PICCOLI GRANDI LIBRI  AUGUSTO GIANOLA
IN MISSIONE PER CERCARE DIO

Lettere dal Brasile

A cura di Piero Gheddo

EDIZIONI SAN PAOLO 1998

Prefazione, di Sergio Zavoli
Introduzione, di Piero Gheddo

I. Da prete diocesano a missionario in Amazzonia (1951-1963)

II. La «luna di miele» della vita missionaria ( 1963-1966)

III. La parrocchia San Giuseppe operaio nello stile povero dei caboclos (1967-1973)

IV. Un anno di preghiera e di avventure in foresta (1974)

V. Una nuova avventura: le colonie agricole sulle «terre alte» (1975-1976)

VI. La rivoluzione tra i caboclos dell' Amazzonia, non con Marx ma con il Vangelo (1977-1984)

VII. 1400 chilometri in canoa sul Rio delle Amazzoni e il monastero dei cistercensi (1985-1986)

VIII. L'avventura finale in foresta: Augusto contento perché lebbroso! (1987-1990)

Cronologia di padre Augusto Gianola

III

LA PARROCCHIA SAN GIUSEPPE OPERAIO NELLO STILE POVERO DEI CABOCLOS
(1967-1973)

« Sto facendo una nuova parrocchia. Voglio basarla sulla povertà assoluta. Come loro, i miei cabocli»*

Dopo il periodo di inserimento nella prelazia come viceparroco della Cattedrale (1963-1966), viene per Augusto il momento di assumere grosse responsabilità: prima la chiesa di San Benedetto (dipendente dalla Cattedrale), poi il collegio e la radio, poi la fondazione della terza parrocchia di Parintins, quella di San Giuseppe Operaio in ambiente povero, . di periferia. Infine, l'esperienza delle «colonie agricole» di Urucara, che realizza con i volontari laici e un missionario canadese (padre Humberto) della prelazia di Itacoatiara.
Nel marzo 1973 Augusto compie il primo viaggio in Italia da quando è in Amazzonia. Parte nell'incertezza di cosa farà al suo ritorno a Parintins: tornando nel dicembre 1973 non va più a Parintins, ma si ritira in foresta con un caboclo, Cicero, per un periodo di preghiera, riflessione, penitenza, immersione nel mondo dei caboclos, al fine di conoscere meglio il suo popolo (vedi capitolo IV).
Cos'è successo? Nelle lettere di questo periodo si nota il passaggio dall'entusiasmo degli inizi (che continua, in campo pastorale e spirituale) alla delusione e difficoltà di far capire e accettare i suoi progetti e il suo modo di agire al vescovo e ai confratelli.
Per capire a fondo la crisi che padre Gianola (in Italia da marzo a novembre
1973) attraversa in quell'anno, bisognerebbe leggere diversi capitoli di Dio viene sul fiume e le testimonianze di vari missionari.
In sintesi è successo questo: Augusto era entrato nella prelazia nel
1963 con grandissime potenzialità di bene, subito capite dal vescovo che gli dà vari incarichi di responsabilità.
I suoi primi dieci anni a Parintins
(1963-1973) sono segnati da notevoli risultati positivi in campo pastorale, ammirati e lodati dai confratelli (si veda la Relazione del settembre 1973 sui suoi dieci anni di Amazzonia); ma anche da certi suoi atteggiamenti non condivisi, che suscitano opposizione specie in tipi come padre Silvio Miotto, generoso ed esemplare come il vescovo e come lui legato ad una visione tradizionale della pastorale e della vita diocesana: tutto quello che andava fuori delle regole (e Augusto era essenzialmente «un uomo e un prete fuori delle regole
») dava fastidio. Anche il modo con cui Augusto trattava i confratelli non era gradito, troppo libero e scanzonato, offensivo per non pochi... In Dio viene sul fiume sono riportati molti fatti che spiegano tutto questo.
La lettera del
28 dicembre 1972 (cfr. infra,
pp. 124:ss.) a monsignor Cerqua rappresenta il momento di rottura e di separazione tra padre Gianola e il vescovo, la prelazia, i confratelli (o meglio, buona parte degli stessi). Sostanzialmente per tre motivi:

1) «Si è creata una freddezza fra noi - scrive Augusto a monsignor Cerqua in quella lettera -, che mi è insopportabile, perché contraria al mio carattere; quel carattere, che Lei ha conosciuto allegro, cantatore, spensierato e un po' matto
». « Freddezza» che fa intendere i contrasti, le antipatie, i diversi caratteri e metodi pastorali.
Nel periodo critico del post Concilio, monsignor Cerqua aveva scelto per la sua prelazia un passaggio graduale verso le novità, tranquillo, anche un po' «frenato
», preoccupato di conservare quello che di buono c'era nella tradizione. Vedeva infatti in molte altre diocesi brasiliane e d'altri paesi dell'America Latina sbandamenti, rotture, arroccamenti e fughe in avanti: in un territorio così isolato nelle foreste come Parintins, voleva salvare l'unità del presbiterio e del popolo cristiano e andava con i piedi di piombo (la storia poi gli ha dato ragione! Oggi Parintins è considerata la miglior diocesi dell'Amazzonia). Padre Gianola invece (con alcuni missionari giovani e i laici dei Tvc, i Tecnici volontari cristiani - fondati a Milano e assistiti spiritualmente dai Gesuiti - che venivano dall'Italia in quegli anni) era portato per natura al «tutto e subito». Inevitabile nascessero in prelazia contrasti e freddezze (1).
2) Ma c'è anche un secondo motivo molto forte: Augusto è incapace di restare a lungo nello stesso posto. Lo dimostra molte volte nella sua vita. Quando assume un nuovo incarico è entusiasta, sfonda, si fa voler bene da tutti, realizza grandi cose. Poi lo prende la smania o la nostalgia di poter fare qualcosa di più e di diverso; ha paura di mettersi troppo in vista, di lavorare non per Dio ma per se stesso; ha fortissimo il senso del peccato, teme di diventare un «Prete seduto
», teme di affezionarsi in modo sbagliato alle donne che lo circondano e lo ammirano; avverte la pochezza di quello che fa e lo prende il richiamo del deserto, della contemplazione, della preghiera e della penitenza; compie stranezze e azioni azzardate che gli attirano critiche e sente queste critiche come segno di incomprensione e di malvolere nei suoi confronti; è accusato di voler mettersi in vista, mentre per lui si tratta del suo m'odo di fare, espansivo, comunicativo, che mira a creare comunione e scambio di esperienze.
Augusto era una personalità complessa, direi anche complessata. Non aveva «quella fede semplice ed entusiasta
» che caratterizza ad esempio il suo confratello padre Clemente Vismara. La sua fede era forte ma non semplice. Era sempre in n'cerca, angustiato da dubbi. Il sottotitolo della sua biografia Dio viene sul fiume lo descrive bene: «Augusto Gianola, una tormentata ricerca di santità».
Un altro aspetto della sua personalità è che non voleva responsabilità, non voleva strutture, mal si adattava a norme e regole burocratiche. Sentiva la missione come carisma, itineranza, seminagione.
«
Andate da un villaggio all'altro, dice Gesù, non fermatevi in nessun villaggio, in nessuna casa... ».
Uno dei motivi di disaccordo con i confratelli era proprio questo. «Lui
faceva il battitore libero - ho sentito dire da alcuni - andava e veniva,
faceva quel che voleva, inventava cose nuove e poi non le seguiva, dovevamo realizzarle noi: noi portavamo il peso della prelazia, lui faceva l'eroe in foresta, diventava un mito per la gente...».
3) Il terzo motivo di contrasto è la metodologia del «come loro
», non condivisa dal vescovo e dalla maggioranza dei confratelli, che troviamo in alcune lettere di questo periodo: si manifesta soprattutto nella costruzione della prima chiesa e casa parrocchiale di San Giuseppe Operaio in Parintins, in legno e paglia invece che in muratura come voleva il vescovo (e poi Augusto scopre che così la voleva anche il suo popolo!).
Come loro è il titolo di un famoso libro di René Voillaume, dei Piccoli Fratelli di Charles De Foucauld, che negli anni cinquanta e sessanta ha influito (negativamente) su molti missionari. La teoria era che noi missionari dobbiamo diventare in tutto «come loro
», vivere come loro, mangiare come loro, pensare come loro, ecc. Augusto tenta di applicare questo ideale fino in fondo, con sacrifici enormi, ma alla fine confessa: « Vivere come loro è impossibile»(2). Insomma, padre Gianola assolutizza e radicalizza un ideale che fino ad un certo punto è doveroso per un missionario (condivisione, incarnazione, adattamento all'ambiente), ma che in lui diventa ideologia da applicare integralmente (ma poteva un tipo come lui, estremista e radicale per natura, non radicalizzare ed estremizzare tutto?). E allora diventa uno sbaglio, che crea contrasto con i confratelli e lo porta fuori strada.
Infatti, noi diciamo che i popoli poveri non debbono diventare «come noi
» bianchi (ma conservare la loro cultura in quello che ha di positivo): allo stesso modo, non è bene che noi diventiamo «come loro».
Il missionario va tra altri popoli per annunziare Gesù Cristo e fondarvi la Chiesa, ma anche per portare la sua cultura e il suo modo di vivere: non per imporli, ma per creare un confronto, un influsso e un arricchimento vicendevoli.
. Le culture infatti non sono reperti archeologici da museo (come pensano alcuni etnologi), ma sono la vita dei popoli che cambia e deve cambiare per sopravvivere, attraverso il contatto con altre culture. Se il missionario diventa (o si sforza di diventare) in tutto
«come loro», cessa il senso culturale della sua presenza: in Amazzonia, ad esempio, se Augusto fosse riuscito ad essere «come loro», avremmo avuto un caboclo in più... ma questo a chi e a cosa sarebbe servito? Per fortuna è rimasto se stesso ed ha fondato, ad esempio, le comunità ecclesiali di base, la Scuola agricola di Urucarà, le comunità agricole sulle « terre alte», le Olimpiadi e il Festival folcloristico di Parintins, la « Repubblica dei ragazzi», ecc.

 

1.

«Diciamolo fra noi: che cosa ci manca?»

