PICCOLI GRANDI LIBRI  AUGUSTO GIANOLA
IN MISSIONE PER CERCARE DIO

Lettere dal Brasile

A cura di Piero Gheddo

EDIZIONI SAN PAOLO 1998

Prefazione, di Sergio Zavoli
Introduzione, di Piero Gheddo

I. Da prete diocesano a missionario in Amazzonia (1951-1963)

II. La «luna di miele» della vita missionaria ( 1963-1966)

III. La parrocchia San Giuseppe operaio nello stile povero dei caboclos (1967-1973)

IV. Un anno di preghiera e di avventure in foresta (1974)

V. Una nuova avventura: le colonie agricole sulle «terre alte» (1975-1976)

VI. La rivoluzione tra i caboclos dell' Amazzonia, non con Marx ma con il Vangelo (1977-1984)

VII. 1400 chilometri in canoa sul Rio delle Amazzoni e il monastero dei cistercensi (1985-1986)

VIII. L'avventura finale in foresta: Augusto contento perché lebbroso! (1987-1990)

Cronologia di padre Augusto Gianola

V

UNA NUOVA AVVENTURA: LE COLONIE AGRICOLE SULLE «TERRE ALTE» 
(1975-1976)

«Il mio lavoro è quello che ho sempre sognato»*

La prima esperienza eremitica di padre Augusto Gianola nel 1974 (la seconda sarà negli anni 1986-1989) termina alla fine di dicembre col ritorno alla vita apostolica attiva e con una umile dichiarazione di fallimento: «La cosa più sicura - scrive a monsignor Pirovano il 19 febbraio 1975 - è stata quella di constatare che non sono fatto per l' eremo di questo tipo. Infatti, forse per la mancanza di maestri spirituali o libri, come autodidatta devo dire che sono un eremita fallito. La mia esperienza di vita spirituale non passava certi limiti».
Uscendo dall'«eremo» in foresta, sul Rio Paratucú, si stabilisce ad Urucará (nella prelazia di Itacoatiara), dove già all'inizio degli anni settanta alcuni volontari (fra i quali Giorgio Campoleoni) avevano avviato il lavoro delle colonie agricole, ispirati da un progetto e con l'aiuto di padre Augusto.
Nel 1975 Gianola è assistente del vigario (Parroco), incaricato delle comunità dell'interno e coordinatore del Cetru (Centro di formazione rurale). È nella posizione migliore per attuare il grande progetto di colonizzazione delle « terre alte» (cioè lontane dal Rio delle Amazzoni), fondandovi e animando le «colonie agricole» con i caboclos, che sono sempre stati pescatori e a poco a poco vengono educati a dive11tare agricoltori. All'inizio del 1976 lancia un nuovo progetto: la Scuola agricola di
Urucará per i figli dei coloni, che lui stesso ha portato sulle «terre alte».
Si rende conto che le colonie non possono sopravvivere se non si educano i caboclos ad un agricoltura moderna, efficiente, che li inserisca nel mercato moderno delle città e dell'esportazione. Nasce così la Scuola chiamata Nti (Nucleo de Treinamento Intensivo), che inizia con
45 alunni ma poi cresce anno per anno fino ad una novantina di alunni nel 1985: in quell'anno Augusto abbandona la Scuola e ritorna in Italia per una vacanza, nella. quale matura altre esperienze.
Nella Castiglioni, la volontaria che è stata la confidente e l'aiutante principale di padre Augusto (fin quando ritornò in Italia per sposarsi nel
1983), mi ha dato questa testimonianza: «Il periodo delle colonie agricole credo sia stato il migliore di padre Augusto. Nonostante le sue stranezze e i suoi complessi, ha fatto un gran lavoro, la gente lo serviva, gli voleva un gran bene perché lo vedeva totalmente dedicato. Stava ad Urucará come base, ma poi girava e stava in giro a lungo nelle colonie»(1).
Il periodo di cui riportiamo le lettere in questo capitolo
(1975-1976) è caratterizzato dall'esercizio dell' apostolato e dell'azione sociale nella forma più congeniale ad Augusto: non una struttura da portare avanti (come quando era parroco), ma colonie agricole e comunità cristiane da visitare e animare, Scuola agricola ad Urucará da seguire e potenziare (altri però ne era responsabile), lotte con burocrati e fazendeiros, viaggi e avventure in foresta e sui fiumi. La vita spirituale in questo periodo sembra a prima vista passare in secondo piano, ma è un'impressione errata. La ricerca dell'unione con Dio e della santità è sempre presente nelle lettere di padre Gianola.
E com'è contento, quando trova nei suoi caboclos una fede semplice e forte come piaceva a lui! La fede dei caboclos lo commuove sempre e commuove anche chi legge queste lettere. Ecco un esempio significativo (lettera ai genitori del
16 marzo 1976): « Una mattina era brutto tempo e non si poteva uscire a cacciare (. . .) non avevamo niente da mangiare. Noi stavamo meditando sul Vangelo di Matteo (tutte le mattine dalle 5 e mezzo alle 7 meditiamo sul Vangelo tutti i caboclos insieme e alla sera si prega ancora dalle nove alle dieci e mezzo) proprio quel passo in cui si dice di non preoccuparsi del mangiare, del bere, ecc. lo ci credo sempre un po' poco a queste cose. La loro fede invece è totale. lo li stavo provocando: "Forse che il buon Dio, se noi non ci diamo da fare per procurarci il mangiare, ci manda il mangiare bell'e pronto?". "Certo" mi rispondono. "Ma no, dico. io, questa è una stupidaggine". "No, Padre, Dio può fare tutto e lui ci manderà tutto senza fatica ". lo non potevo sopportare questi discorsi perché mi sembra che favoriscono un po' la pigrizia. Per questo li contraddicevo. Ad un certo punto le donne che stavano sulla porta gridano: "I cinghiali!! Vede Padre, sapendo che il tempo è brutto, Dio ci ha mandato il mangiare in casa ". Non ci siamo scomposti, abbiamo finito con calma la meditazione, poi sono uscito e il branco stava là pascolando. Tre tiri, tre morti e carne per una settimana».
D'altra parte, come scrive lui stesso alla mamma (lettera del marzo 1975), «l'ideale che vado predicando a questi miei discepoli è quello dei primi cristiani, che vivevano in comune e facevano tutto in comune, dalla preghiera al lavoro, e non c'era necessità fra loro, perché tutti si aiutavano fraternamente. È una missione appassionante, quella che da sempre ho desiderato e che il Buon Dio mi ha insperatamente gettato sulle spalle» .
Il successo dell'opera di padre Augusto fra i caboclos è dimostrato da due fatti: primo, il governo dell'Amazzonia stimava molto la Scuola agricola di Urucará e le «colonie agricole» lontane dai fiumi; e, secondo, ancor oggi, a più di dieci anni da quando padre Augusto si è ritirato, le sue fondazioni continuan02.

1.

« Il mio modello al quale sempre guardo è Cristo Signore »

Comincio col ringraziarvi per i soldi che mi mandate ogni tanto. Realmente io fino ad ora non ne ho fatto uso, ma mi son serviti per risolvere problemi sempre urgenti che vengono dal mio lavoro. Per me (finora ripeto) non servono perché ho dato un'impostazione nuova alla mia vita, e i soldi entrano ben poco. È uno dei frutti del mio ritiro al Paratucu, dove ho appreso il valore dei soldi e il sistema di fame a meno. Valore grande per gli altri, valore minimo per me: infatti ho comprato una piccola canoa e vado da fiume in fiume e da lago in lago, remando per ore e giorni, oppure attraversando foreste per ore e giorni.
Sempre ho con me una piccola rete (per la pesca, ndr) e il mio vecchio catenaccio calibro 12, di buona marca italiana. lo pure sto diventando vecchio arnese, ma lo capisco solo quando mi vedo in uno specchio d'acqua. In un anno sono diventato bianco di capelli e nero di pelle, rugoso e un po' calloso: ma il mio spirito non è stato mai così giovane. Quando arriva la notte, approdo alla riva, al punto in cui ho avvistato una casa di paglia. Ogni casa è la mia casa, ogni uomo è mio fratello, ogni terra è la mia patria. Nessuno di quei complessi che mi hanno turbato in 20 anni di sacerdozio esiste più: scomparsi del tutto al Paratucú.
Io pensavo, forse con voi o molti altri, di aver perso il mio tempo. Mi accorgo che no: la mia vita è cambiata totalmente, io sono rinato un'altra volta, una fortuna unica, di cui non so come ringraziare il buon Dio. Non sono convertito, no! Molti squilibri ancora esistono in me, soprattutto il pungolo della carne sempre mi segue e mi fa soffrire. Molte incertezze: anzi, vi dirò che non ho nessuna idea sicura in testa, neanche una. Il futuro è completamente oscuro per me, per la mia vita e il mio lavoro, ma in fondo a me, nella mia coscienza c'è una tranquillità assoluta, niente più mi turba, neanche i miei peccati. Non ho più la preoccupazione di nasconderli o di mascherare i miei difetti, di darmi un contegno, di essere il primo, ecc. In una parola, sono libero.
È questo che mi dà una forza e una possibilità di lavoro che non ho mai avuto. A Parintins in 10 anni ho fatto molte cose, ma con estrema fatica. Oggi faccio il doppio di lavoro con quasi nessuna fatica. Il mio corpo invecchia, ma lo spirito si libera sempre più. Come potrò ringraziare il Signore?
L'anno 1974 ha gettato inconsciamente le basi di un nuovo lavoro, importantissimo, la liberazione di questo uomo dei fiumi e delle foreste, il caboclo. Non avrei potuto lavorare con lui se non avessi gettato un ponte solido fra me e lui: il linguaggio e la vita. In 10 anni c'era stato solo un monologo fra noi: quando lui parlava io tacevo, non ero competente delle sue cose, perché non le vivevo. Quando io parlavo lui taceva, non comprendeva le cose troppo alte che io dicevo. Oggi il ponte è lanciato. lo entro da competente, a volte più competente di lui, nelle conversazioni sul suo mondo, sulla sua vita. E lui ascolta da me un linguaggio più incarnato e soprattutto una vita più simile alla sua. 
Arrivo nella sua casa e invece di avere in mano una croce, come i vecchi missionari, ho in mano il lungo coltellaccio col quale lavoro nel campicello di famiglia, guadagnandomi la mandioca della refezione. Se non c'è niente, il mio fucile e la mia rete prendono sempre un pesce, una tartaruga o un macaco da sfamare la numerosa famiglia. Ed è sempre una festa.
Ormai per me, nella foresta, costretto ai disagi del sopravvivere, dormire, evitarne i pericoli, conoscerne i segreti, trovarvi da mangiare, da curarsi, per me non è più impossibile
viverci, anche se duro. Saper scoprire una zona buona di caccia, seguire le orme, sentirne gli odori, sapere inseguire la selvaggina e dare un tiro rapido e fruttuoso, non perderla quando è ferita, sapersi camuffare ed aspettare, di giorno e di notte, scuoiarla velocemente, dividerla con sicurezza, cucinarla.
Distinguere i vari rumori della notte, sapere quelli che sono pericolosi o utili, gustare quelli poetici, addormentarsi con tranquillità anche all'aperto, imitare l'urlo dell'onça (tigre amazzonica, ndr), non tremare se una cobra si avvicina, saperla uccidere con sicurezza dopo averla studiata e contemplata...
Conoscere tutte le specie di animali e pesci e insetti coi rispettivi costumi ed effetti, conoscere il tempo in cui la loro carne è buona, conoscere le virtù curative delle piante, delle erbe, dei frutti selvatici, conoscere la durata dei legni e il loro uso e la maniera di lavorarli...
Imparare ad orientarsi nella foresta, col sole o senza, comprendere la direzione delle piogge, saper aprirsi un varco col grande coltellaccio, interpretare i venti, prevedere i tempi, cavare l'acqua dalle liane...
Apprendere i tempi utili per le diverse piantagioni, distinguere la qualità delle terre per i diversi prodotti, saper tirare
a tempo opportuno un favo di miele selvatico durante la luna nuova...
Resistere, resistere, resistere, vincere la tentazione di ritornare, avere il coraggio di tentare...
Tutto questo, gente, mi serve oggi per dialogare pari, pari con il mio popolo. E questo mi fa tranquillo anche nell'oscurità della nuova vita, che è tutta differente, fatta di lotte col governo, di conoscenza di leggi, di amministrazione di nuove grosse realtà.
Vedo che questa lettera è un'appendice alle altre, parla solo di me. Ma è importante che voi sappiate di questa mia nuova condizione di spirito, della mia tranquillità: quel che importa è «essere». Se io sono qualcuno, una persona vera, poi non
importa il lavoro, il fare, il dire. Non aver paura di nessuno, neanche della morte. Essere chiari, sinceri, amici. Ma non amici a tutti i costi: sapere che abbiamo dei nemici irriducibili, i farise i di ogni tempo. Ormai sto guardando solo al Vangelo e al grande Maestro, il quale non faceva nessuna riunione e non aveva casa, né madre, né fratelli e sorelle. Andava e non scriveva niente, non faceva riunioni, ma la gente si riuniva attorno a lui. lo lo constato sempre.
Quanto al mio lavoro, libero ma intensissimo, lo vedo come una vera missione, forse la prima della mia vita. Stiamo proponendo una vocazione all'uomo amazzonense: la vocazione di colono agricolo. È una conversione- molto difficile per un uomo che non è agricoltore ma raccoglitore di frutti selvatici. Perché per fare una colonia non si tratta solo di abbattere una foresta e aprire nuovi campi, ma abbattere un vecchio sistema di vita e aprire una nuova idea nella testa.
Molti non vedono chiaro, ma io vedo chiaro che questa è una strada di salvezza e di liberazione. E allora chiedo loro di avere fede in me, che riusciremo a superare il deserto e arrivare alla terra promessa. Molti hanno fede e mi seguono. Altri no e tornano alla schiavitù dei padroni.
È un lavoro di proporzioni bibliche, pieno di messianismi e di faraoni. La lotta è dura. In questi giorni probabilmente scenderemo in campo armati: un riccone del sud è venuto ed ha invaso una delle 15 colonie agricole nostre. Ho cercato tutti i modi per vincerlo attraverso il governo. Non ci sono riuscito. Aspetto in settimana un'ultima risposta dalla capitale Manaus. Se non viene lunedì prenderò la mia canoa e mi dislocherò fra i coloni, occupando la nostra terra e non so quel che succederà. Ma la decisione dei miei uomini è straordinaria. Non abbiamo paura di morire. Beato chi muore per la giustizia.
Vi ho detto molte cose disordinate che non vi danno forse l'idea del mio lavoro, ma solo di me: mi preme che sappiate che sono tranquillo. Il futuro non lo so. Sarebbe troppo bello
se fosse così tutta la vita. Sono nelle mani del mio Dio, infinito e misterioso. Il mio modello al quale sempre guardo è Cristo Signore. Vi assicuro che è una scoperta fondamentale e meravigliosa: è il vero maestro.

