PICCOLI GRANDI LIBRI  AUGUSTO GIANOLA
IN MISSIONE PER CERCARE DIO

Lettere dal Brasile

A cura di Piero Gheddo

EDIZIONI SAN PAOLO 1998

Prefazione, di Sergio Zavoli
Introduzione, di Piero Gheddo

I. Da prete diocesano a missionario in Amazzonia (1951-1963)

II. La «luna di miele» della vita missionaria ( 1963-1966)

III. La parrocchia San Giuseppe operaio nello stile povero dei caboclos (1967-1973)

IV. Un anno di preghiera e di avventure in foresta (1974)

V. Una nuova avventura: le colonie agricole sulle «terre alte» (1975-1976)

VI. La rivoluzione tra i caboclos dell' Amazzonia, non con Marx ma con il Vangelo (1977-1984)

VII. 1400 chilometri in canoa sul Rio delle Amazzoni e il monastero dei cistercensi (1985-1986)

VIII. L'avventura finale in foresta: Augusto contento perché lebbroso! (1987-1990)

Cronologia di padre Augusto Gianola

VIII

L'AVVENTURA FINALE IN FORESTA: 
AUGUSTO CONTENTO PERCHÉ LEBBROSO! 
(1987 -1990)

«Ti aspetto nell'aldilà,
ove fra poco ci troveremo per sempre. 
E là, che avventura, mio Dio! Ciao» *

Gli ultimi anni della vita di padre Augusto Gianola sono trascorsi quasi interamente nell'eremo del Paratucu, in cui si è ritirato nel settembre 1986. Vi rimane fino al18 agosto 1989. È il periodo finale della sua esistenza, del quale abbiamo poche ma significative lettere, che completano bene il diario di questi mesi ed anni. Scriveva poco padre Augusto, anche perché al Paratucú è molto isolato, riceveva e spediva posta solo ogni mese o due, quando qualcuno andava a visitarlo. Questo almeno fino agli ultimi mesi del suo isolamento, quando si moltiplicano le visite per poterlo far uscire dalla foresta: nel Pime in Amazzonia, ormai tutti sapevano della sua malattia (la lebbra) perché l'aveva visitato a Parintins fratel Francesco Galliani, fondatore e direttore della « Casa padre Vittorio Giurin» per i lebbrosi (1).
Nei tre anni finali vissuti al Paratucú, padre Gianola si immerge sempre più totalmente nella preghiera e nella contemplazione, nella tensione verso la santità, nei pensieri che lo tormentano da anni, fino al punto da paragonare questo suo stato alla «pazzia dei Santi», consacrati ad una sola meta: «I santi erano pazzi
- scrive ai nipoti nel dicembre 1987 -, con una sola idea in testa e una volontà fissa in quell'idea. Così hanno corso. S. Francesco era un pazzo, ma anche S. Paolo, lo stesso Gesù, con un ;idea ed un amore totale a quell'idea. Come vorrei essere davvero pazzo, ragazzi, pazzo per il Signore, mio Padre, mio Re, mio Pastore, mio amico. Allora sarei santo. Invece, purtroppo, sono intorbidato nelle mie stupide idee e non riesco a correre».
Due i sentimenti di fondo in questa estrema ricerca di Dio: la coscienza della propria piccolezza, insufficienza, debolezza; e la certezza di aver pregato e cercato Dio con tutte le forze, raggiungendo la serenità di averlo trovato, nei ristretti limiti della natura umana. La "tormentata ricerca di santità» della vita di padre Augusto diventa, al termine della vita, una" serena e gioiosa certezza di aver trovato Dio».
Su tutto domina il sentimento profondo della fede, l'atmosfera di fede in cui Augusto è sempre vissuto, nonostante i suoi sbagli, stranezze, contraddizioni. Testimone di questa fede le due lettere in morte della mamma (nel
1989), vero capolavoro di letteratura cristiana.
Bella anche la lettera in cui si dichiara il cagnolino di Dio! «Ho letto "Fuoco in Castiglia" e l'ho goduto. Perbacco, ma quella
S. Teresa d'Avila è troppo alta per me, mi ha fatto invidia... mi sono sentito uno straccio e comunque se lei è un 'aquila io sono un cagnolino, ma sempre del buon Dio. Mi basta avere una cuccia fuori del Paradiso. Gesù è il mio Pastore e quando mai si è visto un pastore senza un cane?» (lettera alla sorella Annamaria, Natale 1987).
«Se mi chiedete a che punto sono del mio cammino Vi rispondo che sono sempre all'inizio, anzi, quanto più vado avanti, tanto più mi sembra di andare indietro. Ma è questo appunto che mi fa felice, vivere in questo mistero. Mi chiederete come ho fatto a trovare Dio. Vi dirò che l'ho cercato appassionatamente. Ricordo quando ero ragazzo, mi piaceva molto cercare i funghi e ne trovavo più di molti altri che venivano con me. Perché? Perché loro li cercavano distrattamente, senza passione, si stancavano, volevano solo tornare giù, per bere un buon vino all'osteria, con polenta e salsicce. lo invece li cercavo con passione, avevo la passione dei fungiatt (cercatori di funghi, ndr). E li trovavo. Con Dio è come con i funghi. Mai lo troverà chi non lo cerca o lo cerca solo qualche volta, distrattamente. Bisogna cercarlo con passione e costanza. Lo si trova certamente. Se no passeremo la vita tra il vino e le luganeghe (salsicce, ndr) e non troveremo mai quel tesoro che è l'unico per cui vale la pena di vivere. Cerchiamolo insieme. Forza!» (lettera ai compaesani di Laorca, ottobre 1988).
Profonde e toccanti le lettere di Augusto, nell'ultimo anno di vita, ai suoi Centpe di Locate Varesino e anche le risposte di questo «Gruppo di appoggio» veramente notevole, non solo per la fedeltà e l'amore al missionario, ma anche per la profondità evangelica dei loro ragionamenti.
Da questo scambio di lettere risulta molto bene come questa corrispondenza sia esemplare per molti altri casi del genere: cioè ha arricchito ambedue, il missionario nelle foreste amazzoniche e i suoi amici in Italia!
Un anno prima di morire, nella primavera
1989, padre Augusto va a Parintins per fare esami clinici: ormai da più d'un anno ha il piede e la gamba destra quasi insensibili e una ferita al piede, causata da una grossa spina, che non si rimargina più e fa marcire la carne. Lo visita fratel Francesco Galliani che gli dà il responso: è lebbra! "Gliel'ho detto - racconta fratel Francesco - e lui non ci credeva. Allora l'ho mandato a Manaus dal professor Sinesio Tagliari (figlio di italiani), docente di dermatologia all'università di Manaus e specialista del morbo di Hansen: anche lui ha constatato che Augusto aveva la lebbra e gli ha dato le prime medicine».
Ai suoi compaesani di Laorca, padre Gianola scrive: «Quando i medici mi hanno dato il loro verdetto: lebbra! ho sentito il mio cuore riempirsi di una felicità mai provata. Come è buono il nostro Dio! Ci dà le prove perché ha fiducia in noi e poi ci dà la felicità di portarle. Così adesso incomincio un'altra avventura, la più bella di tutte, perché anche la disavventura fa parte, anzi rende più bella l'avventura: i medici dicono che faranno di tutto per guarirmi in breve tempo. Sarei contento di tornare a lavorare con i miei caboclos. Ma quasi quasi, a dire il vero, non mi dispiacerebbe neanche di finire la mia vita in un lebbrosario, assieme ai più poveri e disprezzati dal mondo» (lettera ai compaesani di Laorca, settembre
1989).

