PICCOLI GRANDI LIBRI  AUGUSTO GIANOLA
IN MISSIONE PER CERCARE DIO

Lettere dal Brasile

A cura di Piero Gheddo

EDIZIONI SAN PAOLO 1998

Prefazione, di Sergio Zavoli
Introduzione, di Piero Gheddo

I. Da prete diocesano a missionario in Amazzonia (1951-1963)

II. La «luna di miele» della vita missionaria ( 1963-1966)

III. La parrocchia San Giuseppe operaio nello stile povero dei caboclos (1967-1973)

IV. Un anno di preghiera e di avventure in foresta (1974)

V. Una nuova avventura: le colonie agricole sulle «terre alte» (1975-1976)

VI. La rivoluzione tra i caboclos dell' Amazzonia, non con Marx ma con il Vangelo (1977-1984)

VII. 1400 chilometri in canoa sul Rio delle Amazzoni e il monastero dei cistercensi (1985-1986)

VIII. L'avventura finale in foresta: Augusto contento perché lebbroso! (1987-1990)

Cronologia di padre Augusto Gianola

VI

LA RIVOLUZIONE TRA I CABOCLOS DELL'AMAZZONIA, 
NON CON MARX MA CON IL VANGELO 
(1977-1984)

« Sto facendo uno sforzo enorme per salvare questa mia tranquillità, semplicità e perciò libertà»*

Dal 1977 al 1984 (e poi fino al giugno 1985) padre Gianola è ad Urucará, impegnato nell'animazione delle «colonie agricole» e poi nella Scuola agricola (Nti), di cui diventa anche direttore quando Giorgio Campoleoni ritorna in Italia nel 1980 (aveva quattro figli piccoli). Nel 1983 anche Nella Castiglioni ritorna in patria per sposarsi (con un altro volontario ad Urucará molto stimato da Augusto, Giorgio Liverani). Così padre Gianola, che rifiutava istintivamente strutture e incarichi istituzionali, si trova immerso in problemi burocratici, amministrativi, direzionali, che lo sfibrano. Alla fine del 1976 aveva già dato le dimissioni da coordinatore del Cetru stesso, ma era stato costretto a ritirarle dalla minaccia dai dirigenti del Cetru: se vai via tu, ce ne andiamo anche noi. . .
Le lettere di questo periodo della sua vita sono centrate su questa contraddizione di fondo per lui molto dolorosa: da un lato voleva aiutare i caboclos a liberarsi da tante schiavitù con la Scuola agricola e le «colonie agricole» e ad iniziare un modello di sviluppo comunitario (ispirato al Vangelo e agli Atti degli Apostoli) che sarebbe stato esemplare per tutta l'Amazzonia; dall'altro avvertiva di non essere adatto a portare avanti una struttura così impegnativa, che cresceva di anno in anno e suscitava tante invidie (da parte dei governanti locali) e tanti nemici (fazendeiros e commercianti). Tanto più che alla fine si ritrova solo nell'impresa: i laici volontari italiani che aveva con sé, per vari motivi anche giusti, ritornano in Italia e il personale locale non gli dà ancora fiducia piena!.
La soluzione viene nel giugno del 1985, quando ha termine il:contratto che lo impegna a servizio della prelazia di Itacoatiara: abbandona l'Amazzonia, ritorna in Italia per sette mesi e poi per altri sette va in un monastero benedettino dello Stato di Bahia in Brasile (vedi infra il capitolo VII).
I dieci anni trascorsi ad Urucara sono però il periodo migliore dell'apostolato amazzonico di padre Gianola e le lettere di questi anni sono ricche di temi nuovi rispetto alla corrispondenza dei tempi precedenti.
Ad esempio, la polemica contro il consumismo e la proposta di ritornare ad una vita più semplice, come quella dei caboclos. In una lettera da Manaus (al Ghit di Locate Varesino del10febbraio 1979) confronta l'esistenza dei caboclos e degli indios con la vita complicata degli italiani e nel mondo evoluto: conclude dicendo di non poter più vivere in una città moderna come Manaus. Nella conversazione a Laorca del marzo 1980 riprende questo tema e lo approfondisce: il progresso è inevitabile e risolve molti problemi dell'uomo, ma allontana dalla natura, che rende l'uomo più uomo, più libero, più tranquillo e sereno. È un discorso utopico ed ecologista, espresso con uno stile affascinante: Augusto, quando sente il tema, è davvero scrittore efficace.
In una lettera (sempre ai suoi Centpe di Locate Varesino del 26 gennaio 1981) si dichiara triste per «il fatto che le colonie cominciano a produrre, appaiono i soldi e il cuore dell'uomo ne è accecato. E vero che io ho già da tempo iniziato la campagna contro la ricchezza, ma è quasi un controsenso. Loro mi dicono: «Tu ci hai insegnato la strada del progresso, del come venir fuori dalla miseria e adesso vuoi frenarci e dirci che siamo sulla strada sbagliata». Non mi ascoltano più, il luccichio dei soldi è più forte delle mie parole. Allora penso se ho fatto bene o male a iniziare questa camminata. Ci deve essere qualche soluzione, ma per ora io non lo so. E il tempo passa e io sono triste. Eppure mi pare di aver parlato chiaro, di non aver dato esempi cattivi, di non esser corso dietro il dio denaro, ma di aver sempre parlato del vero Dio».
Su questo tema ci sono pagine da antologia. Questa ad esempio:
« I coloni stanno finendo di essere miserabili, ma sentono fortemente la tentazione del dio denaro e quelli che si mantengono idealisti sono pochi. La nostra piccola voce non è ascoltata e il progresso senza valore è propagandato con grandi voci, mass media veramente massicci che fanno enorme presa su un popolo sprovveduto e bambino. È facile per noi dire loro che l'asino è più ecologico del trattore, ma loro ti dicono: «Allora perché in Italia non usate l'asino? Andare a piedi o in bicicletta sì, è bello e sano, però perché voi andate in automobile?». lo mi sforzo ancora di andare in canoa ma sono scemo perché tutti mi passano davanti col motore e mi guardano come un tipo originale, poveretto. Il progresso ingoia tutto anche qua e tutto si complica, addio vita calma e serena, senza burocrazia. È triste vedere che questo mondo va scomparendo. Dovrò rifugiarmi fra gli indios per avere un po' di semplicità? Oppure sarà ancora nel mio fiume solitario che c'è la pace? O in un convento fra i pini di Vallombrosa? Forse non ho ancora imparato che la pace è di dentro e non dipende dai tempi e dai posti» (lettera ai Centpe del 23 ottobre 1981).
Un altro tema di queste lettere è la politica. Augusto viveva nella prelazia di Itacoatiara, affidata ai missionari canadesi di Scarboro, dei qual£non condivideva le tendenze politiche: « Il mio Vescovo e gli altri padri (canadesi) sono rivoluzionari e vogliono a tutti i costi buttare il popolo contro il governo (a quel tempo la dittatura dei militari, ndr). Ora, noi che viviamo in mezzo al popolo, sentiamo che il linguaggio del popolo non è rivoluzionario, ma che l'idea di rivolta violenta è importata. Noi parliamo come il popolo, ci lamentiamo con il governo, lo obblighiamo ad aiutarci, lo critichiamo aspramente, ma con amore, cioè senza odio.
E otteniamo molte cose, più di loro. E allora ci accusano di essere col governo. Ma no! Siamo con la gente. E la gente ci capisce e ci segue" (lettera ai Centpe di Locate Varesino, del 23 ottobre 1981).
Augusto parla della differenza con i missionari canadesi ed esemplifica: gli altri protestano, incitano alla rivoluzione, noi, in concreto, dialoghiamo ed obblighiamo le autorità a venire incontro alle necessità dei caboclos. Noi otteniamo parecchio, loro non ottengono nulla. «È il nostro modo di fare rivoluzione. Mantenendo sempre i ponti per il dialogo. Tagliare i ponti è anticristiano, perché anche al di là del ponte c'è gente e non tutti sono disonesti» (lettera ai Centpe, dell'8 luglio 1982).
Molto bella la risposta dei Centpe alle provocazioni di padre Gianola sulla politica (2): «Abbiamo capito che nel tuo discorso c'è tanta serenità; non è l'angoscia di ciò che può succedere politicamente che ti preoccupa, ma come il tuo progetto di vita sociale e religiosa possa progredire entro questi conflitti e nei l£miti della libertà che vi è consentita. In linea generale emerge dal tuo comportamento la consapevolezza di essere la testimonianza di una esperienza religiosa che ti rende attento a mediare fra la fedeltà a Dio e la problematica concreta della vita delle tue 500 famiglie» (lettera dei Centpe a padre Augusto del 23 ottobre 1982).
Padre Gianola era sempre preoccupato della finalità religiosa della sua Scuola e del suo operare in campo sociale fra i caboclos. In un articolo pubblicato nel 1990 da I.M. (ma riferisce fatti del 1982-1983) scrive: «A volte ho degli scrupoli per la loro fede (dei coloni, ndr): sono cresciuti, magari hanno più soldi, ma la loro fede sarà aumentata? Ho sempre presente anche il lato religioso; nella scuola, per esempio, ogni mattino dalle 5.30 alle 6.30 c'è «l'ora di Dio». Tutti gli alunni se la ricordano. Anche nelle colonie agricole, prima di partire per il lavoro si legge e si commenta il Vangelo. Non abbiamo fatto la nostra rivoluzione con Marx in mano, ma con il Vangelo. E questo lavoro a partire dal Vangelo, dà una speranza più solida e duratura che le nuove piantagioni stesse... Il lavoro di missionario mi ha davvero riempito la vita e non lo cambierei con nessun altro anche con i suoi errori».
Interessante quanto scrive alle Carmelitane di Sassuolo il 1 Ottobre 1980, in una delle poche lettere in cui accenna al suo dramma esistenziale: il dramma delle tentazioni e lotte contro il celibato sacerdotale, che scoppia specialmente in questi anni di maturità (nel 1980 aveva 50 anni) in cui vive fuori dall'isolamento della foresta, libero, con molti contatti e amicizie. Augusto era portato (Probabilmente più di altri o forse lo sentiva in modo più acuto) a cercare nella donna un affetto, un aiuto, il complemento della sua persona. Era un uomo espansivo, affettuoso, geniale, generoso, insomma si faceva voler bene da tutti e da tutte. Le donne gli correvano dietro, specie in un ambiente come quello amazzonico molto libero e secondo natura. Lui si affezionava un po' a tutte, scherzava, le abbracciava, le illudeva, poi si trovava impegolato in una rete di rapporti amichevoli e «pericolosi» che lo facevano soffrire.
Voleva infatti restare fedele al suo voto di purezza e di celibato: per questo pregava molto e faceva grandi penitenze. Uno dei motivi del suo frequente cambiare di posto, di lavoro, era anche questa «fuga dalle occasioni di peccato», come consigliavano un tempo i manuali di ascetica e i padri spirituali. Mentre nelle lettere accenna solo a questi fatti, nel diario dedica ad essi ampio spazio e riflessioni.
Molto bella la lettera in occasione della morte di papà Daniele (novembre 1981), nella quale Augusto immagina di scrivere al padre ancora vivo, dicendogli tutto quel che avrebbe voluto dir gli se gli fosse stato vicino nel momento della morte.
Nel decennio ad Urucará matura in Augusto la convinzione di riprendere la via della foresta. I vari cenni che compaiono qua e là nelle lettere portano tutti in questa direzione. Infatti nel 1986 si rifugia nel monastero cistercense di Jequitibá in Bahia (Brasile) e poi ritornerà nel suo «eremo» in foresta, il Paratucú.

 

1.

« Ho dato le dimissioni, ma i dirigenti del Cetru dicono che se vado se ne vanno anche loro»

Alla fine dell'anno durante una tre giorni-presidenti, ho rassegnato le mie dimissioni, ma i dirigenti del CETRU hanno detto che se io me ne fossi andato, pure loro avrebbero lasciato. Così mi sono visto costretto, molto controvoglia, a continuare ancora a trattare di governo, di strade, di amministrazione, di litigi, di piani agricoli, di finanziamenti, di pecuaria (allevamento animali, ndr), ecc. Però ho posto la condizione che questo sarà il mio ultimo anno di lavoro nel Cetru. Loro hanno accettato.
Fra quindici giorni verrà il nuovo parroco di Urucará, un canadese (p. Terenzio) prevenuto contro il CETRU. Allora io, per non creare un'atmosfera pericolosa qui in casa, ho parlato alla Nella che è meglio spiantare le tende e andare ad abitare nella Scuola agricola con Giorgio e Myriam. Abbiamo esposto l'idea al Vescovo e lui ha approvato e già stiamo allungando la casa del Giorgio per fare una stanzetta di legno per la Nella. Per me non è necessario, perché sono zingaro e sempre in giro. La Myriam sta aspettando il secondo bambino e la Nella potrà aiutarla molto.
Le ultime 250 cartucce che erano state prese dalla polizia in Manaus le ho ricevute l'altro giorno. Il p. Pedro (Vignola, ndr) ben conosciuto in Manaus è riuscito a sbloccarle con facilità. Se fosse possibile mandarmi una bella chiave inglese, non molto grande, ma neppure piccola, sarebbe buono. E anche un gioco di chiavi a tubo con la sua prolunga. Voglio vedere se impianto una piccola officina nella Scuola agricola.

Alla mamma da Urucani, 31 gennaio 1977

2.

«Abbiamo sfornato dalla Scuola agricola i primi quattro diplomati»

Scrivo intanto che aspetto qui sulla riva del fiume, in mezzo alle zanzare e al lume di petrolio. Sto aspettando che passi un motore per imbarcare il Giorgio che va a Manaus e imbucherà questa lettera. Siamo qui sulla mia canoa, fra un' oretta circa cominceremo a sentire il rumore del motore, che arriverà qui verso le tre del mattino. Poi il Giorgio imbarcherà dopo che, fatti i segnali e remando verso il largo, il barco di linea rallenterà. lo tornerò verso la sponda e remerò verso casa per dormire ancora un' oretta, se le zanzare mi lasceranno (3). Infatti quest'anno le zanzare hanno dato spettacolo e in questa settimana ho dormito solo una notte.
Le cose vanno abbastanza bene, benché gli uomini a volte danno segni di stanchezza e minacciano di abbandonare tutto. Domenica abbiamo sfornato dalla Scuola agricola 4 alunni, sono i primi, speriamo, di una lunga serie. Eravamo tutti commossi. Erano presenti anche i genitori e sembrava loro impossibile che questi loro figli delle foreste potessero ricevere un diploma come i figli della città. Anch'io mi sono commosso.
Mi scrivete che non avete mie notizie, ma io scrivo spesso. Purtroppo anche gli altri si lamentano della stessa cosa, ma credo sappiate che qui c'è la censura su tutta la posta che arriva
e parte per l'estero. Speriamo che riceviate almeno questa. Approfitto per fare gli auguri di S. Luigi alla mamma che spero si sia rimessa bene. Qui è nato Angelo dalla Myriam e lo battezzeremo a S. Luigi.
Se viene la nave mandami anche una pinza di pressione. Sto mettendo in piedi un'officina e vorrei anche qualche macchina, ma so che è difficile anche per voi, specie in tempo di inflazione. Vorrei un trapano, ma non di quelli manuali tipo Blach e Deker, e magari un piccolo tornio di tipo vecchio, se l'Alberto conoscesse qualche amico che smantella e svende qualcosa anche di vecchio, purché ancora efficiente, potreste imbarcare. Mandami anche uno stock di lame Castor per seghe, conforme al reclame.

Al papà da Urucará, 8 giugno 1977

 

3.

« Da più di 10 giorni sono fuori della foresta e divento subito grasso»

Sono qui in Itacoatiara per alcuni giorni di ritiro. Ma rispondetemi subito a una domanda: dove eravate il giorno 21 S. Luigi? Ho tentato il giorno intiero di telefonarvi, sia in casa vostra come in casa dell'Alberto, ma sempre mi rispondevano che la linea era guasta e non rispondeva nessuno. O forse voi eravate tutti a Sassuolo? Sono restato male, perché volevo prendervi tutti in flagrante nel mezzo della festa e sentire la voce di voi e di tutti i fratelli e dei nipoti. Pazienza, sarà per le nozze di diamante (4).
Qui è arrivata l'estate e credo anche lì. Vi ho immaginati tutti riuniti sulle terrazze piene di sole a fare fotografie ricordo, con l'allegria dei piccoli e dei grandi. lo vi ho accompagnati col pensiero. Il giorno prima avevamo fatto una bella cerimonia in casa della Myriam, dove ormai abitiamo tutti riuniti, battezzando Angelo, alla presenza di alcuni amici: la vecchia Bibi (che per 11 anni ha servito i padri di Urucani), il
vecchio Paraiba, che vive solo al di là del fiume, di fronte a noi, quasi cieco in una capanna di paglia, la Mariluci e il Gil, due volontari di S. Paolo che sono stati i padrini; e poi la Nella, il Vigario padre Terencio e alcuni bambini.
C'erano anche due giornalisti della più importante rivista brasilera «Veja» venuti apposta da S. Paolo per intervistare noi del CETRU perché avevano letto un mio articolo su un giornale Paulista (di San Paolo, ndr).
Domani andrò a Manaus, anzi, partirò fra due ore, a mezzanotte. Aspetterò due ingegneri dell'università di Belo Horizonte che il Pigi (5) mi manda per vedere il nostro lavoro. Li farò lavorare ben bene, perché lunedì comincerò uno dei miei soliti corsi in piena foresta e li condurrò là a vedere come è bello. Da più di 10 giorni sono fuori della foresta e divento subito grasso. Poi quando rientro dimagrisco di nuovo. In questo tempo c'è molta caccia e non c'è molta fame, ma che fa dimagrire è il lavoro: aprire la foresta col coltellaccio, per 2000 metri ogni giorno, non è facile. Quando ci sono le piante grosse si lavora con la scure. Poi bisogna misurare, mettere i picchetti di 100 in 100 metri e pitturarli.

Ai genitori da Itacoatiara, 7 luglio 1977

4.

