PICCOLI GRANDI LIBRI  AUGUSTO GIANOLA
IN MISSIONE PER CERCARE DIO

Lettere dal Brasile

A cura di Piero Gheddo

EDIZIONI SAN PAOLO 1998

Prefazione, di Sergio Zavoli
Introduzione, di Piero Gheddo

I. Da prete diocesano a missionario in Amazzonia (1951-1963)

II. La «luna di miele» della vita missionaria ( 1963-1966)

III. La parrocchia San Giuseppe operaio nello stile povero dei caboclos (1967-1973)

IV. Un anno di preghiera e di avventure in foresta (1974)

V. Una nuova avventura: le colonie agricole sulle «terre alte» (1975-1976)

VI. La rivoluzione tra i caboclos dell' Amazzonia, non con Marx ma con il Vangelo (1977-1984)

VII. 1400 chilometri in canoa sul Rio delle Amazzoni e il monastero dei cistercensi (1985-1986)

VIII. L'avventura finale in foresta: Augusto contento perché lebbroso! (1987-1990)

Cronologia di padre Augusto Gianola

IV

UN ANNO DI PREGHIERA E DI AVVENTURE IN FORESTA
(1974)

« In questi giorni la solitudine mi sembra sia stata la mia vocazione da sempre» *

Il 1974 padre Gianola lo passa isolato in foresta, all'inizio col caboclo Cicero sul Rio Panauarú (gennaio-settembre), poi da solo in un posto ancor più lontano, il Paratucú. Il 1975 lo trascorre invece ad Urucará, nella prelazia di Itacoatiara.
Il 1974 è l'anno della rottura nella sua vita sacerdotale: smette di fare il prete e il missionario secondo lo schema tradizionale nella Chiesa, per tentare un cammino nuovo, insoddisfatto com'era del come aveva realizzato fino a quel momento il suo sacerdozio: dieci anni in Italia e dieci in Amazzonia, sempre impegnato nella pastorale parrocchiale (con undici mesi dedicati alla vita spirituale nell'«Anno di formazione» al Pime, settembre 1962 - luglio 1963).
Molte le motivazioni di questa sua rottura che emergono qua e là: coscienza della sua debolezza e insufficiente santità, progetto di immergersi nel mondo dei cablocos (con grandi sacrifici) per poterli meglio capire ed evangelizzare, rifiuto di lasciar imprigionare in «strutture» prestabilite il carisma sacerdotale e missionario, aspirazione ad avere un tempo di penitenza e di preghiera per una «ricerca di Dio» più profonda e autentica, ecc.
Le lettere del 1974 sono forse le più significative per capire la mentalità di padre Augusto e le riflessioni che l'hanno condotto ad isolarsi per anni in foresta (non una volta sola!). In una lettera a monsignor Cerqua (13 luglio 1974) scrive chiaramente: «Vent'anni di sacerdozio mi hanno a poco a poco fatto capire che io non sono adatto per essere sacerdote. Ci vuole molta più fede, molto più possesso di Dio e molta più virtù, per poter dare davvero Dio al popolo. Oltretutto io, col malesempio, a volte ho dato il diavolo».
La sua è una crisi sacerdotale, in questo senso: vedeva, toccava con mano la distanza abissale fra la sua miseria e quello che il sacerdozio avrebbe richiesto da lui. È un 'esperienza che tutti i preti fanno, ma le reazioni sono diverse. C'è chi se ne va, rinunzia all'esercizio del sacerdozio («Ho sbagliato, non sono fatto per un cammino così difficile»); chi si siede (« Inutile prendersela e combattere, tanto non cambia nulla»); chi s'impegna con buona volontà ma senza angoscia e con umiltà « Faccio quel che posso con buona volontà e sacrificio, il resto lo fa il Signore»).
Augusto non si riconosceva in nessuna di queste vie. Radicale com'era di natura (voleva tutto e subito), va fuori riga anche in questo e giunge a conseguenze che non erano capite né dal vescovo, né dai superiori e nemmeno dai confratelli e dal popolo.
Durante l'estate 1973, mentre è in vacanza in Italia, padre Gianola visita diversi monasteri di clausura maschili in Italia e in Francia, con l'intenzione di fermarsi in uno di essi per un periodo di riflessione e di preghiera. Ma poi riparte per l'Amazzonia e inizia (dicembre 1973) il suo lungo periodo di «deserto» nelle foreste e sui fiumi: non sognava di essere un nuovo Robinson Crusoé, ma una specie di san Giovanni Battista o di eremita solitario.
La grandezza di padre Gianola (e la difficoltà di capirlo da parte dei confratelli e del popolo stesso) è che si proponeva sempre ideali altissimi, irraggiungibili, poi si sprofondava in scarnificanti esami di coscienza, interminabili preghiere (esempio: in certi periodi recitava sette Rosari al giorno) e terrificanti penitenze, quando si accorgeva di essere ancora troppo lontano da quelle mete. Andava in foresta alla ricerca di Dio, della santità, della purificazione da ogni peccato, per avvicinarsi a quell'ideale di sacerdote a cui aspirava con tutte le sue forze, ma che capiva di non aver ancora realizzato. Questa sua ricerca dura tutta la vita.
Il primo periodo di isolamento in foresta dura dal dicembre 1973 al gennaio 1975 e si divide in due tempi: dapprima col caboclo Cicero al Panauarú, a un giorno di cammino dal Mocambo (villaggio e cappella che dipende dalla Cattedrale di Parintins); poi, dalla metà di settembre 1971- (dopo un accordo con monsignor Pirovano, Superiore generale del Pime, che gli permette di prolungare il suo isolamento fino a dicembre), al Paratucú, un posto più addentro nella foresta, dove Augusto vive alcuni mesi da solo. Naturalmente, il racconto di questi mesi è più particolareggiato nel diario (alcuni passaggi al riguardo sono citati nella biografia
Dio viene sul fiume), ma nelle lettere qui riportate ci sono elementi nuovi che nel diario non compaiono.
Nel gennaio 1975, Augusto esce dal «mato» e va ad abitare nella parrocchia di Urucará della Prelazia di Itacoatiara, nel cui territorio si impegna a fondare le «colonie agricole» sulle terre alte per far diventare agricoltori i caboclos, che erano per tradizione pescatori.
La sua prima esperienza eremitica (la seconda avviene negli anni 1985-1989) termina nel gennaio 1975 col ritorno alla vita apostolica
attiva.

 

1.

« Vorrei attuare la mia vocazione all'eremo almeno per un po' di tempo»

Carissimo dom Arcangelo,
non le sembrerà vero, ma nonostante tutte le richieste, solo ieri sono riuscito ad avere quello che più mi premeva: un pezzo di carta decente e una busta. È questa infatti la mia prima lettera, che avrei scritto subito, due mesi fa, quando arrivai qui in un eremo provvisorio, ma da tempo desiderato.
Mi scusi quindi, come pure chiedo scusa della calligrafia perché qui non ho né tavolo né sedia. E non sorrida anche se certe mie espressioni sono veramente enfatiche e ridicole.
Le spiego subito i motivi di una scelta che sembra curiosa e che alcuni giudicheranno un gesto clamoroso al quale io avrei voluto dare, secondo loro, chissà quali significati, compreso quello della tenda di Achille (1).
È invece, mi creda, nient'altro che una pausa che io voglio fare nella mia vita e che credo ogni uomo abbia il diritto di fare. È insomma la famosa crisi sacerdotale, che ho osservato in molta parte del Clero in Italia e che sto tentando di risolvere, solo io e Dio. (Forse lei mi dirà che in quel «solo» sta il mio errore).
È una crisi totalmente personale, quindi, causata da:
- fatti che da tempo mi vanno preoccupando;
- riflessioni su quello che da tempo vedo, ma specialmente in Italia;
- colloqui con molti sacerdoti e gruppi impegnati o meno;
- ma soprattutto, dom Arcangelo, dai miei difetti e dai miei troppi peccati. La vita, anche per me, ha varcato da un pezzo la metà, la morte s'avvicina. Ho constatato che in mezzo al mondo, alla gente, non mi riesce di pensare seriamente alla mia anima e prima di morire vorrei riservarmi un tempo per farlo.
Quella che sempre, scherzosamente, chiamavo la mia vocazione all'eremo, vorrei attuarla, almeno per un po' di tempo.
Ne ho parlato spesso con mia sorella, la Carmelitana. Ho visitato diversi eremi, ultimamente in Italia e in Francia, ma ne ho riportato una impressione di eccessiva comodità e sicurezza, così contrastante colla vita tanto precaria del nostro popolo amazonense.
Nel mezzo, quindi, ma sul declinare della mia vita, mi trovo in una selva oscura. Devo rivedere il cammino fatto, una vocazione che forse non ho mai avuto, o forse ho perduto e che comunque ho realizzato male. Devo piangere un po' e sul serio i miei peccati. Se no vado all'inferno.
Ho scelto questo posto perché mi permette la solitudine che non è però isolamento. Sto osservando da vicino la vita del caboclo e mi accorgo che nei 10 anni trascorsi l'ho solo visto col binocolo questo benedetto caboclo (2).
Se capirò meglio quel che devo fare e se Dio mi vorrà usare di nuovo nell'apostolato diretto, questo tempo non sarà inutile.
Se invece non lo vorrà, allora preferisco stare in un angolo oscuro, servo VERAMENTE inutile.
Dom Arcangelo, so che questa mia decisione, presa in piena coscienza, rovinerà un po' i suoi piani su di me. Ma io credo nella sua comprensione e le chiedo scusa, come anche a tutti i padri. So che non c'è altra persona a cui io possa scrivere con il cuore totalmente sincero. Non scriverò ad altri Superiori. So che le chiedo troppo se la prego di prendere su di lei la responsabilità di questa mia posizione. Ma mi aiuti.
Le chiedo una preghiera speciale per avere più luce. Da parte mia le garantisco che non mi sento avulso dalla vita della Prelazia, anzi, la mia preghiera (è ciò che più faccio qui) e il mio lavoro li offro per il Vescovo, padri e popolo di Parintins, valga quel che vale.
Non le so dire quanto mi fermerò qui. Può darsi che la soluzione della mia crisi sia breve e tornerò alla sua bontà per ottenere un posto (qualunque sia) nella Prelazia. Può darsi che mi fermi di più... Per adesso non so proprio niente di me stesso, se non che desidero restare nella Chiesa, nel Sacerdozio, nel PIME (se possibile).
Mi dia la sua benedizione, per l'amor di Dio.

A monsignor Arcangelo Cerqua dal Panauaru, 27 gennaio 1974

 

2.

«Il Vescovo mi ha mandato vino e ostie per la Messa»

Avrai ricevuto la mia lettera dall'aereo. A Madrid ho incominciato a stare un po' più bene in spirito, in quanto sentivo nuovi orizzonti che si impossessavano del mio animo. Ma ti confesso che quel giorno a Linate, ho sofferto l'ira di Dio.
Arrivato a Manaus ormai ero felice e sono partito subito per una destinazione ignota a tutti che è il posto dove mi trovo. Scendendo sul Rio, di notte e di giorno, mi inebriavo di quel paesaggio che per 10 anni era stato mio e che pensavo, per un momento, di non rivedere più.
Mi sono poi inoltrato nella foresta per diverse ore col mio fucile, la mia valigia e uno zaino e sono arrivato qui dove c'è un mio vecchio amico, Cicero, che abita solo in una capanna ed è stato felice di darmi ospitalità. Così vivo da due mesi con lui. Il mio nascondiglio sono poi naturalmente venuti a saperlo tutti e ogni tanto arrivano gruppi di caboclos a trovarmi. Ma sono molte ore di cammino nella foresta per cui sono in una eremitica solitudine, specialmente quando il Cicero si allontana per dei giorni. lo rimango solo e col fucile mi procuro da vivere. Solo non ci sono pesci qui, perché il Rio è molto lontano e solo passa un rigagnolo d'acqua limpida davanti alla casa.
Il regno della natura è dei più maestosi e paurosi. Ho ammazzato due coccodrilli subito la prima settimana, che mangiavano tutte le galline e il Cicero ne è stato felice. Adesso dovrò fare la stessa cosa coi falchi perché rapiscono i polli .
Ho già scritto al Vescovo e Lui mi ha risposto, vorrebbe venire, ma è lontano. Mi ha mandato vino e ostie per dire la Messa. Infatti alla domenica, se non piove, arrivano i miei caboclos dalle diverse parti e posso celebrare con loro.
Durante la giornata lavoro nei campi e prego. Come se fossi a Camaldoli, naturalmente senza quella sicurezza e comodità di là.
Come vedi anche dalla mia calligrafia, scrivo sulle ginocchia perché qui non c'è né tavoli né sedie.

Al papà dal Panauaru, 28 gennaio 1974

 

3.

« La miglior cosa è di discuterne francamente con chi di dovere»

Carissimo p. Augusto,
prima di tutto spero che questa mia ti trovi bene di salute nel tuo «eremitaggio».
Da quando ci siamo visti a Manaus, all'inizio del dicembre 1973, ben poche notizie si sono sapute a tuo riguardo. Tu mi dicevi che saresti andato a visitare i tuoi amici e facevi conto di rimanere «alcuni giorni». Sono passati quasi due mesi e ancora non ti sei fatto vedere. Avrei piacere di conoscere le tue intenzioni.
Sai che eri stato destinato a Maués. Intendi accettare questa destinazione o preferisci tentare di realizzare il tuo sogno di lavoro dove ti trovi? Tra l'altro io non so bene se ti trovi dentro i limiti della Prelazia di Parintins o fuori. In ogni caso, credo che sarebbe stato e sarebbe ancora un gesto veramente cristiano e una testimonianza valida per tutti, farti vedere dal Vescovo e dai tuoi confratelli.
Se intendi realizzare un lavoro differente e in posto differente da quello che ti fu proposto, penso che la miglior cosa è di discuterne francamente con chi di dovere: sono sempre attuali, oggi più di ieri le «mansiones multae in domo Patris mei» (molti compiti nella casa del Padre, ndr). Però dobbiamo sforzarci di mettere in pratica, come base solida, molta chiarezza e sincerità e soprattutto molto spirito di cristiana carità e comprensione, se no stiamo costruendo sulla sabbia e Gesù Cristo si è incaricato di mostrarci le conseguenze.
Sarei venuto io stesso per incontrarmi con te; ma non posso perché in questi giorni debbo viaggiare per Manaus e di là per S. Paulo e non so quando potrò essere di ritorno. Spero che al mio ritorno questa situazione sia definitivamente chiarita, già troppo tempo è passato. Saluti cordiali e memento ad invicem
Pe. José Zanelli, Pime (3)

A padre Augusto da padre José Zanelli, da Parintins, 29 gennaio 1974

 

4.

