AUGUSTO GIANOLA
IN MISSIONE
PER CERCARE DIO
Lettere dal Brasile
A cura di Piero Gheddo
EDIZIONI SAN PAOLO 1998
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I. Da prete diocesano a missionario in Amazzonia (1951-1963) |
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II. La «luna di miele» della vita missionaria ( 1963-1966) |
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III. La parrocchia San Giuseppe operaio nello stile povero dei caboclos (1967-1973) |
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IV. Un anno di preghiera e di avventure in foresta (1974) |
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V. Una nuova avventura: le colonie agricole sulle «terre alte» (1975-1976) |
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VI. La rivoluzione tra i caboclos dell' Amazzonia, non con Marx ma con il Vangelo (1977-1984) |
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VII. 1400 chilometri in canoa sul Rio delle Amazzoni e il monastero dei cistercensi (1985-1986) |
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VIII. L'avventura finale in foresta: Augusto contento perché lebbroso! (1987-1990) |
IV
UN ANNO DI PREGHIERA E DI AVVENTURE IN FORESTA
« In questi giorni la solitudine mi sembra sia stata la mia vocazione da sempre» *
Il 1974 padre
Gianola lo passa isolato
in foresta, all'inizio col caboclo
Cicero sul Rio Panauarú (gennaio-settembre), poi da solo in un posto ancor più
lontano, il Paratucú. Il 1975 lo
trascorre invece ad Urucará, nella prelazia di Itacoatiara.
Il 1974 è l'anno della rottura nella sua vita
sacerdotale: smette di fare il prete e il missionario secondo lo schema tradizionale
nella Chiesa, per tentare un cammino nuovo, insoddisfatto com'era del come aveva
realizzato fino a quel momento il suo sacerdozio: dieci anni in Italia e dieci
in Amazzonia, sempre impegnato nella pastorale parrocchiale (con undici mesi
dedicati alla vita spirituale nell'«Anno di formazione» al Pime, settembre 1962
- luglio 1963).
Molte le motivazioni di questa sua rottura che emergono qua e
là: coscienza della sua debolezza e insufficiente santità, progetto di
immergersi nel mondo dei cablocos (con grandi sacrifici) per poterli meglio
capire ed evangelizzare, rifiuto di lasciar imprigionare in «strutture»
prestabilite il carisma sacerdotale e missionario, aspirazione ad avere un tempo
di penitenza e di preghiera per una «ricerca di Dio» più profonda e
autentica, ecc.
Le lettere del 1974 sono forse le più significative
per capire la mentalità di padre Augusto e le riflessioni che l'hanno condotto
ad isolarsi per anni in foresta (non una volta sola!). In una lettera a
monsignor Cerqua (13 luglio 1974) scrive chiaramente: «Vent'anni di sacerdozio mi hanno a poco a poco fatto
capire che io non sono adatto per essere sacerdote. Ci vuole molta più fede, molto più possesso di Dio e molta
più virtù, per poter dare davvero Dio al popolo. Oltretutto io, col malesempio,
a volte ho dato il diavolo».
La sua è una crisi sacerdotale, in questo senso: vedeva,
toccava con mano la distanza abissale fra la sua miseria e quello che il
sacerdozio avrebbe richiesto da lui. È un 'esperienza che tutti i preti fanno,
ma le reazioni sono diverse. C'è chi se ne va, rinunzia all'esercizio del
sacerdozio («Ho sbagliato, non sono fatto per un cammino così difficile»);
chi si siede (« Inutile prendersela e combattere, tanto non cambia
nulla»); chi s'impegna con
buona volontà ma senza angoscia e con umiltà « Faccio quel che posso
con buona volontà e sacrificio, il resto lo fa il Signore»).
Augusto non si riconosceva in nessuna di queste vie.
Radicale com'era di natura (voleva tutto e subito), va fuori riga anche in
questo e giunge a conseguenze che non erano capite né dal vescovo, né dai
superiori e nemmeno dai confratelli e dal popolo.
Durante l'estate 1973, mentre è in vacanza in Italia, padre Gianola visita diversi monasteri di
clausura maschili in Italia e in Francia, con l'intenzione di fermarsi in uno di
essi per un periodo di riflessione e di preghiera. Ma poi riparte per
l'Amazzonia e inizia (dicembre 1973) il
suo lungo periodo di «deserto»
nelle foreste e sui fiumi: non sognava di essere un nuovo Robinson Crusoé, ma una specie di san
Giovanni Battista o di eremita solitario.
La grandezza di padre Gianola (e la difficoltà di capirlo da
parte dei confratelli e del popolo stesso) è che si proponeva sempre ideali
altissimi, irraggiungibili, poi si sprofondava in scarnificanti esami di coscienza, interminabili preghiere (esempio: in certi periodi
recitava sette Rosari al giorno) e terrificanti penitenze, quando si accorgeva
di essere ancora troppo lontano da quelle mete. Andava in foresta alla ricerca
di Dio, della santità, della purificazione da ogni peccato, per avvicinarsi a
quell'ideale di sacerdote a cui aspirava con tutte le sue forze, ma che capiva
di non aver ancora realizzato. Questa sua ricerca dura tutta la vita.
Il primo periodo di isolamento in foresta dura dal dicembre 1973 al gennaio 1975 e si divide in due tempi: dapprima col caboclo Cicero
al Panauarú, a un giorno di cammino dal Mocambo (villaggio e cappella che
dipende dalla Cattedrale di Parintins); poi, dalla metà di settembre 1971- (dopo un accordo con monsignor
Pirovano, Superiore generale del Pime, che gli permette di prolungare il suo
isolamento fino a dicembre), al Paratucú, un posto più addentro nella foresta, dove
Augusto vive alcuni mesi da solo. Naturalmente, il racconto di questi mesi è
più particolareggiato nel diario (alcuni passaggi al riguardo sono citati nella
biografia Dio viene sul fiume), ma
nelle lettere qui riportate ci sono elementi nuovi che nel diario non compaiono.
Nel gennaio 1975, Augusto
esce dal «mato» e
va ad abitare nella parrocchia di Urucará della Prelazia di Itacoatiara, nel cui
territorio si impegna a fondare
le «colonie
agricole» sulle terre alte per far diventare
agricoltori i caboclos, che erano per tradizione pescatori.
La sua prima esperienza eremitica (la seconda avviene negli
anni 1985-1989) termina nel
gennaio 1975 col ritorno
alla vita apostolica attiva.
1.
«
Vorrei attuare la mia vocazione all'eremo almeno per un po' di tempo»Carissimo dom Arcangelo,
non le sembrerà vero, ma nonostante tutte le richieste, solo ieri sono riuscito ad avere quello che più mi premeva: un
pezzo di carta decente e una busta. È questa infatti la mia prima lettera, che
avrei scritto subito, due mesi fa, quando arrivai qui in un eremo provvisorio,
ma da tempo desiderato.
Mi scusi quindi, come pure chiedo scusa della calligrafia perché qui non ho né tavolo né sedia. E non sorrida anche se
certe mie espressioni sono veramente enfatiche e ridicole.
Le spiego subito i motivi di una scelta che sembra curiosa e
che alcuni giudicheranno un gesto clamoroso al quale io avrei voluto dare, secondo loro, chissà quali significati,
compreso quello della tenda di Achille (1).
È invece, mi creda, nient'altro che una pausa che io voglio fare nella mia vita e che credo ogni uomo abbia il diritto di fare. È insomma la famosa crisi sacerdotale, che ho
osservato in molta parte del Clero in Italia e che sto tentando di
risolvere, solo io e Dio. (Forse lei mi dirà che in quel «solo» sta il mio errore).
È una crisi totalmente personale, quindi, causata da:
- fatti che da
tempo mi vanno preoccupando;
- riflessioni su
quello che da tempo vedo, ma specialmente in Italia;
- colloqui con
molti sacerdoti e gruppi impegnati o meno;
- ma
soprattutto, dom Arcangelo, dai miei difetti e dai miei troppi peccati. La vita, anche per me, ha varcato da un pezzo la metà, la morte s'avvicina. Ho constatato che in mezzo al
mondo, alla gente, non mi riesce di pensare seriamente alla mia anima e prima di
morire vorrei riservarmi un tempo per farlo.
Quella che sempre, scherzosamente, chiamavo la mia vocazione all'eremo, vorrei attuarla, almeno per un po' di tempo.
Ne ho parlato spesso con mia sorella, la Carmelitana. Ho
visitato diversi eremi, ultimamente in Italia e in Francia, ma ne ho riportato
una impressione di eccessiva comodità e sicurezza, così contrastante colla vita tanto precaria del nostro
popolo amazonense.
Nel mezzo, quindi, ma sul declinare della mia vita, mi trovo
in una selva oscura. Devo rivedere il cammino fatto, una vocazione che forse non ho mai avuto, o forse ho perduto e che
comunque ho realizzato male. Devo piangere un po' e sul serio i miei peccati. Se
no vado all'inferno.
