PICCOLI GRANDI LIBRI  AUGUSTO GIANOLA
IN MISSIONE PER CERCARE DIO

Lettere dal Brasile

A cura di Piero Gheddo

EDIZIONI SAN PAOLO 1998

Prefazione, di Sergio Zavoli
Introduzione, di Piero Gheddo

I. Da prete diocesano a missionario in Amazzonia (1951-1963)

II. La «luna di miele» della vita missionaria ( 1963-1966)

III. La parrocchia San Giuseppe operaio nello stile povero dei caboclos (1967-1973)

IV. Un anno di preghiera e di avventure in foresta (1974)

V. Una nuova avventura: le colonie agricole sulle «terre alte» (1975-1976)

VI. La rivoluzione tra i caboclos dell' Amazzonia, non con Marx ma con il Vangelo (1977-1984)

VII. 1400 chilometri in canoa sul Rio delle Amazzoni e il monastero dei cistercensi (1985-1986)

VIII. L'avventura finale in foresta: Augusto contento perché lebbroso! (1987-1990)

Cronologia di padre Augusto Gianola

VII

1400 CHILOMETRI IN CANOA SUL RIO DELLE AMAZZONI 
E IL MONASTERO DEI CISTERCENSI 

( 1985-1986)

« Questo tuo figlio non sembra soddisfatto di nulla,
è sempre alla ricerca di qualcosa
che non ha ancora trovato» *

Nel giugno-luglio 1985 l'avventura più pazza di Augusto (aveva 55 anni!), di cui nelle lettere non c'è traccia: scende il Rio delle Amazzoni in canoa, da Urucará fino a Macapá, per 1400 chilometri. 15 giorni di viaggio, circa 138 ore effettive di remo, in media poco meno di 10 ore al giorno passate remando! Considerando i pericoli del Rio-Mar (fiume mare), come lo chiamano gli indios, che nel diario Augusto descrive ampiamente (isole galleggianti, vortici e cascatelle che possono capovolgere o inghiottire una fragile canoa, molteplicità dei bracci del Rio con possibilità di perdersi, animali pericolosi nella corrente), questa impresa appare davvero pazzesca, da Guinnes dei primati! Un 'altra delle sfide contro se stesso e la sua debolezza umana, che sono il tessuto della vita di Augusto(1).
Quando è in Italia (30 agosto
1985 - 6 febbraio 1986) padre Gianoia giunge alla decisione di ritornare ad un periodo di isolamento per proseguire la sua «ricerca di Dio», iniziata più di dieci anni prima nelle foreste amazzoniche (1974). Visita alcuni monasteri benedettini in Italia e in Francia, ma sceglie di tornare in Brasile, dove viene accettato come novizio al monastero cistercense2 di Jequitibá, nello Stato di Bahia (a Recife, nel viaggio di ritorno in Italia, aveva già avuto contatti con i Cistercensi in Brasile ed aveva saputo di questo monastero-fattoria a Jequitibá).
All'inizio di questa esperienza, come spesso gli succede, è contentissimo, scrive lettere entusiastiche, dice che tutto va bene ed è a un passo dal risolvere i suoi problemi. Poi, poco dopo, incomincia a sentire nostalgia del Paratucú e dell'Amazzonia: il
18 agosto 1986 abbandona Jequitibá e, con un viaggio avventuroso di nove giorni con mezzi pubblici e a piedi, si ritrova nel Paratucú.
Volendo notare i punti di maggior interesse nelle lettere di questo periodo, si possono rilevare alcuni testi significativi:
« Lo so che a questo punto quasi più nessuno riuscirà a comprendermi. Tutti avranno qualcosa da dire, e non in bene. I giudizi saranno pesanti» (lettera alla sorella Annamaria e alle Carmelitane di Sassuolo del 18 agosto 1986). Dopo aver tanto fatto per andare in un monastero, ne esce dopo nemmeno sei mesi di permanenza: Augusto capisce che è un comportamento strano, che pochi sono disposti a capire ed a perdonargli. Quando scrive: «Ritengo il Pime l'Istituto missionario più meraviglioso del mondo» (lettera al Superiore generale del 28 dicembre 1985) non esagera! In parecchie lettere tenta di giustificarsi, con non molto successo, secondo il comune sentire: capisce che qualunque altro Istituto gli avrebbe dato uno o due anni di esclaustrazione, poi l'avrebbe espulso...
La frase che riassume con più forza la sua situazione e la decisione di abbandonare il monastero cistercense è quella che scrive a Pinuccia e alle Suore dell'Assunzione
(18 agosto 1986): « La ricerca dell 'Assoluto mi tormenterà tutta la vita». Dal diario questo risulta con chiarezza: a Jequitibd si sentiva in pericolo e non aveva stimoli sufficienti - così almeno pensava lui! - per progredire nella via della santità...
Alla mamma scrive (20 agosto
1986): «L'unico motivo per cui mi metto ancora a cercare è la fede. Voglio saperne qualcosa di più, voglio camminare in essa di più, vorrei vivere solo di fede. Non per questo mi sento un santo, anzi mi porto dietro tutti i miei peccati per esserne perdonato, sicuro della misericordia del buon Dio».
E al suo padre spirituale, padre Armando Rizza, dichiara (ottobre
1986): « Ho un solo desiderio, amare il mio Signore con tutto il mio cuore. .. La nostalgia del mio amore giovanile per Dio mi tormenta e vorrei sentire, incontrare Dio prima di morire anche se so che è una pretesa assurda, soprattutto per uno come me pieno di peccati. Forse non riuscirò mai, ma il tentativo di questa vetta mi sembra degno di essere tentato» .
Padre Rizza però gli aveva scritto (senza ottenere risposta) chiedendogli « un po' di umiltà e di carità» (9 settembre 1986): «Non esigiamo da te che, per realizzare i tuoi progetti, abbia ad attendere le approvazioni - più o meno canoniche - del Consiglio Regionale o della Direzione Generale: crediamo di essere abbastanza intelligenti per non nutrire certe illusioni3! Però sappiamo che ci tieni ad essere del PIME e che ancora ti consideri membro della Regione PIME dell'Amazonas. Perciò ci sentiamo in diritto (fraterno) di aspettarci un po' di umiltà e di carità da te: quel pochino sufficiente per essere informati».
Alla sorella Annamaria e alle Carmelitane di Sassuolo
(18 agosto, 1986): «Ho visto che qui nel mondo ci si appoggia a molte cose che non sono Dio, sono speranze appoggiate nei soldi, nella gente, nelle forze del progresso e nella curiosità terrena. A me piacerebbe invece fare l' esperienza di una fede totale, che dipende solo da Dio e basta. Lo so che con la mia piccola fede iniziale è un assurdo, una presunzione temeraria, una tentazione di Dio, una pretesa pazzesca, un 'imprudenza dal punto di vista umano, forse un inganno diabolico o un infantile ricerca di me stesso e di avventure di uno spirito inquieto, immaturo, incerto e orgoglioso. Ma devo anche dire con sincerità che in mezzo a tutte queste tensioni negative io scopro anche un vero sincero desiderio di incontrarmi col mio Infinito e Misterioso Amore, che da sempre mi perseguita e mi vuole tutto per sé».
Questo capitolo si apre e si chiude con due lettere che sono riconoscimenti positivi per la presenza di padre Augusto: prima il vescovo di Itacoatiara ringrazia
(25 giugno 1985) per quel che egli ha fatto nella sua diocesi ed esalta la sua fedeltà e gli esempi dati; poi l'abate del Monastero cistercense di Jequitibá, scrive: «Noi abbiamo nostalgia di lui perché l'abbiamo tutti apprezzato. Ci ha dato un ottimo esempio di carità fraterna e di pietà personale (...). Se egli ritornasse qui, per noi sarebbe sempre una gioia» (5 ottobre 1986).

 

1.