«La pace è un ritorno alla semplicità»

Sono qui a Manaus per una settimana. In una città come Manaus io non so più vivere, perché il frastuono del consumismo, l'evidenza delle ingiustizie, la corruzione di ogni tipo, la mancanza di ideali, il denaro come unica molla, assieme al sesso, droga, delinquenza, mi tolgono la pace. Debolezza mia, dirai tu, e hai ragione, ma io non sono più forte di tutta questa gente e potrei resistere un certo tempo, poi la propaganda, la tentazione, la facilità, l'esempio di questa società mi travolgerebbero come hanno travolto la maggior parte di questi uomini.
Che contrasto con la semplicità della nostra vita nell'interno, fra i caboclos! Pochissime cose da fare, poche parole, pochi interessi, eppure la vita non è vuota. La vita qui a Manaus è più veloce, frenetica, ma piena di che? Di cose vuote, inventate, desideri eccitati artificialmente, cose non necessarie o addirittura dannose, con conseguenti idee e filosofie fasulle, pure costruite su queste cose artificiali. Ecco il circolo vizioso: cose inventate suggeriscono filosofie fuori della vera natura umana, diventano allucinazioni e creano allucinati, privi di fondamenti morali e sociali, capaci quindi di qualsiasi azione anche la più bestiale, perché fondata e giustificata da filosofie false.
Sentendo il discorso di Papa Karo1 (6) ho tirato un respiro: «La pace è un ritorno alla semplicità". Semplicità di che? di
tutto. Semplicità del mangiare, del costruire case e città, semplicità del divertirsi, del sistema di lavorare, semplicità del parlare, del pregare, semplicità di fare arte o del fare l'amore.
Bene, Ghit, tutto questo esiste ancora quasi allo stato naturale, nell'ambiente in cui vivo.
Il mangiare: ci si accontenta della mandioca, del pesce, dell'acqua non gelata. Ti assicuro che quando vengo in Manaus lo stomaco non funziona quasi più, anche il solo fatto di bere acqua fredda, l'acqua gelata con tutte le bibite gelate, che non esistono in natura come bevanda. Perciò è già una droga della quale, quando si è abituati, è difficile fame a meno come l'alcool.
L'abitazione, di semplice paglia o legno, ben semplice che si costruisce in un giorno: è vero, ogni caboclo dà alla sua casa un tocco personale, ma non sarà molto diversa del vicino, non potrà fare un grattacielo. Ecco perché i nostri villaggi sono ben uniformi, senza grossi contrasti.
I mobili sono pezzi di legno un po' sgrossati per sedersi o appoggiarci alla meno peggio un cibo. L'amaca per dormire è la cosa più semplice.
Il vestire? Mamma mia, non costituisce problema e anche la donna non è molto ricercata, quando non è già corrotta dalla propaganda, benché sappia preparare bene il suo corpo. Èuna bellezza semplice, che, anziché togliere lo «charme», lo manifesta senza troppi contorni falsi ch~ devono rinnovarsi ogni volta che si vuoI uscire di casa.
Il divertimento è costituito dal ritrovarsi per danzare o fare del football. Con semplicità però. E se è vero che sono anche troppo sempliciotti nel fare l' amore (7), bisogna dire che le conseguenze non sono mai drammatiche e i bambini che nascono sono sempre accettati con allegria.
Gli agglomerati umani non sono mai molto grandi da potersi perdere di vista o di conoscenza, senza caos o complicazioni di superorganizzazione.
Le nostre preghiere sono semplici, i nostri canti non sono
angosciati, come i vostri cantori li complicano.
Le nostre discussioni si fermano su quattro o cinque argomenti. Non ci sono filosofie o riflessioni complicate che nascono da fatti complicati di una società complicata. .
Il lavoro non ha quei rapporti tesi come da voi. Anche il padrone è sempre un uomo semplice che capisce i problemi dell'uomo suo dipendente, perché lui pure è ancora un uomo, non superuomo, con studi superiori o con distanze psicologiche.
Il confrontare le nostre preghiere semplici che assomigliano al Padre Nostro, in cui si chiede salute e pace, con le vostre così filosofiche, mi mostra la differenza di uno stile: credo che farete fatica ad inventarle le vostre preghiere, mentre noi le diciamo quasi senza pensare, ma non senza fede.
Ecco questo mondo ancora esiste, qui, anche se per i miei confratelli, che lavorano nelle città piccole o grandi dove arriva la radio, il giornale o la televisione o la politica, le cose stanno rapidamente cambiando.
Io sto facendo uno sforzo enorme per salvare questa mia tranquillità, semplicità e perciò libertà. Da molte parti mi si vuole «riassorbire» darmi incarichi pastorali ben precisi, darmi una
casa, una sede, lavori fissi. Non so fino a quando riuscirò ad essere «libero». Per es. se nell'80 il Giorgio e la Myriam se ne andranno, vogliono rifilarmi la Scuola, con tutte le sue dipendenze politiche, amministrative e programmatiche, mi complicherà la vita.
Il PIME sempre mi chiede se non ho ancora finito il mio lavoro, perché c'è tanto «lavoro» da fare in Parintins, in Maués, in Manaus... sarebbe la fine del mio vecchio mondo che sto cercando di salvare.
Io infatti continuo a predicare ai caboclos di non andare ad
abitare nelle città, mostrando loro che diventerebbero meno liberi, marginalizzati. E per far questo io vivo in mezzo a loro, come loro, mangiando e lavorando con loro, così da dimostrare che un bianco può vivere felice anche con la loro vita, anzi è fuggito da un ambiente di progresso perché là non era felice e qui con loro, fra le piante e gli animali e la gente semplice, si sente felice. Questo è il messaggio che io cerco di trasmettere, più con l'esempio che con le parole e con le prediche.
E questo è estremamente bello. Non ci sono stressati fra di
noi, o squilibrati psichici. Ci sono degli scemi di nascita, ma non diventati dopo. E gli scemi sono l'allegria nostra, vivono, vivono bene con noi. Nessuno diventa matto se non è nato tale. Anche il fatto che io tornerò in Italia mi intriga un po' (8), perché devo vivere quei mesi tutto condizionato, anche quando dirò Messa o predicherò. Solo con la mia mamma e papàmi troverò sicuro, senza complessi, ma fuori casa o mi adatterò ai sistemi, ai discorsi o tacerò, per non sembrare un matto. Fra voi Centpe penso che mi troverò ancora.

Al Ghit dei Centpe di Locate Varesino da Manaus, 10 febbraio 1979

 

5.

«Il popolo dell'Amazzonia è più semplice, più calmo, più sorridente e più contento»

Io non so rispondere (9) se questo mondo distrae dalla verità, perché il vostro progresso produce anche i mezzi per raggiungere molti aspetti della verità (basta pensare alle scoperte di tutti i tipi, dalla scienza all'arte). Inoltre. anche gli aspetti negativi del progresso (ritmi troppo accelerati, produzione del superfluo, competitività, libertà malintesa, ecc.) portano a riflessioni nel positivo, il che è sempre un modo di approfondire la realtà dell'uomo e delle cose e di ampliare la conoscenza della verità.
Dirò allora che il vostro mondo distrae dalla semplicità, perché complica le cose, rende dipendenti da troppi meccanismi, dai tecnici ai burocrati, impone un passo che per alcuni è troppo veloce e crea i nuovi malati di nervi, insoddisfazioni, quindi tristezze che aprono la strada alle più cupe avventure. Il mondo dei nostri popoli amazzonici è più semplice, non ha molte pretese, non pensa al superfluo, non è sollecitato da molte propagande, perciò si accontenta di poche cose, è più calmo, più sorridente e contento.
Semplice nel modo di vivere. Basti pensare al mangiare: si accontentano di due gusti: se c'è una pentola si cuoce un pesce o una caccia bollita, se non c'è la pentola è sul fuoco, allo spiedo. Unico condimento il sale.
Gli indios non hanno neanche il sale. Da voi invece non ci si stanca mai di inventare nuovi gusti, c'è addirittura una ricchissima arte culinaria.
Voi ormai mangiate per la gola, noi invece per lo stomaco.
La costruzione della casa: un unico modello, in paglia e legno: gli indios rotondo, i caboclos rettangolare. Se c'è qualche soldo in più si fa anche in legno e tegole, ma non c'è bisogno di fare disegni o di chiamare architetti e tanto meno di avere una licenza dal Comune.
L'uso del tempo è regolato o dalla luna (indios) o dal sole. Si suddivide in lune o settimane e giorni. Solo nelle città piccole si comincia a dividere il giorno almeno in due parti: mattino e pomeriggio. Nella capitale Manaus già si divide in ore, perciò è necessario l'orologio. L'arte è molto semplice, di una
bellezza che noi abbiamo perduto e perciò ci piace. Non c'è nessuna complicazione: non fanno arte inutile (quadri, pitture, sculture), ma fanno utensili (remi, grattugie, setacci, vasi, archi, collane ed indumenti) in cui mettono il loro buon gusto.
Le case loro sono piene di bambini ma pochi sono i giocattoli, esattamente il contrario delle nostre, che sono piene di giocattoli per pochissimi bambini. I giocattoli qui non si comprano, ma sono costruiti dal papà o dal bambino stesso.
La famiglia nasce con l'amore e non ci sono molti calcoli o molte preparazioni. Appena fisicamente si è pronti, appena sorge la simpatia, si concludono semplici patti, ci si lascia portare dal sentimento e ci si sposa.
I figli che vengono sono educati non con molte parole, ma seguendo il ritmo dei genitori, entrano subito a dare una mano alla vita della casa. Sono vivacissimi, ma sanno stare alloro posto, non sono invadenti, pretenziosi, rispettano i genitori e i più vecchi, anche se ci tengono alla loro libertà.
La stessa religione è semplice. Non parlo della religione degli indios che è naturale, cioè segue i fatti e ritmi della natura. La religione dei caboclos è soprannaturale, cristiana, però vissuta in modo naturale e semplice. Illumina tutti i fatti della vita, dalla nascita alla morte. Non esistono gli estremi, le complicazioni estreme, quella dell'ateo e del santo. Seguono una semplicità intermedia, senza angosce, problematiche o fervori spiritualistici.
Potrei dilungarmi nell'esaminare altri fattori della vita dei nostri popoli, ma fermiamoci qui. La conclusione non è facile e pone a noi nuove domande: sembra che la vostra società del progresso abbia complicato troppo la vita, togliendole tranquillità, naturalezza e gioia di vivere.
Quei popoli invece sono più semplici, perciò più allegri? È vera questa relazione fra semplicità e allegria? E se fosse vera come potremmo noi' ridiventare semplici?
È necessario rinunciare a questo pazzo progresso per essere
semplici? O infine c'è un modo per essere semplici anche in questo progresso?

Da una conversazione tenuta da padre Augusto a Laorca, marzo 1980

 

6.

«Il Papa ha proibito ai preti di essere sindaci »

Questa sera partirò per Urucará: è l'ultimo pezzo di strada che mi separa dal lavoro che comincerò subito. So che c'è il mio Vescovo che mi aspetta e che forse avrà qualcosa da dirmi. So che ha già risposto in pubblico al popolo che mi voleva sindaco della città, dicendo che il Papa ha proibito ai preti di essere sindaci. Spero però che non mi chieda di essere parroco, perché allora la Scuola...
Con questi pensieri mi avvicino alla meta e mi allontano sempre più da voi. Non col cuore però, perché questa vacanza mi è proprio servita in questo senso, nel sentirmi vostro, della vostra famiglia, nel sentire che tutti mi avete voluto e mi volete un gran bene, nonostante il mio carattere, i miei difetti e i miei errori (10).

Ai genitori da Manaus, 8 agosto 1980

 

7.

«Il miracolo è avvenuto, potete smettere di pregare»

Carissima Annamaria e consorelle,
credo proprio che il miracolo sia avvenuto (11), perciò potete
anche smettere di pregare, riposatevi pure e molte grazie. Grazie a Dio, naturalmente, ma anche a voi, che mi avete aiutato in maniera così consistente.
Ho aspettato un po' di tempo a scrivervi, perché benché avessi subito notato che qualcosa era avvenuto, tuttavia volevo esserne sicuro. Così ho potuto notare che il mio cuore è tornato
libero e perciò posso continuare in serenità il mio lavoro. Altrimenti avrei dovuto andarmene e della Scuola cosa sarebbe stato? Riposatevi dunque, ma non dimenticatemi, per via della mia fragilità.
Infelicemente la Scuola non ha ancora ricevuto le sovvenzioni governative quest'anno. È già 5 mesi che siamo in ballo e continuano ad ingannarci. « Venga domani mattina», « Venga questo pomeriggio»: due volte al giorno dobbiamo presentarci dai governanti di Manaus; prima quando c'era la Nella, in giugno, poi quando c'era il Giorgio in luglio, in agosto ho incominciato io, poi il Bené, poi la Claudia, ora ancora io, passando ognuno quasi un mese qui nella capitale (Manaus), spendendo tutti i pochi soldi che ci restano in viaggi e spese. lo ho incominciato la Scuola ai primi di settembre con 80 alunni da mantenere, fidandomi dei soldi che ho portato dall'Italia, ma ora stiamo per terminarli.
Tuttavia per questo miracolo non vi chiedo preghiere, so che non sono le cose più importanti. Se i soldi non verranno è segno che dovremo battere altre porte e altre strade e comunque anche siamo pronti a vedere fermarsi la nostra opera, se così Dio volesse.

Alla sorella Annamaria e alle Carmelitane di Sassuolo da Manaus, 10 ottobre 1980

 

8.

«Potessi ogni tanto diventare bambino per una settimana, per sentirmi protetto, capito e... amato»

È il primo dell'anno, è quasi sera, sto aspettando la cena e sono triste. Piove, oggi ha piovuto molto, il mio cuore è triste. Oggi uno degli orientatori su cui avevamo posto molte speranze se n'è andato. Resto solo a pensare al futuro di questa nostra Scuola. Il Vescovo mi ha fatto capire che è meglio che sia un altro il Direttore, un brasiliano (e io non lo sono (12)?) e io ho paura a lasciare la Scuola. Sono molto triste.
Gli orientatori sono ormai adulti e perciò non è più come col Giorgio che li comandava e obbedivano a occhi chiusi. Questo è bello, è giusto, deve essere così. Però mi fa anche paura.
Qualcuno va fuori strada moralmente e tenta di ingannarmi. Sono mancati anche dei soldi. Sono triste per tutto questo.
So che mi risponderete molte cose belle e le so già tutte. Ma io non vi scrivo per avere nessun consiglio, nessuna risposta, nessuna consolazione. Scrivo solo perché non ho nessuno che mi possa comprendere. Sfogarmi con Dio. Lo faccio, ma non mi basta. Lasciate che mi sfoghi anche con voi.
Quanto vorrei essere lì con voi, questa sera, mangiare con voi, dire le vostre preghiere e poi andare a letto e sentirvi respirare, e magari piangere in silenzio (il Bené ha messo su un disco in questo momento che suona il silenzio fuori ordinanza e mi mette la pelle d'oca). Oppure sedermi là sulla terrazza di Alberto, anche se so che adesso è freddo, perché è un posto bello, con la dolce Lucia da coccolare un po'.
Vi sembrerò sciocco o ancora troppo bambino, pazienza. Potessi ogni tanto diventare bambino per una settimana, risentire la sega degli Zambei, il grido dello Stremenin, il fischio del tram e il papà che arriva zufolando su per le scale...
Come vi ricordo e come desidero che rimaniate qui sempre con me! Per sentirmi bambino, protetto e capito e... amato. Adesso mi vie n voglia di piangere e allora cambiamo argomento.
Come è stato il vostro Natale? Penso molto bello, anch'io l'ho passato bene. Ho cantato la Messa del gallo a mezzanotte
in una comunità e verso le 2, sotto la luna, da solo, senza fucile né coltello, ho attraversato la foresta per arrivare al mattino in un'altra comunità. Sono stato contento di fare un po' di bene a qualcuno.

Ai genitori da Urucara, 1° gennaio 1981

 

9.

« Il luccichio dei soldi è più forte delle mie parole »

Avevo già scritto una lettera tempo fa, ma era così triste che non ho avuto il coraggio di spedirla. Era ingiusto infatti che scaricassi le mie tristezze su di voi, dandovi l'impressione di una infelicità forse o senza forse di carattere passeggero. Così, rileggendola, dopo qualche giorno ho stracciato tutto.
Voi vorrete sapere almeno il perché di una tristezza in mezzo a un lavoro così positivo come il mio. Non so neanche io dirvi il perché.
Forse il fatto di star facendo un lavoro che non è il mio, che era del Giorgio (13), il quale lo sapeva fare in modo superlativo.
Forse il fatto della mancanza della Nella che mi dava una
sicurezza amministrativa (in amministrazione sono una frana).
Forse il fatto di alcune defezioni: due orientatori se ne sono
andati, erano stati scelti male o non curati, chissà...
Forse il fatto di vedere che la cosa diventa grossa e mi sfugge di mano.
Forse il fatto di sentirmi chiuso in un luogo e lavoro fisso, io che sono sempre stato uccel di bosco.
Forse anche il fatto che le colonie cominciano a produrre, appaiono i soldi e il cuore dell'uomo ne è accecato. È vero che io ho già da tempo iniziato la campagna cO!ltro la ricchezza, ma è quasi un controsenso. Loro mi dicono: «Tu ci hai insegnato la strada del progresso, del come venir fuori dalla miseria e adesso vuoi frenarci e direi che siamo sulla strada sbagliata».
Non mi ascoltano più, il luccichio dei soldi è più forte delle mie parole. Allora penso se ho fatto bene o male a iniziare questa camminata. Ci deve essere qualche soluzione, ma per ora io non lo so. E il tempo passa e io sono triste. Eppure mi pare di aver parlato chiaro, di non aver dato esempi cattivi, di non esser corso dietro il dio denaro, ma di aver sempre parlato del vero Dio.
Per tutte queste cose ed altre ancora, o forse perché sto diventando vecchio, sono in una fossa da cui non è facile uscirne.
Non riesco neanche a pregare seriamente. Chissà che l'arrivo della Nella mi dia una nuova forza! Lo spero proprio.
Ma intanto mi rivolgo a voi per chiedervi un po' di aiuto spirituale. Chi prenderà il comando della cordata in questo momento in cui il Don si ritira a riposare e a farsi tirare nel mezzo della cordata? Ne ho estremo bisogno di questo aiuto, vediamo un po' se la vostra forza risolve il problema.
Facciamo un piccolo programma di preghiere, voi uomini
per conto vostro, le mamme coi bambini, la Ghita con il gruppo.
Vorrei sentire uno scossone, perché ho anche un po' di paura.
Forse sarà perché sto diventando vecchio.
In questi giorni sono qui a Manaus per un corso sulla «Pastorale della terra» (14). Un grosso problema del Brasile anche
se da noi a Urucará non c'è perché siamo arrivati primi (15).
Intanto la Nella è arrivata ed è laggiù da 2 settimane. Si è buttata a capofitto nel lavoro e a correggere i miei errori burocratici che erano veramente troppi.
Quanto ai macchinari come la mungitrice, ecc. non è che siano necessari, ma essendo una scuola vogliamo mostrare ai giovani cose di cui sentono parlare. È molto dibattuta fra noi la tesi di andare coi metodi antichi o abbracciare il moderno. E alla fine, dopo qualche esperienza coi cavalli e asini (500 ne abbiamo fatti venire dal nord est), abbiamo concluso che è più facile manovrare un trattore che un asino. Sono morti quasi tutti.
I giovani fuggono verso la città se non vedono un avvenire migliore anche come fatica. lo personalmente faccio da freno a questa mania, ma i due ragazzi di Faenza spingono in quel senso e la parola tecnica vince sempre.
Venga dunque la mungitrice. Aspetto soprattutto la voce della campana, che mi ricordi i bei giorni passati con voi, indimenticabili. Le casse sono ancora in dogana. . Come già saprete il tornio l'ho ricuperato e adesso aspetto il Caruso o il Pas o il Lucio per montarlo, cioè per montare l'officina. Quanto ai prossimi progetti penso di aprirli nelle colonie povere, quelle che non hanno ancora produzioni. Si tratterà di pozzi artesiani o ambulatori. Ma aspettate ordini.
Per adesso vorrei ribattere che ho più necessità di aiuto spirituale che materiale, perciò fate qualcosa per me e fatemelo sapere.