Carissima Su or Annamaria,
vice priora! Perbacco! adesso si scoprono i tuoi disegni eh! Dunque, sei entrata in convento per far carriera. È questo lo spirito di umiltà di cui parlavi? Bell'esempio che mi dai! Vuol dire che farò di tutto per diventare Vescovo anch'io, o almeno Vicario generale della mia diocesi.
Comunque, visto che finalmente ci sei arrivata, vedi di non approfittarne troppo, di non diventare bisbetica con le tue suddite, di non essere una suocera acida, di non attaccarti troppo al cadreghino e soprattutto di non ammonticchiare troppi soldi, perché penso che con questa promozione, certamente sarà aumentata anche la paga.
Stiamo passando in un periodo di nera carestia. Sapessi che digiuni e che quaresime e che letti duri ha la mia povera gente! Credo che le Carmelitane scalze, in cielo, avranno un posto forse più in giù dei caboclos e degli indios.
È vero che tu incomincerai a dire che la perfezione sta nell'amore, e se loro hanno un amore minore di te saranno più in basso. Ma quando mi viene in mente Abramo che culla Lazzaro e adduce come causa della salvezza non tanto la fede o l'amore di Dio o non so che altro, ma il solo fatto che lui non ha avuto niente dalla vita di qua... allora, per noi che abbiamo avuto quasi tutto (infatti, diciamolo fra noi, che cosa ci manca?) non so come si metterà nell'aldilà.

Alla sorella Annamaria da Parintins, 2 giugno 1967

 

2.

«Spero sempre nelle tue preghiere. Ne ho un bisogno immenso»

Stai diventando vecchia? Non so quasi più che faccia hai. Spero di rivederti prima di morire. Ma ti riconoscerò?
Ormai è il 5 o Natale di missione. È ancora come fosse il primo.
Adesso mi hanno spostato dalla mia chiesa di S. Benedito per mettermi in Collegio e alla radio. Mi è rincresciuto, però non mi lamento. Dio ci prende e ci colloca come vuole. Solo che questa non me l'aspettavo. Mettermi in gabbia!
D'altronde era necessario. Il Collegio è in mano alle sole suore, le quali, poverette, non possono fare miracoli con 1200 alunni per 7 suore. E senza un uomo che metta piede in Collegio da 2 anni. Hanno chiesto al Vescovo di mandare un uomo e lui ha scelto me. Vedremo come me la caverò in questo mestiere così strano e nuovo per me.
Io spero sempre nelle tue preghiere. Ne ho un bisogno immenso, tu neanche lo immagini. Molte difficoltà, molte tentazioni, cerca di capire. Pigrizia, egoismo, falta (mancanza, ndr) di caridade, ecc.
Aiutami. Non so se il convento intero riuscirà a salvarmi.

Alla sorella Annamaria da Parintins, 16 dicembre 1967

 

3.

« Sono riuscito a fare il campo d'aviazione fra gli indios»

Sai che sono riuscito a fare il campo d'aviazione là fra gli indios (3)? È anche per quello, oltre che per pigrizia, che non ti ho scritto. Quest'anno l'ho passato più fuori che dentro, più sull'acqua che sulla terra, visitando non solo la mia parrocchia, ma anche quelle degli altri, per fondare nuove comunità sul tipo delle mie.
Sono venuto perciò a conoscenza di tutta la Prelazia e adesso ho potuto realizzare il sogno, offrendo in dono al Vescovo, proprio nel giorno della sua nomina a Vescovo incaricato delle missioni di tutto il Brasile (4), una bella tribù di indigeni primitivi: la sua tribù.
Domani tenterò di atterrare per la prima volta, speriamo di
non scassare tutto l'aereo (5). Finora Dio ci ha aiutato in un modo miracoloso in almeno quattro circostanze:
a) pensavo che in mezzo a quei monti non ci fosse un terreno piano. Invece ne abbiamo trovato uno molto vicino alla maloca (villaggio degli indios, ndr).
b) Anche trovando il terreno, si trattava di disboscarlo: con una foresta come quella amazzonica, adeus (addio, ndr), ci volevano almeno due o tre anni, perché solo con la zappa, e con pochi uomini, mi capisci... Invece no, quel terreno piano era già stato tagliato anni fa per fare una piantagione. Ora era già ricresciuto ma non si trattava di alberi secolari. Abbiamo distrutto tutta una bellissima piantagione di frutta e gli indios lavoravano tutti, grandi e piccoli, donne comprese. In poche settimane il campo è stato pronto.
c) L'animo degli indios? un mistero. Ci avrebbero accolti bene? Quando siamo arrivati (6), abbiamo spiegato loro il motivo della visita. «Domattina cominceranno i lavori». Così mi ha risposto il tuchaua (capo tribù, ndr). E così fu.
d) Avevo lasciato il motore (la barca a motore, ndr) a tre giorni di distanza abbasso delle cascate. Il mio motore, se non si tira (toglie, ndr) l'acqua tutti i giorni va a fondo, perché questi scafi di legno sono pieni di buchi, e quando va a fondo, addio. Pensai di tornare e trovarlo in fondo. Invece, dopo molti giorni, non aveva preso un pingo (cucchiaio, ndr) d'acqua, era asciutto e secco tanto che noi ci siamo guardati in faccia. Chi aveva tirato l'acqua? Nessuno, eppure di acqua non ce n'era.
Come vedi si lavora. In questo tempo, anche spiritualmente sento potente l'aiuto di Dio. Ma ho paura di non corrispondere, perché a dire il vero, Dio vuole molto, cioè tutto e io sono così pigro ed egoista. Aiutami perciò secondo questa intenzione: che io possa corrispondere a questa forte chiamata. Va bene?
Pregate, voi tribù delle Carmelitane, per la tribù degli Hixkariana, perché possano convertirsi tutti ed entrare nella Chiesa.

Alla sorella Annamaria da Parintins, 16 settembre 1968

 

4.

«Stiamo coprendo la Cattedrale: un'impresa da pazzi»

In questo tempo la vita è dura per me, a causa della malaria che mi perseguita. Ogni tanto sono ricoverato in ospedale e così la mia attività si riduce di molto. Ti prego di non dirlo a casa. Ma tu puoi saperlo di modo che la tua preghiera sia più precisa.
Ho finito il giro di un mesetto là nell'interno per dare la Pa
squa a tutti i miei caboclos. Alla fine ho fatto un ritiro, sempre nell'interno, in un luogo chiamato Pananarú (7).
Si riunirono a Pasqua 600 donne e passammo 5 giorni in preghiera e meditazione. Cosa te ne pare? Sono cose bellissime, su un'isoletta, non puoi nemmeno averne un'idea lontana. Alberto ti ha parlato delle mie comunità dell'interno (8)?
Bene, domani o dopo devo fare un'assemblea di uomini,sempre nell'interiore (9). Dopo comincerà il mese di giugno con tutte le sue feste e dovrò passarlo quasi tutto fuori: S. Antonio, S. Joào Batista, SS. Pedro e Paulo... poi c'è in luglio la grande festa della Senhora del Carmine, che quest' anno si farà nella nuova Cattedrale che stiamo coprendo in questi giorni. Un'impresa da pazzi (10).
Ma qui è tutta roba da pazzi. In questi giorni sono arrivati molti giornalisti e io sono incaricato di condurli in giro. Con la malaria, figurati che bello: 40-41 di febbre, tremando come una foglia. Adesso ti saluto, tu e tutte le tue amiche. Pregate per me, ma non ammazzatevi troppo perché io me la caverò lo stesso.

Alla sorella Annamaria da Parintins, 13 maggio 1969

5.

«Ciascuno di noi può essere l'uomo della Provvidenza»

Carissimo don Angelo (11),
ricevo la tua lettera dopo aver avuto già molte notizie di te specialmente da parte dei miei di casa, e dopo aver ricevuto «Comunità» (12). Quindi come vedi, sei già conosciuto ed apprezzato anche qui in Amazzonia.
Io ti conosco solo di faccia. Non so se sei più giovane o più vecchio di me. Ma questo non importa. Sei il mio Parroco e questo basta per incutermi quel rispetto che in Italia si deve ancora al «sciur curat» (signor curato, ndr). Mi sono quasi spaventato quando mi è apparso d'improvviso «Comunità». Ho pensato subito che qualcosa. era cambiato, al paesello; o che per lo meno, stava per cambiare. Quando l'ho mostrato ai miei colleghi, per dire come si dovrebbe fare il nostro giornalino (stiamo facendone uno ogni 15 giorni) mi hanno chiesto se Laorca è una Parrocchia pilota. lo ho risposto di sì, naturalmente. Essi hanno detto che chi la pilotava doveva essere in gamba.
Quindi, con loro, ti auguro di essere in gamba, per rispondere ai disegni della Provvidenza. È un fatto che ognuno di noi può essere l'uomo della Provvidenza, perché Essa non crea nessuno solo per occupare dei posti. E se non lo siamo è perché manchiamo. E di questi rimorsi è pieno il nostro cuore di preti (13).
Devo dirti che io sono felice di star qui: mi sembra il mio posto! Auguro a te la stessa cosa: di sentirti felice e al tuo posto ai brik e ai brok di Laorca.
Ti saluto e con te saluto tutti i miei com parrocchiani , specialmente i vecchi amici e tutte le montagne che vi proteggono e che vedevo e vedo, quando mi ricordo di Laorca. Benedico tutti e chiedo la tua benedizione.

A don Angelo Galbusera da Parintins, maggio 1969

 

6.

« Vi ricorderete ancora di me? E non solo nelle vostre preghiere?»

