in leghe leggere metalliche,
molto veloce.
[23] Cuzco, arcidiocesi del Perù, antica capitale dell'Impero
Inca. Augusto ha appena incominciato il lavoro nella nuova parrocchia e già
sogna un eremo addirittura in Perù, sulle montagne...
[24] Il «dizimo» è la «decima» in uso in Brasile;
percentuale dei propri guadagni che si dà alla Chiesa.
[25] Nel 1970 Augusto ha costruito la chiesa e la casa
parrocchiale di San Giuseppe Operaio in legno e paglia, ma un anno dopo,
nell'estate 1971, accetta di costruire in muratura, anche per le pressioni del
suo popolo (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., pp. 73s.).
[26] Padre Gianola era appassionato di caccia fin da ragazzo e
quando si ritirerà in foresta la caccia lo aiuterà a sopravvivere. Verso il
termine della sua vita (nel 1987) rinunzierà anche al fucile e alla caccia (si
veda Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., pp. 226s.).
[27] Augusto tappezzava le pareti delle sue abitazioni in
Amazzonia con visioni delle Alpi. Aveva un passato non disprezzabile di
alpinista, ma ne parleremo più avanti (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume,
pp. 22-25).
[28] Il Consiglio d'amministrazione della parrocchia di San
Giuseppe Operaio aveva scritto il 4 marzo 1971 a monsignor Aristide Pirovano,
Superiore generale del Pime a Roma, per chiedergli un suo contributo personale
per la costruzione della parrocchia.
[29] Monsignor Arcangelo Cerqua era a Roma per il Capitolo
generale del Pime di aggiornamento postconciliare (giugno 1971 - gennaio 1972),
che avrebbe rieletto Superiore generale monsignor Aristide Pirovano per altri 6
anni (1971-1977). Fra i candidati possibili c'era anche monsignor Cerqua.
[30] Fulvio Giuliano, geometra e missionario laico
(appartenente alla Gioventù Studentesca di don Luigi Giussani) nella prelazia
di Macapa, costruttore di chiese, pittore e decoratore delle stesse. Divenne poi
sacerdote nel 1971 e missionario del Pime nel 1980. Oggi è membro della équipe
formativa del Seminario teologico del Pime di Monza (Milano).
[31] «Per amor di Dio, io sono cattolico, non maledica il mio
locale Tropical, là dentro ho più di venti milioni».
[32] Battuta piuttosto feroce, rivolta al vescovo lontano dalla
sua diocesi!
[33] Per capire questa lettera molto forte, che prelude alla
crisi del 1973, bisognerebbe leggere diversi capitoli di Dio viene sul fiume e
le testimonianze di vari missionari.
[34] Padre Silvio Miotto, in Amazzonia dal 1955, a quel tempo
Vicario generale di Parintins (1970-1976) e principale aiutante a Parintins di
monsignor Cerqua, morto il 10 dicembre 1986.
[35] Si riferisce all' Apostolato della Preghiera, associazione
femminile antica che nel dopo Concilio (come i Mariani, uomini) era andata un
po' in crisi, soppiantata dalle «comunità ecclesiali di base».
[36] Padre Gianola aveva riprodotto a Parintins l'esperienza
della «Repubblica dei ragazzi», già sperimentata con successo
nell'oratorio di Locate Varesino una quindicina di anni prima (si veda Gheddo,
Dio
viene sul fiume, p.
19s.).
[37] Augusto si confessa peccatore, ma non tollera l'accusa di
falsità. Ritiene di essere sincero, di dire tutto quel che pensa fino ad
offendere...
[38] Aveva programmato di tornare in Italia dopo
l'inaugurazione della parrocchia San Giuseppe Operaio. Ritarda qualche mese: il
suo primo ritorno in patria avviene alla fine di marzo 1973 e rientra a
Parintins il 20 novembre dello stesso anno.
[39] Si riferisce ai giovani italiani dei Tvc (Tecnici
volontari cristiani), fondati a Milano e assistiti spiritualmente dai Gesuiti,
che erano venuti a Parintins nel 1968 ad aiutare nella prelazia.
[40] Le «terre alte» sono quelle lontane dai corsi dei fiumi,
nell'interno della foresta amazzonica, dove Augusto, con i suoi amici laici (i
Tecnici volontari cristiani), vuol portare i caboclos a vivere, trasformandoli
da pescatori in agricoltori e fondando nuovi villaggi e cittadine. Progetto che
realizza negli anni seguenti.
[41] Padre Severino Crimella, già missionario in Brasile,
all'epoca Superiore regionale del Pime a Milano. Quindi Pirovano avrebbe dovuto
essere informato del fatto che Gianola voleva incontrarlo.
[42] Padre Iseo Sandri, missionario a Parintins, morto a Genova
il l° maggio 1973.
[43] Corso di aggiornamento per i missionari del Pime in
vacanza che si tiene ogni anno a Roma in estate.
[44] I famosi «Ragni di Lecco», gruppo alpinistico di cui
Augusto faceva parte fin da giovane studente.
[45] CETRU: Centro de Treinamento Rural de Urucara (Centro di
addestramento rurale di Urucara).
[46] Per tutto questo lavoro delle colonie agricole, si veda il
capitolo V di Gheddo, Dio viene sul fiume, pp. 77-89.
[47] Il Paurà è la regione forestale in cui si trova l'eremo
di Augusto, lungo il Rio Panauarù.
[48] Padre José Zanelli è stato il Superiore regionale del
Pime nell' Arnazonas (Manaus e Parintins) dal 1972 al 1976.
[49] Urucara, sul Rio delle Arnazzoni, non è nella prelazia di
Parintins, ma in quella confinante di Itacoatiara. Il vescovo di Parintins non
vuole quindi che un suo missionario lavori sotto un altro vescovo, perché lo
perderebbe per la sua prelazia.
[50] Alla fine del 1973, dal profondo della foresta amazzonica,
dove si era rifugiato quando ritorna dalla vacanza in Italia (si veda infra capitolo
seguente), padre Augusto scrive questa lettera chiedendo perdono a padre José,
confratello del Pime che era amministratore della prelazia col quale aveva avuto
nel gennaio 1973 un violento diverbio, concluso con pugni e morsicate! (si veda
Gheddo, Dio viene sul fiume, pp. 88s.).