Ai Centpe di Locate Varesino da Manaus, 26 gennaio 1981

 

10.

«Non vi chiedo aiuti materiali, ma spirituali»

Vi avevo chiesto degli aiuti spirituali perché mi trovavo molto giù di morale all'inizio dell'anno e la lettera scritta era, mi sembra, molto triste. Adesso vi riscrivo la medesima cosa: non vi chiedo aiuti materiali ma spirituali, una forza morale che mi aiuti a liberarmi dalle mie incertezze e paure. e mi insegni il cammino almeno di un anno.
La macchina per i pulcini non mi dà risultati: cioè solo il 10% delle uova mi dà il pulcino. Il resto si forma, riesce ad arrivare quasi maturo, ma poi muore dentro e non nasce e vorrei sapere il perché. La corrente è buona, la temperatura sempre costante, le uova sono regolarmente girate, l'acqua non
manca. Seguiamo le spiegazioni del foglietto, ma i pulcini non nascono. Perché? Rispondetemi.
Avevo pure chiesto spiegazioni sui motori, sia del compressore come della mungitrice. Sono motori monofasici 220, una corrente che in tutto il Brasile non c'è. Come possiamo fare? Il motore del compressore l'ho già sostituito con uno che avevamo, ma quello della mungitrice è accoppiato al succhiatore
e non si può sostituirlo. Come fare?
Anche l'officina è in pieno funzionamento col tornio e tutto, ben organizzata.
Adesso ci manca la falegnameria. Visto che il progetto N° 1 è andato in porto, e che il progetto N° 2 (che è l'officina) è quasi pronto (solo ci manca di raccogliere la documentazione da mandarvi), vi proponiamo il progetto N° 3 che è la falegnameria.
Se accettate, in una prossima lettera vi manderò il preventivo. Vi saluto tutti con molto affetto. Pregate per me, che trovi la strada giusta, perché non mi sento molto bene.

Ai Centpe di Locate Varesino da Urucará, agosto 1981

 

11.

« Questo disservizio postale ci fa come sempre soffrire»

Carissimo Don,
nel mese di agosto durante il campeggio ci è giunta la tua
lettera, portata in Italia dalla signora Lucia Pistoia, alla quale erano allegate le diapositive. Abbiamo così scoperto che tu ci avevi scritto delle lettere, ma noi non abbiamo ricevuto nulla.
Da quando sei partito noi abbiamo ricevuto solo la tua lettera triste del febbraio 1981. Noi ti avevamo risposto e ti assicuriamo che i problemi che ci esponevi ci hanno coinvolti in prima persona anche oltre le risposte che ti avevamo dato. Di quella lettera ti alleghiamo la copia, non solo perché tu verifichi la nostra sollecitudine, ma soprattutto perché desideriamo che le nostre risposte ti giungano e ti siano di aiuto.
Anche nella tua ultima lettera ci chiedi un aiuto spirituale
e quindi, forse, le nostre riflessioni ti possano ancora servire.
Questo disservizio postale ci fa come sempre soffrire poiché
i nostri buoni propositi di lettere bimestrali o comunque regolari, vengono annullati. Tanto è vero che noi abbiamo preso in considerazione la proposta che ci è stata fatta da un esperto radioamatore di Locate di stabilire un contatto radio con la tua Scuola. Per noi la cosa sarebbe immediatamente realizzabile. Da parte tua dovresti informarti se esiste già un radioamatore nelle vicinanze (anche a Manaus) col quale poterci accordare per contatti periodici. Oppure potremmo fornire la Scuola delle necessarie attrezzature, ma tu dovresti interessarti quali sono le difficoltà o i problemi legali che questa cosa comporta in Brasile. Siamo pronti a partire per il progetto N° 3. Sta tranquillo che puoi realizzare con la nostra partecipazione la tua falegnameria.
Abbiamo qualche problema per l'invio dei soldi, in quanto, se la posta non arriva è facile che si perdono anche gli assegni. Se hai l'opportunità, segnalaci un modo più sicuro.
Sulle cose tecniche, ad esempio l'incubatrice, i motori ecc. non ti possiamo dire niente di preciso in questa lettera perché solo ieri abbiamo saputo che la sig. Lucia parte: non abbiamo quindi potuto fare la riunione, ma ti saremo precisi al più presto (sempre che tu chiarisci quale cavolo di corrente avete in Amazzonia).

A padre Augusto dai Centpe di Locate Varesino, 14 ottobre 1981

 

12.

« I coloni sentono la tentazione del dio denaro, quelli che si mantengono idealisti sono pochi»

Gente carissima,
siamo ancora vivi? Io non so più cosa fare per farmi sentire
da voi. Vi ho già scritto molte volte e da voi non ho ancora ricevuto una lettera di risposta.
Ho ricevuto anche le due cartoline, delle due settimane alpine, '80-'81. Ho allora scritto ai ragazzi una lettera lunga e scherzosa, parlando a loro per arrivare a voi, nella speranza che nella loro semplicità mi rispondessero subito. Neanche una riga.
Per cui io non so più cosa fare. Se le mie lettere non vi arrivano (c'è sempre una censura), allora come potrò scrivere? E se voi non rispondete allora cosa vuol dire scrivere? Anche la Nella mi dice che non riceve nulla.
Avevo dato varie notizie sulla nostra situazione e fatto alcune domande che richiedevano un parere. Inoltre c'erano delle richieste di alcune cose, abbastanza urgenti, ma niente. Allora? Ho dato l'incarico a qualcuno di visitarvi e darvi nostre notizie.
Ho saputo che sono venuti, hanno parlato, ma non vi sento più. Se in gruppo non riuscite a scrivere, scrivete personalmente, per Bacco! Oppure mandate qualche inviato speciale.
Ho saputo da mia mamma che avete partecipato ai funerali di mio papà e ne sono rimasto commosso, ho capito che ci siete ancora e che mi volete bene. Vi ringrazio. Ma come potremo comunicarci, solo per sentito dire?
Io qui alla Scuola non mi sento molto bene, perché realmente non sono fatto per dirigere: mi sento sempre un po' in prigione. Fisicamente sto bene, non mi manca niente, non sono in stato d'ansia o di rischio, quindi sono tentato di comodismo, di conservatorismo, di situazionismo e di non lasciarmi questionare, criticare e divento persino grasso.
Spiritualmente parlando è un pericolo, almeno per me. Diminuisce il senso di precarietà, il desiderio di rivoluzione, la ricerca del nuovo e l'accettazione del confronto. Ditemi pure che sto invecchiando.
La Scuola invece è bella, più per merito degli altri che mio,
soprattutto per merito della Nella che è fortemente critica e a volte mi fa soffrire. La cosa è abbastanza grossa e ci sfugge di mano. I coloni stanno finendo di essere miserabili, ma sentono fortemente la tentazione del dio denaro e quelli che si mantengono idealisti sono pochi. La nostra piccola voce non è ascoltata e il progresso senza valore è propagandato con grandi voci, mass media veramente massicci che fanno enorme presa su un popolo sprovveduto e bambino. È facile per noi dire loro che l'asino è più ecologico del trattore, ma loro ti dicono: «Allora perché in Italia non usate l'asino? Andare a piedi o in bicicletta sì, è bello e sano, però perché voi andate in automobile?».
Io mi sforzo ancora di andare in canoa ma sono scemo perché tutti mi passano davanti col motore e mi guardano come un tipo originale, poveretto. Il progresso ingoia tutto anche qua e tutto si complica, addio vita calma e serena, senza burocrazia. È triste vedere che questo mondo va scomparendo.
Dovrò rifugiarmi fra gli indios per avere un po' di semplicità? Oppure sarà ancora nel mio fiume solitario che c'è la pace? O in un convento fra i pini di Vallombrosa? Forse non ho ancora imparato che la pace è di dentro e non dipende dai tempi e dai posti. Comunque anche i luoghi e i tempi hanno il loro valore.
Qui si avvicinano i tempi della politica e ci minacciano di mandarci via tutti se vinceranno. E forse questa volta vinceranno, ma noi non abbiamo paura. A volte siamo tormentati dal pensiero se stiamo facendo bene o male. lo interrogo il buon Dio e mi tranquillizzo un po'.
Il fatto è che il mio Vescovo e gli altri padri (canadesi) sono rivoluzionari e vogliono a tutti i costi buttare il popolo contro il governo (a quel tempo la dittatura dei militari, ndr). Ora, noi che viviamo in mezzo al popolo, sentiamo che il linguaggio del popolo non è rivoluzionario, ma che l'idea di rivolta violenta è importata. Noi parliamo come il popolo, ci lamentiamo con il governo, lo obblighiamo ad aiutarci, lo critichiamo aspramente, ma con amore, cioè senza odio. E otteniamo molte cose, più
di loro. E allora ci accusano di essere col governo. Ma no! Siamo con la gente. E la gente ci capisce e ci segue.
Non ci sembra di colonizzare i caboclos, li ascoltiamo nel loro lamento, e nei loro bisogni e li aiutiamo a parlare chiaro. I canadesi vogliono ottenere maggiori salari e fanno la rivoluzione per averli. Noi pure li vogliamo, ma li otteniamo con garbo, e loro non ottengono un bel niente. Il risultato è che col nostro metodo otteniamo quel che vogliamo e allora loro dicono che siamo col governo; ma andate sulla forca! Non era quello che volevate anche voi?
Noi però andiamo per il nostro cammino. Il futuro tuttavia è sempre molto scuro, ripeto, non so se stiamo facendo il vero bene a questo popolo. Chi ci salva è l'amore con cui lo facciamo. Cioè non abbiamo nessun interesse personale e direi neanche molte soddisfazioni. La storia lo dirà. Per il resto l'officina funziona bene e la campana suona sempre con grande piacere per me che tutte le mattine do i 100 tocchi per svegliare tutti. lo sto aspettando la mia liberazione per rimettermi nella foresta definitivamente, perché a volte qui sono molto triste.

Ai Centpe di Locate Varesino da Urucará, 23 ottobre 1981

 

13.

« Caro papà, ti ho sognato molte volte»

Carissimo papà (16),
è già un bel po' che non ti scrivo, ma sai com'è, la pigrizia, il tempo, il fatto che quando ci si vuol bene sembra quasi inutile scrivere perché che importa è volersi bene e basta. E poi ci si fida così l'un dell'altro che non è quasi necessario scrivere, tanto si sa che si agisce sempre e solo per il bene di quelli che si amano. E così si va avanti, pensandoci, ricordando i vari momenti felici o anche incerti e scuri, ma con quella sicurezza e dolcezza che è come se fossimo sempre stati vicini.
Siamo stati insieme poco tempo, papà, in tutti questi 51 anni della mia vita. lo poi sono quello che ho vissuto più lontano di tutti, anni e chilometri. Eppure sai, io non mi sono mai sentito fuori casa, lontano da te e dai miei fratelli e dalla mamma. lo non so se vi avrei amato di più stando vicino. lo sono felice per voi, di essere lontano, sento una nostalgia struggente di te, della mamma e di tutti, segno evidente che mi siete tutti cari.
Invidio i miei fratelli, soprattutto l'Alberto perché è quello che è stato più vicino alla fonte, ha potuto vederti sempre, non
credo che si sia stancato di star vicino a te, anche se in certi momenti avrebbe voluto fare qualche passo su altre strade.
Ti ha potuto osservare, ti ha gustato fino in fondo, ti ha anche sopportato, ma non come si sopportano le persone moleste, ma come si accettano anche i capricci dei figli.
Io ti sono stato lontano, eppure ho sempre desiderato la tua presenza, ti ho sognato molte volte, mentre non ho mai sognato né la mamma né i miei fratelli. Ho parlato molte volte con te, qui lontano, nel nostro dialetto, imitando le tue burberie e offrendoti magari il fucile per fare un bel tiro.
Anche con la mamma ho parlato a volte, ma con lei era in italiano, perché lei è la maestra. E così mi hai aiutato a conservare el nost bel dialett, che, quando lo parlo, mi apre una finestra sulla bella vallata, quella che dal tuo bel cimitero, scende, scende fino a Castello, a Lecco e va perdendosi nei laghi più lontani.
Caro papà, ti ho invitato parecchie volte a venire a trovarmi ma tu non sei mai venuto, dicevi che eri vecchio. Adesso vorrei che-tu passassi qualche anno con me. Non voglio che
dimentichi l'Alberto e la nostra Mariateresa (che abbraccio che le mando, mio Dio!), ma se vieni da me, ne ho tanto bisogno, sai. Se tu sapessi quanto! Se tu sapessi che oscurità c'è ancora nel mio cammino, che incertezza nella mia fede e quanto equivoco a volte il mio comportamento! Tu non eri perfetto, per questo mi sei così simpatico e così vicino. A volte vicino alla mamma o all' Annamaria o alla Pinuccia mi sento indegno. Con te mi sento quasi a mio agio.
Papà mio, vieni qui con me, adesso, ad aiutarmi a passare gli ultimi anni della mia vita. Vorrei terminarla come te, diventando sempre migliore, anche se non santo, come hai fatto tu.
Sono ancora el tò bagai (il tuo figliolo, ndr), quello che ogni tanto sculacciavi salutarmente. E forse ho più bisogno adesso che allora.
Sai, papà, che quando mi hanno dato la notizia della tua morte, ho provato una gioia grande, grande e avrei voluto essere lì per trasmetterla a tutti quelli di casa. Ho ricevuto la loro lettera, ho sentito la loro voce al telefono, mi hanno raccontato tutto. lo ero così diverso da loro, io cantavo di allegria. Ah! è molto meglio che io abbia festeggiato da solo questo giorno meraviglioso e questa tua bella morte.
È quella che più ti si addiceva. lo non ti avrei immaginato come un vegetale, infermo che non capisce più niente o come un disperato che ha paura del terribile momento. È andata bene così e io ne sono felice.
Chiedo scusa ai miei fratelli per questa diversità di reazione, non voglio pensino a poco rispetto e comprendo i loro sentimenti di angoscia.
Io sono felice per quello che il Signore ha fatto in te, esulto per come ti ha fatto vivere e come ti ha fatto morire.
Ho letto e riletto le tue ultime lettere, ai figli, alla mamma. Lo sospettavo che tu eri così, ma tu sei stato ancora più grande di quel che pensavo. Grazie, papà per le tue lettere, grazie per la tua vita, grazie per la tua morte.
Non riesco ad immaginarmi questo ultimo anno della tua vita. Mi ricorderò però sempre il 1980, il 1973, e gli anni della guerra e anche gli anni primi, quelli in cui per la prima volta mi hai fatto sparare col fucile. Se tu avessi pensato all'utilità di quell'insegnamento così profano...
Ciao, papà, ti aspetto vicino a me al più presto, perché la nostra gioia, la tua e la mia, sia completa.

Tuo don

Lo hai capito, papà, perché ti ho scritto, ancora a te? Perché per me non sei ancora morto.

Lettera da Urucará, senza data, novembre 1981, scritta in occasione della morte di papà Daniele

 

14.

«Tu vivifaticosamente il ruolo di dirigente della Scuola»

Carissimo Don,
sentiamo dalla tua lettera che la Scuola e la situazione presente ti pesa (come del resto era previsto conoscendoti bene) e comprendiamo che tu viva faticosamente il ruolo di dirigente; come ti attiri molto di più la foresta e la precarietà di una missione fra gli indios. Tuttavia questo è un impegno preciso che ti sei assunto e ora devi portarlo avanti coraggiosamente.
Devi trovare proprio nel sacrificio di rimanere lì, nel senso di disagio e di pericolo spirituale, la convinzione dell'importanza della tua missione.
Tu nella Scuola sei importante; la tua voce non è certo una piccola voce, anche se ti sembra che non sia ascoltata. Ricordati che le voci di propaganda del progresso, che ti preoccupano tanto, sono rumori di gente vuota, e che l'esempio di serietà e di valori vissuti profondamente, alla lunga pagano meglio che le chiacchiere. Abbi fiducia nella gente che saprà capire nella sua semplicità che cos'è valido e che cosa è falso.
Dici che il mondo che tu hai coltivato va sparendo, e questo è triste; ma ciò che rimane è l'uomo, con la sua identità e i suoi valori, è questo che conta. Devi davvero imparare che la pace è dentro di noi (quando c'è) e che non c'è luogo al mondo in cui si possa essere felici se la pace non è dentro di noi.
Come vedi noi partecipiamo sempre, come possiamo ai tuoi problemi. Ci preoccupa solo la difficoltà di comunicare con te (17); questa incertezza ci fa soffrire. Cercheremo di sfruttare tutte le occasioni che ci capitano, e voi fate altrettanto, e speriamo che il buon Dio, se vorrà ci aiuti a rimanere in cordata.

A padre Augusto dai Centpe di Locate Varesino, 14 dicembre 1981

 

15.

«Sento molto il richiamo della foresta ma la Scuola è il mio grande amore»

Ragazzi, ci sono ancora, sono qua,
sono stato impressionato dalla vostra prima risposta alle mie domande sofferte. La lettera mi ha consolato perché qui, in
mezzo a tante idee rivoluzionarie a volte mi sento un po' troppo tradizionalista, deriso dai più avanzati, soprattutto dai miei confratelli canadesi che adesso, proprio ieri, mi hanno accusato di essere andato troppo avanti, liberando la mia zona e non guardando alle loro zone. Cioè adesso vorrebbero che i miei caboclos dividessero i soldi assistendo le loro zone. Ma allora si condannano da sé, perché hanno sempre stigmatizzato l'assistenzialismo e il paternalismo.
Noi, nella nostra zona di Urucara abbiamo creduto in un cammino, ci siamo messi in questo cammino e i frutti sono venuti: case più sicure, trasporti più comodi, bimbi più nutriti, istruzione migliore e anche più salute: fanno molti figli e muore poca gente. Così abbiamo dato l'esempio e non ci siamo limitati alle parole come loro. Con ciò non voglio condannarli, ma vorrei che anche loro non mi condannassero. È triste però perché sono solo e la vostra lettera mi ha dato animo. Se tutti seguissero il nostro esempio, noi saremmo pronti a lasciare e andare in altre zone. Ma pretendere che noi lavoriamo e dividiamo con loro il nostro guadagno è un po' troppo.
La Scuola va bene. Ogni 15 giorni c'è un corso differente, dalla meccanica all'agricoltura, dall'apicultura all'amministrazione e gli alunni sono molto contenti. Il mese scorso li ho portati per una settimana di studio alla capitale Manaus e abbiamo visitato molte aziende agricole e non, abbiamo visto il Gesù di Zeffirelli e siamo stati felicissimi.
Ecco questa è la Scuola di quest'anno. Sento molto il richiamo
della foresta ma devo dire che la Scuola è il mio grande amore.

Ai Centpe di Locate Varesino da Urucani, gennaio 1982

 

16.