Mie carissime del Laboratorio Lecchese,
adesso mi è capitata bella: mi hanno fatto parroco (14) . Ma per adesso, al posto della parrocchia c'è solo campagna o meglio foresta, che ho già fatto disboscare per costruirci almeno una capanna dove abitare.
Io vi avevo già dimenticate, perché, sapete quando si è coadiutori soltanto, se si ha bisogno di qualche cosa c'è solo da battere con delicatezza un pugno sul tavolo e dire con garbo: «Signor parroco, mi dia mille lire per comprare una palla». E il parroco per non rompere la buona armonia con il suo collaboratore e quindi perdere la collaborazione di cui ha estremo bisogno, tira fuori adagio adagio le mille lire, cercando prima nella tasca dove sa che non ci sono e poi trovandole per
caso in un taschino sperduto e te le consegna con un muso lungo e brontolando, con gentilezza però, per via della collaborazione. Quindi voi non mi eravate estremamente necessarie, benché utili ciononostante.
Ma adesso a chi le chiedo le mille lire? Allora ho pensato: se avessi ancora dei benefattori! E mi sono ricordato di voi carissime, buonissime, generosissime Aldine (15). Non ce ne avete a male se vi avevo dimenticate? E se vi prometto che non vi dimenticherò più, mi ricorderete ancora? E non solo nelle vostre preghiere?
È così bello essere amici! È così bello essere amati!
Perciò chiudo col dirvi che ho tutto da fare, una nuova parrocchia da costruire, 3000 abitanti in città e 15.000 nell'interno. Tutto quello che manderete sarà buono. Per adesso non è necessario niente di vasi sacri. Sempre buoni indumenti e stoffa, perché come ho detto altre volte ho da mantenere molti clubs di ragazze che fanno come voi.
Se avete macchine usate, ma in buono stato servono come tutto quanto è materiale di lavoro: filo, cotone colorato per bordure, aghi (non cose della lana), chiacchierini...
Guai a voi se non mi aiutate.
Vostro Parroco Augusto Gianola, Lecchese

Al Laboratorio missionario di Lecco da Parintins, novembre 1969

7.

«Non sono più italiano ma brasileiro»

Io sto benone: sono stato a fare la mia vacanza di un mese (finalmente! dopo 7 anni). Ho girato a piedi tutte le città del Sud: Porto Alegre, Rio, Curitiba, S. Paulo, Belo Horizonte, Brasilia. Ho visto l'immenso e bellissimo Brasile.
Devo comunicarti che non sono più italiano, ma brasileiro. Non che abbia rinunciato all'Italia Bella, ma ho voluto fare un gesto di donazione totale al mio popolo e alla mia missione.
I primi due padri nazionalizzati siamo stati noi due: dom Arcangelo e io, contemporaneamente.
Ho approfittato per fare una visita da un medico illustre, con tutti gli esami. Tutto negativo: neanche un verme nella pancia e ciò è quasi un miracolo. Sono tornato perciò con tutta la forza e la buona volontà di cominciare il nuovo lavoro.
Quest' anno mi sono fermato ben poco in città. Ho fatto un corso di una settimana a Manaus per imparare qualcosa in più sul mio lavoro, ma ho dovuto constatare che siamo molto più avanti noi di Parintins in tutto l'Amazonas.
Nei miei viaggi procuro di fondare comunità di base che si reggano da sole. Ormai ne abbiamo più di cento. Sono comunità fondate sulla religione, la scuola, l'igiene, il sindacato, le cooperative, lo sport. Sono cioè comunità complete.
Ogni tanto capita qualcosa che tiene su allegra la vita. L'altra settimana ho fatto il ritiro alle donne: più di 500. Le abbiamo caricate sui motori e sulle canoe. Ci abbiamo messo 24 ore ad arrivare a destinazione, in un posto bellissimo detto Mocambo. Avventure a non finire. lo giorno e notte suonando la fisarmonica e loro cantando e pregando.

Lettera senza destinatario, da Parintins, febbraio 1970

8.

«Voglio costruire la nuova parrocchia con idee evangeliche»

Sono molto indaffarato e un po' stanco. Non so perché. Sto lavorando alla costruzione della nuova parrocchia (16). Voglio costruirla come pare a me, con uno stile un po' nuovo, secondo le condizioni di questo popolo, con idee evangeliche. Come loro (17).
Ho però molte difficoltà. Da parte di chi meno aspettavo. E anche da parte del popolo. Il popolo è abituato a ricevere, ricevere sempre. Dopo, quando non si può più dare, ti volta la faccia e va dagli altri. Allora qual è il vero sistema?
Il Vescovo vuole anche lui obbligarmi a costruire, i soldi me li dà lui. lo non voglio proprio. Mi si lasci fare un'esperienza nuova, perbacco!
Sono un po' giù. Ho bisogno di aiuto. Fortunatamente con me lavorerà un altro padre con cui vado d'accordo ed è delle mie idee. Ci aiuteremo, ma mi raggiungerà fra qualche mese. Sono abbastanza solo. Il Signore, anche Lui fa quello che vuole. Ti vedo e non ti vedo.
Altre notizie non ne ho. Sto costruendo la mia chiesa di paglia e anche la mia casa. Senza un soldo, è la gente che me la costruisce. Sarà semplice, cogli utensili che usano loro, il 10ro mangiare, niente di più, non mosquiteiro, non geladeira (18),
di legno e di paglia. Per adesso è così. Non vado con l'oro in tasca, ma con la buona volontà e in nome di Dio.
Mi si lasci fare, una volta in vita, un'esperienza profonda, senza orgoglio e senza ipocrisie.

Alla sorella Annamaria da Parintins, 22 aprile 1970

 

9

« La nuova parrocchia nella povertà assoluta. Come loro, i miei caboclos»

Sto facendo una nuova parrocchia. Voglio basarla sulla povertà assoluta, come loro, i miei caboclos. Il Vescovo non vuole e dice che lui mi dà tutti i soldi ma io devo costruire. E allora mandi un altro parroco, con quello stile trionfalistico che lui vuole, creando quelle critiche che ci siamo attirati nelle altre due parrocchie.
Ti ringrazio tanto per quello che hai fatto per il papà e per le notizie che mi hai mandato e per tutte le lettere che con pazienza mi descrivono la tua vita. Hai scelto la strada giusta (19). Seguila fino in fondo, ogni giorno come fosse il primo. Anch'io mi sforzo di fare così, e ci riesco, nonostante questi ostacoli che però spero di superare.

Alla sorella Pinuccia da Parintins, senza data, 1970

10.

«È una bella avventura essere un parroco così»

Già è molto tempo che non vi scrivo. È vero scusatemi, tutti i giorni mi riprometto di farlo e poi il lavoro e la stanchezza si alleano alla pigrizia e così sono passati parecchi mesi.
Prima di tutto non fate bene a pensare male. Se c'è una persona, nella famiglia Gianola e nei missionari di Parintins, che sta bene, quello sono io. Anche la famosa malaria che mi attaccava l'anno scorso regolarmente non si è più vista. Quindi sto benone e sono forte. Ho tanta forza che a volte persino ne abuso. Voglio dire che la uso tutta e bene e sono stanco. Ma non malato. Vorrei che voi alla mia età, foste tutti sani come me (40 anni).
Sapete ormai che sono parroco. Sto costruendo la mia casa. È su palafitte, ben solida, di legno. Ho fatto tutto io, aiutato dal Pe. Henrique (20), di Lomazzo, mio collega in parrocchia. lo sono andato nel mato (foresta, ndr) a tirare (prendere, ndr) la legna, l'ho raccolta da posto a posto con un battello. Mi sono stancato per parecchi giorni e parecchie notti, ma ho riunito bastante (21) materiale per costruire la nostra casetta quasi senza un soldo: verrà a costarmi al massimo un milione e mezzo (di lire), mentre se fosse in muratura mi costerebbe non meno di 15 milioni.
La mia chiesa parrocchiale è di paglia, tutta aperta, di pali tirati (presi, ndr) da me e dei miei amici nel mato di Caborì
e Zeassù. Lavorammo un mese tutte le notti, ma allo maggio la chiesa di S. Giuseppe operaio stava pronta. Facemmo una grande processione dalla Cattedrale, caricando una grande croce e il vescovo che mi accompagnava. Arrivammo alla chiesa di paglia e il Vescovo mi consegnò ai fedeli e sto ancora n.
Non abbiamo neanche i soldi per pagare una cuciniera perciò andiamo a mangiare alla mensa operaia.
Ho fatto subito il Consiglio parrocchiale al quale ho affidato la parte materiale e i soldi della parrocchia. Non ne voglio neanche sapere. Loro mi danno il salario minimo col quale cerco di mantenermi. Sono quasi 600 lire al giorno.
È una bella avventura anche essere un parroco così, ma purtroppo ho perso molto della mia libertà: prima ero uccello di bosco, andavo dagli indios, curavo l'interiore. Adesso devo lasciar andare di preferenza il Pe. Henrique, il quale è contento di stare con me e si è dimostrato entusiasta delle mie comunità.

Ai genitori da Parintins, 14 agosto 1970

 

11.

«Il casco della voadeira non lo voglio più»

A proposito del «casco de voadeira» (22) di cui ti avevo parlato, ci ho pensato per parecchi giorni e arrivo alla conclusione che non lo voglio più.
Prima di tutto ho già quello di legno. Serve benissimo anche se è un po' meno veloce. E poi (è il motivo principale) è una cosa molto stonata nella nuova parrocchia e col nuovo stile da me inaugurato. Non so come giustificarla davanti alla gente e infine costa troppo a mantenerla e il suo uso è molto limitato.
Per cui, scusami le mie idee e soprattutto se hai perso tempo per procurarla, ma lascia perdere. Sto invece facendo belle esperienze nuove nella parrocchia operaia e mi preme portarle avanti con autenticità.
Io adesso abito nella nuova casetta. Ti manderò qualche foto. È un rifugio di montagna. Tutta in legno: sulla finestra ci ho messo quella persiana che il Pozzi aveva regalato alla mia partenza e non avevo mai usato. L'abbiamo costruita tutta con le nostre mani, aiutati da qualche caboclo.

AI fratello Alberto da Parintins, 19 gennaio 1971

 

12.