Ho scelto questo posto perché mi permette la solitudine che
non è però isolamento. Sto osservando da vicino la vita del caboclo e mi
accorgo che nei 10 anni trascorsi l'ho solo visto col binocolo questo benedetto
caboclo (2).
Se capirò meglio quel che devo fare e se Dio mi vorrà usare di nuovo nell'apostolato diretto, questo tempo non sarà
inutile.
Se invece non lo vorrà, allora preferisco stare in un angolo oscuro, servo VERAMENTE inutile.
Dom Arcangelo, so che questa mia decisione, presa in piena
coscienza, rovinerà un po' i suoi piani su di me. Ma io credo nella sua
comprensione e le chiedo scusa, come anche a tutti i padri. So che non c'è
altra persona a cui io possa scrivere con il cuore totalmente sincero. Non
scriverò ad altri Superiori. So che le chiedo troppo se la prego di prendere su
di lei la responsabilità di questa mia posizione. Ma mi aiuti.
Le chiedo una preghiera speciale per avere più luce. Da
parte mia le garantisco che non mi sento avulso dalla vita della Prelazia, anzi,
la mia preghiera (è ciò che più faccio qui) e il mio lavoro li offro per il
Vescovo, padri e popolo di Parintins, valga quel che vale.
Non le so dire quanto mi fermerò qui. Può darsi che la
soluzione della mia crisi sia breve e tornerò alla sua bontà per ottenere un
posto (qualunque sia) nella Prelazia. Può darsi che mi fermi di più... Per
adesso non so proprio niente di me stesso, se non che desidero restare nella Chiesa, nel Sacerdozio,
nel PIME (se possibile).
Mi dia la sua benedizione, per l'amor di Dio.
A monsignor Arcangelo Cerqua dal Panauaru, 27 gennaio 1974
2.
«Il Vescovo mi ha mandato vino e ostie per la Messa»
Avrai ricevuto la mia lettera dall'aereo. A Madrid ho
incominciato a stare un po' più bene in spirito, in quanto sentivo nuovi
orizzonti che si impossessavano del mio animo. Ma ti confesso che quel giorno a
Linate, ho sofferto l'ira di Dio.
Arrivato a Manaus ormai ero felice e sono partito subito per una destinazione ignota a tutti che è il posto dove mi
trovo. Scendendo sul Rio, di notte e di giorno, mi inebriavo di quel paesaggio
che per 10 anni era stato mio e che pensavo, per un momento, di non rivedere
più.
Mi sono poi inoltrato nella foresta per diverse ore col mio
fucile, la mia valigia e uno zaino e sono arrivato qui dove c'è un mio vecchio
amico, Cicero, che abita solo in una capanna ed è stato felice di darmi
ospitalità. Così vivo da due mesi con lui. Il mio nascondiglio sono poi
naturalmente venuti a saperlo tutti e ogni tanto arrivano gruppi di caboclos a
trovarmi. Ma sono molte ore di cammino nella foresta per cui sono in una
eremitica solitudine, specialmente quando il Cicero si allontana per dei giorni.
lo rimango solo e col fucile mi procuro da vivere. Solo non ci sono pesci qui,
perché il Rio è molto lontano e solo passa un rigagnolo d'acqua limpida
davanti alla casa.
Il regno della natura è dei più maestosi e paurosi. Ho
ammazzato due coccodrilli subito la prima settimana, che mangiavano tutte le
galline e il Cicero ne è stato felice. Adesso dovrò fare la stessa cosa coi
falchi perché rapiscono i polli .
Ho già scritto al Vescovo e Lui mi ha risposto, vorrebbe
venire, ma è lontano. Mi ha mandato vino e ostie per dire la Messa. Infatti
alla domenica, se non piove, arrivano i miei caboclos dalle diverse parti e
posso celebrare con loro.
Durante la giornata lavoro nei campi e prego. Come se fossi a
Camaldoli, naturalmente senza quella sicurezza e comodità di là.
Come vedi anche dalla mia calligrafia, scrivo sulle ginocchia perché qui non c'è né tavoli né sedie.
Al papà dal Panauaru, 28 gennaio 1974
3.
«
La miglior cosa è di discuterne francamente con chi di dovere»Carissimo p. Augusto,
prima di tutto spero che questa mia ti trovi bene di salute nel
tuo «eremitaggio».
Da quando ci siamo visti a Manaus, all'inizio del dicembre
1973, ben poche notizie si sono sapute a tuo riguardo. Tu mi dicevi che saresti
andato a visitare i tuoi amici e facevi conto di rimanere «alcuni giorni».
Sono passati quasi due mesi e ancora non ti sei fatto vedere. Avrei piacere di
conoscere le tue intenzioni.
Sai che eri stato destinato a Maués. Intendi accettare questa destinazione o preferisci tentare di realizzare il tuo
sogno di lavoro dove ti trovi? Tra l'altro io non so bene se ti trovi dentro i
limiti della Prelazia di Parintins o fuori. In ogni caso, credo che sarebbe
stato e sarebbe ancora un gesto veramente cristiano e una testimonianza valida
per tutti, farti vedere dal Vescovo e dai tuoi confratelli.
Se intendi realizzare un lavoro differente e in posto
differente da quello che ti fu proposto, penso che la miglior cosa è di
discuterne francamente con chi di dovere: sono sempre attuali, oggi più di ieri
le «mansiones multae in domo Patris mei» (molti compiti nella casa del
Padre, ndr). Però dobbiamo sforzarci di mettere in pratica, come base
solida, molta chiarezza e sincerità e soprattutto molto spirito di cristiana
carità e comprensione, se no stiamo costruendo sulla sabbia e Gesù Cristo si
è incaricato di mostrarci le conseguenze.
Sarei venuto io stesso per incontrarmi con te; ma non posso
perché in questi giorni debbo viaggiare per Manaus e di là per S. Paulo e non
so quando potrò essere di ritorno. Spero che al mio ritorno questa situazione
sia definitivamente chiarita, già troppo tempo è passato. Saluti cordiali e
memento ad invicem
Pe. José Zanelli, Pime (3)
A padre Augusto da padre José Zanelli, da Parintins, 29 gennaio 1974
4.
«
È importante passare un tempo solo con Dio e col diavolo»
La mia vacanza a casa mi ha legato molto alla famiglia, a tutti voi e pare che l'affetto si sia centuplicato. Ho qui la
lettera per il papà, ma alla mamma parlerai tu come meglio credi cercando di
spiegarle un po' la mia situazione. Soltanto quando io riceverò una risposta da
te sul come sta la mamma scriverò.
Ho messo in atto quel mio progetto che ti avevo raccontato
appena a casa; cioè ho scelto un luogo molto dentro nella foresta dove c'è un
caboclo ubriacone il quale mi fa da maestro dei novizi. L'unico novizio sono io.
Siamo solo noi due. La Nella è stata qui un mese e mezzo fa
e l'ho incaricata di scriverti. Credo l'abbia fatto. Non so quando verrà
ancora, avrei bisogno che venisse al più presto perché in questi giorni sono
un po' ammalato. Se per caso avessi il cancro te lo manderò a dire perché tu
venga giù ad assistermi negli ultimi giorni.
Scherzi a parte, mi trovo bene, passo momenti di felicità
profonda e anche solitudini disperate, specialmente quando il Ci cero se ne va e
mi lascia solo per dei giorni.
È importante passare un tempo solo con Dio e col diavolo.
Non so quanto tempo passerò qui. Nessuno mi ha visto quando sono arrivato, ma
la voce è arrivata subito in Parintins e il Vescovo mi ha scritto e anche il
Superiore. Il Giorgio è venuto due volte e il padre Luis di Itacoatiara e il p.
Vincenzo Pavan di Parintins (mio successore).
Più ci penso, Pinuccia, e più mi sembra impossibile
ritornare sui miei passi. lo non riesco a non creare garbugli. Oltrona, Locate, Parintins e adesso Maués? No, basta per l'amor di Dio! È meglio non dar più fastidio a nessuno, solo a Dio e a me. Se mi perderò, bene, sarò solo.
Ma sono considerazioni troppo lunghe per una lettera. Avevo
un quaderno a disposizione e ho fatto il diario del mese di gennaio. Adesso l'ho
finito e non so cosa fame. Ho pensato che forse è meglio che te lo mandi
perché tu conosca di più la mia situazione. Se no qui il fuoco o le termiti lo
distruggono e forse ci sono cose anche interessanti. Se vuoi te lo mando, magari
per riderci su un po' colle tue suore, che io ricordo con tanto affetto, come
pure la vostra gente che mi saluterai a uno a uno. Nelle mie preghiere, che
finalmente riesco a far bene per la prima volta in vita, vi ricordo molto
spesso, come pure il Carmelo dell' Annamaria e le nostre famiglie coi piccolini.