«È partito come era arrivato, solo, in una piccola canoa, 
viaggiando lungo il Rio delle Amazzoni»

Padre Augusto ci ha lasciati così, seminando tanta nostalgia. La gente delle ({ colonie» sentirà la sua assenza e anche noi la sentiremo. Dalla fine del 1974 padre Augusto, col suo stile molto singolare, ha accompagnato da vicino i coloni e le comunità dell'area di Urucará. Navigava con la canoa, entrava in foresta, lavorava con gli agricoltori. Infine, condivideva la loro vita e loro condividevano la vita con Augusto. Animava la fede del popolo nel suo duro cammino. Sognava con loro, il che è proprio di un profeta. Sentiva le frustrazioni e a volte gli scoraggiamenti ed anche questo è proprio di un profeta. Ma fu fedele.
Non sempre concordava con l'una o l'altra linea di «azione pastorale» della Prelazia (4) e questo era un suo diritto. Ma fu
fedele. Non sempre la gente concordava con lui i suoi piani, i suoi progetti, i suoi sogni, e questo è un diritto della gente: ma egli sempre ascoltava, discuteva, accoglieva suggerimenti e opinioni. Ed è stato fedele.
Questa fedeltà di Augusto è ciò che ha segnato la sua presenza qui tra noi. In unione con tutti quelli che hanno conosciuto Augusto, rendo grazie a Dio per tutto quello che Egli ha fatto per mezzo di questo nostro fratello. Ringrazio anche i suoi compagni, particolarmente i Superiori del Pime, per aver permesso al missionario Augusto di fare questo cammino con noi.
Nella notte in cui egli ha lasciato la Prelazia, là in Urucurituba, durante l'Assemblea del popolo, ho visto lacrime negli occhi di Augusto. È stato un momento di emozione. Più tardi, in quella stessa notte, ci siamo riuniti, padri, suore e agenti laici, salutando Augusto nella celebrazione dell'Eucarestia. Il giorno seguente è partito allo stesso modo in cui era arrivato, solo, in una piccola canoa, viaggiando lungo il Rio delle Amazzoni. Resta il ricordo di un uomo di fede, un cuore grande che ama Dio e i prediletti di Dio, i poveri».

Lettera del 25 giugno 1985 di monsignor Jorge Marksell,
vescovo di Itacoatiara, a padre Armando Rizza, 

Superiore regionale del Pime a Manaus

 

2.

« Ritengo il Pime l'Istituto missionario più meraviglioso del mondo»

Carissimo padre Galbiati, Superiore Generale del PIME,
come d'accordo le scrivo per chiederle di lasciarmi fare un'esperienza di un anno nel Monastero cistercense di Jequitibá nello stato di Bahia (Brasile), per un periodo di riposo spirituale e in vista di un chiarimento del mio cammino futuro.
Le prometto che se capirò che non è il mio posto, non mi fermerò là un giorno in più e correrò a casa, cioè al PIME che ritengo l'Istituto missionario più meraviglioso del mondo (5).
Intanto la ringrazio dal profondo del cuore per aver compreso questo suo figlio un po' matto. Suo Pe. Augusto Gianola

A padre Fernando Galbiati, Superiore generale del Pime, 
con copia a padre Armando Rizza, Superiore a Manaus, 

da Laorca, 28 dicembre 1985

3.

« Credo che la tua intenzione sia genuina e che tale desiderio venga dallo Spirito»

Carissimo P. Gianola,
in seguito alla tua richiesta di poter passare un anno particolare di meditazione e di preghiera in un monastero ho cercato di capire le tue motivazioni. Credo che la tua intenzione sia genuina e che tale desiderio venga dallo Spirito. Abbiamo trattato in Consiglio del tuo progetto nei suoi dettagli e la conclusione unanime è stata favorevole a concederti quanto domandavi.
Ti comunico quindi ufficialmente che hai il mio consenso per questa tua esperienza di vita che ti porterà più intimamente e profondamente vicino al Signore. Non ho dubbi che se la compirai nella semplicità di spirito e nella disponibilità più completa alle Sue indicazioni non potrà che giovarti e portarti felicità e pace.
Spero che durante quest' anno che passerai in preghiera e meditazione non ti dimenticherai della tua « Famiglia di Apostoli», il PIME che opera, come tu sai, un po' in tutti i continenti e che ha bisogno della preghiera e dei meriti di tutti i suoi membri. Mi auguro pure che ti farai vivo con qualche riga ogni tanto per farci partecipi della tua esperienza e della tua vita.
Non mi resta che augurarti un felice anno di unione con Dio che sarà certo fecondo di grazie per te e per tutti quelli che hai incontrato ed incontrerai nel tuo ministero missionario.
Che Dio ti assista e ti benedica! Tuo nel Signore, 

P. Fernando Galbiati, Superiore Generale
A padre Augusto da padre Fernando Galbiati, da Roma,
25 gennaio 1986, con copia a padre Armando Rizza

4.

« Sono il più grande peccatore del Pime 
e forse del mondo (nella fascia tropicale)»

Io sto bene, qui è davvero un paradiso, uno di quegli angoli che sono unici al mondo: mangio quagliata al mattino, mezzogiorno e sera, ho i calli alle mani per il tanto zappare e la testa piena della Teologia della Liberazione.
Quanto ad Halley vorrei mandarti il mio «notes» sul quale scrivo ogni cosa che accade nel cielo, dalla luna ai pianeti, stelle supernove, ecc. (6). Alla data 18 febbraio c'è scritto: «Halley è finalmente uscita dal sole e riesco a vederla alle 4 del mattino, nella costellazione di Capricorno».
Quando 3 giorni dopo l'ho annunciato ai monaci, non ci credevano, ma al mattino li ho svegliati e ho mostrato... allora uno è andato in soffitta e ha tirato fuori un vecchio telescopio, forse ancora dei tempi di Galileo. L'abbiamo aggiustato e quasi tutti l'hanno vista, anche i ciecuzienti.
Halley è poi entrata nel Sagittario al 21 marzo e al 9 aprile ha attraversato la Corona Australe ed è entrata nello Scorpione all'11. Dopo aver passato il «lupo» ha perso la coda e adesso riesco a mala. pena a seguirla mentre si allontana nella costellazione del Centauro.
Hai capito? Altro che non l'ho vista!
I nostri motori sono ancora antiquati, un piccolo telescopio
sul toldo ci vorrebbe. La grandezza di Halley era di 2 gradi (circa 4 centimetri), purtroppo le nuvole e la luna mi hanno ostacolato.
Scusami questa pagina culturale del più grande peccatore del PIME (7) e forse (!) del mondo (nella fascia tropicale).

A padre Armando Rizza da Jequitiba, senza data,
del febbraio-marzo 1986

 

5.

« Recito sette Rosari tutti i giorni»

Sono proprio felice di essere integrato nella vostra comunità, vi voglio bene, sento che mi volete bene e che tutti insieme siamo diretti verso una meta altissima.
Le cose del mondo sono anche molto belle, ma non mi hanno mai tanto attirato, ora non mi attirano proprio più.
Ho sentito la forza della vostra preghiera e la sento ancora: infatti le cose a Urucará vanno meglio, cioè stanno andando, mentre io avevo una grande paura che tutto crollasse. Le avevo lasciate nelle vostre mani, cioè del buon Dio, e le notizie sono buone per ora. Ma io confido che Lui continuerà a scrivere diritto sulle mie righe storte lasciate lassù.
Io mi sento molto bene. La regola non è di quelle strette, anzi io la preferivo più severa (8), comunque mi ispiro alla vostra comunità. Cioè faccio personalmente quello che sento necessario. Mi alzo prima delle 4 per poter recitare i miei 7 Rosari dei quali uno è dedicato alle « monache». Alle 5 sono in chiesa per l'Ufficio (Lodi, che recito in unione con voi). Poi c'è la meditazione, la Messa, la colazione, pulizia e un'ora di lettura spirituale. Dalle 8 alle 12 sono quattro ore di duro lavoro (sono bruciato dal sole e con i calli grossi) coltivando la terra. Sono già calato 12 kg.
Poi c'è l'Ora meridiana (ora del Breviario, ndr), il pranzo, ricreazione in comune e mezz'ora di riposo. Alle 2 scuola, alle 3 lettura in particolare, alle 4 meditazione davanti al SS (santissimo sacramento, ndr), alle 5 bagno, alle 6 Vespri in latino, cantati.
Alle 6.30 cena, ricreazione comune, Compieta e Mattutino, alle 8 chi vuole vede il telegiornale, quindi a letto.
Il mangiare è molto ricco, ma io mi sono fatto passare per vegetariano e non ho ancora preso la carne, però sto benone solo con la verdura. I padri sono tutti vecchi, però sant'uomini di grande pietà. Un uomo eccezionale è il maestro dei novizi, più giovane di me, di grande comprensione.
Andiamo d'accordo. lo ogni tanto ricevo dei rimproveri dall'Abate, perché dice che sono il più impertinente dei novizi. Infatti ogni tanto lancio qualche frecciata benevola contro di lui e tutti ridono. Tutti infatti hanno paura di lui e non osano parlare alla sua presenza. lo però scherzo con lui, così tutti approfittano per fare buon sangue.
Certo ho ancora un'infinità di dubbi in testa e però ho tutto l'anno per pensarci e pregarci su.
Sono qui per questo. So che voi pure pregate perché si faccia in me la volontà di Dio. Anche l'Annamaria mi ha ricordato che c'è molta gente che prega per me. Non è dunque possibile che alla fine salti fuori qualcosa contro la volontà di Dio, anche se forse sarà contro la nostra voglia. E sempre stato così anche in passato.
Io quindi sono tranquillo, quasi felice. Anche questo Monastero, fra i tanti che mi hanno descritto, è di gran lunga il più bello. È l'unico collocato in piena campagna, dedicato al mondo agricolo, in una posizione che neanche a sognarla ce ne sarebbe una migliore. Quindi le premesse sono buone. Di qui solo potrei uscire per aver trovato qualcosa di meglio.
Vi saluto e abbraccio tutte a cominciare dall'Annamaria. 