«Mi sento al di sotto del mio compito in maniera abissale»

Ci sono alcune cose che mi preoccupano sempre: sarà giusto il cammino della Scuola? Sarà giusto il sistema delle colonie? Sto formando davvero i miei orientatori? A volte penso che la Scuola sta diventando troppo bella, cioè troppo secondo i miei gusti, troppo pulita, troppo ordinata, con troppi fiori, con troppe comodità. Anche troppo grande. Non sarebbe meglio se fosse più secondo il loro stile? Un po' disordinata, piùmodesta e meno appariscente e meno famosa?
E quando fra qualche anno passerà in mano completamente a loro, saranno capaci di attendere a tutto? Amministrazione, ordine, morale, clima religioso, serietà di studi, relazionamento rispettoso, economia saggia, ecc.? Non stiamo mettendo addosso a questi ragazzi un vestito troppo bello che li fa diventare goffi?
Il mio desiderio sarebbe stato quello di fare una Scuola semplicissima, rude, senza molti comfort. Il Giorgio invece ha seguito un'altra strada e credo giustamente. L'ha fatta dipendere totalmente dai soldi del governo, dicendo che in tutto il mondo è così. Infatti è vero, ma in questi giorni il governo manda giornalisti e fotografi per far propaganda della nostra Scuola come se fosse sua e questo mi preoccupa un po'. È vero che ci siamo incamminati verso l'indipendenza, ma stiamo vedendo che sarà a lunga distanza, se il piano andrà bene.
Il sistema delle colonie sembra sia stato indovinato. Proprio oggi tre famiglie mi hanno chiesto di accompagnarle nella foresta alla ricerca di nuove terre per fare altre tre colonie. Segno che la cosa va. Le vecchie colonie sono attive, indietro non
va nessuno. Segno che la strada è aperta. Ma non riesco più a seguire queste colonie nuove e il rischio è che aumentino senza avere la formazione che i vecchi coloni hanno avuto quando eravamo in tanti ad accompagnarli e non avevamo altro da pensare.
Adesso vengono su da sole, senza le idee di base della fede e della visione cristiana delle cose del progresso. E questo mi preoccupa molto.
E i miei orientatori? È vero che ho fatto loro un ritiro all'inizio dell'anno, è vero che preghiamo ogni mattino insieme
e che di consigli gliene do, ma mi sembra che sono portati a un tenore di vita più alto, anche se prendono solo il salario minimo, e si dimenticano delle loro origini povere con troppa facilità.
E io sento quasi una impossibilità di migliorarli, di farli riflettere. Mi sento insomma al di sotto del mio compito in maniera abissale. Sento già le vostre risposte: «Anche noi come mamme e papà ci sentiamo... »; «Quando si fa il possibile, poi Qualcuno... ». È vero.
Ma a volte sento l'impossibilità naturale dovuta alla mia limitatezza e a volte sento l'incapacità dovuta alla mia natura peccatrice. Cioè se fossi più cristiano, più bravo, questa incapacità morale sarebbe molto minore.
Sento già le vostre parole: «Bisogna accettarci così come siamo, essere umili, aver pietà di noi stessi, Dio scrive diritto su righe storte». Certo il buon Dio, per lavorare con uno come me deve mettercela tutta, se riesce a far qualcosa è proprio bravo. Ma ho l'impressione che non riesca a fare niente. È perché non credo ai miracoli? Chi non crede ai miracoli, non crede neanche in Dio.
In questi giorni il parroco della città ci ha lasciati per tornare in Canada. Siamo rimasti in tre padri (Vescovo compreso) su un territorio che è un terzo dell'Italia.
Il Vescovo è venuto e mi ha detto se volevo prendere in mano la parrocchia, cercando di convincermi. lo non mi sono sentito, perché mi sembra che non posso lasciare il mio lavoro e non mi attrae neanche un po' l'idea di tornare a quel tipo di pastorale da cui sono già fuggito. Anche qui però ho qualche preoccupazione: è vero che mi sembra di seguire la mia coscienza e che i caboclos (vox popoli?) mi consigliano di non lasciarli. Ma quale sarà la cosa più necessaria?
Meno male che improvvisamente è arrivato un padre dall'Irlanda e ha chiesto al vescovo di dargli la parrocchia di Urucani: questo mi ha sollevato da un peso e lo interpreto come un segno. Ma ogni tanto la questione si riapre.

Ai Centpe di Locate Varesino da Urucará, aprile 1982

 

17.

«Ci sei apparso come l'uomo divorato dagli altri»

Carissimo don,
al suo ritorno dall' Amazzonia, la Ester, puntualissima ci ha
portato la tua letterona che è una bellissima lettera, una delle più belle perché, anche se l'hai scritta in un momento «sbagliato», il tuo cuore era comunque pieno di belle cose, serie e molto importanti.
La sera in cui Ester è venuta da noi abbiamo fatto una bella riunione; è intervenuto un buon numero di amici, anche tra coloro che di solito non partecipano ma ti sono sempre affezionati. Questo ci ha fatto molto piacere. Abbiamo visto le 115 diapositive col tuo commento. La tua voce che accompagnava il reportage ci faceva partecipi di tutte le vicende e, come se fossimo presenti, ci sentivamo in Amazzonia con te.
Le prime impressioni riguardano positivamente la realtà della tua Scuola agricola. È più bella delle nostre, è certamente una
realtà e una esperienza molto importante e da meditare. Possiamo confrontarla con la nostra scuola che, sorretta da tante strutture, da tanta cultura pedagogica, da tanti stanziamenti e da una organizzazione didattica tra le più notevoli, è spesso una scuola che non riesce a rispondere ai suoi fini educativi.
La tua è molto cambiata. Ci ricordiamo bene di altre diapositive che ce la mostravano agli inizi: erano tentativi, abbozzi... non c'erano strutture. Ora invece hai mostrato un ambiente perfettamente organizzato (certamente i fiori e il paesaggio te lo invidiamo). C'è stato un grande cambiamento nelle strutture e nell'organizzazione. Ci è piaciuto molto: i campi sono campi, gli scolari sono scolari, i maestri sono maestri... ecc. È qualcosa d'invidiabile anche da noi; anzi una scuola così, che produce frutti veri (della terra ed educativi), qui da noi non esiste.
Ci dispiace che tu ti crei dei problemi che ti demoralizzano; le tue considerazioni sono vere, l'analisi che fai è precisa ma, ancora una volta, dobbiamo dirti che tu devi fidarti di ciò che hai seminato nei tuoi allievi. Quando tu hai seminato bene e ben coltivato devi solo sperare in un buon raccolto.
Così tu devi pensare che il tuo lavoro ha formato e costruito sull'umanità e spiritualità della gente. Certo che le tue preoccupazioni sono giustificate! Come i genitori, che hanno fatto del loro meglio per i figli, sono comunque preoccupati al momento di lasciarli liberi nel mondo che li circonda; hanno ragione di sentire tutto il peso del rischio che corrono; ma devono fidarsi di ciò che hanno costruito nei loro figli, della ricchezza interiore, dei principi, della maturità che in essi è avvenuta e devono ritenerli pronti a vivere la loro esperienza, che senz'altro sarà diversa dalla loro ma non per questo negativa.
La speranza che i tuoi caboclos sappiano camminare con le
loro gambe e possano rispondere a tutte le tue aspettative è riposta in Colui che scrivendo dritto sulle righe storte ha le idee più chiare di te.
Noi poi pensiamo che tutti i tuoi problemi: la limitatezza che senti, l'incapacità, la natura «peccatrice», ecc. è giusto che tu li abbia poiché fanno parte di te, sono te, e se un giorno non li avessi più non ti riconosceremmo, non saresti più il nostro don.
Le diapositive erano molto belle, anche se mancava un po' la regia per il reportage; avevano però il pregio dell'immediatezza; ci sei apparso ancora come l'uomo divorato dagli altri, che vuole arrivare a tutto, e a cui nulla è estraneo.
Ora la Nella rivuole la macchina fotografica e noi te la mandiamo. Dille di provare a ritrarre tutte le fasi della lavorazione delle ceramiche, spiegando tutti i componenti, dalla terra usata ai coloranti, all'origine storica dei disegni, ecc.

A padre Augusto dai Centpe di Locate Varesino, 13 giugno 1982

 

18.

« La nostra Scuola dà, oltre allo studio, anche la "sabedoría" (saggezza)»

La Scuola è finita l'altro giorno: se aveste visto quante lacrime sono state versate negli ultimi giorni. Dobbiamo cacciar via gli alunni, i quali vogliono ritornare, anche se promossi a pieni voti vogliono ripetere la classe.
Una ragazza (ma non solo una) ci scrive che lei non vuole continuare in una scuola normale, dove non si impara che a
studiare e nient'altro: è una lettera commovente. Ha solo 14 anni ma ha capito che la vita non è solo studio. Lei si è sentita vivere, ha valorizzato se stessa e adesso sa vedere la differenza, sa giudicare.
Cioè la nostra Scuola dà, oltre allo studio, anche la « sabedoría" (saggezza, ndr). E pensare che è durissimo per questi ragazzi selvaggi come uccelli o cerbiatti nella massima libertà, mettersi nella nostra scuola dove dalle 5.30 del mattino (coi i famosi 100 colpi di campana) alle 10 di sera colle ultime orazioni, tutto corre sul mo di un orario severo.
È un piccolo miracolo. Su 45 ragazze, solo tre non hanno resistito fino alla fine. Degli uomini (dai 20 ai 30 anni) su 45 hanno finito in 35.
Adesso siamo un po' in pace, per due mesi, fino all'inizio del nuovo anno (16 agosto) agricolo. In pace per modo di dire, perché abbiamo qui 26 alunni che stanno tentando il ginnasio, esperienza totalmente nuova; vedremo a giugno i risultati: 4 anni in uno solo! Le avventure non sono molte qui alla Scuola, eppure ormai questa Scuola mi è entrata nel sangue: credo che anche a don Milani sia capitata la stessa cosa. È come un figlio. Piangerò al lasciarla? Non so.
Quest'anno ho pianto insieme agli alunni, l'ultimo giorno. Poi quando i barchi si sono allontanati dalla riva lentamente, con gli alunni che salutavano, sono rientrato, ho preso la fisarmonica e me ne sono andato solo sulla riva a suonare quelle musiche antiche che ancora ricordavo. Quando è scesa la sera, alle 6, ho suonato il valzer della mezzanotte e la poesia è terminata sotto l'assalto furioso delle zanzare.
Adesso la Scuola è piena d'angurie: è una bellezza. Una di
10 kg la vendiamo a 300 lire! Ne volete una nave?
Siamo in tempo di elezioni (fine d'anno) e la politica è un flagello, quanta corruzione, quanto mentire, quanto sciupìo, quanta apprensione. In questi tempi (ogni 4 anni), sembra che
quel poco di coscienza che si è riuscito a costruire, crolli tutta, davanti ai soldi e alle promesse e alle passioni di parte. Adesso vi pongo qualche problema, che mi fa filosofare:
- Qui nella mia Prelazia sono il solo con queste idee... Dicono che non possono attuare nessun piano del governo, ma che è il governo che deve attuare i piani dei cabocli (18). lo ci godo, ma anche il governo alla fine deve mettere il nostro lavoro come il fiore all'occhiello, e ci deve dare quello che vogliamo. Certo bisogna sudare, ma alla fine non ci dice di no.
- Per esempio: il governo ha varato un piano per piantare alberi della gomma: voleva che ognuno piantasse 10 ettari. Sono venuti i governanti, noi abbiamo detto di no, perché il piano era fuori delle nostre possibilità. Sono scesi a 7, poi a 5, alla fine hanno dovuto accettare la nostra proposta iniziale di 3 ettari. La battaglia del caucciù è stata vinta dai poveri contro i piani del governo.
- Il banco (la banca, ndr) viene, propone finanziamenti. In Urucará sia il tempo, come gli interessi, le scadenze, ecc. devono combinarli con 500 coloni, non possono imporre dall'alto. Se no il banco chiude e se ne va. Ma finora ci è restato.
- I tecnici agricoli del governo hanno aperto un ufficio in Urucará.: credevano di poter fare il bello e brutto tempo. Sono stati costretti a chiudere i loro piani e, se vogliono, devono aiutare i piani che vengono dal basso. Il popolo sa quello che può fare e quello che la sua terra dà. Se no fanno i piani a tavolino, li buttano sulle spalle dei lavoratori e, avanti popolo,
lavora nel piano tale, quinquennale, ventennale, ecc. e i piani risultano tutti sforati, come in Russia.
- Adesso è arrivato da poco tempo il "Banco mondiale» con un monte di soldi. Hanno scelto 4 municipi per applicarlo, tra cui Urucará. È un mare di soldi. Vengono i tecnici, fanno i loro piani ma si scontrano con i 500 coloni, i piani non passano, minacciano, se ne vanno. Rifiutiamo i soldi e gli aiuti, quando capiamo che sono lacci al collo e alla fine ci schiavizzano. Dicono che Urucará è ribelle, ma in realtà siamo solo critici e coscienti. Non possono trattarci come bambini.
È il nostro modo di fare rivoluzione. Mantenendo sempre i ponti per il dialogo. Tagliare i ponti è anticristiano, perché anche al di là del ponte c'è gente e non tutti sono disonesti.
Di questi esempi ormai Urucara si sta arricchendo e nessuno ci accetta volentieri, siamo scomodi per tutti, una spina nella gola. Quelli però che ci accettano sanno che siamo seri e che non siamo nemici di nessuno. Credo questa sia la conclusione: non essere nemici di nessuno, anche se si hanno nemici, proprio per essere a immagine del buon Dio che ha molti nemici, ma lui non è nemico di nessuno, anzi... così almeno sembra abbia detto sulla croce.
In questo senso la lotta di classe non l'accettiamo.

Ai Centpe di Locate Varesino da Urucara, 8 luglio 1982

 

19.

« Chi è fedele al cristianesimo fa già delle scelte che condizionano la vita politica»

La tua ultima lettera ci aveva molto interessati e forse, dapprima anche turbati, tanto che avevamo deciso di leggerla e discuterla durante la nostra consueta riunione.
Ci siamo incontrati qualche giorno fa e l'abbiamo riletta con calma. Ci siamo soffermati sulle tue riflessioni più importanti, sul tuo "filosofare». Sono emerse in tutti noi molte perplessità nel dover rispondere a te che vivi in una situazione politica al di fuori della nostra portata di comprensione. Non conosciamo infatti, chiaramente, la vostra realtà politica e sociale; non possiamo sapere con precisione come è vissuta dai protagonisti: da te, dai caboclos e dall'opposizione. Anche il tipo di opposizione politica di cui parli ci è sconosciuta nelle finalità, nei metodi e anche nei contenuti.
A poco a poco però, la prima impressione si è modificata: abbiamo capito che nel tuo discorso c'è tanta serenità; non è
l'angoscia di ciò che può succedere politicamente che ti preoccupa, ma come il tuo progetto di vita sociale e religiosa possa progredire entro questi conflitti e nei limiti della libertà che vi è consentita.
In linea generale emerge dal tuo comportamento la consapevolezza di essere la testimonianza di una esperienza religiosa che ti rende attento a mediare fra la fedeltà a Dio e la problematica concreta della vita delle tue 500 famiglie.
Noi pensiamo che sia giusto invitarti a continuare nel tuo impegno di fedeltà a ciò che hai iniziato anni fa e stai portando avanti tra tante difficoltà, vivendo in prima persona le sofferenze e il travaglio per maturare le scelte operative sulle quali ora puoi contare.
Durante tutta la tua missione ti siamo sempre stati vicini, tu lo sai, e anche ora sapendoti « solo» nella Prelazia noi ti appoggiamo e vorremmo che la nostra amicizia compensasse la tua solitudine in certi momenti (ci ricordiamo di averti promesso di non lasciarti mai solo...). Comunque la tua è sì una lettera di denuncia, ma sentiamo che tu sei abbastanza sereno nell'affrontare le varie situazioni; noi anzi siamo ammirati dai
risultati che riesci ad ottenere con gli avversari (Che anche tu, sulla nostra scia, stai diventando saggio???).
Scorrendo la tua lettera punto per punto noi ci troviamo d'accordo e ci sentiamo in sintonia con te. Condividiamo la convinzione che il potere in genere non dà nulla senza avere una contropartita e che il denaro sarebbe un cappio che restringerebbe sempre più la tua libertà d'azione. Tu devi conservare il tuo spazio di libertà poiché ciò che tu in questo spazio puoi fare è la vita per le tue 500 famiglie.
Qualcuno di noi ha fatto delle considerazioni che ti riferiamo: - Martinelli sostiene che chi è fedele al cristianesimo fa già
delle scelte che condizionano la vita politica; ad esempio il governo dovrà trarre delle conclusioni dal vostro modo di comportarvi. Se voi siete un fiore all'occhiello è perché fate una buona pubblicità; non ti devi però illudere perché in ogni momento vi possono dimenticare o addirittura annullare.
- Caruso teme che dentro di te si risvegli il « guerrigliero» e perciò ti invita alla prudenza (anche se tutti sappiamo che il guerrigliero in te non è mai esistito).
- Qualcun altro ha aggiunto che non hai bisogno di essere corretto ma solo appoggiato. Pensiamo comunque che questi discorsi tra noi siano importanti perché ci fanno riflettere e ci fanno capire anche il valore di ciò che noi abbiamo e non sappiamo apprezzare.

A padre Augusto dai Centpe da Locate Varesino, . 23 ottobre 1982

 

20.