1.

«Ho deciso di dar via il mio fucile»

Quanto a me, ragazzi, se sapeste che felicità! Cose indicibili, mai provate nel mondo. Il mondo non mi attira più, questa mia solitudine è così piena! Il mio silenzio è un' armonia che non si può ascoltare se non qua. Può darsi che Dio mi richiami nel mondo, se Lui me lo comanda lo farò, ma con grande dispiacere.
Il mio cuore è in pace, quanto più offro a Dio tanto più Lui
mi restituisce. Ho deciso di dar via il mio fucile, domenica se viene qualcuno, lo consegnerò. È stata una decisione sofferta, rinunciare ad una difesa e ad una fonte di alimento. Ma sono felice. Colui per il quale l'ho fatto è molto capace di difendermi e di alimentarmi. Ho qui davanti a me un'anguria che peserà più di 10 kg. È la prima che ho colto, ne ho già contate più di 70 nel campo, dolcissime e farinose come non ne ho mai provate. Questo è solo il sovrappiù che il Signore mi dà e vorrei che foste qui tutti insieme, padri e figli, a fare una scorpacciata perché purtroppo io non le posso mangiare tutte.
Penso a voi come non mai. Prego ogni giorno per ognuno
di voi nominalmente, uomini e donne. V'ho già detto che vi sogno quasi tutte le notti. Mi siete molto vicini. Ma non posso obbligarvi a seguirmi su queste strade, lo so, i miei colpi di testa sono incomprensibili anche a me a volte. Però il mio Dio è il mio Pastore, Lui mi conduce e non mi lascia mancare nulla, con Lui non c'è solitudine, né paura. Vorrei dirvi a squarciagola che ho trovato quel che cercavo. Ricordate la predica dell'ultima Messa? «Non ho ancora trovato Dio». Ora, se non è un'illusione, se non è il diavolo, mi pare di essere sulla strada buona.
Non oso però ancora gridarlo, lasciamo tempo al tempo, mi pare di essere ai piedi di una montagna altissima, sono tentato di fuggire (Caruso ricordi ai piedi della Ovest?) ma sento che il mio destino è continuare. Non lo so se sarà sempre qui o altrove, ma qualcosa di nuovo si è scatenato nella mia vita. Vedo l'assurdità della mia vita passata, la sciocchezza e il perditempo. Ora non sono cambiato, le tentazioni, la vanità e l'orgoglio mi stangano ogni giorno. Ma ora non sono più pastore di me stesso e capocordata. Un Altro mi guida. Se lo seguirò sarò felice, se no la colpa sarà mia e dovrò essere responsabile dell'ultimo più grande tradimento. Il che è possibilissimo anzi è ciò che più mi preoccupa. Per questo vi dico, amici: non è importante che mi scriviate o che vi scriva, lasciatemi pure alla deriva, abbandonatemi al mio destino, non è facile né giusto seguire un pazzo. Ma pregate per me, ve lo scongiuro.