Vs. pe. Augusto

Annamaria, hai indovinato a pensarmi davanti alla chiesa. Infatti al mattino ancora scuro mentre schiarisce il cielo io mi seggo davanti alla piscinetta in cui è immersa la grande croce e passo il tempo della meditazione mentre gli altri stanno in chiesa. È davvero un punto di contemplazione, intanto che le rondini spiccano il primo volo mattutino innalzandosi tutte insieme verso il sole che viene.
Ho un'immensa nostalgia dell'Amazonas, sono combattuto fra l'idea di star qua e quella di ritornare, l'ho già detto anche al mio maestro. In qualsiasi caso avrò ancora bisogno di quel tuo consiglio (o consigli) sopra la contemplazione, perché ne avrò certo bisogno. Spero che la mia ultima avventura sia proprio di questo genere, in qualsiasi posto. Ormai è solo Dio che conta... Mi capirai?

Alla sorella Annamaria e alle Carmelitane di Sassuolo - da Jequitibá, 10 aprile 1986

 

6.

«Il mio cuore è ancora in Amazonas, anche se indietro non tornerò più»

Sto ascoltando musica nel bellissimo registratore della Lucia; tutti me lo invidiano. Stamattina, 10 maggio, dato che non c'è lavoro, l'ho messo a tutto volume con le musiche di Strauss, per rallegrare questi vecchi monaci austriaci. Per la prima volta l'Abbazia è stata inondata di note. Quando però ho cambiato e ho messo la musica italiana, mi hanno mandato a dire di spegnere che disturbavo il silenzio! Stanno solo aspettando che io faccia i voti solenni di povertà assoluta, per consegnare il registratore alla comunità e così usarlo tutti. Ma io, cippelimerli, piuttosto non faccio i voti.
Ieri ho ricevuto una lettera dall'Amazonas, l'ho aperta con apprensione, ma subito il cuore si è allargato vedendo che le notizie sono positive. Non solo stanno mandando avanti bene le cose antiche come il CETRU, le colonie, la Scuola, il giornalino, e gli ex alunni, ma stanno pensando anche a cose nuove.
Hanno costruito un silos per seccare i raccolti e un magazzino per tutte le granaglie, sono in buoni rapporti col governo, ecc. questo mi ha fatto urlare di gioia. Come vedete il mio cuore è ancora in Amazonas, anche se indietro (nel senso di riprendere quel lavoro ) non tornerò più.
Spero che siate in contatto con la Nella, comunque il Pedroca si confida sempre a me, mi apre il suo cuore e mi chiede molti consigli. È in gamba, la Scuola va, l'entusiasmo non manca e anche le difficoltà, certo. lo ho mandato subito i soldi e lui li ha ricevuti, 2000 dollari.
Inoltre mi ha chiesto idee per la costruzione dei palazzi per
il nuovo ginnasio, un passo giusto e necessario, che vedrebbe la Scuola proiettata in un futuro molto utile per tutta la regione di Manaus e Parintins. lo non ho molte idee e forse la Nella col Bené potranno dare suggerimenti migliori. Tuttavia si tratta di fare le case, una casa all'anno, perché cominceranno con la 1 a ginnasio il primo anno. Ammesso che ci vuole un palazzo per classe, ogni anno, per 4 anni bisogna mandare i soldi. In più, e questo sarà già nel 1 ° anno, bisogna costruire un altro palazzo per segreteria, biblioteca, sala professori, ecc. Quest'ultima costruzione però c'è già, vi abita l'Edinéia col Sidornar, che però dovranno uscire e perciò c'è un'altra casa da fare per loro.
Ragazzi, ce la fate a garantire questa grossa operazione «Amazonas»? Il Pedroca è animato, ma conta su di voi. Voi non avete un'entrata col governo italiano per rubargli qualcuno dei 1600 o 1900 miliardi che ha a disposizione per il 3° mondo? Cercate la strada, qualche amico l'avrete senz'altro nelle alte sfere. La Nella deve avere qualche idea.
Sì, i ragazzi di Urucará hanno queste speranze, sarebbe triste non poterle realizzare.
Io spiritualmente faccio quel che posso. Vivo qua ma il mio pensiero è sempre fuori: a Urucani o a Locate. Vi penso davvero molto. Ogni giorno il 3° dei miei 7 Rosari è dedicato a Locate e comincio dal Ghit come capo, giù giù fino ai Cent Pè tutti con le loro famiglie, poi le diverse famiglie amiche, bianche e rosse, infine il parroco, la zia Lena.
Di salute sto benone: sono calato subito i miei 15 kg adesso sono sui 90 e mi sento una gazzella. Mangio solo verdura, dormo dalle 9 alle 3.30, lavoro solo dalle 7 a mezzogiorno perchéal pomeriggio noi novizi dobbiamo studiare: mi sento per la 3a volta seminarista (dopo la Grugana) fra 8 pivelli che mi chiamano nonno.

Ai Centpe di Locate Varesino da Jequitibá, 2 maggio 1986

7.

« Posso contare tutte le stelle e chiamarle per nome»

Carissimo p. Galbiati,
mi faccio ancora vivo, secondo le promesse fatte, per dare
mie notizie, dal mio Monastero.
Sono qui ormai da 4 mesi e mi trovo bene. Direi anzi, troppo bene, per il mio carattere. Infatti non mi manca nulla, né materialmente, né spiritualmente.
Sono arrivato qui, zaino in spalla e sandali ai piedi e mi hanno ricevuto bene. L'Abate è un po' tipo Cerqua, più vecchio e più orgoglioso ancora, ma buono. Sono una decina di monaci, austriaci quasi tutti, carattere teutonico, con una certa santità, tutti vecchi tranne il maestro dei novizi che ha 50 anni. È lui che ci dirige, un gruppo di 8 giovani in cerca di qualcosa o Qualcuno.
L'Abbazia è situata su una collina centrale in mezzo a una
serie infinita di altre colline, completamente isolata dalla città o grossi abitati. Poca gente, molte mucche, verde totale, totale oscurità di notte, cosicché io posso contare tutte le stelle e «chiamarle per nome". Infatti fin dalla mia gioventù conosco il nome e la storia di tutte loro. Sopra le stelle cerco di vedere se c'è Qualcos' Altro.
La vita è regolare, levata alle 4, lavoro nei campi dalle 7 a mezzogiorno, studio e meditazione nel pomeriggio. A letto alle nove. La compagnia è buona, mi vogliono bene tutti e mi obbligano a raccontare le mie storie, le chiamano «Novelas». Insomma in mancanza della TV, servono a mantenere l'allegria e la suspense.
Ogni tanto mi mandano fuori in missione, in mezzo a un
popolo di neri (nella Bahia sono 1'80%), totalmente diverso dai miei caboclos. Realtà ancor più sofferta e violenza più evidente da parte dei grandi fazendeiros, veri padroni della regione.
Ricordo tutti i miei amici, ogni giorno, il primo dei miei 7 Rosari è per i Padri del Pime di cui non mi scordo mai, essendo i più bravi del mondo, ma anche i più monelli, prego per loro e la prima decina è per il Superiore Generale.
Anche le Messe mensili per il PIME sono sacre, può prenderne atto e avvisare chi ne è incaricato. Adesso la saluto, saluto tutti i padri e tutti gli amici, specialmente Mons. Cerqua.
Mandami «Mondo e Missione» (9). 