«Il libro di Giobbe ci ha guidato nelle riflessioni verso la nuova speranza»

Mi ha fatto piacere che il don Battista (19) vi accompagna, così vi sentirete meglio, sicuri con una guida esperta e amica. Sento nelle vostre risposte la sua presenza inconfondibile. Mi fa piacere vedere come il nostro piccolo gruppo di ragazzi è un nucleo di gente su cui oggi si può contare. Questa è stata l'educazione della montagna. Noi in montagna abbiamo vissuto, sofferto, contemplato.
Dopo pochi giorni che ero a Locate si è combinata una passeggiata in Grigna, ma si è subito trattato di assalto, con tanto di corda e addirittura col primo ferito (e l'ultimo, grazie al buon Dio). Questo ha innescato in Locate un processo educativo leale, amico. L'esperienza che ne è derivata ha alimentato una fiamma duratura che è passata ai figli e probabilmente non si spegnerà.
Non deve però ridursi a pura contemplazione abbastanza comoda, poco formativa e perciò poco ricca: si devono vivere più esperienze forti, possibilmente di gruppo, poter dire di aver sfidato i limiti del mondo e di se stessi, di essersi misurati, pesati e giudicati al confronto colla madre natura, aver sentito i brividi della paura e battendo alla porta estrema, di aver provato l'umiliazione della sconfitta assieme all'ebbrezza della vittoria.
Così gli occhi e il cuore si riempiono di cose belle, forti, pure. E non si sente il bisogno d'altro, non si sente il vuoto, si
cresce in pienezza: anche i figli devono avere queste possibilità, benché sia duro per un padre che conosce tutti i pericoli, dire al figlio di andare in Medale (20) e discuterne con lui i problemi e comunicarsi le diverse sensazioni. Questo però, creerà un'importante comunione fra le due generazioni: il dialogo su questo punto potrà essere la base per altri dialoghi.
Dopo la vostra lettera abbiamo avuto le elezioni. Qualcosa di allucinante come mai avevo visto in tanti anni. Il governo è stato battuto e abbiamo un uomo dell'opposizione. L'opposizione è pressappoco come il governo: niente ideologia, solo capitalismo, soldi, potere. Speriamo in una certa liberazione politica e poliziesca. Per il resto tutto come prima. C'è il vantaggio che certi brutti ceffi che ci hanno fatto soffrire, non ci saranno più, ma ne verranno altri. Il partito dei lavoratori ha avuto pochissimi voti in tutto il Brasile, evidentemente la lunga dittatura ha atrofizzato le coscienze.
Noi avevamo un nostro candidato, povero, serio, giovane. Era contro tutti ma aveva la vittoria in pugno. Sto parlando di Urucara. Aveva contro una donna, la più forte avversaria con 600 (voti, ndr), l'altro ne aveva 500, l'altro 300 e l'ultimo 80. Il nostro amico ne aveva 900 quindi avrebbe vinto.
Alla sera precedente l'elezione hanno fatto una riunione segreta tutti i partiti contrari al nostro, la donna ha offerto i soldi del Banco agli altri capi partito (che erano già sicuri della sconfitta) perché loro convincessero i loro seguaci a convogliare tutti i voti al suo partito. Risultato: abbiamo perso per 9 voti e i nemici stanno incendiando la città coi fuochi d'artificio.
L'umiliazione è stata bruciante, ma soprattutto è stata una
tristezza nel vedere la corruzione di questi politici ed è aumentata la nostra preoccupazione per il futuro. Hanno promesso di distruggerci, ma io non ci credo. Certo è che io ho sempre perso il voto tutte le volte che ho votato. Pazienza.
Ma lasciamo da parte la politica e parliamo della Scuola e delle colonie. Quest'anno è stato l'anno no in quasi tutti i sensi. Oltre alla politica, anche l'agricoltura è andata male. Abbiamo avuto un'estate di fuoco, con 6 mesi di secca e le piantagioni dell'anno scorso sono morte tutte. Ma ciò che più ci ha distrutto è stato il fuoco.
Voi dovete pensare che prima di fare le colonie, la nostra gente viveva isolata, dispersa nei fiumi e nei laghi. Quando facevano un campo, prima tagliavano la foresta poi la bruciavano, poi seminavano e raccoglievano. L'anno dopo cambiavano posto e facevano lo stesso: il fuoco mai distruggeva piantagioni precedenti, vecchie, e neanche dei vicini, perché tutti erano lontani.
Dopo aver cominciato il lavoro in colonia, sono tutti uno vicino all'altro. Abbattono perciò la foresta e quando la bruciano è facile che il fuoco passi nei campi antichi, pieni di fiori e di frutti. Così è avvenuto quest'anno. Sei mesi di caldo intenso e di vento sferzante. Non si poteva aspettare che cominciassero le piogge per bruciare. Si è bruciato e si è bruciato tutto. L'inesperienza ha causato almeno 20.000.000 di cruzeiros di danni (500 milioni di lire) e ci sono colonie completamente bruciate, è stato distrutto un lavoro di dieci anni.
Voi mi direte che i miei coloni sono un po' stupidi e anch'io vi do un po' di ragione. Li ho sgridati anch'io.
In questo mese di dicembre ho fatto un giro fra le colonie e ho dovuto celebrare il dolore e le lacrime e persino la disperazione e alcune volte la ribellione dei coloni. Nella fede però anche i più colpiti, anche quelli che erano decisi di fuggire, abbandonare, nascondersi, hanno trovato la forza di ricominciare.
Il libro di Giobbe ci ha guidato nelle riflessioni verso la nuova speranza. Così ricominceremo, anzi sono tutti in piedi per ripartire con più esperienza, più umiltà, più fiducia in Dio e un po' meno negli uomini e in se stessi.
Dovrebbero avere fiducia anche in sé, ma in agricoltura, soprattutto in quella primitiva come la nostra, moltissimo vale la forza di resistere e la speranza di riuscire, sicuri che, anche in tempi lunghi e non programmabili, si vincerà.
Se a volte si ha l'impressione esatta di essere servi inutili, altre volte si vede l'importanza di una presenza in mezzo a loro che li aiuti a portare la croce, che magari non è di molto aiuto, ma è un segnale. Loro dicono: « Se questi qui, che sono
stranieri, che potrebbero fuggire dove starebbero meglio e non fuggono, perché noi caboclos dovremmo fuggire? ». E così li aiutiamo a continuare.
Ma c'è un ultimo fatto che sta provando la nostra resistenza.
Quando è stato fondato il CETRU e poi la Scuola, noi abbiamo dovuto metterci in mano ad un contabile di Manaus che ci facesse i conti, guardasse i libri contabili e depositasse i sol-. di nei banchi, le trattenute dei dipendenti, ecc... Noi mandavamo su a lui i soldi tutti i mesi e lui ci dava le ricevute e faceva i versamenti.
La Nella non ha mai sospettato nulla anche perché quest'uomo ci era stato consigliato dai preti (21). Dopo 6 anni abbiamo scoperto in questi giorni che non versava i contributi e ci rubava i soldi fornendo ci ricevute false.
Adesso il Tribunale dei conti vuole che noi del CETRU regolarizziamo tutto e si tratta di diversi milioni. Se si pensa che noi non abbiamo neanche un soldo, che faremo? Dovremmo vendere tutta la Scuola e distruggere così il più bel sogno nato in queste terre amazzoniche?
La Nella sta battendosi con tutte le forze perché non capiti il peggio. Ma l'uomo non si fa trovare. Ci siamo messi nelle mani di un buon avvocato, il quale ci ha detto che la situazione è gravissima, ma che ci dà anche speranza. Ma tutto per ora è incerto. Sarebbe un colpo gravissimo per tutta la nostra gente.
Quanto al resto, dentro il nostro gruppo tutto va bene. Il Giorgio Liverani (22) di Faenza ci ha lasciati da una settimana e sarà insostituibile per il suo esempio di grande lavoratore e di sincerità. Ci rimane il suo fratello Pedro, poi c'è la Nella ed io. Forse una ragazza italiana di Manaus ci aiuterà come insegnante per quest'anno: è molto brava anche se ha solo 16 anni. Come vedete, stavolta non vi sottopongo problemi da risolvere ma solo situazioni pericolose. Spero nella prossima lettera di darvi notizie migliori.

Ai Centpe di Locate Varesino da Manaus, gennaio 1983

 

21.

«Abbiamo pensato di coinvolgere tutto il paese»

Carissimo Don,
appena giunta la tua lettera, abbiamo fatto la riunione e l'abbiamo letta tutti insieme. Sei stato un artista, ci hai fatto sognare col tuo «flash back» e ci siamo ritrovati con te nell'itinerario della nostra crescita, nei ricordi delle nostre scalate, nei momenti più belli e importanti che ci hanno dato una ricchezza da proporre ai nostri figli. In queste commemorazioni peròci siamo accorti che qualcosa di diverso stava in attesa... e, nelle pagine successive è arrivata la « stangata».
Come altre volte, quando ti sei trovato in situazioni gravi, tu ci hai privilegiati della tua fiducia e ci hai coinvolti nelle tue realtà, sicuro della nostra comprensione e come sempre te ne siamo grati.
Ci hai descritto una realtà tremenda, anche se tu non ne parli con angoscia e noi ci siamo sentiti partecipi di tutto ciò che è successo, i tuoi problemi sono diventati i nostri, e non è necessario che tu ci chieda qualcosa perché ci sentiamo impegnati al massimo per darti una mano, per dirti ancora una volta che non ti lasciamo solo. Siamo sempre in cordata... Abbiamo dunque deciso di aiutarti e se non-sarà determinante il nostro aiuto, sarà significativo della nostra partecipazione.
Abbiamo pensato di coinvolgere tutto il paese. Vogliamo anzitutto salvare la Scuola, che non deve finire. Possono finire le colonie forse, ma la Scuola no, perché senza di essa non risorgeranno neppure le colonie. I danni di cui parli, fatti dal fuoco, sono troppo grossi perché possiamo pensare di rimediarvi col nostro aiuto; ci dispiacerebbe sapere che i coloni dopo tutto quel lavoro tornano alla vita di 10 anni fa da cui con te sono riusciti a emergere, per questo pensiamo che tu debba continuare a stimolarli e a dar loro una speranza perché non abbandonino la terra. Ma se non possiamo fare molto per i coloni, tutto il nostro appoggio lo daremo alla Scuola.
Anche degli amici che non ti conoscono si sono subito offerti di partecipare alle nostre iniziative:
1) Il servizio di vasellame è arrivato intatto (miracolo) ed
è stato venduto per un milione di lire.
2) Il gruppo d'appoggio si è autotassato per 10.000 alla settimana per tutte le settimane di quaresima.
3) Con i ragazzi dell'oratorio faremo una raccolta di carta.
4) Tutta la popolazione è stata sensibilizzata perciò le offerte del venerdì di quaresima saranno per la tua Scuola.
5) Avremmo in mente anche uno spettacolo fatto da tutti
i gruppi di Locate, ecc...
È stato proposto a tutti gli amici di vivere in una dimensione religiosa tutta questa vicenda nel periodo quaresimale (ogni mercoledì ci sarà un momento di riflessione e preghiera per te). Se poi tu sarai un po' tranquillo per la Scuola, potrai girare per le colonie (col libro di Giobbe o con un altro libro) aiutando i caboclos a rimanere, a farsi coraggio. Vorremmo che anche loro potessero comprendere che hanno amici in Italia che si preoccupano per loro.
Una cosa da chiarire è la faccenda del ponte radio, alla quale, non capiamo perché non ci hai mai dato risposta. Devi dirci chiaramente se la cosa ti interessa oppure no e perché. Qui a Locate ci sono persone disponibili, appassionati {( radioamatori» che ci chiedono perché non vogliamo che si realizzi questa cosa e noi non sappiamo che cosa rispondere.
Sembra quasi che siamo noi a desiderarla. Noi invece pensiamo che in casi di emergenza può servire, anche se capiamo le difficoltà per realizzare questo. Per il lato economico sembra che si impegnino loro.
Ti lasciamo con un saluto particolarmente sentito da parte
di ciascuno di noi, buona Quaresima e ... occhio al fuoco!!!!!
Il gruppo d'appoggio

A padre Augusto dai Centpe di Locate Varesino, 20 febbraio 1983

 

22.

« La mia Scuola è unica in tutto il Brasile, il governo vuoi portarcela via»

Io sto bene anche se, dopo un lavoro di dieci anni fondando colonie agricole evangeliche (sono 36), ci troviamo al punto di partenza perché l'estate è stata così terribile che mi ha bruciato non solo tutti i raccolti ma anche tutte le piante. Il fuoco (persino autocombustione) ha fatto il resto e tutto è bruciato.
I miei caboclos piangono e mi tocca rianimarli a uno a uno
perché ricomincino da capo. La mia Scuola è molto bella ed è unica nel suo stile in tutto il Brasile. In essa si educano 90 alunni ogni giorno, nell'agricoltura. Insegniamo l'agricoltura pesante agli uomini, e agricoltura leggera, artigianato, economia domestica alle ragazze.
Il governo ci invidia la nostra Scuola .e vuole portarcela via, ma finora siamo riusciti a fermarlo (23).

Alle ragazze del Gruppo missionario di Laorca da Urucará, marzo 1983

23.

«Padre Augusto esercita in modo esemplare il suo ministero sacerdotale»

Padre Augusto sta con noi dal 1975 ed esercita in modo esemplare il suo ministero sacerdotale. Egli si dedica ad organizzare e animare le colonie agricole nella regione di Urucará. Ultimamente, e provvisoriamente, ha assunto l'incarico di direttore della Scuola agricola. La sua vita, come sacerdote e come missionario, è una vita di condivisione con i contadini, che accompagna le loro gioie e i loro dolori, dando loro coraggio e speranza.

Monsignor George Marksell, vescovo di Itacoatiara, 
al Superiore generale del Pime, padre Fedele Giannini,
27 marzo 1983

 

24.

« Questa esperienza ha dato a noi più di quanto possiamo dare a te»

Carissimo don,
oggi è stato per noi un giorno molto bello. Tutta la comunità, non solo i tuoi amici: i Cent Pè e il gruppo d'appoggio (che pure sono stati in prima linea), ma tutta la popolazione si è appropriata della tua situazione, l'ha vissuta ed ha risposto con semplicità ed amicizia. Tutto quanto avevamo programmato si è realizzato e siamo contenti di dirti che il nostro modesto traguardo è stato superato: economicamente i conti tornano, spiritualmente i conti li farà il Padreterno. Facendo il'bilancio conclusivo ci accorgiamo che questa esperienza ha arricchito e ha dato di più a noi di quanto noi possiamo dare a te.
Soprattutto durante la raccolta della carta e del rottame fatta ieri (sabato) e nello spettacolo di oggi, abbiamo visto tanti volti di amici vecchi e nuovi, e volti di persone che non ti conoscono, tutti persuasi che tu per noi e per Locate sei ancora importante. Oggi ad esempio tutti i gruppi da noi interpellati hanno aderito volentieri e con entusiasmo. Era uno spettacolo nello spettacolo quello dell'amicizia che lega tanta gente, tanti gruppi che di solito operano autonomamente e che, superando ogni difficoltà e qualche disagio, hanno dato vita ad uno spettacolo musicale molto brillante.
Dapprima la Banda con le majorettes hanno fatto un giro per richiamare la gente, poi le majorettes si sono esibite nel cortile dell' oratorio.
Entrati nel salone abbiamo proiettato una serie di diapositive scelte tra quelle da te commentate (le famose 115), al termine abbiamo fatto sentire la tua voce. Poi le majorettes si sono esibite come soliste, una dopo l'altra, dalle più piccole alle campionesse d'Italia. Un complessino formato da alcuni componenti della banda ha suonato alcune canzoni popolari.
A questo punto c'è stato l'exploit della Chiara che ha cantato in tuo onore« Un bel dì vedremo» (il fil di fumo) ed «È strano» dalla Traviata. Un gruppo di ragazzini, quasi tutti figli dei Cent Pè, hanno suonato brani di musica d'insieme. Infine il CORO ha concluso lo spettacolo con quattro canti che ascolterai dalla cassetta che mandiamo.
Pe. Luciano, con la lettera, ti porterà il pezzo di ricambio del tornio, la cassetta registrata dello spettacolo, alcune foto, ecc. Venerdì, siamo andati con don Battista a Laorca per le diapositive, abbiamo salutato tuo fratello e la mamma, l'abbiamo trovata molto bene e ci ha fatto molto piacere questo incontro. Speriamo che tu sia sereno, che i problemi si risolvano presto e che la nostra amicizia sia per te un punto d'appoggio.

A padre Augusto dal Gruppo di appoggio di Locate Varesino, 14 aprile 1983

25.

« Grandissima crisi nella Scuola perché la Nella se ne va»

Lo so bene che dovrei scrivere di più, raccontare di più, sono pigro anch'io, ma mi sembra anche che l'intesa fra noi non si indebolisce senza le lettere e perciò tiro avanti in questa certezza.
Però c'è anche un'altra cosa. lo ti tengo, anzi vi tengo tutte
di riserva per le cose più grosse; le altre cose, notizie e ciacole - varie, le saprete indirettamente da altri.
In questi tempi sono stato tentato di scriverti diverse volte, per una grandissima crisi sorta qui alla Scuola perché la Nella ha deciso di andarsene e lascerebbe la Scuola in un momento delicatissimo. lo ho chiesto a lei se voleva che ci appellassimo alle preghiere di Sassuolo ma lei non mi ha risposto. Adesso approfitto di scriverti anche per questo: questo 83 è un anno fondamentale per la Scuola e per me.
La Nella se ne va, forse si sposerà, noi rimaniamo senza la persona più valida (24). La sostituisce una ragazza ammalata. Non so se ce la farà. Aspettiamo che tornino i nostri studenti dal sud Brasile per prendere in mano la direzione. Il Vescovo non vuole lasciarmi fino a quel tempo.
Io d'altronde senza la Nella mi sento le forze più che dimezzate. Tuttavia sono contento per lei che segue una vera vocazione, che sia chiamata da Dio.
Ho bisogno di forza, mi sento molto debole e qualche volta questa debolezza anche morale mi lascia un po' disperato. Non
mollo il Signore, ma forse non merito più di quel tanto che mi dà.
Se voi tutte mi aiutate un po', fino almeno alla fine dell'anno, vi sarei molto grato. Poi mi ritirerò ancora un tempo nella mia foresta a rincorrere gli ideali e le scimmie. Ma di questo ne riparleremo.

Alla sorella Annamaria e alle Carmelitane di Sassuolo da Urucará, 19 maggio 1983

 

26.