Ai Centpe di Locate Varesino da Urucara, senza data, del 1975

 

2.

«Per l'evangelizzazione dei caboclos padre Augusto è l'unico preparato»

Carissimo sig. Gianola,
la notizia più bella che posso darle è che p. Augusto è qui
con noi e ha partecipato alla riunione come membro di questa Prelazia, infatti la sua proposta è stata accettata dal Padre J orge, nostro Amministratore Apostolico, e messa in discussione nell'équipe che destina le persone nelle aree della Prelazia. Tutti hanno accettato il suo piano di lavoro con molta ammirazione, perché per una Evangelizzazione a livello di Caboclo dell'interiore è l'unico preparato e capacitato per farlo (fra tutti i padri presenti).
L'unica cosa è che nei mesi passati al Paratucú è dimagrito notevolmente ed ha avuto un attacco di malaria. Per fortuna aveva le pastiglie e le ha prese, ma questa dannata malaria lascia degli strascichi notevoli, per cui ora deve ricuperarsi un poco prima di inoltrarsi di nuovo nelle colonie. Ieri ne abbiamo parlato con gli altri membri della nostra comunità di Urucará e tutti hanno insistito perché si fermasse un po' di giorni in Urucará a rifarsi un po' le ossa. Lui ha accettato. Speriamo!
Le prospettive di lavoro a tutti i livelli e la linea di pastorale ci ha animati tutti e ripartiamo con una buona carica di disponibilità, e che il buon Dio ci aiuti sempre.
Infiniti saluti, sua Nella

Al papà da Itacoatiara, 11 gennaio 1975

 

3.

« Trattare con la belva umana è più difficile che con le belve del mato»

Vi scrivo da Urucará, ormai di nuovo inserito fra gli uomini. Questa inserzione mi sta costando molto, così diverso è il ritmo naturale da quello sociale.
Il p. Celso mi ha ricevuto bene e spero di intendermi con lui. Comunque il mio lavoro non è qui in città, ma girovago fra le colonie, dormendo, mangiando e lavorando ogni giorno in una diversa famiglia. Ogni mese tornerò un paio di giorni alla base per mettere tutto in comune e ricevere ordini.
Così spero di continuare un lavoro a cui mi sono preparato
un po' quest'anno, anche se sarà molto arduo e pesante.
La vita in foresta mi è stata niente difficile, anzi addirittura gradevole, libera, una bellezza. Adesso il trattare con la belva umana mi sembra più difficile che trattare con quelle del mato.
Se il Signore mi aiuterà, se la salute continuerà, conto di fare qualche anno di esperienza in questo senso, fino a giungere ad un'autosufficienza delle colonie e ad una liberazione almeno relativa di questa gente dai suoi mali.

Ai genitori da Urucará, gennaio 1975

 

4.

«Ho accertato che l'eremo di questo tipo non è la mia vocazione»

Benché diciate di non aver capito molto e che vi ho gettati nella confusione, tuttavia i vostri interventi, i pareri (più che i consigli) e soprattutto l'interesse amico con cui avete seguito la faccenda, mi sono stati di aiuto determinante ed alla fine hanno influenzato la mia decisione finale, che in fondo è stata nella vostra linea.
Certo non ho ascoltato solo voi, c'è stata una convergenza di voci tutte in questa direzione, che però io ho voluto sfidare per non ingannarmi e metterle a confronto in una vita al limite.
La prima voce era quella della mia coscienza a cui incombeva il compito di studiare le mie tendenze e le esigenze della situazione, dei caboclos, dei superiori, dei parenti, degli amici.
È quello che ho fatto nel Rio Paratucú in questi 100 giorni: la notte di Natale sbucavo dalla foresta e a mezzanotte celebravo la Messa del gallo fra i caboclos di una comunità.
Questo prossimo scomodo, sudicio, cretino, che io tanto odio, l'ha vinta ancora una volta e mi ha strappato ad un paradiso di libertà e di tranquillità.
I miei problemi personali non sono risolti, nessuno, tranne l'aver accertato che l'eremo, di questo tipo (cioè autodidatta in un ambiente così duro), non è la mia vocazione. D'ora in poi non lo cercherò più. Chiudo quindi con questa lettera il capitolo personale dei miei problemi spirituali, complicati e che hanno stufato.

Al Ghit dei Centpe di Locate Varesino da Uruca, febbraio 1975

 

5.

« Non sono fatto per l' eremo di questo tipo»

Sono p. Augusto finalmente uscito dal mato. Ho passato questi quattro mesi «al limite» nel Rio Paratucú, da solo, come le avevo comunicato. Questo mi è servito? Non lo so. Lascio a Dio il giudizio di tutto questo mio problema. Qualche debole luce «oscura» però mi è sembrato di avvertire.
La cosa più sicura è stata quella di constatare che non sono fatto per l'eremo di questo tipo. Infatti, forse per la mancanza di maestri spirituali o libri, come autodidatta devo dire che sono un eremita fallito. La mia esperienza di vita spirituale non passava certi limiti (3). Inoltre il richiamo del prossimo che mi mancava è stato determinante.
Avrei voluto prolungare la mia permanenza là, perché la vita libera era un vero paradiso. Però ne sentivo anche l'egoismo e la sterilità. Per cui ho deciso di rispettare i termini concordati e alla fine d'anno sono uscito.
Ho comunicato a Parintins la mia decisione di uscire e continuare il lavoro nelle colonie di Urucani. Ora comunico anche a Lei, chiedendoLe perdono per la sofferenza che in quest'anno le ho arrecato, ringraziandoLa per la Sua comprensione e chiedendole la sua benedizione perché io possa sempre essere un Sacerdote di Dio, della Chiesa e del PIME.

A monsignor Aristide Pirovano da Urucará, 19 febbraio 1975

 

6.

« Finalmente... sei uscito dal mato»

Carissimo Padre Augusto,
finalmente! Un finalmente grosso come una casa; questa è
la prima espressione che mi è scappata dai polmoni (uno sbuffo come una locomotiva) e anche dal cuore perché... perché tu sai quante preoccupazioni hai dato ai tuoi cari ed... anche a me; e le preoccupazioni sono segno di amore.
Dunque sei uscito dal mato; Deo gratias et Mariae. Ti ringrazio davvero di cuore perché ero proprio preoccupato e, d'altra parte, ero sicuro che non sei fatto per la mistica della solitudine e della contemplazione.
Senza dubbio ami la solitudine (un vero paradiso!) come la amo e la desidero anch'io; ma questo non vuoI dire che tu abbia una vocazione da eremita. Anzi io vedo bene te a «servizio» pieno e totale degli altri; «prete» che si dedica al prossimo, prima di tutto per «portarlo a Dio e viceversa» e poi per aiutarlo anche nel cammino umano di liberazione e progresso.
Ti vedo quindi pienamente... pastorale: ma... attenzione: pastorale de conjunto (comunitaria, ndr). Questo è un tuo punto molto delicato che richiede tutta la tua attenzione: non isolato, non individuo che fa la sua strada personale, ma assieme agli altri, accettando anche i limiti degli altri. A vendo tu, le... gambe più lunghe degli altri, tu soffri la tentazione di andare da solo, di fare a tuo modo, di diventare... re del gruppo dove, pur dicendo di voler essere democratico, in realtà fai dire e fai fare quello che tu vuoi. Non lasciarti ingannare dalle apparenze; sei tu che comandi nel gruppo anche se a te pare di... obbedire alla comunità.
Per ovviare questo pericolo devi anche tu fare pastorale de conjunto con gli altri preti e Vescovo dove sei. Va bene? Sii... capocordata ma in cordata con tutti.
E a proposito dove sei? Come ti ho detto io sono d'accordo che ti inserisca nella Prelazia di Itacoatiara, ma loro ti accettano? C'è un Vescovo a cui scrivere che io sono d'accordo? Fammi sapere qualcosa e dimmi cosa devo farti io e il PIME. Dai!! comincia a scrivere... pigrone!
Ed ora ti saluto caramente e ti benedico. Spedisco copia della
presente anche a Manaus perché... non so dove tu sia.
Ciao, ciao. Il Signore ti benedica e ti metta a posto i freni.

Aff.mo + Aristide Pirovano
A padre Augusto da monsignor Aristide Pirovano, da Roma, 19 febbraio 1975

 

7.

«Fondare nuove città in Amazzonia più giuste e più cristiane»

Ricevo oggi la tua lettera, di ritorno da quasi un mese di duro lavoro in foresta con un gruppo di coloni coi quali passo ormai la maggior parte del mio tempo, essendo questa la mia nuova missione: fondare le nuove città dell' Amazzonia, su una base più giusta e più cristiana di quelle che già esistono, ove il pescecane finisce sempre col mangiare il pesciolino. L'ideale che vado predicando a questi miei discepoli è quello dei primi cristiani, che vivevano in comune e facevano tutto in comune, dalla preghiera al lavoro, e non c'era necessità fra loro, perché tutti si aiutavano fraternamente.
È una missione appassionante, quella che da sempre ho desiderato e che il Buon Dio mi ha insperatamente gettato sulle spalle. Ti dirò però che lo sforzo a cui siamo sottoposti è enorme, siamo come gli ebrei usciti sì dalla schiavitù dei padroni (Faraone): ma non abbiamo incontrato subito la terra promessa, bensì un deserto e chissà, forse per 40 anni.
Siamo al punto della tentazione e tanti coloni mi mostrano i loro figli nudi, senza uno straccio, dormendo per terra e nutrendosi di sale e farina, perché sono impegnati nelle colonie e non possono più pescare e non hanno l'aiuto del padrone e non ce la fanno più: molti vogliono tornare all'Egitto, io li invito a resistere, qualcuno se ne va, la maggior parte però è decisa a continuare. Sto lottando col governo per vedere di strappargli l'aiuto per fare una strada che congiunga tutte le colonie, di 150 km. Se no i caboclos che quest'anno cominceranno a produrre non potranno trasportare i prodotti, essendo le colonie molto dentro la foresta.
Ho scritto anche alla FAO per vedere se mi dà un po' di cibo almeno per un anno, e alla Germania per aiutarmi a fondare una scuola agricola modello per i figli dei coloni, perché a questa generazione ho promesso solo sudore, sangue e morte, solo i figli entreranno nella terra promessa.
Come fra gli Ebrei, solo due, Giosuè e Caleb sono entrati nella terra promessa, di tutti quelli che erano usciti dall'Egitto; neanche Mosè c'è entrato. Eppure mi seguono lo stesso: e io ho detto che non li abbandonerò e morirò con loro.