Ai Centpe di Locate Varesino dal Paratucú, 11 febbraio 1987

 

2.

«Mi sento forte assieme a voi e una grande pace mi accompagna sempre»

Non vi ho scritto da molto tempo, pur ricevendo vostre lettere e notizie. Però indirettamente sapete già tutto di me.
Sono felice di essere unito a voi in questa avventura di ricercare il volto del Signore, per amarlo e adorarlo. Mi sento forte assieme a voi e una grande pace mi accompagna sempre, anche quando, mentre recito il Mattutino e le Lodi con voi, in piena notte (dall' 1 alle 2) sento lì vicino, a pochi passi, nel
mio campicello, il giaguaro che urla. In altri tempi quell'urlo mi avrebbe paralizzato, ora mi fa compagnia.
Io mi sento bene così come sto e a chi mi chiede cosa faccio di apostolato, rispondo che faccio ciò che S. Teresina faceva: sono il cuore, amo, perciò aiuto (!) tutto il mondo. Chi ci crede capisce, gli altri... pazienza.
Vi saluto, quelle che conosco, «le vecchie», ma anche le giovani che non conosco e che so ai primi passi della dura scalata alla vetta più alta. A loro la mia migliore preghiera, perché non si spaventino: non c'è da correre o fare grandi salti: a passi piccolissimi, lentissimi, magari indietreggiando o anche scivolando, lo scalatore arriva. E dopo che gioia, mia gente!

Alla sorella Annamaria e alle Carmelitane di Sassuolo da Parintins, 21 marzo 1987

 

3.

«Celebro Messa quando c'è una comunità»

Ti ho già scritto che sto bene. Tu mi chiedi sempre due cose: se dico Messa e se sono del PIME. lo rispondo senza mentire che dico la Messa quando ne ho l'occasione, cioè quando c'è una comunità per cui dirla, come ho sempre fatto, anche in Italia. Anche se non sono degno e quindi vorrei celebrare il meno possibile. Preferisco assistere alla Messa, come faccio questi giorni a Parintins, sotto l'occhio dei miei compagni e superiori.
Anche sant'Antonio del deserto è stato più di 30 anni senza assistere ad una Messa. Il rapporto con Dio, che è ciò che vale e importa, è assicurato dalla fede, speranza e carità. Ma ormai sto andando nel difficile e ti risponderò perciò alla seconda domanda per assicurarti anche sulla prima: i miei superiori sono pienamente d'accordo sulla mia vita e mi seguono con amore anche se hanno apprensioni per paura delle malattie, ecc. Ma ho parlato con loro in questi 8 giorni in cui li ho incontrati tutti e si sono tranquillizzati tutti sentendo che sono sicuro e sono sano.
Perciò continuerò la mia esperienza, ogni tanto venendo in città per farmi vedere se sono vivo ancora. Ma non pensare male che non morirò con facilità, visto che la parte più difficile l'ho già superata.
Continuerò pertanto la mia vita di preghiera, già non dico di penitenza perché per ora non ho trovato nulla che mi facesse fare penitenza, né la solitudine, né il duro lavoro. I denti li ho messi a posto, così penso che almeno per un anno non
vedrò più il dentista. Tranquillizzati perciò riguardo alle due domande, continua a pregare perché io faccia la volontà di Dio: quando la capirò, la seguirò ovunque mi chiami. Per ora mi richiama là, nel silenzio della foresta.

Alla mamma da Parintins, 21 marzo 1987

 

4.

«Ci ha colpito la decisione di rinunciare al fucile»

