AUGUSTO GIANOLA
IN MISSIONE
PER CERCARE DIO
Lettere dal Brasile
A cura di Piero Gheddo
EDIZIONI SAN PAOLO 1998
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I. Da prete diocesano a missionario in Amazzonia (1951-1963) |
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II. La «luna di miele» della vita missionaria ( 1963-1966) |
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III. La parrocchia San Giuseppe operaio nello stile povero dei caboclos (1967-1973) |
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V. Una nuova avventura: le colonie agricole sulle «terre alte» (1975-1976) |
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VI. La rivoluzione tra i caboclos dell' Amazzonia, non con Marx ma con il Vangelo (1977-1984) |
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VII. 1400 chilometri in canoa sul Rio delle Amazzoni e il monastero dei cistercensi (1985-1986) |
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VIII. L'avventura finale in foresta: Augusto contento perché lebbroso! (1987-1990) |
V
UNA NUOVA AVVENTURA: LE COLONIE AGRICOLE SULLE «TERRE ALTE»
(1975-1976)
«Il mio lavoro è quello che ho sempre sognato»*
La prima esperienza eremitica di padre Augusto Gianola nel
1974 (la seconda sarà negli anni 1986-1989) termina alla fine di dicembre
col ritorno alla vita apostolica attiva e con una umile dichiarazione di
fallimento: «La cosa più sicura - scrive a monsignor Pirovano il 19 febbraio 1975
- è stata quella di constatare
che non sono fatto per l' eremo
di questo tipo. Infatti, forse per la mancanza di maestri spirituali o libri,
come autodidatta devo dire che sono un eremita fallito. La mia esperienza di
vita spirituale non passava certi limiti».
Uscendo dall'«eremo» in foresta, sul Rio Paratucú, si
stabilisce ad Urucará (nella prelazia di Itacoatiara), dove già all'inizio
degli anni settanta alcuni volontari (fra i quali Giorgio Campoleoni) avevano
avviato il lavoro delle colonie agricole, ispirati da un progetto e con l'aiuto
di padre Augusto.
Nel 1975 Gianola è assistente del vigario (Parroco),
incaricato delle comunità dell'interno e coordinatore del Cetru (Centro di
formazione rurale). È nella posizione migliore per attuare il grande progetto
di colonizzazione delle « terre
alte» (cioè lontane dal Rio delle Amazzoni), fondandovi e animando le
«colonie agricole» con i caboclos, che sono sempre stati pescatori e a
poco a poco vengono educati a dive11tare agricoltori. All'inizio del 1976 lancia un nuovo progetto: la Scuola agricola di
Urucará per i figli dei coloni, che lui stesso ha portato
sulle «terre alte».
Si rende conto che le colonie non possono sopravvivere se non
si educano i caboclos ad un agricoltura moderna, efficiente, che li inserisca
nel mercato moderno delle città e dell'esportazione. Nasce così la Scuola
chiamata Nti (Nucleo de Treinamento Intensivo), che inizia con 45
alunni ma poi cresce anno per anno fino ad una novantina di alunni nel 1985:
in quell'anno Augusto abbandona la Scuola e ritorna in Italia per una
vacanza, nella. quale matura altre esperienze.
Nella Castiglioni, la volontaria che è stata la confidente e
l'aiutante principale di padre Augusto (fin quando ritornò in Italia per
sposarsi nel 1983), mi ha dato questa testimonianza: «Il periodo delle
colonie agricole credo sia stato il migliore di padre Augusto. Nonostante le sue
stranezze e i suoi complessi, ha fatto un gran lavoro, la gente lo serviva, gli voleva un gran bene perché lo vedeva totalmente
dedicato. Stava ad Urucará come base, ma poi girava e stava in giro a lungo
nelle colonie»(1).
Il periodo di
cui riportiamo le lettere in questo capitolo
(1975-1976)
è caratterizzato dall'esercizio dell' apostolato e dell'azione sociale nella
forma più congeniale ad Augusto: non una struttura da
portare avanti (come quando era parroco), ma colonie agricole e comunità
cristiane da visitare e animare, Scuola agricola ad Urucará da seguire e
potenziare (altri però ne era responsabile), lotte con burocrati e fazendeiros,
viaggi e avventure in foresta e sui fiumi. La vita spirituale in questo periodo
sembra a prima vista passare in secondo piano, ma è un'impressione errata. La
ricerca dell'unione con Dio e della santità è sempre presente nelle lettere di
padre Gianola.
E com'è contento, quando trova nei suoi caboclos una fede
semplice e forte come piaceva a lui! La fede dei caboclos lo commuove sempre e
commuove anche chi legge queste lettere. Ecco un esempio significativo (lettera
ai genitori del 16 marzo 1976): « Una
mattina era brutto tempo e non si
poteva uscire a cacciare (. .
.) non avevamo niente da mangiare. Noi stavamo meditando sul Vangelo di
Matteo (tutte le mattine dalle 5 e mezzo alle 7 meditiamo sul Vangelo tutti i
caboclos insieme e alla sera si prega ancora dalle nove alle dieci e mezzo)
proprio quel passo in cui si dice di non preoccuparsi del mangiare, del bere,
ecc. lo ci credo sempre un po' poco a queste cose. La loro fede invece è
totale. lo li stavo provocando: "Forse che il buon Dio, se noi non ci diamo
da fare per procurarci il mangiare, ci manda il mangiare bell'e pronto?".
"Certo" mi rispondono. "Ma no, dico. io, questa è una
stupidaggine". "No, Padre, Dio può fare tutto e lui ci manderà tutto
senza fatica ". lo non potevo sopportare questi discorsi perché mi
sembra che favoriscono un po' la pigrizia. Per questo li contraddicevo.
Ad un certo punto le donne che stavano sulla porta gridano: "I cinghiali!!
Vede Padre, sapendo che il tempo è brutto, Dio ci ha mandato il mangiare in
casa ". Non ci siamo scomposti, abbiamo finito con calma la
meditazione, poi sono uscito e il branco stava là pascolando. Tre tiri, tre
morti e carne per una settimana».
D'altra parte, come scrive lui stesso alla mamma (lettera del
marzo 1975), «l'ideale che vado predicando a questi miei discepoli è
quello dei primi cristiani, che vivevano in comune e facevano tutto in comune,
dalla preghiera al lavoro, e non c'era necessità fra loro, perché tutti si
aiutavano fraternamente. È una missione appassionante, quella che da sempre ho
desiderato e che il Buon Dio mi ha insperatamente gettato sulle spalle» .
Il successo dell'opera di padre Augusto fra i caboclos è
dimostrato da due fatti: primo, il governo dell'Amazzonia stimava molto la
Scuola agricola di Urucará e le «colonie agricole» lontane dai fiumi; e,
secondo, ancor oggi, a più di dieci anni da quando padre Augusto si
è ritirato, le sue fondazioni continuan02.
1.
« Il mio modello al quale sempre guardo è Cristo Signore »
Comincio col ringraziarvi per i soldi che mi mandate ogni
tanto. Realmente io fino ad ora non ne ho fatto uso, ma mi son serviti per
risolvere problemi sempre urgenti che vengono dal mio lavoro. Per me (finora
ripeto) non servono perché ho dato un'impostazione nuova alla mia vita, e i
soldi entrano ben poco. È uno dei frutti del mio ritiro al Paratucu, dove ho
appreso il valore dei soldi e il sistema di fame a meno. Valore grande per gli
altri, valore minimo per me: infatti ho comprato una piccola canoa e vado da
fiume in fiume e da lago in lago, remando per ore e giorni, oppure attraversando
foreste per ore e giorni.
Sempre ho con me una piccola rete (per la pesca, ndr) e
il mio vecchio catenaccio calibro 12, di buona marca italiana. lo pure sto
diventando vecchio arnese, ma lo capisco solo quando mi vedo in uno specchio
d'acqua. In un anno sono diventato bianco di capelli e nero di pelle, rugoso e
un po' calloso: ma il mio spirito non è stato mai così giovane. Quando arriva
la notte, approdo alla riva, al punto in cui ho avvistato una casa di paglia.
Ogni casa è la mia casa, ogni uomo è mio fratello, ogni terra è la mia
patria. Nessuno di quei complessi che mi hanno turbato in 20 anni di sacerdozio
esiste più: scomparsi del tutto al Paratucú.
Io pensavo, forse con voi o molti altri, di aver perso il mio
tempo. Mi accorgo che no: la mia vita è cambiata totalmente, io sono rinato
un'altra volta, una fortuna unica, di cui non so come ringraziare il buon Dio.
Non sono convertito, no! Molti squilibri ancora esistono in me, soprattutto il
pungolo della carne sempre mi segue e mi fa soffrire. Molte incertezze: anzi,
vi dirò che non ho nessuna idea sicura in testa, neanche una. Il futuro è
completamente oscuro per me, per la mia vita e il mio lavoro, ma in fondo a me,
nella mia coscienza c'è una tranquillità assoluta, niente più mi turba,
neanche i miei peccati. Non ho più la preoccupazione di nasconderli o di
mascherare i miei difetti, di darmi un contegno, di essere il primo, ecc. In una
parola, sono libero.
È questo che mi dà una forza e una possibilità di lavoro
che non ho mai avuto. A Parintins in 10 anni ho fatto molte cose, ma con estrema
fatica. Oggi faccio il doppio di lavoro con quasi nessuna fatica. Il mio corpo
invecchia, ma lo spirito si libera sempre più. Come potrò ringraziare il
Signore?
L'anno 1974 ha gettato inconsciamente le basi di un nuovo
lavoro, importantissimo, la liberazione di questo uomo dei fiumi e delle
foreste, il caboclo. Non avrei potuto lavorare con lui se non avessi gettato un
ponte solido fra me e lui: il linguaggio e la vita. In 10 anni c'era stato solo
un monologo fra noi: quando lui parlava io tacevo, non ero competente delle sue
cose, perché non le vivevo. Quando io parlavo lui taceva, non comprendeva le
cose troppo alte che io dicevo. Oggi il ponte è lanciato. lo entro da
competente, a volte più competente di lui, nelle conversazioni sul suo mondo,
sulla sua vita. E lui ascolta da me un linguaggio più incarnato e soprattutto
una vita più simile alla sua.
Arrivo nella sua casa e invece di avere in mano una croce,
come i vecchi missionari, ho in mano il lungo coltellaccio col quale lavoro nel
campicello di famiglia, guadagnandomi la mandioca della refezione. Se non c'è
niente, il mio fucile e la mia rete prendono sempre un pesce, una tartaruga o un
macaco da sfamare la numerosa famiglia. Ed è sempre una festa.
Ormai per me, nella foresta, costretto ai disagi del
sopravvivere, dormire, evitarne i pericoli, conoscerne i segreti, trovarvi da
mangiare, da curarsi, per me non è più impossibile
viverci, anche se duro. Saper scoprire una zona buona di
caccia, seguire le orme, sentirne gli odori, sapere inseguire la selvaggina e
dare un tiro rapido e fruttuoso, non perderla quando è ferita, sapersi
camuffare ed aspettare, di giorno e di notte, scuoiarla velocemente, dividerla
con sicurezza, cucinarla.
Distinguere i vari rumori della notte, sapere quelli che sono
pericolosi o utili, gustare quelli poetici, addormentarsi con tranquillità
anche all'aperto, imitare l'urlo dell'onça (tigre amazzonica, ndr), non
tremare se una cobra si avvicina, saperla uccidere con sicurezza dopo averla
studiata e contemplata...
Conoscere tutte le specie di animali e pesci e insetti coi
rispettivi costumi ed effetti, conoscere il tempo in cui la loro carne è buona,
conoscere le virtù curative delle piante, delle erbe, dei frutti selvatici,
conoscere la durata dei legni e il loro uso e la maniera di lavorarli...
Imparare ad orientarsi nella foresta, col sole o senza,
comprendere la direzione delle piogge, saper aprirsi un varco col grande
coltellaccio, interpretare i venti, prevedere i tempi, cavare l'acqua dalle
liane...
Apprendere i tempi utili per le diverse piantagioni,
distinguere la qualità delle terre per i diversi prodotti, saper tirare a tempo opportuno un favo di miele selvatico durante la luna
nuova...
Resistere, resistere, resistere, vincere la tentazione di
ritornare, avere il coraggio di tentare...
Tutto questo, gente, mi serve oggi per dialogare pari, pari
con il mio popolo. E questo mi fa tranquillo anche nell'oscurità della nuova
vita, che è tutta differente, fatta di lotte col governo, di conoscenza di
leggi, di amministrazione di nuove grosse realtà.