«Il mio cuore si sta rammollendo: ci ho fatto su una caragnata»

Carissimi ragazzi,
con questo nome voglio chiamare tutta Locate, anche i vecchi, le nonne, se potessi anche i morti del cimitero, almeno quelli che ho conosciuto. E poi i gloriosi ragazzi del periodo 53-62, anche se sono un po' lontani fra loro, un po' dispersi nelle vicinanze geografiche e nelle lontananze ideologiche. Infine quelli che ragazzi ancora lo sono, i figli e i nipoti. Siete tutta la mia famiglia, lo sento, e sento che siete meno soli adesso, perché c'è un amico comune, il don Battista. Lui sarà il vero don di Locate, perché ha cuore, un cuore che si commuove. È col cuore che si fa molta strada.
Dopo parecchi giorni da quando vi ho spedito l'alò telegrafico, riesco finalmente ad ascoltare il vostro nastro magnetico. Non so se è perché sto diventando vecchio, o se il cuore si sta rammollendo, ma ci ho fatto su una caragnata: la voce del Ghit, di Lucia, del don Battista, di quel predicatore che non sono riuscito a riconoscere, il battimani di tutta la gente che mi sembrava il batticuore di tutta Locate: cercavo di immaginare in sala i volti rugosi, gli occhi lucidi, i sorrisi, tutto, tutto.
Persino la Chiara che in Italia mi faceva ridere con i suoi gorgheggi, adesso è riuscita a commuovermi. L'Augusto e la Monica e chi ancora? la Marinella? non so, mi dice la Nella che suonano certi oggetti fatti da loro, ma che bravi, orca l'oca!
Oltre che commosso sono anche molto confuso, perché mi pare ci sia tanta sproporzione fra il mio piccolo richiamo e la vostra immensa risposta. E poi sono stato sorpreso perché io non intendevo scatenare una reazione nucleare di così vaste proporzioni. La mia lettera era solo uno sfogo di un momento amaro, il momento della scoperta del Giuda: sei qui a servire un popolo, e scopri che uno di loro, quello dei soldi, è il traditore e non faceva del male a me, ma al suo popolo. La gente però ha compreso.
I soldi ricevuti ci sono serviti per pagare le multe e ne sono avanzati anche per comprare due macchine di falegnameria, una sega e una pialla. Quanto al debito, la Nella, che ha deciso di rientrare in Italia dopo 10 anni di missione, sta sempre a Manaus dando la caccia al ladro. Entro giugno dobbiamo pagare una quota importante e se il ladro non paga, i vostri soldi salveranno la Scuola. Se paga, la Nella vi riporterà indietro i soldi. O no?
In tutto l'inverno (il famoso, pesante inverno amazzonico) abbiamo contato 7 giorni di pioggia e ormai siamo entrati senza più speranza nella nuova estate. I nostri coloni non hanno più
un soldo, non un frutto, anche il pesce scarseggia. Eppure non si lamentano. Mangiano una volta al giorno, tirano avanti non so come.
Noi del CETRU stiamo punzecchiando il governo perché dichiari la nostra «zona di calamità pubblica». Ai primi di luglio faremo un viaggio tutti insieme a Manaus per fare le nostre rivendicazioni.
Il 26 giugno chiuderemo l'anno scolastico. Quasi nessuno
ha desistito degli alunni. Il nuovo anno si presenta con molti interrogativi. In questi giorni hanno chiuso in Manaus una scuola come la nostra «Regina degli Apostoli», perché il governo non aiuta... e noi ci aiuterà? Il governo è nuovo, vedremo... anche le vostre preghiere coi bimbi prima di dormire dovranno ricordare al buon Dio che dia più cuore al Governatore dell' Amazonas che si chiama Gilberto Mestrinho.
Come vedete questa lettera è un po' meno triste, perciò meno filosofica e più narrativa: segno che il vostro aiuto, la vostra presenza, l'amicizia profonda, hanno fatto centro. Per merito vostro, la speranza rinasce in un gruppo di amici lontani. I miei alunni vi ringraziano. I dirigenti del Centro, i genitori, gli orientatori, mi incaricano di manifestarvi la loro gratitudine: sono gente di poche parole, ma si capisce quando _si sentono liberati da un incubo. In questi giorni sono tutti contenti.
Quanto al ponte radio sinceramente non ci abbiamo ancora pensato seriamente perché ai miei tempi era una cosa complicata e vivo ancora di quella impressione. Il telefono mi pare funzioni meglio, ma è molto caro, questo è vero. Il fatto poi che è solo a Manaus che si può trovare qualche radioamatore ci complica un po'. Per questo io vi dico: aspettate la Nella che vi spiegherà ogni cosa e caso mai realizzeremo nella seconda metà dell'anno.
Amici, Cent Pè, Locate tutto, don Battista: mi sento più bene adesso, dopo questa prova: la corda ha tenuto, la cordata ha funzionato.
Io mi sento stanco di fare il direttore della Scuola. Voglio tornare alle foreste, i miei cabocli mi chiamano, voglio rincorrere di nuovo scimmie e ideali, se no muoio. Anche per questo pregate insieme, per il mio piccolo spirito inquieto, quando vi trovate. Ne ho molto bisogno. Ne riparleremo.

A tutti gli amici di Locate Varesino dal Paratucú, 19 maggio 1983

 

27.

« Il coro canterà la canzone della Madonna delle formiche»

Carissimo don,
siamo contenti di essere riusciti a darti una mano per risolvere una situazione che ci aveva preoccupati. Forse è la sola cosa che sappiamo fare: aiutarti economicamente qualche volta. Questa è la cosa più facile e gratificante: giunge una tua lettera e ci ringrazi; noi siamo sollevati. Ma ci manca il resto... L'aiuto più importante, la preghiera, il sentirci solidali con te, il cacciarcela per i tuoi problemi, che sono poi i problemi veri di tutti... forse lo sappiamo fare meno bene. Come sempre si tratta di vedere ciò che è importante e ciò che è solamente immediato... fai tu.
In questo nostro rapporto ci accorgiamo che la tua amicizia ci fa compiere un cammino, in cui però tu sei sempre un passo avanti a noi, sei sempre tu che «tiri» questa cordata che è ancora in parete.
Non ti preoccupare se ti sembra di averci sollecitato più di quanto tu pensassi. La tua lettera era molto chiara sulla situazione e la nostra risposta è stata spontanea: forse nemmeno noi immaginavamo che ci fosse tanta prontezza e partecipazione da parte, non solo nostra, ma di tutti quanti. Ti ricordi quando ci dicevi: «Fatelo solo se voi avete bisogno di farlo»... Si vede che ne abbiamo un gran bisogno. Per noi comunque è stato molto bello.
Ora speriamo che il «Giuda» non si impicchi, almeno prima di aver restituito quanto aveva defraudato. In ogni caso non rimandarci i soldi eh?
Domenica, 3 luglio, ci sarà la festa degli oratori e sai che
cosa faremo? Riporteremo al suo posto la Madonna delle formiche25. È un'idea che da tempo avevano i Cent Pè e don Battista le ha dato corpo. Una fiaccolata partirà dai boschi e giungerà poi in oratorio. Il coro canterà la canzone della «Madonna delle formiche», la ricordi?.. La Madonna delle formiche tornerà ad essere un punto di ritrovo e di preghiera per i ragazzi e per gli adulti. Ti manderemo le foto.

A padre Augusto dai Centpe di Locate Varesino, 28 giugno 1983

 

28

«La storia del ladro continua a preoccuparci»

Carissimi ragazzi,
come andiamo? State tutti bene? giovani e vecchi? Come va
il morale? e il coraggio di vivere? Domande che faccio più a me che a voi. Purtroppo la N ella ci è scappata e ha lasciato un vuoto incolmabile. Stiamo tentando di tappare il buco, ma di Nella ce n'è una sola e ci vogliono molte persone per sostituirla solo un po'. Gli ultimi regali che ci ha lasciato sono molto belli, cioè una bella casa a 2 piani per i coloni, che trovano ospitalità quando vengono in città, ammalati o per i loro affari. E un vivaio tecnicamente avanzato per la riproduzione del guaraná. Però ci manca, oltre la sua presenza amministrativa e artistica, la sua peculiare capacità, quella medica, in cui veramente nessuno la sostituisce. Soprattutto alla Scuola siamo un po' nei pasticci.
Abbiamo richiamato una ex alunna molto brava da Manaus,
la Lucia, ma sta ancora studiando e ci servirà solo a metà. A dicembre ritornerà anche il Pedroca, formato in tecnica agricola, e a lui darò subito la direzione della Scuola: ma anche qui si dovrà aspettare perché si faccia le ossa.
È invece arrivato fra noi un ragazzo di 24 anni, svizzero (Bellinzona) biologo e C.L. È un atleta, è buono, ha buona volontà, solo che è come un orologio svizzero, troppo preciso, dovrà perciò adattarsi ad una realtà così elastica come la nostra e non sarà facile. Però lo considero come una grazia del buon Dio. Lui ha una morosa (fidanzata, ndr) e io ho ripetuto a lui lo stesso discorso che avevo fatto 15 anni fa al Giorgio Campoleoni, di farla venire qui e sposarsi e seguire la Scuola. Si ripeterà la bella storia di Giorgio e Myriam? Pregate il Signore che così sia. È un fatto che Lui non ci lascia anche se tutti se ne vanno.
La Scuola: il vecchio governo che ci conosceva bene è caduto, il nuovo non ci conosce ancora e non ci vuoI dare i soldi per riaprire la Scuola.
Tutti i ragazzi sono matricolati e pronti nelle loro case nell'interno, aspettando un segnale per cominciare. Avremmo dovuto cominciare in agosto come sempre, ma fino ad oggi, 15 settembre, niente da fare. lo sono qui a Manaus da quasi un mese e non vado a casa finché non mi danno i soldi. I miei orientatori sono giù alla Scuola, senza ricevere un centesimo da due mesi, mantenendosi con la produzione che fanno, ma il mercato di Urucará è debole e soprattutto siamo in regime di carestia e la gente compra il puro necessario per non morire di fame.
Stiamo esportando qualcosa per Manaus, ma il trasporto non fa competitivi i nostri prezzi. Le banche fanno prestiti con l'interesse del 98 % e i poveri non possono assolutamente usarne.
La nostra Scuola, pur senza alunni, è sempre visitata dai governanti nuovi, che stanno conoscendola e apprezzandola. Ma siccome non è del governo non la vogliono aiutare. Mi pare che vogliono obbligarci a consegnarla nelle loro mani, allora sì, i soldi ci sarebbero subito.
In questi giorni sto battendo a tutte le porte e siamo a questo assurdo: tutti mi invitano a fondare altre Scuole nello Stato, mi danno i soldi che voglio, dicono che la mia Scuola deve essere il modello di tutte... ma deve restare là, come un museo, senza funzionare. lo non mi muovo: solo vi aiuterò se fate funzionare la mia. Il figlio del governatore ci ha visitati (lui è comunista sfegatato) ed è stato entusiasta. Pare che abbia parlato al padre e domani mi riceveranno, è un giorno importante per me.
Invece la storia del ladro continua a preoccuparci. La Nella ha portato avanti la cosa finché ha potuto, poi si sono scoperte altre cose molto sporche e il tribunale ha aperto un processo contro di me. Mi occorrevano altri 2 milioni di cruzeiros (4.000.000 di lire) per pagare subito l'INPS, infelicemente non avevo più i vostri soldi perché col resto avevo comprato due macchine di falegnameria. Avrei dovuto vendere ancora le macchine. Invece il Signore ha guardato giù e alcune persone amiche mi hanno lasciato un milione e mezzo, così riuscirò a pagare il debito e spero che il tribunale sospenda il processo.
Tutte queste gabole le ho messe in mano alla Neuza, la nostra professora che ha sostituito la N ella nell' amministrazione. Lei si dice sicura di mettere a posto tutto prima di dicembre: tutti i giorni ne scopre una nuova, è come un detective.
Speriamo di poter consegnare al Pedroca una Scuola pulita. Nel frattempo sono sceso a patti con l'avvocato ladrone e, visto che lui cercava di fuggire, l'ho inchiodato con otto cambiali, una al mese. La prima me l'ha pagata oggi, speriamo che me le paghi tutte. La storia è così: alcuni mi consigliavano di fargli il processo, ma io non ho i capitali per fare il processo (che potrebbe durare 10 anni!) e neanche il tempo per seguirlo. Allora sono andato da lui e gli ho detto: « lo non ti faccio nessun processo, però tu invece di tre milioni, mi dai due milioni e uno
lo pago io, in suffragio alle anime dei benefattori defunti». Lui, sentendo parlare di defunti, si è spaventato e mi ha firmato le cambiali. Così ho sistemato le cose, però c'è tutta una regolarizzazione burocratica che mi darà ancora filo da torcere.
La mia salute sempre buona, sebbene qui a Manaus sono condannato a vivere col raffreddore per via dei condizionamenti d'aria: entri in un ufficio fa freddo, vai fuori fa caldo, e così via. Invece sto guarendo da una beccata di un animale di fiume (arraia) che mi ha forato un piede più di un mese fa e mi ha fatto un grosso buco.
Eccovi tutto il riassunto della mia vita di questi ultimi tempi. La mano di Dio ci conduce dove vuole Lui, anche senza che ce ne accorgiamo: a noi resta di lasciarci condurre, cercando di capire. Ma non capiremo mai niente, almeno io. Per me tutto è mistero, io per primo.

Ai Centpe di Locate Varesino da Manaus, 16 settembre 1983

 

29.

«Auguriamo che il ladro diventi il buon ladrone»

Carissimo don,
come va la tentazione di andare per scimmie? Guarda che l'età, almeno quella fisica, non è più quella che permette di sognare.
Ora la Scuola è importante e tu sei l'unico che la può sostenere, con un doppio compito: non solo fare il direttore, ma anche il Prete...
Comprendiamo molto bene che andare e venire per gli uffici, passare i giorni tra le scartoffie non è il tuo ruolo, non ti esalta, non ti gratifica, però devi pensare che anche per tutti quelli che lo hanno fatto prima di te era la parte più ingrata. Perciò accettalo come un compito che in questo momento ti viene affidato da « Qualcuno" e appena puoi... passa a qualcun altro.
Ti auguriamo regolare scadenza delle cambiali delladrone, così diventerà un « buon ladrone».

A padre Angusto dai Centpe di Locate Varesino, 30 ottobre 1983

 

30.

« Il nuovo progetto: costruire un villaggio, 
dentro la Scuola, per gli orientatori che si sposano»

Carissimi fratelli,
che emozione sentire la voce di alcuni di voi al telefono! è stato un bel regalo che mi avete fatto, e io mi sono preso il permesso e la sfacciataggine di farvi pagare la telefonata!
Non riesco più a capire alcune cose della vita e del mondo. Sento la presenza del buon Dio, mi aggrappo a Lui nelle mie notti oscure, ma mi sfugge il significato del mondo. Questo mondo dovrebbe essere diverso, io dovrei essere diverso. Non capisco, il mio Dio non mi spiega, mi lascia all'oscuro e in questa oscurità a volte mi vengono pensieri brutti.
Sento tutta la vostra amicizia e mi domando se non è troppa, se è meritata, se non è meglio che mi lasciate perdere... pensieri di vecchio bacucco. A volte le vostre lettere mi fanno persino sentir male.
Il don Battista mi dice di pregare prima di agire ed ha ragione. Lo devo ascoltare. Infatti la mia vita sta per cambiare. Sta per arrivare il nuovo direttore e prenderà in mano la Scuola. È vero non lo potrò lasciare solo perché è un ragazzo giovane e potrebbe spaventarsi. La Scuola va bene, ma l'amministrazione è ancora precaria con la scomparsa della Nella. Adesso aspettiamo rinforzi dalla Svizzera, ma questa soluzione non mi piace molto. Comunque Iddio saprà scrivere diritto anche sulle righe storte.
Le colonie: alcune stanno risorgendo bene dalla stangata della secca e del fuoco. Abbiamo fatto le assemblee di fine anno, sono andate bene. Però ci sono colonie che hanno bisogno di essere spronate. La mia presenza riuscirà a fare miracoli?
La mia anima ha comunque bisogno di un po' di riposo e di solitudine. Non andrò per scimmie, per me quello è solo un
mezzo per sopravvivere, non un fine in cui adagiare le mie voglie avventurose. Senza dubbio nelle colonie incontrerò più pace, lo spero. Pace, pace, per un incontro nuovo e definitivo con il mio Dio.
Ho ricevuto i soldi, vi ringrazio e vi spiego quindi il nuovo progetto: si tratta di costruire un villaggio, qui dentro la Scuola, per gli orientatori che si sposano.
Quest'anno il matrimonio dell'Edinéia col Sodomar ci ha colti di sorpresa, per cui ci sono sfuggiti e sono andati ad abitare in città (Urucará, ndr). Sono troppo lontani, quando piove non vengono perché le strade sono impossibili e così la nostra comunità ha incominciato a sfaldarsi. Allora mi è venuta l'idea del villaggio. L'ho lanciata, ne sono rimasti entusiasti e se sorgerà, anche loro due torneranno indietro. Forse all'inizio dell'anno venturo ci sarà un nuovo matrimonio e così via,
ormai sono tutti nell'età giusta. L'unica obiezione sono i soldi, perché quest'anno, con le varie bastonate, siamo andati in crisi. Allora ho pensato di passare il progetto a voi.
Si tratterebbe di partire subito con una prima casa in legno, con due stanzette e un cucinino. Poi ci sarà il gabinetto fuori, dovremo scavare un pozzo per l'acqua e acquistare un trasformatore per la luce elettrica (passa l'alta tensione solo). Queste due spese ultime serviranno per tutte le case anche degli anni successivi.
La spesa credo si aggirerà, vista l'inflazione, sui 4 milioni di cruzeiros, circa 8 milioni di lire per casa. I soldi che mi avete mandato mi permettono di cominciare i lavori. Vedete voi se nel corso dell'anno sarà possibile raccogliere il resto. Pensate, programmate e dite mi se posso cominciare.
Vi penserò molto in quest'anno, nei miei momenti solitari che spero di avere. Pregherò per ognuno di voi, per i vostri bambini e per il don Battista. Un pensiero particolare va alla Nella in questi giorni. Ho saputo che si è sposata col Bené. Me ne aveva parlato già l'anno scorso e io ne ero rimasto felice, benché sapessi che ciò significava perderla per sempre.
Sono contento e ringrazio Iddio di avermi concesso il suo aiuto e la sua presenza per tutti questi anni. Senza di lei
avrei fatto ben poco. Questi anni saranno stati per lei una esperienza molto utile che mai potrà dimenticare. Che il Signore la. benedica e le dia molta pace e molto amore. Se l'è meritato.

Ai Centpe di Locate Varesino da Manaus, 16 gennaio 1984

31.

« Caro don, devi accettarti come sei, con i tuoi limiti e la tua età, 
apprezzando ciò che di buono c'è in te»

Caro vecchio Don, 
La tua lettera non ci ha sorpresi, con tutti quei pensieri...
conosciamo bene la situazione e per questo ti abbiamo telefonato. Sapevamo che questo periodo poteva essere pesante per te e abbiamo chiamato perché ti siamo amici.
Cerchiamo di capirci bene quando diciamo che ti siamo amici. Gli amici non possono misurare i sentimenti, non devono guardare a chi ama di più, non devono pensare che in certi momenti possono anche lasciarsi perdere. Che amicizia sarebbe? Non accettiamo questi tuoi discorsi. Riguarda le nostre foto, e poi pensa se le tue parole hanno qualche significato per noi. Sta tranquillo, noi siamo più duri di te e non molleremo mai la nostra cordata. E se tu sparirai un po' nella nebbia noi ti chiameremo (al telefono).
Non sei sbagliato tu, non è sbagliato forse neanche il mondo, soltanto, caro don, devi accettarti come sei, con i tuoi limiti, la tua età e... cercare di apprezzare tutto ciò che di bello e di buono e di importante c'è in te, ed è molto, credi, noi che ti conosciamo lo sappiamo bene.
Forse anche il mondo ti apparirà più giusto quando accetterai che tutto possa girare in senso inverso a quello che tu avevi previsto. Ti diciamo questo perché queste cose capitano anche a tutti noi. Quante volte abbiamo fatto progetti per noi e per i nostri figli e poi la vita (Dio?) li ha cambiati? Ma per quanto le esperienze sembrino negative, poi a lungo termine rivelano spesso dei lati buoni che non avremmo immaginato.
Bisogna avere la speranza basata sul fatto che noi abbiamo fatto il possibile e ciò che sapevamo fare e poi... Tu hai fatto tanto per tutti, per i caboclos, per noi e anche per te. Non c'è ragione di sentirsi male. Tu ogni tanto hai bisogno di solitudine, e noi ti auguriamo di trovarne, di trovare tempi e luoghi per il tuo desiderio di pace, perché sappiamo che dopo riprenderai la vita con nuova carica ed entusiasmo e di amore.
Abbiamo fatto la riunione e abbiamo letto la tua lettera; come avevamo pensato, tutti si sono detti d'accordo di cominciare il progetto per la casa della Edinéia e degli altri che si sposeranno. Non ti assicuriamo che i soldi ti arriveranno tutti, nel limite del possibile ci impegneremo per far presto.
Pensiamo che supererai meglio il momento difficile se avrai anche dei progetti da realizzare e in questi ci sentirai concretamente al tuo fianco. Don Battista ha proposto di celebrare una S. Messa per te e per tutti i missionari nella chiesa di S. Agostino il primo lunedì di tutti i mesi (almeno fino a maggio). Studieremo anche qualche iniziativa di ordine economico da fare in parrocchia.