Siccome coll'Annamaria io dico le Lodi, con te cosa dico?
Con voi cioè, perché dacché vi ho conosciute, Carmelo,
Torino, Laorca, Castello, siete i miei parenti con cui vivo: sono solo, ma non
isolato. Mi piacerebbe che noi 5 fratelli trovassimo un legame giornaliero
comune: non so, le preghiere della sera per esempio (la Compieta) o del
mezzogiorno. Dipende da te: parlane all' Alberto, Mariangela (4), Esa (non so se
Roberto potrà). Anche se non fosse cosa rigida, ma elastica, mi sembra che
dobbiamo essere uniti con qualcosa. Magari anche la mamma, per quanto lei è
sempre unita a noi. Vedi tu.
Molta gente arriva qui nelle feste e mi è dato di celebrare
la Messa. Lo stesso Vescovo mi ha mandato vino e ostie, quindi è segno che non
mi ha tolto dalla comunione colla Chiesa. In questo rassicura la mamma e papà.
È meglio proprio che ti mandi il diario, pensandoci bene.
Lì tu troverai tutto, come vivo e come penso. Altri pensieri
che mi verranno, magari te li scriverò con lettera. Del diario fanne uso che
vuoi ma non metterlo in pubblico.
Se pensi che la mamma possa capirlo vedi tu. Se pensi...
anzi forse è meglio che anche l'Annamaria lo legga, per ridere, naturalmente (5).
Magari la Dedà di Milano, per convincerla, e qualcun altro ma con molto
criterio. Cioè gente che pur ridendo capisca il tentativo di una strada nuova
(don Ambrogio?)
Alla sorella Pinuccia dal Panauaru, 2 febbraio 1974
5.
«Ho cercato di contestare dentro la Chiesa e mi hanno lapidato»
Visto che passano i giorni e tutti si sono dimenticati di me,
ti scrivo ancora oggi, 12 febbraio. Già da quattro domeniche le piogge
torrenziali non lasciano la gente uscire di casa, tanto meno per venire da me.
Così non dico la Messa. Probabilmente questa
volontà di Dio vuol dire qualcosa, e sebbene senta « saudade»
di una Messa, tuttavia non ho premura ben sapendo quante ne ho gettate al vento.
È un impegno che mi fa pensare, la Messa. Troppe Messe si dicono, qualcuna
persino per altre cose, politiche ecc. Cristo ne ha detta una sola e
in modo tragico.
In questi 15 giorni sono stato abbastanza ammalato: «gripe» (febbre, ndr), debolezza, ma soprattutto vermi
pelosi che
mi escono da tutto il corpo con bubboni dolorosi e grossi
come la peste bubbonica. Ho aspettato inutilmente la Nella che mi portasse
qualche iniezione di penicillina, perché sono tutto infetto, con febbre, e
credo che solo la penicillina serva. Ma oramai vedo che il mio corpo sta
reagendo bene da solo e fra poco sarò guarito senza l'aiuto di nessuno. Anche
questa è una vittoria.
Vorrei comunicarti invece alcuni pensieri importanti che
maturano in me. È l'impossibilità di un mio ritorno in Parintins. Ormai sono
venuto a sapere che tutto è crollato. Lo stile di vita mio e l'opera
incominciata con un nuovo stile ma sempre rispettando i dettami del Concilio.
Lo stile di vita: anche la mia casetta l'hanno abbandonata
perché indegna e scomoda: non si può dormirei di giorno per il caldo e non
c'è «geladeira» (frigorifero, ndr) e gabinetti con le piastrelle
ecc... Ora sappiano che se io vado a Parintins non andrò nelle loro case, anzi
ho risolto che se torno nel mondo non voglio una casa mia. Cristo non aveva
casa. lo voglio lavorare perché non ho mai lavorato e Cristo ha lavorato trent'anni,
un gesto troppo poco seguito dai sacerdoti suoi ministri. Ora tutto questo è di
scandalo e non mi è permesso in Parintins. Oggi ho scavato 600 buche per le
piante.
Hanno distrutto tutta l'organizzazione ecclesiale. Nota bene
che io non sono mai stato un organizzatore bensì un animatore. Animando la
gente, loro poi organizzavano la Chiesa, le feste, l'assistenza, i soldi,
eccetera. Loro erano Chiesa, adesso non più.
Distrutto il Consiglio parrocchiale, i gruppi giovanili
(tre), la Repubblica dei ragazzi, tre anni di sogno per più di 700 ragazzi.
Lasciato cadere il (parola incomprensibile nel manoscritto originale, ndr) non
hanno demolito la Chiesa non so perché, ma le più aspre critiche a questo e
quello, troppo moderna per il popolo, e pensare che l'ha scelta il popolo.
Le comunità dell'interno, l'opera mia più bella, stanno distruggendole perché il sistema di comunità di base,
comprendente tutto il popolo non va bene, ci vogliono le Congregazioni mariane
(6); e il sistema democratico non va bene, i caboclos non
sanno dirigersi, è il padre che sa! È vero che il mio sistema di lasciar fare
a loro senza intromettermi se non nei Sacramenti era più lento, ma il ritmo dei
caboclos è più lento del nostro.
Politicamente hanno lasciato che i potenti facessero la piazza
della chiesa in cambio dei voti elettorali.
Pinuccia, per questi motivi e altri ancora, molti, io non
posso tornare a Parintins. Non è solo per il gran poco rispetto che hanno avuto
per chi li ha preceduti e che, possono pensarlo perbacco, ha lavorato con
qualche idea in testa e una passione in cuore. Possibile che abbia sbagliato
tutto? Allora delle due l'una: ho sbagliato tutto, quindi lasciatemi il tempo per
pensare e riflettere sui miei errori. Non ho sbagliato e allora si è distrutto
per invidia, senza rispetto. Io torno tra questa gente: il mio stile è quello
di andare sempre più verso i poveri, non a prediche ma con la vita. Sarò di nuovo criticato. Mi
daranno l'interno? Farò le comunità, non so fare altro. Mi daranno una
parrocchia? Farò il consiglio parrocchiale, non so lavorare solo. Mi
criticheranno, sarò sempre un piantagrane, come a Locate, Consonno, Oltrona,
ecc.
Ho cercato di contestare dentro la Chiesa. Mi hanno lapidato (7)
e allora adesso sto fuori (non dalla Chiesa universale, solo da quella locale) e vedremo. Come don Zen08. Cerca
di spiegare queste cose alla mamma e scrivimi cosa devo e come devo scriverle.
Alla sorella Pinuccia dal Panauarú, 12 febbraio 1974
6.
«Qui c'è la fame e la soluzione è il fucile»
Ho chiesto ai Superiori un periodo di tempo per riflettere e credo che un uomo, alla mia età specialmente, abbia il diritto di una pausa di riflessione.Al papà dal Panauarú, 18 febbraio 1974
7.
«Mi pare che il popolo non sia d'accordo con te»Carissimo Pe. Augusto,
ho ricevuto la tua lettera del 27 gennaio e sono rimasto
impressionato dell'incertezza che manifesti su quello che intendi fare.
L'accordo col Superiore generale era che saresti ritornato nella Prelazia per lavorare nell'apostolato diretto in Maués.
Fino ad ora sei rimasto al limite o fuori della Prelazia, in un compito di tua totale scelta, senza dubbio santa e degnissima, ma che sfugge alla mia
comprensione e aspettativa.
Secondo il mio parere, la penitenza e l'orazione sono molto
necessarie, ma nell' apostolato diretto ci sono tante occasioni di pregare e
soffrire. Lo so che non intendi far un «gesto clamoroso» né ritirarti «
sotto la tenda di Achille». Accetto la tua buona intenzione, ma il popolo
intende diversamente il tuo gesto, infatti son venuti a chiedermi che io «ti
perdoni». Naturalmente ho risposto che non ho nulla da perdonare ed ho spiegato
le tue buone intenzioni. Ma mi pare che il popolo non sia d'accordo.
Io penso, e non sono il solo a pensarla così, che sarebbe
bene ti decidessi ad andare a lavorare nell'apostolato diretto a Maués. Da Roma, sicuri che tu sei in piena attività a Maués,
hanno richiamato p. Di Pietro per Ducenta e p. Cannone per Catania, rifiutando
di mandare in missione p. Amadio e p. Malvestio. P. Martinelli è già in vacanza in
Italia (10).
Inoltre, temo che tu ti ammali e con tanta scarsezza di
sacerdoti vale la pena di rischiare di ammalarsi in un lavoro fisico per il
quale non mancano braccia che possano farlo e braccia preparate? Ciascuno di noi
riceve da Dio i suoi talenti. Suppongo che Dio abbia dato a te il talento di
essere pastore di anime, più che lavoratore nei campi di mandioca.