Vedo che questa lettera è un'appendice alle altre, parla
solo di me. Ma è importante che voi sappiate di questa mia nuova condizione di
spirito, della mia tranquillità: quel che importa è «essere». Se io sono
qualcuno, una persona vera, poi non
importa il lavoro, il fare, il dire. Non aver paura di
nessuno, neanche della morte. Essere chiari, sinceri, amici. Ma non amici a
tutti i costi: sapere che abbiamo dei nemici irriducibili, i farise i di ogni
tempo. Ormai sto guardando solo al Vangelo e al grande Maestro, il quale non faceva nessuna riunione e non
aveva casa, né madre, né fratelli e sorelle. Andava e non scriveva niente, non
faceva riunioni, ma la gente si riuniva attorno a lui. lo lo constato sempre.
Quanto al mio lavoro, libero ma intensissimo, lo vedo come
una vera missione, forse la prima della mia vita. Stiamo proponendo una
vocazione all'uomo amazzonense: la vocazione di colono agricolo. È una
conversione- molto difficile per un uomo che non è agricoltore ma raccoglitore
di frutti selvatici. Perché per fare una colonia non si tratta solo di
abbattere una foresta e aprire nuovi campi, ma abbattere un vecchio sistema di
vita e aprire una nuova idea nella testa.
Molti non vedono chiaro, ma io vedo chiaro che questa è una
strada di salvezza e di liberazione. E allora chiedo loro di avere fede in me,
che riusciremo a superare il deserto e arrivare alla terra promessa. Molti hanno
fede e mi seguono. Altri no e tornano alla schiavitù dei padroni.
È un lavoro di proporzioni bibliche, pieno di messianismi e
di faraoni. La lotta è dura. In questi giorni probabilmente scenderemo in campo
armati: un riccone del sud è venuto ed ha invaso una delle 15 colonie agricole
nostre. Ho cercato tutti i modi per vincerlo attraverso il governo. Non ci sono
riuscito. Aspetto in settimana un'ultima risposta dalla capitale Manaus. Se non
viene lunedì prenderò la mia canoa e mi dislocherò fra i coloni, occupando la
nostra terra e non so quel che succederà. Ma la decisione dei miei uomini è
straordinaria. Non abbiamo paura di morire. Beato chi muore per la giustizia.
Vi ho detto molte cose disordinate che non vi danno forse
l'idea del mio lavoro, ma solo di me: mi preme che sappiate che sono tranquillo.
Il futuro non lo so. Sarebbe troppo bello
se fosse così tutta la vita. Sono nelle mani del mio Dio,
infinito e misterioso. Il mio modello al quale sempre guardo è Cristo Signore.
Vi assicuro che è una scoperta fondamentale e meravigliosa: è il vero maestro.
Ai Centpe di Locate Varesino da Urucara, senza data, del 1975
2.
«Per l'evangelizzazione dei caboclos padre Augusto è l'unico preparato»
Carissimo sig. Gianola,
la notizia più bella che posso darle è che p. Augusto è qui con noi e ha partecipato alla riunione come membro di questa
Prelazia, infatti la sua proposta è stata accettata dal Padre J orge, nostro Amministratore
Apostolico, e messa in discussione nell'équipe che destina le persone nelle
aree della Prelazia. Tutti hanno accettato il suo piano di lavoro con molta
ammirazione, perché per una Evangelizzazione a livello di Caboclo
dell'interiore è l'unico preparato e capacitato per farlo (fra tutti i padri
presenti).
L'unica cosa è che nei mesi passati al Paratucú è dimagrito
notevolmente ed ha avuto un attacco di malaria. Per fortuna aveva le pastiglie e
le ha prese, ma questa dannata malaria lascia degli strascichi notevoli, per cui
ora deve ricuperarsi un poco prima di inoltrarsi di nuovo nelle colonie. Ieri ne
abbiamo parlato con gli altri membri della nostra comunità di Urucará e tutti
hanno insistito perché si fermasse un po' di giorni in Urucará a rifarsi un po'
le ossa. Lui ha accettato. Speriamo!
Le prospettive di lavoro a tutti i livelli e la linea di
pastorale ci ha animati tutti e ripartiamo con una buona carica di
disponibilità, e che il buon Dio ci aiuti sempre.
Infiniti saluti, sua Nella
Al papà da Itacoatiara, 11 gennaio 1975
3.
« Trattare con la belva umana è più difficile che con le belve del mato»
Vi scrivo da Urucará, ormai di nuovo inserito fra gli uomini.
Questa inserzione mi sta costando molto, così diverso è il ritmo naturale da
quello sociale.
Il p. Celso mi ha ricevuto bene e spero di intendermi con
lui. Comunque il mio lavoro non è qui in città, ma girovago fra le colonie,
dormendo, mangiando e lavorando ogni giorno in una diversa famiglia. Ogni mese
tornerò un paio di giorni alla base per mettere tutto in comune e ricevere
ordini.
Così spero di continuare un lavoro a cui mi sono preparato un po' quest'anno, anche se sarà molto arduo e pesante.
La vita in foresta mi è stata niente difficile, anzi
addirittura gradevole, libera, una bellezza. Adesso il trattare con la belva
umana mi sembra più difficile che trattare con quelle del mato.
Se il Signore mi aiuterà, se la salute continuerà, conto di
fare qualche anno di esperienza in questo senso, fino a giungere ad
un'autosufficienza delle colonie e ad una liberazione almeno relativa di questa
gente dai suoi mali.
Ai genitori da Urucará, gennaio 1975
4.
«Ho accertato che l'eremo di questo tipo non è la mia vocazione»
Benché diciate di non aver capito molto e che vi ho gettati
nella confusione, tuttavia i vostri interventi, i pareri (più che i consigli) e
soprattutto l'interesse amico con cui avete seguito la faccenda, mi sono stati
di aiuto determinante ed alla fine hanno influenzato la mia decisione finale,
che in fondo è stata nella vostra linea.
Certo non ho ascoltato solo voi, c'è stata una convergenza
di voci tutte in questa direzione, che però io ho voluto sfidare per non
ingannarmi e metterle a confronto in una vita al limite.
La prima voce era quella della mia coscienza a cui incombeva
il compito di studiare le mie tendenze e le esigenze della situazione, dei
caboclos, dei superiori, dei parenti, degli amici.
È quello che ho fatto nel Rio Paratucú in questi 100 giorni:
la notte di Natale sbucavo dalla foresta e a mezzanotte celebravo la Messa del
gallo fra i caboclos di una comunità.
Questo prossimo scomodo, sudicio, cretino, che io tanto odio,
l'ha vinta ancora una volta e mi ha strappato ad un paradiso di libertà e di
tranquillità.
I miei problemi personali non sono risolti, nessuno, tranne
l'aver accertato che l'eremo, di questo tipo (cioè autodidatta in un ambiente
così duro), non è la mia vocazione. D'ora in poi non lo cercherò più. Chiudo
quindi con questa lettera il capitolo personale dei miei problemi spirituali,
complicati e che hanno stufato.
Al Ghit dei Centpe di Locate Varesino da Urucará, febbraio 1975
5.
« Non sono fatto per l' eremo di questo tipo»
Sono p. Augusto finalmente uscito dal mato. Ho passato questi
quattro mesi «al limite» nel Rio Paratucú, da solo, come le avevo
comunicato. Questo mi è servito? Non lo so. Lascio a Dio il giudizio di tutto
questo mio problema. Qualche debole luce «oscura» però mi è sembrato di
avvertire.
La cosa più sicura è stata quella di constatare che non
sono fatto per l'eremo di questo tipo. Infatti, forse per la mancanza di maestri
spirituali o libri, come autodidatta devo dire che sono un eremita fallito. La
mia esperienza di vita spirituale non passava certi limiti (3). Inoltre il richiamo
del prossimo che mi mancava è stato determinante.
Avrei voluto prolungare la mia permanenza là, perché la
vita libera era un vero paradiso. Però ne sentivo anche l'egoismo e la
sterilità. Per cui ho deciso di rispettare i termini concordati e alla fine
d'anno sono uscito.
Ho comunicato a Parintins la mia decisione di uscire e
continuare il lavoro nelle colonie di Urucani. Ora comunico anche a Lei,
chiedendoLe perdono per la sofferenza che in quest'anno le ho arrecato,
ringraziandoLa per la Sua comprensione e chiedendole la sua benedizione perché
io possa sempre essere un Sacerdote di Dio, della Chiesa e del PIME.
A monsignor Aristide Pirovano da Urucará, 19 febbraio 1975
6.
« Finalmente... sei uscito dal mato»
Carissimo Padre Augusto,
finalmente! Un finalmente grosso come una casa; questa è la prima espressione che mi è scappata dai polmoni (uno
sbuffo come una locomotiva) e anche dal cuore perché... perché tu sai quante
preoccupazioni hai dato ai tuoi cari ed... anche a me; e le preoccupazioni sono
segno di amore.
Dunque sei uscito dal mato; Deo gratias et Mariae. Ti
ringrazio davvero di cuore perché ero proprio preoccupato e, d'altra parte, ero
sicuro che non sei fatto per la mistica della solitudine e della contemplazione.
Senza dubbio ami la solitudine (un vero paradiso!) come la
amo e la desidero anch'io; ma questo non vuoI dire che tu abbia una vocazione da
eremita. Anzi io vedo bene te a «servizio» pieno e totale degli altri;
«prete» che si dedica al prossimo, prima di tutto per «portarlo a Dio e
viceversa» e poi per aiutarlo anche nel cammino umano di liberazione e
progresso.
Ti vedo quindi pienamente... pastorale: ma... attenzione:
pastorale de conjunto (comunitaria, ndr). Questo è un tuo punto molto
delicato che richiede tutta la tua attenzione: non isolato, non individuo che fa
la sua strada personale, ma assieme agli altri, accettando anche i limiti degli
altri. A vendo tu, le... gambe più lunghe degli altri, tu soffri la tentazione
di andare da solo, di fare a tuo modo, di diventare... re del gruppo dove, pur
dicendo di voler essere democratico, in realtà fai dire e fai fare quello che
tu vuoi. Non lasciarti ingannare dalle apparenze; sei tu che comandi nel gruppo
anche se a te pare di... obbedire alla comunità.
Per ovviare questo pericolo devi anche tu fare pastorale de
conjunto con gli altri preti e Vescovo dove sei. Va bene? Sii... capocordata ma
in cordata con tutti.
E a proposito dove sei? Come ti ho detto io sono d'accordo
che ti inserisca nella Prelazia di Itacoatiara, ma loro ti accettano? C'è un
Vescovo a cui scrivere che io sono d'accordo? Fammi sapere qualcosa e dimmi cosa
devo farti io e il PIME. Dai!! comincia a scrivere... pigrone!
Ed ora ti saluto caramente e ti benedico. Spedisco copia
della presente anche a Manaus perché... non so dove tu sia.
Ciao, ciao. Il Signore ti benedica e ti metta a posto i
freni.
Aff.mo + Aristide
Pirovano
A padre Augusto da monsignor Aristide Pirovano, da Roma, 19
febbraio 1975
7.
«Fondare nuove città in Amazzonia più giuste e più cristiane»
Ricevo oggi la tua lettera, di ritorno da quasi un mese di
duro lavoro in foresta con un gruppo di coloni coi quali passo ormai la maggior
parte del mio tempo, essendo questa la mia nuova missione: fondare le nuove
città dell' Amazzonia, su una base più giusta e più cristiana di quelle che già
esistono, ove il pescecane finisce sempre col mangiare il pesciolino. L'ideale
che vado predicando a questi miei discepoli è quello dei primi cristiani, che
vivevano in comune e facevano tutto in comune, dalla preghiera al lavoro, e non
c'era necessità fra loro, perché tutti si aiutavano fraternamente.
È una missione appassionante, quella che da sempre ho
desiderato e che il Buon Dio mi ha insperatamente gettato sulle spalle. Ti dirò
però che lo sforzo a cui siamo sottoposti è enorme, siamo come gli ebrei
usciti sì dalla schiavitù dei padroni (Faraone): ma non abbiamo incontrato
subito la terra promessa, bensì un deserto e chissà, forse per 40 anni.
Siamo al punto della tentazione e tanti coloni mi mostrano i
loro figli nudi, senza uno straccio, dormendo per terra e nutrendosi di sale e
farina, perché sono impegnati nelle colonie e non possono più pescare e non
hanno l'aiuto del padrone e non ce la fanno più: molti vogliono tornare
all'Egitto, io li invito a resistere, qualcuno se ne va, la maggior parte però
è decisa a continuare. Sto lottando col governo per vedere di strappargli
l'aiuto per fare una strada che congiunga tutte le colonie, di 150 km. Se no i
caboclos che quest'anno cominceranno a produrre non potranno trasportare i
prodotti, essendo le colonie molto dentro la foresta.