« Un parroco secondo il Concilio: vivere nella povertà»

Ricevo regolarmente le tue lettere nelle occasioni più importanti e mi fanno un gran bene. Perciò non stancarti di scriverle. A me servono molto. Anche se non ti scrivo sono del tuo parere, ti sono unito nello stesso campo di battaglia. Ho una grande voglia di andare a Cuzco (23), c'è un eremo là, nella capitale degli Incas (a 3600 m). Vedremo.
Per adesso non ho tempo di pensarci bene. Ho una nuova avventura da compiere: la nuova parrocchia di S. José Operaio. Sto cercando di darle una impostazione moderna, nuova. Per questo ho incominciato da me. Vivere nella povertà.
Solo due anni di parroco in una chiesa di paglia è poco ma abbastanza per farti gustare certe cose e darti gusti semplici. Non ci sono porte e tutti gli animali ci passano la notte. C'è solo una croce, bella grande, col Crocifisso e una luce debole che lo rischiara. Passo tutta la notte un po' di tempo nella sua penombra, pensando, pensando... coll'odore delle pecore e delle mucche che ruminano tutt'intorno: Belém (Betlemme, ndr).
Cerco di applicare tutti i dettami del Concilio. Perciò i laici hanno la maggior chance (possibilità) di manifestarsi: e lavorano benissimo, fanno tutto loro, dai soldi alle costruzioni, all'assistenza. lo sto solo all'altare, come centro dell'unità. E questo dà una nuova dimensione al mio sacerdozio: più tempo per studiare, pregare, predicare, confessare, consigliare, dirigere i gruppi di élite.
I soldi neanche li vedo. Il tesoriere mi passa mensilmente il salario minimo col quale pago una donna negra che mi porta da mangiare a pranzo e a cena. I vestiti sono pochi, ho eliminato le calze e uso un paio di sandali, alla S. Francesco.
Nella mia parrocchia non si paga niente, né battesimi, né messe, né casamenti (matrimoni, ndr), né niente. Tutto il popolo paga il dizimo (24). È una bella trovata, ci libera di tutto. E naturalmente sono tutti i laici che lo fanno. La mia casa è sempre aperta, tutti possono entrare a qualsiasi ora.
Adesso il popolo vuol costruire la chiesa nuova. Ho preparato alcuni progetti e aspetto il libro che il papà mi ha mandato per sceglierne altri, così il popolo farà la sua scelta e in settembre incominceranno i lavori (25). Dio, per intercessione di S. J osé operaio, ci assiste visibilmente.
Capitano bei fatterelli. .. lo vado spesso a lavorare nei campi di juta, quando non ho da mangiare. La gente, là sul campo, è diversa da quando viene in chiesa. È più autentica. E mi dà un peixe (pesce, ndr) da mangiare, pescato fresco, fresco, così vivo.
Eccoti tutto quello che volevi sapere. Sono cose molto chatte (piatte, ndr) ma io non so scrivere le tue lettere. Ognuno scrive come può. So che tutto questo non ti servirà molto, perché non è un dialogo colle tue contemplazioni. Ma il meno non può dare niente al più. Tu scrivi sempre perché mi interessa e mi fa bene, senza aspettarti molto da me.

Alla sorella Annamaria da Parintins, 23 luglio 1971

 

13.

«Mandatemi un Calendario svizzero: sento la nostalgia delle montagne»

Vi scrivo dal calore dell'estate amazzonico. Sono ancora al mondo, più vivo che mai. Vi mando la mia foto per vedermi bene, che sono sempre quello, anche se un po' invecchiato.
Come state? Tutti bene? E i neonati? Ne sono già nati altri? Perché coi progressi della biologia meccanica oggi, si fanno tanti progressi e si accelerano i tempi! Ma pare che per i figli invece si rallentino...
Qui sto realizzando a poco a poco vecchie idee, prima di venire a casa, perché dopo non so dove mi manderanno. Infatti quando si volta (ritorna, ndr) dalle ferie non si sa più dove si va.
Col concorso del popolo e delle criance (scusate: sono i bambini, ndr) siamo già in fase avanzata nella costruzione della chiesa. Abbiamo scavato e sistemato i fondamenti, siamo sul punto di elevare le pareti. Il vescovo ci ha dato 8000 tijoli (mattoni, ndr) e la prefettura 200 sacchi di cemento. Qui il cemento è quasi tutto russo. Ci vorranno 35.000 tijoli. Le tegole mi costano 10.000.000 di cruzeiros. Un mattone è 390 CL un sacco di cemento è 15.000 cr.
Ho fatto un lungo giro nell'interno per soccorrere le popolazioni flagellate dalla piena. È una visione penosa vedere come tutto è stato distrutto. Ma la gente sta là con speranza sempre rinnovata, cominciando ogni anno di nuovo.
Non so cosa c'è dentro nelle casse che sono arrivate a Macapa. Non avevo chiesto niente in particolare ma forse avete mandato le cartucce. Quelle son sempre buone, perché veramente quest'anno sono state loro che mi hanno riempito la pancia (26). Infatti il salario della nuova parrocchia non è molto e allora quando mancano i soldi prendo il mio fucile (quel Bernardelli è una cannonata!) e vado fuori un'oretta qui dietro casa: è sufficiente per arrangiare da mangiare per noi due: inambù, anitre, pappagalli, socò, ecc. Un paio di tiri al giorno, mi risolvono il problema della fame (non ditelo a dom Arcangelo). Per questo sono quasi alla fine delle cartucce, qui del 12 è difficile trovarle. Il calibro dei pallini va bene dal 5 all'8.
Mandatemi anche qualche bel calendario svizzero, degli anni passati: sento la nostalgia delle montagne (27). Vorrei anche un po' di materiale fotografico: mandatemi una decina di films 8mm. per poter filmare qualcosa da portare a casa quando verrò. E 5 scatole di slides a colori Kodak.

Ai genitori da Parintins, ottobre 1971

14.

«Dài, brigante lecchese, fatti vivo»

Carissimo padre Augusto,
ho ricevuto una letterina del Consiglio di Amministrazione della parrocchia di S. José Operario (28) e vedo che in fondo alle firme c'è anche il... tuo zampino. Bravo! Vedo che i nostri missionari del PIME non mancano di iniziative e sanno tirare anche... colpi bassi; bravo.
Perciò contribuisco con quel poco che posso; se prima di scadere (da Superiore generale, ndr) potrò avere ancora qualcosa, mi ricorderò. Intanto metto nelle mani del P. Giuseppe Lombardi, Economo Generale, 100.000 da mettere sul tuo conto.
Intanto mi piacerebbe avere tue notizie personali; tu sei un po'... stitico nello scrivere e le notizie tue sono piuttosto scarse. Dài... brigante lecchese, fatti vivo. C'è stato un tempo in cui mi dicevano che non stavi tanto bene in salute, ecc. ecc.
Ciao e fatti vivo. Ti auguro una Santa Pasqua. Prega e fai pregare per il Capitolo ed ora anche per i nostri Confratelli del Pakistan dove c'è la guerra civile e non abbiamo più notizie. Salutoni al tuo Vescovo, Padri e Fratelli tutti con tanti auguri di buona e Santa Pasqua. E a te un grande abbraccio.
Aff.mo in Cristo + Aristide Pirovano

A padre Augusto da monsignor Aristide Pirovano, da Roma, 2 aprile 1971

15.

« Può restare tranquillo in Italia, che restiamo tranquilli anche noi qui»

Ieri ho ricevuto la sua lettera (29). La informo subito che è stato qui il Fulvio (30), ha dimorato 3 giorni proprio nella nostra casa e ha fatto due progetti completi di chiesa. Belli tutti e due, uno più semplice, uno più solenne.
Aspettiamo però qualche altro progetto suo, o almeno qualche foto di belle chiese adatte, semplici, moderne. Vorremmo presentare al popolo almeno tre tipi.
La salute pubblica è soddisfacente ma si aspetta la quebra da agua (i danni dell'invasione del territorio da parte dell'acqua, ndr). Il gado (bestiame, ndr) è pericolosamente magro. Il pesce è diminuito e nell'interiore hanno fame.
Tuttavia in città ci si diverte e le sale da ballo sono sempre piene. Ho dovuto fare una battaglia in pubblico col Carneiro. Non ho avuto peli sulla lingua. Sapevo che era armato, ma gli ho messo paura quando ho alzato la mano quasi per maledire il suo Tropiéal. «Pelo amor de Deus, eu sou cat6lico, nao amaldiçõe o meu local, que eu tenho mais de 20 milhões hi dentro» (31). E se ne è andato promettendo che nunca mais (mai
più, ndr) farà danze durante la Messa. Era questo il motivo: io avevo mandato i Mariani e poi, dopo il rifiuto, io stesso ero andato a pedir (chiedere, ndr) di smettere durante la Messa per causa del barulho (fracasso, ndr) e lui mi aveva risposto male.
Per il resto tutto normale, può restare tranquillo in Italia tutto il tempo che vuole, che stiamo tranquilli anche noi qui (32). Pe. Henrique mi dice di salutar La e che sta pregando per il Suo superiorato. Riceva i miei saluti, auguri di un buon trabalho e torni, vivo o morto!

A monsignor Arcangelo Cerqua da Parintins, 30 giugno 1971

 

16.

« È il popolo che comanda e il padre che serve»

La vita qui è sempre bella e io sono sempre più felice di star qui. Vorrei essere molto più dotato, molto più capace, molto più buono di quel che sono, perché qui c'è bisogno di gente forte, di carattere, di grandi capacità, se no questo benedetto terzo mondo fra poco sarà quarto, quinto e sempre più giù. Adesso poi che il Brasile si sta svegliando in una maniera impressionante...
È interessante vivere in questo paese. Quest'anno hanno sferrato l'assalto all'Amazzonia e vogliono davvero conquistarla. Dicono che, dopo la luna, la sfida più importante dell'umanità è costituita dall'Amazzonia, e il Brasile ha accettato questa
sfida. Stanno costruendo strade, centrali, ponti, miniere ad un ritmo impressionante.
Io, nel mio piccolo, sto facendo esperienze di piccole comunità: ne ho fondate una trentina, che adesso sto lanciando in un progresso agricolo. Siamo nella fase sperimentale, ma già vedo un futuro. Le seghe che mi avete mandato hanno già abbattuta molta foresta.
Qui in città sono impegnato nella costruzione di una parrocchia e di una chiesa. n sistema è nuovo: è il popolo che comanda, è il padre che serve. «Sono venuto per servire».
Il Consiglio raccoglie le decime e mi dà tutti i mesi il salario minimo. Quando arriva il 22 o 23 del mese devo lavorare per guadagnarmi il cibo fino alla fine del mese. Lavoro la juta. Se no prendo il fucile e do un giro nel mato a prendere qualcosa.
Il popolo ha deciso di costruire una chiesetta, perché loro, che abitano sempre in case di paglia, non vogliono avere una chiesa di paglia. Per voi sarebbe una cosa chic, perché le vostre case sono in cemento. Così stiamo costruendo la nostra chiesa. Tutti stanno aiutando, specialmente i bambini: lavorano fino alle dieci di sera.
Prima di terminare vi chiedo se potete aiutarmi anche voi. Non so dove trovare due statue: una della Madonna e una di s. José operaio (cioè con qualche attrezzo di lavoro in mano). Vorrei che fossero della Val Gardena, di legno. So che costano molto... Dovrebbero essere di un metro e mezzo di altezza, più o meno (minimo 1.30).