« È importante passare un tempo solo con Dio e col diavolo»

 

La mia vacanza a casa mi ha legato molto alla famiglia, a tutti voi e pare che l'affetto si sia centuplicato. Ho qui la lettera per il papà, ma alla mamma parlerai tu come meglio credi cercando di spiegarle un po' la mia situazione. Soltanto quando io riceverò una risposta da te sul come sta la mamma scriverò.
Ho messo in atto quel mio progetto che ti avevo raccontato appena a casa; cioè ho scelto un luogo molto dentro nella foresta dove c'è un caboclo ubriacone il quale mi fa da maestro dei novizi. L'unico novizio sono io.
Siamo solo noi due. La Nella è stata qui un mese e mezzo fa e l'ho incaricata di scriverti. Credo l'abbia fatto. Non so quando verrà ancora, avrei bisogno che venisse al più presto perché in questi giorni sono un po' ammalato. Se per caso avessi il cancro te lo manderò a dire perché tu venga giù ad assistermi negli ultimi giorni.
Scherzi a parte, mi trovo bene, passo momenti di felicità profonda e anche solitudini disperate, specialmente quando il Ci cero se ne va e mi lascia solo per dei giorni.
È importante passare un tempo solo con Dio e col diavolo. Non so quanto tempo passerò qui. Nessuno mi ha visto quando sono arrivato, ma la voce è arrivata subito in Parintins e il Vescovo mi ha scritto e anche il Superiore. Il Giorgio è venuto due volte e il padre Luis di Itacoatiara e il p. Vincenzo Pavan di Parintins (mio successore).
Più ci penso, Pinuccia, e più mi sembra impossibile ritornare sui miei passi. lo non riesco a non creare garbugli. Oltrona, Locate, Parintins e adesso Maués? No, basta per l'amor di Dio! È meglio non dar più fastidio a nessuno, solo a Dio e a me. Se mi perderò, bene, sarò solo.
Ma sono considerazioni troppo lunghe per una lettera. Avevo un quaderno a disposizione e ho fatto il diario del mese di gennaio. Adesso l'ho finito e non so cosa fame. Ho pensato che forse è meglio che te lo mandi perché tu conosca di più la mia situazione. Se no qui il fuoco o le termiti lo distruggono e forse ci sono cose anche interessanti. Se vuoi te lo mando, magari per riderci su un po' colle tue suore, che io ricordo con tanto affetto, come pure la vostra gente che mi saluterai a uno a uno. Nelle mie preghiere, che finalmente riesco a far bene per la prima volta in vita, vi ricordo molto spesso, come pure il Carmelo dell' Annamaria e le nostre famiglie coi piccolini.
Siccome coll'Annamaria io dico le Lodi, con te cosa dico?
Con voi cioè, perché dacché vi ho conosciute, Carmelo, Torino, Laorca, Castello, siete i miei parenti con cui vivo: sono solo, ma non isolato. Mi piacerebbe che noi 5 fratelli trovassimo un legame giornaliero comune: non so, le preghiere della sera per esempio (la Compieta) o del mezzogiorno. Dipende da te: parlane all' Alberto, Mariangela (4), Esa (non so se Roberto potrà). Anche se non fosse cosa rigida, ma elastica, mi sembra che dobbiamo essere uniti con qualcosa. Magari anche la mamma, per quanto lei è sempre unita a noi. Vedi tu.
Molta gente arriva qui nelle feste e mi è dato di celebrare la Messa. Lo stesso Vescovo mi ha mandato vino e ostie, quindi è segno che non mi ha tolto dalla comunione colla Chiesa. In questo rassicura la mamma e papà.
È meglio proprio che ti mandi il diario, pensandoci bene.
Lì tu troverai tutto, come vivo e come penso. Altri pensieri che mi verranno, magari te li scriverò con lettera. Del diario fanne uso che vuoi ma non metterlo in pubblico.
Se pensi che la mamma possa capirlo vedi tu. Se pensi... anzi forse è meglio che anche l'Annamaria lo legga, per ridere, naturalmente (5). Magari la Dedà di Milano, per convincerla, e qualcun altro ma con molto criterio. Cioè gente che pur ridendo capisca il tentativo di una strada nuova (don Ambrogio?)

Alla sorella Pinuccia dal Panauaru, 2 febbraio 1974

 

5.

«Ho cercato di contestare dentro la Chiesa e mi hanno lapidato»

Visto che passano i giorni e tutti si sono dimenticati di me, ti scrivo ancora oggi, 12 febbraio. Già da quattro domeniche le piogge torrenziali non lasciano la gente uscire di casa, tanto meno per venire da me. Così non dico la Messa. Probabilmente questa volontà di Dio vuol dire qualcosa, e sebbene senta « saudade» di una Messa, tuttavia non ho premura ben sapendo quante ne ho gettate al vento. È un impegno che mi fa pensare, la Messa. Troppe Messe si dicono, qualcuna persino per altre cose, politiche ecc. Cristo ne ha detta una sola e in modo tragico.
In questi 15 giorni sono stato abbastanza ammalato: «gripe» (febbre, ndr), debolezza, ma soprattutto vermi pelosi che
mi escono da tutto il corpo con bubboni dolorosi e grossi come la peste bubbonica. Ho aspettato inutilmente la Nella che mi portasse qualche iniezione di penicillina, perché sono tutto infetto, con febbre, e credo che solo la penicillina serva. Ma oramai vedo che il mio corpo sta reagendo bene da solo e fra poco sarò guarito senza l'aiuto di nessuno. Anche questa è una vittoria.
Vorrei comunicarti invece alcuni pensieri importanti che maturano in me. È l'impossibilità di un mio ritorno in Parintins. Ormai sono venuto a sapere che tutto è crollato. Lo stile di vita mio e l'opera incominciata con un nuovo stile ma sempre rispettando i dettami del Concilio.
Lo stile di vita: anche la mia casetta l'hanno abbandonata perché indegna e scomoda: non si può dormirei di giorno per il caldo e non c'è «geladeira» (frigorifero, ndr) e gabinetti con le piastrelle ecc... Ora sappiano che se io vado a Parintins non andrò nelle loro case, anzi ho risolto che se torno nel mondo non voglio una casa mia. Cristo non aveva casa. lo voglio lavorare perché non ho mai lavorato e Cristo ha lavorato trent'anni, un gesto troppo poco seguito dai sacerdoti suoi ministri. Ora tutto questo è di scandalo e non mi è permesso in Parintins. Oggi ho scavato 600 buche per le piante.
Hanno distrutto tutta l'organizzazione ecclesiale. Nota bene che io non sono mai stato un organizzatore bensì un animatore. Animando la gente, loro poi organizzavano la Chiesa, le feste, l'assistenza, i soldi, eccetera. Loro erano Chiesa, adesso non più.
Distrutto il Consiglio parrocchiale, i gruppi giovanili (tre), la Repubblica dei ragazzi, tre anni di sogno per più di 700 ragazzi. Lasciato cadere il (parola incomprensibile nel manoscritto originale, ndr) non hanno demolito la Chiesa non so perché, ma le più aspre critiche a questo e quello, troppo moderna per il popolo, e pensare che l'ha scelta il popolo.
Le comunità dell'interno, l'opera mia più bella, stanno distruggendole perché il sistema di comunità di base, comprendente tutto il popolo non va bene, ci vogliono le Congregazioni mariane (6); e il sistema democratico non va bene, i caboclos non sanno dirigersi, è il padre che sa! È vero che il mio sistema di lasciar fare a loro senza intromettermi se non nei Sacramenti era più lento, ma il ritmo dei caboclos è più lento del nostro.
Politicamente hanno lasciato che i potenti facessero la piazza della chiesa in cambio dei voti elettorali.
Pinuccia, per questi motivi e altri ancora, molti, io non posso tornare a Parintins. Non è solo per il gran poco rispetto che hanno avuto per chi li ha preceduti e che, possono pensarlo perbacco, ha lavorato con qualche idea in testa e una passione in cuore. Possibile che abbia sbagliato tutto? Allora delle due l'una: ho sbagliato tutto, quindi lasciatemi il tempo per pensare e riflettere sui miei errori. Non ho sbagliato e allora si è distrutto per invidia, senza rispetto. Io torno tra questa gente: il mio stile è quello di andare sempre più verso i poveri, non a prediche ma con la vita. Sarò di nuovo criticato. Mi daranno l'interno? Farò le comunità, non so fare altro. Mi daranno una parrocchia? Farò il consiglio parrocchiale, non so lavorare solo. Mi criticheranno, sarò sempre un piantagrane, come a Locate, Consonno, Oltrona, ecc.
Ho cercato di contestare dentro la Chiesa. Mi hanno lapidato (7) e allora adesso sto fuori (non dalla Chiesa universale, solo da quella locale) e vedremo. Come don Zen08. Cerca di spiegare queste cose alla mamma e scrivimi cosa devo e come devo scriverle.

Alla sorella Pinuccia dal Panauarú, 12 febbraio 1974

 

6.

«Qui c'è la fame e la soluzione è il fucile»

Ho chiesto ai Superiori un periodo di tempo per riflettere e credo che un uomo, alla mia età specialmente, abbia il diritto di una pausa di riflessione.
Ho fatto quella corsa fra gli eremi italiani e anche in Francia negli ultimi giorni di vacanza, per trovare un posto di riflessione ma ho preferito infine partire. Così sono qui e ho visto una situazione niente buona, perciò mi sono fermato alle porte della Prelazia e lasciatemi un po' in pace. Sto pregando, lavorando, riflettendo. Chiedo la vostra preghiera e la vostra comprensione. Anche la mamma voglio sia con me in questi momenti di prova. Ripeto, sono molto tranquillo.
Adesso se mi vuoi aiutare a non morire di fame, aiutami col fucile. Cioè, oggi il Giorgio mi ha riportato il fucile. Ho già dato un tiro e ucciso il falco che ci mangiava le galline.
Vivo la vita che ho sempre desiderato, in cui posso conoscere veramente la vita dei caboclos, la loro mentalità, i loro discorsi, le fatiche. Ciò che in 10 anni non avevo mai fatto (9).
Sento come loro la precarietà della vita, la fame, le malattie (ormai la mia pancia è sparita e sono sotto i 90 da un pezzo).
Naturalmente qui c'è la fame e la soluzione è il fucile. Quando non si trova niente, io faccio pochi passi e ci sono pappagalli o piccioni e si risolve il problema. L'altro giorno ho ammazzato una grossa cutìa, una specie di lepre ma senza orecchie, proprio qui fuori casa. Lei veniva per mangiare le galline e io arrivavo in quel momento col fucile e non avevo preso niente. Lei è fuggita ma io l'ho infilata.

Al papà dal Panauarú, 18 febbraio 1974

 

7.

«Mi pare che il popolo non sia d'accordo con te»

Carissimo Pe. Augusto,
ho ricevuto la tua lettera del 27 gennaio e sono rimasto impressionato dell'incertezza che manifesti su quello che intendi fare. L'accordo col Superiore generale era che saresti ritornato nella Prelazia per lavorare nell'apostolato diretto in Maués. Fino ad ora sei rimasto al limite o fuori della Prelazia, in un compito di tua totale scelta, senza dubbio santa e degnissima, ma che sfugge alla mia comprensione e aspettativa.
Secondo il mio parere, la penitenza e l'orazione sono molto necessarie, ma nell' apostolato diretto ci sono tante occasioni di pregare e soffrire. Lo so che non intendi far un «gesto clamoroso» né ritirarti « sotto la tenda di Achille». Accetto la tua buona intenzione, ma il popolo intende diversamente il tuo gesto, infatti son venuti a chiedermi che io «ti perdoni». Naturalmente ho risposto che non ho nulla da perdonare ed ho spiegato le tue buone intenzioni. Ma mi pare che il popolo non sia d'accordo.
Io penso, e non sono il solo a pensarla così, che sarebbe bene ti decidessi ad andare a lavorare nell'apostolato diretto a Maués. Da Roma, sicuri che tu sei in piena attività a Maués, hanno richiamato p. Di Pietro per Ducenta e p. Cannone per Catania, rifiutando di mandare in missione p. Amadio e p. Malvestio. P. Martinelli è già in vacanza in Italia (10).
Inoltre, temo che tu ti ammali e con tanta scarsezza di sacerdoti vale la pena di rischiare di ammalarsi in un lavoro fisico per il quale non mancano braccia che possano farlo e braccia preparate? Ciascuno di noi riceve da Dio i suoi talenti. Suppongo che Dio abbia dato a te il talento di essere pastore di anime, più che lavoratore nei campi di mandioca.
In ogni caso, ripeto, continuo a pensare a te con affetto e preoccupazione e, pur comprendendo in buona parte le tue aspirazioni e sempre ammirandoti, almeno in parte, penso che tu debba rivolgerti ai Superiori del Pime per chiedere loro di poter continuare in questa vita che hai scelto.
Grazie per le preghiere e il ricordo che hai di me. Da parte mia penso a te più di quanto tu possa immaginare. Un abbraccio e una benedizione. Tuo in Cristo

+ Dom Arcangelo

A padre Augusto da monsignor Arcangelo Cerqua, da Parintins, 8 marzo 1974

 

8.

«Spesso i preti dimenticano il maggior esempio di Cristo, il lavoro»

Sono arrivato qua (11) all'oscuro della vera situazione di Parintins e già in Manaus mi avevano detto che c'erano delle complicazioni. Allora ho preso un motore e sono sceso sul fiume finché un bel giorno sono arrivato ai confini della Prelazia di Parintins. Qui ho preferito saltare dal motore sulla sponda del Rio in un posto che conoscevo e ho chiesto ad un uomo di condurmi qui dove sono adesso, cioè molto addentro in una foresta vergine impenetrabile, dove entra solo chi conosce alcune tracce.
Sono arrivato così ai primi di dicembre in questo luogo, dove abita da otto anni un uomo da solo: Cicero, un omiciattolo di 39 anni, ubriacone e bugiardo, ma lavoratore che non ce n'è un altro.
L'ho scelto come il mio maestro in questo periodo di ritiro, pensamento e osservazione che voglio fare lontano da tutti.
La mia vita è preghiera, riflessione e lavoro. Anche il lavoro però è riflessione. Nei campi, sotto il sole e la pioggia, il pensiero va e spesso arriva a voi che tanta parte di me siete stati e siete ancora, ai tempi passati, ma soprattutto all'ultima estate (il più bel campeggio!), ai vostri bambini, alle vostre case ed ai vostri problemi. Prego per tutti voi, ogni giorno. Vorrei foste qui, fuori dai vostri mille pasticci, formando una comunità nuova con me in un nuovo mondo. Ma nell'altra vita prepariamo le tende e il necessario, che un campeggio non mancherà.
Le mille avventure che ho passate in questi 3 mesi e mezzo sono veramente impressionanti, per cui voi non ci credereste e allora non le scrivo. Mi ci vorrebbe d'altronde un libro intero. Forse la Nella vi avrà accennato a qualcosa. Comunque mi capita di passare due o più settimane qui solo, perché il mio amico va a vendere i prodotti e poi finché non ha bevuto tutto il guadagno non torna. Quando torna si butta ai miei piedi implorando pietà. Nel frattempo io lavoro un po' la terra, gli curo gli animali e colgo i frutti. E mi procuro da mangiare con il fucile il quale è il mio miglior amico in una foresta pericolosa ove il giaguaro e il puma vengono a urlare fuori di casa. Una casa senza pareti.
A questo punto, amici miei, so che sono un po' difficile da capire e non pretendo che mi comprendiate. Vi faccio solo alcune domande, che serviranno ad aprire un dialogo fra noi e a confrontare la mia posizione nuova con la vostra comunità di appoggio. Non potrete rispondermi se non dopo aver discusso a fondo le domande.
1) Ho trovato, al mio ritorno, distrutto completamente il mio metodo di lavoro che seguiva i suggerimenti del concilio Vaticano II (perfino la casa da me costruita, testimonio di povertà). Segno che non era gradito. lo però non ho altri metodi
di lavoro. Tornando, farei come prima, creando situazioni impossibili, perché non mi adatterei alla vita borghese (12) che in generale conducono altri padri (non mi ritengo per questo migliore degli altri. Sono ottimi padri. Solo è una differenza di stile). Per questo sto qui aspettando che Dio mi illumini o mi apra altri campi di lavoro. Cosa ne dite? È bene o male?
2) Una persona, alla mia età, vedendo tutte le cose malfatte della vita passata, ha il diritto di fermarsi un po' di tempo a riflettere e vedere che cosa può fare per il resto della vita?
3) Cosa ne pensate voi di una esperienza di vita eremitica per un certo tempo o anche per tutta la vita, offrendo questa vita di eremo a Dio in appoggio agli altri uomini che lavorano (nel mio caso i miei coloni, gli altri padri, ecc.) affinché Dio benedica le loro esperienze?
Naturalmente io ho qualche idea in testa. Ho iniziato una parete difficile, ho bisogno di molto coraggio. Sto aspettando luci dall'alto e dal basso. Preferisco ascoltare che parlare. Ogni suggerimento serve, mi farebbe piacere sentire il vostro parere.
In quanto ai soldi la Nella vi dirà dove dovete metterli. Con gli altri stiamo comprando i muli per le colonie13, visto che di strade per la jeep ancora non ce ne sono. Ogni mulo costa dalle 70 alle 80 mila lire e ne prenderemo due per colonia. Sono resistenti, portano un buon carico, l'erba c'è, una volta che imparano il cammino poi si arrangiano da soli.
Come vedete sono solitario ma non isolato: i caboclos ogni tanto arrivano, si dice la Messa, si discute, loro tornano più animati e coraggiosi. Così io, vivendo come loro, soffrendo finalmente una fame che non ho mai provato in vita, creando calli sulle mani che non avevo mai provato in vita mia (purtroppo spesso i preti, io per primo, hanno dimenticato quello che fu il maggior esempio di Cristo, il lavoro. Loro si preparano nei seminari con lo studio, mentre Lui con 30 anni di lavoro. I preti non gustano troppo di guardare e imitare Gesù in questi 30 anni!), riesco a conoscere di più la vita di quei caboclos che in 10 anni ho visto solo col binocolo. Come predicare
a un popolo di cui non si conosce la vita e le pene se non a parole? Se un giorno volterò (tornerò, ndr) a loro, credo potrò parlare meglio.