Ho scritto anche alla FAO per vedere se mi dà un po' di
cibo almeno per un anno, e alla Germania per aiutarmi a fondare una scuola
agricola modello per i figli dei coloni, perché a questa generazione ho promesso
solo sudore, sangue e morte, solo i figli entreranno nella terra promessa.
Come fra gli Ebrei, solo due, Giosuè e Caleb sono entrati
nella terra promessa, di tutti quelli che erano usciti dall'Egitto; neanche
Mosè c'è entrato. Eppure mi seguono lo stesso: e io ho detto che non li
abbandonerò e morirò con loro.
Il mio anno trascorso nella solitudine della foresta sento
adesso quanto mi è servito: mi ha dato una padronanza e una sicurezza che non
avevo e una chiarezza di idee che neanche speravo. Ho trovato infatti a Urucará
una grande confusione di idee. Nessuno dei coloni sapeva cos'era una colonia e facevano errori su errori, contro le leggi e contro
l'economia. Sto raddrizzando un po' queste idee storte e vedo i loro volti
spianarsi e sparire almeno metà di quella preoccupazione che li soffocava. Adesso credono fermamente nell'idea
di colonia.
Ho ricevuto una lettera di Pirovano, molto bella, che approva il
mio operato. Così io continuo la mia vita con tranquillità.
Alla mamma da Urucani, 16 marzo 1975
8.
« Vada avanti, per carità, e non si volti indietro»
Carissimo Don Augusto,
ci scusiamo del ritardo con cui parte questa lettera in risposta
alla tua dal Paratucú. Il fatto è che ci ritroviamo solo una volta al mese e perdiamo tutta la sera a discutere, ma quando
si tratta di dettare qualche appunto per la risposta alla lettera le parole non
escono più. Ci vorrebbe un registratore e mandarti il nastro così come viene;
ti divertiresti di più e avresti le impressioni fresche, le risposte più
sentite.
La tua lettera, giuntaci all'inizio di febbraio, seguita,
dopo un paio di settimane da quella al Ghit, ha suscitato in tutti noi giudizi
contrastanti.
Anzitutto un «finalmente!» seguito alla tua decisione di
uscire dalla foresta. Ormai conosci a memoria i nostri pareri negativi a
riguardo di questa esperienza; sai che noi apprezziamo molto il tuo «itinerario
spirituale» ma non eravamo affatto d'accordo sul luogo in cui si svolgeva.
Siamo contenti che sia finita.
Poiché la lettera era, si può dire, ancora più difficile
delle altre, ce la siamo passata fra noi per meditarla, con l'impegno di non
propalare le notizie al di fuori del gruppo. Poi ci siamo ritrovati in sede e abbiamo fatto la solita discussione.
Abbiamo discusso sul problema della libertà e l'uso che ne hai fatto.
Ecco il parere del Caruso: Essere liberi non vuol dire «fare
ciò che si vuole», dimenticando le esigenze di quelli che ci stanno attorno.
Essere liberi vuol dire: avere la possibilità di fare una libera scelta e, dopo averla fatta, essere sempre liberi di
seguirla e di esservi coerenti, anche nei momenti più brutti ed impegnativi.
Poiché, se uno, di fronte alle difficoltà sceglie la via più comoda non è
più libero ma si sottomette già alla sua pigrizia, ne diventa schiavo, non è
più interiormente libero di seguire la scelta fatta. Se poi è incoerente è
perché si sta lasciando influenzare dalle idee degli altri, anzi ne è schiavo.
Claudio: La libertà vera di un uomo consiste nella
possibilità di scegliere in ogni momento la propria azione; non per comodità
ma per affermare la sua individualità. L'uomo è libero in quanto può in
ogni momento fare scelte «personali».
Aldo Campè: La sola libertà permessa all'uomo è quella
dello spirito, quella interiore, perché poi nella vita reale vi sono ben poche
scelte possibili; infatti ti trovi in una condizione, in una data società e ti devi adattare per vivere, per i tuoi figli,
ecc. È nello spirito che nessuno ti può comandare. Dentro di te puoi
sempre sentirti libero.
Chiara: Nessuno nella società è libero. Lei, Don, ha
assaporato la libertà sterile che serve solo a noi stessi. Nessuno di noi può
permettersi una libertà di questo genere, però accettiamo i nostri
obblighi perché derivano da una precedente libera scelta.
Luigi Angelo: La libertà nella società ordinaria non
esiste; infatti nel momento in cui facciamo delle scelte, noi perdiamo la
libertà perché dobbiamo seguire le scelte fatte e assumerne le conseguenze.
L'unica libertà è quella scelta da lei al Paratucú. Noi non possiamo e non
potremo mai averla perché la società con le sue leggi ce lo impedisce.
Lucia: Nonostante le tue considerazioni paradossali, un po'
leopardiane sulla libertà degli indios (una libertà tutta
discutibile) mi sembra che tu nel tuo eremo abbia fatto il miglior uso della
vera libertà dell'uomo: quella interiore. Non posso che congratularmi con te
perché non hai sciupato questo anno di eremo. In piena libertà interiore hai
verificato la tua vita e la tua fede; io mi congratulo perché per scegliere la
completa libertà di giudizio dopo 20 anni di sacerdozio, nella Chiesa occorre
molto più coraggio che per affrontare un giaguaro o un attacco di malaria. E tanto più la tua scelta è stata
onesta e spietata tanto più ora hanno valore le tue affermazioni sulla fede. È
di questa libertà, e solo di questa che devi avere nostalgia.
Gianna Antognazza: Caro don Augusto, ora che la sua fede è
maturata, meditata, patita, la prego, non ritorni a fare un circolo vizioso con
ripensamenti, ma continui la sua preziosa opera di evangelizzazione. Altrimenti
a che servirebbe la fede senza le opere? Penso che questa esperienza è stata e
sarà senz'altro utile a lei e può esserlo anche a noi che non abbiamo
il tempo materiale e neppure la voglia e la costanza di fare uno studio profondo
sulla fede, a noi, che prendiamo la fede troppo alla leggera. A lei spetta il
compito di essere prete, perché ha avuto un'adeguata preparazione, ne ha la
capacità, ha già fatte le sue scelte, e vorrei darle, se mi è consentito, una
spinta e dirle: «Vada avanti, per carità, e non si volti mai indietro».
Teresa e Angelo Stevenazzi: Caro don Augusto, con sommo
piacere ti dedichiamo un po' di tempo per sentirti a noi unito nell'affrontare
le controversie della vita; ognuno di noi nella propria missione da compiere;
tu in Amazzonia, noi in quel di Locate Varesino.
Sei davvero grande nella conquista della verità! Noi siamo
inferiori a te, lo ammettiamo, ma tanto per te, quanto per noi c'è qualcosa di
inevitabile nel cammino che percorriamo: raggiunta una certa esperienza,
appagati i nostri desideri, nel vedere attuati i nostri progetti, si è
sovrastati dall'incomprensione del nostro prossimo e dalle leggi dello Stato: è Dio, che
vuol mettere alla prova la nostra fermezza e le nostre convinzioni. Non stiamo a
dilungarci perché tu sai meglio di noi che Dio ci vuole sempre migliori.
Come per noi semplici genitori, che vediamo offuscata la
nostra opera di educatori dai pericoli della moderna società, così è per te:
ti sembra che le prove di Dio non abbiano mai fine.
Ciò ci addolora ma non ci deve affatto spaventare:
l'importante è l'essere convinti di aver scelto liberamente la nostra missione;
con le sue pene e le sue gioie: tu costì noi qui. Sapessi quante prove subiamo
anche noi a contatto dei nostri simili! Ma siamo sempre costanti e fermi nei
nostri propositi, convinti che i frutti matureranno, non certo per avere
soddisfazione ora, ma per il bene del mondo, in nome di quella fratellanza
universale per la quale Gesù Cristo si sacrificò.
Ricordiamo insieme don Milani, chiamato «ribelle
obbedientissimo», che dovette non poco lottare col clero e col popolo, ma che
talvolta diceva: «Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più
volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri
andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa».
A padre Augusto dai Centpe di Locate Varesino, 15 aprile 1975
9.
Avventure di caccia grossa in foresta
Il mio nuovo lavoro mi piace moltissimo. E non sono solo. I
padri di Itacoatiara tutti mi spronano in questo lavoro che ormai si vede che
avrà una grande proiezione nel futuro dell'Amazzonia e del Brasile intero. Il padre Jorge, canadese,
è il nostro amministratore (non c'è ancora il Vescovo) ed è di un'amicizia
unica, aperto e buono. Il p. Celso mio parroco, brasiliano di S. Paolo, è
intelligente e mi capisce. I pochi giorni che passo con lui ogni tanto, sono
veramente fraterni. La gente è sempre quella che mi ama come ha sempre fatto.
Mi trovo bene, cosa devo dirti.
Capisco bene come la montagna sia stata per me la miglior
scuola di ardimento nella mia gioventù. E l'anno 1974 in foresta ha completato
la formazione: ora, se non è orgoglio parlare così, mi sento più pronto e la
missione è chiara e bella. Nella mia casetta del Rio Paratucú probabilmente
sorgerà una colonia di una decina di famiglie: era una terra sconosciuta ma da
quando io l'ho esplorata ormai tutti la vogliono vedere e diventerà una grande
terra.
Quando vado peregrinando di foresta in foresta e capito di
sorpresa nelle radure ove sorgono le colonie, i coloni si meravigliano. Quando
mi vedono togliere la camicia e i calzoni per lavorare con loro sotto il sole e
la pioggia rimangono perplessi. Quando mi vedono abbattere una preda con
sicurezza, restano ammirati. E i commenti rimbalzano di comunità in comunità e
tutti sanno che per me non ci vogliono complimenti speciali, cibi preparati o
case le migliori per dormire. Nessun caboclo ha più vergogna di ricevermi sotto
la sua paglia. Quando vado, sempre mi porto con me tutte le mie cose nello
zaino. È la mia casa: ho una rete per pescare, alcuni ami, un po' di
cartucce, l'amaca, la stuoia e il libro di preghiere, la Bibbia, una camicia e
un paio di calzoni puliti che vesto solo quando, alla domenica o quando loro lo
desiderano, dico la Messa, una bussola, qualche medicamento. Altre due cose mi
occupano le mani: il fucile e il coltellaccio. La rete e il fucile danno da
mangiare non solo a me ma alla famiglia in cui mangio o alla turma con cui
lavoro.
Per esempio in questo mese ho vissuto in alcune colonie; gli ultimi quindici giorni li ho passati nella colonia
Uirapurú:
eravamo 16 uomini. Tutti abbiamo sempre mangiato con la mia spingarda: la prima
settimana ho abbattuto 10 macachi, della migliore qualità, molto grossi e
grassi. Poi ho trovato una tartaruga di quelle grandi e ho preso un altro
uccellone, Jacamin. Nella seconda settimana sono incappato in un branco di
cinghiali e con un primo tiro (avevo solo una cartuccia di quelle da 9
pallettoni) ne ho abbattuti due grossi; poi mi avanzava solo una cartuccina da
pallini 6 in cui non avevo fiducia. Quando il branco ha dato il giro per
sbranarmi ho rischiato il tiro coi pallini e mi sono salvato arrampicandomi su
una pianta: quando i miei amici sono accorsi udendo gli spari, abbiamo raccolto
quattro cinghiali. Hanno dato cibo per tutta la settimana e quando siamo usciti
dal mato ne abbiamo portato per sfamare le 16 famiglie che ci aspettavano.
Questo per darti l'idea di come vivo. Io dico sempre che sono
un cacciatore da strapazzo e che il mio mestiere è di essere prete, ma poi li
sento commentare: «Questo padre è un provetto tiratore». Realmente non lo
sono, però il mio Bernardelli fa miracoli e con lui sono sicuro. È ancora in
buone condizioni. Anche delle cartucce non mi lamento più: i difetti che vedevo
non erano delle cartucce ma miei. Adesso so in quale punto colpire una preda
(ognuna ha un punto debole), so i tempi rapidi del tiro, le distanze e le
posizioni. Per esempio il macaco Coata, molto grosso, alto e veloce, lo si deve
colpire quando spicca il salto, se no dà un giro di coda e non cade più, anche
se ben colpito. Se muore agganciato con la coda lo si può tirar di là solo
abbattendo l'albero che di solito è molto grosso e non sempre si ha a
disposizione una scure per abbatterlo.