Carissimo don (nel senso di prezioso...),
questa sera siamo davanti alla tua lettera con spirito pensoso. Mai come questa volta il discorso fatica a prendere l'avvio perché la tua lettera ha provocato in noi le più diverse reazioni.
Pensiamo che se ognuno dei tuoi amici ti rispondesse personalmente avresti cento risposte diverse che nascono dallo sconcerto che hai provocato in noi. Tra quelli che hanno letto la lettera nessuno ha dato risposte pronte: tutti rimangono pensierosi forse perché le tue affermazioni sono troppo forti e non lasciano spazio a risposte facili.
L'amicizia «comunque» non si discute. Le perplessità che tu fai sorgere sono molteplici e di varia natura. Ci ha colpito tra le altre cose la decisione di rinunciare al fucile, perché conosciamo le difficoltà che tu incontri sia per l'alimentazione che per la tua difesa personale... Sappiamo da notizie giunte dalla Nella che la tua salute può correre dei rischi.
Visto che il tuo indio non è più venuto e per gli altri è certamente un impegno grosso venirti a trovare, pensi che sia giusto rischiare tanto? Tu dici di aver trovato Dio e questa sarebbe la cosa più bella che ti possa capitare e noi ti auguriamo che davvero non sia il demonio, ma che lo Spirito Santo con tutta la Sua Sapienza ti aiuti.
La lettera a questo punto si era arenata e ricorrendo al senso pratico abbiamo deciso di fare un'altra riunione per risentire il parere di tutto il gruppo. Da parte di tutti, nonostante spunti diversi, rimane fondamentale il fatto che rispettiamo la tua scelta anche se è difficile per noi comprenderla e condividerla. Forse non siamo all'altezza di capirti, oppure non facciamo parte di coloro che impegnano la vita per trovare certe risposte, non abbiamo forse in comune questa tua grande sete di Dio ma abbiamo in comune tante altre cose.
Dalla riunione sono emerse diverse osservazioni: è uno spreco di energie, il «prete» deve sempre dare qualcosa agli altri, se hai trovato Dio devi comunicarlo anche agli altri, tu hai sempre amato quel tipo di vita e forse ti piace restare lì; c'è poi chi sta tranquillo perché conoscendoti sa che te la cavi bene e che tra un poco di tempo uscirai. Il Pas dice «fa co ca l'è ura!» («Fai giudizio che è ora! », ndr), che il tempo passa: lui ha 47 anni perciò ha ancora tempo (per «fa co») ma tu hai 10 anni in più...
In conclusione anche se la tua scelta è stata difficile da capire, molto di più che nel 1974, anche se siamo preoccupati per la tua salute e per tante altre cose, tuttavia rispettiamo il tuo desiderio di sentirti in comunione con Dio anche a costo di pagare cara la conquista della tua esperienza. Siamo dunque ancora, per l'ennesima volta con te, pronti a seguirti (senza capirti) con tanta amicizia come sempre.
Per quanto riguarda la «Scuola agricola», noi siamo sempre d'accordo d'impegnarci sui progetti che partono dalla scuola stessa. Siamo in attesa che il Pedroca ci scriva e ci proponga qualcosa; noi saremo sempre ben disposti a collaborare.

A padre Augusto dai Centpe di Locate Varesino, 3 aprile 1987

 

5.

Una lezione sui serpenti dell'Amazzonia (2)

Ecco qualche riga anche per voi, tanto per informarvi che sono ancora vivo e che non sono ancora morto. Ho ammazzato il mio concorrente pescatore coccodrillo, che qui chiamano jacaré e quando verrete a trovarmi, vi ho preparato la pelle, che in questi giorni impaglierò: è piccolo, circa 1,20 m.
Forse vi ho già parlato delle cobre (3): ormai hanno cessato di farmi visita, almeno quelle velenose. Di velenose qui abbiamo solo la surucucurana, il pico di jaca, la corallo e la jararaca. Nella Bahia (nel monastero di Jequitibá, ndr) avevo anche il
cascavel che dicono morde e poi si ferma ad ascoltare il tonfo della sua vittima, tanto è rapido il suo veleno. Il pico di jaca è il più grosso dei velenosi, fino a 3.50 m, e vive solo nelle foreste alte. Di notte si ode il suo grido di onde elettriche (perché le cobra sono sorde) e dà i brividi.
C'è poi la surucucu di fuoco, rossa, dicono che le piace il fuoco e attenti perciò quando si accende il fuoco! C'è la surucucu facão, cioè coltello, simile alla lama di un coltello, un po' piatta e biancastra. Questa ti aspetta sui sentieri e quando la scacci lei va avanti e ti aspetta sempre piu avanti. La corallo è di due tipi, quella velenosa e quella no. È come una collana di coralli rossi, bianca e nera ad anelli. La surucucu mia amica di casa invece è della coda a punta gialla. Poi di velenosi non ce n'è più.
Ci sono le diverse qualità di boa: la jiboia è la più grande e può passare i 10 m, è però una cobra mansa, cioè timida e se la lasci stare ti è amica. Quando è piccolina la si può allevare, qui ne ho parecchie. Puliscono la casa dai topi, rospi, ecc. Quando è grande però è meglio tenerla un po' distante, almeno 10 metri. I caboclos dicono che è velenosa nel mese di maggio ma non è vero. Di solito è il personaggio di molte storie e molte canzoni.
C'è la camamboia, che, dicono i caboclos, dove guarda ha il potere di bruciare le piante col solo sguardo (ma non è vero). C'è la boiasica, che ha due teste, cioè le due estremità sono perfettamente uguali, in modo che non si sa quale sia la testa.
E c'è infme la cutimboia, che quando ti incontra non ti morde ma ti dà semplicemente una frustata da lasciarti il segno. Ed è bella lunga, verde e gialla.
Poi c'è la papaova, a cui piacciono le uova e c'è la caninana, bellissima, nerissima con palline gialle oro, un'opera d'arte, ma è cattiva e corre dietro a chiunque, facendo morire dalla paura. Ma non è velenosa. C'è la papagaio, sottile, verde, molto bella, sei mesi vive per terra e sei mesi vive fra i rami.
C'è la pepéua, vive sulle sponde e quando la rincorri si drizza
e forma il cappello come i cobra dell'India (naia).
Ce n'è una, cobra liana, che somiglia tutta ad una liana e bisogna stare attenti a non sbagliarsi. Poi ci sono i grandi costrictors, le anaconde, di cui certo vi ho già parlato.
Io vado sempre col coltello ben affilato a pescare, per prevenirmi contro di loro.
Infine c'è una cobra molto simpatica, la mussunina, quasi nera, 2 m circa, che ha la proprietà di mangiare le altre cobre, specialmente le anacucu. È una di queste che sto cercando, perché così le ho già preparato il guinzaglio e quando entro nella foresta la mando avanti e io vado sicuro dietro di lei.
Ciao, vostro zio Augusto