In ogni caso, ripeto, continuo a pensare a te con affetto e
preoccupazione e, pur comprendendo in buona parte le tue aspirazioni e sempre
ammirandoti, almeno in parte, penso che tu debba rivolgerti ai Superiori del
Pime per chiedere loro di poter continuare in questa vita che hai scelto.
Grazie per le preghiere e il ricordo che hai di me. Da parte
mia penso a te più di quanto tu possa immaginare. Un abbraccio e una
benedizione. Tuo in Cristo
+ Dom Arcangelo
A padre Augusto da monsignor Arcangelo Cerqua, da Parintins, 8 marzo 1974
8.
«Spesso
i preti dimenticano il maggior esempio di Cristo, il lavoro»Sono arrivato qua (11) all'oscuro della vera situazione di
Parintins e già in Manaus mi avevano detto che c'erano delle complicazioni.
Allora ho preso un motore e sono sceso sul fiume finché un bel giorno sono
arrivato ai confini della Prelazia di Parintins. Qui ho preferito saltare dal
motore sulla sponda del Rio in un posto che conoscevo e ho chiesto ad un uomo di
condurmi qui dove sono adesso, cioè molto addentro in una foresta vergine
impenetrabile, dove entra solo chi conosce alcune tracce.
Sono arrivato così ai primi di dicembre in questo luogo,
dove abita da otto anni un uomo da solo: Cicero, un omiciattolo di 39 anni,
ubriacone e bugiardo, ma lavoratore che non ce n'è un altro.
L'ho scelto come il mio maestro in questo periodo di ritiro,
pensamento e osservazione che voglio fare lontano da tutti.
La mia vita è preghiera, riflessione e lavoro. Anche il
lavoro però è riflessione. Nei campi, sotto il sole e la pioggia, il pensiero
va e spesso arriva a voi che tanta parte di me siete stati e siete ancora, ai
tempi passati, ma soprattutto all'ultima estate (il più bel campeggio!), ai
vostri bambini, alle vostre case ed ai vostri problemi. Prego per tutti voi,
ogni giorno. Vorrei foste qui, fuori dai vostri mille pasticci, formando una
comunità nuova con me in un nuovo mondo. Ma nell'altra vita prepariamo le tende
e il necessario, che un campeggio non mancherà.
Le mille avventure che ho passate in questi 3 mesi e mezzo
sono veramente impressionanti, per cui voi non ci credereste e allora non le
scrivo. Mi ci vorrebbe d'altronde un libro intero. Forse la Nella vi avrà
accennato a qualcosa. Comunque mi capita di passare due o più settimane qui
solo, perché il mio amico va a vendere i prodotti e poi finché non ha bevuto
tutto il guadagno non torna. Quando torna si butta ai miei piedi implorando
pietà. Nel frattempo io lavoro un po' la terra, gli curo gli animali e colgo i
frutti. E mi procuro da mangiare con il fucile il quale è il mio miglior amico
in una foresta pericolosa ove il giaguaro e il puma vengono a urlare fuori di
casa. Una casa senza pareti.
A questo punto, amici miei, so che sono un po' difficile da
capire e non pretendo che mi comprendiate. Vi faccio solo alcune domande, che
serviranno ad aprire un dialogo fra noi e a confrontare la mia posizione nuova
con la vostra comunità di appoggio. Non potrete rispondermi se non dopo aver
discusso a fondo le domande.
1) Ho trovato, al mio ritorno, distrutto completamente il mio metodo di lavoro che seguiva i suggerimenti del concilio
Vaticano II (perfino la casa da me costruita, testimonio di povertà). Segno che
non era gradito. lo però non ho altri metodi
Ai Centpe e al Gruppo di appoggio di Locate Varesino dal Panauarú, 10 marzo 1974
9.
«
La gente s'aspetta da Lei che faccia il Missionario»Caro don Augusto,
abbiamo ricevuto la sua lettera, bella, importante e... molto impegnativa per noi. Ci ha fatto veramente piacere.
L'aspettavamo. Siamo un po' in ritardo nel risponderle non certamente per
pigrizia, ma come potrà immaginare, perché prima la dovevamo leggere tutti.
Come forse già saprà, abbiamo formato il « Gruppo di
Appoggio», siamo una quarantina, è un gruppo vivace e, sembra, impegnato; il
nucleo comunque è formato dai «Centpe», quelli effettivi, cioè attivi,
quelli che le sono, e lo sono sempre stati, amici.
Ci siamo dunque riuniti il giorno 17 c.m. qui nella sede
Centpe (di solito il gruppo di appoggio si riunisce il 10 lunedì di ogni mese),
abbiamo letto un'altra volta tutta la lettera e, subito è incominciata una
discussione vivacissima, anzi data la nostra poca democrazia è subito diventata
un'esplosione.
Qualcuno ha cercato di raccogliere qualche appunto ma è
risultata un'impresa difficile, comunque le trascriviamo quello che si è potuto
capire in quel primo «scontro» (14)
A padre Augusto dal Gruppo di appoggio di Locate Varesino, 30 aprile 1974
10.
«
Se voglio vivere vicino al popolo, senza soldi, nelle case dei poveri, perché mi si accusa?»Se ben ti ricordi, quando mi staccarono da Locate io ho voluto fare il vuoto attorno e dentro di me, prima di andare a Verano. Eravamo nel marzo 1962 e mi sono ritirato da solo in Biandino per una settimana, solo sol etto in mezzo alla neve alta 2 metri. Di là sono nate nuove idee che dopo qualche me
se sono esplose con 1'entrata nel PIME.Naturalmente conto sulle tue preghiere, su quelle dell'
Annamaria e se vuoi sapere qualcosa in più, la Pinuccia è a parte di tutti i
miei segreti! Qui sto bene, non mi muoverò senza sapere bene cosa devo fare.
Non avere paure inutili. Se mons. Pirovano verrà in giugno, chiederò e
sentirò anche da lui. Ma voglio riservarmi la mia libertà. Farò solo quello
che la mia coscienza mi suggerirà, senza lasciarmi trascinare dai miei gusti e
dalle mie passioni o inclinazioni, bensì interrogando sempre Iddio e
ascoltandone attentamente i segnali. Non è sempre vero che Dio parla
soprattutto attraverso i Superiori. Essi possono anche non sapere o non capire
certe cose.
Alla mamma dal Panauarú, 10 maggio 1974
11.
« Sono sempre in attesa di luci dall'alto»
Aspettavo con ansia la tua lettera e le molle della spingarda. Avevo già perso la speranza e non facevo ormai più calcolo della mia Bernardelli, quando me la vedo portare da un gruppo di caboclos la scorsa domenica. Grazie, grazie infinite. Ti ho benedetto mille volte perché, ripeto, non ci pensavo più e avevo già imprestato un catenaccio calibro 20 col quale sbagliavo otto cacce su dieci, con pericolo anche mio e molta fame. In questi due giorni invece sono a pancia piena, ieri un grosso fagiano (Inambù) e oggi un grosso macaco, senza sbagliare, tiri lunghi, alti, difficili. Grazie papà. Per la spingarda nuova non pensarci, perché questa è ottima ed era solo questione di molle. Ho tirato un gran respiro. Andare in questa foresta senza armi sicure è da tremare. È vero che mi porto
sempre un coltellaccio e all'occasione saprei vendere cara la pelle, ma sai, con un bel tiro un po' lungo, le cose vanno meglio.Al papà dal Panauarú, 3 maggio 1974
12.
«
Lasciatemi in pace per un momento, due o tre giorni, o due o tre anni»Sono stanco, ho la testa confusa, il cuore arido, non ho
voglia di pensare molto, anche se non vivo che pensando. Perciò vi ringrazio di
tutto quello che mi dite, ma lasciatemi in pace per un momento.
Momento vuol dire due o tre giorni, o due o tre anni19. lo
sono stanco e voglio riposare, lasciatemi in pace. Voi siete i professionisti
dello spirito, io sono un povero uomo semplice o complicato, ma ho anch'io
infinitamente amato Dio. Anch'io ho una tranquillità mia e un distacco a mio
modo da tutti e da tutto. Tu dici che devo distaccarmi da me stesso. Ma questo
lo si fa gettandosi in Dio.
Io ho dei segreti anche, profondi, una coscienza, falsa o
superficiale o malfatta, ma è quella che ho a disposizione ora, non ne ho un'
altra. Non mi lascio giudicare nelle mie scelte dalle mie passioni o gusti, se
no farei esattamente quel che mi dite voi: andrei nelle mani sicure e facili dei
superiori. Mi appello sempre alla mia coscienza, anche se naturalmente ascolto
tutte le altre voci, comprese le vostre. Mi aiutano, mi mettono in crisi (lo
sono adesso, dopo la tua lettera), ma quando mi domando: «E la tua coscienza,
cosa ti dice?» non mi rimane nessun dubbio.