Al papà da Urucani, aprile 1975
10.
« Un 'attrice della TV mi minaccia con la pistola»
Naturalmente i ricchi li ho contro e proprio questa settimana
ho dovuto fare la parte di Padre Cristoforo. Una famiglia di sudisti ha invaso
una delle nostre colonie, asportando quasi metà del terreno. Ho dovuto chiamare
le autorità del governo: da Manaus sono venuti e la padrona (un'artista della
TV) è venuta con loro, sicura di avere ragione. Ha portato anche una Beretta
con 7 pallottole, ostentatamente caricata davanti a tutti e destinata a me.
Quando ha visto con i suoi occhi che la demarcazione fatta
dal suo signor marito (che è un disgraziato!) era sbagliata e rubava la nostra
terra (4), è rimasta male e ha incominciato a recitare un melodramma degno dei
più grandi demagoghi: fiumi di lacrime, singhiozzi, minacce, offese basse
contro di me. Tutto l'odio che aveva l'ha scaricato su di me. D'altro canto,
tutto l'amore che poteva esprimere l'ha scaricato sui caboclos, dicendo che lei
avrebbe donato (!) tutta la terra che volevano e li avrebbe aiutati quanto
volevano, dando lavoro e soldi (5).
L'attrice non mi lasciato parlare, non ho potuto dirle che
era una ladra e doveva restituire, non donare! Il bello è che, dopo un'ora di
quella scena in piena notte, mi accorsi che tutti i caboclos erano dalla sua
parte e mi avevano abbandonato. L'artista aveva vinto e ottenuto quel che
voleva, soprattutto la divisione fra me e il mio popolo.
Io mi succhiavo quella
solitudine e pensavo a Cristo abbandonato da tutti, anche dagli amici. Qui la
lotta è in questi termini. Non mi ritiro dalla lotta, anzi ci prendo un gusto
matto, anche se un giorno o l'altro me la faranno pagare. Ho imparato a lottare,
ho molti avversari. Ma non ho nessun nemico. Il peggior nemico sono sempre io.
Alla sorella Pinuccia da Urucara, senza data, aprile 1975
11.
«Ho fede nella mia missione e so che i profeti devono morire»
Di salute sto benone e mi muovo di fiume in fiume con la mia
canoa. Urucara adesso è senza padre, ci sono io, ma, benché la gente mi
voglia, io non accetterò mai di essere vigario (parroco, ndr): mi preme
troppo di restare il «Padre del Mato», come mi chiamano. Le mie Messe sono un
po' strane, le mie preghiere pure, il mio Dio pure. Però è sempre Dio, è
sempre messa, è sempre preghiera. E lavoro, e questo mi piace.
Le cose mi vanno mica troppo bene: gente che si stanca, gente
che tradisce, gente che non capisce. Ma io ho fede nella mia missione e so che i
profeti devono morire. Ti sfruttano finché possono, poi ti danno un calcio, ti
ammazzano, ti mettono da parte e vanno avanti da soli. E questa è la nostra
vittoria.
Ma le difficoltà sono molte davvero stavolta. Di' all'
Annamaria di pregare di più. No, per l'amor del cielo, lasciala in pace che fa
già troppo, povera diavola.
Alla sorella Pinuccia da Urucará, settembre 1975
12.
« Qui la nostra liturgia è tutta speciale»
Già è molto che non ti scrivo. Oggi è domenica, sono
andato in una comunità qui vicino, l'unica che si può raggiungere per terra.
Ho preso uno dei camions che la Svizzera ci ha mandato, quelli della guerra (Saurer),
ho imbarcato un monte di bambini e li ho portati a spasso. Arrivati là nell'Amanary la comunità ci aspettava e abbiamo detto la Messa.
Qui la nostra liturgia è tutta speciale. Il padre
praticamente fa solo la consacrazione. Il presidente inizia la Messa, il lettore
fa le letture e la predica, il popolo fa la prece dei fedeli, il salmi sta
dirige i canti, il padre consacra, l'accolito distribuisce la comunione.
All'offertorio tutti pagano le decime. È così che stiamo avviando una Chiesa
autoctona, coi ministri propri di qui. I Consigli pastorali, sia in città che
nelle altre comunità dell'interno, scelgono i ministri, i catechisti e gli
altri dirigenti e amministrano la Chiesa. Sono uomini e donne, sposati o no.
Così a poco a poco ci rendiamo quasi inutili noi padri e la Chiesa resta nelle
loro mani.
Il popolo accetta benissimo questi ministri, specialmente se
sono sposati, cioè se hanno un'esperienza della vita, dimostrano di
amministrare bene la loro famiglia e sono gente di fede. Problemi che sembrano
insolubili, nella pratica sono invece molto semplici e si vede che lo Spirito
dirige benissimo anche con gente ignorante come questa.
Stasera viaggerò per Manaus con dieci caboclos, i miei
dirigenti del CETRU (colonie), che per la prima volta vanno nella capitale:
voglio presentarli a tutte le autorità, al Governatore, far loro conoscere
tutte le porte utili della burocrazia perché d'ora in poi non sarò più io, ma loro stessi che hanno
a risolversi i loro problemi. E anche questo è un passo di liberazione. lo mi
presenterò come loro, in ciabatte, perché il governo mi riceva così e loro
non abbiano vergogna della loro povertà.
Alla sorella Annamaria da Urucará, settembre 1975
13.
«Gli italiani se ne sono andati, sono rimasto solo»
Il caldo è impossibile quest'anno e tutti abbiamo disturbi
cutanei più o meno acuti. Finalmente stanotte è piovuto e la pioggia cadendo
sulla tolda del mio motore (dove dormo tutte le notti (6)), mi ha dato una
sensazione meravigliosa.
Però i fulmini hanno ammazzato diverse persone, come tutti
gli anni accade in queste foreste. Un motore è affondato in mezzo al Rio e sono
annegate 60 persone. Per il resto credo si vada meglio qui che lì, anche se
sono preso in una lotta durissima che non mi aspettavo. Infatti sono rimasto
praticamente solo, visto che gli italiani se ne sono andati tutti (7) e pare che
non mi mandino più neanche il Giorgio e la Myriam (8). Resta
sempre la Nella, che fa miracoli, poveretta, ma anche così siamo troppo in
pochi.
Lei da tempo è a Manaus sbrigando pratiche col governo (9), noi
caboclos qua aspettando, perdendo tempo prezioso mentre è il tempo buono di lavorare coi macchinari, in quanto non
piove, perché dopo è impossibile. E la prossima settimana, dei morti è già
tempo di pioggia.
Sto aspettando da un mese gli ingegneri per demarcare le
terre delle colonie e averne il titolo definitivo (10) .
È quasi un mese che sono venuti
via da Manaus, ma una festa qua, una danza là, una bevuta qua, un gioco di
footballlà, non sono ancora arrivati. Stamattina ho saputo che sono qui in una
cittadina vicina e forse domani arriveranno. Dovranno riposarsi un po',
poveretti, poi io devo accompagnarli nelle colonie, ma loro non sono abituati ad
andare nelle foreste: quando è il mercoledì dicono che è già fine settimana
e perciò fino al prossimo lunedì non lavorano. Se io non sto con loro ho già
calcolato che per demarcare 15 colonie ci metteranno quasi tre anni, mentre io
ho bisogno che entro tre mesi siano pronte, se no i caboclos si stancano e
abbandonano la terra così duramente conquistata.
Ma in questi stessi mesi io ho già marcato (fissato, ndr)
di dare 47 corsi, di costruzione, di medicina (Nella), di agricoltura
generale e speciale. Anche qui, se io non sono presente non si fanno, e così si
fermano i lavori e perdiamo più di 200 milioni che il governo ha stanziato per
noi.
Domani o dopo arriveranno anche i trattori del governo per
aprire le strade delle colonie, un lavoro di diversi mesi. Ma anche qui, o ci
sto dietro o non sanno cosa fare né dove andare. Problemi finanziari,
prestazioni di conti, fogli di pagamento, un monte di burocrazia che la Nella se
la cava, ma che io devo stargli dietro sul campo di lavoro, se no (11)...
Così pure c'è in ballo la Scuola agricola che dovrebbe
funzionare col principio dell' anno, ma da solo non ce la faccio più. Gli
italiani se ne sono andati perché volevano fare cose che il popolo non capiva e
non approvava, così sono rimasti isolati e hanno abbandonato. Di' alle tue
figlie suore di gridare di più, perché il buon Dio mi mandi aiuto, che non ce
la faccio più.
Di salute sto bene, sono sempre forte anche se dopo un giorno
intero di remo mi fanno male le braccia (12). L'altra notte mi hanno rubato la mia
canoa e così sono isolato. L'avevo pagata 60.000 lire. Sono tornato a casa a
piedi, 15 km, sono arrivato alle due e mezza, sotto le stelle con i giaguari che
urlavano ben vicino e io senza neanche un'arma per difendermi. A proposito,
quando vengono le casse, mettici due camere d'aria per la vespina, che quelle
che ho portato non c'è verso di sapere dove sono andate a finire. Vespa 50.
Nelle casse c'erano le borre e i misurini, ma non la polvere. Perché? Invece
c'erano le cartucce. Tuttavia se mandi ancora stavolta manda solo coi pallini
del 5 o 6, che non ne ho più e van bene per gli uccelli e le Cutìe (tipo di
lepri, ndr).
Ecco che ho già chiesto tutto. I ferri vanno bene. Però di
tutta la lista che tu mi hai mandato, ho ricevuto solo le zappe
quadre e le scuri. In più c'era una morsa, i chiodi (5
pacchi), gli scalpelli da falegname (2 cassette) e i martelli con le orecchie
più le zappe a punta: niente segoncini, badili, restelli, picconi, lame, cunei,
mazze e martelli e scalpelli da muratore. Saranno ancora a Milano? Mi
andrebbero bene, specie per la scuola agricola.
Ho ricevuto molta roba dal laboratorio di don Aldo (13),
ringraziamelo, dopo gli scriverò. E tu come vai? e tutti gli altri? vi spero
tutti bene. Leggo sempre brutte notizie sul «Resegone» (14). Povera Italia.
Al papà da Urucará, 3 novembre 1975
14.
« Augusto sta sacrificandosi per questo popolo»
Prezado Monsenhor Pirovano (15),
per mezzo di questa mia vengo a darle notizia del padre Augusto, membro del suo Istituto, che sta lavorando con noi in
questa Prelazia. Dal gennaio di quest'anno, Augusto lavora nella parrocchia di
Urucara. Attualmente sta sviluppando un lavoro di promozione degli agricoltori
di quella regione. Oltre a dar loro l'assistenza spirituale, egli collabora
attivamente con un organismo chiamato Cetru (Centro de Treinamento Rural de
Urucará), che mira al benessere del piccolo lavoratore.
Molti uomini di quest'area hanno lasciato le terre vicino al Rio delle Amazzoni
e incominciano una vita nuova nelle terre alte del Municipio di Urucará. I
problemi che essi devono affrontare sono molti. Il Cetru promuove un lavoro
comunitario, secondo il quale gli agricoltori si riuniscono in colonie agricole
per meglio sfruttare la terra e difendere il proprio diritto di essere
proprietari della terra. Augusto sta sacrificandosi per questo popolo. Egli
anima, orienta e lavora con la gente. Insiste sui valori del Vangelo, affinché
la nuova vita non sia una nuova espressione di egoismo.
Fino alla fine di agosto un padre dell' Archidiocesi di San
Paolo viveva col padre Augusto in Urucani. Ora, alla fine di dicembre speravamo
di poter mandare un sostituto ma ho ricevuto notizia la settimana passata che
questo padre su cui contavamo non viene più. Ma spero che all'inizio dell'anno
prossimo un altro sacerdote possa andare ad Urucani non solo per fare compagnia
a p. Augusto, ma anche per collaborare nella pastorale della città e delle 14
comunità dell'interno del territorio.
Io vado ad Urucani per Natale, in quanto Augusto celebrerà
le feste nelle comunità dell'interno. Che io sappia, Augusto tiene pochi
contatti con Parintins, ma di quando in quando egli va a Manaus e abita nella
casa del Pime in città (16).
Mi piacerebbe sapere quali sono gli obblighi che egli ha
verso il suo Istituto e il periodo di tempo che gli è concesso per rimanere qui
con noi. Vorrei anche sapere se egli deve rispondere alla Direzione generale del
Pime o al Superiore regionale del Pime qui in Amazonas. Queste notizie mi
aiuteranno molto e ringrazio anticipatamente per il suo aiuto a questo riguardo.