Ai Centpe e al Gruppo di appoggio di Locate Varesino dal Panauarú, 10 marzo 1974

 

9.

« La gente s'aspetta da Lei che faccia il Missionario»

Caro don Augusto,
abbiamo ricevuto la sua lettera, bella, importante e... molto impegnativa per noi. Ci ha fatto veramente piacere. L'aspettavamo. Siamo un po' in ritardo nel risponderle non certamente per pigrizia, ma come potrà immaginare, perché prima la dovevamo leggere tutti.
Come forse già saprà, abbiamo formato il « Gruppo di Appoggio», siamo una quarantina, è un gruppo vivace e, sembra, impegnato; il nucleo comunque è formato dai «Centpe», quelli effettivi, cioè attivi, quelli che le sono, e lo sono sempre stati, amici.
Ci siamo dunque riuniti il giorno 17 c.m. qui nella sede Centpe (di solito il gruppo di appoggio si riunisce il 10 lunedì di ogni mese), abbiamo letto un'altra volta tutta la lettera e, subito è incominciata una discussione vivacissima, anzi data la nostra poca democrazia è subito diventata un'esplosione.
Qualcuno ha cercato di raccogliere qualche appunto ma è risultata un'impresa difficile, comunque le trascriviamo quello che si è potuto capire in quel primo «scontro» (14)
.
1) La prima domanda: «Dopo aver trovato tutto distrutto, ritirarsi nella foresta in attesa di altre decisioni è bene o male?»:
a) Comprendiamo la sua delusione nell'aver trovato tutto distrutto, ma è meglio che lei ricominci tutto da capo. Le sue idee sono giuste quindi sarebbe meglio battersi per esse, cercare di portarle avanti, trovare il modo di farlo superando ogni ostacolo, con coraggio, oppure cercando di smussare (forse con un po' di umiltà?) le divergenze più importanti, magari sacrificando l'orgoglio al bene della gente per cui è andato a vivere. Noi la vediamo meglio in questa posizione che in quella dell' eremita.
Suggeriamo di puntare sulla formazione, la convinzione, quindi poi sull'appoggio di altri padri che vengano dalla sua, in modo che siate in molti a sostenere le posizioni di
José Operaio. Con i padri giovani dovrebbe essere possibile.
b) Se non è possibile lavorare lì secondo i suoi principi, che condivido appieno, penso che debba trovare altri campi di la
voro che le permettano di agire secondo il suo stile, di esprimersi al meglio delle sue possibilità senza mai venir meno alle sue convinzioni; campi che possono essere non necessariamente in Brasile.
c) Il suo eremitaggio così difficile, pericoloso, può considerarsi in due modi: può essere un ritirarsi dignitoso, una polemica sottile ma grave col Vescovo (anche solo visto come persona, non come Chiesa). È la posizione di colui che non essendo stato compreso ritiene inutile farsi capire; quindi un atteggiamento un po' superiore che lascia gli altri ammirati ma anche amareggiati. Al contrario, può però essere un'esigenza personale di vita non più missionaria ma contemplativa: una scelta che deriva da una vocazione decisiva. Questo può saperlo e dirlo solo lei.
2) La seconda domanda era: «Ho il diritto di fermarmi un po' a riflettere?».
La sua gente si aspetta da Lei un'azione, un lavoro che permetta loro di maturare, liberarsi dalle miserie, ecc. Lei nella foresta deve pensare a questo, non tanto al «male fatto». Tutti se ci guardiamo indietro vediamo le cose storte che abbiamo fatto. Forse è anche giusto farci un'autocritica, ma questo deve servire esclusivamente a ricaricarci, non a demolirci. È quello che ci auguriamo tutti per Lei e che le auguriamo di cuore.
3) La terza domanda: «Che cosa ne pensate di una esperienza di eremo al servizio degli altri che lavorano? ».
Lei non è un tipo da eremo, noi non crediamo che questa vita sia fatta per Lei, anche se fin dai tempi di Locate ne è sempre stato affascinato. Lei deve agire. Pensare sì, pregare anche, e lo faremo anche noi, ma intanto deve agire. È più razionale, più giusto per il suo carattere. Noi lo conosciamo.
Un caboclo, un indio, viene rovinato se lo immergiamo nella nostra cultura, ma allo stesso modo uno di noi col suo bagaglio di cultura, con le sue esigenze che gli derivano dall'essere nato, cresciuto, vissuto in un determinato habitat, non può resistere immerso in una realtà così diversa, così ferocemente avversa qual è la sotto cultura del caboclo. Si rovinerebbe ancora più facilmente. Lei potrebbe commettere l'errore inverso, cioè questo è contrario al lavoro di promozione umana che ha fatto finora, e l'errore lo commetterebbe su se stesso.
Quanto al lavoro manuale, ai calli sulle mani, ecc... noi apprezziamo molto questa esperienza, sappiamo bene che cosa vuol dire, ma pensiamo che il suo lavoro è un altro: quella gente da Lei non s'aspetta qualche patata in più coltivata da Lei, ma giustamente si aspetta che Lei faccia il
« Missionario » (15).
In questi giorni è arrivato per noi Centpe un nastro inciso della Nella, nel quale parla molto di Lei e ci chiarisce bene alcune cose che erano un po' incerte. A sentire questo nastro è venuto anche padre Enrico Pagani di Lomazzo (16), il quale è rimasto un po' impressionato di quello che Nella racconta di Lei, di Parintins, ecc. e chiacchierando ci ha raccontato tutto di lei, del Vescovo, del vostro modo di ragionare e di vivere ecc... Perciò le nostre incertezze sono quasi tutte risolte. E allora, già che siamo qui in pochi e si può parlare con tranquillità, tiriamo le conclusioni.
Se i motivi del ritiro sono solo quelli di contrasti col Vescovo avuti a Parintins, l'unica soluzione è di continuare ciò che ha iniziato in un altro posto. Quello che ha fatto è talmente valido che deve essere portato avanti ad ogni costo.
Da quanto ha detto padre Enrico, crediamo che fuori di Parintins potrà fare liberamente il suo lavoro con le sue idee che sono senz'altro giuste. Lei è sempre stato uno che tirava da «primo», e allora! non si deve mettere seduto sul sentiero e meditare.
Apprezziamo molto la sosta nella foresta con tutti i disagi e le sofferenze che comporta, ma questa deve solo essere una sosta riflessiva; presto deve uscire e incominciare di nuovo un lavoro che le è più con geniale. Il Cicero le insegnerà certo la vera essenza del caboclo, ed è una parte positiva della sua esperienza. Ma l'esperienza ad un certo punto deve finire e Lei dev'essere pronto ad uscire di nuovo e fare da maestro.
Siamo del parere che Lei non è un cristiano della «mente» ma del «braccio". Questo senza offesa, s'intende. A noi una vita del genere non sembra giustificata se non altro per il suo carattere.
D'altra parte, come dice il Ghit, non è neanche il posto adatto come eremo. Lì deve dare solo metà anima a Dio, l'altra metà deve tenersela, pronta per usare il fucile.
Caro Don (17), forse l'abbiamo delusa, forse Lei si aspettava che le dessimo ragione e basta, ma questo è ciò che pensiamo perciò non possiamo dire altrimenti. Può anche darsi che noi non abbiamo capito o intuito qualcosa di fondamentale e per questo non ci troviamo d'accordo. In questo caso Lei ce lo dovrà chiarire, così il dialogo proseguirà.
Aspettiamo tante lettere da Lei. Ci scriva, ci scriva sempre, e noi, anche se siamo un po' lenti a metterci d'accordo, risponderemo. Le confermiamo che ci lega senz'altro qualcosa di più del ricordo, anzi ci impegniamo a sostenerla moralmente sempre con l'amicizia e la preghiera.
I Centpe. Tutto il Gruppo d'appoggio

A padre Augusto dal Gruppo di appoggio di Locate Varesino, 30 aprile 1974

 

10.

« Se voglio vivere vicino al popolo, senza soldi, nelle case dei poveri, perché mi si accusa?»

Se ben ti ricordi, quando mi staccarono da Locate io ho voluto fare il vuoto attorno e dentro di me, prima di andare a Verano. Eravamo nel marzo 1962 e mi sono ritirato da solo in Biandino per una settimana, solo sol etto in mezzo alla neve alta 2 metri. Di là sono nate nuove idee che dopo qualche mese sono esplose con 1'entrata nel PIME.
Ti ho detto queste cose perché tu potessi meglio capirmi in questa mia nuova posizione. Sei la mia mamma e ti prego di capirmi. Se no non ti potrò più scrivere a cuore aperto.
Quando sono partito da casa avrai notato che il mio spirito era turbato, come chi non sapesse a quale futuro va incontro.
Infatti ero molto preoccupato e triste. Mi sarebbe piaciuto sai, prolungare indefinitamente la mia compagnia con voi due, tu e papà, in casa! Ti confesso che sono stati mesi di paradiso, specialmente quando ero in casa, con voi due o nelle passeggiate col papà. Mi sogno spesso di voi e vi vedo come siete. Ho un'immensa nostalgia della casa, della mamma, del papà. E vi ringrazio di avermi sopportato anche con un po' di idee diverse dalle vostre e con 1'atteggiamento, come ha detto il papà, di uno « che el par gnà un pret» (non sembra nemmeno un prete, ndr). Volevo star lì il più possibile, ma sentivo anche l'urgenza di partire e aspettare delle risposte, non da qualcuno di qua, ma da Dio.
Io sono ad una svolta della mia vita, come nel '62, ma forse più fondamentale. Avrai anche notato che ho voluto fare un giro negli eremi e fermarmi a Sassuolo. Stavo cercando. Ma
naturalmente in queste cose la fretta è quella che rovina tutto. Per cui benché avessi deciso di ritornare a Parintins, i giorni di viaggio mi hanno fatto riflettere meglio e ho voluto vedere da vicino le cose e fermarmi a pensarci su.
Ho ragionato così: se è per tornare in Parintins a lavorare con mons. Cerqua, dopo che (come sto vedendo da vicino) è stato distrutto tutto il mio lavoro (pur tanto accetto al popolo e ammirato da altri Vescovi e in consonanza con le norme conciliari), è inutile che io torni a lavorare con chi non mi capisce e non condivide le mie idee. Nota bene, mamma, che non sto lamentandomi del passato e del crollo del mio lavoro. Ormai ho superato bene questi risentimenti ed ho lasciato a Dio di giudicare.
Ma il mio sguardo è al futuro. Naturalmente io lavoro con uno stile mio, non ne ho un altro. Se la gente mi vuoI bene cosa devo farci? Se io voglio vivere vicino al popolo, senza soldi, nelle case dei poveri, perché mi si accusa (18)? lo farò sempre così, anche a Maués, a Manaus, ecc... per cui devo pensarci bene prima di mettermi ancora con Cerqua, se no darei ancora dei grattacapi a lui, povero diavolo.
Sono qui da solo in questi giorni perché Cicero si è ammalato e l'ho mandato in città a vedere se guarisce. Sto bene, non sono più così grasso quindi mi sento meglio. Vivo da solo o con lui come in un eremo. Prego molto e finalmente bene per la prima volta in vita mia. Ogni sera dico il Rosario in tua compagnia e ti immagino con la corona in mano, quella della Terra Santa.
Lavoro nei campi, pianto la manioca, il riso, colgo il caffé,
il tabacco, la canna da zucchero, abbatto la foresta. Soprattutto rifletto, anche di notte, costretto a dormire 12 ore (da luce a luce) io che ne dormivo solo 5. E ascolto molte voci che mi vengono suggerite da tutti, anche da te, quindi, anche se sono nervoso come nell'ultima lettera.
Ho scritto naturalmente al Vescovo in questi stessi termini che scrivo a te: che cioè pazienti un po' e permetta che io passi un tempo di riflessione per decidere meglio il mio futuro.
Lui mi ha mandato il vino e il pane per celebrare. Così, quando vengono certe comunità a trovarmi (fanno giorni di viaggio per venirmi a trovare, poveretti!) celebro la Messa.
Sono calmo, completamente sotto lo sguardo di Dio che non mi abbandona un istante. Dico il Breviario e leggo la Bibbia, unico libro che ho con me! Sono completamente sincero con Dio. Quando viene qualche padre mi confesso. Domani verrà un padre di Urucará con tutti gli amici, compresa la Nella che da molto tempo non vedo. Le darò la lettera.
Mamma, non abbiamo premura, né tu né io. Credo che quando si fa una cosa in nome di Dio e uniti a Lui, sinceramente, cercando il vero bene, non dobbiamo temere. Il diavolo c'è e c'entra! Ma perbacco! È possibile che chi va con Dio non la spunti con sta bestiaccia?

Naturalmente conto sulle tue preghiere, su quelle dell' Annamaria e se vuoi sapere qualcosa in più, la Pinuccia è a parte di tutti i miei segreti! Qui sto bene, non mi muoverò senza sapere bene cosa devo fare. Non avere paure inutili. Se mons. Pirovano verrà in giugno, chiederò e sentirò anche da lui. Ma voglio riservarmi la mia libertà. Farò solo quello che la mia coscienza mi suggerirà, senza lasciarmi trascinare dai miei gusti e dalle mie passioni o inclinazioni, bensì interrogando sempre Iddio e ascoltandone attentamente i segnali. Non è sempre vero che Dio parla soprattutto attraverso i Superiori. Essi possono anche non sapere o non capire certe cose.
Per cui, la coscienza illuminata continuamente dalla fede, in una preghiera costante e umile a Dio, per me resta ancora il criterio più importante che ogni uomo ha a disposizione per dirigersi nel suo agire. Comunque i Superiori non li disprezzo ,affatto, prego ogni giorno per loro.
Sono fiducioso, Dio e la Madonna (che in questi ultimi tempi mi ha fatto dei veri miracoli!) mi aiuteranno a imboccare il cammino che loro sanno più utile per me. Bene, mamma, ho finito. Ti chiedo scusa per il ritardo nello scriverti e della brutta calligrafia. Come sai non ho né sedia né tavolo. Sono veramente povero.

Alla mamma dal Panauarú, 10 maggio 1974

 

11.