In Xsto Pe. Augusto Gianola
A padre Fernando Galbiati da Jequitiba, 7 giugno 1986

 

8.

« A [meno prima di morire bisogna fare ['esperienza di dare tutto »

Se sapessi quanta gente mi scrive! E il tempo è poco anche in convento, anzi non ne trovo se non rubandolo alla notte, sia al mattino che alla sera. Meno male che non sono un dormiglione e mi bastano 5-6 ore per notte.
Oggi è Pentecoste, il mio diario si riempie di pensieri, ma io evidentemente non sono uomo di pensiero e vorrei piuttosto riempirlo di azioni, di fatti.
Qui davvero sono in Paradiso, non mi manca proprio nulla e mi interrogo se è giusto che viva in Paradiso già adesso. Tu mi dirai che non sarà sempre così, lo so e comunque questi sono gli anticipi, del centuplo che ci è dato anche qui sulla terra. È certo che sto pensando molto e anche pregando molto. Quest'anno è un anno provvidenziale, ci voleva per mettere a fuoco l'ultima parte della mia vita che, almeno quella, non vorrei sbagliarla come le altre. Ma certamente la sbaglierò. Tuttavia se la sbaglierò, stavolta voglio sbagliarla totalmente. Cioè al buon Dio ho dato sempre la metà, sempre mi sono ripreso qualcosa o le circostanze mi hanno distolto dal «Totale».
Credo che, almeno prima di morire, bisogna fare l'esperienza del Tutto, del taglio completo dei ponti dietro di noi.
Tu hai detto bene in un'altra lettera «la tua anima assetata di assoluto...,,: la sento questa sete, ma purtroppo non sono ancora riuscito a... non so. Forse Jequitibá è stato il punto giusto, la storia dirà fra qualche anno, se ci sarà tempo e vita. Purtroppo il «tardi ti ho amato» di Agostino io lo recito tutto al negativo e al presente: «Tu sei in me, ma io non sono in Te e ti cerco nelle creature,...». Eppure la conclusione della preghiera la dico in piena verità: «Lo sento che il mio cuore non avrà pace finché non...».
Pinuccia, sto ancora cercando, non ho ancora trovato, aspettati qualunque cosa da me, magari dei grossi sbagli, ma sempre verso l'alto. So che mi comprenderai. Dio scriverà sempre dritto sulla mia vita storta.
Anche a Urucará sta scrivendo dritto, per ora vanno bene. Salutami tutte le sorelle che tanto amo e ricordo nel mio 5° Rosario di ogni giorno. Ti propongo di recitare con me l'Ora del mezzogiorno, così ti obbligo a recitarla e se qualche volta
sarai occupatissima la sostituirai con l'Angelus. Le Lodi le dico già con l'Annamaria e le altre Ore con altra gente. Se ci stai o se ci state, battete tre colpi.

Alla sorella Pinuccia da Jequitibá, senza data, giugno 1986

 

9.

« Ho deciso di ritirarmi al Paratucú, che è il miglior monastero»

Vi scrivo in questo ultimo giorno della mia permanenza in Jequitibá, affinché non mi scriviate più qui, perché ormai sto partendo verso il Nord (10).
Lo so che i giudizi saranno i più disparati sul mio comportamento, forse deluderò molta gente che scuoterà la testa. Anche i più amici non sapranno cosa pensare.
Spero però che voi, pur non capendomi, mi accompagnerete sempre e chissà mai che proprio noi ci si riveda ancora.
Infatti ho deciso di ritirarmi al Paratucú, che in fin dei conti è il miglior monastero, dalla piccola esperienza che ho già avuto nel '74.
Lo so che alla mia età è azzardato e già sento tutte le critiche, ma io seguo una voce che è ingigantita in questi mesi e
non riesco più a controbatterla, nonostante i mille motivi invocati contro di essa e le preghiere fatte.
Il motivo principale è che qui sto troppo bene (11). Ma non voglio esporre molti motivi, preferisco lasciar maturare le cose e col tempo dare giudizi più oggettivi.
Si tratta di un tentativo senza limiti di tempo. Può durare
un mese, un anno, dieci anni o tutta la vita. Staremo a vedere.
Se tornerò, anche se sarà vergognoso, mi lascerà almeno la soddisfazione di aver tentato la più bella cosa della mia vita: cercare Dio fino in fondo (12).
Alberto, può darsi che io abbia bisogno di te per qualcosa.
Per esempio le cartucce.
Vi saluto tutti con un grande abbraccio, anche ai bambini. Come con le altre sorelle, mi piacerebbe unirmi a voi con una preghiera diaria (13). Potrei dire il Rosario con voi ogni giorno? Se un giorno ve lo dimenticate, pazienza, ma mi piacerebbe. Fate la proposta ai bambini.

Al fratello Alberto e alla cognata Mariangela da Jequitibá, 18 agosto 1986

 

10.

«L'Infinito e Misterioso Amore da sempre mi perseguita e mi vuole tutto per sé»

Eccomi a voi per darvi una notizia che probabilmente vi lascerà in pensiero. Oggi stesso lascerò il Monastero.
Ormai in questi sei mesi ho visto quello che dovevo vedere ed è nata e cresciuta in me una voce che non sono riuscito più a soffocare: questa voce mi chiama struggentemente verso 1'Amazonas: è voce di Dio, è del diavolo o è solo la mia?
Non è però una voce che mi chiama a ripetere o continuare i lavori antichi come missionario, ma a dedicarmi ad un lavoro che io chiamo di fede totale. Cioè ho visto che qui nel mondo ci si appoggia a molte cose che non sono Dio, sono speranze appoggiate nei soldi, nella gente, nelle forze del progresso e nella curiosità terrena. A me piacerebbe invece fare l'esperienza di una fede totale, che dipende solo da Dio e basta.
Lo so che con la mia piccola fede iniziale è un assurdo, una presunzione temeraria, una tentazione di Dio, una pretesa pazzesca, un'imprudenza dal punto di vista umano, forse un inganno diabolico o un'infantile ricerca di me stesso e di avventure di uno spirito inquieto, immaturo, incerto e orgoglioso.
Ma devo anche dire con sincerità che in mezzo a tutte queste tensioni negative io scopro anche un vero sincero desiderio di incontrarmi col mio Infnito e Misterioso Amore, che da sempre mi perseguita e mi vuole tutto per sé. Se quelle cose negative costituissero il 99 % della mia personalità e influissero il 99% nella mia decisione e solo 1 % fosse una componente pura, un vero desiderio di Dio, io correrò dietro a quell' 1 %. Ne vale la pena.
Lo so che a questo punto quasi più nessuno riuscirà a comprendermi. Tutti avranno qualcosa da dire, e non in bene. I giudizi saranno pesanti. Ma questo mi dimostra ancor di più che non sto guardando ai giudizi della gente, dei parenti o amici.
Probabilmente il tentativo sarà frustrato, ma è tanto bello che vale la pena di essere tentato. So che forse, invece che Dio, troverò il diavolo. Potrò continuare però a contare sull'appoggio di un gruppo di sorelle alle quali penserò nei momenti terribili che certo non mancheranno? Lo spero proprio.
Io continuerò a tenermi in contatto con voi ogni giorno, alla stessa Ora, l'ora delle Lodi. Lì ci incontreremo e ci parleremo.
Adesso più che mai ho bisogno di voi. Se non fossi accompagnato certo cadrei nei più grandi pericoli. E se tornerò, non scherzatemi, per favore, ho tentato di fare la cosa più bella, presumendo di forze immense che invece non avevo che in minima parte.
Vi scriverò certamente, non sleghiamo la nostra cordata, forse avremo molto da raccontarci. Ma per favore, non state in pensiero per me, bensì sempre allegre, fra poco ci incontreremo tutti insieme in un posto più bello.

Alla sorella Annamaria e alle Cannelitane di Sassuolo da Jequitibá, 18 agosto 1986

 

11.