Le auguro un felice Natale. Grazie per la sua attenzione.
Accetti un abbraccio fraterno.
Respeitosamente em Cristo
Padre George Marskell, sfm (17) Administrador Apostolico
A monsignor Aristide Pirovano da padre George Marskell. da Itacoatiara, dicembre 1975
15.
«Sto costruendo un mondo nuovo, duro ma meraviglioso»
Sono così preso dal lavoro che, sinceramente, non mi ricordo
più quando ho scritto e a chi ho scritto. Scusatemi un po' tutti ma spero passi
questo periodo, perché se no non ce la faccio più.
C'erano qui alcuni volontari, me ne facevano di tutti i
colori, ho sofferto le pene dell'inferno ma ho taciuto, non ho mai criticato né
litigato, ma morivo di tristezza e il mio lavoro ne soffriva perché invece di
aiutarmi mi creavano problemi (18). Se ne sono andati e l'aria è più libera, mi
sento molto più bene.
Però il lavoro è così tanto che non ce la faccio. Pensa:
15 colonie agricole, con tutti problemi umani (spostare masse di gente da un
sistema di vita ad un altro non è facile), burocratici, educativi, politici,
contatti con governi ed enti di tutte le qualità, ecc. lo non sono fatto per
queste cose. In mezzo a tutto però l'aver trovato la Nella è stata la grazia più
grande (19): lei è proprio tagliata per l'amministrazione e la burocrazia. È un
vero trattore, resistente al lavoro massacrante, meglio di un uomo, chiara in
tutte le sue cose, severa con tutti eppure ben voluta da tutti e sempre consultata, così che per me
è una sicurezza e una tranquillità: io ando (vado, ndr) per
le mie foreste animando i caboclos e lei resta in città sbrigando tutte le
pratiche, tenendo tutti i contatti con le autorità, dirigendo tutto dal centro.
Io arrivo a casa a fine mese, passo la notte intera a firmare
monti di documenti che lei lucidamente ha preparato: documentazione completa di
tutti i coloni (centinaia), preparazione di tutti i corsi (50) che io vado
facendo (sto insegnando ogni cultura!!!), acquisto di tutti i materiali,
amministrazione totale della fazenda della Scuola agricola, della fabbrica del
riso, della strada di 150 km che sto tracciando nelle foreste più
impenetrabili...
È qualcosa di gigantesco che mai avevo fatto in vita e
adesso capisco perché Dio mi ha separato per un anno nel silenzio e nella dura
lotta per conoscere i segreti della foresta amazzonica e di questo popolo.
Passo la vita accampato nella foresta più lontana,
costruendo un mondo nuovo, duro ma meraviglioso, e sento i caboclos che vibrano
con me. lo li amo e loro lo sentono, anche se c'è sempre qualcuno che mi
tradisce. I sogni del passato cominciano a diventare realtà, anche se sono ben
cosciente che i profeti, di solito, li ammazzano.
Vado col mio ormai vecchio fucile, non perdo un tiro e i
caboclos lo sanno e sanno anche che le cartucce me le mandi tu
e mi chiedono di te e io conto le nostre storie a loro, nelle
notti, attaccati con l'amaca agli alberi, intanto che il giaguaro urla poco
distante. Quando mi vedono entrare nel mato già sanno che c'è il pranzo sicuro
e io voglio sempre che uno o due mi seguano perché se no non ce la faccio a
caricare la caccia da solo: certe scimmie grandi, certi porci grassi o
cinghiali, sfamano tutta la tribù. Ti ringrazio perciò per le cartucce e te ne
chiedo sempre, perché vedo che alcune che hanno più di 10 anni sono ancora in
perfetto stato e non sbagliano il bersaglio. Quindi, anche se faccio la scorta
non mi vanno a male. Grazie, è il più bel regalo, per me e per tutti.
Ho passato il Natale immerso nella foresta e non potevo
portare niente. lo vado con tutto quello che ho nello zaino: tutta la mia casa
è lì. Lo zaino è buono, non passa l'acqua, solo che il colore è
indefinibile, perché ne passa di tutti i colori ed è sempre inzuppato di
sangue di caccia.
Come forse avrai saputo, Dio mi ha grandemente aiutato e
ascoltato. Finalmente ho ottenuto che voltino (ritornino, ndr) qua il
Giorgio e la Myriam (20). Vengono per prendere in mano la Scuola agricola e perciò
mi aiuteranno moltissimo. Li aspetto agli inizi di febbraio.
Come vedi, papà, siamo nel pieno della battaglia. Un nuovo
mondo sta nascendo sotto i miei occhi. Spero che il Signore stia sempre con noi
per non farci fare qualche cappellata. Ma io ho fiducia. Sto benone, mi sento
forte, lavoro otto ore al giorno con la scure, le mani incallite, ma non mi
stanco. La scuola della montagna e la scuola del Cicero mi sono proprio servite. Grazie al cielo. Il buon Dio nonostante che io sia una
gran bestia, mi vuol sempre bene. Comunque è dura e ti ringrazio anche per le
tue preghiere.
AI papà da Itacoatiara, 4 gennaio 1976
16.
«È passato un anno senza che Augusto si faccia vivo»
Rev.mo Padre George Marskell (21),
La ringrazio moltissimo della Sua lettera dell'8 dicembre scorso, che ci giunge in prossimità del S. Natale anche con i
Suoi auguri; mentre Le chiedo scusa per il ritardo di questa risposta, desidero
contraccambiare i più fraterni auguri di ogni benedizione per il nuovo anno,
anche a nome di Mons. Aristide Pirovano, nostro Superiore Generale, che si trova
già da tre mesi in visita alle missioni del Giappone, Hong Kong, Filippine.
Grazie per l'interessamento da Lei mostrato per il nostro
Padre Augusto Gianola e per le buone notizie che ci dà del suo lavoro nella
parrocchia di Urucara. Siamo molto contenti di sapere che il P. Augusto in
questo anno si è impegnato in una preziosa attività di assistenza agli agricoltori più poveri
della regione, e che non si limita ad un lavoro puramente sociale, ma che
insiste anche sui valori del Vangelo, per aiutarli a superare le conseguenze
dell'egoismo. Speriamo proprio che Lei sia riuscito a trovare un altro sacerdote
che possa andare ad aiutare in quel vasto impegno; pensiamo che questo infatti
potrebbe essere un forte sostegno anche per la stessa vita
sacerdotale e missionaria del P.
Augusto.
Lei ci chiede quali sono i rapporti del P. Augusto con
l'Istituto e i suoi obblighi verso l'Istituto stesso. Egli è membro
dell'Istituto come tutti gli altri e penso di poter affermare che, nonostante il
suo carattere chiuso e forte, ha lavorato con molto zelo come missionario anche
negli anni che ha passato a Parintins. Dopo un periodo di riposo in patria, il
P. Augusto aveva chiesto di poter fare un periodo di riflessione lontano dalla
sua comunità, in vista del suo futuro apostolato. Il Superiore glielo concesse,
d'accordo anche con il Prelato di Parintins, mons. Arcangelo Cerqua.
Un anno fa, il P. Augusto scrisse al Superiore Generale per
dirgli che, dopo aver ben riflettuto e pregato, egli sarebbe stato contento di
poter continuare il suo apostolato a Urucara dove c'era tanto bisogno. Mons.
Pirovano gli rispose dandogli questo permesso, incoraggiandolo a mettersi in
contatto con il Prelato responsabile di quel territorio, a sviluppare il suo
apostolato secondo le linee della pastorale di congiunto, e a ricordarsi sempre
della finalità prima del nostro lavoro sacerdotale che è di portare gli uomini
a Dio, anche quando ci preoccupiamo dei loro problemi materiali. Mons. Pirovano
chiedeva anche al P. Augusto di indicargli il nome e l'indirizzo del Vescovo per
potersi mettere in contatto con lui. Purtroppo, dopo quella lettera è passato
già un anno senza che il P. Augusto si facesse vivo nuovamente. Si vede proprio
che scrivere non è la sua... vocazione.
Ecco quindi, Rev.mo Padre, cosa mi pare di poter dire, a nome anche di Mons.
Pirovano:
1 - siamo d'accordo che il P. Augusto Gianola possa continuare
per ora a lavorare nella Prelazia di Itacoatiara, se Lei è contento.
2 - Quanto al tempo di questo impegno, penso che si potrà stabilire di comune accordo, dopo che avremo potuto sentire nuovamente sia il P. Augusto che il Prelato di Parintins
e il Superiore Regionale del PIME per Manaus e Parintins.
3 - La dipendenza immediata del P. Gianola, come missionario
del PIME in Amazzonia, è infatti con il Superiore Regionale, che risiede a
Parintins, ma si reca spesso anche a Manaus. L'attuale Superiore si chiama
P.José Zanelli, ma fra qualche mese ci sarà l'elezione del nuovo Superiore e
potrebbe risultare eletto un altro confratello.
4 - Pensiamo che sarà opportuno che Lei possa studiare con
il Superiore Regionale qualche punto di un piccolo accordo, per regolare in
qualche modo i vari aspetti della responsabilità che abbiamo insieme, noi come
Istituto e Lei come Prelazia, nei confronti del P. Augusto mentre rimane a
lavorare a Urucará.
5 - Su questo e su altri aspetti della presenza del P.
Augusto nella Prelazia di Itacoatiara saremo sempre contenti anche noi della
Direzione Generale di rimanere in rapporto con Lei; crediamo infatti nostro
dovere seguire in modo particolare l'esperienza del P. Augusto, dato che egli
lavora fuori dalle nostre altre comunità dell' Amazzonia, pur senza sostituirci
alla responsabilità diretta del Superiore Regionale.
Per questo, mando copia di questa mia lettera sia al
Superiore Regionale che al Prelato di Parintins, in modo da favorire un pieno
chiarimento della situazione del P. Augusto. E scrivo a lui stesso, per
incoraggiarlo nel suo lavoro apostolico.
RingraziandoLa nuovamente della sua carità, la saluto e
rinnovo tanti auguri per la Prelazia di Itacoatiara, anche a nome di Mons.
Pirovano.
Dev. mo nel Signore P. Ilario Trobbiani Vicario Generale
A padre George Marskell da padre lIario Trobbiani, da Roma, 10 gennaio 1976
17.
« La battaglia più dura è quella contro vizi ed egoismi degli stessi caboclos»
È domenica, stiamo tutti aspettando il nuovo prefetto
(sindaco, ndr) della città, eletto fra infocate battaglie nel novembre
scorso. Prenderà il suo posto domani, 31 gennaio. È figlio di italiani, una
persona ottima che ha già dimostrato le sue doti di coscienza e abilità dal
'68 al '72 come prefetto e il popolo lo ha richiamato da Belém: lui ha
accettato, ha vinto, oggi viene.
Una campagna pulita, senza corruzioni (se non da parte degli
avversari), cordiale, educata, comandata non dall'alto, ma venuta dal popolo. È
la prima volta che vedo una cosa così, qui in Brasile.
Giorno di festa quindi, allegria di popolo, molti mortaretti,
molte danze, forse anch'io danzerò stasera, perché qualche ruota di ragazze mi
prenderà nel giro. E così speriamo che per quattro anni ci sia più ordine,
progresso e onestà in questa terra di gangster.
Purtroppo però gli orizzonti politico-nazionali sono
abbastanza scuri e il governo forte non sappiamo fin dove potrà resistere. Noi
continuiamo la nostra lotta per la liberazione di questo popolo.
Le nostre previsioni si sono rivelate giuste: è cominciata
in grande stile l'invasione delle terre degli stati amazzonici di Rondonia e
Acre, da parte dei brasiliani del Sud: vengono su in colonne di autocarri senza
fine, con armi e bagagli, attraverso le strade transamazzoniche è occupano le
riserve degli indios, causando conflitti gravi. Noi qui però stiamo calmi
perché abbiamo già occupato tutte le nostre terre e nessuno perciò ci
disturba.
Proprio in questi giorni infatti il governo è venuto a fare
la consegna dei titoli definitivi delle terre ai nostri caboclos: nessuno può
più toccare queste terre. Tutto il margine del fiume, per un'estensione di
circa 200 km è occupato da noi. Quando dico noi, intendo i poveri, è una
battaglia vinta dai poveri contro l'ingordigia dei fazendeiros. Ognuna di queste
famiglie è entrata in possesso di un pezzo di terra di circa 50 ettari.