Il mio anno trascorso nella solitudine della foresta sento adesso quanto mi è servito: mi ha dato una padronanza e una sicurezza che non avevo e una chiarezza di idee che neanche speravo. Ho trovato infatti a Urucará una grande confusione di idee. Nessuno dei coloni sapeva cos'era una colonia e facevano errori su errori, contro le leggi e contro l'economia. Sto raddrizzando un po' queste idee storte e vedo i loro volti spianarsi e sparire almeno metà di quella preoccupazione che li soffocava. Adesso credono fermamente nell'idea di colonia.
Ho ricevuto una lettera di Pirovano, molto bella, che approva il mio operato. Così io continuo la mia vita con tranquillità.

Alla mamma da Urucani, 16 marzo 1975

 

8.

« Vada avanti, per carità, e non si volti indietro»

Carissimo Don Augusto,
ci scusiamo del ritardo con cui parte questa lettera in risposta alla tua dal Paratucú. Il fatto è che ci ritroviamo solo una
volta al mese e perdiamo tutta la sera a discutere, ma quando si tratta di dettare qualche appunto per la risposta alla lettera le parole non escono più. Ci vorrebbe un registratore e mandarti il nastro così come viene; ti divertiresti di più e avresti le impressioni fresche, le risposte più sentite.
La tua lettera, giuntaci all'inizio di febbraio, seguita, dopo un paio di settimane da quella al Ghit, ha suscitato in tutti noi giudizi contrastanti.
Anzitutto un «finalmente!» seguito alla tua decisione di uscire dalla foresta. Ormai conosci a memoria i nostri pareri negativi a riguardo di questa esperienza; sai che noi apprezziamo molto il tuo «itinerario spirituale» ma non eravamo affatto d'accordo sul luogo in cui si svolgeva. Siamo contenti che sia finita.
Poiché la lettera era, si può dire, ancora più difficile delle altre, ce la siamo passata fra noi per meditarla, con l'impegno di non propalare le notizie al di fuori del gruppo. Poi ci siamo
ritrovati in sede e abbiamo fatto la solita discussione. Abbiamo discusso sul problema della libertà e l'uso che ne hai fatto.
Ecco il parere del Caruso: Essere liberi non vuol dire «fare ciò che si vuole», dimenticando le esigenze di quelli che ci stanno attorno. Essere liberi vuol dire: avere la possibilità di fare una
libera scelta e, dopo averla fatta, essere sempre liberi di seguirla e di esservi coerenti, anche nei momenti più brutti ed impegnativi. Poiché, se uno, di fronte alle difficoltà sceglie la via più comoda non è più libero ma si sottomette già alla sua pigrizia, ne diventa schiavo, non è più interiormente libero di seguire la scelta fatta. Se poi è incoerente è perché si sta lasciando influenzare dalle idee degli altri, anzi ne è schiavo.
Claudio: La libertà vera di un uomo consiste nella possibilità di scegliere in ogni momento la propria azione; non per comodità ma per affermare la sua individualità. L'uomo è libero in quanto può in ogni momento fare scelte «personali».
Aldo Campè: La sola libertà permessa all'uomo è quella dello spirito, quella interiore, perché poi nella vita reale vi sono ben poche scelte possibili; infatti ti trovi in una condizione, in una
data società e ti devi adattare per vivere, per i tuoi figli, ecc. È nello spirito che nessuno ti può comandare. Dentro di te puoi sempre sentirti libero.
Chiara: Nessuno nella società è libero. Lei, Don, ha assaporato la libertà sterile che serve solo a noi stessi. Nessuno di noi può permettersi una libertà di questo genere, però accettiamo i nostri obblighi perché derivano da una precedente libera scelta.
Luigi Angelo: La libertà nella società ordinaria non esiste; infatti nel momento in cui facciamo delle scelte, noi perdiamo la libertà perché dobbiamo seguire le scelte fatte e assumerne le conseguenze. L'unica libertà è quella scelta da lei al Paratucú. Noi non possiamo e non potremo mai averla perché la società con le sue leggi ce lo impedisce.
Lucia: Nonostante le tue considerazioni paradossali, un po'
leopardiane sulla libertà degli indios (una libertà tutta discutibile) mi sembra che tu nel tuo eremo abbia fatto il miglior uso della vera libertà dell'uomo: quella interiore. Non posso che congratularmi con te perché non hai sciupato questo anno di eremo. In piena libertà interiore hai verificato la tua vita e la tua fede; io mi congratulo perché per scegliere la completa libertà di giudizio dopo 20 anni di sacerdozio, nella Chiesa occorre molto più coraggio che per affrontare un giaguaro o un attacco di malaria. E tanto più la tua scelta è stata onesta e spietata tanto più ora hanno valore le tue affermazioni sulla fede. È di questa libertà, e solo di questa che devi avere nostalgia.
Gianna Antognazza: Caro don Augusto, ora che la sua fede è maturata, meditata, patita, la prego, non ritorni a fare un circolo vizioso con ripensamenti, ma continui la sua preziosa opera di evangelizzazione. Altrimenti a che servirebbe la fede senza le opere? Penso che questa esperienza è stata e sarà senz'altro utile a lei e può esserlo anche a noi che non abbiamo il tempo materiale e neppure la voglia e la costanza di fare uno studio profondo sulla fede, a noi, che prendiamo la fede troppo alla leggera. A lei spetta il compito di essere prete, perché ha avuto un'adeguata preparazione, ne ha la capacità, ha già fatte le sue scelte, e vorrei darle, se mi è consentito, una spinta e dirle: «Vada avanti, per carità, e non si volti mai indietro».
Teresa e Angelo Stevenazzi: Caro don Augusto, con sommo piacere ti dedichiamo un po' di tempo per sentirti a noi unito nell'affrontare le controversie della vita; ognuno di noi nella propria missione da compiere; tu in Amazzonia, noi in quel di Locate Varesino.
Sei davvero grande nella conquista della verità! Noi siamo inferiori a te, lo ammettiamo, ma tanto per te, quanto per noi c'è qualcosa di inevitabile nel cammino che percorriamo: raggiunta una certa esperienza, appagati i nostri desideri, nel vedere attuati i nostri progetti, si è sovrastati dall'incomprensione del nostro prossimo e dalle leggi dello Stato: è Dio, che vuol mettere alla prova la nostra fermezza e le nostre convinzioni. Non stiamo a dilungarci perché tu sai meglio di noi che Dio ci vuole sempre migliori.
Come per noi semplici genitori, che vediamo offuscata la nostra opera di educatori dai pericoli della moderna società, così è per te: ti sembra che le prove di Dio non abbiano mai fine.
Ciò ci addolora ma non ci deve affatto spaventare: l'importante è l'essere convinti di aver scelto liberamente la nostra missione; con le sue pene e le sue gioie: tu costì noi qui. Sapessi quante prove subiamo anche noi a contatto dei nostri simili! Ma siamo sempre costanti e fermi nei nostri propositi, convinti che i frutti matureranno, non certo per avere soddisfazione ora, ma per il bene del mondo, in nome di quella fratellanza universale per la quale Gesù Cristo si sacrificò.
Ricordiamo insieme don Milani, chiamato «ribelle obbedientissimo», che dovette non poco lottare col clero e col popolo, ma che talvolta diceva: «Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa».

A padre Augusto dai Centpe di Locate Varesino, 15 aprile 1975

 

9.

Avventure di caccia grossa in foresta

Il mio nuovo lavoro mi piace moltissimo. E non sono solo. I padri di Itacoatiara tutti mi spronano in questo lavoro che ormai si vede che avrà una grande proiezione nel futuro dell'Amazzonia e del Brasile intero. Il padre Jorge, canadese, è il nostro amministratore (non c'è ancora il Vescovo) ed è di un'amicizia unica, aperto e buono. Il p. Celso mio parroco, brasiliano di S. Paolo, è intelligente e mi capisce. I pochi giorni che passo con lui ogni tanto, sono veramente fraterni. La gente è sempre quella che mi ama come ha sempre fatto. Mi trovo bene, cosa devo dirti.
Capisco bene come la montagna sia stata per me la miglior scuola di ardimento nella mia gioventù. E l'anno 1974 in foresta ha completato la formazione: ora, se non è orgoglio parlare così, mi sento più pronto e la missione è chiara e bella. Nella mia casetta del Rio Paratucú probabilmente sorgerà una colonia di una decina di famiglie: era una terra sconosciuta ma da quando io l'ho esplorata ormai tutti la vogliono vedere e diventerà una grande terra.
Quando vado peregrinando di foresta in foresta e capito di sorpresa nelle radure ove sorgono le colonie, i coloni si meravigliano. Quando mi vedono togliere la camicia e i calzoni per lavorare con loro sotto il sole e la pioggia rimangono perplessi. Quando mi vedono abbattere una preda con sicurezza, restano ammirati. E i commenti rimbalzano di comunità in comunità e tutti sanno che per me non ci vogliono complimenti speciali, cibi preparati o case le migliori per dormire. Nessun caboclo ha più vergogna di ricevermi sotto la sua paglia. Quando vado, sempre mi porto con me tutte le mie cose nello zaino. È la mia casa: ho una rete per pescare, alcuni ami, un po' di cartucce, l'amaca, la stuoia e il libro di preghiere, la Bibbia, una camicia e un paio di calzoni puliti che vesto solo quando, alla domenica o quando loro lo desiderano, dico la Messa, una bussola, qualche medicamento. Altre due cose mi occupano le mani: il fucile e il coltellaccio. La rete e il fucile danno da mangiare non solo a me ma alla famiglia in cui mangio o alla turma con cui lavoro.
Per esempio in questo mese ho vissuto in alcune colonie; gli
ultimi quindici giorni li ho passati nella colonia Uirapurú: eravamo 16 uomini. Tutti abbiamo sempre mangiato con la mia spingarda: la prima settimana ho abbattuto 10 macachi, della migliore qualità, molto grossi e grassi. Poi ho trovato una tartaruga di quelle grandi e ho preso un altro uccellone, Jacamin. Nella seconda settimana sono incappato in un branco di cinghiali e con un primo tiro (avevo solo una cartuccia di quelle da 9 pallettoni) ne ho abbattuti due grossi; poi mi avanzava solo una cartuccina da pallini 6 in cui non avevo fiducia. Quando il branco ha dato il giro per sbranarmi ho rischiato il tiro coi pallini e mi sono salvato arrampicandomi su una pianta: quando i miei amici sono accorsi udendo gli spari, abbiamo raccolto quattro cinghiali. Hanno dato cibo per tutta la settimana e quando siamo usciti dal mato ne abbiamo portato per sfamare le 16 famiglie che ci aspettavano.
Questo per darti l'idea di come vivo. Io dico sempre che sono un cacciatore da strapazzo e che il mio mestiere è di essere prete, ma poi li sento commentare: «Questo padre è un provetto tiratore». Realmente non lo sono, però il mio Bernardelli fa miracoli e con lui sono sicuro. È ancora in buone condizioni. Anche delle cartucce non mi lamento più: i difetti che vedevo non erano delle cartucce ma miei. Adesso so in quale punto colpire una preda (ognuna ha un punto debole), so i tempi rapidi del tiro, le distanze e le posizioni. Per esempio il macaco Coata, molto grosso, alto e veloce, lo si deve colpire quando spicca il salto, se no dà un giro di coda e non cade più, anche se ben colpito. Se muore agganciato con la coda lo si può tirar di là solo abbattendo l'albero che di solito è molto grosso e non sempre si ha a disposizione una scure per abbatterlo. 