« Sono sempre in attesa di luci dall'alto»

Aspettavo con ansia la tua lettera e le molle della spingarda. Avevo già perso la speranza e non facevo ormai più calcolo della mia Bernardelli, quando me la vedo portare da un gruppo di caboclos la scorsa domenica. Grazie, grazie infinite. Ti ho benedetto mille volte perché, ripeto, non ci pensavo più e avevo già imprestato un catenaccio calibro 20 col quale sbagliavo otto cacce su dieci, con pericolo anche mio e molta fame. In questi due giorni invece sono a pancia piena, ieri un grosso fagiano (Inambù) e oggi un grosso macaco, senza sbagliare, tiri lunghi, alti, difficili. Grazie papà. Per la spingarda nuova non pensarci, perché questa è ottima ed era solo questione di molle. Ho tirato un gran respiro. Andare in questa foresta senza armi sicure è da tremare. È vero che mi porto sempre un coltellaccio e all'occasione saprei vendere cara la pelle, ma sai, con un bel tiro un po' lungo, le cose vanno meglio.
Io sto proprio bene. Spero la mamma abbia già ricevuto la mia lettera con varie spiegazioni. Sono sempre in attesa di luci dall'alto. L'altro giorno è venuto a trovarmi il coordinatore generale degli Indios e mi ha proposto un lavoro nel Mato Grosso fra gli Indios alle dipendenze dei Vescovi brasiliani. Il Cardinale di S. Paolo verrà in Urucará in agosto e vorrebbe vedermi. Forse vorrà propormi un lavoro in Urucará o Itacoatiara. A Parintins non ci penso più.
Per adesso sto solo ritirato per vedere se mi converto un po' di più, se no non vale la pena di fare il prete. Il Signore però mi aiuta visibilmente ogni giorno. lo prego e lavoro, lavoro molto per procurare anche il cibo al mio amico Cicero che infelicemente è ammalato da quasi tre mesi e non può più lavorare. lo faccio quello che posso. Gli tengo in ordine i campi, regolo le bestie, caccio e preparo da mangiare anche per lui che spesso passa giorni interi a letto. Gli faccio iniezioni, ma sembra che sia il trigemino e allora sono guai.

Al papà dal Panauarú, 3 maggio 1974

 

12.

« Lasciatemi in pace per un momento, due o tre giorni, o due o tre anni»

Sono stanco, ho la testa confusa, il cuore arido, non ho voglia di pensare molto, anche se non vivo che pensando. Perciò vi ringrazio di tutto quello che mi dite, ma lasciatemi in pace per un momento.
Momento vuol dire due o tre giorni, o due o tre anni19. lo sono stanco e voglio riposare, lasciatemi in pace. Voi siete i professionisti dello spirito, io sono un povero uomo semplice o complicato, ma ho anch'io infinitamente amato Dio. Anch'io ho una tranquillità mia e un distacco a mio modo da tutti e da tutto. Tu dici che devo distaccarmi da me stesso. Ma questo lo si fa gettandosi in Dio.
Io ho dei segreti anche, profondi, una coscienza, falsa o superficiale o malfatta, ma è quella che ho a disposizione ora, non ne ho un' altra. Non mi lascio giudicare nelle mie scelte dalle mie passioni o gusti, se no farei esattamente quel che mi dite voi: andrei nelle mani sicure e facili dei superiori. Mi appello sempre alla mia coscienza, anche se naturalmente ascolto tutte le altre voci, comprese le vostre. Mi aiutano, mi mettono in crisi (lo sono adesso, dopo la tua lettera), ma quando mi domando: «E la tua coscienza, cosa ti dice?» non mi rimane nessun dubbio.
Allora, Annamaria di Gesù, vuoi proprio violentare la mia coscienza? Ti senti di responsabilizzarti di tanto? Guarda che ognuno di noi è un mistero ed ha cammini che altri non sanno.
Ho i miei segreti profondi, ti chiedo di rispettarli, di lasciarmi in pace almeno per un momento. Non voglio dirti di non scrivermi, ma voglio dirti di non fare tragedie (20).
Dio mi ama, io cerco di amarlo. Lo cerco a modo mio, può essere un modo sbagliato, ma a Lui non interessano i modi. Basta che lo si cerchi. Tu stessa mi dicevi anni fa che «Dio non lascia vacillare il suo giusto fino alla fine». Quindi io l'aspetto.
Dalla tua superiore posizione dovresti essere ben calma anche nei miei riguardi.
Dio mi ama, io lo cerco pazzamente ma sinceramente, dunque... Ecco quindi che in Lui tutto è risolto. lo mi sento tranquillo in coscienza, pur nel tormento della ricerca e nella tensione del duro cammino. Quanto alle cose passate non me ne ricordo più neanche una, è passato il magone, ho chiesto perdono e ho perdonato a tutti. Sono perfettamente staccato da tutto.
Adesso sto passando un periodo di aridità, il cuore è vuoto, chiedo al Signore di prenderne il possesso completo. Aspetto. Non mi sento di andare a Parintins. Vuoi tu obbligarmi a fare una cosa che in coscienza non mi sento di fare? Li sai tu i miei segreti? Ne assumi la responsabilità? Lasciami in pace, ti prego.
Non sarà tempo perduto il mio. Qualsiasi ricerca non è tempo perso. Non si dice nel Vangelo che se il tuo occhio ti scandalizza, la mano, il piede? Ebbene, se per entrare nel Regno io ho bisogno di tagliare tutto in me stesso, animo e corpo, dal mondo? Se nel mondo non riesco a salvarmi, faccio male a fuggire?
In fondo vi chiedo solo un po' di tempo, lasciatemi in pace un po'. Dio mi aiuterà, pregate per me, quello sì, ma non abbiate premura. Cos'è la premura quando si tratta della salvezza eterna? No, Dio non mi abbandona, tu lo dici.

Alla sorella Annamaria dal Panauarú., 29 maggio 1974

 

13.

«Io non sono adatto ad essere sacerdote: ci vuole molta più fede, molta più virtù"

Sentire che il mio Vescovo ancora si ricorda di me, che mi benedice, prega e mi abbraccia, creda, mi ha molto commosso.
Lei mi dirà che non le basta la commozione, ma che il vero affetto lo si dimostra nell'obbedienza. Ma io mi sento ugualmente di avere questo affetto anche se per il momento, con le lacrime agli occhi, le devo dire che non mi sento di rientrare nella lotta. Forse è proprio non per virtù, ma per vigliaccheria o debolezza che mi ritiro dal mondo, però anzitutto è un problema di coscienza.
Vent'anni di sacerdozio mi hanno a poco a poco fatto capire che io non sono adatto per essere sacerdote. Ci vuole molta più fede, molto più possesso di Dio e molta più virtù, per poter dare davvero Dio al popolo. Oltre tutto io, col malesempio, a volte ho dato il diavolo.
Anche la coscienza più grossolana arriva il momento che salta. Così come sono non mi sento di presentarmi al popolo di Dio.
Io non so cosa sarà di me, se tornerò, se non tornerò. Sono completamente all'oscuro, però in ogni momento mi rimetto nelle mani del buon Dio. È l'unica mia consolazione, specialmente in certi giorni in cui la solitudine è opprimente.
C'è però un desiderio, una voce in me, più prepotente delle altre e che mi viene fin dai lontani anni della gioventù. Ed è questa voce che io voglio controllare più a fondo: cioè un desiderio di solitudine ancora maggiore. È per questo che ho deciso in uno di questi giorni, di separarmi dal Cicero e di entrare
molto più addentro in questa misteriosa foresta, e viverci solo, proprio solo.
Ho resistito molti mesi a questa tentazione, temendo che fosse lo spirito di Robinson Crusoè a spingermi, e non quello di Giovanni il Battista. Ma se invece di una tentazione fosse una vocazione?
Io voglio controllare, benché abbia molta paura. Invoco Dio che mi distolga da questo pensiero, ma Dio me lo lascia e me lo rafforza. Forse ne fuggirò dal terrore, forse ci morirò, forse troverò il diavolo invece che Dio. Ma lasciatemi tentare, vi supplico. Sarà solo per poco tempo forse. Forse per solo pochi giorni. Poi, figlio prodigo, tornerò a battere alla casa del padre, alla vostra casa.
Tutto questo è molta presunzione lo so. Lei dice che siamo Giosuè, ma (mio Dio che presunzione!) c'è la vocazione di Mosè che prega per Giosuè.
Lei parla di Gesù che per poco tempo si è ritirato nel deserto, ma io mi ricordo del suo lungo ritiro a Nazareth. Ma non mettetemi su questi piani, vi prego. Sono solo una povera anima che deve pregare molto e sebbene non ci riuscirà mai, perché è la Sua bontà che ci perdona, vuole almeno non fare del male agli altri, più di quanto ne abbia già fatto.
Cosa posso dire? Se voi non mi volete più (e certo vi capisco, è difficile accettare la mia posizione), posso almeno chiedere un tempo di prova, una esclaustrazione « mei generis » (21) , benché io non voglio uscire dal claustro ma stare sempre con voi.
Non me ne vado perché odio il mondo, ma per amarlo di più. lo amo il mondo, lo sento, sento il calore delle molte persone amiche che lo riempiono e il gusto di tutto il bello e il buono che questo mondo produce.
Io resto unito al mondo, offro il niente che sono e che faccio (altra presunzione?) perché questo mondo sia più di Cristo Dio e perché voi miei amici padri facciate anche per me e molto di più. Desidero proprio che tutti i padri siano amati dal popolo e abbiano buon esito in ogni loro opera.
Quanto al Superiore Generale so che ha promesso a mia sorella di venirmi a scovare. Sarebbe una mia grande colpa se lo obbligassi a venire qui dentro. Però non mi sento di venire a Parintins. Non è meglio che lo incontri al Mocambo o al Remanço? Certo dovrei sapere il giorno, perché non sempre sono in casa in questi tempi.
Mi perdoni, dom Arcangelo, questa lettera confusa e che forse le causerà grande delusione. lo però, anche se gli altri mi scomunicheranno, le torno a chiedere la benedizione e la preghiera. 

A monsignor Arcangelo Cerqua dal Panauarú, 13 luglio 1974

 

14.

«Non solo desidero vederti, ma voglio stare con te e capirei»

Carissimo Padre Augusto,
sono a Manaus da qualche giorno e l'altro ieri ho avuto notizie tue dal Sig. Giorgio: finalmente! Ma almeno sono contento di sapere che stai bene, così sembra ed io voglio sperare che sia così.
Poche sere prima di partire da Roma ho ricevuto una telefonata da una suora e non riuscivo a capire chi fosse: emozionata e triste; chiedeva di venire iq. Brasile per salvare suo fratello. Poi ho capito: era tua sorella Carmelitana che mi diceva della sua angoscia, delle lacrime del tuo papà, ecc., perché pensano che tu... stia facendo cose da... manicomio, ecc. ecc. Vedi un po', caro Augusto, a che punto si può arrivare nel causare tristezza e dolore a coloro che realmente ci amano.
Ho tentato di consolare, di confortare, di tranquillizzare; ma che cosa in realtà potevo dire, giacché pare che tu ti consideri come morto nei riguardi di tutti noi? Sei come uno che è sparito! Eppure non eravamo d'accordo così; la fiducia che ti ho dato non doveva almeno farti rimanere in relazione con me?
. Per la miseria! Mi si dice e mi si promette una cosa e poi... e poi mi si... prende per il naso!... bestione!
Ma, mio caro, lasciamo perdere e vediamo di fare qualcosa assieme; io non solo desidero vederti: ti voglio vedere e stare con te. Ma non solo per pochi minuti e per... non capirci; ti voglio vedere per un tempo lungo di qualche giorno in modo di darmi del tempo di capire e masticare i tuoi pensieri e i tuoi problemi, e... viceversa. Però devi anche ricordarti che io non sono un colosso di energia come sei tu e non mi posso permettere di venire nella tua foresta a scovarti dietro le piante. VIENI TU A MANAUS per stare qualche giorno assieme, quando sarò di ritorno da Parintins; oppure mi vuoi raggiungere tu a Parintins, o a Maués, o a Nhamunda.? Desidero che il nostro stare assieme sia in una nostra casa e non in casa d'altri. Va bene?
Ormai di mesi ignaziani ne hai fatti forse anche troppi ed è quindi bene incontrarci alla luce del sole; il deserto alle volte è necessario nella vita di un uomo e di un prete: ma ne quid nimis (non esageriamo in nulla, ndr). Anche i profeti ed i santi hanno fatto così: siamo chiamati a dare quanto abbiamo ricevuto.
Ti aspetto quindi con certezza; da parte mia ti assicuro il mio affettuoso ricordo e la buona volontà di camminare assieme. Pensa un po' anche ai tuoi cari e scrivi subito a tua sorella e a tuo papà: sono troppo angosciati circa la tua salute e il tuo modo di fare. Scrivi subito dando tue notizie.
Ciao, ciao, un abbraccio anticipato; non mancare. Che il Signore ti benedica e ti conservi sempre generoso. Ciao, ciao

+ Aristide Pirovano
A padre Augusto da monsignor Aristide Pirovano, da Manaus, 20 luglio 1974

 

15.

«Non andare solo in foresta: non è vocazione di Dio»

Carissimo P. Augusto,
ho ricevuto la tua del 13 c.m. e te ne ringrazio, anche se la tua lettera mi ha causato una grande pena. Mi avevano det. to che la tua situazione stava chiarificandosi e tu invece parli di piena oscurità.
Giovanotto, e chi è degno di essere sacerdote? Proprio oggi, festa di S. Giacomo Apostolo, la lettura di S. Paolo parla dei «vasi di creta» che tuttavia portano Cristo all'umanità.
Per l'amore di Dio non andare da solo nella foresta22. Non è vocazione di Dio. lo finora ho detto che alla fin fine non stavi facendo male, ma pregando e soffrendo. Ti avrei preferito in ministero, ma praticamente permettevo che continuassi ancora un po' a stare col Cicero. Ma ora non me la sento di acconsentire al tuo piano. La foresta non è la Tebaide (23), dove alla fin fine i solitari vivevano a poca distanza.
Non me la sento di consentire, anche perché temo per te fisicamente e moralmente. Penso anche ai tuoi parenti.
Mons. Pirovano pare che venga a Parintins alla fine della settimana. Mi auguro che la visita del p. Pavan (24) ti abbia aiutato a vincere la tentazione alla solitudine... sballata!
Ciao, stiamo pregando per te. Ti benedico

In X. sto + Arcangelo Cerqua
A padre Augusto da monsignor Arcangelo Cerqua, da Parintins, 25 luglio 1974

 

16.