Allora, Annamaria di Gesù, vuoi proprio violentare la mia
coscienza? Ti senti di responsabilizzarti di tanto? Guarda che ognuno di noi è
un mistero ed ha cammini che altri non sanno.
Ho i miei segreti profondi, ti chiedo di rispettarli, di
lasciarmi in pace almeno per un momento. Non voglio dirti di non
scrivermi, ma voglio dirti di non fare tragedie (20).
Dio mi ama, io cerco di amarlo. Lo cerco a modo mio, può essere un modo sbagliato, ma a Lui non interessano i modi.
Basta che lo si cerchi. Tu stessa mi dicevi anni fa che «Dio non lascia
vacillare il suo giusto fino alla fine». Quindi io l'aspetto.
Dalla tua superiore posizione dovresti essere ben calma anche
nei miei riguardi.
Dio mi ama, io lo cerco pazzamente ma sinceramente, dunque...
Ecco quindi che in Lui tutto è risolto. lo mi sento tranquillo in coscienza,
pur nel tormento della ricerca e nella tensione del duro cammino. Quanto alle
cose passate non me ne ricordo più neanche una, è passato il magone, ho
chiesto perdono e ho perdonato a tutti. Sono perfettamente staccato da tutto.
Adesso sto passando un periodo di aridità, il cuore è
vuoto, chiedo al Signore di prenderne il possesso completo. Aspetto. Non mi
sento di andare a Parintins. Vuoi tu obbligarmi a fare una cosa che in coscienza
non mi sento di fare? Li sai tu i miei segreti? Ne assumi la responsabilità?
Lasciami in pace, ti prego.
Non sarà tempo perduto il mio. Qualsiasi ricerca non è
tempo perso. Non si dice nel Vangelo che se il tuo occhio ti scandalizza, la
mano, il piede? Ebbene, se per entrare nel Regno io ho bisogno di tagliare tutto
in me stesso, animo e corpo, dal mondo? Se nel mondo non riesco a salvarmi,
faccio male a fuggire?
In fondo vi chiedo solo un po' di tempo, lasciatemi in pace
un po'. Dio mi aiuterà, pregate per me, quello sì, ma non abbiate premura.
Cos'è la premura quando si tratta della salvezza eterna? No, Dio non mi
abbandona, tu lo dici.
Alla sorella Annamaria dal Panauarú., 29 maggio 1974
13.
«Io non sono adatto ad essere sacerdote: ci vuole molta più fede, molta più virtù"
Sentire che il mio Vescovo ancora si ricorda di me, che mi
benedice, prega e mi abbraccia, creda, mi ha molto commosso.
Lei mi dirà che non le basta la commozione, ma che il vero
affetto lo si dimostra nell'obbedienza. Ma io mi sento ugualmente di avere
questo affetto anche se per il momento, con le lacrime agli occhi, le devo dire
che non mi sento di rientrare nella lotta. Forse è proprio non per virtù, ma
per vigliaccheria o debolezza che mi ritiro dal mondo, però anzitutto è un
problema di coscienza.
Vent'anni di sacerdozio mi hanno a poco a poco fatto capire
che io non sono adatto per essere sacerdote. Ci vuole molta più fede, molto
più possesso di Dio e molta più virtù, per poter dare davvero Dio al popolo.
Oltre tutto io, col malesempio, a volte ho dato il diavolo.
Anche la coscienza più grossolana arriva il momento che
salta. Così come sono non mi sento di presentarmi al popolo di Dio.
Io non so cosa sarà di me, se tornerò, se non tornerò.
Sono completamente all'oscuro, però in ogni momento mi rimetto nelle mani del
buon Dio. È l'unica mia consolazione, specialmente in certi giorni in cui la
solitudine è opprimente.
C'è però un desiderio, una voce in me, più prepotente
delle altre e che mi viene fin dai lontani anni della gioventù. Ed è questa
voce che io voglio controllare più a fondo: cioè un desiderio di solitudine
ancora maggiore. È per questo che ho deciso in uno di questi giorni, di
separarmi dal Cicero e di entrare
A monsignor Arcangelo Cerqua dal Panauarú, 13 luglio 1974
14.
«Non solo desidero vederti, ma voglio stare con te e capirei»Carissimo Padre Augusto,
sono a Manaus da qualche giorno e l'altro ieri ho avuto notizie tue dal Sig. Giorgio: finalmente! Ma almeno sono
contento di sapere che stai bene, così sembra ed io voglio sperare che sia
così.
Poche sere prima di partire da Roma ho ricevuto una
telefonata da una suora e non riuscivo a capire chi fosse: emozionata e triste;
chiedeva di venire iq. Brasile per salvare suo fratello. Poi ho capito: era tua sorella Carmelitana che mi diceva
della sua angoscia, delle lacrime del tuo papà, ecc., perché pensano che tu...
stia facendo cose da... manicomio, ecc. ecc. Vedi un po', caro Augusto, a che
punto si può arrivare nel causare tristezza e dolore a coloro che realmente ci
amano.
Ho tentato di consolare, di confortare, di tranquillizzare;
ma che cosa in realtà potevo dire, giacché pare che tu ti consideri come morto
nei riguardi di tutti noi? Sei come uno che è sparito! Eppure non eravamo
d'accordo così; la fiducia che ti ho dato non doveva almeno farti rimanere in
relazione con me?
+ Aristide
Pirovano
A padre Augusto da monsignor Aristide Pirovano, da Manaus, 20 luglio 1974
15.
«Non andare solo in foresta: non è vocazione di Dio»
Carissimo P. Augusto,
ho ricevuto la tua del 13 c.m. e te ne ringrazio, anche se la tua lettera mi ha causato una grande pena. Mi avevano det.
to che la tua situazione stava chiarificandosi e tu invece parli di piena
oscurità.
Giovanotto, e chi è degno di essere sacerdote? Proprio oggi,
festa di S. Giacomo Apostolo, la lettura di S. Paolo parla dei «vasi di
creta» che tuttavia portano Cristo all'umanità.
Per l'amore di Dio non andare da solo nella foresta22. Non è
vocazione di Dio. lo finora ho detto che alla fin fine non stavi facendo male,
ma pregando e soffrendo. Ti avrei preferito in ministero, ma praticamente
permettevo che continuassi ancora un po' a stare col Cicero. Ma ora non me la
sento di acconsentire al tuo piano. La foresta non è la Tebaide (23), dove
alla fin fine i solitari vivevano a poca distanza.
Non me la sento di consentire, anche perché temo per te fisicamente e moralmente. Penso anche ai tuoi parenti.
Mons. Pirovano pare che venga a Parintins alla fine della
settimana. Mi auguro che la visita del p. Pavan (24) ti abbia aiutato a vincere la
tentazione alla solitudine... sballata!
Ciao, stiamo pregando per te. Ti benedico
In X. sto + Arcangelo
Cerqua
A padre Augusto da monsignor Arcangelo Cerqua, da Parintins,
25 luglio 1974
16.
«Per vedere se una vocazione è vera, bisogna provarla»
Anzitutto vi ringrazio perché questo contatto fra me e voi
è forse il primo veramente esplicito, avvenuto in campi così profondi come non
mai. Sono rimasto impressionato davvero dalla profondità teologica e
dall'acutezza psicologica, oltre che dall'amica sincerità con cui avete
affrontato il problema. Mi ha meravigliato il fatto che voi mi conoscete così
bene, mi interpretate così giustamente, a parte il credere che io sia
qui per aumentare le patate del caboclo. Il mio stare qui ha un preciso
significato e lo avete ben capito.
Vorrei rispondere ad uno ad uno, perché tutte le vostre idee
mi sono parse importanti e mi hanno aiutato a chiarirmi il mio problema. Ma è
una impresa perché voi siete stati spietati, fino al punto di arrivare a
dubitare che io vi abbia nascosto qualcosa di importante: certo, ho dei segreti.
Ognuno di noi ne ha, forse il tempo li rivelerà. Tuttavia vi dico che non sono
molto importanti agli effetti di decidere sulla direzione dell'Eremo o no. Vi
suggerirei, visto che vi siete presi l'iniziativa, intelligente (e maliziosa),
di invitare gente (padre Enrico) alle vostre riunioni, di invitare mia sorella
suor Pinuccia, la quale possiede un mio diario (segreto naturalmente) che le ho
mandato.
Ditele di leggervi alcune pagine (perciò dovete avvisarla
prima), specialmente quella che rivela il mio carattere un po' misantropo e la
mia difficoltà e sofferenza nel contatto con la gente. E magari qualche pagina
riferente si alla vocazione eremitica, che voi (ma come fate a saperlo?) dite
che io avevo già a Locate.