Da Parintins, Natale 1971, a un non precisato «Gruppo missionario di appoggio»

17.

« Se ormai sono antipatico a tutti, è chiaro che non è più il mio posto »

Carissimo dom Arcangelo (33),
Le scrivo da Parintins. L'ho aspettata per 15 giorni in Manaus, perché diceva che sarebbe venuto agli ultimi di gennaio o ai primi di febbraio. Oggi sono arrivato a Parintins.
Il Ritiro è stato ben preparato. Pe. Silvio (34) ha preso le redini del comando e certamente sarà un bellissimo Ritiro. Speriamo che vengano pochi ma sempre raggiungeranno i 500, solo Mariani. La parrocchia va avanti, nonostante il parroco. n Consiglio quest'anno è formidabile, il dizimo è costante, la Chiesa va avanti. I Mariani sono abbastanza vivi, hanno fatto le elezioni tutti insieme, città e interiore, il 7 di novembre. In S. José hanno eletto un ex presidente dell'interno. Stanno lavorando.
L'Apostolato (35) ha incominciato l'anno nuovo tutto rinnovato e questi due gruppi, nonostante siano vecchi, sono ancora vivi.
I giovani sono stati un fracasso (insuccesso, ndr) l'anno scorso. Il Pe. Henrique mi ha accusato di interessarmi solo dei bambini. È stato un anno meraviglioso e indimenticabile per loro,
con la Repubblica (36), e di disinteressarmi dei giovani. Ha ragione. Questo rientrava nel mio piano: lasciar tutta l'iniziativa ai giovani affinché potessero esprimersi secondo loro forme. Ho visto purtroppo che i giovani non hanno idee. Allora quest'anno io stesso mi san messo al lavoro e adesso sta sensibilmente migliorando. L'Henrique tornerà conto (prenderà cura, ndr) dei bambini.
Nell'interno c'è un risveglio bellissimo. L'Henrique arriva sempre a casa entusiasta.
Quanto alla scuola nuova abbiamo fatto il convegno (accordo, ndr) con la segreteria di Educaçào (governativa, ndr). Mi danno 60.000 cruzeiros, purché funzioni entro il1 o aprile. Abbiamo fatto i calcoli col Luis Anselmo e ci dovremmo star dentro bene anche con 50.000 e cominceremo subito i lavori. lo ero un po' perplesso, perché non sono molto pratico. Ho chiesto a Pe. Pedro (Vignola, ndr), a Pe. Cezar (De Florio, ndr) e agli altri di Manaus. Mi hanno consigliato di accettare. Ho accettato.
Ci ho pensato bene. Mi sembra che ce la faccio e comunque mi impegno per portare a termine il convegno (accordo, ndr), se mai chiederò soldi in Italia. Chiedo a Lei che si fidi di me. Comunque l'aspetto per parlar meglio su questo punto.
Dico così perché Silvio (Miotto, ndr) e José (Peschechera, amministratore diocesano, ndr) mi hanno rimproverato molto e mi hanno cortato (tagliato, ndr) qualsiasi aiuto. Non mi danno i tijoli, ecc. Pazienza. Se ho dato la cabeçata (testata, ndr), pagherò tutte le conseguenze. Se però la situazione si facesse insopportabile e io non fossi più accetto, ormai san pronto a cambiar aria. Le confesso che ho fatto alcuni pensieri un po'... comunque rimando ogni decisione al suo ritorno. lo ho rimesso tutto nelle mani di Dio.
Sono un figlio prodigo, ma sempre figlio. Credo ancora all'Amore di Dio per me. So che le prove vengono dalle Sue mani. Però se ormai sono antipatico a tutti è chiaro che non è più il mio posto. Il mondo è grande. Ripeto, san pensieri cattivi e penso che la sua venuta mi aiuti. Sto pregando il Signore alla mia maniera (nonostante qualcuno mi pensi ateo), che mi aiuta a non odiare nessuno e a non rispondere male.
Forse è arrivata per me l'ora scura, o l'ora della purificazione, o della verità, in cui la mia opera, costruita sull'aria, crollerà tutta. Se Dio riuscirà con questo a farmi fare qualche passo, accetto pur sanguinando.
Dom Arcangelo: anche Lei pensa come tutti gli altri, che io sono un monte di falsità? Sia sincero, per l'amar di Dio. Me ne andrei subito, neanche l'aspetterei. Gli altri tutti mi credono così e mi dicono che solo vivo parlando alle spalle, facendo trabocchetti, mettendo davanti al fatto compiuto. Per farmi bello, per l'orgoglio di apparire, per essere diverso.
Dom Arcangelo, mi risponda per favore. Può darsi che sia vero che sono falso, se tutti lo dicono. Ma a me, adesso interessa il suo pensiero. Il mio confessore sa i miei peccati e gli dò il permesso di dirli tutti, grossi come sono. Ma se questa accusa di falsità è vera, allora per me è finita (37).
Scusi il mio sfogo, dom Arcangelo, ma ormai, da uomo a uomo, non potevo più tacere. Credo che ho fatto soffrire molta gente. Tuttavia dom Arcangelo, ho sofferto molto anch'io in questi anni. Questo non mi dà nessun diritto e nessun merito, lo so. Lo dico solo perché lei almeno sappia che non ci prendo gusto a far soffrire gli altri. Non sono così superficiale: pago di persona con una tristezza profonda, quando vedo che il Silvio non è mio amico, quando io vorrei tanto essere suo amico.

A monsignor Arcangelo Cerqua da Parintins, 5 febbraio 1972

18.

«Mai visto una cosa simile: una chiesa così bella in sei mesi»

Abbiamo fatto una festa spettacolare per l'inaugurazione della chiesa nuova. La gente di tutta la città è accorsa in massa per 11 giorni di fila e non si sentivano se non frasi di ammirazione: «Mai visto una cosa simile: una chiesa così bella in 6 mesi». E la gente ha preso in simpatia la mia parrocchia e dice che è la più bella e organizzata della città.
Io so benissimo che non è vero, perché ci vedo tutti i difetti. Ma, se dico di no, le pietre grideranno, e allora lascio che dicano tanto a me non importa molto, perché saranno altri padri che godranno dell'organizzazione. lo spero che di ritorno a Parintins (38) mi facciano fare qualcosa d'altro che non il parroco.
Abbiamo raccolto più di 9 milioni, vedi come hanno collaborato! Questo ci permetterà di fare le rifiniture, l'installazione della luce e la sagrestia (mobili, ndr). Non son fatto per la città e d'altronde sono pochi i padri appassionati e resistenti per l'interno e le foreste. Spero che dom Arcangelo concordi con me per darmi qualche altro lavoro di questo tipo.
L'anno venturo verrò a casa a chiarire le idee e passare un tempo con voi, prima di incominciare l'ultima tappa della mia vita, che voglio dedicare, con più intelligenza e passione dopo questi anni di esperienza brasileira in cui ho conosciuto un po' questo popolo e i suoi bisogni, a qualche lavoro veramente costruttivo di loro e di me. Tutto questo s'intende, se Deus quiser (vorrà, ndr). Perché è facile crepare da un momento all'altro.
È di questi giorni il pericolo di morte dei nostri tecnici italiani (39). Uno è fuori pericolo solo da stamattina: infezione da allergia (si grattò) ad una gamba. L'altro è in quarantena per epatite, un terzo è lo specchio della morte: sta riavendosi adagio adagio da qualcosa di tropicale che non si sa cos'è.
Io però sto bene, mi sento forte per ricominciare per altri 20 anni e più. Se Deus quiser.

Al papà da Parintins, giugno 1972

 

19.

« Vorrei dedicarmi alla fondazione di nuove cittadine»

La mia vita a Parintins ha poche novità. Sto vivendo bene, la mia gente mi vuol bene, fin troppo, poi sarà una tragedia lasciarci, come al solito. Spero in questo terzo anno di parrocchia di mettere a fuoco bene tutti i problemi, così da lasciare agli altri una cosa un po' in ordine.Dom Arcangelo è costumato a non dar più la stessa parrocchia a chi va in Italia, per cui non vorrei lasciare pasticci. Credo che non li lascerò anche se ci saranno lavori in corso.
Per esempio, ieri a Manaus mi hanno offerto i soldi per fare un giardino d'infanzia e io ne ho proprio bisogno: se non lo prendo io lo offrono ai protestanti. lo non ho niente contro i protestanti, anzi siamo buoni amici, ma l'educazione dei piccoli è troppo delicata per disinteressarsene. Comincerò così anche il giardino d'infanzia. Comunque non aver paura che l'anno venturo è l'anno buono e verrò a casa un po' con te.
Molte cose nuove stanno maturando a Parintins. Quando tornerò qui non vorrei più fare il parroco.
L'ho fatto in questi anni per sfondare in questa zona e cominciare una nuova parrocchia, ma non mi piace sedermi dopo aver approntato il cadreghino. Perciò una volta pronto lo passerò ad altri e chiederò a Dom Arcangelo che mi dia qualcos' altro da fare.
C'è tutto un lavoro da fare nelle alte terre e la gente di là mi chiama continuamente e io vorrei proprio dedicarmi alla fondazione di una serie di nuove cittadine, come stiamo pianificando con un gruppo di amici (40). Vedremo, il Signore mi illuminerà su qual è la sua volontà in questi anni.
Ho finito ancora parlando di me e dimenticando mi di te. Ma non ti dimentico. Anzi passando il tempo adesso sento sempre più la voglia di venire a casa a trovarti. Sta su allegra e in salute e aspettami ancora un po'. Continua a pregare perché possa sempre essere un pioniere di Dio in qualsiasi posto Lui mi voglia.

Alla mamma da Parintins, giugno 1972

 

20.