«Per vedere se una vocazione è vera, bisogna provarla»

Anzitutto vi ringrazio perché questo contatto fra me e voi è forse il primo veramente esplicito, avvenuto in campi così profondi come non mai. Sono rimasto impressionato davvero dalla profondità teologica e dall'acutezza psicologica, oltre che dall'amica sincerità con cui avete affrontato il problema. Mi ha meravigliato il fatto che voi mi conoscete così bene, mi interpretate così giustamente, a parte il credere che io sia qui per aumentare le patate del caboclo. Il mio stare qui ha un preciso significato e lo avete ben capito.
Vorrei rispondere ad uno ad uno, perché tutte le vostre idee mi sono parse importanti e mi hanno aiutato a chiarirmi il mio problema. Ma è una impresa perché voi siete stati spietati, fino al punto di arrivare a dubitare che io vi abbia nascosto qualcosa di importante: certo, ho dei segreti. Ognuno di noi ne ha, forse il tempo li rivelerà. Tuttavia vi dico che non sono molto importanti agli effetti di decidere sulla direzione dell'Eremo o no. Vi suggerirei, visto che vi siete presi l'iniziativa, intelligente (e maliziosa), di invitare gente (padre Enrico) alle vostre riunioni, di invitare mia sorella suor Pinuccia, la quale possiede un mio diario (segreto naturalmente) che le ho mandato.
Ditele di leggervi alcune pagine (perciò dovete avvisarla prima), specialmente quella che rivela il mio carattere un po' misantropo e la mia difficoltà e sofferenza nel contatto con la gente. E magari qualche pagina riferente si alla vocazione eremitica, che voi (ma come fate a saperlo?) dite che io avevo già a Locate.
Quanto al mio lavoro passato vi dico sinceramente che non ha più nessuna influenza sulle mie decisioni attuali e future, anche se è stato in parte l'occasione di questa mia sosta. Questi sei mesi sono stati più che sufficienti per farmi superare lo choc sentimentale. Ho scritto alcune lettere ai superiori, chiedendo perdono e soprattutto sono riuscito a rivolgermi sinceramente a Dio chiedendo la buona riuscita di tutte le iniziative del Vescovo e dei padri che mi hanno eccellentemente sostituito. Adesso sono libero e a disposizione delle nuove voci (o vocazioni). Perciò rispondo positivamente al vostro consiglio di cambiare campo di lavoro. Siamo d'accordo, si chiude con Parintins. Ho intenzione di chiedere un permesso al Superiore Generale del PIME, che verrà in agosto, di lasciarmi fare nuove esperienze.
Rimane il fatto della vocazione contemplativa. Avete risposto con la precisione
di un maestro di spirito: «Può però essere una esigenza personale di vita, non più missionaria ma contemplativa, una scelta che deriva da una vocazione definitiva. Questo però può saperlo solo lei. Bellissimo!
Vedete, molte sono le voci che in questi 6 mesi mi sono giunte. Molti padri mi hanno visitato da tutto il Brasile. L'ultimo mi ha proposto un lavoro fra gli indios del Mato Grosso, visto che ho un eccezionale adattamento alla foresta e all'isolamento. Altri vogliono che lavori nelle colonie. Altri in parrocchia. Qualcuno vuol venire con me all'Eremo. Voi mi dite tante altre cose. Mia sorella Carmelitana pure mi dà suggerimenti.
La più bella parola però me l'avete detta voi quando mi date la libertà di scelta. Cioè, dopo avermi illuminato sulle difficoltà, mi suggerite di ascoltare l'unica voce fra tutte quelle sentite, dalla quale dipende la mia salvezza. La voce della mia coscienza. Vi ringrazio perciò: dopo di aver suggerito, non mi violentate.
Per vedere se una vocazione
è vera, bisogna provarla (25). Questa è la frase su cui richiamo la vostra attenzione... per coinvolgervi nel mio esperimento, cioè per rendervi responsabili. Non per dirmi: «che el se rangia» (si arrangi, ndr); ma per seguirmi. Sareste un gruppo di alpinisti che appoggiano un eremita, cosa unica al mondo.
Tuttavia niente ancora
è certo e comunque mi oriento sempre al provvisorio. Cioè fare un'esperienza, qualche tempo, forse qualche anno, in cui penserei di più a Dio, quel Dio che è sempre stato il vero grande assillo della mia vita, e nel quale credo con tutte le mie forze; e per convertirmi di più, perché così come sono non faccio che stupidate. Dopo un tale approfondimento potrei voltare (tornare, ndr) al mondo forse un po' più maturo e consapevole di quel che devo fare. Tuttavia non pensate che }' eremo è inattivo per gli altri. I caboclos che stanno fondando le colonie, sotto la spinta dell'idea che io ho dato nel 197026, sempre mi cercano per chiedermi pareri. E io sempre dico quel che mi sembra. Anzi è qui che maturo idee davvero nuove che sono loro di aiuto. Quando queste colonie fossero pronte io potrei tornare fra loro, caboclo come loro, lavorando, pregando; soffrendo e morendo come loro.
I soldi che mi mandate sono tutti impiegati nelle colonie. Abbiamo comprato dei muli. Adesso vorremmo (questa è un'idea che ho maturato in questi giorni vedendo la situazione penosa dei caboclos) operare la seconda liberazione del caboclo: quella del commercio. Il caboclo è più volte schiavo del padrone, per via del lavoro e perché è anche commerciante, deve comperare da lui tutte le cose per vivere. Con le colonie abbiamo fatto la prima liberazione e però se il caboclo deve dipendere dal commercio del vecchio padrone cade sempre nella sua rete.
Ecco allora che ogni colonia deve avere il suo commercio. Compra all'ingrosso nella capitale Manaus e vende a prezzi giusti ai soci coloni. Ma per far questo devo preparare il personale capace di amministrare, fare i conti, ecc. e ho bisogno di un motore (battello, ndr) per il trasporto della merce, e soprattutto un capitale iniziale per comprare la merce e fare in ogni colonia una baracca un po' sicura ed asciutta.
Quindi, visto che il centro di tutto è il CETRU di Urucará, ove risiede la Nella, mandate addirittura i soldi al suo nome che poi mi terrà al corrente dell'uso che ne fa. Purtroppo la distanza non permette alla Nella di vedermi spesso. Ogni due mesi circa. Ma io so dagli altri tutte le notizie e mi dicono che
sono molto contenti di lei. Speriamo in bene e se qualcuno di voi vuoI venire a fare del lavoro, si metta in contatto con lei, che così facciamo il gemellaggio con Locate. Qui c'è posto per tutti. Per quelli che hanno un ideale s'intende.

Ai Centpe di Locate Varesino dalla selva amazzonica, senza data, luglio 1974

 

17.

«Il modo comune di vivere mi è diventato troppo estraneo»

Ti prego di fare opera di persuasione presso la mamma ed anche di tranquillizzarla, perché niente è tragico, specialmente quando si ha una fede e si agisce in nome di questa fede.

Io sono tanto tranquillo nonostante le mie decisioni sembrino rivoluzionarie e fuori del comune. Ma il modo comune di vivere mi è diventato ormai troppo estraneo. In questi giorni la solitudine mi sembra sia stata la mia vocazione da sempre e mi meraviglio come sono riuscito a resistervi per tanto tempo.

Tu mi dirai che Dio lo si può trovare dappertutto e specialmente negli uomini. Hai 1000 ragioni, ma io ti dirò che Dio ha 1000 strade per raggiungerci e noi, né tu, né l'Annamaria, né mamma, né superiori, possono proibire a Lui qualcuna di queste strade e alla fine noi dobbiamo chinare la testa.

Quello che tu mi hai detto ha influito molto sulla mia decisione. E l'ha modificata radicalmente. Cioè ho deciso di ritirarmi dal mondo e andare più lontano, in fondo al mondo. Però non è definitiva la mia ritirata. È solo di là che io potrò decidere definitivamente qualcosa, cioè se stare o se tornare. Comunque tornerò solo quando sentirò di avere un messaggio valido da dare al mondo. Come parassita del mondo non ci tornerò più. A meno di una malattia, naturalmente.
Ti ringrazio perciò per quello che mi hai consigliato. Ti terrò informata su altre decisioni. In questi mesi perciò mi trasferirò là sul Paratucú (27), farò una capanna e ci vivrò veramente solo, ma con nel cuore, nel pensiero, nella preghiera tutti voi.
Come non mai mi sento legato a tutti voi e non vorrei mi abbandonaste come il reprobo della famiglia, lo scomunicato, il disobbediente (come mi è parso di capire dall' Annamaria e dalla mamma). Ripeto a voi: mi sento prete, cristiano, cattolico come non mai, anche se voi mi scomunicate.
Ti ringrazio anche per i libri che mandi. Ogni domenica partecipo così alla liturgia della Chiesa. Vorrei un libro di esegesi biblica ma che sia veramente moderno, perché la Bibbia mi è oscura. Moderno e facile. Ho qui la storia d'Israele del Ricciotti, molto vecchia e superata. Vorrei qualcosa di simile, cioè spiegazione della Storia del popolo Ebreo, secondo le ultime scoperte. Ma facile come il Ricciotti, inteso? Con buone carte geografiche di quel tempo.
Ti mando l'ultimo diario, come vedrai è molto meno sensazionale, però più riflesso. Comunque non farne un caso tragico. lo te lo mando per riderci su un po' tu e le tue suore. Ma invece avete paura! I Centpe di Locate mi hanno mandato belle risposte sul mio caso, e io scrivo loro spesso. Ho detto loro di invitarti ad una serata in cui tu potresti leggere loro qualche pagina del diario.
Adesso chiudo perché sul diario troverai tutto il resto ben spiegato. Il Vescovo mi ha scritto ieri una lettera abbastanza buona, risponderò oggi stesso, chiedendo di nuovo il permesso ufficiale della Chiesa di prolungare il mio ritiro.
Salutami tanto le tue suore e tutta la comunità, vi ricordo ogni giorno nella preghiera.

Ciao don Augusto

 

Pinuccia, dalle vostre lettere... mi preoccupate più voi che tutti i miei problemi. Voi mi fate problema. Adesso, visto che tu me l'hai chiesto prima di partire, mi volgo a te per un aiuto sostanziale al mio caso.
È che sono tentato di obbedirvi e risolvere la mia vita non come voglio io ma come volete voi. Però questo mi fa molto infelice, continuerei la mia vita rassegnato. Inoltre si chiuderebbe forse per sempre questa bellissima apertura che io ho avuto verso di voi familiari, e che tu hai certamente notato. Infatti mai ho scritto lettere come quelle di quest'anno a voi tutti, dal fondo del cuore. Torneremo come prima, io sempre più chiuso e voi illudendovi di sapere tutto di me e credendomi «a posto» come mi ripetete continuamente. Cosa voglia dire «a posto» non lo capisco. L'«a posto» che voi intendete, in un posto che i superiori vogliono, spesso preoccupati solo di tappare un buco e senza rispetto alla persona, mi sa che mi porterà a una insoddisfazione e quindi facilmente a scoppiare in soluzioni come il matrimonio per esempio, cosa che per ora è fuori del tutto della mia visuale. Infatti sono felice così, anche se la vita è dura. Non fate confusioni fra vita dura e incertezza di situazione.
Te lo ripeto che in me non c'è insoddisfazione né nervosismo. Né a Locate, né a Parintins sono stato mai calmo e sereno e direi felice come ora. Mai ho sentito di essere vicino a
Dio come adesso. Questa vita mi è più congeniale e mi serve molto per riflessioni importanti. Voi volete distruggere tutto questo, va bene, ma assumetevi anche le responsabilità di tutte le conseguenze.
Pertanto, Pinuccia, se vuoi che continui a scriverti, aiutami
per favore a calmare la situazione. Non voler distruggere l'unione grande che sta instaurandosi fra noi e che mi aiuta.
Di' alla mamma e al papà che non c'è niente di grave e che stiano tranquilli e preghino perché io sono felice e in un cammino di luce e (è azzardato il dirlo?) di santità, anche se è un po' diverso da come l'avevano pensato loro e io stesso. Cioè è una
crisi di sviluppo e non di distruzione. Sta evolvendosi qualcosa in me e l'unica cosa da fare non è allarmarsi e fare pressioni isteriche (benché amorose, lo so) che potrebbero ostacolarmi e ostacolare l'azione di Dio. Dio sa lavorare, sta lavorando, l'unica è pregarlo e star calmi. Mi accorgo di aver molta più fede io di voi.
Insomma ti dico chiaro: se io tornassi sui miei passi adesso, come dite voi, sono sicuro che perderei la mia strada sacerdotale e mi sposerei, cadendo nel caos. Continuando invece il mio cammino, anche se duro e pericoloso, lo faccio per non fuggire dal sacerdozio, ma per consolidarlo, ripulirlo e, se Dio vorrà, ripresentarlo più degno a chi ne avesse bisogno.
Se mi fai questo favore, ti sono eternamente grato.

Alla sorella Pinuccia dal Panauarú, luglio 1974

 

18.

« Il Cardinale di San Paolo ha approvato i miei Piani e le mie idee»

Sono qui fuori della foresta per due o tre giorni perché ho voluto incontrarmi col Cardinale di S. Paolo (28), venuto a Urucará a trovare i laici e alcuni suoi padri. Ho avuto un importantissimo colloquio con lui. Vi scriverò presto dicendovi più cose, anche quelle di Pirovano, comunque vi assicuro che il Cardinale, uomo veramente aperto, intelligente e superiore, ha dato piena approvazione ai miei piani e alle mie idee. Ho nello stesso giorno ricevuto una lettera del p. Enrico in cui mi diceva di aspettarlo assolutamente. Per cui mi sono fermato due giorni qui e l'ho incontrato. Nella prossima settimana uscirò ancora una volta dalla foresta per incontrarmi con Pirovano a Manaus e intendermi bene con lui. State perciò tranquilli che anche se continuassi la mia riflessione ed esperienza nella solitudine, lo farò sempre in contatto coi miei superiori nella Chiesa di Dio. Ma voi non avete nessun diritto di impedire quel che «forse» Dio vuole.

Ai genitori da Urucará, 8 agosto 1974

 

19.

«A questo punto della mia vita ho bisogno di fermarmi e pensare»

Ricevo ora la tua lettera e ti vedo preoccupata. Perché? lo spero tu abbia ricevuto la mia lettera in risposta alla tua, che ho scritto circa due o più mesi fa. Non lascio perdere nessuna lettera, a chi mi scrive rispondo quasi subito e voglio mantenere questo proposito almeno finché mi trovo nel mio eremitaggio. Quindi abbiate un po' di pazienza. Anche l'Annamaria alla quale ho scritto una brutta lettera (non lo merita, lo so) mi dice che non l'ha ricevuta. Cosa succede nelle poste italiane?
Comunque, mamma, niente isterismi! Io vi sono più vicino di quanto non sia stato mai in 44 anni di vita, credilo. Vi ricordo di giorno e di notte, offro a Dio i miei momenti ma anche i vostri, i tuoi e di papà, che immagino quasi di ora in ora. Queste cose le ho già dette, con tante altre, nella precedente lettera, non voglio ripetermi.
Quanto alla mia vocazione, mi sento più tranquillo ora che in tutti i vent'anni di esercizio apostolico. Anche qui ti prego di credermi, di fidarti di me, altrimenti non ci intendiamo più ed è meglio non scriverci più. Invece io vorrei che ci intendessimo ancora e sempre, che rinsaldassimo i nostri vincoli familiari, adesso che sono un po' solo (ecco perché ho chiesto che tutti ci unissimo in una preghiera familiare giornaliera e voi avete proposto il Padre nostro della sera).
Cosa è successo? Mi sono seduto ai margini della foresta a pensare. Anche Dante nel mezzo del cammino di sua vita si era smarrito. Chi sono io per non smarrirmi? Ma i cammini di Dio non sono uguali per tutti, mamma mia... Cosa faccio? Seguendo il tuo consiglio soprattutto prego. Parecchie ore al giorno e della notte, anzi ti dico che sono sempre in preghiera, anche quando lavoro nei campi per mantenermi o quando caccio. Mi metto sempre nelle mani di Dio, dico il Rosario in tua compagnia.
La mia posizione è questa: a questo punto della mia vita ho bisogno di fermarmi e pensare. Mi puoi tu proibire o anche sconsigliare questa esigenza della mia anima?
Appena arrivato nella mia foresta ho scritto una lettera di perdono a quel padre che mi ha picchiato (29) e lui mi ha risposto che rinunziava al sacerdozio proprio in quei giorni. Ho scritto un'altra lettera al Vescovo chiedendogli di concedermi un tempo di riflessione prima di rientrare. Il Vescovo mi ha risposto che questo non dipendeva da lui ma dai Superiori di Roma e che aveva già inoltrato la mia domanda a Roma.
Fino ad oggi, dopo sette mesi, non ho ricevuto risposta, vuol dire che chi tace acconsente, io perciò sto tranquillo. Cosa faccio? Seguendo il tuo consiglio soprattutto prego. Parecchie ore del giorno e della notte, anzi, ti dico che sono sempre in preghiera, anche quando lavoro: nei campi per mantenermi o quando caccio mi metto sempre nelle mani di Dio, dico il rosario in tua compagnia.
Mamma, questo è tuo figlio. Ha i suoi problemi, anche i suoi segreti, anche i suoi peccati. Ma ha anche 44 anni. Voglio dire che sta cercando di risolvere in coscienza i suoi problemi, per salvare la sua anima. Fidati di lui, prega per lui, mettilo nelle mani di Dio e della Madonna e sta tranquilla.
La tranquillità è un frutto della fede, lo sai, se non sei tranquilla dubita della tua fede. E credi in me. Se non vuoi danni questa fiducia, pazienza. Ma io ti chiedo, per l'amor di Dio, di continuare a scrivermi e prega per me. E stiamo sempre amici.

Alla mamma dal Panauarú, 8 agosto 1974

 

20.