Quanto al mio lavoro passato vi dico sinceramente che non ha più nessuna influenza sulle mie decisioni attuali e
future, anche se è stato in parte l'occasione di questa mia sosta. Questi sei
mesi sono stati più che sufficienti per farmi superare lo choc sentimentale. Ho
scritto alcune lettere ai superiori, chiedendo perdono e soprattutto sono
riuscito a rivolgermi sinceramente a Dio chiedendo la buona riuscita di tutte le
iniziative del Vescovo e dei padri che mi hanno eccellentemente sostituito.
Adesso sono libero e a disposizione delle nuove voci (o vocazioni). Perciò
rispondo positivamente al vostro consiglio di cambiare campo di lavoro. Siamo
d'accordo, si chiude con Parintins. Ho intenzione di chiedere un permesso al
Superiore Generale del PIME, che verrà in agosto, di lasciarmi fare nuove
esperienze.
Rimane il fatto della vocazione contemplativa. Avete risposto con la precisione
Ai Centpe di Locate Varesino dalla selva amazzonica, senza data, luglio 1974
17.
«Il modo comune di vivere mi è diventato troppo estraneo»Ti prego di fare opera di persuasione presso la mamma ed anche di tranquillizzarla, perché niente è tragico, specialmente quando si ha una fede e si agisce in nome di questa fede.
Io sono tanto tranquillo nonostante le mie decisioni sembrino rivoluzionarie e fuori del comune. Ma il modo comune di vivere mi è diventato ormai troppo estraneo. In questi giorni la solitudine mi sembra sia stata la mia vocazione da sempre e mi meraviglio come sono riuscito a resistervi per tanto tempo.
Tu mi dirai che Dio lo si può trovare dappertutto e specialmente negli uomini. Hai 1000 ragioni, ma io ti dirò che Dio ha 1000 strade per raggiungerci e noi, né tu, né l'Annamaria, né mamma, né superiori, possono proibire a Lui qualcuna di queste strade e alla fine noi dobbiamo chinare la testa.
Quello che tu mi hai detto ha influito molto sulla mia
decisione. E l'ha modificata radicalmente. Cioè ho deciso di ritirarmi dal
mondo e andare più lontano, in fondo al mondo. Però non è definitiva la mia
ritirata. È solo di là che io potrò decidere definitivamente qualcosa, cioè
se stare o se tornare. Comunque tornerò solo quando sentirò di avere un
messaggio valido da dare al mondo. Come parassita del mondo non ci
tornerò più. A meno di una malattia, naturalmente.
Ti ringrazio perciò per quello che mi hai consigliato. Ti
terrò informata su altre decisioni. In questi mesi perciò mi trasferirò là
sul Paratucú (27), farò una capanna e ci vivrò veramente solo, ma con nel cuore,
nel pensiero, nella preghiera tutti voi.
Come non mai mi sento legato a tutti voi e non vorrei mi
abbandonaste come il reprobo della famiglia, lo scomunicato, il disobbediente
(come mi è parso di capire dall' Annamaria e dalla mamma). Ripeto a voi: mi
sento prete, cristiano, cattolico come non mai, anche se voi mi scomunicate.
Ti ringrazio anche per i libri che mandi. Ogni domenica
partecipo così alla liturgia della Chiesa. Vorrei un libro di esegesi biblica
ma che sia veramente moderno, perché la Bibbia mi è oscura. Moderno e facile.
Ho qui la storia d'Israele del Ricciotti, molto vecchia e superata. Vorrei
qualcosa di simile, cioè spiegazione della Storia del popolo Ebreo, secondo le
ultime scoperte. Ma facile come il Ricciotti, inteso? Con buone carte
geografiche di quel tempo.
Ti mando l'ultimo diario, come vedrai è molto meno
sensazionale, però più riflesso. Comunque non farne un caso tragico. lo te lo
mando per riderci su un po' tu e le tue suore. Ma invece avete paura! I Centpe
di Locate mi hanno mandato belle risposte sul mio caso, e io scrivo loro spesso.
Ho detto loro di invitarti ad una serata in cui tu potresti leggere loro qualche
pagina del diario.
Adesso chiudo perché sul diario troverai tutto il resto ben
spiegato. Il Vescovo mi ha scritto ieri una lettera abbastanza buona,
risponderò oggi stesso, chiedendo di nuovo il permesso ufficiale della Chiesa
di prolungare il mio ritiro.
Salutami tanto le tue suore e tutta la comunità, vi ricordo
ogni giorno nella preghiera.
Ciao don Augusto
Pinuccia, dalle vostre lettere... mi preoccupate più voi che
tutti i miei problemi. Voi mi fate problema. Adesso, visto che tu me l'hai
chiesto prima di partire, mi volgo a te per un aiuto sostanziale al mio caso.
È che sono tentato di obbedirvi e risolvere la mia vita non
come voglio io ma come volete voi. Però questo mi fa molto infelice,
continuerei la mia vita rassegnato. Inoltre si chiuderebbe forse per sempre
questa bellissima apertura che io ho avuto verso di voi familiari, e che tu hai
certamente notato. Infatti mai ho scritto lettere come quelle di quest'anno a
voi tutti, dal fondo del cuore. Torneremo come prima, io sempre più chiuso e
voi illudendovi di sapere tutto di me e credendomi «a posto» come mi ripetete
continuamente. Cosa voglia dire «a posto» non lo capisco. L'«a posto» che
voi intendete, in un posto che i superiori vogliono, spesso preoccupati solo di
tappare un buco e senza rispetto alla persona, mi sa che mi porterà a una
insoddisfazione e quindi facilmente a scoppiare in soluzioni come il matrimonio
per esempio, cosa che per ora è fuori del tutto della mia visuale. Infatti sono
felice così, anche se la vita è dura. Non fate confusioni fra vita dura e
incertezza di situazione.
Te lo ripeto che in me non c'è insoddisfazione né
nervosismo. Né a Locate, né a Parintins sono stato mai calmo e sereno e direi
felice come ora. Mai ho sentito di essere vicino a
Alla sorella Pinuccia dal Panauarú, luglio 1974
18.
«
Il Cardinale di San Paolo ha approvato i miei Piani e le mie idee»Sono qui fuori della foresta per due o tre giorni perché ho voluto incontrarmi col Cardinale di S. Paolo (28), venuto a Urucará a trovare i laici e alcuni suoi padri. Ho avuto un importantissimo colloquio con lui. Vi scriverò presto dicendovi più cose, anche quelle di Pirovano, comunque vi assicuro che il Cardinale, uomo veramente aperto, intelligente e superiore, ha dato piena approvazione ai miei piani e alle mie idee. Ho
nello stesso giorno ricevuto una lettera del p. Enrico in cui mi diceva di aspettarlo assolutamente. Per cui mi sono fermato due giorni qui e l'ho incontrato. Nella prossima settimana uscirò ancora una volta dalla foresta per incontrarmi con Pirovano a Manaus e intendermi bene con lui. State perciò tranquilli che anche se continuassi la mia riflessione ed esperienza nella solitudine, lo farò sempre in contatto coi miei superiori nella Chiesa di Dio. Ma voi non avete nessun diritto di impedire quel che «forse» Dio vuole.Ai genitori da Urucará, 8 agosto 1974
19.
«A questo punto della mia vita ho bisogno di fermarmi e pensare»
Ricevo ora la tua lettera e ti vedo preoccupata. Perché? lo
spero tu abbia ricevuto la mia lettera in risposta alla tua, che ho scritto
circa due o più mesi fa. Non lascio perdere nessuna lettera, a chi mi scrive
rispondo quasi subito e voglio mantenere questo proposito almeno finché mi
trovo nel mio eremitaggio. Quindi abbiate un po' di pazienza. Anche l'Annamaria alla quale ho scritto una brutta lettera (non lo merita,
lo so) mi dice che non l'ha ricevuta. Cosa succede nelle poste italiane?
Comunque, mamma, niente isterismi! Io vi sono più vicino di
quanto non sia stato mai in 44 anni di vita, credilo. Vi ricordo di giorno e di
notte, offro a Dio i miei momenti ma anche i vostri, i tuoi e di papà, che
immagino quasi di ora in ora. Queste cose le ho già dette, con tante altre,
nella precedente lettera, non voglio ripetermi.
Quanto alla mia vocazione, mi sento più tranquillo ora che
in tutti i vent'anni di esercizio apostolico. Anche qui ti prego di credermi, di
fidarti di me, altrimenti non ci intendiamo più ed è meglio non scriverci
più. Invece io vorrei che ci intendessimo ancora e sempre, che rinsaldassimo i
nostri vincoli familiari, adesso che sono un po' solo (ecco perché ho chiesto
che tutti ci unissimo in una preghiera familiare giornaliera e voi avete
proposto il Padre nostro della sera).