Adesso, vinta la prima battaglia, contro i nemici esterni,
stiamo iniziando quella contro i nemici interni, cioè contro gli stessi
caboclos, i loro vizi ed egoismi, le loro pigrizie e disunioni, la loro
ignoranza, il loro orgoglio, il loro fatalismo.
Questa battaglia è la più dura. I caboclos non sono
agricoltori: non hanno nessuna idea di come piantare e cosa piantare. Bisogna
conoscere la qualità delle terre, quello che possono produrre. Bisogna avere
dei mercati recettivi, dei prezzi compensativi. C'è poi il problema dei
trasporti che è gravissimo. Le strade che abbiamo fatto si stanno sgretolando
tutte sotto la furia dell'inverno.
Molti coloni poi non hanno la vocazione di colono (lavorare
insieme) e neppure di agricoltore (si scoprono adagio adagio i veri
agricoltori), quindi c'è il pericolo che vendano le terre così duramente
conquistate, proprio a quei «paulisti» (brasiliani del Sud, di San Paolo, ndr)
che avevamo già sconfitto inizialmente.
C'è infine il problema dei figli dei coloni che non vogliono
essere agricoltori perché è più facile andare in Manaus dove, a causa della
«zona franca» (22), stanno sorgendo molte industrie e hanno bisogno della
manodopera. Sorge già il fenomeno dell'urbanesimo, delle cinture miserabili di periferia, di
delinquenza dilagante. Lo stesso processo avvenuto da voi trent'anni fa. lo
pensavo che il mondo di qui fosse più immobile, invece, sotto certi aspetti è
più veloce del vostro.
Abbiamo fatto la Scuola agricola, un gioiello pieno di
difetti, ma che sarebbe degna di essere sperimentata anche in Italia. Non
funziona ancora come io vorrei, perché il Giorgio e la M yriam hanno la loro
personalità e i loro metodi e io li lascio pienamente liberi. Però per
seguirli un po' più da vicino e sganciati dalla casa parrocchiale, che a causa
dei continui cambiamenti del Parroco è un caso serio, abbiamo deciso di andare
ad abitare con loro nella fazenda della Scuola: formeremo quindi un'équipe di 6
o 7 persone, essendo che io sono mobile (un bel mobile), cioè passo il maggior
tempo fuori nelle colonie.
Così riuniti, la Scuola sarà più controllata e arricchita:
la Nella sta iniziando bellissimi lavori in argilla, molto
ricercati anche nella capitale e ben rimunerati: è un'arte nuova, derivata
dagli indios e noi la lanceremo come «arte tupinamba».
È una fonte di rendita per le nostre donne. Spero che
l'influenza della Nella nella scuola, specie per le ragazze, sia molto
marcante.
Dal canto suo la Myriam è gestante e quindi con la famiglia
potrà fare sempre meno. Specialmente il campo delle alunne è delicato, per il
fatto che non sono così motivate all'agricoltura come i maschi. Esse infatti
stanno aspettando il principe azzurro, che potrebbe non essere un caboclo, anzi
esse sperano che non sia un caboclo. Perciò non hanno molto interesse nelle
scienze agricole. Invece i maschi, figli di coloni, già sanno che la terra del
papà sarà la loro terra, perciò sono più motivati nella preparazione
agricola.
Alla fine dell'anno abbiamo fatto un'assemblea generale molto
ben riuscita con un folclorismo ben preparato. Poi abbiamo passato tre giorni
completi coi presidenti di ogni colonia e lì ho rassegnato le mie dimissioni da
coordinatore del CETRU.
Non che non volessi più lavorare, anzi! Ma era per essere
più libero da tutte le pastoie burocratiche e svolgere un lavoro di
evangelizzazione e coscientizzazione a livello più basso, fra le famiglie nelle
colonie.
Ho puntato i piedi, ma non sono riuscito a spuntarla. Gli
altri miei 8 collaboratori hanno detto che anche loro se ne andavano e così sarebbe caduto il CETRU. Mi è sembrato un
tradimento e allora ho riaccettato, ponendo però la condizione definitiva che
sarà l'ultimo anno.
Se Dio vorrà, nel '77, sarò libero e voglio ritirarmi, se
possibile, ancora un po' nelle foreste.
In questi giorni arrivando a casa ho trovato la Nella tutta
allarmata per un' epidemia di meningite che ha già ammazzato diversi bambini in
pochi giorni. La Nella ha dato l'allarme ma i medici, anche quelli della
capitale, sono insensibili. Domani mi pare che lei vada a viaggiare, credo
arriverà fino a Buenos Aires, ove c'è un raduno di amici di Comunione e
Liberazione.
Ai Centpe di Locate Varesino da Urucani, senza data, 30 gennaio 1976
18.
« Tutte le mattine dalle 5,30 alle 7 meditiamo sul Vangelo»
Passo quasi tutto il tempo nella foresta al lavoro coi coloni
o cacciando per mantenere la turma. Arrivo in Urucani solo un giorno o due al
mese e non per riposare ma per fare la riunione dei presidenti che dura un giorno e una notte interi: non
ho neanche il tempo per dormire, figuriamoci per scrivere. Quindi vi chiedo
scusa se non sono molto scrittore.
Sono arrivati Giorgio e Myriam e questa è stata la
conclusione di un duro cammino molto sofferto, pieno di speranze e di lotte. Ma
il buon Dio ha portato a termine la sua opera. Sono qua, sono sereni, sono
uguali a quando li avevo conosciuti anni fa e quindi, come li avevo scelti nel
1970, oggi li riscelgo per fare altro lavoro. La nostra équipe quindi si è
ingrandita con altri tre elementi e forse alla fine d'anno loro chiameranno un
meccanico. Si ricompone una famiglia che si era dispersa: Nella, Conceiçao (professora
di S. Paolo), Myriam e Giorgio e io. Mi sento molto più bene e più tranquillo
con questa compagnia. Benché io viva quasi tutto il mio tempo coi coloni,
tuttavia il sentirmi appoggiato a un gruppo mi dà più sicurezza. Solo la Nella
fin qui era il mio appoggio, e lo è stato in maniera superlativa. Ma il lavoro
era veramente troppo e ci siamo ridotti magri come due sardelle. Quindi l'arrivo
di due amici è una vera benedizione.
Cominciamo quindi fra pochi giorni, la Scuola. Gli alunni
dovranno costruirsi la loro scuola, con tutti i padiglioni, colla paglia, per
non creare squilibri fra la vita di casa e la scuola; 15 giorni nella scuola e
15 a casa applicando la tecnica appresa nelle loro colonie. Si alterneranno
nella scuola 15 giorni i maschi e 15 giorni le femmine. Così per un anno, per
diventare coloni agricoltori professionali. Dovranno farsi tutto loro, dal
mangiare al pulire, al piantare, ecc. Vedremo come va questa esperienza. Il
Giorgio ne è entusiasta e forse sarà un esempio per tutto lo stato dell'
Amazonas o del Brasile.
Io continuerò nelle colonie come coordinatore. Mi piace
troppo per poter lasciare il lavoro della foresta. I coloni mi vogliono bene
anche se qualche Giuda c'è sempre. È con piacere che apprendo la notizia che
il papà mi mantiene le cartucce. Lo ringrazio di cuore, perché sono la mia
salvezza e la mia difesa. L'altro mese 21 tiri, ventun centri, fra cinghiali,
cervi, macachi, ecc. tutta roba grossa e difficile.
Una mattina era brutto tempo e non si poteva uscire a
cacciare (se non c'è il sole è pericoloso: ci si perde nella foresta e non si
vien più fuori) e non avevamo niente da mangiare. Noi stavamo meditando sul
Vangelo di Matteo (tutte le mattine dalle 5 e mezzo alle 7 meditiamo sul Vangelo
tutti i caboclos insieme e alla sera si prega ancora dalle nove alle dieci e
mezzo) proprio quel passo in cui si dice di non preoccuparsi del mangiare, del
bere, ecc.
Io ci credo sempre un po' poco a queste cose. La loro fede
invece è totale. lo li stavo provocando: «Forse che il buon Dio, se noi non ci
diamo da fare per procurarci il mangiare, ci manda il mangiare bell'e pronto?
». «Certo» mi rispondono. «Ma no, dico io, questa è una stupidaggine».
«No, Padre, Dio può fare tutto e lui ci manderà tutto senza fatica».
Io non potevo sopportare questi discorsi perché mi sembra
che favoriscono un po' la pigrizia. Per questo li contraddicevo. Ad un certo
punto le donne che stavano sulla porta gridano: «I cinghiali!!
Vede Padre, sapendo che il tempo è brutto, Dio
ci ha mandato il mangiare in casa». Non ci siamo scomposti, abbiamo finito con
calma la meditazione, poi sono uscito e il branco stava là pascolando. Tre
tiri, tre morti e carne per una settimana.
Siamo in tempo di politica forse non ve l'avevo detto ancora
che Urucara e Parintins mi contendono per essere sindaco? Addirittura il
Presidente nazionale del partito di opposizione al governo del Brasile mi ha
scritto una lunga lettera per convincermi a voltare (tornare, ndr) a
Parintins per essere sindaco di là, perché dice che riceve richieste continue
da tutto il popolo che vuole a tutti i costi che io torni là come sindaco. Ho
qui la lettera e forse ve la manderò. lo, naturalmente, non
ho neanche risposto. Però fa sempre piacere sentire che si è ricordati, anche
se è un piacere un po' stupido e illusorio: hanno senz'altro i loro interessi.
Aspettavo proprio qualcuno di voi (Pinuccia?) col gruppo
di C.L. Invece forse voi neanche lo sapevate. È stato un
incontro meraviglioso e quando hanno visto la nostra realtà delle colonie,
hanno detto che è l'esperimento più bello e valido che abbiano finora
incontrato. Una suora del gruppo, Pinuccia, ha detto che questi sono stati i
giorni più belli della sua vita.
Anche don Ricci (23) non sapeva più cosa dire ed hanno concluso
che non c'era proprio niente da dire, c'era solo da guardare: quel che stiamo
facendo noi è vera comunione per la liberazione dell'uomo. Qualcuno ha voluto
restare accompagnando il mio lavoro per una settimana e sono rimasti a bocca
aperta, È un'impresa epica, di tutto un popolo, senza aiuti, che si libera a
poco a poco, un'impresa degna di essere vista e conosciuta nel mondo intero.
Ai genitori da Itacoatiara, 16 marzo 1976
19.
«A volte viaggio notti intere in canoa, remando 8-10-12 ore senza sosta e senza mangiare»
Io mi sposto sempre con la mia Rosina, la canoa con la quale
ormai attraverso anche il Rio in tempesta. Molte volte viaggio notti intere da
solo, con lo zaino a poppa ed io a prua, remando 8-10-12 ore senza sosta e
spesso senza mangiare. È una nuova esperienza che ho cominciato quest'anno ed
è favolosa perché mi immerge
nei ritmi veri di questa gente. Sono ben diversi
i pensieri che vengono in questi viaggi di canoa, da quelli in motore, si vede
il mondo e la vita da un angolo differente e si capiscono le cose in un modo
diverso. Così il popolo mi è più vicino anche perché lascio alla Nella e al
Giorgio il motore. Loro non possono usare la canoa. Me l'hanno anche rubata, una
notte, ma io ho lanciato una maledizione contro i ladri sul nostro giornaletto e dopo pochi giorni me l'hanno
riportata (24).
In questi giorni sto per concludere la grande battaglia per
la titolazione delle terre, una vittoria in favore dei poveri, che finalmente
entrano in possesso di 60-70 ettari di terra ciascuno, che serviranno per loro,
per i figli e i nipoti fino alla terza e quarta generazione.
Infelicemente gli ingegneri che sono venuti per demarcare la
terra sono degli asini, devo stargli dietro perché non sanno trovare l'area del
cerchio o del triangolo o del rombo e non sanno quasi usare la bussola o il
teodolito.
Ieri siamo andati dal Governo ma non abbiamo ottenuto niente.
Domattina cercherò di farmi ricevere dal governatore il quale mi aveva promesso
personalmente, mesi fa, il suo incondizionato appoggio per la Scuola. Adesso il
ministro dell'educazione tergiversa, non so perché. È protestante e aiuta solo
i protestanti. C'è aria di battaglia, speriamo nel buon Dio. Intanto la Scuola
è cominciata, ed è un'esperienza molto interessante. Per 15 giorni entrano i
giovani, poi vanno a casa e applicano nelle colonie quello che hanno imparato.
Nel frattempo entrano le ragazze per 15 giorni, imparano e voltano (tornano, ndr)
nelle colonie.