« Sono in un momento di crisi anche sacerdotale»

Avendo esposto a lungo tutti i dati della mia situazione e della mia persona al Superiore Generale, dopo due colloqui cedo al suo desiderio di avere una domanda scritta di quello che voglio (30).
Insisto nel dire che sono in un momento di crisi, anche dal punto di vista sacerdotale, oltre che vitale (filosofica!). Ho deciso di fermarmi e di pensare per ritrovare valori perduti o non mai avuti. I miei punti di crisi, naturalmente vertono anche sull'autorità e sull'obbedienza.
Vorrei chiedere una esclaustrazione per una maggior libertà di decisione e per non implicare l'Istituto in una esperienza che forse non lo riguarda essendo esso prettamente missionario.
Mi rincresce questo e vorrei invece che il PIME mi sopporti come un peso morto in quanto maturo le mie decisioni, che anche se non hanno il marchio evidente dell'obbedienza, sono però cercate nella sincerità, nella coscienza, nella costante preghiera e unione con Dio, e nell'amore (sic!) ai miei Superiori
e al mio Istituto e alla mia Chiesa.
Richiesto a mettere per iscritto i miei «pedidos» (richieste, ndr), chiedo un tempo ancora di riflessione per vedere più chiaro una « sombra» (ombra, ndr) di vocazione eremitica, ma soprattutto per preparare un ritorno al quale, così come sono, non mi sento in coscienza, preparato.
Tornando, poi, desidererei lavorare nelle comunità di Urucará, integrato nella pastorale della diocesi di Itacoatiara, restando del PIME.
Il problema che mi angustia sono i tempi. Il Superiore Generale vuole che entro tre mesi dia una risposta chiara, sia per l'Eremo, sia per l'apostolato diretto (31).
In questo punto non mi sento di dare una risposta e fissare
dei tempi, pur promettendo di fare di tutto, con l'aiuto di Dio e della Madonna, di non perdere tempo, ma di accelerare una decisione. Ma, poniamo che dopo aver optato per un eremo, se dopo alcuni anni, per esempio, volessi tornare all'apostolato, mi sarà negato?
Per cui fissare i tempi mi pare non dipenda proprio da me. Posso solo promettere, con tutta sincerità, di fare quanto è in mio potere, coll'aiuto di Dio, per risolvere quanto prima la mia situazione.
Chiedo la benedizione del Superiore Generale e la benevola pazienza dei confratelli e amici. Pe. Augusto Gianola.

Senza intestatario, per la Direzione generale del Pime, da Manaus, 17 agosto 1974

 

21.

« Dopo aver discusso a lungo tra noi, ci rendiamo conto che non l'abbiamo ancora capita»

Caro don Augusto,
La ringraziamo per prima cosa dei complimenti che ci rivolge a proposito delle nostre capacità psicologiche e teologiche. È il contrario di ciò che pensiamo noi, però ci hanno fatto piacere. Vogliamo anzitutto chiarire due punti:
1) Lei ci conosce tutti molto bene, conosce le nostre possibilità, il nostro livello spirituale, e quindi sa in che misura possiamo essere partecipi dei suoi problemi. Non abbiamo capito perciò perché Lei, pur dubitando di noi e pur conoscendo i nostri limiti, ci abbia sottoposto codesti problemi.
2) Ci siamo meravigliati del suo risentimento per il fatto di
aver invitato p. Enrico Pagani. Non c'era nessuna intenzione maliziosa e nemmeno il desiderio di scoprire dei segreti. Molto più semplicemente lo abbiamo invitato perché noi eravamo all'oscuro di tutti i «fatti concreti» cui Lei accennava soltanto nella sua lettera e che ci servivano per rispondere con coerenza e concretezza alle sue domande, che erano molto precise. Si trattava inoltre di far conoscere a tutto il Gruppo ciò che, forse, era a conoscenza solo di pochi. Comunque p. Enrico non ha aggiunto molto a ciò che già sapevamo, tranne qualche pettegolezzo.
Lei dice che l'abbiamo capita ma in realtà, dopo aver letto le sue lettere, dopo aver parlato con Giorgio e Myriam, dopo aver discusso a lungo tra di noi, ci rendiamo conto di non averla ancora capita. Non abbiamo neppure intuito i motivi veri che la inducono a scegliere l'eremo. Don, prima di parlare, di darle pareri, ecc. noi abbiamo bisogno di capirla chiaramente. Se Lei desidera veramente un dialogo con noi deve essere più chiaro, più esplicito.
Questo è ciò che risulta dalle nostre attuali discussioni sulla sua lettera: non riusciamo a dirle nulla di nuovo perché evidentemente non afferriamo qualcosa di essenziale.
Ad esempio: è chiaro che Lei ha dei problemi che le impongono una determinata sosta; le abbiamo già detto che è nel suo diritto attuarla. Ma perché proprio nella foresta? Meditare al Paratucú o a Itacoatiara non è la stessa cosa? Come può pregare e meditare serenamente mentre ha mille problemi di sopravvivenza da risolvere? Per mantenere la sua dignità di uomo non può lasciarsi andare: deve mangiare, dormire, ripararsi dalle intemperie, curare l'igiene e la salute, ecc. Se queste piccole cose essenziali sono per Lei enormi problemi, come potrà avanzare il tempo e la necessaria serenità di spirito per pregare e meditare (32)?
Il Giorgio ci ha rassicurati, ci ha detto che Lei è sereno; sentiamo poi dalla Sua lettera che non ha risentimenti di alcun genere; anche i Superiori, sembra, ora le sono favorevoli perciò la sua decisione riguarda soltanto la Sua esigenza interiore; eppure il Paratucù non sembra giustificato: ma perché a cercare Dio deve andare... a ca del diaul (a casa del diavolo, ndr)?
Non capiamo neppure a quali «tempi nuovi» Lei si stia preparando; potremmo benissimo dirle: «Va bene, vada, che Dio gliela mandi buona», ma noi non siamo d'accordo.
Questo vorrebbe dire rinunciare a capirla, ma se la mettiamo così, che razza di discorso ci potrebbe ancora essere tra noi?
Se la Sua è un'esigenza inderogabile, se Lei è certissimo che è giusto fare l'esperienza: eremo-foresta, a questo punto dobbiamo solo riconoscerle il diritto di fare ciò che sente necessario. Ma dobbiamo aspettare senza capire e limitarci ad assicurarle la nostra amicizia in ogni caso? solo questo?
Dice ancora il Ghit (33): come prete Lei ha degli obblighi verso la Chiesa. Se la sua azione rientra nel disegno della Chiesa
Lei la compia senza incertezze, avrà sempre la nostra stima. Una stima però sostenuta solo dalla fiducia e dall'amicizia, non. dalla comprensione profonda del suo problema.
Dice Claudio: il Gruppo d'appoggio sarebbe una base (34) in cui alcuni elementi stanno con la radio accesa, pronti a dare l'allarme (nemmeno ad intervenire di persona) se qualcosa si mette male, senza però capire niente dell'arrampicata, né della via scelta, né dei problemi, né dei sentimenti dello scalatore. Infatti la nostra sarebbe solo curiosità nei suoi confronti.
È ben diversa la posizione di quelli che seguono la scalata a vista, ne misurano, sia pure a distanza, le varie difficoltà, ne intuiscono i passaggi; apprezzano gli sforzi ed esultano dei progressi dell'amico impegnato sulla parete. Solo in questo modo il Gruppo di base si rende partecipe dell'arrampicata.
A proposito poi «del provare la vocazione» pensiamo che questa prova riguardi soltanto una variazione della sua vocazione di fondo, cioè quella del Prete. Si può fare il prete in molti modi, dal missionario all'eremita, ma non ci sembra che queste variazioni siano tanto importanti da giustificare un travaglio simile. A meno che anche qui non abbiamo capito. Ma non ce ne faccia una colpa Don; noi non siamo davvero dei teologi, e se Lei non vorrà non la capiremo mai.
Si tratta dunque di stabilire che tipo di rapporto intende stabilire con noi. Lei ritiene possibile un dialogo aperto, sereno e relativamente confidenziale? Conoscendo la configurazione del nostro Gruppo lo ritiene opportuno? Il contenuto delle Sue lettere è molto serio e presuppone un atto di grande fiducia in noi; questo lo abbiamo capito e molto apprezzato. Ma proprio per questo le chiediamo se Lei se la sente di continuare con noi una corrispondenza di questo genere. Deve decidere Lei.
Caro Don Augusto, le abbiamo risposto con sincerità e con tutta la buona volontà; e ora non dica che siamo spietati con Lei, questo è solo parlare tra amici.
La ricordiamo sempre; Lei è sempre dentro in tutti i nostri discorsi, sia in sede che in montagna, che in ogni altra occasione.

A padre Augusto dal Gruppo di appoggio di Locate Varesino, agosto-settembre 1974

 

22.

« Sto sempre alla presenza di Dio»

Io sono qui, un po' più ritirato dal mondo, su una bellissima punta di terra in un rio disabitato (35). Vi ho costruito una casetta (36) e intendo passarvi qualche mese in profonda contemplazione (37). Sento in me sensazioni molto belle, importanti. Sto sempre alla presenza di Dio. Ho con me due cani, una rete da pesca e il fucile. Questo mi basta per vivere tranquillamente, senza paure né preoccupazioni. È qui che mi preparo per uscire di nuovo nel mondo, con qualche idea in più, e comunque con lo spirito più preparato.
Ho parlato, prima di venire qua, con p. Celso, che è il mio parroco (38) e col quale sono in contatto diretto, poiché come vi ho già scritto, Pirovano mi ha concesso di passare alla Prelazia di Itacoatiara, pur restando del PIME.

Ai genitori dal Paratucú, 14 ottobre 1974

 

23.

« Pensiamo al Regno di Dio e il resto ci è dato in abbondanza»

Ti scrivo qui dal mio eremo nel Rio Paratucú, da dove mi trovo ormai dal 15 settembre. L'ultima persona che ho visto, più di un mese fa è stato il Cicero, che è venuto a passare tre o quattro giorni con me. Mi trovo però bene, con molta pace nel cuore e vivendo continuamente nelle mani di Dio, perché altre mani in cui mettermi, qui, non ce n'è.
Non posso pretendere neanche molte visite, perché la distanza è veramente grande: l'abitante più vicino (il mio prossimo) è sempre il Cicero, e quando non sono due giorni però almeno uno ben intero di marcia forzata e pericolosa ci vuole. Si può venire anche dalla parte del Rio, ma allora la distanza è molto maggiore e ci vogliono due giorni di motore (barca a motore,
ndr), che vada bene.
Il mangiare del mezzogiorno e della sera lo faccio sempre bollito, sia carne, sia pesce, ma qualche volta lo facevo anche, non so come si dice, in umido? comunque inventavo là qualche cosa, quando avevo l'olio. Poi la lattina è finita. Il bollito mi piace sempre. Adesso poi ci metto sempre dentro qualche verdura, perché appena arrivato ho piantato verdure e in questi giorni sto cogliendo i primi frutti di maxixi (39). A volte, quando ammazzo qualcosa di grosso, la carne, se non ben salata, va un po' a male, allora mi vengono buoni alcuni condimenti che la Nella mi ha mandato: aglio, cipolla, alloro, salvia rosmarino; sono dei sacchettini di 20 gr. l'uno, troppo poco,
è vero, ma un pizzico basta per dare un sapore e la carne va giù (40).
Quando prendo una caccia o un pesce grosso, devo subito salarlo; poi se c'è un bel sole lo espongo a seccare, ma si sa, i mosconi ci lasciano sempre qualche uovo. Oppure lo interro, nella terra avvolto in foglie di banana. Così si conserva a lungo.
Infelicemente ci sono molti animali che perseguitano le piantagioni: ho piantato fagioli, zucche, angurie, mais, meloni, quiabi, maxixi, pomodori, peperoni, melanzane, basilico. Sono cresciuti bene i fagioli, ma il camaleonte me li fa fuori tutti, mangiandone le teneri foglie: ne ho ammazzati 2 ma ce n'è ancora e sono furbi come il diavolo. Sono cresciute le angurie e sono le uniche che prosperano, spero di mangiarle.
Il caldo mi ha ammazzato le zucche e i pomodori. Le formiche mi hanno fatto fuori le cipolline, peperoni, melanzane, gli uccelli pure mi hanno mangiato molti semi, le cavallette stanno rovinando il mais. I vampiri stanno ammazzando i cani. Meno male che non ho portato le galline, perché i falchi girano continuamente per vedere se possono rubare qualche cosa.
Anche i pesci mi fanno dannare; i jacaré (coccodrilli, ndr) o le piragne grandi, quelle nere, non mi lasciano intatto niente. Mi hanno mangiato quasi tutti gli ami, anche i più grossi,
anche quelli che metto giù col filo di ferro invece del nailon. Mi hanno mangiato quasi tutta la rete. È davvero difficile sopravvivere in questi luoghi così selvaggi.
Però si vive. Ed è anche bello, e quando capita qualcosa si alzano gli occhi al cielo, si fa una risata, si ringrazia il Signore, perché su 99 cose che vanno buche, una sempre si salva, ed è quella che basta per farti vivere e non morire.
Molto lavoro ho fatto nel campo. Ho abbattuto un 10.000 metri di foresta, che brucerò in questi giorni infocati di estate torrida. Poi pianterò la manioca.
Materialmente la mia vita è questa: vivono con me i due cani, la Safira e il Remansino, e ogni tanto andiamo tutti e tre a fare un giretto con la Rosina, che è la mia canoa.
Spiritualmente la cosa è più complessa e mi riesce difficile scrivere. Però la grande pace che senti ti basta.
Di salute sto proprio bene: la vita è calma anche se piena di lavoro e da mangiare non ne manca, anche se bisogna sempre procurarselo. Il Cicero mi ha portato la manioca che però sta quasi per finire.
Capitano certe cose, quasi tutti i giorni, che visibilmente ti mostrano come Dio pensa a te, ora per ora. Dapprima mi preoccupavo un po' se non prendevo un qualcosa da mangiare, ma poi ho visto che non ci si deve preoccupare: pensiamo al Regno di Dio e il resto ci è dato in abbondanza. Ormai l'ho controllato fin troppo bene.
Conto di uscire verso la fine dell'anno e di presentarmi al mio Parroco padre Celso, come vi avevo informato. Lui mi dirà quel che devo fare, comunque questo mio eremo del Paratucú resterà aperto a me e a chi volesse approfittarne, finché potrò: ogni tanto ci passerò un tempo, se tutto ciò entra nei piani di Dio, naturalmente.
Questo è conforme agli accordi presi con mons. Pirovano. Perciò sta tranquilla, tranquillizza tutti, specialmente quella povera Annamaria che certamente ha pregato molto per me.
Ma è così, ognuno deve fare la sua esperienza e io mi guarderei bene dal dire all' Annamaria o a Pinuccia di non fare quello che il cuore o la mente suggeriscono loro.

Alla mamma, dicembre 1974

 

24.