«Penso che per me è giunto il tempo di liberare il campo»

Dom Arcangelo,
mi perdoni se uso una lettera per parlarle, come se fossimo lontani mille miglia.
Sono venuto da Lei diverse volte per parlarle, ma sempre mi è mancato il coraggio, sapendo che il colloquio sarebbe improntato a molta tristezza. Si tratta infatti di slegarmi dal mio lavoro, che mi piace, ma che è diventato impossibile per diversi motivi.
Si è creata una freddezza fra noi, che mi è insopportabile, perché contraria al mio carattere: quel carattere che Lei ha conosciuto allegro, cantato re, spensierato e un po' matto.
Non sono gli anni che hanno spento il mio sorriso e il mio canto, perché la voglia ce l'ho ancora, e come! Ma a poco a poco si è creato un abisso fra noi. Di modo che mi è più facile il colloquio o una serata in casa di qualunque mio parrocchiano, che una cena o una riunione con i miei confratelli.
Vorrei tanto che non fosse così! Quasi tutti i giorni tento di rompere il ghiaccio visitando le vostre case, ma non sono riuscito. Tutto quello che ho fatto, in generale, è stato motivo di critica, penso giusta: la casa, il baraccone, il Consiglio, il dizimo, il non far pagare i Sacramenti, il salario, le costruzioni, le feste, le comunità... il modo di fare, la politica con le sue esigenze ingiuste,... io sono fatto così: come voi dite di essere così e non cambiate, anche per me è difficile cambiare. Credo sinceramente che debba esserci qualcosa che non va e probabilmente sono io: il mio orgoglio, la mia poca fede, la mia poca virtù. Vorrei però che mi creda sincero una volta in quello che sto dicendo: sono convinto di avere molte colpe e di essere il principale responsabile di una situazione ormai pericolosa. Però, mi creda, ho fatto tutto quello a cui mi ha preposto con completa dedizione (ho paura a usare la parola AMORE).
Mi aveva dato l'incarico dell'interiore e l'ho preso come una bella avventura, ci ho dedicato gli anni più belli e ho fatto le comunità, belle o brutte che siano. Mi diede l'incarico di fare questa parrocchia, l'ho affrontato pure come un'avventura e mi sono dedicato completamente, senza altre idee per la testa (fuori le normali tentazioni dei comuni mortali), come se fosse la mia sposa: ho amato la mia gente come ho potuto. Non ho la coscienza di aver fatto qualcosa in polemica con altri padri, o altre parrocchie, ma sempre in polemica con me stesso, per migliorare sempre più. Ho dato tutto quello che avevo, soldi, roba e salute, e ho cercato di vivere sempre solo col salario minimo, come la maggior parte della mia gente.
Dei risultati non so niente. I fracassi (insuccessi, ndr) sono molti. Mi perdoni questo sfogo. Non è per gloriarmi, ma è un bisogno che sento, poiché nessuno mi difenderà quando sarò via di qua, vista l'onda di antipatia che si è creata attorno a me: è una difesa anticipata.
Dom Arcangelo, le chiedo perdono per il male che le ho fatto, purtroppo molto, lo so bene. Ho cercato di non essere eretico e di non insegnare eresie. E per non essere scismatico (Deus me livre), penso sia giunto il mio tempo di liberare il campo. Cercherò di mettere a posto un po' le cose e, pur con grande tristezza in cuore, perché ho sentito l'affetto del mio popolo e per il mio popolo, andrò in Italia e sarà quel che Dio vorrà.
Mi sarebbe tanto piaciuto dedicare la mia vita a Parintins, ma... pazienza. Non pensi che io tenga qualcosa contro qualcuno di voi, anche se mi sono espresso a volte violentemente. Al contrario, terrò sempre una immensa saudade di qui e di tutti voi. Ho sbagliato: invece di meritarmi la vostra amicizia, mi sono guadagnato molta antipatia. Devo pagare e pago. Che Dio aiuti me e voi a servirlo sempre totalmente in qualsiasi posto.
Le chiedo scusa, Monsignore, per tutto questo amaro. L'ho aspettata il giorno intero per parlare con più calma. Lei, evidentemente, ha voluto ascoltare la sua solita unica campana. E io sono restato con un amaro infinito in gola. Mi auguro soltanto di essere l'ultimo dei suoi padri che rimangono soli e abbandonati, figli di nessuno, in questa bellissima terra di missione.

A monsignor Arcangelo Cerqua da Parintins, 28 dicembre 1972

 

21.

«Non mi piace il tuo silenzio e il tuo isolamento»

Carissimo p. Augusto,
ogni tanto penso a te e mi dico che... te lo dirò dopo; però credo di poterti dire che sei un tipo... speciale.
Quando ti farai vedere? Desidero tanto incontrarti anche per parlare un po' di quella benedetta Amazzonia che è tanto bella ma che, alle volte, porta i preti a diventare... nervosi piùdel giusto e necessario. Chi è a destra arrischia di essere ancora più destra e chi è di sinistra... peggio ancora.
Vorrei davvero vederti e non per discutere ma per sapere; non mi piace il tuo silenzio e il tuo isolamento. Non pare anche a te che non sia giusto?
Allora aspetto tue notizie, o meglio ancora, aspetto di vedere te vivo e vegeto e alto come sei.
Ciao e fammi il bravo. Aff.mo in Cristo

+ Aristide Pirovano
A padre Augusto in Italia da monsignor Aristide Pirovano, da Roma, 30 giugno 1973

 

22.

«Lei sa tutto di me e non credo di doverle raccontare molto»

Rev.mo e carissimo Monsignore Aristide,
ricevo e rispondo subito, per non lasciarla in pensiero.
Mi sono fatto vivo alcune volte, almeno tre, a Milano. Ho incontrato p. Crimella (41). Sono stato a mangiare con pe. Magni. Ho visitato i compagni di Sotto il Monte e i vecchi di Rancio. Ho fatto una visita a tutti i parenti dei padri di Parintins.
Mi avevano detto che l'avrei incontrata al funerale di Iseo Sandri (42), ma non l'ho vista. Roma è un po' lontana e allora mi sono prefisso di vederla quando verrò giù per il corso di settembre (43).
Il fatto del mio isolamento è dovuto, come lei sa, al mio papà che è ammalato. Per più di un mese l'ho assistito all'ospedale, alternandomi con una delle mie sorelle suora (Pinuccia, ndr). Poi l'abbiamo portato a casa e lei se n'è andata e io sono qui solo con la mamma a far compagnia al papà.
Ho passato un po' di giorni con la comunità di mia sorella a Bardonecchia, ogni tanto faccio qualche gita sui monti e sento che li so ancora dominare.
Farò le ferie di agosto con i miei ragazzi di Locate Varesino, che sono ormai tutti sposati con una fila di bambini. Forse farò qualche giretto col papà, se starà meglio.
Sempre ho dei gruppi che mi chiamano per vedermi e sentirmi - sono gli Alpini, i Ragni (44), i gruppi impegnati, la mia parrocchia, TVC, ecc. A tutti racconto la storia del mago, l'unica che so raccontare. Ecco dunque tutto.
Monsignore, se Lei fosse a Milano qualche volta mi telefoni che faccio un salto. Se no... arrivederci a Roma. Lei però sa già tutto di me e non credo di doverle raccontare molto. Verrò solo a prendere al sua benedizione, a cui credo ancora.

A monsignor Aristide Pirovano da Laorca, 8 agosto 1973

23.

« Fondare colonie agricole sulle terre alte»

Sollecitato dal Superiore Generale Mons. Aristide Pirovano, stendo una traccia del lavoro fatto in 10 anni di permanenza in Parintins e dei lavori tuttora in corso.
Nei primi 7 anni, fino al 1970, ho lavorato in città, fra i giovani e i Mariani, nella Legione di Maria, nell'assistenza sociale, prendendo cura della chiesa di S. Benedito e seguendo o fondando una trentina di comunità dell'interno.
Quando ho incominciato il lavoro nell'interno mi sono accorto che la popolazione era dispersa, tranne alcune comunità già esistenti, che tuttavia si appoggiavano molto spesso ai fazendeiros. I due momenti di ritrovo erano appunto il lavoro per il fazendeiro (che sfruttava il caboclo nel lavoro, nel commercio e negli interessi molto alti) e le loro feste che si risolvevano in orge. Una prima necessità che si imponeva era quella di liberare dal punto di vista religioso i caboclos, creando comunità libere, in terre libere (della comunità), con momenti di comunione religioso-sociale.
Sono sorte perciò le comunità, libere, autonome, coi loro capi democraticamente eletti e arricchite di attività sociali come le scuole, i clubs, lo sport, ambulatori, ecc. Durante questo tempo però sono maturati dei fatti e coi fatti anche le idee:
1) Questa prima liberazione era specialmente religiosa, ma gli uomini erano ancora legati ai padroni del loro lavoro.
2) Ho constatato che il caboclo vive tutto il tempo guardando il Rio, dal quale trae il suo sostentamento e disprezza la foresta perché non gli dà quasi nulla.
3) Il caboclo non è agricoltore, nel senso che non conosce le tecniche agricole ( concimare, innestare, difendersi dalle malattie delle piante, formiche, ecc.).
4) C'è una pericolosa monocoltura, quella della juta, che probabilmente non ha molto futuro, perché le fibre sintetiche la soppiantano a poco a poco.
5) Anche il lavoro della juta non è redditizio per quanto ora sia l'unica fonte di guadagno. Infatti, secondo calcoli fatti dalla Secretaria de Produçao, è pagata al caboclo 8 volte meno del dovuto, lasciando enormi lucri in mano ai fazendeiros. Inoltre il lavoro è ingrato e pieno di pericoli e conseguenze negative per la salute dei caboclos (uomini, donne e bambini). lo stesso me ne sono reso conto di persona, facendo per qualche settimana questo lavoro, immerso tutto il giorno nell'acqua fino al petto, colle sanguisughe alle gambe e i reumatismi in tutto il corpo.
6) Dal '67 in poi le piene del Rio sono state molto grandi e hanno distrutto ogni anno le palafitte dei caboclos che abitano sulle sponde del Rio. A volte hanno distrutto anche i raccolti. Le navi che passano in mezzo al Rio, contribuiscono col loro inquinamento ad abbattere lentamente le case.
7) Il fatto che ora l'INCRA (Istituto Statale del Catasto) sta dando i titoli definitivi a chi li compra (il prezzo è un po' alto) fa sì che molti caboclos che avevano il titolo di prelazione, si son visti portar via le terre da chi, più avveduto, s'è preso il titolo definitivo. Anche il fatto che, con le strade transamazzoniche, molti sudisti o stranieri, vengono a prendere le terre alte dell' Amazonas, priva la nostra gente che vi è nata del possesso di terre che dovrebbero appartenergli naturalmente.
Questi fatti mi hanno fatto pensare molto sul come si poteva coscientizzare questa gente in modo cristiano, prima che altri lo facciano in altri modi. Avrei avuto bisogno di laici preparati, perché, come prete, il mio dovere è un altro e comunque non sono agricoltore né tecnico di niente.
Fu in questo tempo che mi vennero in aiuto i laici sponta
neamente, senza mai averne parlato prima, spinti dal desiderio di far qualcosa di più per la gente amazzonica, mi hanno chiesto di ingaggiarli. lo ho spiegato loro il problema. Li ho portati sul posto, vi ci sono restati, hanno incominciato un lavoro interessante.
Trovandoci ai limiti della Prelazia di Parintins e stendendosi le terre alte fino oltre i confini, trovando un appoggio sicuro del Padre Humberto nella cittadina di Urucara
, i Tecnici volontari cristiani hanno esportato l'idea nelle terre di Urucara, Prelazia di Itacoatiara.
Lì si sono trovati con altri tecnici francesi, tedeschi, austriaci, di Urucara (CETRU (45)). Hanno radunato le comunità delle sponde del Rio e col mio aiuto, in quanto erano le mie comunità, le hanno convinte a fondare colonie nella terra ferma. In pratica si trattava di far fare un mezzo giro alla testa dei caboclos che guardano sempre solo il Rio, perché vedessero le terre alte, le foreste e capissero che là è il loro futuro.
Abbiamo così iniziato una nuova esperienza del caboclo, che ci ha seguito con entusiasmo. Da due anni in qua abbiamo già fondato una decina di queste colonie nucleari, figlie delle comunità del Rio, in piena foresta.
Abbattuti e bruciati gli alberi, abbiamo già piantato il riso, guarana, sementi di juta, piante di frutta, verdure, ecc.
Il CETRU sonda i mercati e prepara i documenti, svolge le pratiche burocratiche e fa corsi per i capi di ogni colonia (alfabetizzazione, agrimensura, contabilità, amministrazione, agricoltura).
Abbiamo fatto dei prestiti alla Banca da pagarsi entro 8 anni e abbiamo già comandato alcuni macchinari.
Quest'anno si passerà ad abitare in queste colonie, quindi si costituiranno molti nuovi nuclei umani.
È questo un lavoro che i caboclos e i tecnici mi chiamano a coordinare. È una realtà nuova che nasce e siccome sono stato io il responsabile di questo pandemonio ho cercato anche di seguirlo e mi piacerebbe seguirlo ancora (46). Ma c'è la questione che la sede è in Urucani, fuori della prelazia di Parintins. Tutti i padri di Itacoatiara, riunitisi, hanno deciso, in caso io accettassi, di affidarmi questo compito. Anche dom João, Arcivescovo di Manaus, mi ha chiesto e invitato a lavorare là. lo non mi sono compromesso con nessuno e ho sempre detto che dipendo dal mio Vescovo, dom Arcangelo. Ma visto che dom Arcangelo forse non mi vuole più bene, preferirei appoggiarmi a Manaus, più comodo anche per il resto.