Ai nipoti dal Paratucú, senza data, giugno 1987

 

6.

Vita disumana la mia?
Le persone che vivono nel mondo mi fanno compassione

Vi sono grato per il ricordo e la preghiera e l'affetto. Di tutt'e tre le cose ne ho bisogno. Forse è per queste vostre preghiere che io mi sento in pace.
Io recito le mie Lodi unito a voi: la sentite una voce di uomo, mezzo sgangherata, in un coro di vocine ben ordinate? Il Signore la sente e le perdona tutto il disordine, così fra voi mi salvo anch'io.
Soprattutto vi affido i casi che di volta in volta mi sorgono, a volte si tratta della mia anima, più raramente del mio corpo, a volte di amici che vengono a trovarmi con cose terribili da
dirmi. lo allora li affido a voi, abbasso istintivamente la voce sgangherata perché si confonda colle vocine e Iddio ascolti solo quelle e così non noti la mia presenza stonata.
Grazie per il bel libro « Fuoco in Castiglia». Lo leggerò con calma, anch'io ho il tempo che fugge e, benché sia dedicato soprattutto alla preghiera, le cosette da fare sono molte e arriva sempre sera tre o quattro ore prima del previsto. Alle 5 mangio, poi ho ancora un'oretta di luce per le ultime preghiere e quindi a letto, perché non ho molto kerosene da tenere accesa la lampada molto tempo.
Quanto al dire che la mia vita è disumana o al limite delle possibilità umane, non c'è enormità più grossa che si possa dire. Se sapeste che tranquillità! Se sapeste che misura umana ha la mia vita! Se sapeste come mi fanno compassione le persone che vivono nel mondo e persino voi!
Non c'è vita più umana della mia, perché vivo nella completa libertà e nell'unione indisturbata con Dio.

Alla sorella Annamaria e alle Carmelitane di Sassuolo dal Paratucu, 10 luglio 1987

 

7.

«Quando uno è in pericolo, non è il momento di tagliare la corda»

Sento che il rapporto che sta instaurandosi fra noi è totalmente nuovo, perciò qualcuno farà fatica a capire e adattarsi. Ma i pensieri si fanno più profondi e impegnativi.
Sento di aver sbagliato quasi tutto quello che ho fatto finora. A cominciare da Locate. Vi devo chiedere perdono di molte cose, di quasi tutto, di aver anteposto il mio io a tutto il resto. Adesso sento di amarvi molto più di allora. Avrei dovuto insegnarvi il cammino di Dio, con quegli occhi chiusi della santa Sindone che mi accompagnano giorno e notte. No, non voglio più essere capocordata di nessuno, neanche di me. Lui mi guiderà.
Per questo ho chiesto ed ottenuto dai superiori di andare avanti così. Sono solitario, ma non sono solo, indipendente, capo di me stesso: ogni tanto mi confronto col mio superiore e lui mi dirige.
So dunque delle vostre perplessità. Ringrazio però che mi rispondete ancora. Vi sarò utile da qui innanzi, forse di peso, forse di scandalo. Non vorrei più impormi al vostro affetto, alla vostra ammirazione, neanche al vostro ricordo. Ma forse adesso, contro il Don siete già abbastanza vaccinati. Tuttavia non vi dimenticherò mai e questo non me lo potete proibire.
Non è più tempo di ammirazione, perché ormai non sto più facendo niente. È forse però tempo di comprensione prima ancora che di affetto. Dalla montagna riteniamo questo insegnamento: quando uno si è imbranato ed è in pericolo, non è il momento di tagliare la corda e lasciarlo al suo destino.

Ai Centpe di Locate Varesino dal Paratucú, 2 agosto 1987

 

8.