A padre Augusto dai Centpe di Locate Varesino, febbraio 1984

 

32.

«Ho capito che avete capito che sono in crisi»

Rispondere alle vostre lettere è sempre un problema, perché mi impediscono di giocare, chiamano in causa tutto me stesso e vogliono risposte «responsabili». Vorrei anche non rispondere a qualcuna, non perché non abbia niente da dire, neanche perché abbia paura e neppure perché non le capisco.
Le capisco benissimo! Ma sono così esatte, centrate e belle che io non posso leggerle e buttarle là.
Nell'ultima vostra ho capito che avete capito che sono in crisi. A volte ve lo nascondo, ma poi voi lo indovinate. Ebbene l'anno dell'83 è stato l'anno della grande crisi, come, per me, tutti gli anni che finiscono in 3. Ma se ero tentato di credere che 1'83 fosse il più nero della mia vita, invece, adesso che si allontana sempre più, lo benedirò, lo amo, se non è il più bello è almeno un anno fra i più importanti. E adesso che sono venuto fuori, vedo che ormai sto prendendo decisioni Decisioni
ancora no. Infatti sono nel buio completo, non capisco più la vita, il mondo, il comportamento umano e neanche quello divino.
Quel Dio che pensavo di conoscere così bene me ne ha fatte di così grosse che non lo capisco più. E allora non lo prego neanche più. Non vorrei scandalizzarvi. La mia fede ora è senza preghiera, ma è fede. Solo aspetto. E in fondo sono tranquillo. Aspetto la manifestazione di qualche segno, ma adesso sono vaccinato, non chiederò più che sia una verità, ma lo accetterò come uno scherzo. Dio vuole scherzare con me, come mi avete detto anche voi, che alle volte fa tutto al contrario e bisogna accettarlo.
In fondo, se prevedo tutto come uno scherzo, alla fine la vita diventa un gioco e non ci sono delusioni troppo amare. Nello scherzo si accetta di essere scherzati, giocati da altri, dribblati.
Sono troppo difficile? Voi vorreste che vi scoprissi tutta la mia anima, ma lasciatemela ancora un po'... Chissà un giorno... e poi questo stato mi porta fortuna. Infatti qui a Urucará alla Scuola stiamo andando a gonfie vele. Le piogge che stanno restaurando il paesaggio sono abbondanti. Il Pedroca è tornato dal sud dove ha studiato più anni e mi sembra ben preparato, umile ma con idee in testa. Ora lui è il responsabile e deve crescere e io diminuire.
Il governo nuovo, dopo le prime diffidenze, ora ci ha preso in grande simpatia e ci visita spesso. Ieri è stato qui il governatore e ho approfittato per chiedergli un pezzo di terra attiguo alla scuola dove c'era la segheria. Sono 14 ettari con una
casa incominciata a gradi e grandi capannoni. Era un sogno per noi e mai avremmo pensato di poterlo realizzare. Il governatore l'ha comprato all'istante, per 7 milioni di cruzeiros (circa 14 milioni di lire)... Il ginnasio, con questa terra, è realizzabile.
In questi 8 anni abbiamo elevato il livello dei nostri figli fino alle elementari. Più di 600 ragazzi sono passati di qua e fra qualche anno avremo finito il nostro compito. Allora si deve tentare un' altra elevazione: il ginnasio.
Certo ci vogliono più uomini e più preparazione, ma l'entusiasmo c'è e il governo ci ha promesso aiuto. Questo governatore è più positivo degli altri. Pensate che sta facendo le strade per tutte le colonie, anche le più lontane, e in ogni piccola comunità ha collocato il telefono via satellite (con tutto il mondo) e vuole elettrificare e dare acqua potabile a tutti. Questo è buono e noi, benché sempre in posizione critica, stiamo vedendo di buon occhio.
Il problema dell'amministratore l'abbiamo risolto. Il nostro primo professore che ha insegnato 2 anni alla Scuola è un paolista che si è sposato qui, è contabile (ragioniere) e ha accettato di fare il nostro amministratore. È un'ottima persona, cristiano e onesto (due cose che non sempre stanno insieme)... per cui siamo tranquilli.
La Neuza, volontaria del sud, ci ha lasciato, due orientatori sono andati a studiare lontano, la Chiara (di Rancio, ndr), che ci ha fatto preziosa compagnia per 6 mesi, pure se ne è andata, l'Adalgisa nostra cuciniera da sempre, pure se ne è andata. Tutti se ne sono andati piangendo, segno che la famiglia è buona.
E io? Faccio una settimana dentro e una fuori. I miei 54 anni per ora non li sento. L'altra settimana ho scoperto nuove inviolate terre, i caboclos sono rimasti a bocca aperta e abbiamo battezzato nuovi fiumi e nuove foreste. Le scimmie hanno di nuovo tremato di paura. Ho deciso di aspettare una risposta dalla foresta. Non ho marcato una data precisa, ma ho deciso di sparare l'ultima cartuccia, cambierò vita. Ho ancora 472 cartucce. Quanto dureranno?

Ai Centpe di Locate da Urucará, lettera senza data, ricevuta il 24 aprile 1984

 

33.

«La vita è un gioco, ma bisogna rispettarne tutte le regole»

Carissimo don,
l'ultima tua lettera l'abbiamo letta un po' in ritardo per un disguido tra noi, tuo fratello e la Chiara, ma finalmente l'abbiamo ricevuta per posta il 24 aprile.
A prima vista sembra una lettera serena e diversa dalle ultime, però c'è qualcosa che evidentemente rivela il tuo stato d'animo non certo brillante. Noi non vogliamo scoprire i tuoi misteriosi pensieri e non vogliamo accaparrarci la tua anima, ma tu sei così trasparente, credi, che non facciamo nessuna fatica a capire quello che ti accade e così non possiamo fare a meno di condividere i passaggi della tua vita.
Qualcosa comunque ora ci sfugge. C'è un po' di amarezza quando dici che Dio scherza con te? E come si spiega una fede senza preghiera? Non ci avevi promesso di seguire il consiglio di don Battista cioè di «pregare" prima di agire? Non prendiamo troppo sul serio la cosa; però sappiamo che sei tu che scherzi, a volte, e non Dio.
La vita, caro Don, è certamente un gioco che però dobbiamo giocare fino in fondo rispettando tutte le regole, cioè accettandone tutti i momenti, gustandoli soffrendo, divertendoci piangendo e ridendo ricordandoci, però, che è una cosa seria.
Tutto questo per dirti che anche in questo momento vorremmo esserti vicino perché non è certamente uno dei più felici anche se tu cerchi di riderci sopra. Sicuramente tu riuscirai, come sempre, a trovare le soluzioni migliori ai tuoi problemi, e noi non ti diamo consigli, questa volta, siamo sicuri che supererai benissimo anche questa prova.
Il 2 maggio è venuta da noi la Chiara, ci siamo trovati in sede per una bella chiacchierata, finalmente con una persona che capiva le nostre domande e ci rispondeva nel linguaggio che noi desideriamo.
Siamo rimasti entusiasti di questa ragazzina così semplice che si è inserita così bene da voi, superando tutti i problemi che certamente ha avuto, e si è subito trovata bene anche con noi. Le abbiamo chiesto conferma di tutte le cose che tu racconti (governatore, telefono, ecc.) e abbiamo soddisfatto le nostre curiosità. Ci ha raccontato tante cose, le tue scoperte di nuove terre (anche quando da buon Cristoforo Colombo ti sei ritrovato al punto di partenza).
La Chiara ha ridimensionato un po' i nostri timori riguardo alle decisioni che non possiamo immaginare. Certamente queste dipenderanno anche dai tuoi superiori e speriamo che pur essendo importanti siano secondo i tuoi desideri.
Noi in ogni caso ti seguiremo da lontano, come abbiamo fatto finora. Ci rendiamo conto che alle volte ti talloniamo e forse siamo invadenti, ma questa è per noi amicizia, e siamo sicuri che anche tu lo desideri.
Ti salutiamo e ti auguriamo tante cose belle e importanti, pregheremo il buon Dio di... farti pregare perché il dialogo riprenda. Non vogliamo farti la predica; è vero che noi ci occupiamo sempre della tua anima, ma noi siamo in troppi per affidarti la nostra, sarebbe bello, ma non te la caveresti più.

A padre Augusto dai Centpe di Locate Varesino, 10 giugno 1984

 

34.

«Solo Dio non diventa mai vecchio, ha il segreto dell'eterna gioventù»

Io sto bene: dopo momenti di spaghetto (paura, ndr) finalmente il governo si è deciso a darci i soldi per il funzionamento del 9° anno di scuola. Abbiamo dovuto rinunciare a molti ragazzi perché i posti sono limitati: 90 in tutto.
L'anno scorso è stato il più brutto dal punto di vista degli alunni: su 90, più della metà non sono stati promossi e anche moralmente è stata un'annata pessima. Quest'anno mi sembrano migliori. Il nuovo direttore Pedroca è molto bravo e prudente. Fra un mese arriverà il secondo studente già diplomato (26) che gli sarà di grande aiuto. In febbraio ne partiranno altri due e così a poco a poco ci sarà la sostituzione. Credo che tuttavia ci sarà sempre bisogno di qualche tecnico di fuori, magari di Locate, che dia una mano e soprattutto confronti le idee. È dall'incontro delle culture che sorgono le nuove civiltà.
Quest'anno il raccolto del guarana è stato molto buono. Quelli che gridano alla teologia della liberazione e non riescono a migliorare le condizioni del popolo, dovrebbero inventare qualche cosa anche loro per aiutare concretamente la gente. È vero, il governo deve fare la sua parte, ma molto possiamo fare anche da soli senza creare molte dipendenze.
Pensate che una sola colonia ha realizzato più di 200 milioni di lire! E ha dovuto chiamare molta gente da vicino e da lontano per aiutare a raccogliere, sfamando un'intera regione. Adesso potrebbero fare a meno anche delle banche. Certo i soldi sono un'arma a doppio taglio e potrebbero essere una maledizione, ma per chi li usa bene sono una benedizione.
Mi chiederete che cosa sto facendo adesso. Niente, si sento un servo perfettamente inutile. Diventare inutili è un'arte ma ancora più arte credo sia esser capace di restare inutili, senza pretendere di fare ancora dei piani per ostacolare quelli degli altri. Vorrei che la mia vita fosse un sogno dopo l'altro. Finora è stato così, quale sarà il prossimo?
Mi chiederete se già sto sognando e io vi dirò di sì, ma è come un sogno nella nebbia, prima che sorga il sole. Lasciate che sorga il sole, ci si vedrà più chiaro. È certo che non si può morire senza aver tentato le pareti più grandi. Almeno tentarle sicuri di non arrivare in cima, ma sarebbe già tanto morirci
su, su queste pareti!...
Il don è vecchio... pensate voi, sta farneticando... lo credo che solo il diavolo è vecchio e chi si mette con lui diventa subito vecchio, perde la gioventù e la voglia di vivere.
Solo il vecchio Dio non diventa mai vecchio, perché per Lui il tempo non passa e ha il segreto dell'eterna gioventù.

Ai Centpe di Locate Varesino da Urucará, lettera senza data, estate 1984

 

35.

«Salutami tanto il Superiore e digli che mi aspetti in Italia»

Infelicemente il mio calendario era già riempito da tempo e tutte le comunità mi aspettano per fare l'inaugurazione del nuovo anno proprio in quei giorni di fine settembre e inizio di ottobre. Mi rincresce perché sarei venuto volentieri a Parintins, in canoa magari.
Oggi stesso comincio il mio giro che finirà il 3 ottobre, toccando due colonie al giorno.
Salutami tanto il Superiore e digli che mi aspetti in Italia dove farò un ampio relatorio (relazione, ndr) di questi 12 anni.
Sono reduce di una remata solitaria di 4 giorni in cui sono
arrivato fino a Silves, altro che Parintins.

Al padre Armando Rizza, Superiore regionale
del Pime in Amazonas, da Urucani, senza data, settembre 1984

 

36.

« Prima di morire voglio tentare il VII grado, sicuro che non ce la farò»

Già dieci anni fa ne avevo parlato al Pirovano e pare che la storia si ripeta: come avevo chiesto al Schuster di lasciarmi andare in missione e lui non mi lasciò, così il Pirovano.
Adesso col nuovo Superiore ho rifatto la richiesta (27), lui non mi detto di no, sebbene è chiaro che preferirebbe che io rimanessi del PIME, perché dice che sono il missionario più forte che ha trovato in Amazzonia.
Comunque ha accettato il mio piano: l'anno venturo, verso la fine, finisce il mio contratto col vescovo di Itacoatiara. Verrò a casa passando però in alcuni posti dell' America latina per vedere qualche monastero. A Recife so che ce n'è uno. Il mio Vescovo (28), col quale ho parlato, vorrebbe che io entrassi in qualche gruppo impegnato per la «liberazione», cioè quei religiosi che lottano contro il potere politico qui in Brasile, oppure nei fratelli di De Foucauld. Ma io non mi sento di assumere una responsabilità di lotta politica.
Voglio tentare, prima di morire, la grande parete, il VII grado (29), sicuro che non ce la farò, perché su questa parete ci si muore, nessuno arriva in cima in questa vita. Voglio fermarmi, voglio capire di più, anche se non tutto. Questo benedetto Dio... questo misterioso io... questo mondo problema...
Mi ha fatto piacere che tu mi abbia ricordato come io ti avevo già espresso questo desiderio molti anni fa. Infatti mai si è spento in me e credo sia ora di realizzarlo, in quanto non sono ancora vecchio (30).
Il Superiore mi ha parlato dei trappisti di Grottaferrata. Certo li visiterò. Tu mi parli di Camaldoli, e chi resisterebbe all'incanto di Camaldoli? L'ho sempre avuto nel cuore. Ma la notizia che mi è apparsa una grazia di Dio è quella che tu mi hai mandato: i Cistercensi di Grenoble lavorano i campi e forse verranno in Brasile. Infatti io sono di nazionalità brasileiro e non potrei vivere senza un lavoro pesante nei campi.
A questo punto io ti pregherei di aiutarmi. Non solo con la preghiera, ma anche interessandoti presso quei monaci, contando la mia storia e vedendo se c'è qualche possibilità che mi accettino. La prova di un anno è indispensabile.

Alla sorella Annamaria da Urucará, 10 ottobre 1984

 

37.

«D'accordo col Vescovo, nel giugno 1985 sono libero»

Ho ricevuto la tua lettera. Il mio contratto con la Prelazia di Itacoatiara termina nel 1985 e il Dom Jorge mi ha chiesto di restare fino alla fine dell'anno. Gli ho risposto che desidererei terminare il mio contratto a fine maggio. Lui ha concordato, perciò in giugno sarò libero per viaggiare (31).

A padre Armando Rizza da Urucara, senza data, fine 1984

 

38.

« Che bellezza poter avere così a lungo i nostri vecchi»

Carissima mamma Angioletta (32),
quando vado nelle mie comunità faccio sempre ridere e arrabbiare le mie vecchiette perché, incontrandole ancora dico loro: «Ma come? non sei ancora morta? quando aspetti a morire?» e loro ridono.
Così, quando ricevo qualche tuo scritto dico la stessa cosa: «Ma come, mamma Angioletta non è ancora morta?».
Che bellezza poter avere così a lungo i nostri vecchi, voi, nostre mamme, vicino a noi! Ci sembra di essere ancora bambini, di essere protetti, rimproverati con dolcezza e quindi più sicuri di non sbagliare.
Ti mando perciò queste mie umili parole di «bagai mal tra insem» (33) per dirti che ti voglio bene e che ti penso e che ti voglio risentire e rileggere ancora per molto tempo.
Salutami sempre gli amici, in primo luogo il Monsignore.
Sto pregando anche per lui, che faccia più giudizio di me.
Mandami la tua benedizione e di' una preghiera al mio povero papà, tu che gli sei così vicina di casa (34).

A mamma Angioletta da Parintins, senza data, 1984

 

39.

« Quest'anno è decisivo per la mia vita»

Ieri abbiamo fatto un altro matrimonio. Ormai sono molti i matrimoni fatti e anche i battesimi, qui alla scuola. Quando ho ideato (non fatto, perché l'hanno fatta gli altri) questa Scuola, mai avrei pensato che avrebbe creato tanti incontri, tante amicizie, tanti amori, non ultimo quello della Nella che desidero vedere felice quando tornerò.
Così, benché si diventa vecchi, non ci si sente stanchi. Si vedono i frutti, anche questi molto umani e così reali, delle nuove famiglie, dei figli.
Nella mia attesa continuate a pregare per me, perché sento che quest' anno è decisivo per la mia vita. Sto preparando il cuore adagio adagio. Non so quando partir~, non so quando arriverò. Dite alla zia Lena di continuare a pregare per me. E anche al don Battista, di far pregare. Mi dimenticavo, grazie dei soldi.

Ai Centpe di Locate Varesino da Urucará, senza data, inizio 1985

 

40.

«Non so né come né dove andrò. Ma ci arriverò»

Carissimi Cent Pè,
eccomi alla fine della mia missione.
Sono andato di comunità in comunità per il commiato finale ed è avvenuto quello che si racconta negli Atti degli Apostoli al capitolo 20. Abbiamo pianto perché sentivamo che ci lasciavamo per sempre. Sono pronto. Fra qualche giorno partirò. Non so né come, né dove andrò. Ci metterò forse un po' di tempo, ma ci arriverò. Aspettatemi, non temete per me, aiutatemi con le vostre preghiere.
Vi ringrazio per tutto quello che avete fatto per me in questi anni. Anche grazie a voi, la mia gente ha fatto dei progressi. La Scuola è bella. In questi giorni di giugno comincia la primavera e la scuola si è vestita a nuovo, è più bella che mai, quasi per rendermi più acuto il distacco. Ho realizzato con l'aiuto del buon Dio e di molti amici qualcosa che ho sognato. E la realtà si avvicina molto al sogno.
C'è ancora molto da fare, specialmente nel campo umano. Gli uomini sono i più duri a cambiare. Per questo se c'è qualcuno di voi pronto a darmi il cambio, sarà benvenuto fra la mia gente.
Purtroppo anche quello svizzero che c'era qui ad aiutarmi, ha dovuto andare a casa molto prima del programmato e la Chiara se ne andrà lei pure a settembre. Così non ci sarà più nessun straniero e forse è un po' presto perché il personale formato è ancora poco: 3 uomini e una donna. Altri 3 uomini e una donna stanno studiando ma arriveranno solo fra qualche anno.
Non mi resta che raccomandare al buon Dio tutto questo e io stesso. Certo Lui ci ama e non ci abbandona. Ma ripeto, se qualcuno è pronto a partire, il campo è aperto.
Quanto a me il mio futuro è molto incerto e credo durissimo. Ho bisogno di un tempo di riflessione e certo me lo prenderò.

Ai Centpe di Locate Varesino da Urucará, senza data, arrivata il 24 giugno 1985

 

41.