Relazione di padre Gianola preparata su richiesta
del Superiore generale del Pime monsignor Aristide Pirovano, Roma, 9 settembre 1973

 

24.

« Chiedo a lei un buco dove poter lavorare»

Rev.mo Mons. Cerqua,
Le avevo scritto nel mese di maggio, dopo il ritorno del papà dall'ospedale, per raccontarle del mio viaggio e dell'avventura a lieto fine della malattia di papà, che ora sta benissimo, più di prima.
Infelicemente ho saputo ora che la lettera non è mai arrivata. lo, mi perdoni, pensavo a una mancata risposta intenzionale e mi ha fatto soffrire, perché, nonostante tutto, non avrei voluto che fra noi si conservassero rancori. Invece meglio così.
Io ora sono in procinto di ripartire per la missione ed ho esposto a mons. Pirovano i miei piani, il mio desiderio di dedicarmi alla zona di U rucani, desiderio che avevo esposto a lei prima degli altri. Mons. Pirovano ha visto bene l'idea, ma poi da lì sono arrivati pareri e notizie negativi, per cui ci ha ripensato.
Ora il consiglio del Superiore Generale è che io ritorni in Amazzonia, chiedendo a lei un «buco» dove poter lavorare, magari in attesa che, mutate le situazioni, possa dare una mano anche ai ragazzi di U rucara. Sono perciò qui di nuovo ad importunarla, sperando di poter ricominciare da capo un lavoro in quell' Amazzonia che sia per Lei come per me costituisce il più grande affetto. Chiedendo la sua benedizione, mando saluti anche a tutti i padri.

A monsignor Arcangelo Cerqua da Lecco, 17 novembre 1973

 

25.

« Cosa stai a fare costassù? Sarebbe ora di farti rivedere a Parintins»

Carissimo P. Augusto,
il 2 dicembre un telegramma di mons. Pirovano annunziava il tuo ritorno. Il 3 ricevetti la tua gradita lettera e la sera stessa seppi che ti trovi nel Paurà (47).
Pensando che venissi subito a Parintins, diedi disposizioni che fossi ospitato a casa mia, in attesa del mio ritorno dall' Andira dove andai il giorno 4. Invece 1'8 dicembre, dopo l'Assemblea dei Mariani, seppi ti eri cacciato nel «mato» a fare l'eremita!
Siccome il Graça doveva venire dalle tue parti, lo pregai di portarti una mia letterina. Invece partì senza passare da me.
Neanche a farlo apposta da oltre 15 giorni sto lottando con maleducate coliche prima di fegato e ora intestinali, che mi hanno conciato per bene. Ho perfino fatto cure a Manaus. Ne tornai sabato credendomi curato; invece ieri ho avuto una ricaduta.
Oggi volentieri ho parlato col Monteiro, per avere tue notizie. E sto approfittando di lui per farti giungere i miei saluti e gli Auguri per l'anno nuovo. Ma cosa stai a fare costassù? Sarebbe ora di farti rivedere a Parintins.
P. Zanelli (48) a nome mio deve averti già detto a Manaus che il «buco» richiesto da te è il... mondo di Maués, dove per la prossima partenza di P. Leone (Martinelli), resterebbero appena i padri Andena e Modica.
So la tua aspirazione di Urucara, ma onestamente ti ho fatto sapere che per ora non pare possibile un tuo inserimento là. A meno che la situazione non sia cambiata ultimamenté (49).
Perciò, come raccomanda anche mons. Pirovano, chiudiamo una buona volta il passato e apriamo una pagina di maggior comprensione per il bene del nostro amato popolo.
Ti saluto e benedico. In Xsto + Arcangelo

A padre Augusto da monsignor Arcangelo Cerqua,
da Parintins, 31 dicembre 1973

26.

« Ti chiedo perdono: sono un uomo fragile e pieno di passioni...»

Carissimo Pe. José (50),
ho appreso in questi giorni del tuo viaggio improvviso in Italia, a causa della salute della tua mamma.
Sapendoti nelle stesse condizioni di spirito di cui io ho viaggiato per assistere il mio papà ammalato, voglio scriverti queste 2 righe per dirti che ti sono vicino e prego perché tutto si svolga per il meglio: il Signore sa fare miracoli.
José, non so come tu prenderai questo mio scritto, ma ti assicuro che viene dal cuore. Ti confesso che per un certo tempo ho tenuto in cuore del rancore. E me ne vergogno. Ora però dopo quasi un anno dai fatti incresciosi avvenuti tra noi, non mi sento più di lasciar passare altro tempo senza chiederti perdono: sono un uomo fragile e pieno di passioni e ho fatto del male a molti, ma mi pesa soprattutto il male che ho fatto a te e non vorrei morire senza sapermi riconciliato definitivamente con te.
Non so se ci vedremo ancora nella vita, probabilmente non più. E allora, almeno con una parola, fammi sapere, per l'amor di Dio e della tua mamma, che mi consideri ancora un amico tuo, almeno uno dei tanti. Da parte mia ti ringrazio e non esito a firmarmi

Tuo amico p. Augusto A padre José dalla foresta, dicembre 1973

 

 

 