Come Augusto ha costruito la sua casa al Paratucú

Approfitto della mia convalescenza da una gravissima malattia che per poco non mi porta al Creatore per scrivervi ancora una lettera.
Quando sono tornato il giorno 22 luglio, dal ritiro dei padri
a Parintins, arrivato nella mia casetta sentivo un certo disturbo all'occhio e alla guancia sinistra. Pensavo: sarà stato qualcosa che mi ha beccato (pizzicato, ndr) nella discesa in foresta sulla canoa passando sotto i pali, raspando fra i rami, ecc. qualche ragno, qualche formica, qualche scolopendra, qualche millepiedi, qualche scorpione, qualche vedova nera, qualche cobra piccola, piccola...
Ma all'indomani, alzandomi ho voluto guardarmi nello specchio (uno specchio enorme, di 5 cm per lato). Orrore, non mi riconoscevo più. Gonfio, rosso, un mostro e tutto indolenzito.
Pensando che l'ora della morte si avvicinava a grandi passi, mi sono esaminato la coscienza, ho detto l'atto di dolore il più perfetto possibile e poi ho preso in mano il mio manuale di medicina: alla pagina 371 ho visto la foto di una faccia uguale alla mia e sotto c'era scritto: risipola.
Mi consigliava, oltre all'atto di dolore, di fare anche impacchi umidi e prendere degli antibiotici. Non mi diceva quanti ed io ne ho presi circa un kilo e mezzo per cui dopo 4 giorni ero bello e guarito pronto per scrivervi questa letterina. Ma l'ho vista proprio brutta. Di notte tremavo come una foglia al pensiero di non vedervi più e di morire senza potervi neanche dire «crepa».
In questi giorni stando un po' a riposo guardavo la mia casetta. Cercherò di descrivervela e magari farvi un disegnino.
È fatta di paglia. La paglia la prelevo dalle palme. La foresta è ricchissima di palme, ma ecco una prima difficoltà: quale palma scegliere? Perché non tutte sono buone, o perché marciscono subito o perché sono troppo difficili da tagliare, ecc. La paglia che io voglio dev'essere solida e durevole per almeno 3-4 anni. Quindi scelgo il curua. L'altro problema è sapere dov'è il curua, non c'è dappertutto, bisogna cercarlo. E quando lo si trova dev'essere in quantità sufficiente, per non arrivare a metà e mancare le foglie. Trovato un buon pagliaio di curua bisogna vedere come coglierlo.
Ogni luna lui mette fuori una foglia nuova lunga 4 metri, chiusa, (si apre poi col sole a poco a poco). Bisogna sapere come coglierla, perché se la si coglie male si rovina la pianta che muore. Tagliata la foglia si accatasta con le altre, facendone dei fasci di 20. Poi si trasporta, è abbastanza pesante e spesso piena di una piccolissima ma terribile formica che ti fa passare le pene del purgatorio.
Arrivate in casa, cioè sul luogo dove sorgerà la casa, queste foglie chiuse devono essere aperte ad una ad una, con un'operazione che dura diversi giorni ed è la delizia delle donne, perché durante questo lavoro manuale, intanto che le mani si muovono sulla paglia, la lingua non si ferma nel tagliare i panni addosso al prossimo.
Intanto gli uomini (qui ero solo io e il mio indio Marcelino) vanno di nuovo nella foresta per scegliere i pali che devono essere resistenti all'umidità, ficcati nel terreno. Noi abbiamo scelto 11 pali chiamati «stinchi di vecchia», perché brutti ma solidi. Impiantati nel suolo vi abbiamo messo sopra le capriate di un altro legno più leggero e ne viene una costruzione di 5 per 3.50 m, con due fine strani ai lati e una porta sul davanti.
Ma poi c'è la cucina, in cui praticamente si fa tutto, è sul davanti, e lì ci ho messo un tavolo di piccoli tronchi tagliati a metà, due sedili a forma di fungo (4), dei secchi per l'acqua con quattro gusci vuoti di zucche chiamati «Cuie», il fuoco per terra e sotto la tavola la legna per bruciare. Di armadi non ce
n'è, tutte le cose si infilano nella paglia della casa, cucchiaio, piatto, vestiti, ecc. Ma non mi dilungo perché magari un giorno qualcuno fotograferà la mia casa e voi la potrete vedere.
A meno che fra qualche anno, quando tutti avrete imparato a camminare, a far di conto, possiate fare un bel viaggetto e venirmi a trovare. Allora vi preparerò una scimmia in salmì, cucinata in un guscio di tartaruga, un affettato di tapiro insaccato nella pelle dell'anaconda e una coda di coccodrillo con contorno di rospi Curucu (quelli che cantando fanno il rumore della moto).
Vi saluto, vi auguro ogni bene e spero che voi non stiate sciupando il tempo come molti della vostra età. Preparatevi bene, ragazzi, che la vita è bella, importante e per voi (fortunati!) ancora tutta da vivere.
Di nuovo ciao, Iddio vi benedica e vi faccia capire tutto. V s. zio Augusto

Se siete abbonati a Italia Missionaria, io ogni tanto scrivo delle storie su di essa. Leggetela.

Ai nipoti dal Paratucú, senza data, settembre 1987

 

9.