« La ricerca dell'Assoluto mi tormenterà tutta la vita»

Non so come cominciare, è una delle lettere più difficili da scrivere. Ma coraggio, ecco la notizia: oggi stesso esco dal Monastero.
Detto questo potrei cominciare la lista delle mille motivazioni per giustificarmi. Ma come potrei dirvi tutti i pensieri che san passati nella mia testa e nel mio cuore in questi ultimi 3 mesi? Sono scritti nel mio diario che la Pinuccia un giorno o l'altro leggerà. Dirvi soltanto la conclusione senza la premessa pare un po' brutale. Ma il punto di partenza è proprio quella frase scritta alla Pinuccia: la ricerca dell' Assoluto forse mi tormenterà per tutta la vita, forse non riuscirò a nulla, ma è come tentare la montagna più alta, più bella e anche la più difficile: si sa già che non si arriverà in cima, ma c'è almeno il desiderio di morirci sui fianchi, salendo.
La precarietà della vita per me è un buon punto di partenza per un'avventura di fede. Qui non l'ho trovata, anche se ho trovato tante cose belle che mi hanno insegnato tanto, era necessario che passassi di qua, ho capito molte cose.
L'equivoco dei due «Mundo Novo», uno qui e uno nel Paraná, dove c'è la vera trappa è forse stato provvidenziale (14). Il fatto che qui il mio futuro probabile era di fare il parroco in una delle città circostanti (allora, tanto valeva farlo in Amazonas), mi ha tolto le forze. Forse se fossi nell'altro Mundo Novo, quella durezza maggiore, l'isolamento, il silenzio vero, e la definitività avrebbero fatto più presa su di me.
Però a equivoco avvenuto, ringrazio Iddio. La voce poderosa che si è fatta sempre più forte dentro di me, scandisce un nome: Paratucú. Ho pregato molto, ho cercato di liberarmene, pensando che fosse un pensiero sterile. Non sono riuscito e fra l'eremo e la trappa ho preferito il primo, dove ci sono tutti gli ingredienti per la mia nuova vita. Presunzione? Avventurismo? Narcisismo? Protagonismo? Menefreghismo? Pretesa? Illusione?..
Mi sono esaminato spietatamente, certo forse non sono andato a fondo, forse uno psicanalista mi avrebbe scoperto il resto sommerso dell'iceberg, ma la voce (che non oso chiamare
vocazione) è forte e preferisco fare ancora un tentativo. Non voglio seguire un cammino piano, con l'ombra della più bella Vetta sopra di me a rimproverarmi fino alla fine il mancato coraggio di aver tentato.
Forse tornerò, come un cane bastonato e l'umiliazione mi purificherà più ancora, ma lasciatemi andare.
Non oso quasi chiedervi di seguirmi un po' anche in questo cammino solitario. Non voglio involvervi nei miei capricci di immaturo adolescente. Ma il fatto che mi avete voluto un bene vero, mi induce a sperare.

Alla sorella Pinuccia e alle Suore dell'Assunzione da Jequitibá, 18 agosto 1986

 

12.

« Eccomi ancor per strada con lo zaino in spalla»

Forse questa è la lettera più importante che ti scrivo. Vorrei che fosse anche la più bella.
Questo tuo figlio non sembra soddisfatto di nulla, sempre è alla ricerca di qualcosa che non ha ancora trovato. Quando sembra avere trovato, già si sente insoddisfatto e così incomincia ancora a ricercare.
Infatti, eccomi ancora per strada con lo zaino in spalla. Vorrei proprio che questo tuo vecchio cuore non soffrisse,
anzi, gioisse con me e mi accompagnasse con trepidazione sì, ma anche con entusiasmo. L'unica persona che vorrei avere vicino, sicuro di essere capito anche nei miei assurdi giochi, sei tu, mamma.
E infatti è accompagnato dal tuo pensiero che mi son messo di nuovo in viaggio, accompagnato dalla tua preghiera e dalla tua simpatia.
So che tu non mi disprezzerai anche se fallirò, non mi dimenticherai anche se sarà difficile comunicarsi, non criticherai anche se non capirai. Ma io spero che tu mi capirai.
L'unico motivo per cui mi metto ancora a cercare è la fede. Voglio saperne qualcosa di più, voglio camminare in essa di più, vorrei vivere solo di fede. Non per questo mi sento un santo, anzi mi porto dietro tutti i miei peccati per esserne perdonato, sicuro della misericordia del buon Dio. Ma lasciami tentare ancora una volta, forse non l'ultima.
Ho lasciato il Monastero circondato dai miei compagni e dai vecchi padri tutti con le lacrime agli occhi. Pregheranno perché io ritorni. A te chiedo di pregare perché si realizzi in me quello che a Dio piace di più.
Se tornerò a Jequitibá la porta sarà sempre aperta. Qui ho vissuto giorni e ore molto belli che non dimenticherò facilmente. Ma non avrei potuto resistere a lungo con una voce forte che mi chiamava all' Amazonas. Vado a controllare la verità di questa voce. Ti prego, mamma, godi con me, io sono contento e sono convinto di seguire la voce della coscienza. In fondo potrei dirti: lo sai che io devo seguire il volere del Padre mio.
Ecco quindi, mamma, che io ti accomuno alla mia nuova avventura. Non sono la cattiva lavandaia che non trova la pietra giusta, perché non ho voglia di lavorare: semmai è perché non ho trovato chi mi fa lavorare di più. Mai sono fuggito dal troppo lavoro. Ma prima che io muoia lasciatemi tentare tutte le prove di cui ha bisogno questo mio cuore.
Il mio indirizzo può essere ancora la Scuola di Urucar
á da dove mi raggiungeranno per mezzo di un indio mio amico.
Per ora ti abbraccio con tutto l'amore di figlio, un po' sbagliato o strano, ma che ti vuol bene e non ti dimentica mai.

Alla mamma in viaggio verso il Paratucú, 20 agosto 1986

 

13.

«Un uomo che al lume di candela stava scavando e cercava oro»

Vi scrivo un po' provvisoriamente perché mi trovo qui nella città di Jacobina fra una missione e l'altra nel Sertao della Bahia. Una terra tutta nuova per me, in cui incontro una natura interessantissima, opposta alla nostra europea.
Chi visitasse l'Europa d'inverno direbbe che le piante sono tutte morte dal freddo e non crederebbe nel miracolo della primavera. Così chi visitasse il Sertao in estate vedrebbe la stessa cosa, tutto morto, non un filo vivo (almeno da voi i pini sono verdi). Ma mi dicono che in novembre esplode il verde e si può piantare qualsiasi cosa. È vero che alle volte infila là due o tre anni senza piovere, perché è la fascia geografica che corrisponde al Sahel africano (deserto del Sahara, ndr). Ma è per me interessante vedere queste cose nuove.
Oggi sono partito prestissimo sotto la pioggia e avendo voglia di montagna mi sono inerpicato su una delle cime circostanti. Nel ritorno ho trovato un buco, ho voluto entrare, quasi strisciando perché era piccolo e dopo una cinquantina di metri ho trovato un uomo che al lume di candela stava scavando con un ferro e cercava oro.
Mi ha mostrato alcuni grani bianchi, poi siamo usciti e mi ha fatto vedere come quei grani, liquefatti in un grosso cucchiaio al fuoco, divenivano oro purissimo. Ne scava un grammo alla settimana ed è sufficiente per mantenere la sua famiglia.
Mi ha detto che sono migliaia gli uomini che hanno la loro piccola galleria e sbarcano il lunario così. Qualcuno fortunato trova il filone e diventa anche ricco. Queste montagne sono piene d'oro.

Ai Centpe di Locate Varesino da Jacobina, senza data, ricevuta il 28 agosto 1986

 

14.