 * Da una lettera alla sorella Pinuccia, senza data, del 1970.
[1] Si veda il capitolo XIV del volume P. Gheddo, Missione Amazzonia. 150 anni del Pime nel Nord Brasile (1918-1998), EMI, Bologna 1997.
[2] Si veda P. Gheddo, Dio viene sul fiume, EMI, Bologna 1994, pp. 109-114.
[3] Augusto accenna al campo d'aviazione costruito fra gli indios Hixkariana (vedi Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., p. 66). La diocesi di Parintins ospita due «aree indigene» di indios nel suo territorio: una dei Satere-Mawé sul Rio Andira e il Rio Ramos (a sud di Parintins), l'altra degli indios Hixkariana a nord, nella parrocchia di Nhamunda: questi ultimi più difficili da raggiungere perché i fiumi che scendono dal loro altopiano (ai confini con la Guyana ex britannica) hanno numerose cascate, che impediscono ai barconi a motore di risalirne il corso. Di qui l'esigenza di un campo d'aviazione e di un aereo. Per la storia dell'evangelizzazione degli indios di Parintins si veda il capitolo XV del volume Gheddo, Missione Amazzonia, cit.
[4] Nel 1968 monsignor Arcangelo Cerqua è stato nominato dalla Cnbb (Conferenza episcopale brasiliana) responsabile della «pastorale missionaria» in Brasile, ed ha poi realizzato negli anni seguenti, con padre Gaetano Maiello (della prelazia di Macapa) come segretario del movimento missionario, il «Piano per l'animazione missionaria» del Brasile (si veda Gheddo, Missione Brasile, cit., pp. 234-237).
[5] L'aereo della prelazia di Parintins, un Cessna a quattro posti, venne donato dall'esploratore e alpinista lecchese Carlo Mauri (amico fraterno di Augusto) dopo una sua visita nell'ottobre 1966. Mauri scrive un resoconto del suo viaggio su La Domenica
del Corriere, che apre poi una sottoscrizione e compera l'aereo. Nel settembre e ottobre 1968 il Cessna compie varie spedizioni fra gli Hixkariana, guidato da un volontario e pilota americano Mike, e da padre Pedro Vignola (patente di pilota in Svizzera). Alla quarta spedizione, atterrando con troppo slancio, capotta, fortunatamente senza danni alle persone (Augusto non era presente). Un secondo aereo lo porta nel 1974 dall'Italia fratel Agostino Sacchi, anche lui pilota, e fa un buon servizio alla missione, poi viene rivenduto. Il terzo (un idrovolante) è quello portato dagli Stati Uniti nel 1991 da padre Giuseppe Panizzo (patente in America), che lo usa a servizio della diocesi. Ma nel 1993 padre Panizzo viene inviato come pilota in Papua Nuova Guinea, a servizio di monsignor Cesare Bonivento, vescovo del Pime di Vanimo: muore cadendo col suo aereo il 20 aprile 1994 (si veda P. Gheddo, Padre Pilota, EMI, Bologna 1995).
[6] Augusto si riferisce al primo viaggio che ha fatto fra gli Hixkariana nell' ottobre 1966, risalendo a piedi i fiumi con l'esploratore Carlo Mauri di Lecco, per prendere il primo contatto e preparare il campo d'aviazione. Gli indios Hixkariana erano già stati avvicinati e seguiti, alla fine degli anni cinquanta e inizio sessanta, da padre Danilo Cappelletto, parroco di Nhamunda a quel tempo. Oggi sono assistiti da padre Emilio Buttelli, parroco di Nhamunda (si veda Gheddo, Missione Amazzonia, cit., capitolo XV).
[7] Al Pananarú Augusto metterà la prima sede del suo «eremo» in foresta nel dicembre 1973.
[8] Nel 1969 il fratello di Augusto, Alberto, aveva fatto il primo viaggio in Amazzonia.
[9] Noi diremmo: neIl'interno del territorio di Parintins; i missionari dicono: nell'interiore. ..
[10] La Cattedrale di Parintins, dedicata a Nostra Signora del Carmelo (la festa liturgica è il 16 luglio), è un'opera colossale (si veda al capitolo II la nota n. 13). Costruita negli anni sessanta e settanta in un posto così isolato come Parintins, è veramente «una impresa da pazzi» come scrive Augusto. L'opera fu voluta fermamente dal vescovo monsignor Arcangelo Cerqua (contro il parere di tutti i suoi missionari!) ed è stata fonte di grandi contrasti e avventure anche tecniche (ad esempio: come mettere il tetto a quell'altezza senza che cada, privi di mezzi adeguati e senza persone esperte di costruzioni?). Si legga la storia di questa epopea missionaria («cose da pazzi») in Gheddo, Missione Amazzonia, cit., capitolo XII.
[11] Lettera a don Angelo Galbusera che in quel mese faceva il suo ingresso come parroco a Laorca (lo è ancora oggi).
[12] La rivistina parrocchiale di Laorca che ancora si stampa.
[13] La tensione di Augusto alla santità si manifestava anche in questo essere insoddisfatto della sua rispondenza alla grazia: non era come Dio lo voleva.
[14] Parroco di San Giuseppe Operaio in Parintins, parrocchia ancora da costruire, che ingloba anche la cappella di San Benedetto già affidata a padre Gianola (si veda il capitolo II).
[15] Le «Aldine» erano e sono le collaboratrici di don Aldo Cattaneo, sacerdote diocesano di Milano (nato nel 1904), fondatore e direttore del «Laboratorio missionario» di Lecco fino agli anni ottanta, quando è stato sostituito da Lucia Sozzi.
[16] Dal 1970 al 1973 Augusto è parroco a S. Giuseppe Operaio in Parintins, parrocchia nuova in quartiere popolare. Augusto vuoI costruire la chiesa e la casa parrocchiale in legno e paglia, materiali usati dai poveri. Nascono forti contrasti col vescovo e anche con gli altri missionari, che invece erano dell'idea che la missione deve costruire opere solide anche per dare un esempio ai locali di come si costruisce.
[17] Sul «Come loro» si veda supra l'introduzione a questo capitolo.
[18] Il «mosquiteiro» è la zanzariera leggera e finissima che protegge dagli insetti durante il sonno; la «geladeira», il frigorifero a benzina, dove non c'è elettricità.
[19] La sorella di Augusto, Pinuccia, è diventata suora di Carità dell'Assunzione (congregazione di origine francese).
[20] Padre (Pe. sta per «padre», come si usa in Brasile) Enrico Pagani di Lomazzo (Corno), in Amazzonia dal 1964, che è stato poi costruttore e artefice della parrocchia di Boa Vista, nella diocesi di Parintins (anni ottanta).
[21] Altro termine brasiliano per dire «sufficiente, che basta».
[22] È lo scafo da motoscafo in leghe leggere metalliche, molto veloce.
[23] Cuzco, arcidiocesi del Perù, antica capitale dell'Impero Inca. Augusto ha appena incominciato il lavoro nella nuova parrocchia e già sogna un eremo addirittura in Perù, sulle montagne...
[24] Il «dizimo» è la «decima» in uso in Brasile; percentuale dei propri guadagni che si dà alla Chiesa.
[25] Nel 1970 Augusto ha costruito la chiesa e la casa parrocchiale di San Giuseppe Operaio in legno e paglia, ma un anno dopo, nell'estate 1971, accetta di costruire in muratura, anche per le pressioni del suo popolo (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., pp. 73s.).
[26] Padre Gianola era appassionato di caccia fin da ragazzo e quando si ritirerà in foresta la caccia lo aiuterà a sopravvivere. Verso il termine della sua vita (nel 1987) rinunzierà anche al fucile e alla caccia (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., pp. 226s.).
[27] Augusto tappezzava le pareti delle sue abitazioni in Amazzonia con visioni delle Alpi. Aveva un passato non disprezzabile di alpinista, ma ne parleremo più avanti (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, pp. 22-25).
[28] Il Consiglio d'amministrazione della parrocchia di San Giuseppe Operaio aveva scritto il 4 marzo 1971 a monsignor Aristide Pirovano, Superiore generale del Pime a Roma, per chiedergli un suo contributo personale per la costruzione della parrocchia.
[29] Monsignor Arcangelo Cerqua era a Roma per il Capitolo generale del Pime di aggiornamento postconciliare (giugno 1971 - gennaio 1972), che avrebbe rieletto Superiore generale monsignor Aristide Pirovano per altri 6 anni (1971-1977). Fra i candidati possibili c'era anche monsignor Cerqua.
[30] Fulvio Giuliano, geometra e missionario laico (appartenente alla Gioventù Studentesca di don Luigi Giussani) nella prelazia di Macapa, costruttore di chiese, pittore e decoratore delle stesse. Divenne poi sacerdote nel 1971 e missionario del Pime nel 1980. Oggi è membro della équipe formativa del Seminario teologico del Pime di Monza (Milano).
[31] «Per amor di Dio, io sono cattolico, non maledica il mio locale Tropical, là dentro ho più di venti milioni».
[32] Battuta piuttosto feroce, rivolta al vescovo lontano dalla sua diocesi!
[33] Per capire questa lettera molto forte, che prelude alla crisi del 1973, bisognerebbe leggere diversi capitoli di Dio viene sul fiume e le testimonianze di vari missionari.
[34] Padre Silvio Miotto, in Amazzonia dal 1955, a quel tempo Vicario generale di Parintins (1970-1976) e principale aiutante a Parintins di monsignor Cerqua, morto il 10 dicembre 1986.
[35] Si riferisce all' Apostolato della Preghiera, associazione femminile antica che nel dopo Concilio (come i Mariani, uomini) era andata un po' in crisi, soppiantata dalle «comunità ecclesiali di base».
[36] Padre Gianola aveva riprodotto a Parintins l'esperienza della «Repubblica dei ragazzi», già sperimentata con successo nell'oratorio di Locate Varesino una quindicina di anni prima (si veda Gheddo,
Dio viene sul fiume, p. 19s.).
[37] Augusto si confessa peccatore, ma non tollera l'accusa di falsità. Ritiene di essere sincero, di dire tutto quel che pensa fino ad offendere...
[38] Aveva programmato di tornare in Italia dopo l'inaugurazione della parrocchia San Giuseppe Operaio. Ritarda qualche mese: il suo primo ritorno in patria avviene alla fine di marzo 1973 e rientra a Parintins il 20 novembre dello stesso anno.
[39] Si riferisce ai giovani italiani dei Tvc (Tecnici volontari cristiani), fondati a Milano e assistiti spiritualmente dai Gesuiti, che erano venuti a Parintins nel 1968 ad aiutare nella prelazia.
[40] Le «terre alte» sono quelle lontane dai corsi dei fiumi, nell'interno della foresta amazzonica, dove Augusto, con i suoi amici laici (i Tecnici volontari cristiani), vuol portare i caboclos a vivere, trasformandoli da pescatori in agricoltori e fondando nuovi villaggi e cittadine. Progetto che realizza negli anni seguenti.
[41] Padre Severino Crimella, già missionario in Brasile, all'epoca Superiore regionale del Pime a Milano. Quindi Pirovano avrebbe dovuto essere informato del fatto che Gianola voleva incontrarlo.
[42] Padre Iseo Sandri, missionario a Parintins, morto a Genova il l° maggio 1973.
[43] Corso di aggiornamento per i missionari del Pime in vacanza che si tiene ogni anno a Roma in estate.
[44] I famosi «Ragni di Lecco», gruppo alpinistico di cui Augusto faceva parte fin da giovane studente.
[45] CETRU: Centro de Treinamento Rural de Urucara (Centro di addestramento rurale di Urucara).
[46] Per tutto questo lavoro delle colonie agricole, si veda il capitolo V di Gheddo, Dio viene sul fiume, pp. 77-89.
[47] Il Paurà è la regione forestale in cui si trova l'eremo di Augusto, lungo il Rio Panauarù.
[48] Padre José Zanelli è stato il Superiore regionale del Pime nell' Arnazonas (Manaus e Parintins) dal 1972 al 1976.
[49] Urucara, sul Rio delle Arnazzoni, non è nella prelazia di Parintins, ma in quella confinante di Itacoatiara. Il vescovo di Parintins non vuole quindi che un suo missionario lavori sotto un altro vescovo, perché lo perderebbe per la sua prelazia.
[50] Alla fine del 1973, dal profondo della foresta amazzonica, dove si era rifugiato quando ritorna dalla vacanza in Italia (si veda infra capitolo seguente), padre Augusto scrive questa lettera chiedendo perdono a padre José, confratello del Pime che era amministratore della prelazia col quale aveva avuto nel gennaio 1973 un violento diverbio, concluso con pugni e morsicate! (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, pp. 88s.).