« Non si può piangere tutta la vita, l'importante è amare»

Entro domani nel mio 2° anno di ritiro. Entro in pace e con molta voglia di migliorarmi. Se quest'anno che è passato ho pensato soprattutto al passato, chiedendo perdono a Dio di tutti i miei errori, voglio questo anno 2° dedicarlo al presente, cioè a riempire il cuore, perché ho capito che non bisogna stare tutta la vita a piangere, l'importante è amare.
Non si vale per quello che si ha, forse neanche per quello che si è, ma per quanto si ama. Vorrei perciò riempire il cuore, imparare ad amare, se no mi conviene più pensare di tornare in mezzo agli uomini...
Ecco perciò che ti chiedo di aiutarmi con le tue preghiere. Cambierò la mia preghiera che quest'anno è stata: «Signore Gesù, abbi pietà di me» in quell'altra: «Gesù mio Signore, dam mi il tuo amore». Ripetila anche tu con me.
Ti mando anche la mia preghiera di un miserabile: 
Signore, ti adoro, anche se non so cosa vuol dire 
ti ringrazio, anche se solo a parole
 
ti chiedo perdono, anche se senza una lacrima 
ti offro tutto, anche se non ho niente
ti voglio amare, anche se ne sono assolutamente incapace. 
Purtroppo l'estate è lunghissima, anzi, pare che non voglia più finire, come nell'82 che non è piovuto per due anni. Così io non posso lavorare la mia terra, sono un po' disoccupato.
Ma approfitto per leggere e pregare. Sto facendo una scultura in legno, una catena di 15 anelli, bella artistica, voglio offrirla come voto alla Madonna quando andrò a Parintins in luglio. È veramente bella, lavorata, grande più di due metri. Sono i 15 misteri del Rosario. Dillo all' Alberto, è lui che mi aveva detto di aver visto in Biandino (una valle sopra Lecco, ndr) una cosa simile e ne era ammirato.
E invece una cosa semplicissima. La Madonna ha guidato la mia mano e in pochi giorni l'ho realizzata.

Alla mamma dal Paratucu, senza data,
ottobre 1987

10.

« Stai facendo un salto di qualità nella vita e questo ci riempie di gioia»

Carissimo don,
all'aeroporto quella sera eravamo in tanti con don Battista
ad attendere i brasiliani. Nella, Carla e Raffaele hanno risposto alle più urgenti nostre domande (5): tu stai bene, sei nella foresta ma con l'appoggio del tuo superiore, la Scuola va bene, i progetti stanno andando a buon fine, vi siete divertiti, specialmente Raffaele, alla festa di Parintins, ecc... Ma poi abbiamo aperto e letto la lettera e qui... ci siamo arenati per ben tre mesi e più. Infatti solo ora, dopo aver fatto la riunione del gruppo, visto le diapositive e le foto (bellissime), letto la tua lettera e chiesto il parere di tutti, ci siamo decisi a scriverti: è un tentativo e anche un'impresa!
Accettiamo senza discutere la tua scelta perché ormai sappiamo che quello che scegli non è senza ragione e non ce la sentiamo di ripeterti quello che pensiamo: dei pericoli che corri, comprese la solitudine e la fuga della realtà. Ti lasciamo in pace, non perché il fatto non ci interessa, ma perché abbiamo il dovere di rispettare le tue scelte e perché abbiamo piena fiducia nella tua intelligenza ed esperienza (data l'età). Non ce la sentiamo invece di accettare totalmente le tue scuse e la tua confessione, anzi, la sconfessione di tutto quello che hai fatto a Locate e in Brasile fino ad ora.
Non si possono deporre 57 anni di vita come fossero un abito usato perché tutto quello che è stato fatto è e rimane realtà, non esiste una spugna per cancellare il male, ma neanche il bene. Non puoi rifiutare o cancellare le conseguenze delle tue azioni anche se scopri che non erano mosse da una intenzione sublime. Se hai fatto del bene questo rimane e basta. Nelle tue affermazioni poi c'è dell'esagerazione:
1) Anteponendo te stesso, ammesso che sia vero, hai mostrato un esempio positivo, visto che chi ti ha osservato ne ha ricavato solo cose positive per sé. Ti ricordiamo che a quel tempo Locate era un ambiente chiuso e di mentalità ristretta e tu avevi rispetto a noi, cultura, vitalità, esperienza e spiritualità. Dunque il tuo passaggio doveva lasciare un segno anche se tu non ti eri imposto per niente; eri l'uomo giusto nel posto giusto.
2) Ci hai portato in montagna. Non cercare di demolire le montagne adesso! Tu sai benissimo e non puoi negarlo, che andando in montagna abbiamo imparato un sacco di cose, tra cui non certamente ultima l'amare Dio. Non ci hai insegnato a mitizzare le vette confondendole con Dio, non abbiamo mai scambiato una scalata con un cammino verso Dio, eri tu a tenerci con i piedi per terra, non ti ricordi?
Ora stai facendo un salto di qualità nella vita e questo ci riempie di gioia. Noi non possiamo esserne partecipi fino in fondo perché siamo immersi in un'altra dimensione; abbiamo altri affanni, altri desideri e altri pensieri, ma sappiamo comprendere e anche condividere quello che ti sta accadendo, sia pure da lontano (in senso spirituale).
Ci chiedi di non ammirarti perché non stai facendo niente, ma invece stai facendo le cose più grandi che finora tu abbia fatto per te e per noi. Per questo siamo noi a chiederti di non dimenticarci e di farci partecipi delle tue conquiste, perché questo solo è ciò che ci può tenere legati sempre e specialmente quando siamo imbranati.
Con l'amore di sempre ti mandiamo il consueto abbraccio. Il gruppo d'appoggio

A padre Augusto dai Centpe di Locate Varesino, 12 novembre 1987

 

11.