«Mi fermerò un mese? un anno? 10 anni? fino a morire? Non lo so, Dio lo sa»

Eccomi a voi con la già annunciata lettera importante. Esco dal Monastero.
Spiegarvi questa notizia bomba mi è un po' difficile, perché è frutto di lunghi e torturati pensieri che da marzo in avanti mi sono a poco a poco chiariti nella mente, ma che ora saranno quasi incomprensibili se presentati solo nelle loro conclusioni.
Vi garantisco però che i passaggi logici da un pensiero all'altro fino ad arrivare ai pensieri conclusivi, sono stati considerati tutti più volte, alla luce di verità a volte spietate, a volte sublimi e qualche volta forse anche semplici e piatte.
Sono troppo complicato? Aggiungo che ho avuto anche il tempo e la volontà ferma di pregarci su e alla fine ho ceduto a quella che, mi sembra una voce. Dico sembra, perché se ne sentono tante di voci e mai si può sapere quella vera, neanche dopo che, avendole provate, è risultata positiva.
E allora?"Due sono i fattori più importanti che mi hanno fatto prendere questa decisione.
1) Dopo un po' di tempo che ero qui mi sono accorto che, benché il posto fosse veramente un paradiso, però la regola era ben poco dura. lo ho tentato di rendermela il più dura possibile per mio conto, ma sono debole e se la struttura non mi aiuta, finisco per entrare anch'io nel tran tran quotidiano ed è ciò che non voglio. Inoltre il silenzio non esiste, io me lo cercavo fuori del Monastero con lunghe passeggiate notturne e solitarie nei boschi adiacenti, ma anche questo non mi creava ambiente. Infine la totale sicurezza, per la vita (mangiare, soldi,
malattie, ecc.) e per la morte, sia materialmente che spiritualmente parlando, senza lasciar spazio all'avventura e alla precarietà che invece è prerogativa del popolo, specialmente questo della Bahia, alla fine mi hanno fatto sospettare che non fosse il mio ambiente.
Ripeto però che è un ambiente meraviglioso anche dal punto di vista dei padri. Questi buoni vecchi mi hanno voluto bene e mi hanno detto che questi 6 mesi sono stati meravigliosi anche per loro e che si ricorderanno sempre del mio passaggio qua, sperando in un rapido ritorno.
La voce è cresciuta rapidamente in me fino a diventare così forte che l'ho presa in considerazione, soprattutto a partire da un incontro fatto con una suora francese che ha voluto conoscermi un po' a fondo e alla fine mi ha detto: «Augusto, io conosco bene Jequitiba e, per quanto ti conosco, tu non sei fatto per qua». E continuando a parlare mi ha detto che c'è un altro monastero di Cistercensi, di regola rigorosissima, dei veri trappisti che abitano in un'altra città più al sud, chiamata anche lei, guarda l'equivoco, «Mundo Novo». lo sono venuto giù dal mondo della luna e ho capito l'errore. Infatti l'Abate Francesco che mi avevano descritto, è proprio di là e qui invece ho trovato l'Abate Antonio e non mi capacitavo di questo scambio. Adesso tutto è chiaro.
2) Una seconda cosa che mi ha fatto pensare molto è che qui mi hanno fatto capire che dovrei assumere la cura pastorale di una città di 40.000 abitanti, cioè essere parroco. Allora, facevo il parroco in Amazonas! lo volevo un'altra cosa. Insomma, ho visto che la vita missionaria è molto più dura e povera. Questo è stato un fattore determinante.
Ho deciso quindi di uscire. Ho messo in conto il coro delle critiche a mio riguardo (al sà no quel che el veur, l'è un fiulot, mi me fidi no de quel lì, ecc... (15)), ma se non diventano scandalo, non mi fanno paura. Anche voi, certamente sarete perplessi davanti a una personalità così poco chiara, ve ne chiedo perdono, non voglio che ne siate scandalizzati. Al massimo accetto che siate delusi di me e che conseguentemente mi scaricate al mio destino.
Eppure mi era sembrato di capire che dicevate di volermi seguire ovunque, anche nello scandalo, anche all'inferno, per via dell'amicizia che non guarda se uno è bravo o no, santo o diavolo, giusto o peccatore, pazzo o sanissimo: basta che sia un amico sincero. lo credo di essere vostro amico sincero, fino alla fine.
Dove andrò? Alla vera trappa? Questa voce, sebbene ci sia da quando la suora me ne aveva parlato, non ha però fatto ancora molta strada. Invece la voce che grida più forte, dice: Paratucu. Risalirò quindi al nord, fra una settimana rivedrò il fiume e la foresta, ma non vedrò nessuno dei miei amici. Solo mi fermerò nella casa di un indio, mio amico (Marcellino, la Nella lo conosce), e lo inviterò a seguirmi fino là per aiutarmi a costruire la mia capanna. Là, Dio permettendo, mi fermerò un mese? un anno? 10 anni? fino a morire? Non lo so, Dio lo sa.
Sarei sciocco se vi dicessi tutti i miei pensieri. Ma vi assicuro che tutto il mio spirito non è vuoto, ma è pieno, almeno di speranza. Non sarei sincero se vi dicessi che non ho progetti, ma ve li comunicherò adagio, adagio, se Dio lo vorrà.
Quindi non scrivetemi più qua. L'indirizzo nuovo è la Scuola Agricola. Il Pedroca è già incaricato di mandarmi la posta.
A me importa che voi seguiate la Scuola. Il Pedroca aspetta qualche aiuto e so che voi state agendo. lo ho scritto a mia sorella di mettersi in contatto con voi. Lei ha 5 milioni da darvi. Uniteli ai vostri e spediteli in dollari secondo le istruzioni della Nella. Io avevo scritto alla Lucia di mandarmi delle cose, ma ora è troppo tardi. Soprattutto una pila solare e un sacco piuma come quello che la Nella aveva a Urucará. Non ho ricevuto, si è persa la lettera o il pacco? Lucia dov'è il tuo amore? o ti mancano i soldi?
Eccovi ragazzi, davanti a quel rebus perenne che si chiama Augusto (don). Sono alla ricerca disperata dell'Assoluto, anche per voi. Voglio stare sempre con voi, per sentire i vostri consigli e il calore di una amicizia che non finisce mai.

Ai Centpe di Locate Varesino da Jequitibá, senza data, ricevuta il 29 agosto 1986

 

15.

« Voglio cercare questo benedetto Dio nella solitudine profonda della foresta»

Sono il Padre Augusto e scrivo da Santarém, ormai di nuovo nell' Amazzonia. So che questa lettera la farà soffrire e proprio non lo vorrei, il Signore lo sa.
Ho passato questi sei mesi in Jequitibá, un paradiso di cui ho cercato di vivere intensamente tutti i momenti. Se Lei vorrà chiedere informazioni, so che le diranno che mi hanno lasciato partire piangendo. Ma forse non era il mio posto.
Anche a me è piaciuto molto, ma dopo un mese, ho cominciato a sentire una voce che mi chiamava verso il Nord, non
più però nel vecchio mondo, col suo bene e col suo male, con gli amici e con i nemici, coi suoi modi di vivere consueti, bensì per un'esperienza nuova, che forse sarà solo temporanea.
Voglio cercare questo benedetto Dio nella solitudine profonda della foresta, anche se so che forse incontrerò il diavolo o, più semplicemente me stesso, cioè un bel niente (16).
Ho seguito dei motivi? Sì, potrei dire, moltissimi, ma forse nessuno valido, almeno agli occhi normali.
Ho seguito piuttosto una voce, un istinto, che probabilmente si rivelerà falsa, illusoria, presuntuosa, pretenziosa e frutto solo di un orgoglio e di una vanità o di un narcisismo esagerati. Forse dovrei aggiungere protagonismo, ma con un esame di coscienza spietato (davanti ad una decisione così difficile ho dovuto essere spietato) l'ho escluso, perché ormai il mondo passato e presente non mi interessa più molto e gli occhi degli uomini, amici, nemici, non sono proprio i motivi del mio muovermi.
Se non le sembra molto stupido sentir uscire dalla mia bocca queste parole, le dirò che è solo un grande desiderio di Dio che mi sta muovendo e basta.
Cerco il mio cammino verso Dio, anche se mi si dice: «Passa per l'uomo e arriverai a Dio». Dopo 33 anni che cammino tra gli uomini, vorrei adesso proseguire da solo (presunzione... incoscienza, ecc...).
A questo punto capisco benissimo che al PIME non servo più (se mai qualche volta sono servito!) e comprendo benissimo una vostra decisione di abbandonarmi al mio destino. lo però fino alla fine mi sentirò del PIME, questo PIME a cui non ho mai obbedito, ma che assurdamente ho sempre tanto amato e per il quale offro quello che mi attende in questo resto di vita. La mia vita inutile, per tutti i padri che continuano con coraggio la battaglia in mezzo agli uomini. Un coraggio che io non ho più.
Forse fra poco tornerò, a testa bassa, come il figlio prodigo o come un cane bastonato, perché non è Dio che mi chiama, ma solo il mio io peggiore. Ma le chiedo di lasciarmi andare, di lasciarmi battere il naso ancora una volta, (forse) certo non l'ultima.
Accetto qualsiasi risoluzione, ma non la sua maledizione, bensì la sua benedizione che ricambierò con una costante preghiera e offerta per lei, il suo lavoro e quello di tutti i padri del PIME.

A padre Fernando Galbiati, in viaggio verso il Paratucú, 12 settembre 1989

 

16.