Commozione per la morte della cagna Safira

Purtroppo una notizia triste, per modo di dire: triste per me. Si tratta della mia Safira. È una cagna ardita, sempre lanciata sulla caccia, sempre in corsa, senza paura. L'altra mattina presto prendo il fucile. Quando lei mi vede col fucile diventa matta e mi disturba la caccia. A volte la lego ma lei mi morde tutto e me la ritrovo dietro. Quando punto il fucile verso un albero è finita, comincia ad abbaiare e addio. È ardita, le manca solo la parola, ma non va bene per la caccia. Quando la mando a casa a stangate lei se ne va, ma appena sente lo sparo eccola di nuovo perché la selvaggina deve essere lei a raccoglierla.
Come guardiana di casa invece è eccellente e non lascia avvicinare niente senza dare l'avviso. Solo il camaleonte, che la cura sempre dall'altra sponda del Rio, quando vede che sta dormendo in un posto, lui viene nuotando e sale dall'altro lato a mangiarmi i fagioli. Ne ho ammazzati quattro e ce n'è ancora uno, il più furbo. La carne del camaleonte piace molto ai cani.
Bene, stavo dicendoti della Safira. L'altra mattina vado fuori presto. Lei viene e quando io sparo si avventa sulla preda. Ma ecco, proprio là c'era la terribile Surucucu (serpente cobra, ndr) col suo veleno. Se fossi andato io quei tre morsi sarebbero stati per me, dato il luogo fittamente scuro. Prendo la caccia dai denti del cane e vedo che si siede e comincia a piangere. Cosa c'è? Non si muove, non può più camminare. Ho capito subito, la cobra.
Allora ho preso in braccio la povera bestia con la zampa che ingrossava a vista d'occhio. A casa ho inciso col coltello ma trattare un cane non è facile. Poi ho fatto molti impacchi con acqua e sale, l'unica cosa che avevo a disposizione. La poverina mi guardava con occhioni, ma sempre più spenti. Solo quando la chiamavo muoveva un po' la coda. Era una cosa penosa. Cosa dovevo fare? L'ho messa nelle mani di Dio, è sua creatura.
Passano le ore, l'animale reagisce sempre di meno. Quando diventa scuro si alza con grande sforzo e non c'è verso di tenerla, vuole dormire o morire fuori, nella foresta. La lascio andare. Chissà. Dicono che dopo 48 ore si è fuori pericolo... alla mattina vado a cercarla. È là, ancora viva. Sono passate 24 ore. La prendo, non si muove quasi più. La zampa è orribile, piena di formiche e insetti. Altri impacchi, lei lecca l'acqua salata, ma sta morendo.
Cosa faccio? Ammazzarla non ho coraggio, anche perché non è mia, è del Cicero. Ma anche se si salva, la zampa la perde. Ad un certo punto si alza, raccoglie tutte le forze, sbandando e riposandosi ogni tre passi si dirige verso qualche parte. La seguo e vedo che va fino al posto dove è stata morsicata. Perché? Alla sera ormai non si può starle vicino. La gamba puzza e un nugolo di vespe e di mosche attorno. Però vedo che lei reagisce cercando di difendersi. Ma stamattina vedo che viene da lontano, è ancora viva e sono 48 ore. Però la carne sta cadendo tutta marcia. Il cuore ha resistito. Ha leccato un po' di brodo e farina. Ma cosa ne faccio di un cane a tre zampe? Comunque il suo padrone deciderà.
Oggi non l'ho vista tutto il giorno. Non so se è viva o morta. Per ora non vedo ancora gli urubu volare nei paraggi, è segno che non è ancor morta. Gli urubu marcano subito il posto dov'è una carogna. Quanto alle cobre qui ce n'è molte. Ne avevo già ammazzato una qui in casa, ma tre giorni fa, nell' aprire la finestra al mattino presto me ne cade giù una, sfiorandomi il naso, ed era delle peggiori. Quando l'ho vista armarsi verso di me, sono corso a prendere il bastone e l'ho fatta fuori. Adesso ho un po' di timore anch'io dopo il caso Satira, mi vengono in mente le tue raccomandazioni e mi metto gli stivaletti quando esco col fucile.
Oggi ho bruciato tutto il mio roçado di 5000 mq (campo di mandioca, ndr). È una scena infernale. La foresta abbattuta e bella secca è un solo. boato: sembra un deposito di benzina che esplode. E bisogna correre dentro e fuori le fiamme, spargendo il fuoco dove ancora non è attaccato bene, badando però a non farsi intrappolare perché il vento è alleato del fuoco e te lo fa girare come vuole lui, all'improvviso scoppiano fiammate altissime. Il fumo negli occhi, le scintille che ti cadono sulla schiena e ti lasciano i tatuaggi, il sudore del caldo, del sole e della fatica di correre, le spine che ti entrano nei piedi e le cobre, le quali sono sensibili ad ogni fuoco, specialmente le surucucu: le vedi che, invece di fuggire, vengono a mordere i tizzoni ardenti con rabbia, e muoiono.
Così sono contento: adesso può anche piovere. Con un'altra settimana di lavoro avrò sgomberato tutto il terreno e la terra con la cenere resta ben concimata. Poi con un'altra settimana di lavoro, se mi porteranno la mandioca, la pianterò. Così se qualcuno vuol
venire a passare qualche tempo, è tutto a posto. Chissà se oggi arriva qualcuno. È ormai quasi due mesi che non vedo gente.

Senza destinatario dal Paratucu, dicembre 1974

25.

« Quanto a controllare la mia vocazione eremitica devo dire che la risposta è negativa»

Il mio anno ignaziano di esclaustrazione sta per finire. In gennaio infatti mi consegnerò definitivamente al mio nuovo Vigario (parroco, ndr) pe. Celso di Urucará, come ho concordato col Superiore generale. Quest'anno o poco più di foresta non mi ha dato apparentemente molti risultati. Solo alcune luci molto «oscure» che, con l'aiuto del Signore, vedrò di migliorare.
Questa esperienza forse mi sarà utile per comprendere di più il mondo caboclo e lavorare più da vicino con esso nelle colonie, il che, come Lei sa, è sempre stato il mio desiderio. Per questo ho preferito scegliere Urucará e in questa lettera colgo l'occasione per chiederle scusa delle mie disobbedienze e del mio abbandono di Parintins. Non c'è altro motivo (tutto è passatissimo quello che è successo) se non una inclinazione ad un
lavoro diverso. Lascio a Dio il giudizio: io non so se la scelta è stata giusta e ben fatta: che Egli non mi abbandoni.
Quanto al controllare la mia vocazione eremitica devo dire che la risposta è negativa: forse per mancanza di maestri o di libri, come eremita amazzonico autodidatta sono fallito.
La vita solitaria è bellissima per me, ma appunto perché troppo bella e libera, dopo tre mesi di vita «al limite» l'ho sentita anche abbastanza sterile, dal punto di vista spirituale.
Forse bisogna avere più tempo a disposizione ma i termini fissati dal Superiore erano 3 mesi: ho preferito ascoltarlo e ora uscirò, con grande saudade di questa vita, anche se non mi ha dato, ripeto, che qualche piccolo barlume.
Questo mio eremo però resterà e ogni tanto vi farò ritorno
a rinfrescarmi l'anima e se qualcuno vuole usarne «a casa è nossa» (la casa è nostra, ndr).
Bene, dom Arcangelo, mi ritenga sempre uno dei suoi, anche se transfuga e disponga sempre: Urucará non è poi molto lontano.
Favorisca comunicare queste cose anche a Pe. Zanelli perché non ho tempo per scrivere un'altra lettera.

A monsignor Arcangelo Cerqua dal Paratucú, 16 dicembre 1974

 

26.

« Una bella esperienza: la morte che viene»

(20/12/74) - Ultimo giorno di solitudine completa. Domani infatti verranno alcuni uomini e lunedì partiremo definitivamente dal Paratucù. Non posso nascondere un certo rincrescimento nel lasciare questo estremo lembo di libertà.
Libertà e sicurezza non stanno insieme, in questo mondo. La libertà implica il rischio, si paga con la precarietà e con la fatica; però è spensierata, sciolta, bella, fantasiosa, libera insomma. Si fa quel che si vuole, ci si esprime come si vuole, autenticamente, come ci si sente, come e quando si vuole. È una bella vita, senza preoccupazioni e responsabilità.
La sicurezza invece la si deve preparare, guadagnare, conservare a fatica, preoccupa, fa pensare al futuro («Non preoccupatevi di quello che mangerete domani o vestirete... ». Gesù Cristo non era forse un libero?). Sia la libertà come la sicurezza, però, sono relative: non si è mai totalmente liberi come non si è totalmente sicuri.
Qualcuno preferisce la libertà, ad esempio molti del mio popolo brasileiro (gli indios ne sono l'esempio tipico). Non si assoggettano ad un lavoro stabile, non possono perciò avere diritto alle pensioni, alle assistenze INPS, ecc. Spesso non vogliono andare a scuola, perciò saranno emarginati nella società così com'è costituita. Sono liberi, fanno quello che vogliono, nascosti nei fiumi o nelle foreste, come me.
Naturalmente la loro bellissima libertà la pagano con l'insicurezza. Quelli che vogliono essere sicuri devono rigare dritto: quei tanti anni di lavoro, lavoro ordinato, con orari fissi, quasi da schiavi. .. non hanno a disposizione una vita da vivere e riempire come si vorrebbe (se non qualche feria).
Ho vissuto l'avventura della libertà fino ai limiti estremi, me ne sono inebriato: è un'esperienza straordinaria e mi rincresce interromperla e comunque cercherò di mantenere come riserva qui e di portarmene un po' anche là fuori, impostando almeno il lavoro come più mi è consono.
Ma è certo che ho visto anche un po' l'egoismo e la sterilità (sociale) di questo tipo di libertà. Non ne ho il diritto, quando altri milioni di amici e fratelli non la possono godere come me. È meglio che io sia un po' più schiavo con loro, in modo che possano imparare ad essere liberi con me.
Io sento che sarò schiavo. Schiavo nelle loro case, nelle quali ho deciso di vivere rinunciando ad averne una mia, schiavo dei loro orari, dei loro costumi, dei loro difetti, del loro mangiare, dei loro odori, della loro ignoranza, delle loro superstizioni. Non potrò più neanche andare a defecare con la grande libertà che ho qui (le loro latrine sono qualcosa di orribile)...
Avrò più sicurezza. Qualcuno mi assisterà quando sono ammalato e bisognoso ed è il caso più classico: fame, malattia, morte.
In quest'ultima settimana il buon Dio ha voluto che facessi anche questa esperienza. La mia gamba paralizzata migliora, anche se resta un po' pesante. Doveva essere la pressione bassa che non riusciva a spingere il sangue negli arti: infatti almeno 3 arti erano intorpiditi. Allora ho preso delle gocce per rinforzare il cuore, che la Nella mi aveva mandato. Ho dovuto smettere perché il cuore ballava troppo, ma il miglioramento è stato sensibile. Invece lunedì scorso è arrivato l'attacco micidiale: malaria.
Io avevo chiesto al buon Dio di farmi pur sperimentare tutto quello che il caboclo soffre. Già ero stato esaudito molto, ma dentro di me mi rammaricavo che però non ero passato attraverso quella che è uno spauracchio per il caboclo, la malattia, che blocca tutta la famiglia e smagrisce a vista i suoi figli. Comunque meglio così, pensavo. È sempre meglio non spingere troppo in là le esperienze.
Mi ricordo il Luciano, quando cercavo qualche variante più difficile sui monti, mi diceva: «Don, vem no a cercà rogn» (Don, non andiamo a cercare rogne,
ndr). Ma lunedì, fulminea, è arrivata la febbre che neanche il termometro aveva numeri per misurare. Di malarie ce n'è di vari tipi. La terzana mi pare sia quella più micidiale e non c'è da scherzare. Senza una debita assistenza... E io l'assistenza l'avevo a qualche giorno di distanza.
Mi trovavo nella foresta a cercare qualcosa da mangiare per mezzodì e con grande sforzo ho raggiunto la casa, ho lasciato cadere le prede che i cani si sono divorati e mi sono gettato in fondo alla rete.
Ho pensato, intanto che battevo i denti, che doveva essere l'effetto di un bagno involontario di qualche ora prima, all'alba, quando mi sono tuffato nel fiume per raggiungere la Rosina (la mia canoa) che si era sciolta e la corrente già portava lontano.
Quando ho visto che martedì e mercoledì la situazione non migliorava ho detto: «È malaria» e ho deciso di far qualcosa. Mi sono alzato come un ubriaco e ho cercato le pillole della malaria. Le ho trovate tutte ammuffite, ma le ho prese. Giovedì stavo meglio, poca febbre. Oggi sto bene e ho lavorato.
Ma ho fatto due esperienze interessanti:
1) Come il caboclo, quando si ammala tutto si ferma. Ma, voglia o no, alcune cose deve pur farle e quando si ha la febbre è un caso serio. Ho dovuto per es. andare a tirar su la rete e non riuscivo a remare. Cercavo di fare un po' fuoco, una limonata, un caffé, ma tenendomi in piedi, appoggiandomi e con sforzi estremi.
2) L'altra esperienza è quella della morte che viene. Ed è stata bella. Mi sono accucciato nella rete e non ho avuto paura proprio. Non ho avuto allucinazioni da delirio come quella volta là dal Cicero. Mi sono raccomandato alla Madonna e ho detto che ero pronto (anche se pronti non si è mai). Ho sempre fatto la proposta al buon Dio: «Se è per andare fuori e fare lo stupido, preferisco morire qui».
Credevo fosse una bella frase che si dice quando si sta bene. Invece devo dire che ha funzionato in pieno. Soffriva il corpo, ma lo spirito non era per niente angustiato, anzi, quasi in allegria, contento che era arrivato un momento importante e risolutivo, che mi avrebbe tirato dai miei 1000 dubbi.
Volevo anche scrivere due parole per quelli che mi avrebbero trovato morto (seppellitemi con la mia stola qui fuori, sotto la grande croce, nella mia amaca e date la mia spingarda al Cicero), ma non ne ho avuto la forza.
Questa esperienza mi ha consolato. È stata una prova generale e dico che non si abbia paura della morte che non è così brutta. Viene, è un momento importante, risolve tutto lei e basta.
C'è da aggiungere che l'aver passato questa esperienza solo... era «il qui ti voglio» che mi interessava e che mi rincresceva quasi di non aver fatto. Il buon Dio mi ha accontentato ed anche per questo suo gesto lo ringrazio.

(21/12) - Il 74 resterà nella mia vita una parentesi speciale. Vorrei continuarlo ma sinceramente devo dire che il desiderio di andar fuori a cominciare il nuovo lavoro mi attrae di più. Non si possono fare bilanci di una esperienza di questo tipo, lascio tutto al giudizio di Dio.
- Vorrei poter dire che quest' anno è stato il migliore della mia vita, ma non lo so.
- Vorrei dire che ho fatto un po' di penitenza dei miei peccati, ma non lo so, dal momento che penitenza non è esattamente uguale a fatica di vivere.
- Vorrei poter dire che ho vinto un po' le mie passioni, purificato il mio cuore, il mio spirito, la mia carne, ma non lo so: forse esse (passioni) soltanto non hanno avuto molto campo per esprimersi. Direi che esse hanno riposato un po' quest'anno e che però, qual brace sotto la cenere, sono pronte a rivivere ai primi venti favorevoli. Orgoglio di fare diverso, di essere chissà chi specialmente dopo aver fatto l'«eroe», invidia di chi fa meglio, avarizia, lussuria, insubordinazione... sono lì pronte a ricominciare a vivere con me, perché sono «io stesso» e morranno con me.
- Vorrei poter dire che è stato l'anno in cui ho pregato di più e forse questo lo posso anche dire, perché almeno per quanto riguarda il senso comune chi si dà alla preghiera. Però nonostante le preghiere molto belle, non mi sento convertito.
- VORREI POTER DIRE che quest'anno è riuscito a far morire l'uomo vecchio, ma sento che non è proprio così. Non rinascerò, anche se lo chiedo con tutte le mie forze al mio Dio.
Tuttavia qui al Paratucú specialmente, qualcosa è cambiato in me, nei riguardi della mia fede. Uno dei miei scopi dichiarati già dall'Italia era quello di fermarmi un momento nella mia vita, sospendere tutto quello che dovevo fare o volevano farmi fare, per ricercare, possedere Dio, non perderlo più e, se mai, dopo, darlo agli altri. Se no morire, che era meglio. Sapevo però anche che questa mia pretesa è un po' azzardata e che Dio non è obbligato a lasciarsi trovare, nonostante la mia
voglia di abbracciarlo. A chi vuol abbracciarlo, spesso Dio manda il diavolo e allora che bell'abbraccio!
Infatti è stato così. Alla fine del mio anno eremitico, devo dire che non sono riuscito ad abbracciare Dio.
Però qualcosa si è mosso dal di dentro. A furia di cercarlo, Dio ha mostrato di più il suo vero volto e in un modo strano, cioè nascondendolo completamente. Per cui esco dal Paratucú con una fede diversa, ma nel suo insieme più forte e sicura.
(22/12/74) Approfitto del mancato arrivo degli uomini del Mocambo che avrebbero dovuto arrivare ieri a prelevarmi definitivamente dal Paratucú, prolungando di un giorno il mio eremo, per scrivervi in questo mattino di pioggia.
Ho ricevuto la vostra lettera. Avete ragione. Il volervi rivelare il Don totale e interno è stato troppo azzardato e non ha dato tutti i suoi frutti. Però devo dirvi che il vostro parere ha pesato molto sulla bilancia delle mie decisioni. Ed alla fine, unito ad altre considerazioni, ha finito per trionfare.
Adesso il problema è come fare a rispondere a tutti i vostri interrogativi. Bisognerebbe incominciare daccapo, impostare tutto il problema su basi più chiare, per poterci capire. Ma sarebbe un lavoro troppo lungo e, tutto sommato, ormai appartenente al passato. Per questo mi pare più importante darvi il punto attuale della situazione. Tuttavia mi pare che, anche se in modi più semplificati, noi dobbiamo sempre tenerci in un contatto vitale, cioè parlare dei nostri problemi vitali.