La Scuola è costruita tutta dagli alunni, la terra è
lavorata, gli animali sono allevati, le esperienze fatte. Coi prodotti si vive,
ma i primi mesi non ci sono i prodotti e allora, senza l'aiuto del governo,
dovremo fare i salti mortali. Domani però tento anche un altro ministro, per
vedere se mi aiuta almeno con un po' di materiale, ferri, merenda scolare,
libri. Ma soprattutto spero nel buon Dio e in questo i miei maestri caboclos
hanno molto da insegnarmi.
Alla mamma da Itacoatiara, 11 giugno 1976
20.
« Il mese prossimo verrà il Governatore e ci darà i titoli di altre otto colonie»
Sto passando alcuni giorni di ritiro qui nella Prelazia di
Itacoatiara e approfitto per scriverti. In questi giorni ci stanno attaccando
ferocemente: hanno già denunciato la Nella alle autorità militari e parlano
contro le mie colonie in modo spietato, dicendo che io sto schiavizzando tutti i
caboclos. Solo perché sono riuscito a tirarli fuori dalle unghie dei grandi
fazenderi latifondisti e ho dato loro un pezzo di terra e una speranza di futuro
migliore. lo però sono tranquillo: parlano quando io sono nell'interno, ma
quando faccio qualche breve apparizione in città sono pieni di sorrisi. Proprio
ieri hanno ammazzato un padre che difendeva gli indios Bororos e sono stati i
fazenderi.
I miei lavori intanto continuano e il governo centrale guarda
a noi con simpatia e ci cita ad esempio per le altre regioni del Brasile. Così
ogni tanto riceviamo visite.
Il prossimo mese verrà il governatore e ci darà i titoli
definitivi di altre otto colonie. E già fin d'ora sei invitato. La Scuola è
cominciata25: diverse casette di paglia costruite dagli stessi alunni e
abbellite dalle alunne: 38 uomini e 22 donne. Siamo riusciti a ricevere dal
Canadà un aiuto di 10.000 dollari e cominceremo perciò fra poco la «pecuaria»
(allevamento animali, ndr), per abbinare all'agricoltura anche il
bestiame: ogni colonia avrà la possibilità di creare un gregge di mucche e
avremo latte e formaggio oltre alla carne. Ho già parlato con la Nella che
accetterebbe di amministrare questa parte e nelle sue mani la cosa è sicura.
Comunque difficoltà ce ne saranno sempre. Compreremo la fazenda di un
giapponese che vuoI tornare in Giappone: 150 ettari di terra e 300 mucche.
Come vedi quest'anno è abbastanza positivo, pur in mezzo
alle difficoltà: 5 grosse operazioni sono state portate quasi in porto: 90 km
di strade, Scuola agricola, 47 corsi professionali, finanziamento di bestiame,
titolazione definitiva delle terre. Benché la lotta sia dura e sia solo agli
inizi, non mi lamento e ringrazio il buon Dio.
Al papà da Itacoatiara, 11 giugno 1976
21.
« Remando tutto il giorno, posso domare questo mio corpo ribelle e lussurioso»
Prezado e carissimo dom Aristide (26),
inviandole questa lettera spero che lei sia in buona salute e
serenità di spirito, nonostante le molte preoccupazioni che la grande famiglia
del Pime possa darle. Tempo fa ho ricevuto una bella lettera di p. Trobbiani,
alla quale rispondo ora dando mie notizie. La prima notizia è che sono molto
felice e sto bene anche fisicamente, a parte il dolore ad un dente che in questo
momento mi affligge.
Il mio lavoro è quello che ho sempre sognato: vivere nelle
foreste vergini con gruppi di coloni che stanno conquistando nuove terre e
stanno tentando di riorganizzarsi in nuove comunità, con un nuovo stile di vita
sociale, economica e religiosa, dopo essere fuggiti dalla riva del Rio a causa
delle grandi piene che già da dieci anni tormentano queste terre. La meta che
ci proponiamo è meravigliosa, anche se realmente dura e non mi permette di
ricuperare nemmeno uno dei 30 kg che ho perso nell'anno 1974 in foresta.
Io passo più o meno un mese in foresta, andando da una
colonia all'altra (15-40 famiglie ciascuna), lavorando, imparando, insegnando
alcune cose, pregando. Non sono un modello di santità, lo so. I miei peccati e
difetti sono ben conosciuti, ma il popolo mi sopporta e mi vuol bene. Così il
caboclo è il mio fratello, la mia famiglia, il mio amore, per il quale desidero
dare tutta la vita. Ma so che questa è una grazia che non merito, pertanto
lascio tutto nelle mani di Dio.
Mi trovo bene con i padri di Itacoatiara, con i quali
formiamo una bella famiglia, anche se tanto eterogenea (americani, paulisti - brasiliani
di San Paolo ~ italiani).
Ogni due mesi teniamo il nostro
Ritiro spirituale nella Prelazia. Per ovvi motivi non vado a Parintins, ma
partecipo alle votazioni e agli incontri dei confratelli che di quando in quando
ci sono a Manaus. Mi sento sempre del Pime, ma non ricevo le riviste da Milano e questo mi lascia un po' fuori della vita
dell'Istituto.
Il lavoro di colonizzazione procede bene. In questo mese stiamo per ricevere il titolo definitivo di proprietà di altre 11
colonie agricole: sono 200 famiglie che diventano proprietarie di
terre ben delimitate. A volte il governo ci aiuta, altre volte ci ostacola, ma
in genere io sono franco con i governanti e dico loro: «Noi stiamo col governo
e nel governo, ma come coscienza critica. Criticheremo dall'interno, lavando i
panni sporchi in casa. Ma se arriva il tempo che mi convinco che questo non
basta, passeremo all'opposizione». Finora, questo discorso è stato accolto con
simpatia dalle autorità. Spero che continui la collaborazione, anche se sono
pronto a soffrire qualsiasi cosa a favore della giustizia e in difesa del mio
popolo.
Ogni tanto mi ricordo di pregare per lei e i suoi
collaboratori, specialmente nelle lunghe ore di remo lungo questo immenso Rio.
Ho comprato, già da tempo, una piccola canoa e vado di spiaggia in spiaggia,
con 6-8-10 ore di remo al giorno, io solo con Dio, lasciando i motori agli altri
dirigenti. Questo modo di viaggiare mi ha rivelato meglio di qualsiasi altra
cosa la vita dell'uomo amazzonense e mi dà più tempo di riflessione e mi
permette di dominare questo mio corpo ribelle e lussurioso (27), al servizio del
mio prossimo. E, con grande mia sorpresa, sto ottimamente di salute.
Dom Aristide, disculpe a demora, aceite o meu agradecimento
(perdoni il mio ritardo, accetti il mio ringraziamento, ndr) pela sua
paciencia e receba um abraçào do seu Pe. Augusto (28)
A monsignor Aristide Pirovano da Urucará, giugno 1976
22.
«Io sono fatto per la natura e l'avventura: qui non ci sono montagne, ci sono foreste»
Sto purtroppo con un gran mal di denti. È il dente del
giudizio. Ma non c'è dentista: è una ragazza mezza matta, che vive sempre con
una scimmia in testa anche quando tira i denti dei pazienti. È protestante ma
molto nostra amica, ha voluto a tutti i costi aggiustarmi il dente ma io sapevo
che bisognava tirarlo (toglierlo, ndr). Così adesso è andata a casa
per le votazioni e chissà quando volterà. Gli analgesici non mi fanno niente.
La Nella ha una tenaglia ma non si fida perché il dente ègrosso. Per cui ho
questa croce da offrire al Signore in questi giorni di politica.
Alla fine dell'anno consegnerò la mia carica di coordinatore (29). Ma gli uomini hanno detto che non accetteranno le mie dimissioni
e che devo stare al mio posto ancora per molti anni. lo tuttavia al massimo
resisterò ancora un anno, poi voglio ritirarmi ancora un po' nella foresta, per
rianimare il mio spirito un po' stanco. Queste relazioni con governi, burocrazie ecc. non sono il mio forte e mi preoccupano. Grazie a
Dio la Nella mi è stata di grande aiuto. Per lei non c'è ostacolo e io le
consegno tutte ste beghe e lei risolve bene. Ma pur così, in questi ultimi 6
mesi le cose non sono andate molto bene per noi. Le contrarietà, le
opposizioni, le scarogne sono state la costante e molte volte ci troviamo rasi
al suolo. Speriamo che il '77 sia più positivo, se no i nostri coloni,
poveretti!
Ma veniamo alle casse. Purtroppo la polizia ha saputo e ha
sequestrato tutte le mie cartucce. Anche in questo non sono fortunato. Non posso
portare avanti i miei progetti, sono costretto a vivere in città, ingrasso come
un porco, mi innervosisco, divento cattivo. lo sono fatto per la natura e
l'avventura. Qui non ci sono montagne, ci sono foreste. Quelle mi scaricano e mi
ricaricano e mi mantengono in linea. Ma le car,tucce sono essenziali. Così
adesso come farò?
Alla mamma da Urucará, 18 novembre 1976
23.
« Salutami tutti: di zii ce n'è ancora in giro?»
Una bella notizia: tutte le cartucce (530) sono arrivate,
neanche le hanno viste, né i padri, né la polizia. Così tutto lo scandalo che
il p. Silvio ha fatto non era proprio per le cartucce, ma se mai per le sue 35
casse piene di motori che sono proibitissimi di entrare in Brasile. Mi sembra
che proprio queste sue casse sono state sequestrate. Meglio così, non che io
sia contento per questo, ma siccome a Parintins scoppiavano di rabbia contro le
mie cartucce che avrebbero provocato l'intervento della polizia militare, alla fine altri erano i motivi,
che ancora non sappiamo, ma non certo le cartucce.
Un'altra bella notizia è la vittoria elettorale del nostro
candidato Pedro Falabella. È stata una bella consolazione per tutto il popolo
che si è visto liberato dall'incubo della famiglia Felipe, 14 fratelli che
hanno altrettante fazende e commerci e vogliono dominare coi soldi. Adesso
stanno zitti, meditando la vendetta, ma il nuovo prefetto saprà difendersi e
difenderci.
Notizie negative pure ce ne sono. Il governatore continua a
ingannarci e a farci trasportare la data della nostra assemblea generale,
disorientando tutti i nostri piani. lo sono veramente stufo. Ho fissato la data
al 4 dicembre e faremo l'assemblea con lui o senza lui. Dopo di che mi ritirerò
un quindici giorni nella foresta, da solo (adesso ho le cartucce) a prepararmi
per il Natale.
Faccio a te e a tutti gli auguroni di un buon Natale e felice
'77. Salutami tanto l'Annamaria e dille che non è ancora giunto il momento di
rispondere alle sue lettere, ma che mi fa sempre piacere leggerla. Così pure la
Pinuccia e la Esa. Un augurio particolare ad Alberto e Mariangela, ai bambini
pure. Salutami tutte le zie (di zii ce n'è ancora in giro?) e naturalmente la
carissima mamma.
Al papà da Urucará, 10 dicembre 1976
24.
«Il bel Natale 1976: «Cosa hai visto, ubriacone?»
Salto nella piccola canoa e remo tutto il giorno. Verso sera
lego la barchetta sotto un albero, poi entro deciso nella foresta
e in meno di un'ora arrivo: nella comunità fervono i
preparativi.
Sanno che arriva il padre, perciò il Natale sarà più
solenne, con la Messa «del gallo» a mezzanotte e, dopo, anche una cenetta
comunitaria. Gli animali sono tutti squartati (si tratta per lo più di
cacciagione e grossi pesci) e le pentole fervono sopra allegri fuochi di casa.
L'allegria maggiore, si sa, in questa notte è dei bambini: in fondo si vuol far
festa a Uno di.. loro, forse un po' meno monello.
Durante la discesa sul fiume mi scervellavo per trovare
qualcosa di nuovo in questo Natale 1976. Così è nata un'idea. Entrato nel
villaggio, vado di casa in casa salutando tutti, specialmente gli ammalati,
augurando a tutti un Buon Natale e inginocchiandomi davanti ai più vecchi
perché mi benedicano.
Quando arrivo all'ultima casa vedo Edinéia, una ragazzetta
sveglia, suo fratello Joao, il papà Joaquim, eterno ubriaco, e la mamma Rosina,
tuttofare: è proprio quel che ci vuole.
Li riunisco in segreto e spiego loro il piano per un
«Presepio vivo». Edinéia sarà Maria, Joao sarà Giuseppe, il papà saràil
pastore che darà l'annuncio che è nato il Signore, la mamma Rosina aiuterà a
prepararli. C'è anche l'ultimo nato, ancora di pochi giorni, peccato che sia
una bambina, ma non importa.