«Ci aspettiamo da te un po' di umiltà e di carità»

Carissimo p. Augusto,
pace a te e anche un sincero «bentornato» nelle nostre terre, o meglio nelle nostre foreste e sui nostri fiumi. Ora, nessuno - è chiaro - può permettersi di interferire con le coscienze altrui. Né io mi sogno di giudicare te e il tuo operato. Credo, anzi, di capirti e oso perfino dirti che conoscendoti posso, in fondo in fondo, approvare la tua scelta.
Ma da questo a batterti le mani per il « modo» con il quale ogni tanto agisci, la distanza è ben maggiore di quella frapposta dalla foresta e dai fiumi Amazonas, Utumá e... Paratucú.
Non esigiamo da te che, per realizzare i tuoi progetti, abbia ad attendere le approvazioni - più o meno canoniche - del
Consiglio Regionale o della Direzione Generale: crediamo di essere abbastanza intelligenti per non nutrire certe illusioni! Però sappiamo che ci tieni ad essere del PIME e che ancora ti consideri membro della Regione PIME dell'Amazonas. Perciò ci sentiamo in diritto (fraterno) di aspettarci un po' di umiltà e di carità da te: quel pochino sufficiente per essere informati.
Inoltre sei prete e come prete sei conosciuto dalla gente che circondano il tuo eremitaggio nel mato. Ti sei stabilito nel territorio di una Diocesi (Itacoatiara, mi pare, ma fosse anche Parintins o altra le cose non cambierebbero). Hai almeno avvisato il Vescovo della tua presenza?
Dopo queste premesse, vorrei suggerirti di tener presente in questa tua fase di PREGHIERA - CONTEMPLAZIONE - PIANIFICAZIONE, quanto segue:
a) Quando in passato mi parlavi del «dopo Urucará», mi ricordo di averti accennato alla possibilità di un lavoro «simile» nelle comunità curate da p. Emilio Buttelli nella diocesi di Parintins fra l'Amazonas e il Pani. È chiaro che, prima, bisognerà concordare con il Vescovo.
b) P. Pedro Vignola sarebbe lieto di averti come collaboratore nella Cidade Nova qui a Manaus (17). Se non hai ancora provato uno shock psicologico, vieni, vedi e... provalo! Mai visto un mostro svilupparsi così rapidamente. Ma forse il tuo eroismo sta solo nell'originalità delle tue scelte, non nell'accettazione delle sfide (non vorrei confessarlo, ma è una frase per provocarti. Scusami).
c) Credo che tu debba escludere dai tuoi piani la possibilità
di continuare a lavorare nella diocesi di Itacoatiara.
Abbi l'umiltà di farmi sapere se possiamo esserti utili in qualche cosa: biancheria, cibi in scatola, medicine, polvere da sparo o... una bomba atomica.
Vorrei inoltre pregarti di scrivere due righe:
1. - sulla tua esperienza a Jequitibá,
2. - sul come e il perché della tua scelta attuale. Personalmente ti auguro pienezza di luce e di pace, assenza di zanzare, notti piene di stelle, fantasia che oltrepassi il finito!
Ti saluto con fraterno affetto.

A padre Augusto da padre Armando Rizza,
da Manaus, 9 settembre 1986

 

17.

« Ho un solo desiderio, amare il mio Signore con tutto il mio cuore»

Ricevendo la tua lettera sono rimasto commosso per la tua bontà e comprensione. Hai tutte le ragioni, quelle giuridiche e quelle dell'amicizia. Mi è perciò molto difficile risponderti, con una breve lettera, il tempo forse ci aiuterà di più.
Io non so niente di me stesso. So solo che sono un servo non solo inutile ma anche peggio.
Sono in cerca di qualcosa, ho un solo desiderio, amare il mio Signore con tutto il mio cuore, di questo sono sicuro (nonostante la tentazione costante di amare me stesso). In certi momenti il mio cuore canta. In altri vedo la mia pochezza e mi perdo nell'oscurità, senza neanche l'inizio di una fede, senza sapere come ci si relaziona con Lui. Ma sempre con la sicurezza che Lui mi ama, anche se sono pazzo, anche se sono il più gran peccatore.
Questa è la mia gioia, che mi aiuta a vivere e a morire ogni giorno un po'. Lo so che sono parole grosse e che quando arriveranno le vere prove cascherà l'asino. Ma non mi sento di ritornare.
Ho bisogno di stare un po' solo, a Jequitibá non ero abbastanza solo, ero obbligato a fare l'apostolato, ma io non sono capace di fare l'apostolo.
Ho tentato di agganciare l'Infinito, non sono riuscito, certo in sei mesi non si può pretendere, i tempi di Dio sono diversi delle nostre urgenze.
La nostalgia del mio amore giovanile per Dio mi tormenta e vorrei sentire, incontrare Dio prima di morire anche se so
che è una pretesa assurda, soprattutto per uno come me pieno di peccati. Forse non riuscirò mai, ma il tentativo di questa vetta mi sembra degno di essere tentato.
Queste mie parole sono molto sciocche e presuntuose, fanno ridere prima me che voi, ma lasciate che manifesti anche la mia stoltezza. Mi piacerebbe anzi continuare il dialogo che tu hai incominciato. Non l'ho incominciato io per paura, sicuro che le pazzie son difficili a comprendersi e tanto meno da approvare.
Concludendo ripeto che non so niente di me, dei tempi e del futuro. Mi sento del Pime, ma non posso impedire al Pime di prendere le sue decisioni. Lo so benissimo che non è chi dice «sono del Pime, sono del Pime, entrerà nella famiglia del Pime, ma chi fa la volontà del Pime, questi sì... ». Il più grande peso che sento è proprio questo, di dare preoccupazioni agli altri.
Quanto al resto non ho bisogno di niente, per ora. È escluso che io torni a lavorare in Itacoatiara, qui sono in territorio di Parintins.
Mi consolerà sempre il sentire la tua amicizia, anche se io non so esserti amico. È così anche con Dio.
Benedicimi, tuo Pe. Augusto

A padre Armando Rizza dal Paratucú, senza data, ottobre 1986

 

18.

«Il perché delle pause di riflessione nella vita di un missionario»

Caro Augusto,
due righe all'inizio di questo mese missionario, non per interrompere il tuo raccoglimento, ma per... elevarlo.
Tienici aggiornati sulle tue necessità e sul tuo stato di salute. Ti accludo l'ultimo numero di «Infor Amazonas» (18) nella speranza che possa trovare qualche momento di... sorriso. Pensa come sarebbe bello, illuminante e - vorrei sperare - utile a tutti noi, se nel prossimo numero apparisse un tuo articoletto su (ma è solo per fare un esempio) «Il perché delle pause di riflessione nella vita di un missionario». Naturalmente corredato dalla descrizione dell'ambiente scelto e del perché di tale scelta. Ma non venire con la storia che è perché fra gli uomini ci si distrae mentre fra gli animali ci si concentra! E che le stelle avvicinano a Dio più e meglio che certe facce!
Tu sai che ho il massimo rispetto per ogni tipo di libertà: anche per quella di scrivere e non scrivere. Ma vorrei insistere
perché davvero scriva qualche cosa, non per giustificare una scelta, ma per donarci i motivi di una scelta, per comunicarci un po' della tua anima.
E vorrei chiederti di farlo subito, come un modo concreto tuo di vivere il mese missionario. E visto che il tempo non dovrebbe mancarti, sono certo di non esigere troppo se ti chiedo di raccomandarci a Dio e di confidare nella tua orazione per il buon esito delle nostre attività. Fraternamente tuo

P. Armando Rizza
A padre Augusto da padre Armando Rizza, da Manaus, 10 ottobre 1986

 

19.