Al papà da Urucani, aprile 1975

 

10.

« Un 'attrice della TV mi minaccia con la pistola»

Naturalmente i ricchi li ho contro e proprio questa settimana ho dovuto fare la parte di Padre Cristoforo. Una famiglia di sudisti ha invaso una delle nostre colonie, asportando quasi metà del terreno. Ho dovuto chiamare le autorità del governo: da Manaus sono venuti e la padrona (un'artista della TV) è venuta con loro, sicura di avere ragione. Ha portato anche una Beretta con 7 pallottole, ostentatamente caricata davanti a tutti e destinata a me.
Quando ha visto con i suoi occhi che la demarcazione fatta dal suo signor marito (che è un disgraziato!) era sbagliata e rubava la nostra terra (4), è rimasta male e ha incominciato a recitare un melodramma degno dei più grandi demagoghi: fiumi di lacrime, singhiozzi, minacce, offese basse contro di me. Tutto l'odio che aveva l'ha scaricato su di me. D'altro canto, tutto l'amore che poteva esprimere l'ha scaricato sui caboclos, dicendo che lei avrebbe donato (!) tutta la terra che volevano e li avrebbe aiutati quanto volevano, dando lavoro e soldi (5).
L'attrice non mi lasciato parlare, non ho potuto dirle che era una ladra e doveva restituire, non donare! Il bello è che, dopo un'ora di quella scena in piena notte, mi accorsi che tutti i caboclos erano dalla sua parte e mi avevano abbandonato. L'artista aveva vinto e ottenuto quel che voleva, soprattutto
la divisione fra me e il mio popolo. Io mi succhiavo quella solitudine e pensavo a Cristo abbandonato da tutti, anche dagli amici. Qui la lotta è in questi termini. Non mi ritiro dalla lotta, anzi ci prendo un gusto matto, anche se un giorno o l'altro me la faranno pagare. Ho imparato a lottare, ho molti avversari. Ma non ho nessun nemico. Il peggior nemico sono sempre io.

Alla sorella Pinuccia da Urucara, senza data, aprile 1975

 

11.

«Ho fede nella mia missione e so che i profeti devono morire»

Di salute sto benone e mi muovo di fiume in fiume con la mia canoa. Urucara adesso è senza padre, ci sono io, ma, benché la gente mi voglia, io non accetterò mai di essere vigario (parroco, ndr): mi preme troppo di restare il «Padre del Mato», come mi chiamano. Le mie Messe sono un po' strane, le mie preghiere pure, il mio Dio pure. Però è sempre Dio, è sempre messa, è sempre preghiera. E lavoro, e questo mi piace.
Le cose mi vanno mica troppo bene: gente che si stanca, gente che tradisce, gente che non capisce. Ma io ho fede nella mia missione e so che i profeti devono morire. Ti sfruttano finché possono, poi ti danno un calcio, ti ammazzano, ti mettono da parte e vanno avanti da soli. E questa è la nostra vittoria.
Ma le difficoltà sono molte davvero stavolta. Di' all' Annamaria di pregare di più. No, per l'amor del cielo, lasciala in pace che fa già troppo, povera diavola.

Alla sorella Pinuccia da Urucará, settembre 1975

 

12.

« Qui la nostra liturgia è tutta speciale»

Già è molto che non ti scrivo. Oggi è domenica, sono andato in una comunità qui vicino, l'unica che si può raggiungere per terra. Ho preso uno dei camions che la Svizzera ci ha mandato, quelli della guerra (Saurer), ho imbarcato un monte di bambini e li ho portati a spasso. Arrivati là nell'Amanary la comunità ci aspettava e abbiamo detto la Messa.
Qui la nostra liturgia è tutta speciale. Il padre praticamente fa solo la consacrazione. Il presidente inizia la Messa, il lettore fa le letture e la predica, il popolo fa la prece dei fedeli, il salmi sta dirige i canti, il padre consacra, l'accolito distribuisce la comunione. All'offertorio tutti pagano le decime. È così che stiamo avviando una Chiesa autoctona, coi ministri propri di qui. I Consigli pastorali, sia in città che nelle altre comunità dell'interno, scelgono i ministri, i catechisti e gli altri dirigenti e amministrano la Chiesa. Sono uomini e donne, sposati o no. Così a poco a poco ci rendiamo quasi inutili noi padri e la Chiesa resta nelle loro mani.
Il popolo accetta benissimo questi ministri, specialmente se sono sposati, cioè se hanno un'esperienza della vita, dimostrano di amministrare bene la loro famiglia e sono gente di fede. Problemi che sembrano insolubili, nella pratica sono invece molto semplici e si vede che lo Spirito dirige benissimo anche con gente ignorante come questa.
Stasera viaggerò per Manaus con dieci caboclos, i miei dirigenti del CETRU (colonie), che per la prima volta vanno nella capitale: voglio presentarli a tutte le autorità, al Governatore, far loro conoscere tutte le porte utili della burocrazia perché d'ora in poi non sarò più io, ma loro stessi che hanno a risolversi i loro problemi. E anche questo è un passo di liberazione. lo mi presenterò come loro, in ciabatte, perché il governo mi riceva così e loro non abbiano vergogna della loro povertà. 

Alla sorella Annamaria da Urucará, settembre 1975

 

13.

«Gli italiani se ne sono andati, sono rimasto solo»

Il caldo è impossibile quest'anno e tutti abbiamo disturbi cutanei più o meno acuti. Finalmente stanotte è piovuto e la pioggia cadendo sulla tolda del mio motore (dove dormo tutte le notti (6)), mi ha dato una sensazione meravigliosa.
Però i fulmini hanno ammazzato diverse persone, come tutti gli anni accade in queste foreste. Un motore è affondato in mezzo al Rio e sono annegate 60 persone. Per il resto credo si vada meglio qui che lì, anche se sono preso in una lotta durissima che non mi aspettavo. Infatti sono rimasto praticamente solo, visto che gli italiani se ne sono andati tutti (7) e pare che
non mi mandino più neanche il Giorgio e la Myriam (8). Resta sempre la Nella, che fa miracoli, poveretta, ma anche così siamo troppo in pochi.
Lei da tempo è a Manaus sbrigando pratiche col governo (9), noi caboclos qua aspettando, perdendo tempo prezioso mentre è il tempo buono di lavorare coi macchinari, in quanto non piove, perché dopo è impossibile. E la prossima settimana, dei morti è già tempo di pioggia.
Sto aspettando da un mese gli ingegneri per demarcare le terre delle colonie e averne il titolo definitivo (10) . È quasi un mese che sono venuti via da Manaus, ma una festa qua, una danza là, una bevuta qua, un gioco di footballlà, non sono ancora arrivati. Stamattina ho saputo che sono qui in una cittadina vicina e forse domani arriveranno. Dovranno riposarsi un po', poveretti, poi io devo accompagnarli nelle colonie, ma loro non sono abituati ad andare nelle foreste: quando è il mercoledì dicono che è già fine settimana e perciò fino al prossimo lunedì non lavorano. Se io non sto con loro ho già calcolato che per demarcare 15 colonie ci metteranno quasi tre anni, mentre io ho bisogno che entro tre mesi siano pronte, se no i caboclos si stancano e abbandonano la terra così duramente conquistata.
Ma in questi stessi mesi io ho già marcato (fissato, ndr) di dare 47 corsi, di costruzione, di medicina (Nella), di agricoltura generale e speciale. Anche qui, se io non sono presente non si fanno, e così si fermano i lavori e perdiamo più di 200 milioni che il governo ha stanziato per noi.
Domani o dopo arriveranno anche i trattori del governo per aprire le strade delle colonie, un lavoro di diversi mesi. Ma anche qui, o ci sto dietro o non sanno cosa fare né dove andare. Problemi finanziari, prestazioni di conti, fogli di pagamento, un monte di burocrazia che la Nella se la cava, ma che io devo stargli dietro sul campo di lavoro, se no (11)...
Così pure c'è in ballo la Scuola agricola che dovrebbe funzionare col principio dell' anno, ma da solo non ce la faccio più. Gli italiani se ne sono andati perché volevano fare cose che il popolo non capiva e non approvava, così sono rimasti isolati e hanno abbandonato. Di' alle tue figlie suore di gridare di più, perché il buon Dio mi mandi aiuto, che non ce la faccio più.
Di salute sto bene, sono sempre forte anche se dopo un giorno intero di remo mi fanno male le braccia (12). L'altra notte mi hanno rubato la mia canoa e così sono isolato. L'avevo pagata 60.000 lire. Sono tornato a casa a piedi, 15 km, sono arrivato alle due e mezza, sotto le stelle con i giaguari che urlavano ben vicino e io senza neanche un'arma per difendermi. A proposito, quando vengono le casse, mettici due camere d'aria per la vespina, che quelle che ho portato non c'è verso di sapere dove sono andate a finire. Vespa 50. Nelle casse c'erano le borre e i misurini, ma non la polvere. Perché? Invece c'erano le cartucce. Tuttavia se mandi ancora stavolta manda solo coi pallini del 5 o 6, che non ne ho più e van bene per gli uccelli e le Cutìe (tipo di lepri, ndr).
Ecco che ho già chiesto tutto. I ferri vanno bene. Però di tutta la lista che tu mi hai mandato, ho ricevuto solo le zappe
quadre e le scuri. In più c'era una morsa, i chiodi (5 pacchi), gli scalpelli da falegname (2 cassette) e i martelli con le orecchie più le zappe a punta: niente segoncini, badili, restelli, picconi, lame, cunei, mazze e martelli e scalpelli da muratore. Saranno ancora a Milano? Mi andrebbero bene, specie per la scuola agricola.
Ho ricevuto molta roba dal laboratorio di don Aldo (13), ringraziamelo, dopo gli scriverò. E tu come vai? e tutti gli altri? vi spero tutti bene. Leggo sempre brutte notizie sul «Resegone» (14). Povera Italia.

Al papà da Urucará, 3 novembre 1975

 

14.

« Augusto sta sacrificandosi per questo popolo»

Prezado Monsenhor Pirovano (15),
per mezzo di questa mia vengo a darle notizia del padre Augusto, membro del suo Istituto, che sta lavorando con noi in questa Prelazia. Dal gennaio di quest'anno, Augusto lavora nella parrocchia di Urucara. Attualmente sta sviluppando un lavoro di promozione degli agricoltori di quella regione. Oltre a dar loro l'assistenza spirituale, egli collabora attivamente con un organismo chiamato Cetru (Centro de Treinamento Rural
de Urucará), che mira al benessere del piccolo lavoratore. Molti uomini di quest'area hanno lasciato le terre vicino al Rio delle Amazzoni e incominciano una vita nuova nelle terre alte del Municipio di Urucará. I problemi che essi devono affrontare sono molti. Il Cetru promuove un lavoro comunitario, secondo il quale gli agricoltori si riuniscono in colonie agricole per meglio sfruttare la terra e difendere il proprio diritto di essere proprietari della terra. Augusto sta sacrificandosi per questo popolo. Egli anima, orienta e lavora con la gente. Insiste sui valori del Vangelo, affinché la nuova vita non sia una nuova espressione di egoismo.
Fino alla fine di agosto un padre dell' Archidiocesi di San Paolo viveva col padre Augusto in Urucani. Ora, alla fine di dicembre speravamo di poter mandare un sostituto ma ho ricevuto notizia la settimana passata che questo padre su cui contavamo non viene più. Ma spero che all'inizio dell'anno prossimo un altro sacerdote possa andare ad Urucani non solo per fare compagnia a p. Augusto, ma anche per collaborare nella pastorale della città e delle 14 comunità dell'interno del territorio.
Io vado ad Urucani per Natale, in quanto Augusto celebrerà le feste nelle comunità dell'interno. Che io sappia, Augusto tiene pochi contatti con Parintins, ma di quando in quando egli va a Manaus e abita nella casa del Pime in città (16).
Mi piacerebbe sapere quali sono gli obblighi che egli ha verso il suo Istituto e il periodo di tempo che gli è concesso per rimanere qui con noi. Vorrei anche sapere se egli deve rispondere alla Direzione generale del Pime o al Superiore regionale del Pime qui in Amazonas. Queste notizie mi aiuteranno molto e ringrazio anticipatamente per il suo aiuto a questo riguardo.
Le auguro un felice Natale. Grazie per la sua attenzione. Accetti un abbraccio fraterno.
Respeitosamente em Cristo 

Padre George Marskell, sfm (17)
Administrador Apostolico

A monsignor Aristide Pirovano da padre George Marskell. da Itacoatiara, dicembre 1975

 

15.