Verso le 11 ( di notte) tutto è pronto: sotto un gruppo di
palme dentro la foresta, Joao
aveva collocato una tettoia di paglia, la Rosina aveva già vestito Maria,
bellissima col suo velo azzurro ed io stavo dandomi da fare per convincere il
papà Joaquim ad imparare la sua parte; al momento in cui io incominciavo la
Messa, Joaquim
doveva accendere un fuoco in foresta, accanto alla tettoia della Sacra Famiglia,
e poi correre ed entrare trafelato nella cappella di paglia, gremita di gente, e
dare l'annuncio, un annuncio vero, terrorizzato e misterioso, per spaventare
tutti i presenti.
Mantenere il segreto in un villaggio aperto e insegnare
all'ubriaco, furono le due cose più difficili: comunque alle 11 io
battevo l'ultimo rintocco, con due ferri vecchi, per chiamare
la gente. Intanto spingevo lo sguardo per vedere se già si scorgeva qualche
bagliore nella foresta.
Comincio la Messa; scruto nell'oscurità, là in fondo, per
vedere se arriva il Joaquim, niente. Faccio prolungare i canti, niente; comincio
un commento al Natale, niente di niente. Mi sento disperato. Ma no, ecco tutto
traballante (ne aveva bevuto un po' di più, per far bene la sua parte) entra
Joaquim con gli occhi accesi: «Gente, padre... stavo uscendo di casa
quando ho visto una... una luce nella foresta qui dietro,. .. mi sono
avvicinato... ma sono scappato di corsa... non so». «Cos'hai visto ubriacone!?
Portatelo fuori per favore...» dico con voce ferma. «No, padre, è vero, vada
a vedere...». Mi muovo per prendere l'uomo per un braccio e portarlo via, ma
ormai tutti i bambini stanno correndo e la gente, guardando il chiarore nella
foresta, dice: «È vero, è vero, andiamo a vedere».
Tutti: uomini, donne, i vecchi ed io dietro a loro,
abbracciato al mio ubriaco che aveva fatto la parte da artista, siamo arrivati
là, ma nell'ultimo tratto anche il passo dei bambini si era rallentato e quando
siamo arrivati noi le vecchiette, e non solo loro, si facevano il segno della
croce: un magnifico presepio vivo ci aveva fatti ammutolire tutti. Non riuscii a
dire molte parole: presi il bambino fra le mani e, intonato il «Gloria in
excelsis Deo», ritornammo in processione con Maria e José per continuare la
Messa.
p. Augusto Gianola - Brasile
Articolo pubblicato in I.M., Italia Missionaria,
novembre 1989
* Da una lettera
a monsignor Aristide Pirovano del giugno 1976.
[1] P. Gheddo, Dio
viene sul fiume, EMI,
Bologna 1994, p. 160.
[2] Si veda irifra, al capitolo VI, la nota 1.
[3] Umile e sincera confessione di fallimento nell' esperienza
eremitica al Paratucu. «La mia esperienza spirituale non passava certi
limiti»: una frase che dice molto. E poco dopo parla della «sterilità»
del suo prolungato isolamento. Infatti il diario contiene centinaia di pagine di
meditazioni e dialogo con Dio e su Dio, con grandi aspirazioni all'unione con
Dio, ma scarsi progressi e risultati anche da un punto di vista teologico. Il
vero Augusto non è questo, ma quello impegnato nel ministero sacerdotale e
nell' azione sociale e caritativa. Non avevano torto il Superiore generale e il
vescovo che lo richiamavano spesso all'«apostolato diretto».
[4] Il furto era di circa 500 ettari.
[5] In un articolo pubblicato su I.M. (Italia Missionaria)
nel novembre 1991 (post mortem!), padre Gianola racconta questo fatto, precisando
che la signora prometteva di fare ad Urucará una fabbrica per la lavorazione del
legno della foresta e avrebbe dato lavoro a tutti.
[6] Il «motore» è la barca a motore. Augusto dormiva in
barca, un po' lontano da terra, per sentire più fresco e avere meno zanzare.
[7] Si riferisce ai volontari che si erano stabiliti ad Urucará e avrebbero dovuto lavorare con Augusto nelle colonie agricole. In
pratica davano fastidio e ad un certo punto Augusto li ha messi in condizione di
doversene andare. Nella Castiglioni così li descrive: «Erano sessantottini
laicizzati e politicizzati, "Cristiani per il socialismo" ancora fermi a Che
Guevara. Si illudevano di fare la vita dei caboclos, ma passavano il tempo a discutere di idee sfasate e conducevano una
vita che non diceva nulla alla gente e non produceva nulla. Nella comunità dei
volontari era difficile dire un' Ave Maria assieme. lo mi sono rimboccata le
maniche e con la fede che mi ha trasmesso mia mamma ho dovuto arrangiarmi a fare
un po' di tutto per la parrocchia e a servizio della gente» (Gheddo, Dio
viene sul fiume, cit.,
pp. 164s.).
[8] Augusto si riferisce ai Tvc di Milano, a cui Giorgio e
Myriam erano associati. Si veda più avanti alla nota 7.
[9] Padre Gianola voleva la proprietà delle terre che occupava
con le colonie agricole. Mandava Nella a Manaus a vedersela con la burocrazia e
lui restava ad Urucara e nelle colonie dell'interno a lavorare con i coloni.
[10] Per avere la proprietà delle terre, dovevano venire dei
tecnici governativi da Manaus a delimitare i confini... Partivano, ma non
arrivavano mai... e quando erano sul posto, vivendo in foresta andavano in
crisi... Allora accorreva la Nella a preparare qualche buon pranzetto (si
leggano queste vicende in Gheddo, Dio viene sul fiume, pp. 158-162).
[11] Si noti come Augusto, buon scrittore di sicura grammatica,
qui è sgrammaticato, cambia soggetto e oggetto. Evidentemente è in affanno: è
passato dalla tranquilla (anche se faticosa) pace del suo eremo in foresta alla
stressante battaglia quotidiana con burocrati, volontari, caboclos che spesso
non lo capiscono o non lo seguono...
[12] Augusto andava in canoa fino a Manaus, sette-otto ore
continue di remo! Monsignor Pirovano mi ha detto di non aver mai incontrato in
vita sua un uomo della forza fisica e della resistenza di Augusto Gianola!
Riguardo alla sua forza, si veda un episodio gustoso in Gheddo, Dio viene sul
fiume, p. 45.
[13] Il «Laboratorio missionario Beato Giovanni Mazzucconi»
di Lecco, fondato da don Aldo Cattaneo e oggi diretto da Lucia Sozzi, mantiene
una fitta corrispondenza con molti missionari e li aiuta in modo provvidenziale.
[14] Il settimanale cattolico di Lecco.
[15] Traduzione dal portoghese della lettera scritta
dall'amministratore apostolico della prelazia di ltacoatiara al Superiore
generale del Pime.
[16] Augusto andava quasi tutti i mesi a Manaus per
partecipare al ritiro spirituale mensile dei missionari del Pime.
[17] Sfm significa «Scarboro Foreign Mission», sigla dell'Istituto per le Missioni Estere di Scarboro, di clero secolare (come il
Pime), fondato in
Canada nel 1918.
[18] Si veda supra la nota n. 7 alla lettera al papà
del 3 novembre 1975.
[19] Nella Castiglioni in Liverani era adolescente a Locate
Varesino quando Augusto era viceparroco (1954-1962). Infermiera e ostetrica, nel
1973, dopo che Augusto era venuto la prima volta in vacanza in Italia, lo segue
in Amazzonia per dedicarsi alla comunità di Urucará. Vi rimane fino all'agosto
1983, quando torna in Italia per sposarsi con Pier Giorgio Liverani, anche lui
volontario ad Urucara.
[20] Giorgio Campoleoni è uno dei Tvc (Tecnici volontari
cristiani) giunti a Parintins nel 1968. Nel 1969 va al Mocambo per seguire una
delle comunità dell'interno
di padre Augusto, che celebra il suo matrimonio con Myriam
(venuta dall'Italia) nell'ottobre 1971. Nel 1973 vanno ad Urucara e ritornano in
Italia nel luglio 1974 col loro primo bambino. Augusto li richiama nel 1976 per dirigere
la Scuola agricola; rimangono con lui fino al 1980, quando con tre figli
ritornano in Italia.
[21] Amministratore apostolico di Itacoatiara. Si veda sua
lettera 14 in questo capitolo V. Padre Trobbiani manda copia della sua lettera a
monsignor Cerqua, a padre Zanelli e a padre Gianola, al quale aggiunge una nota
personale, esortandolo a scrivere: «Spero proprio che lei ci faccia questo dono, ogni
tanto, di una paginetta, anche per rinsaldare i vincoli dell'unità che ci lega tutti
nella stessa vocazione e nello stesso Istituto. Mons. Superiore pensa di essere di ritorno
per i primi di marzo, e spero proprio che egli potrà trovare una sua lettera da Urucará per allora...
[22] Alla fine degli anni sessanta, il governo militare
brasiliano, allo scopo di sviluppare l'Amazzonia, iniziava le «Strade
Transamazzoniche», i «Grandi Progetti» (i «poli di sviluppo», la
colonizzazione delle regioni interne) e concedeva alla città di Manaus la «
zona franca» commerciale, cioè la città non paga tasse per l'importazione
e l'esportazione dall'estero. Di qui la nascita di numerose industrie e la
rapida crescita della città (si vedano i capitoli V e X di P. Gheddo, Missione
Amazzonia. 1 50 anni del Pime sul Rio delle Amazzoni (1948-1998), EMI,
Bologna 1997.
[23] Don Francesco Ricci era a quel tempo l'incaricato di
Comunione e Liberazione per l'America Latina. C. L. ha un buon gruppo di
universitari e di famiglie a Manaus, assistiti da alcuni missionari del Pime.
Hanno assunto la «Scuola agricola Regina degli Apostoli» fondata dal Pime
negli anni sessanta nella foresta al nord di Manaus, per indios e caboclos.
[24] Interessante questo fatto! In un popolo che vive ancora
immerso nel mistero delle forze sconosciute che guidano la vita dell'uomo, un
popolo credente e superstizioso, la minaccia di maledizione da parte del padre
ha quasi sempre grande efficacia. Sono numerosi i fatti del genere raccontati
dai missionari, e non solo dell' Amazzonia.
[25] Sugli orari, l'insegnamento e il funzionamento della
Scuola agricola (Nti), si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., pp. 165-169.
[26] Lettera tradotta dal portoghese.
[27] Nelle sue lettere alla famiglia, ai superiori, agli amici,
padre Gianola sorvola su quello che invece esprime con chiarezza e sincerità
nel diario: le sue tentazioni contro la purezza e il celibato sacerdotale. Solo
qualche cenno fuggevole, come in questo caso. Si veda invece Gheddo, Dio
viene sul fiume, ai capitoli III, X, XII, XIII, XIV e XVI.
[28] Monsignor Pirovano risponde da Roma (in data 14 luglio
1976) esprimendo «gioia e soddisfazione nel vederti riapparire dal fondo delle
foreste ancor vivo, vegeto e pieno di vita». Pirovano si rallegra delle notizie
ricevute e loda Augusto perché si fa vedere dai confratelli a Manaus. Lo esorta
a «rompere il ghiaccio anche con Parintins facendo qualche visita in occasione
di ritiri o di incontri di pastorale. lo proprio lo spero tanto più che anche
tu ti senti psicologicamente del PIME». Il Superiore è anche contento del
«discorso chiaro e franco con i governanti. Però ricordati che anche loro sono uomini che hanno bisogno di essere
evangelizzati, perché si trovano in maggior tentazione degli altri e più
esposti degli altri alle debolezze della natura umana, che non è perfetta
neppure nei governanti. Quindi prima di esigere che siano "giusti"
aiutiamoli ad essere giusti e forniamo anche a loro il cibo della Parola di Dio
perché siano giusti. La pazienza che noi vogliamo che gli altri abbiano con
noi, usiamola anche con loro... Le tue remate senza fine mi preoccupano un po',
sebbene è vero che sei forte come un bufalo. Però non esagerare, ti
raccomando; la salute è un dono di Dio e non ci è lecito gettarlo via.
Pensaci,.. Quanto al ricevere le riviste del Pime, monsignor Pirovano suggerisce
la via più logica: comunicare all'Ufficio spedizioni di Milano il proprio
indirizzo...
[29] Quando era uscito dalla foresta e si era stabilito ad
Urucara (gennaio 1975), Augusto era stato eletto coordinatore del Cetru e delle
colonie agricole.