« Discendere il Rio Amazonas in canoa, tutto solo, 
senza l'aiuto di nessuno se non del remo e di Dio»

Vi scrivo da Macapà dove sono arrivato ieri, in condizioni fisiche e spirituali splendide35. Il morale è alle stelle perché ho fatto il cammino che tanto desideravo. Da qualche tempo il mio spirito era un po' oppresso da tanti pensieri negativi, frustrazioni sul passato e ombre lunghe sul futuro.
In 15 giorni tutto si è dissipato e mi pare che un nuovo sole è nato sui miei 55 anni. Mi sento forte e felice, pronto a ricominciare a vivere, anzi mi pare che finalmente ho trovato la mia vera vita. Come il buon Dio mi ha accompagnato in questi ultimi tempi, spero vorrà condurmi avanti ancora, perché mi pare che le cose più belle della vita non le ho ancora cominciate e adesso so quello che devo fare e cercherò di farlo con tutte le mie forze.
Come già saprete, ho fatto il colpo grosso di discendere il Rio Amazonas in canoa, tutto solo, senza l'aiuto di nessuno se non del remo e di Dio. Da tempo covavo in me questa decisione e san riuscito a non dirla a nessuno. Alla vigilia della partenza i ragazzi mi rompono il mio remo tricolore. Ne compro rapidamente un altro e lo dipingo prima di notte e lo secco all'ultimo sole. Poi scrivo le mie ultime volontà e l'addio alla Scuola da lasciare fuori dalla porta del direttore.
Lo zaino pronto: non porto con me che il passaporto, qualche soldo e 2 paia di calzoni, tre di camicie, niente mutande, uno straccio (asciugamano, ndr), un terçado (coltellaccio, ndr), un foglio di plastica per difendere il tutto dalla pioggia e un cappello di paglia. Porto qualche arancia e qualche banana per il giorno dopo. Vado a dormire dopo tutti come al solito.
Dormo qualche ora e alle 3 del mattino spingo allargo la mia canoa che scende adagio, adagio. Non ho premura, non voglio fuggire, non ho records da battere, ho tutto il tempo che voglio e in questo momento vorrei che non passasse tanto in fretta. Ah! Scuola bonita, creatura del mio cuore, dove ho sudato e sognato per tanti anni, mi sembri un brillante con le
tue luci nuove... L'acqua scorre negli occhi, vado giù voltato all'indietro perché tu non mi scompaia all'improvviso inghiottita dalla scura foresta, voglio vederti morire adagio, adagio. Sono queste le prime lacrime di sangue?
Quando scompare l'ultima luce scoppio in singhiozzi, mi giro e prendo il remo con rabbia, adesso voglio fuggire, dimenticare, tagliare del tutto... per rinascere col sole nuovo.
Invece del sole viene un feroce temporale che mi obbliga a spingere la canoa nella foresta allagata e mi fa perdere quasi tre ore, sferzato da una pioggia fredda (io nudo, senza mutande!). Sono sceso per tutto il fiume fino alla fine, in 15 giorni e 5 ore, passando pericoli che a pensarci adesso mi si rizzano i capelli e in una solitudine che mi faceva morire, soprattutto nelle lunghe notti.
È stata un'impresa himalaiana, dovevo arrivare a 55 anni per compierla. I primi giorni usavo lo stile alpino, rapido, ma ho visto che non avrei resistito. Remavo fino a 22 ore di fila, cosa che non avevo fatto nei bei 20 anni. A volte mi son sentito stanco, ma neanche troppo. Le braccia forti, il cuore più forte ancora, non ho sofferto niente se non in quelle parti: ah! le mie mutande!
La mia fede si è rafforzata, la mia vocazione pure, ora mi
manca solo di continuare. Non arriverò subito, devo vedere ancora qualcosa dentro e fuori di me, ma aspettatemi, arriverò.
Domani sera partirò da Macapá per Belém in barco. C'è qui una nave inglese che mi ha offerto il passaggio gratis. Pregate ancora per me perché il buon Dio mi aiuti a realizzare quello che mi ha suggerito durante questo viaggio. lo non mi dimentico di nessuno di voi.
Sempre un Cent Pè vs don

Ai Centpe di Locate Varesino da Macapa, lettera senza data, spedita da Macapa il 16 luglio 1985

 

42.

«Abbiamo fatto la rivoluzione, non con Marx ma con il Vangelo»

L'immagine dell'agricoltura non è positiva per un giovane dell' Amazzonia, indio o caboclo che sia. I padri hanno lottato per avere la terra, ma ai figli la terra non interessa, vogliono andare in città. Quando i padri vedono che ai giovani la terra non interessa, anche a loro cascano le braccia e le «colonie» agricole rischiano di fermarsi.
Una sera, nel 1976, mentre scendo il fiume su un battello, e le zanzare non mi fanno dormire, mi viene un'idea: dobbiamo fare una Scuola agricola e presentare l'agricoltura non come un lavoro da schiavi, ma come una scienza, come la medicina o l'elettronica; forse piacerà anche ai giovani.
Il Vescovo di Itacoatiara mi ha dato 10 ettari di terreno, poco fuori della città (di Urucará). Lì ci siamo messi a costruire un'aula e un dormitorio di paglia, perché bisognava ospitare i ragazzi che venivano da ogni parte della foresta.
Con tre volontari laici italiani, Nella, Miryam e Giorgio (questi ultimi marito e moglie) ho iniziato la Scuola. È stato un successo anche perché abbiamo scelto un metodo particolare: 15 giorni a scuola e 15 giorni a casa. Abbiamo capito che se avessimo preso i ragazzi dalle foreste sottraendoli alle loro amicizie, agli affetti, alle loro feste e sistema di vita, essi non sarebbero più ritornati in foresta.
Perciò ogni anno, io e Giorgio risalivamo il fiume con un battello, andavamo di casa in casa a chiedere se qualche ragazzo o ragazza desiderava studiare, vedevamo la casa, la famiglia, l'ambiente, cosicché sapevamo come meglio capire i ragazzi.
Così ogni anno portavamo alla Scuola 45 alunni e 45 alunne; si fermavano a Scuola 15 giorni e poi tornavano a casa, per ritornare a scuola 15 giorni dopo.
Il primo anno facevano le elementari. La mattina studiavano portoghese, scienze, matematica, storia: al pomeriggio uscivano nei campi per far pratica di agricoltura. Nei 15 giorni trascorsi a casa cercavano di mettere in pratica quello che avevano imparato. Si portavano via sementi, piantine, arnesi o qualche animale ed iniziavano i loro esperimenti. Nel frattempo, mentre i ragazzi erano a casa loro, veniva il turno delle ragazze. La Scuola è diventata un successo mai visto in Amazzonia. Anche il governo lo sa, viene spesso a visitarci ed ha una certa invidia: ci domandano persino a che ora si va a letto la sera e che cosa si mangia... Vorrebbero proprio copiare questa Scuola.
Il governatore mi chiede: «Ma perché a voi riesce ed a noi no?». Rispondo: «Voi avete funzionari o missionari?». Perché la questione è tutta qui: i funzionari cercano alti salari, i missionari qualcosa d'altro.
Gli alunni migliori li mandavo a studiare altrove e sono tornati tecnici agricoli, professoresse, infermiere; alcuni, sposatisi, hanno costruito la loro casetta sul terreno della scuola e lavorano lì. Anche il direttore della Scuola, oggi, è uno di loro, perché Giorgio e Myriam, con quattro figli, sono tornati in Italia già nell'80.
La Scuola ha fissato l'indio e il caboclo nelle sue comunità d'origine. Essere agricoltore è diventato uno «status» ambito; le ragazze non desiderano più sposare uno di città, perché essere agricoltori significa avere la terra e un futuro, una sicurezza.
Oggi noi stranieri siamo tutti partiti. L'ultimo a venir via sono stato io nel 1985. Ma la crescita delle colonie agricole continua: se ne fondano sempre di nuove. Da dodici anni fa, quando abbiamo iniziato la nostra Scuola, ad oggi, la zona è profondamente cambiata. Le case non sono più di paglia, ma quasi tutte almeno di legno; i bambini sono più puliti, meglio vestiti e istruiti; abbiamo costruite strade, per cui i trasporti sono migliorati; la salute, l'alimentazione, l'istruzione hanno fatto tutte un gran progresso.
A volte ho degli scrupoli per la loro fede: sono cresciuti, magari hanno più soldi, ma la loro fede sarà aumentata? Ho sempre presente anche il lato religioso; nella scuola, per esempio, ogni mattino dalle 5.30 alle 6.30 c'è «l'ora di Dio». Tutti gli alunni se la ricordano. Anche nelle colonie agricole, prima di partire per il lavoro si leggeva e si commentava il Vangelo. Non
abbiamo fatto la nostra rivoluzione con Marx in mano, ma con il Vangelo. E questo lavoro a partire dal Vangelo, dà una speranza più solida e duratura che le nuove piantagioni stesse.
Non era difficile ricordare ad un popolo già religioso per natura, che la vita vera è più lunga di qualche stagione economicamente andata bene. Anche per me, senza l'avventura di questo mondo finisce per essere meno bella e senza senso. Il lavoro di missionario mi ha davvero riempito la vita e non la cambierei con nessun altro anche con i suoi errori.
La mia fede è poca cosa, ma dura: non riuscirei a vivere senza di essa.

P. Augusto Gianola
Articolo pubblicato in I.M., gennaio 1990,
 
ma riferisce fatti precedenti al 1985

 

* Dalla lettera al Ghit di Locate Varesino, 10 febbraio 1979.
[1] La scuola è attualmente chiusa per mancanza di fondi e finanziaria è impensabile, perché occorrono circa 300 milioni di lire l'anno. Il Governo federale e la Prefettura di Urucara sono in trattative per la sua riapertura. Gli aiuti dall'Italia (gruppo d'appoggio di Locate Varesino e l'Associazione «Se fossi Indio» di Lecco) sono in questo momento finalizzati al sostegno delle colonie per la commercializzazione, attraverso il Mercato Equo e Solidale, dei loro prodotti agricoli (guaraná, castagna del Para, ecc.) e artigianali (vasi di terracotta e amache).
[2] In genere bisogna dire che le lettere ai Centpe di Locate Varesino sono quelle che più arricchiscono l'epistolario di padre Augusto e il suo diario, nel senso che introducono temi nuovi o poco trattati in altri scritti.
[3] Ad Urucará non si fermavano i piroscafi di linea che congiungono le più importanti città amazzoniche, viaggiando soprattutto di notte, per arrivare a Manaus il mattino. Per andare da Urucará a Manaus, bisognava mettersi in canoa sulla sponda del Rio delle Amazzoni e quando da lontano si vedeva arrivare il grande battello, si facevano segnalazioni con la lanterna. Il battello accostava verso riva, rallentava, la canoa a remi si avvicinava e il passeggero era imbarcato! Questo capitava alle due o tre di notte...
[4] I genitori celebravano quel giorno le nozze d'oro (50 anni di matrimonio).
[5] Don Pigi Bernareggi, sacerdote milanese di C. L. missionario in Brasile.
[6] Si riferisce al discorso di Giovanni Paolo II per l'annuale «Giornata della Pace» del 1° gennaio 1979, probabilmente letto su qualche giornale o rivista (o sentito alla Radio Vaticana). Il tema di quell' anno era: «Per giungere alla pace, educare alla pace», anche ritornando ad una vita più semplice, meno artificiale.
[7] Non usano le malizie e cautele comuni nei paesi evoluti perché non nascano bambini.
[8] L'anno seguente, 1980, Augusto aveva programmato di fare il secondo viaggio di vacanza in Italia, come aveva promesso a suo padre. Vi rimarrà pochi mesi nella primavera-estate 1980.
[9] Nel 1980 padre Gianola viene per pochi mesi in vacanza in Italia. Nel marzo 1980, in una conversazione nella sua parrocchia di Laorca gli pongono questa domanda: «Questa nostra società progredita e complicata ci distoglie dalla verità e quindi anche dalla libertà. Tu che vieni da un altro mondo puoi dirci se la vostra cultura è migliore, se porta alla verità, alla libertà e quindi alla gioia di vivere? ». Ecco la sua risposta (che continua il discorso della lettera precedente) registrata e trascritta nel bollettino parrocchiale.
[10] Questa lettera è scritta ai genitori dopo la vacanza in Italia, mentre ritorna ad Urucara.
[11] Ringrazia le Carmelitane per le preghiere perché « il miracolo è avvenuto», ma non dice quale. Con tutta probabilità, come risulta dalle pagine del diario, si trattava del «miracolo» di liberarlo da qualche affetto femminile. Infatti poco più avanti in questa lettera dice che « il mio cuore è tornato libero e perciò posso continuare in serenità il mio lavoro. Altrimenti avrei dovuto andarmene». Così padre Gianola combatteva le tentazioni contro il celibato sacerdotale: fuggendo. Tutta la sua vita è stata una fuga! (si veda P. Gheddo, Dio viene sul fiume, EMI, Bologna 1994, pp. 174-182).
[12] Augusto aveva preso la nazionalità brasiliana.
[13] Dal 1980 padre Gianola dirige la Scuola agricola di Urucara, quando Giorgio e Myriam, con tre figli da educare, sono ritornati in Italia.
[14] La Conferenza episcopale brasiliana (Cnbb) ha fondato nel 1975 la «Pastorale della Terra »: il suo obiettivo è di essere la presenza della Chiesa fra i contadini e di appoggiare alle organizzazioni popolari nelle campagne, per tutti i problemi che riguardano l'agricoltura (si veda il volume P. Gheddo, Missione Amazzonia. 150 anni del Pime sul Rio delle Amazzoni (1918-1998), EMI, Bologna 1997, capitolo VI). Padre Augusto partecipa ad un corso organizzato dalla Cnbb a Manaus.
[15] Ad Urucará, come anche a Parintins, il «problema della terra» non si pone (o si pone in modo meno drammatico che altrove) in quanto le due prelazie, fin dalla fine degli anni sessanta hanno organizzato l'occupazione delle terre da parte di caboclos e indios, facendone riconoscere dallo Stato la proprietà alle comunità rurali. Quando alla metà degli anni settanta, con le strade transamazzoniche, è scoppiata la corsa alle terre in Amazzonia, in queste regioni le terre migliori erano già proprietà di comunità riconosciute e protette dallo stato. (Per la situazione a Parintins si veda Gheddo, Missione Amazzonia, cit., capitoli XIV, XV, XVI).
[16] Papà Daniele è morto il 25 settembre 1981. Augusto gli scrive immaginandoselo come ancora vivo.
[17] Per le difficoltà della posta: molte lettere vanno perse, altre arrivano con mesi di ritardo. In tutte le lettere di Augusto e in quelle dei Centpe c'è questo lamento per le poste brasiliane e italiane, che rendono difficile il dialogo a distanza.
[18] I missionari canadesi della prelazia di Itacoatiara, come già detto, seguivano le teorie rivoluzionarie della «Teologia della liberazione» (o meglio, di certe correnti della Teologia della liberazione inquinata da un'analisi e prassi marxisteggianti per cambiare la realtà): il governo (la dittatura militare) è il nemico da abbattere, quindi nessun compromesso, nessun accordo è possibile, solo la lotta. Padre Gianola invece manteneva sempre la porta aperta al dialogo, all'accordo, per il bene dei caboclos. «E il nostro modo di fare rivoluzione - scrive. - ... In questo senso la lotta di classe non l'accettiamo».
[19] Don Battista Legramandi, dal 1981 parroco di Locate Varesino.
[20] La parete rocciosa di Medale sovrasta la città di Lecco.
[21] Commovente l'ingenuità della Nella e di Augusto, che si fidavano ciecamente di un contabile, perché «raccomandato dai preti»!
[22] Futuro marito di Nella Castiglioni.
[23] Fratel Francesco Galliani, missionario a Parintins, mi ha raccontato questo episodio (si veda Gheddo, Missione Amazzonia, cit., cap. XIV): «Una volta ero ad Urucará con l'Augusto e il Governatore di Manaus è venuto a visitare le colonie. Ho sentito che diceva a quelli che lo accompagnavano: "Viene un padre dall'Italia, fissa la gente sul terreno, fa la Scuola agricola, convince le famiglie a spostarsi nell'interno, insegna ai giovani l'agricoltura, educa ragazzi e ragazze... Noi abbiamo Manaus che scoppia di gente che viene dall'interno e non siamo capaci di farla restare nei suoi villaggi". Io ero lì vicino e ho detto: "Scusi, ma perché non fate anche voi queste colonie e scuole agricole? Date a questi caboclos la proprietà della terra, l'assistenza sanitaria, la scuola, i trasporti, l'assistenza tecnica per coltivare la terra ed essi vi seguiranno". Il Governatore mi ha guardato ed ha mormorato: "Non è facile, non è facile..."».
[24] Nella e Pier Giorgio Liverani partono da Urucará nell'agosto 1983: vanno in Italia per sposarsi il 7 gennaio 1984.
[25] Costante Canavesi di Locate Varesino, ricordando i tempi in cui don Augusto era viceparroco al suo paese, racconta: «Nel pomeriggio, due o tre volte la settimana, noi ragazzi ci si recava nei boschi e si giocava a bandiera divisi in due squadre. Un giorno nel bosco trovammo un grande castagno con uno strano buco a mezzo tronco. Tantissime grosse formiche andavano su e giù portando il cibo al formicaio. E siccome alla sera, prima di tornare, recitavamo una preghiera, pensammo di posare in quel buco una statuina della "Madonna delle formiche" e don Augusto compose una canzone di cui ricordo ancora il ritornello:
«Madonnina delle formiche,
i tuoi bimbi vengono a Te;
dalle ostili schiere nemiche
Tu li difendi e li porti ai tuoi piè».
[26] I migliori alunni, quando avevano finito gli studi ad Urucará, venivano mandati da padre Augusto nel sud Brasile, a San Paolo, per continuare gli studi.
[27] Dall'ottobre 1983 il nuovo Superiore generale del Pime (fino al 1989) è padre Fernando Galbiati, missionario ad Hong Kong.
[28] Il vescovo di Itacoatiara è monsignor Jorge (Giorgio) Marksell, canadese.
[29] Le scalate alpinistiche sono catalogate dal I al VI grado, secondo le difficoltà che presentano. Augusto immagina che la scalata alla santità sia il VII grado di difficoltà!
[30] Esaurito il lavoro delle colonie agricole e della Scuola di Urucará (1976-1985), Augusto riprende la via dell'isolamento, del monastero, della foresta.
[31] Il 28 giugno 1985 padre Augusto parte da Manaus in canoa per la seconda vacanza in Italia.
[32] «Mamma Angioletta», morta a 97 anni, era la mamma di monsignor Antonio Barone della diocesi di Milano.
[33] Dialetto lecchese: «ragazzo mal messo, sballato». 
[34] Mamma Angioletta abitava vicino al cimitero.
[35] Augusto scrive da Macapá dov'è arrivato dopo 15 giorni di canoa a remo da Urucará (1400 km, 138 ore effettive di remo), lungo il Rio delle Amazzoni. Il viaggio, che prosegue poi a piedi da Belém a Recife e poi da Lisbona a Lourdes, è da ivi ampiamente descritto nel diario (cfr. Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., pp. 183-199).