Ai Centpe di Locate Varesino dal Paratucu, 20-21-22 dicembre 1974

 

27.

« Ti penso e ti ricordo sempre con affetto trepido»

Carissimo P. Augusto,
Grazie della tua del giorno 16 scorso. Riferirò al P. Zanelli quanto mi scrivi. Avrei da fare delle benevoli e bene intenzionate osservazioni sulla tua andata a Urucará decisa con mons. Pirovano, ma sono atteso dalla commissione del Natale dei poveri e mi manca quindi il tempo.
Ti auguro di trovarti bene nel nuovo ambiente, ma la presenza di tante sante persone però di mentalità differenti mi fa temere in futuro qualche comprensibile malinteso. Forse in un settore della Prelazia, come quello di Maués, ti saresti trovato meglio. Comunque son contento che sei uscito dal «mato».
Rinnovo gli auguri di Natale e ti benedico; anche se dipenderai da un nuovo Vescovo, per ora, ti penso e ricordo sempre con affetto trepido, benché in apparenza burbero e pungente.

In Cristo + Dom Arcangelo Cerqua
A padre Augusto da monsignor Arcangelo Cerqua, da Parintins, 23 dicembre 1974

 

* Da una lettera alla sorella Pinuccia del luglio 1974.
[1] Achille, principale personaggio dell'Iliade, nella guerra di Troia si rifugiò sotto la sua tenda per non partecipare alla lotta. Tornò a combattere per vendicare l'amico Patroclo, ucciso da Ettore.
[2] Uno dei motivi profondi della scelta di Augusto è proprio questo: afferma che il cabloco, in dieci anni, «l'ho visto solo col binocolo»: lui che era profondamente inserito nella vita della gente! Figuriamoci gli altri... Di qui il desiderio di vivere col caboclo, nella stessa casa, con lo stesso cibo, con lo stesso lavoro, ecc.
[3] Padre Zanelli era a quel tempo il Superiore regionale del Pime per lo stato di Amazonas, in cui il Pime ha due impegni: la prelazia di Parintins e diverse parrocchie a Manaus.
[4] Mariangela è la moglie del fratello Alberto; Esa è la sorella Maria Teresa.
[5] Interessante che Augusto mandi il suo diario alle sorelle, pensando che ne ridano, che si divertano. Al contrario, i nove volumi del diario sono altamente drammatici e provocatori e in alcuni passi toccano punte elevate di poesia, di letteratura, di preghiera mistica. Quando invece Augusto tenta di fare ragionamenti filosofici e teologici, allora, sì, c'è da ridere: come si dice, scopre l'acqua calda. Ma anche questo è un segno del suo carattere: voleva sperimentare tutto, ragionare e discutere su tutto, convincersi personalmente di tutto.
[6] Nel periodo postconciliare, la prelazia di Parintins realizza il passaggio dalle Congregazioni mariane (l'Azione Cattolica del tempo in Amazzonia, gruppi di élite) alle comunità ecclesiali di base che coinvolgevano tutto il popolo. Padre Gianola era uno dei principali fondatori e animatori di queste «comunità». Monsignor Arcangelo Cerqua voleva procedere con calma nella nuova via, salvando i valori positivi dei Mariani; temeva la «politicizzazione» delle comunità (come avveniva in varie parti del Brasile) e l'appiattimento generale della vita cristiana nelle «comunità», mortificando i carismi individuali. Di qui un certo contrasto fra il vescovo (conservatore) e i tipi come padre Augusto (si veda il capitolo XIV di P. Gheddo, Missione Amazzonia. 150 anni del Pime sul Rio delle Amazzoni (1948-1998), EMI, Bologna 1997.
[7] Naturalmente, per un giudizio equilibrato sui fatti riferiti da Augusto, bisognerebbe sentire anche l'altra campana... D'altra parte, è normalissimo che, in qualsiasi
posto o ufficio, chi viene dopo uno che ha rinnovato situazioni e metodi, tende a ritornare alla più tranquilla situazione precedente... Augusto interpreta questo come un segno di antipatia nei suoi riguardi, mentre è una norma abbastanza comune di comportamento, specialmente negli ambienti ecclesiali!
[8] Don Zeno Saltini (1900-1981), sacerdote di Modena, fondatore della Comunità di Nomadelfia (Grosseto), chiese la riduzione allo stato laicale quando entrò in contrasto con la Santa Sede, e ne fu allontanato dal Sant'Uffizio (1952-1953). Fu reintegrato da Giovanni XXIII e tornò alla guida della sua Comunità (1962).
[9] Tutte le testimonianze dei confratelli concordano nel dire che Augusto è stato il missionario che più si è inserito ed ha capito la mentalità, la lingua, la cultura dei caboclos. Questo è positivo, ma naturalmente ha un limite: un bianco, un italiano che va in Amazzonia a 33 anni come Augusto, non potrà mai essere (e non è bene che lo sia!) del tutto «come loro» e nemmeno tentare di esserlo fino in fondo (si veda supra l'introduzione al capitolo III).
[10] Monsignor Cerqua ricorda alcuni missionari che sono assenti dalla prelazia, per dire ad Augusto che è suo dovere ritornare.
[11] Questa lettera è del marzo 1974, Augusto si è ritirato al Panauarú. all'inizio del dicembre precedente. Nella vacanza in Italia del 1973, aveva ristabilito i rapporti col gruppo dei «Centpe» (cento piedi, gruppo alpinistico da lui fondato nei primi anni di ministero) e col suo «Gruppo di appoggio», ambedue a Locate Varesino; tornato in Amazzonia, scrive per provocare i suoi amici ponendo loro domande che facciano discutere.
[12] Qui uno dei motivi di contrasto fra Augusto e i missionari di Parintins. Una casa in muratura con frigorifero, ventilatore, letto, cibo regolare... per lui era «vita borghese»; per gli altri era il minimo indispensabile per sopravvivere e lavorare, in quel clima e con quelle difficoltà di viaggi, di ambiente.
[13] Per le «colonie agricole» si veda infra il capitolo V. Augusto vi si impegna quando lascia l'isolamento in foresta nel 1975, ma intanto, fin dal 1971 aveva avviato questo esperimento attraverso alcuni volontari laici italiani (dei Tvc, tecnici volontari cristiani), che erano venuti da Parintins per lavorare nel Mocambo ed aree circostanti: erano entrati in contatto e collaborazione con la vicina parrocchia di Urucará (della prelazia di Itacoatiara), dove un giovane missionario canadese, padre Umberto, aveva avviato anche lui la creazione di colonie agricole per la liberazione dei caboclos. Nel 1972, da questa collaborazione nasce il Cetru (Centro de Treinamento Rural de Urucará), che lo Statuto così definisce: «Società civile senza scopi di lucro, destinata a preparare gli uomini della regione ad un'agricoltura moderna e avanzata».
[14] Da questa lunghissima lettera riportiamo solo i passaggi più significativi, togliendo i nomi dei singoli membri del gruppo (per di più senza cognome: Marisa, Maria Rosa, Piera, Mario, ecc.).
[15] Bellissima questa espressione, frutto della saggezza popolare!
[16] Padre Enrico Pagani era stato il viceparroco di padre Augusto nella parrocchia di San Giuseppe Operaio: i due andavano pienamente d'accordo (si veda supra capitolo III).
[17] Padre Gianola si firmava spesso «il vostro Don».
[18] Naturalmente bisogna capire anche il vescovo Cerqua e gli altri missionari: se Augusto si fosse affermato in Parintins e nella prelazia come un parroco del tutto diverso dagli altri, che viveva nello stile a cui accenna in questa lettera (come poi ha vissuto al Mocambo, ad Urucará e nella foresta), cosa sarebbe successo? E facile immaginarlo, specie in un ambiente cosÌ ristretto: confronti, giudizi poco simpatici sugli altri preti, ecc.
[19] Sintomatico della situazione in cui si trovava Augusto: «Due o tre giorni, due o tre anni... ». Non sapeva di preciso quanto sarebbe durata la sua ricerca né dove l'avrebbe portato. A dir la verità, non aveva nemmeno le idee chiare su quel che stava cercando: Dio? La santità? La purificazione della sua vita dal peccato? Un modo diverso di essere missionario con i caboclos? Comprensibile che abbia fatto «disperare» sia il vescovo che i superiori del Pime, come ha detto monsignor Pirovano (si veda supra l'introduzione a questo volume).
[20] Parole forti e accorate! Certo che un prete così, ad una sorella monaca di clausura, doveva fare tanta pena: voler aiutarlo e non sapere cosa fare!
[21] L'«esclaustrazione» è un periodo di sospensione dall'esercizio del sacerdozio o dall'appartenenza ad una Congregazione o Istituto, che si concede a chi è in crisi e vuol passare un periodo nel mondo per provare la sua vocazione. Ma viene concessa a determinate condizioni, secondo il Diritto canonico e le Costituzioni di un Istituto. Augusto invece voleva una esclaustrazione «mei generis», cioè secondo la sua volontà: era davvero fuori da ogni schema, faceva disperare vescovo e superiori...
[22] Nel luglio 1974, dopo sette mesi che era al Panauarú col caboclo Cicero, padre Gianola incomincia a dire ed a scrivere che vuole ritirarsi più addentro nella foresta, da solo: ormai molti hanno scoperto il suo eremo e dal Mocambo vengono a visitarlo. Monsignor Cerqua gli dice di non andare da solo in foresta!
[23] Tebaide, zona antica dell' Alto Egitto attorno alla città di Tebe, presso l'attuale città di Luxor. In questa regione desertica si sviluppò (III sec.) il movimento degli «anacoreti" (vivevano da soli) e più tardi (IV sec.) dei cenobiti (vivevano in comunità o cenobio). Erano eremiti cristiani che vivevano in grotte o nel deserto, ma non troppo distanti l'uno dall'altro, per potersi aiutare in caso di bisogno.
[24] Padre Vincenzo Pavan era parroco della Cattedrale di Parintins, da cui dipende religiosamente la comunità del Mocambo e il territorio in cui è situato l'eremo del Panauarú e più tardi del Paratucú. Quindi visitava quei posti e anche padre Gianola.
[25] Augusto, anche per un motivo anagrafico, non era per nulla un «sessantottino», anzi in molti campi era piuttosto conservatore. Ma sentiva fortemente l'influsso delle «idee nuove». Questa ad esempio: che per sapere se una vocazione è autentica, bisogna sperimentarla (ma dove finisce allora il sacerdozio e lo stesso matrimonio?). La fiducia non nella riflessione e nel consiglio di persone sperimentate, ma nella propria « esperienza» (quanti sono quelli che passano da un' « esperienza» all'altra e non giungono mai ad una decisione?).
[26] L'idea delle «colonie agricole» sulle «terre alte », si veda infra capitolo V.
[27] Nel dicembre 1973 Augusto si è ritirato con il caboclo Cicero al Panauarú (affluente del Rio Nhamunda), non molto distante dal Mocambo. Il 15 settembre 1974 si spinge più addentro nella foresta, lungo il Rio Paratucú, dove vive da solo fino al gennaio 1975.
[28] L'arcivescovo di San Paolo, il cardinale Paolo Evaristo Arns, era venuto nella prelazia di Itacoatiara per visitare alcuni suoi sacerdoti diocesani (fra i quali il padre
Celso, parroco di Urucará, che sarà in seguito il parroco di padre Gianola) e laici che aveva mandato in aiuto a quella prelazia amazzonica nel quadro del progetto « Igrejas Irmas», della Conferenza episcopale brasiliana (si veda Gheddo, Missione Brasile, cit., pp. 234s.).
[29] Padre José, si veda supra lettera 26 al capitolo III.
[30] Questo documento è conservato nell' Archivio generale del Pime a Roma. Augusto l'ha scritto per il Superiore generale e la sua Direzione, dopo i colloqui avuti a Manaus con monsignor Aristide Pirovano nell'agosto 1974.
[31] Monsignor Pirovano, incontrando Augusto a Manaus nell'agosto 1974, gli dà tre mesi di tempo per prendere una decisione. Di qui nasce l'isolamento ancor più rigido del Paraturú (si veda più avanti).
[32] Altra risposta centrata dei Centpe: il buon senso del popolo!
[33] Gaetano «Ghit» Canavesi, responsabile del gruppo di appoggio «Centpe» di Locate Varesino.
[34] Augusto aveva scritto agli amici di Locate Varesino che loro erano come la «base» di chi fa scalate difficili in montagna: è in contatto via radio con lo scalatore, ne segue col cannocchiale i progressi, pronta ad entrare in azione per soccorrerlo.
[35] Dal 15 settembre 1974, dopo due esplorazioni nella foresta per trovare il posto, Augusto sceglie un altro «eremo» più isolato del Panauarú, in cui era stato con Cicero dal dicembre 1973. Il nuovo eremo è sul Rio Paratucu, che si raggiunge per via terra dal Mocambo e per via fluviale dalla parrocchia di Nhamundá.
[36] Il lettore non si faccia illusioni: Augusto parla di «casetta», in realtà si tratta di un capannone di paglia abitato da molti animaletti e aperto a tutte le intemperie.
[37] Ha tempo fino al dicembre 1974, poi scade il permesso datogli da monsignor Pirovano.
[38] Padre Celso, sacerdote diocesano di San Paolo, «Fidei Donum» nella prelazia di Itacoatiara, era parroco di Urucara, nella prelazia stessa, ai confini con la prelazia di Parintins. Propriamente non era il parroco di padre Gianola, ma il sacerdote più vicino col quale era in contatto, che sarebbe diventato suo parroco nel gennaio 1975 quando, abbandonato il Paratucú, Augusto sarebbe andato ad abitare ad Urucará.
[39] Maxixi: verdura amazzonica, piccola e rotonda, frutto di una pianta rampicante. Si mangia bollita.
[40] Augusto, vivendo in foresta una vita veramente «da cane», per sopravvivere doveva abituarsi a tutto. Era assistito da una salute e forza fisica grandiose, ma brucia in poco tempo tante energie e invecchia anzitempo. Il mangiare carne avariata era per lui abituale: se ammazzava qualche animale grosso, non aveva modo di conservarlo, in quel clima marciva in pochi giorni. Ma quando non c'era altro, lui mangiava lo stesso. Nel diario racconta molti fatti di questo genere, che tace nelle lettere per non preoccupare parenti ed amici! (si veda P. Gheddo, Dio viene sul fiume, EMI, Bologna 1994, pp. 218-221).
Nel secondo isolamento in foresta (1985-1989), uccide un'«anta» (tapiro, grosso porco selvatico), la pulisce, la sala e la fa seccare al sole, poi la nasconde in un buco sotto terra. Ma pochi giorni dopo trova il buco aperto e la carne in decomposizione: « Un odore di carne marcia, piena di mosche e di vermi... Quasi piangevo. Sono però riuscito a pulire tutto e a stendere al sole, dove si è seccata bene e l'ho salvata quasi tutta» (22 ottobre 1986). Di fronte a certe pagine del diario, vien da pensare, come dicevano alcuni suoi confratelli, che un po' matto Augusto lo era davvero. Per lo meno matto di amore di Dio.