«Sto costruendo un mondo nuovo, duro ma meraviglioso»

Sono così preso dal lavoro che, sinceramente, non mi ricordo più quando ho scritto e a chi ho scritto. Scusatemi un po' tutti ma spero passi questo periodo, perché se no non ce la faccio più.
C'erano qui alcuni volontari, me ne facevano di tutti i colori, ho sofferto le pene dell'inferno ma ho taciuto, non ho mai criticato né litigato, ma morivo di tristezza e il mio lavoro ne soffriva perché invece di aiutarmi mi creavano problemi (18). Se ne sono andati e l'aria è più libera, mi sento molto più bene.
Però il lavoro è così tanto che non ce la faccio. Pensa: 15 colonie agricole, con tutti problemi umani (spostare masse di gente da un sistema di vita ad un altro non è facile), burocratici, educativi, politici, contatti con governi ed enti di tutte le qualità, ecc. lo non sono fatto per queste cose. In mezzo a tutto però l'aver trovato la Nella è stata la grazia più grande (19): lei è proprio tagliata per l'amministrazione e la burocrazia. È un vero trattore, resistente al lavoro massacrante, meglio di un uomo, chiara in tutte le sue cose, severa con tutti eppure
ben voluta da tutti e sempre consultata, così che per me è una sicurezza e una tranquillità: io ando (vado, ndr) per le mie foreste animando i caboclos e lei resta in città sbrigando tutte le pratiche, tenendo tutti i contatti con le autorità, dirigendo tutto dal centro.
Io arrivo a casa a fine mese, passo la notte intera a firmare monti di documenti che lei lucidamente ha preparato: documentazione completa di tutti i coloni (centinaia), preparazione di tutti i corsi (50) che io vado facendo (sto insegnando ogni cultura!!!), acquisto di tutti i materiali, amministrazione totale della fazenda della Scuola agricola, della fabbrica del riso, della strada di 150 km che sto tracciando nelle foreste più impenetrabili...
È qualcosa di gigantesco che mai avevo fatto in vita e adesso capisco perché Dio mi ha separato per un anno nel silenzio e nella dura lotta per conoscere i segreti della foresta amazzonica e di questo popolo.
Passo la vita accampato nella foresta più lontana, costruendo un mondo nuovo, duro ma meraviglioso, e sento i caboclos che vibrano con me. lo li amo e loro lo sentono, anche se c'è sempre qualcuno che mi tradisce. I sogni del passato cominciano a diventare realtà, anche se sono ben cosciente che i profeti, di solito, li ammazzano.
Vado col mio ormai vecchio fucile, non perdo un tiro e i caboclos lo sanno e sanno anche che le cartucce me le mandi tu
e mi chiedono di te e io conto le nostre storie a loro, nelle notti, attaccati con l'amaca agli alberi, intanto che il giaguaro urla poco distante. Quando mi vedono entrare nel mato già sanno che c'è il pranzo sicuro e io voglio sempre che uno o due mi seguano perché se no non ce la faccio a caricare la caccia da solo: certe scimmie grandi, certi porci grassi o cinghiali, sfamano tutta la tribù. Ti ringrazio perciò per le cartucce e te ne chiedo sempre, perché vedo che alcune che hanno più di 10 anni sono ancora in perfetto stato e non sbagliano il bersaglio. Quindi, anche se faccio la scorta non mi vanno a male. Grazie, è il più bel regalo, per me e per tutti.
Ho passato il Natale immerso nella foresta e non potevo portare niente. lo vado con tutto quello che ho nello zaino: tutta la mia casa è lì. Lo zaino è buono, non passa l'acqua, solo che il colore è indefinibile, perché ne passa di tutti i colori ed è sempre inzuppato di sangue di caccia.
Come forse avrai saputo, Dio mi ha grandemente aiutato e ascoltato. Finalmente ho ottenuto che voltino (ritornino, ndr) qua il Giorgio e la Myriam (20). Vengono per prendere in mano la Scuola agricola e perciò mi aiuteranno moltissimo. Li aspetto agli inizi di febbraio.
Come vedi, papà, siamo nel pieno della battaglia. Un nuovo mondo sta nascendo sotto i miei occhi. Spero che il Signore stia sempre con noi per non farci fare qualche cappellata. Ma io ho fiducia. Sto benone, mi sento forte, lavoro otto ore al giorno con la scure, le mani incallite, ma non mi stanco. La scuola della montagna e la scuola del Cicero mi sono proprio
servite. Grazie al cielo. Il buon Dio nonostante che io sia una gran bestia, mi vuol sempre bene. Comunque è dura e ti ringrazio anche per le tue preghiere.

AI papà da Itacoatiara, 4 gennaio 1976

 

16.

«È passato un anno senza che Augusto si faccia vivo»

Rev.mo Padre George Marskell (21),
La ringrazio moltissimo della Sua lettera dell'8 dicembre scorso, che ci giunge in prossimità del S. Natale anche con i Suoi auguri; mentre Le chiedo scusa per il ritardo di questa risposta, desidero contraccambiare i più fraterni auguri di ogni benedizione per il nuovo anno, anche a nome di Mons. Aristide Pirovano, nostro Superiore Generale, che si trova già da tre mesi in visita alle missioni del Giappone, Hong Kong, Filippine.
Grazie per l'interessamento da Lei mostrato per il nostro Padre Augusto Gianola e per le buone notizie che ci dà del suo lavoro nella parrocchia di Urucara. Siamo molto contenti di sapere che il P. Augusto in questo anno si è impegnato in una
preziosa attività di assistenza agli agricoltori più poveri della regione, e che non si limita ad un lavoro puramente sociale, ma che insiste anche sui valori del Vangelo, per aiutarli a superare le conseguenze dell'egoismo. Speriamo proprio che Lei sia riuscito a trovare un altro sacerdote che possa andare ad aiutare in quel vasto impegno; pensiamo che questo infatti potrebbe essere un forte sostegno anche per la stessa vita sacerdotale e missionaria del P. Augusto.
Lei ci chiede quali sono i rapporti del P. Augusto con l'Istituto e i suoi obblighi verso l'Istituto stesso. Egli è membro dell'Istituto come tutti gli altri e penso di poter affermare che, nonostante il suo carattere chiuso e forte, ha lavorato con molto zelo come missionario anche negli anni che ha passato a Parintins. Dopo un periodo di riposo in patria, il P. Augusto aveva chiesto di poter fare un periodo di riflessione lontano dalla sua comunità, in vista del suo futuro apostolato. Il Superiore glielo concesse, d'accordo anche con il Prelato di Parintins, mons. Arcangelo Cerqua.
Un anno fa, il P. Augusto scrisse al Superiore Generale per dirgli che, dopo aver ben riflettuto e pregato, egli sarebbe stato contento di poter continuare il suo apostolato a Urucara dove c'era tanto bisogno. Mons. Pirovano gli rispose dandogli questo permesso, incoraggiandolo a mettersi in contatto con il Prelato responsabile di quel territorio, a sviluppare il suo apostolato secondo le linee della pastorale di congiunto, e a ricordarsi sempre della finalità prima del nostro lavoro sacerdotale che è di portare gli uomini a Dio, anche quando ci preoccupiamo dei loro problemi materiali. Mons. Pirovano chiedeva anche al P. Augusto di indicargli il nome e l'indirizzo del Vescovo per potersi mettere in contatto con lui. Purtroppo, dopo quella lettera è passato già un anno senza che il P. Augusto si facesse vivo nuovamente. Si vede proprio che scrivere non è la sua... vocazione.
Ecco quindi, Rev.mo Padre, cosa mi pare di poter dire, a
nome anche di Mons. Pirovano:
1 - siamo d'accordo che il P. Augusto Gianola possa continuare per ora a lavorare nella Prelazia di Itacoatiara, se Lei è contento.
2 - Quanto al tempo di questo impegno, penso che si potrà stabilire di comune accordo, dopo che avremo potuto sentire nuovamente sia il P. Augusto che il Prelato di Parintins e il Superiore Regionale del PIME per Manaus e Parintins.
3 - La dipendenza immediata del P. Gianola, come missionario del PIME in Amazzonia, è infatti con il Superiore Regionale, che risiede a Parintins, ma si reca spesso anche a Manaus. L'attuale Superiore si chiama P.José Zanelli, ma fra qualche mese ci sarà l'elezione del nuovo Superiore e potrebbe risultare eletto un altro confratello.
4 - Pensiamo che sarà opportuno che Lei possa studiare con il Superiore Regionale qualche punto di un piccolo accordo, per regolare in qualche modo i vari aspetti della responsabilità che abbiamo insieme, noi come Istituto e Lei come Prelazia, nei confronti del P. Augusto mentre rimane a lavorare a Urucará.
5 - Su questo e su altri aspetti della presenza del P. Augusto nella Prelazia di Itacoatiara saremo sempre contenti anche noi della Direzione Generale di rimanere in rapporto con Lei; crediamo infatti nostro dovere seguire in modo particolare l'esperienza del P. Augusto, dato che egli lavora fuori dalle nostre altre comunità dell' Amazzonia, pur senza sostituirci alla responsabilità diretta del Superiore Regionale.
Per questo, mando copia di questa mia lettera sia al Superiore Regionale che al Prelato di Parintins, in modo da favorire un pieno chiarimento della situazione del P. Augusto. E scrivo a lui stesso, per incoraggiarlo nel suo lavoro apostolico.
RingraziandoLa nuovamente della sua carità, la saluto e rinnovo tanti auguri per la Prelazia di Itacoatiara, anche a nome di Mons. Pirovano.

Dev. mo nel Signore P. Ilario Trobbiani Vicario Generale
A padre George Marskell da padre lIario Trobbiani,
da Roma, 10 gennaio 1976

 

17.

« La battaglia più dura è quella contro vizi ed egoismi degli stessi caboclos»