Cosa è successo? Mi sono seduto ai margini della foresta a
pensare. Anche Dante nel mezzo del cammino di sua vita si era smarrito. Chi sono
io per non smarrirmi? Ma i cammini di Dio non sono uguali per tutti, mamma
mia... Cosa faccio? Seguendo il tuo consiglio soprattutto prego. Parecchie ore
al giorno e della notte, anzi ti dico che sono sempre in preghiera, anche quando
lavoro nei campi per mantenermi o quando caccio. Mi metto sempre nelle mani di
Dio, dico il Rosario in tua compagnia.
La mia posizione è questa: a questo punto della mia vita ho
bisogno di fermarmi e pensare. Mi puoi tu proibire o anche sconsigliare questa
esigenza della mia anima?
Appena arrivato nella mia foresta ho scritto una lettera di
perdono a quel padre che mi ha picchiato (29) e lui mi ha risposto che rinunziava
al sacerdozio proprio in quei giorni. Ho scritto un'altra lettera al Vescovo chiedendogli di
concedermi un
tempo di riflessione prima di rientrare. Il Vescovo mi ha risposto che questo
non dipendeva da lui ma dai Superiori di Roma e che aveva già inoltrato la mia
domanda a Roma.
Fino ad oggi, dopo sette mesi, non ho ricevuto risposta, vuol
dire che chi tace acconsente, io perciò sto tranquillo. Cosa faccio? Seguendo
il tuo consiglio soprattutto prego. Parecchie ore del giorno e della notte,
anzi, ti dico che sono sempre in preghiera, anche quando lavoro: nei campi per
mantenermi o quando caccio mi metto sempre nelle mani di Dio, dico il rosario
in tua compagnia.
Mamma, questo è tuo figlio. Ha i suoi problemi, anche i suoi
segreti, anche i suoi peccati. Ma ha anche 44 anni. Voglio dire che sta cercando
di risolvere in coscienza i suoi problemi, per salvare la sua anima. Fidati di
lui, prega per lui, mettilo nelle mani di Dio e della Madonna e sta tranquilla.
La tranquillità è un frutto della fede, lo sai, se non sei
tranquilla dubita della tua fede. E credi in me. Se non vuoi danni questa
fiducia, pazienza. Ma io ti chiedo, per l'amor di Dio, di continuare a scrivermi
e prega per me. E stiamo sempre amici.
Alla mamma dal Panauarú, 8 agosto 1974
20.
«
Sono in un momento di crisi anche sacerdotale»Avendo esposto a lungo tutti i dati della mia situazione e della mia persona al Superiore Generale, dopo due colloqui cedo
al suo desiderio di avere una domanda scritta di quello che voglio (30).Senza intestatario, per la Direzione generale del Pime, da Manaus, 17 agosto 1974
21.
«
Dopo aver discusso a lungo tra noi, ci rendiamo conto che non l'abbiamo ancora capita»Caro don Augusto,
La ringraziamo per prima cosa dei complimenti che ci rivolge a proposito delle nostre capacità psicologiche e
teologiche. È il contrario di ciò che pensiamo noi, però ci hanno fatto
piacere. Vogliamo anzitutto chiarire due punti:
1) Lei ci conosce tutti molto bene, conosce le nostre
possibilità, il nostro livello spirituale, e quindi sa in che misura possiamo
essere partecipi dei suoi problemi. Non abbiamo capito perciò perché Lei, pur
dubitando di noi e pur conoscendo i nostri limiti, ci abbia sottoposto codesti
problemi.
2) Ci siamo meravigliati del suo risentimento per il fatto di
A padre Augusto dal Gruppo di appoggio di Locate Varesino, agosto-settembre 1974
22.
«
Sto sempre alla presenza di Dio»Io sono qui, un po' più ritirato dal mondo, su una
bellissima punta di terra in un rio disabitato (35). Vi ho costruito una casetta
(36)
e intendo passarvi qualche mese in profonda contemplazione (37). Sento in me
sensazioni molto belle, importanti. Sto sempre alla presenza di Dio. Ho con me
due cani, una rete da pesca e il fucile. Questo mi basta per vivere
tranquillamente, senza paure né preoccupazioni. È qui che mi preparo per
uscire di nuovo nel mondo, con qualche idea in più, e comunque con lo spirito
più preparato.
Ho parlato, prima di venire qua, con p. Celso, che è il mio parroco (38) e col quale sono in contatto diretto, poiché come vi ho già scritto,
Pirovano mi ha concesso di passare alla Prelazia di Itacoatiara, pur restando
del PIME.
Ai genitori dal Paratucú, 14 ottobre 1974
23.
«
Pensiamo al Regno di Dio e il resto ci è dato in abbondanza»Ti scrivo qui dal mio eremo nel Rio Paratucú, da dove mi
trovo ormai dal 15 settembre. L'ultima persona che ho visto, più di un mese fa
è stato il Cicero, che è venuto a passare tre o quattro giorni con me. Mi
trovo però bene, con molta pace nel cuore e vivendo continuamente nelle mani di
Dio, perché altre mani in cui mettermi, qui, non ce n'è.
Non posso pretendere neanche molte visite, perché la
distanza è veramente grande: l'abitante più vicino (il mio prossimo) è sempre
il Cicero, e quando non sono due giorni però almeno uno ben intero di marcia
forzata e pericolosa ci vuole. Si può venire anche dalla parte del Rio, ma
allora la distanza è molto maggiore e ci vogliono due giorni di motore (barca a
motore,
Alla mamma, dicembre 1974
24.
Commozione per la morte della cagna Safira
Purtroppo una notizia triste, per modo di dire: triste per
me. Si tratta della mia Safira. È una cagna ardita, sempre lanciata sulla
caccia, sempre in corsa, senza paura. L'altra mattina presto prendo il fucile.
Quando lei mi vede col fucile diventa matta e mi disturba la caccia. A volte la
lego ma lei mi morde tutto e me la ritrovo dietro. Quando punto il fucile verso
un albero è finita, comincia ad abbaiare e addio. È ardita, le manca solo la
parola, ma non va bene per la caccia. Quando la mando a casa a stangate lei se
ne va, ma appena sente lo sparo eccola di nuovo perché la selvaggina deve
essere lei a raccoglierla.
Come guardiana di casa invece è eccellente e non lascia
avvicinare niente senza dare l'avviso. Solo il camaleonte, che la cura sempre
dall'altra sponda del Rio, quando vede che sta dormendo in un posto, lui viene
nuotando e sale dall'altro lato a mangiarmi i fagioli. Ne ho ammazzati quattro e
ce n'è ancora uno, il più furbo. La carne del camaleonte piace molto ai cani.
Bene, stavo dicendoti della Safira. L'altra mattina vado
fuori presto. Lei viene e quando io sparo si avventa sulla preda. Ma ecco,
proprio là c'era la terribile Surucucu (serpente cobra, ndr) col suo
veleno. Se fossi andato io quei tre morsi sarebbero stati per me, dato il luogo fittamente scuro. Prendo la caccia
dai denti del cane e vedo che si siede e comincia a piangere. Cosa c'è? Non si
muove, non può più camminare. Ho capito subito, la cobra.
Allora ho preso in braccio la povera bestia con la zampa che
ingrossava a vista d'occhio. A casa ho inciso col coltello ma trattare un cane
non è facile. Poi ho fatto molti impacchi con acqua e sale, l'unica cosa che
avevo a disposizione. La poverina mi guardava con occhioni, ma sempre più
spenti. Solo quando la chiamavo muoveva un po' la coda. Era una cosa penosa.
Cosa dovevo fare? L'ho messa nelle mani di Dio, è sua creatura.
Passano le ore, l'animale reagisce sempre di meno. Quando
diventa scuro si alza con grande sforzo e non c'è verso di tenerla, vuole
dormire o morire fuori, nella foresta. La lascio andare. Chissà. Dicono che
dopo 48 ore si è fuori pericolo... alla mattina vado a cercarla. È là, ancora
viva. Sono passate 24 ore. La prendo, non si muove quasi più. La zampa è
orribile, piena di formiche e insetti. Altri impacchi, lei lecca l'acqua salata,
ma sta morendo.
Cosa faccio? Ammazzarla non ho coraggio, anche perché non è
mia, è del Cicero. Ma anche se si salva, la zampa la perde. Ad un certo punto
si alza, raccoglie tutte le forze, sbandando e riposandosi ogni tre passi si
dirige verso qualche parte. La seguo e vedo che va fino al posto dove è stata
morsicata. Perché? Alla sera ormai non si può starle vicino. La gamba puzza e
un nugolo di vespe e di mosche attorno. Però vedo che lei reagisce cercando di
difendersi. Ma stamattina vedo che viene da lontano, è ancora viva e sono 48
ore. Però la carne sta cadendo tutta marcia. Il cuore ha resistito. Ha leccato
un po' di brodo e farina. Ma cosa ne faccio di un cane a tre zampe? Comunque il
suo padrone deciderà.