« Ci ha dato un ottimo esempio di carità fraterna e di pietà personale»

Rev.mo p. Armando Rizza (19),
padre Augusto Gianola partì di qui il 18 agosto. Noi abbiamo nostalgia di lui perché l'abbiamo tutti apprezzato. Ci ha dato un ottimo esempio di carità fraterna e di pietà personale. Lavorava molto nel nostro orto, come d'altra parte aiutava molte volte nella nostra grande parrocchia di Jacobina.
Ma poiché lei conosce p. Augusto, sa che per lui, abituato a vivere nella giungla amazzonica, doveva prima o poi venire l'ora di abbandonare la vita organizzata di un Monastero cistercense per una vita in foresta. Se egli ritornasse qui, per noi sarebbe sempre una gioia.
Certo capisco che per il Superiore del PIME il caso è abbastanza complicato. Noi tuttavia vogliamo farvi sapere che abbiamo gradito l'aiuto che p. Augusto ci ha dato.
Fraternamente + Fra Antonio Moser, Abate

A padre Armando Rizza da Jequitiba, 5 ottobre 1986

 

 

 

* Dalla lettera alla mamma del 20 agosto 1986.
[1] Si veda la descrizione del viaggio, che continua poi a piedi da Belém a Recife e poi da Lisbona a Fatima e a Lourdes, in P. Gheddo, Dio viene sul fiume, EMI, Bologna 1994, pp. 183-199.
[2] L'ordine religioso dei Cistercensi è stato fondato nel 1098 da Roberto di Molesme a Citeaux (o Cistercium); diffuso dal 1112 da san Bernardo di Chiaravalle, approvato da papa Callisto I (1119), l'ordine si divise (1664) nei due rami dell'osservanza comune e dei Trappisti.
[3] Grandiosa questa frase! Con un tipo come Augusto, nessun uomo di minima intelligenza poteva illudersi che aspettasse i « permessi canonici» del vescovo e dei su periori per realizzare i suoi progetti...
[4] La prelazia di Itacoatiara, affidata ai missionari canadesi di Scarboro e confinante con queUa di Parintins, aveva una «linea pastorale» del tutto diversa e opposta: Parintins fedele alla tradizione, Itacoatiara seguiva la «teologia della liberazione». Vent'anni dopo, la storia ha dato ragione a Parintins, riconosciuta come «la miglior diocesi dell' Amazzonia» dall'arcivescovo di Manaus (si veda P. Gheddo, Missione Amazzonia. 150 anni del Pime sul Rio delle Amazzoni (1918-1998), EMI, Bologna 1997, i capitoli su Parintins). Augusto, pur non concordando col modo autoritario di governo di monsignor Cerqua e con un certo trionfalismo e legalismo, era fedele alla tradizione in campo teologico, spirituale e pastorale e non condivideva l'impegno politico di certe correnti ecclesiali in Brasile (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., pp. 203s., 208).
[5] Elogio sincero perché, diceva Augusto in un'intervista, nessun altro Istituto o Congregazione avrebbe avuto, come il Pime, la pazienza e la tolleranza di sopportare un tipo strano come lui...
[6] L'amore alla natura lo portava ad osservare il cielo ed a scrivere i movimenti delle stelle e degli astri...
[7] Sempre esagerato nelle sue espressioni, Augusto era però sincero, cioè ripete spesso, specie nel diario, di essere un grande peccatore.
[8] La critica di fondo che Augusto fa alla vita del monastero è contenuta nel diario dove si legge fra l'altro: «lo cercavo nel Monastero un proposta di vita dura e credo che anche ai giovani dev' essere presentata una sfida per superare ostacoli degni della loro forza. Entrano con l'idea che il Monastero è diverso dal mondo, sono pronti a tutto, non hanno paura delle difficoltà, pronti a sottoporsi ad una dura ascesi. Proporre una regola fiacca, mete mediocri, è illuderli, tradirli, non valorizzarli, non credere in loro. Qui a Jequitibá si propone non un cammino duro. E vero che la durezza spirituale è differente dalle durezze esterne. Però il giovane vuole anche superare le
durezze materiali... Qui si fa quel che si vuole, la regola è dimezzata, non si soffre niente, fame, sonno, freddo, penitenze, silenzio, ecc. Alla fine dicono che è meglio uscire, che almeno non saranno ipocriti , (dal diario, 9 maggio 1986, si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, cit., pp. 206-208). Naturalmente queste critiche vanno prese con molte riserve. Nel diario dei sei mesi passati in monastero, padre Gianola dà giudizi contraddittori, da un mese all'altro, sulla regola, sull'abate, sui padri, ecc. Sostanzialmente cercava una formula di vita che non riusciva mai a trovare. Faceva continue «esperienze» e fino al termine sarà sempre insoddisfatto di quel che ha sperimentato.
[9] Mondo e missione è la rivista del Pime, che padre Gianola leggeva volentieri. Quando venne in Italia nel 1985 la rivista volle pubblicare qualcosa su di lui, ma sempre si rifiutò. Finalmente, con l'aiuto di Roberto Beretta, redattore della rivista, e di padre Corrado Ciceri, padre Augusto accettò di essere intervistato dietro promessa di non pubblicare nulla se prima non avesse lui stesso approvato il testo. Nel 1987, dopo due anni di insistenze per lettera, Mondo e Missione ha poi pubblicato il servizio speciale «Mission '87» (pp. 297-316), molto gradito ai lettori e all'origine dell'intervista televisiva per la Rai che Enzo Biagi andò a fargli in Amazzonia nell'ottobre 1989.
[10] In un'altra lettera scritta a Santarém durante il viaggio da Jequitibá all'Amazzonia (come spesso nelle lettere di Augusto senza data né luogo né destinatario, si veda Archivio generale del Pime, titolo 100, n. 1199, documento 578), Augusto racconta che ha compiuto il trasferimento da Jequitiba a Santarém via terra, sulla  « Transamazonica» da Imperatriz a Santarém, con mezzi pubblici, cioè pullman, camion e a piedi. Durata del viaggio nove giorni attraversando con la « balsa» (traghetto) tre grandi fiumi: Tocantins, Xingti e Tapajos. E racconta anche che alcuni fiumiciattoli minori, non essendo subito pronta la « balsa», li ha attraversati a nuoto, con tutto il suo bagaglio sulla testa!
[11] Nel diario Augusto nota che nel monastero c'è troppo poca penitenza, non manca nulla, non si propongono mete alte... (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, pp. 207s.). Ma c'è un altro motivo per questa fuga da Jequitiba, esposto con chiarezza nel diario e non nelle lettere: Augusto era mandato a fare ministero sacerdotale in alcune cittadine vicine, affidate come assistenza religiosa al monastero. Là s'era subito formata la sua schiera di amici e penitenti, fra i quali molte donne (e tre conventi femminili), che avvertiva come pericolo (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, pp. 209-214).
Il 20 agosto 1986 scrive nel diario: ..Tornando da Jacobina (una delle parrocchie del Monastero, ndr) sento fortissimo l'amore di quelle ragazze, le novizie, che mi contendono perché stia con loro... Che tentazione fermarsi aJacobina... soprattutto per quell'amore, quei cuori giovani che mi abbracciano e mi baciano anche quando si confessano e il mio cuore giovane si scioglie e gioisce, anche se in apparenza i sensi sono calmi. Ma so che non ci vorrà molto per svegliare il can che dorme: basterebbe che io decidessi di rimanervi. Un motivo in più per fuggire al più presto.
E poi la vanità. Ormai è sulla bocca di tutti: padre Augusto, nessuno ha mai parlato come lui, arriva direttamente al cuore. lo resto in chiesa un bel po', ma sento che loro mi aspettano là fuori per dirmelo, le signore con i loro mariti, gente bene, ma anche le donnette nere, i poveri diavoli. E io godo immensamente. Un altro bel moti vo per andarmene al più presto".
[12] L'ideale di Augusto era sempre quello: «Cercare Dio fino in fondo». 
[ 13] Preghiera diaria: la preghiera quotidiana, che si dice tutti i giorni.
[14] I monasteri cistercensi in Brasile chiamati «Mundo Novo» sono due: uno vero monastero di clausura in Parana (sud Brasile), l'altro con impegni di ministero sacerdotale a Jequitiba (Bahia, centro Brasile). Augusto è capitato in quest'ultimo e ritiene che l'isolamento in foresta al Paratucú sia il miglior monastero.
[15] «Non sa quel che vuole, è un ragazzotto, io non mi fido di quello lì».
[16] «Ingannevole è il cuore dell'uomo più di ogni altra cosa ed incurabile! Chi lo può conoscere?» (Ger 17,9).
[17] Cidade Nova è una città satellite di Manaus nata alla fine degli anni settanta, dove padre Pedro Vignola ha fondato una parrocchia, da cui sono poi nate altre sette otto parrocchie, man mano che la città-satellite cresceva a dismisura (si veda il volume Gheddo, Missione Amazzonia, cit., capitolo X).
[18] Bollettino ciclostilato della Regione del Pime nello Stato di Amazonas (Manaus e Parintins).
[19] Padre Rizza aveva scritto il 16 settembre 1986 all'abate di Jequitibá chiedendo notizie di padre Gianola.