È domenica, stiamo tutti aspettando il nuovo prefetto (sindaco, ndr) della città, eletto fra infocate battaglie nel novembre scorso. Prenderà il suo posto domani, 31 gennaio. È figlio di italiani, una persona ottima che ha già dimostrato le sue doti di coscienza e abilità dal '68 al '72 come prefetto e il popolo lo ha richiamato da Belém: lui ha accettato, ha vinto, oggi viene.
Una campagna pulita, senza corruzioni (se non da parte degli avversari), cordiale, educata, comandata non dall'alto, ma venuta dal popolo. È la prima volta che vedo una cosa così, qui in Brasile.
Giorno di festa quindi, allegria di popolo, molti mortaretti, molte danze, forse anch'io danzerò stasera, perché qualche ruota di ragazze mi prenderà nel giro. E così speriamo che per quattro anni ci sia più ordine, progresso e onestà in questa terra di gangster.
Purtroppo però gli orizzonti politico-nazionali sono abbastanza scuri e il governo forte non sappiamo fin dove potrà resistere. Noi continuiamo la nostra lotta per la liberazione di questo popolo.
Le nostre previsioni si sono rivelate giuste: è cominciata in grande stile l'invasione delle terre degli stati amazzonici di Rondonia e Acre, da parte dei brasiliani del Sud: vengono su in colonne di autocarri senza fine, con armi e bagagli, attraverso le strade transamazzoniche è occupano le riserve degli indios, causando conflitti gravi. Noi qui però stiamo calmi perché abbiamo già occupato tutte le nostre terre e nessuno perciò ci disturba.
Proprio in questi giorni infatti il governo è venuto a fare la consegna dei titoli definitivi delle terre ai nostri caboclos: nessuno può più toccare queste terre. Tutto il margine del fiume, per un'estensione di circa 200 km è occupato da noi. Quando dico noi, intendo i poveri, è una battaglia vinta dai poveri contro l'ingordigia dei fazendeiros. Ognuna di queste famiglie è entrata in possesso di un pezzo di terra di circa 50 ettari.
Adesso, vinta la prima battaglia, contro i nemici esterni, stiamo iniziando quella contro i nemici interni, cioè contro gli stessi caboclos, i loro vizi ed egoismi, le loro pigrizie e disunioni, la loro ignoranza, il loro orgoglio, il loro fatalismo.
Questa battaglia è la più dura. I caboclos non sono agricoltori: non hanno nessuna idea di come piantare e cosa piantare. Bisogna conoscere la qualità delle terre, quello che possono produrre. Bisogna avere dei mercati recettivi, dei prezzi compensativi. C'è poi il problema dei trasporti che è gravissimo. Le strade che abbiamo fatto si stanno sgretolando tutte sotto la furia dell'inverno.
Molti coloni poi non hanno la vocazione di colono (lavorare insieme) e neppure di agricoltore (si scoprono adagio adagio i veri agricoltori), quindi c'è il pericolo che vendano le terre così duramente conquistate, proprio a quei «paulisti» (brasiliani del Sud, di San Paolo, ndr) che avevamo già sconfitto inizialmente.
C'è infine il problema dei figli dei coloni che non vogliono essere agricoltori perché è più facile andare in Manaus dove, a causa della «zona franca» (22), stanno sorgendo molte industrie e hanno bisogno della manodopera. Sorge già il fenomeno
dell'urbanesimo, delle cinture miserabili di periferia, di delinquenza dilagante. Lo stesso processo avvenuto da voi trent'anni fa. lo pensavo che il mondo di qui fosse più immobile, invece, sotto certi aspetti è più veloce del vostro.
Abbiamo fatto la Scuola agricola, un gioiello pieno di difetti, ma che sarebbe degna di essere sperimentata anche in Italia. Non funziona ancora come io vorrei, perché il Giorgio e la M yriam hanno la loro personalità e i loro metodi e io li lascio pienamente liberi. Però per seguirli un po' più da vicino e sganciati dalla casa parrocchiale, che a causa dei continui cambiamenti del Parroco è un caso serio, abbiamo deciso di andare ad abitare con loro nella fazenda della Scuola: formeremo quindi un'équipe di 6 o 7 persone, essendo che io sono mobile (un bel mobile), cioè passo il maggior tempo fuori nelle colonie.
Così riuniti, la Scuola sarà più controllata e arricchita: la
Nella sta iniziando bellissimi lavori in argilla, molto ricercati anche nella capitale e ben rimunerati: è un'arte nuova, derivata dagli indios e noi la lanceremo come «arte tupinamba».
È una fonte di rendita per le nostre donne. Spero che l'influenza
della Nella nella scuola, specie per le ragazze, sia molto marcante.
Dal canto suo la Myriam è gestante e quindi con la famiglia potrà fare sempre meno. Specialmente il campo delle alunne è delicato, per il fatto che non sono così motivate all'agricoltura come i maschi. Esse infatti stanno aspettando il principe azzurro, che potrebbe non essere un caboclo, anzi esse sperano che non sia un caboclo. Perciò non hanno molto interesse nelle scienze agricole. Invece i maschi, figli di coloni, già sanno che la terra del papà sarà la loro terra, perciò sono più motivati nella preparazione agricola.
Alla fine dell'anno abbiamo fatto un'assemblea generale molto ben riuscita con un folclorismo ben preparato. Poi abbiamo passato tre giorni completi coi presidenti di ogni colonia e lì ho rassegnato le mie dimissioni da coordinatore del CETRU.
Non che non volessi più lavorare, anzi! Ma era per essere più libero da tutte le pastoie burocratiche e svolgere un lavoro di evangelizzazione e coscientizzazione a livello più basso, fra le famiglie nelle colonie.
Ho puntato i piedi, ma non sono riuscito a spuntarla. Gli altri miei 8 collaboratori hanno detto che anche loro se ne andavano e così sarebbe caduto il CETRU. Mi è sembrato un tradimento e allora ho riaccettato, ponendo però la condizione definitiva che sarà l'ultimo anno.
Se Dio vorrà, nel '77, sarò libero e voglio ritirarmi, se possibile, ancora un po' nelle foreste.
In questi giorni arrivando a casa ho trovato la Nella tutta allarmata per un' epidemia di meningite che ha già ammazzato diversi bambini in pochi giorni. La Nella ha dato l'allarme ma i medici, anche quelli della capitale, sono insensibili. Domani mi pare che lei vada a viaggiare, credo arriverà fino a Buenos Aires, ove c'è un raduno di amici di Comunione e Liberazione.

Ai Centpe di Locate Varesino da Urucani, senza data, 30 gennaio 1976

 

18.

« Tutte le mattine dalle 5,30 alle 7 meditiamo sul Vangelo»

Passo quasi tutto il tempo nella foresta al lavoro coi coloni o cacciando per mantenere la turma. Arrivo in Urucani solo un giorno o due al mese e non per riposare ma per fare la riunione dei presidenti che dura un giorno e una notte interi: non ho neanche il tempo per dormire, figuriamoci per scrivere. Quindi vi chiedo scusa se non sono molto scrittore.
Sono arrivati Giorgio e Myriam e questa è stata la conclusione di un duro cammino molto sofferto, pieno di speranze e di lotte. Ma il buon Dio ha portato a termine la sua opera. Sono qua, sono sereni, sono uguali a quando li avevo conosciuti anni fa e quindi, come li avevo scelti nel 1970, oggi li riscelgo per fare altro lavoro. La nostra équipe quindi si è ingrandita con altri tre elementi e forse alla fine d'anno loro chiameranno un meccanico. Si ricompone una famiglia che si era dispersa: Nella, Conceiçao (professora di S. Paolo), Myriam e Giorgio e io. Mi sento molto più bene e più tranquillo con questa compagnia. Benché io viva quasi tutto il mio tempo coi coloni, tuttavia il sentirmi appoggiato a un gruppo mi dà più sicurezza. Solo la Nella fin qui era il mio appoggio, e lo è stato in maniera superlativa. Ma il lavoro era veramente troppo e ci siamo ridotti magri come due sardelle. Quindi l'arrivo di due amici è una vera benedizione.

Cominciamo quindi fra pochi giorni, la Scuola. Gli alunni dovranno costruirsi la loro scuola, con tutti i padiglioni, colla paglia, per non creare squilibri fra la vita di casa e la scuola; 15 giorni nella scuola e 15 a casa applicando la tecnica appresa nelle loro colonie. Si alterneranno nella scuola 15 giorni i maschi e 15 giorni le femmine. Così per un anno, per diventare coloni agricoltori professionali. Dovranno farsi tutto loro, dal mangiare al pulire, al piantare, ecc. Vedremo come va questa esperienza. Il Giorgio ne è entusiasta e forse sarà un esempio per tutto lo stato dell' Amazonas o del Brasile.
Io continuerò nelle colonie come coordinatore. Mi piace troppo per poter lasciare il lavoro della foresta. I coloni mi vogliono bene anche se qualche Giuda c'è sempre. È con piacere che apprendo la notizia che il papà mi mantiene le cartucce. Lo ringrazio di cuore, perché sono la mia salvezza e la mia difesa. L'altro mese 21 tiri, ventun centri, fra cinghiali, cervi, macachi, ecc. tutta roba grossa e difficile.
Una mattina era brutto tempo e non si poteva uscire a cacciare (se non c'è il sole è pericoloso: ci si perde nella foresta e non si vien più fuori) e non avevamo niente da mangiare. Noi stavamo meditando sul Vangelo di Matteo (tutte le mattine dalle 5 e mezzo alle 7 meditiamo sul Vangelo tutti i caboclos insieme e alla sera si prega ancora dalle nove alle dieci e mezzo) proprio quel passo in cui si dice di non preoccuparsi del mangiare, del bere, ecc.
Io ci credo sempre un po' poco a queste cose. La loro fede invece è totale. lo li stavo provocando: «Forse che il buon Dio, se noi non ci diamo da fare per procurarci il mangiare, ci manda il mangiare bell'e pronto? ». «Certo» mi rispondono. «Ma no, dico io, questa è una stupidaggine». «No, Padre, Dio può fare tutto e lui ci manderà tutto senza fatica».
Io non potevo sopportare questi discorsi perché mi sembra che favoriscono un po' la pigrizia. Per questo li contraddicevo. Ad un certo punto le donne che stavano sulla porta gridano: «I cinghiali!! Vede Padre, sapendo che il tempo è brutto, Dio ci ha mandato il mangiare in casa». Non ci siamo scomposti, abbiamo finito con calma la meditazione, poi sono uscito e il branco stava là pascolando. Tre tiri, tre morti e carne per una settimana.
Siamo in tempo di politica forse non ve l'avevo detto ancora che Urucara e Parintins mi contendono per essere sindaco? Addirittura il Presidente nazionale del partito di opposizione al governo del Brasile mi ha scritto una lunga lettera per convincermi a voltare (tornare, ndr) a Parintins per essere sindaco di là, perché dice che riceve richieste continue da tutto il popolo che vuole a tutti i costi che io torni là come sindaco. Ho
qui la lettera e forse ve la manderò. lo, naturalmente, non ho neanche risposto. Però fa sempre piacere sentire che si è ricordati, anche se è un piacere un po' stupido e illusorio: hanno senz'altro i loro interessi.
Aspettavo proprio qualcuno di voi (Pinuccia?) col gruppo
di C.L. Invece forse voi neanche lo sapevate. È stato un incontro meraviglioso e quando hanno visto la nostra realtà delle colonie, hanno detto che è l'esperimento più bello e valido che abbiano finora incontrato. Una suora del gruppo, Pinuccia, ha detto che questi sono stati i giorni più belli della sua vita.
Anche don Ricci (23) non sapeva più cosa dire ed hanno concluso che non c'era proprio niente da dire, c'era solo da guardare: quel che stiamo facendo noi è vera comunione per la liberazione dell'uomo. Qualcuno ha voluto restare accompagnando il mio lavoro per una settimana e sono rimasti a bocca aperta, È un'impresa epica, di tutto un popolo, senza aiuti, che si libera a poco a poco, un'impresa degna di essere vista e conosciuta nel mondo intero.

Ai genitori da Itacoatiara, 16 marzo 1976

 

19.

«A volte viaggio notti intere in canoa, remando 8-10-12 ore senza sosta e senza mangiare»

Io mi sposto sempre con la mia Rosina, la canoa con la quale ormai attraverso anche il Rio in tempesta. Molte volte viaggio notti intere da solo, con lo zaino a poppa ed io a prua, remando 8-10-12 ore senza sosta e spesso senza mangiare. È una nuova esperienza che ho cominciato quest'anno ed è favolosa perché mi immerge nei ritmi veri di questa gente. Sono ben diversi i pensieri che vengono in questi viaggi di canoa, da quelli in motore, si vede il mondo e la vita da un angolo differente e si capiscono le cose in un modo diverso. Così il popolo mi è più vicino anche perché lascio alla Nella e al Giorgio il motore. Loro non possono usare la canoa. Me l'hanno anche rubata, una notte, ma io ho lanciato una maledizione contro i ladri sul nostro giornaletto e dopo pochi giorni me l'hanno riportata (24).
In questi giorni sto per concludere la grande battaglia per la titolazione delle terre, una vittoria in favore dei poveri, che finalmente entrano in possesso di 60-70 ettari di terra ciascuno, che serviranno per loro, per i figli e i nipoti fino alla terza e quarta generazione.
Infelicemente gli ingegneri che sono venuti per demarcare la terra sono degli asini, devo stargli dietro perché non sanno trovare l'area del cerchio o del triangolo o del rombo e non sanno quasi usare la bussola o il teodolito.
Ieri siamo andati dal Governo ma non abbiamo ottenuto niente. Domattina cercherò di farmi ricevere dal governatore il quale mi aveva promesso personalmente, mesi fa, il suo incondizionato appoggio per la Scuola. Adesso il ministro dell'educazione tergiversa, non so perché. È protestante e aiuta solo i protestanti. C'è aria di battaglia, speriamo nel buon Dio. Intanto la Scuola è cominciata, ed è un'esperienza molto interessante. Per 15 giorni entrano i giovani, poi vanno a casa e applicano nelle colonie quello che hanno imparato. Nel frattempo entrano le ragazze per 15 giorni, imparano e voltano (tornano, ndr) nelle colonie.
La Scuola è costruita tutta dagli alunni, la terra è lavorata, gli animali sono allevati, le esperienze fatte. Coi prodotti si vive, ma i primi mesi non ci sono i prodotti e allora, senza l'aiuto del governo, dovremo fare i salti mortali. Domani però tento anche un altro ministro, per vedere se mi aiuta almeno con un po' di materiale, ferri, merenda scolare, libri. Ma soprattutto spero nel buon Dio e in questo i miei maestri caboclos hanno molto da insegnarmi.