Oggi non l'ho vista tutto il giorno. Non so se è viva o
morta. Per ora non vedo ancora gli urubu volare nei paraggi, è segno che non è
ancor morta. Gli urubu marcano subito il posto dov'è una carogna. Quanto alle cobre qui ce n'è molte.
Ne avevo già ammazzato una qui in casa, ma tre giorni fa, nell' aprire la
finestra al mattino presto me ne cade giù una, sfiorandomi il naso, ed
era delle peggiori. Quando l'ho vista armarsi verso di me, sono corso a prendere
il bastone e l'ho fatta fuori. Adesso ho un po' di timore anch'io dopo il caso
Satira, mi vengono in mente le tue raccomandazioni e mi metto gli stivaletti
quando esco col fucile.
Oggi ho bruciato tutto il mio roçado di 5000 mq (campo di
mandioca, ndr). È una scena infernale. La foresta abbattuta e bella
secca è un solo. boato: sembra un deposito di benzina che esplode. E bisogna
correre dentro e fuori le fiamme, spargendo il fuoco dove ancora non è
attaccato bene, badando però a non farsi intrappolare perché il vento è
alleato del fuoco e te lo fa girare come vuole lui, all'improvviso scoppiano
fiammate altissime. Il fumo negli occhi, le scintille che ti cadono sulla
schiena e ti lasciano i tatuaggi, il sudore del caldo, del sole e della fatica
di correre, le spine che ti entrano nei piedi e le cobre, le quali sono
sensibili ad ogni fuoco, specialmente le surucucu: le vedi che, invece di
fuggire, vengono a mordere i tizzoni ardenti con rabbia, e muoiono.
Così sono contento: adesso può anche piovere. Con un'altra
settimana di lavoro avrò sgomberato tutto il terreno e la terra con la cenere
resta ben concimata. Poi con un'altra settimana di lavoro, se mi porteranno la
mandioca, la pianterò. Così se qualcuno vuol
Senza destinatario dal Paratucu, dicembre 1974
25.
«
Quanto a controllare la mia vocazione eremitica devo dire che la risposta è negativa»Il mio anno ignaziano di esclaustrazione sta per finire. In
gennaio infatti mi consegnerò definitivamente al mio nuovo Vigario
(parroco, ndr) pe. Celso di Urucará, come ho concordato col Superiore
generale. Quest'anno o poco più di foresta non mi ha dato apparentemente molti
risultati. Solo alcune luci molto «oscure» che, con l'aiuto del Signore,
vedrò di migliorare.
Questa esperienza forse mi sarà utile per comprendere di
più il mondo caboclo e lavorare più da vicino con esso nelle colonie, il che,
come Lei sa, è sempre stato il mio desiderio. Per questo ho preferito scegliere
Urucará e in questa lettera colgo l'occasione per chiederle scusa delle mie
disobbedienze e del mio abbandono di Parintins. Non c'è altro motivo
(tutto è passatissimo quello che è successo) se non una inclinazione ad un
A monsignor Arcangelo Cerqua dal Paratucú, 16 dicembre 1974
26.
«
Una bella esperienza: la morte che viene»(20/12/74) - Ultimo
giorno di solitudine completa. Domani
infatti verranno alcuni uomini e lunedì partiremo definitivamente dal Paratucù.
Non posso nascondere un certo rincrescimento nel lasciare questo estremo lembo
di libertà.
Libertà e sicurezza non stanno insieme, in questo mondo. La
libertà implica il rischio, si paga con la precarietà e con la fatica; però
è spensierata, sciolta, bella, fantasiosa, libera insomma. Si fa quel che si
vuole, ci si esprime come si vuole, autenticamente, come ci si sente, come e
quando si vuole. È una bella vita, senza preoccupazioni e responsabilità.
La sicurezza invece la si deve preparare, guadagnare,
conservare a fatica, preoccupa, fa pensare al futuro («Non preoccupatevi
di quello che mangerete domani o vestirete... ». Gesù Cristo non era forse un
libero?). Sia la libertà come la sicurezza, però, sono relative: non si è mai totalmente liberi come
non si è totalmente sicuri.
Qualcuno preferisce la libertà, ad esempio molti del mio popolo brasileiro (gli indios ne sono l'esempio tipico). Non si
assoggettano ad un lavoro stabile, non possono perciò avere diritto alle
pensioni, alle assistenze INPS, ecc. Spesso non vogliono andare a scuola,
perciò saranno emarginati nella società così com'è costituita. Sono liberi,
fanno quello che vogliono, nascosti nei fiumi o nelle foreste, come me.
Naturalmente la loro bellissima libertà la pagano con
l'insicurezza. Quelli che vogliono essere sicuri devono rigare dritto: quei
tanti anni di lavoro, lavoro ordinato, con orari fissi, quasi da schiavi. .. non
hanno a disposizione una vita da vivere e riempire come si vorrebbe (se non
qualche feria).
Ho vissuto l'avventura della libertà fino ai limiti estremi,
me ne sono inebriato: è un'esperienza straordinaria e mi rincresce
interromperla e comunque cercherò di mantenere come riserva qui e di portarmene
un po' anche là fuori, impostando almeno il lavoro come più mi è consono.
Ma è certo che ho visto anche un po' l'egoismo e la
sterilità (sociale) di questo tipo di libertà. Non ne ho il diritto, quando
altri milioni di amici e fratelli non la possono godere come me. È meglio che
io sia un po' più schiavo con loro, in modo che possano imparare ad essere
liberi con me.
Io sento che sarò schiavo. Schiavo nelle loro case, nelle
quali ho deciso di vivere rinunciando ad averne una mia, schiavo dei loro orari,
dei loro costumi, dei loro difetti, del loro mangiare, dei loro odori, della
loro ignoranza, delle loro superstizioni. Non potrò più neanche andare a
defecare con la grande libertà che ho qui (le loro latrine sono qualcosa di
orribile)...
Avrò più sicurezza. Qualcuno mi assisterà quando sono
ammalato e bisognoso ed è il caso più classico: fame, malattia, morte.
In quest'ultima settimana il buon Dio ha voluto che facessi
anche questa esperienza. La mia gamba paralizzata migliora, anche se resta un
po' pesante. Doveva essere la pressione bassa che non riusciva a spingere il
sangue negli arti: infatti almeno 3 arti erano intorpiditi. Allora ho preso delle gocce
per rinforzare il cuore, che la Nella mi aveva mandato. Ho dovuto smettere
perché il cuore ballava troppo, ma il miglioramento è stato sensibile. Invece
lunedì scorso è arrivato l'attacco micidiale: malaria.
Io avevo chiesto al buon Dio di farmi pur sperimentare tutto
quello che il caboclo soffre. Già ero stato esaudito molto, ma dentro di me mi
rammaricavo che però non ero passato attraverso quella che è uno spauracchio
per il caboclo, la malattia, che blocca tutta la famiglia e smagrisce a vista i
suoi figli. Comunque meglio così, pensavo. È sempre meglio non spingere troppo
in là le esperienze.
Mi ricordo il Luciano, quando cercavo qualche variante più
difficile sui monti, mi diceva: «Don, vem no a cercà rogn» (Don, non andiamo
a cercare rogne,
(21/12) - Il 74 resterà nella mia vita una parentesi speciale. Vorrei continuarlo ma sinceramente devo dire che il desiderio di andar fuori a cominciare il nuovo lavoro mi attrae di
più. Non si possono fare bilanci di una esperienza di questo tipo, lascio tutto al giudizio di Dio.Ai Centpe di Locate Varesino dal Paratucu, 20-21-22 dicembre 1974
27.
«
Ti penso e ti ricordo sempre con affetto trepido»Carissimo P. Augusto,
Grazie della tua del giorno 16 scorso. Riferirò al P. Zanelli quanto mi scrivi. Avrei da fare delle benevoli e bene
intenzionate osservazioni sulla tua andata a Urucará decisa con mons. Pirovano,
ma sono atteso dalla commissione del Natale dei poveri e mi manca quindi il
tempo.
Ti auguro di trovarti bene nel nuovo ambiente, ma la presenza
di tante sante persone però di mentalità differenti mi fa temere in futuro qualche comprensibile malinteso. Forse in un
settore della Prelazia, come quello di Maués, ti saresti trovato meglio.
Comunque son contento che sei uscito dal «mato».
Rinnovo gli auguri di Natale e ti benedico; anche se
dipenderai da un nuovo Vescovo, per ora, ti penso e ricordo sempre con affetto
trepido, benché in apparenza burbero e pungente.
In Cristo + Dom
Arcangelo Cerqua
A padre Augusto da monsignor Arcangelo Cerqua, da Parintins,
23 dicembre 1974
* Da una lettera
alla sorella Pinuccia del luglio 1974.