Alla mamma da Itacoatiara, 11 giugno 1976

 


20.

« Il mese prossimo verrà il Governatore e ci darà i titoli di altre otto colonie»

Sto passando alcuni giorni di ritiro qui nella Prelazia di Itacoatiara e approfitto per scriverti. In questi giorni ci stanno attaccando ferocemente: hanno già denunciato la Nella alle autorità militari e parlano contro le mie colonie in modo spietato, dicendo che io sto schiavizzando tutti i caboclos. Solo perché sono riuscito a tirarli fuori dalle unghie dei grandi fazenderi latifondisti e ho dato loro un pezzo di terra e una speranza di futuro migliore. lo però sono tranquillo: parlano quando io sono nell'interno, ma quando faccio qualche breve apparizione in città sono pieni di sorrisi. Proprio ieri hanno ammazzato un padre che difendeva gli indios Bororos e sono stati i fazenderi.
I miei lavori intanto continuano e il governo centrale guarda a noi con simpatia e ci cita ad esempio per le altre regioni del Brasile. Così ogni tanto riceviamo visite.
Il prossimo mese verrà il governatore e ci darà i titoli definitivi di altre otto colonie. E già fin d'ora sei invitato. La Scuola è cominciata25: diverse casette di paglia costruite dagli stessi alunni e abbellite dalle alunne: 38 uomini e 22 donne. Siamo riusciti a ricevere dal Canadà un aiuto di 10.000 dollari e cominceremo perciò fra poco la «pecuaria» (allevamento animali, ndr), per abbinare all'agricoltura anche il bestiame: ogni colonia avrà la possibilità di creare un gregge di mucche e avremo latte e formaggio oltre alla carne. Ho già parlato con la Nella che accetterebbe di amministrare questa parte e nelle sue mani la cosa è sicura. Comunque difficoltà ce ne saranno sempre. Compreremo la fazenda di un giapponese che vuoI tornare in Giappone: 150 ettari di terra e 300 mucche.
Come vedi quest'anno è abbastanza positivo, pur in mezzo alle difficoltà: 5 grosse operazioni sono state portate quasi in porto: 90 km di strade, Scuola agricola, 47 corsi professionali, finanziamento di bestiame, titolazione definitiva delle terre. Benché la lotta sia dura e sia solo agli inizi, non mi lamento e ringrazio il buon Dio.

Al papà da Itacoatiara, 11 giugno 1976

 

21.

« Remando tutto il giorno, posso domare questo mio corpo ribelle e lussurioso»

Prezado e carissimo dom Aristide (26),
inviandole questa lettera spero che lei sia in buona salute e serenità di spirito, nonostante le molte preoccupazioni che la grande famiglia del Pime possa darle. Tempo fa ho ricevuto una bella lettera di p. Trobbiani, alla quale rispondo ora dando mie notizie. La prima notizia è che sono molto felice e sto bene anche fisicamente, a parte il dolore ad un dente che in questo momento mi affligge.
Il mio lavoro è quello che ho sempre sognato: vivere nelle foreste vergini con gruppi di coloni che stanno conquistando nuove terre e stanno tentando di riorganizzarsi in nuove comunità, con un nuovo stile di vita sociale, economica e religiosa, dopo essere fuggiti dalla riva del Rio a causa delle grandi piene che già da dieci anni tormentano queste terre. La meta che ci proponiamo è meravigliosa, anche se realmente dura e non mi permette di ricuperare nemmeno uno dei 30 kg che ho perso nell'anno 1974 in foresta.
Io passo più o meno un mese in foresta, andando da una colonia all'altra (15-40 famiglie ciascuna), lavorando, imparando, insegnando alcune cose, pregando. Non sono un modello di santità, lo so. I miei peccati e difetti sono ben conosciuti, ma il popolo mi sopporta e mi vuol bene. Così il caboclo è il mio fratello, la mia famiglia, il mio amore, per il quale desidero dare tutta la vita. Ma so che questa è una grazia che non merito, pertanto lascio tutto nelle mani di Dio.
Mi trovo bene con i padri di Itacoatiara, con i quali formiamo una bella famiglia, anche se tanto eterogenea (americani, paulisti - brasiliani di San Paolo ~ italiani). Ogni due mesi teniamo il nostro Ritiro spirituale nella Prelazia. Per ovvi motivi non vado a Parintins, ma partecipo alle votazioni e agli incontri dei confratelli che di quando in quando ci sono a Manaus. Mi sento sempre del Pime, ma non ricevo le riviste da Milano e questo mi lascia un po' fuori della vita dell'Istituto.
Il lavoro di colonizzazione procede bene. In questo mese stiamo per ricevere il titolo definitivo di proprietà di altre 11 colonie agricole: sono 200 famiglie che diventano proprietarie di terre ben delimitate. A volte il governo ci aiuta, altre volte ci ostacola, ma in genere io sono franco con i governanti e dico loro: «Noi stiamo col governo e nel governo, ma come coscienza critica. Criticheremo dall'interno, lavando i panni sporchi in casa. Ma se arriva il tempo che mi convinco che questo non basta, passeremo all'opposizione». Finora, questo discorso è stato accolto con simpatia dalle autorità. Spero che continui la collaborazione, anche se sono pronto a soffrire qualsiasi cosa a favore della giustizia e in difesa del mio popolo.
Ogni tanto mi ricordo di pregare per lei e i suoi collaboratori, specialmente nelle lunghe ore di remo lungo questo immenso Rio. Ho comprato, già da tempo, una piccola canoa e vado di spiaggia in spiaggia, con 6-8-10 ore di remo al giorno, io solo con Dio, lasciando i motori agli altri dirigenti. Questo modo di viaggiare mi ha rivelato meglio di qualsiasi altra cosa la vita dell'uomo amazzonense e mi dà più tempo di riflessione e mi permette di dominare questo mio corpo ribelle e lussurioso (27), al servizio del mio prossimo. E, con grande mia sorpresa, sto ottimamente di salute.
Dom Aristide, disculpe a demora, aceite o meu agradecimento (perdoni il mio ritardo, accetti il mio ringraziamento, ndr) pela sua paciencia e receba um abraçào do seu
Pe. Augusto (28)

A monsignor Aristide Pirovano da Urucará, giugno 1976

 

22.

«Io sono fatto per la natura e l'avventura: qui non ci sono montagne, ci sono foreste»

Sto purtroppo con un gran mal di denti. È il dente del giudizio. Ma non c'è dentista: è una ragazza mezza matta, che vive sempre con una scimmia in testa anche quando tira i denti dei pazienti. È protestante ma molto nostra amica, ha voluto a tutti i costi aggiustarmi il dente ma io sapevo che bisognava tirarlo (toglierlo, ndr). Così adesso è andata a casa per le votazioni e chissà quando volterà. Gli analgesici non mi fanno niente. La Nella ha una tenaglia ma non si fida perché il dente ègrosso. Per cui ho questa croce da offrire al Signore in questi giorni di politica.
Alla fine dell'anno consegnerò la mia carica di coordinatore (29). Ma gli uomini hanno detto che non accetteranno le mie dimissioni e che devo stare al mio posto ancora per molti anni. lo tuttavia al massimo resisterò ancora un anno, poi voglio ritirarmi ancora un po' nella foresta, per rianimare il mio spirito un po' stanco. Queste relazioni con governi, burocrazie ecc. non sono il mio forte e mi preoccupano. Grazie a Dio la Nella mi è stata di grande aiuto. Per lei non c'è ostacolo e io le consegno tutte ste beghe e lei risolve bene. Ma pur così, in questi ultimi 6 mesi le cose non sono andate molto bene per noi. Le contrarietà, le opposizioni, le scarogne sono state la costante e molte volte ci troviamo rasi al suolo. Speriamo che il '77 sia più positivo, se no i nostri coloni, poveretti!
Ma veniamo alle casse. Purtroppo la polizia ha saputo e ha sequestrato tutte le mie cartucce. Anche in questo non sono fortunato. Non posso portare avanti i miei progetti, sono costretto a vivere in città, ingrasso come un porco, mi innervosisco, divento cattivo. lo sono fatto per la natura e l'avventura. Qui non ci sono montagne, ci sono foreste. Quelle mi scaricano e mi ricaricano e mi mantengono in linea. Ma le car,tucce sono essenziali. Così adesso come farò?

Alla mamma da Urucará, 18 novembre 1976

 

23.

« Salutami tutti: di zii ce n'è ancora in giro?»

Una bella notizia: tutte le cartucce (530) sono arrivate, neanche le hanno viste, né i padri, né la polizia. Così tutto lo scandalo che il p. Silvio ha fatto non era proprio per le cartucce, ma se mai per le sue 35 casse piene di motori che sono proibitissimi di entrare in Brasile. Mi sembra che proprio queste sue casse sono state sequestrate. Meglio così, non che io sia contento per questo, ma siccome a Parintins scoppiavano di rabbia contro le mie cartucce che avrebbero provocato l'intervento della polizia militare, alla fine altri erano i motivi, che ancora non sappiamo, ma non certo le cartucce.
Un'altra bella notizia è la vittoria elettorale del nostro candidato Pedro Falabella. È stata una bella consolazione per tutto il popolo che si è visto liberato dall'incubo della famiglia Felipe, 14 fratelli che hanno altrettante fazende e commerci e vogliono dominare coi soldi. Adesso stanno zitti, meditando la vendetta, ma il nuovo prefetto saprà difendersi e difenderci.
Notizie negative pure ce ne sono. Il governatore continua a ingannarci e a farci trasportare la data della nostra assemblea generale, disorientando tutti i nostri piani. lo sono veramente stufo. Ho fissato la data al 4 dicembre e faremo l'assemblea con lui o senza lui. Dopo di che mi ritirerò un quindici giorni nella foresta, da solo (adesso ho le cartucce) a prepararmi per il Natale.
Faccio a te e a tutti gli auguroni di un buon Natale e felice '77. Salutami tanto l'Annamaria e dille che non è ancora giunto il momento di rispondere alle sue lettere, ma che mi fa sempre piacere leggerla. Così pure la Pinuccia e la Esa. Un augurio particolare ad Alberto e Mariangela, ai bambini pure. Salutami tutte le zie (di zii ce n'è ancora in giro?) e naturalmente la carissima mamma.

Al papà da Urucará, 10 dicembre 1976

 

24.

«Il bel Natale 1976: «Cosa hai visto, ubriacone?»

Salto nella piccola canoa e remo tutto il giorno. Verso sera lego la barchetta sotto un albero, poi entro deciso nella foresta e in meno di un'ora arrivo: nella comunità fervono i preparativi.
Sanno che arriva il padre, perciò il Natale sarà più solenne, con la Messa «del gallo» a mezzanotte e, dopo, anche una cenetta comunitaria. Gli animali sono tutti squartati (si tratta per lo più di cacciagione e grossi pesci) e le pentole fervono sopra allegri fuochi di casa. L'allegria maggiore, si sa, in questa notte è dei bambini: in fondo si vuol far festa a Uno di.. loro, forse un po' meno monello.
Durante la discesa sul fiume mi scervellavo per trovare qualcosa di nuovo in questo Natale 1976. Così è nata un'idea. Entrato nel villaggio, vado di casa in casa salutando tutti, specialmente gli ammalati, augurando a tutti un Buon Natale e inginocchiandomi davanti ai più vecchi perché mi benedicano.
Quando arrivo all'ultima casa vedo Edinéia, una ragazzetta sveglia, suo fratello Joao, il papà Joaquim, eterno ubriaco, e la mamma Rosina, tuttofare: è proprio quel che ci vuole.
Li riunisco in segreto e spiego loro il piano per un «Presepio vivo». Edinéia sarà Maria, Joao sarà Giuseppe, il papà saràil pastore che darà l'annuncio che è nato il Signore, la mamma Rosina aiuterà a prepararli. C'è anche l'ultimo nato, ancora di pochi giorni, peccato che sia una bambina, ma non importa.
Verso le 11 ( di notte) tutto è pronto: sotto un gruppo di palme dentro la foresta, Joao aveva collocato una tettoia di paglia, la Rosina aveva già vestito Maria, bellissima col suo velo azzurro ed io stavo dandomi da fare per convincere il papà Joaquim ad imparare la sua parte; al momento in cui io incominciavo la Messa, Joaquim doveva accendere un fuoco in foresta, accanto alla tettoia della Sacra Famiglia, e poi correre ed entrare trafelato nella cappella di paglia, gremita di gente, e dare l'annuncio, un annuncio vero, terrorizzato e misterioso, per spaventare tutti i presenti.
Mantenere il segreto in un villaggio aperto e insegnare all'ubriaco, furono le due cose più difficili: comunque alle 11 io
battevo l'ultimo rintocco, con due ferri vecchi, per chiamare la gente. Intanto spingevo lo sguardo per vedere se già si scorgeva qualche bagliore nella foresta.
Comincio la Messa; scruto nell'oscurità, là in fondo, per vedere se arriva il Joaquim, niente. Faccio prolungare i canti, niente; comincio un commento al Natale, niente di niente. Mi sento disperato. Ma no, ecco tutto traballante (ne aveva bevuto un po' di più, per far bene la sua parte) entra Joaquim con gli occhi accesi: «Gente, padre... stavo uscendo di casa quando ho visto una... una luce nella foresta qui dietro,. .. mi sono avvicinato... ma sono scappato di corsa... non so». «Cos'hai visto ubriacone!? Portatelo fuori per favore...» dico con voce ferma. «No, padre, è vero, vada a vedere...». Mi muovo per prendere l'uomo per un braccio e portarlo via, ma ormai tutti i bambini stanno correndo e la gente, guardando il chiarore nella foresta, dice: «È vero, è vero, andiamo a vedere».
Tutti: uomini, donne, i vecchi ed io dietro a loro, abbracciato al mio ubriaco che aveva fatto la parte da artista, siamo arrivati là, ma nell'ultimo tratto anche il passo dei bambini si era rallentato e quando siamo arrivati noi le vecchiette, e non solo loro, si facevano il segno della croce: un magnifico presepio vivo ci aveva fatti ammutolire tutti. Non riuscii a dire molte parole: presi il bambino fra le mani e, intonato il «Gloria in excelsis Deo», ritornammo in processione con Maria e José per continuare la Messa.

p. Augusto Gianola - Brasile
Articolo pubblicato in I.M., Italia Missionaria,
novembre 1989

 

* Da una lettera a monsignor Aristide Pirovano del giugno 1976.
[1] P. Gheddo, Dio viene sul fiume, EMI, Bologna 1994, p. 160.
[2] Si veda irifra, al capitolo VI, la nota 1.
[3] Umile e sincera confessione di fallimento nell' esperienza eremitica al Paratucu. «La mia esperienza spirituale non passava certi limiti»: una frase che dice molto. E poco dopo parla della «sterilità» del suo prolungato isolamento. Infatti il diario contiene centinaia di pagine di meditazioni e dialogo con Dio e su Dio, con grandi aspirazioni all'unione con Dio, ma scarsi progressi e risultati anche da un punto di vista teologico. Il vero Augusto non è questo, ma quello impegnato nel ministero sacerdotale e nell' azione sociale e caritativa. Non avevano torto il Superiore generale e il vescovo che lo richiamavano spesso all'«apostolato diretto».
[4] Il furto era di circa 500 ettari.
[5] In un articolo pubblicato su I.M. (Italia Missionaria) nel novembre 1991 (post mortem!), padre Gianola racconta questo fatto, precisando che la signora prometteva di fare ad Urucará una fabbrica per la lavorazione del legno della foresta e avrebbe dato lavoro a tutti.
[6] Il «motore» è la barca a motore. Augusto dormiva in barca, un po' lontano da terra, per sentire più fresco e avere meno zanzare.
[7] Si riferisce ai volontari che si erano stabiliti ad Urucará e avrebbero dovuto lavorare con Augusto nelle colonie agricole. In pratica davano fastidio e ad un certo punto Augusto li ha messi in condizione di doversene andare. Nella Castiglioni così li descrive: «Erano sessantottini laicizzati e politicizzati, "Cristiani per il socialismo" ancora fermi a Che Guevara. Si illudevano di fare la vita dei caboclos, ma passavano il tempo a discutere di idee sfasate e conducevano una vita che non diceva nulla alla gente e non produceva nulla. Nella comunità dei volontari era difficile dire un' Ave Maria assieme. lo mi sono rimboccata le maniche e con la fede che mi ha trasmesso mia mamma ho dovuto arrangiarmi a fare un po' di tutto per la parrocchia e a servizio della gente» (Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., pp. 164s.).
[8] Augusto si riferisce ai Tvc di Milano, a cui Giorgio e Myriam erano associati. Si veda più avanti alla nota 7.
[9] Padre Gianola voleva la proprietà delle terre che occupava con le colonie agricole. Mandava Nella a Manaus a vedersela con la burocrazia e lui restava ad Urucara e nelle colonie dell'interno a lavorare con i coloni.
[10] Per avere la proprietà delle terre, dovevano venire dei tecnici governativi da Manaus a delimitare i confini... Partivano, ma non arrivavano mai... e quando erano sul posto, vivendo in foresta andavano in crisi... Allora accorreva la Nella a preparare qualche buon pranzetto (si leggano queste vicende in Gheddo, Dio viene sul fiume, pp. 158-162).
[11] Si noti come Augusto, buon scrittore di sicura grammatica, qui è sgrammaticato, cambia soggetto e oggetto. Evidentemente è in affanno: è passato dalla tranquilla (anche se faticosa) pace del suo eremo in foresta alla stressante battaglia quotidiana con burocrati, volontari, caboclos che spesso non lo capiscono o non lo seguono...
[12] Augusto andava in canoa fino a Manaus, sette-otto ore continue di remo! Monsignor Pirovano mi ha detto di non aver mai incontrato in vita sua un uomo della forza fisica e della resistenza di Augusto Gianola! Riguardo alla sua forza, si veda un episodio gustoso in Gheddo, Dio viene sul fiume, p. 45.
[13] Il «Laboratorio missionario Beato Giovanni Mazzucconi» di Lecco, fondato da don Aldo Cattaneo e oggi diretto da Lucia Sozzi, mantiene una fitta corrispondenza con molti missionari e li aiuta in modo provvidenziale.
[14] Il settimanale cattolico di Lecco.
[15] Traduzione dal portoghese della lettera scritta dall'amministratore apostolico della prelazia di ltacoatiara al Superiore generale del Pime.
[16] Augusto andava quasi tutti i mesi a Manaus per partecipare al ritiro spirituale mensile dei missionari del Pime.
[17] Sfm significa «Scarboro Foreign Mission», sigla dell'Istituto per le Missioni Estere di Scarboro, di clero secolare (come il Pime), fondato in Canada nel 1918.
[18] Si veda supra la nota n. 7 alla lettera al papà del 3 novembre 1975.
[19] Nella Castiglioni in Liverani era adolescente a Locate Varesino quando Augusto era viceparroco (1954-1962). Infermiera e ostetrica, nel 1973, dopo che Augusto era venuto la prima volta in vacanza in Italia, lo segue in Amazzonia per dedicarsi alla comunità di Urucará. Vi rimane fino all'agosto 1983, quando torna in Italia per sposarsi con Pier Giorgio Liverani, anche lui volontario ad Urucara.
[20] Giorgio Campoleoni è uno dei Tvc (Tecnici volontari cristiani) giunti a Parintins nel 1968. Nel 1969 va al Mocambo per seguire una delle comunità dell'interno
di padre Augusto, che celebra il suo matrimonio con Myriam (venuta dall'Italia) nell'ottobre 1971. Nel 1973 vanno ad Urucara e ritornano in Italia nel luglio 1974 col loro primo bambino. Augusto li richiama nel 1976 per dirigere la Scuola agricola; rimangono con lui fino al 1980, quando con tre figli ritornano in Italia.
[21] Amministratore apostolico di Itacoatiara. Si veda sua lettera 14 in questo capitolo V. Padre Trobbiani manda copia della sua lettera a monsignor Cerqua, a padre Zanelli e a padre Gianola, al quale aggiunge una nota personale, esortandolo a scrivere: «Spero proprio che lei ci faccia questo dono, ogni tanto, di una paginetta, anche per rinsaldare i vincoli dell'unità che ci lega tutti nella stessa vocazione e nello stesso Istituto. Mons. Superiore pensa di essere di ritorno per i primi di marzo, e spero proprio che egli potrà trovare una sua lettera da Urucará per allora...
[22] Alla fine degli anni sessanta, il governo militare brasiliano, allo scopo di sviluppare l'Amazzonia, iniziava le «Strade Transamazzoniche», i «Grandi Progetti» (i «poli di sviluppo», la colonizzazione delle regioni interne) e concedeva alla città di Manaus la « zona franca» commerciale, cioè la città non paga tasse per l'importazione e l'esportazione dall'estero. Di qui la nascita di numerose industrie e la rapida crescita della città (si vedano i capitoli V e X di P. Gheddo, Missione Amazzonia. 1 50 anni del Pime sul Rio delle Amazzoni (1948-1998), EMI, Bologna 1997.
[23] Don Francesco Ricci era a quel tempo l'incaricato di Comunione e Liberazione per l'America Latina. C. L. ha un buon gruppo di universitari e di famiglie a Manaus, assistiti da alcuni missionari del Pime. Hanno assunto la «Scuola agricola Regina degli Apostoli» fondata dal Pime negli anni sessanta nella foresta al nord di Manaus, per indios e caboclos.
[24] Interessante questo fatto! In un popolo che vive ancora immerso nel mistero delle forze sconosciute che guidano la vita dell'uomo, un popolo credente e superstizioso, la minaccia di maledizione da parte del padre ha quasi sempre grande efficacia. Sono numerosi i fatti del genere raccontati dai missionari, e non solo dell' Amazzonia.
[25] Sugli orari, l'insegnamento e il funzionamento della Scuola agricola (Nti), si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., pp. 165-169.
[26] Lettera tradotta dal portoghese.
[27] Nelle sue lettere alla famiglia, ai superiori, agli amici, padre Gianola sorvola su quello che invece esprime con chiarezza e sincerità nel diario: le sue tentazioni contro la purezza e il celibato sacerdotale. Solo qualche cenno fuggevole, come in questo caso. Si veda invece Gheddo, Dio viene sul fiume, ai capitoli III, X, XII, XIII, XIV e XVI.
[28] Monsignor Pirovano risponde da Roma (in data 14 luglio 1976) esprimendo «gioia e soddisfazione nel vederti riapparire dal fondo delle foreste ancor vivo, vegeto e pieno di vita». Pirovano si rallegra delle notizie ricevute e loda Augusto perché si fa vedere dai confratelli a Manaus. Lo esorta a «rompere il ghiaccio anche con Parintins facendo qualche visita in occasione di ritiri o di incontri di pastorale. lo proprio lo spero tanto più che anche tu ti senti psicologicamente del PIME». Il Superiore è anche contento del «discorso chiaro e franco con i governanti. Però ricordati che an
che loro sono uomini che hanno bisogno di essere evangelizzati, perché si trovano in maggior tentazione degli altri e più esposti degli altri alle debolezze della natura umana, che non è perfetta neppure nei governanti. Quindi prima di esigere che siano "giusti" aiutiamoli ad essere giusti e forniamo anche a loro il cibo della Parola di Dio perché siano giusti. La pazienza che noi vogliamo che gli altri abbiano con noi, usiamola anche con loro... Le tue remate senza fine mi preoccupano un po', sebbene è vero che sei forte come un bufalo. Però non esagerare, ti raccomando; la salute è un dono di Dio e non ci è lecito gettarlo via. Pensaci,.. Quanto al ricevere le riviste del Pime, monsignor Pirovano suggerisce la via più logica: comunicare all'Ufficio spedizioni di Milano il proprio indirizzo...
[29] Quando era uscito dalla foresta e si era stabilito ad Urucara (gennaio 1975), Augusto era stato eletto coordinatore del Cetru e delle colonie agricole.