« Come vorrei essere davvero pazzo, pazzo per il Signore»

 

Carissimi Mara-S-Mi-Da-Lu-Pi (6),
rispondo a tutti, benché solo Daniele mi abbia scritto e quindi meriti una risposta. Ma forse quello che lui vuoI sapere, anche gli altri lo vogliono, quindi scrivo al gruppo.
Grazie per la notizia di I.M., io però non l'ho vista né ne ho saputo nulla, chissà se hanno pubblicato tutte le cose vere. A me non interessa molto, ma se voi mi dite che è ben fatto e farà del bene, sono contento.
Sono ricominciate le scuole, è dura per tutti, ma come siete cresciuti, parlate già di liceo scientifico... vorrei tanto vedervi, mandatemi una foto tutti uniti per vedere se vi riconosco ancora. E anche I.M.
E poi parlate di C.L., di Rimini, di madre Teresa, della «Scuola di comunità»... e io continuavo a scrivere sciocchezze (vere però) sulle curiosità amazzoniche. Ora però mi stringete alle corde obbligandomi a rispondere a domande serie.
Vedi Daniele, ad alcune domande non posso rispondere perché anche per me non c'è una risposta; ad altre tu stesso risponderai più avanti negli anni quando, scrittore ormai consacrato, ti accingerai a raccogliere i documenti per scrivere la vita di quel «pazzo di uno zio».
Pazzo! è proprio quello che vorrei essere, caro Daniele, ma purtroppo non lo sono, è per questo che mi attardo tanto e salto da un'idea all'altra. I pazzi hanno una sola idea, una idea fissa non due, in modo che non possono giocare saltando da un'idea all'altra come facciamo noi, concludendo poco o niente.
I santi erano pazzi, con una sola idea in testa e una volontà fissa in quell'idea. Così hanno corso. S. Francesco era un pazzo, ma anche S. Paolo, lo stesso Gesù, con un'idea ed un amore totale a quell'idea.
Come vorrei essere davvero pazzo, ragazzi, pazzo per il Signore, mio Padre, mio Re, mio Pastore, mio amico. Allora sarei santo. Invece, purtroppo, sono intorbidato nelle mie stupide idee e non riesco a correre.
Cercare Dio? No, Daniele, Dio non lo si cerca, è lui che cerca noi, da Dio ci si lascia cercare, ci si lascia prendere, ci si lascia amare e salvare.
Non c'è da cercare Dio, perché se Lui non vuole lasciarsi trovare ne ha tutti i mezzi. Quindi io non 'sono qui per cercare Dio, ma per lasciarmi trovare, penetrare, conquistare da Lui. E devo dirti che è così che l'ho finalmente trovato.
Per il resto della mia vita ho cercato solo me stesso.
In mezzo agli uomini? Dipende. Anche qui le modalità non
siamo noi che le stabiliamo. E se Dio vuole condurti sempre più in là nel deserto per darti il suo dono d'amore, di nascosto da tutti, tu cosa puoi dirgli?
E poi rispondi, perché S. Paolo si è ritirato 3 anni nel deserto prima di cominciare a predicare? Perché lo stesso Gesù ha buttato via 30 anni senza che nessuno se ne accorgesse e poi ha predicato solo 3 anni?
Bene, io pure non è detto che stia per sempre nella foresta, che è molto meno pericolosa di quel che si pensi. lo ho più pace qui che in città. Può darsi che esca quando però sentirò la
voce del mio Signore. Non voglio più essere io a fare i miei programmi, ma lascio che Lui li faccia per me. Va bene così? Vi ringrazio e vi prego di capirmi.
V s. zio Augusto

Ai nipoti dal Paratucú, senza data, dicembre 1987

 

12.

Il «grande pescatore» viene a sua volta pescato

Avevo finito di mangiare il mio pesce secco che mi era durato quindici giorni, un pesce gatto di una decina di kg. lo l'avevo preso e salato, esposto al sole e poi, giorno per giorno, ne tagliavo un pezzo da mettere sotto i denti. Quindi dicevo, finito il pesce dovevo prenderne un altro. Mi armo di un amo a forma di pesce che noi chiamiamo Currica, attaccato ad una lunga corda di naylon: si lancia lontano con forza, fino a circa 20 metri di distanza nel lago e poi si raccoglie rapidamente facendolo scorrere sull' acqua. Il pesce vede questo oggetto luccicante grande quanto un cucchiaio normale e pensa che è un pesce. Se il pesciolone è un pesce cacciatore si lancia per prendere il pesciolino di ferro al quale naturalmente è attaccato un grosso amo.
Prendo sempre pesci grossi con questo sistema e quel giorno volevo prenderne uno eccezionale. Scelsi quindi un lago molto deserto, un po' lontano da casa. Erano le 4 del pomeriggio. Arrivato al lago faccio alcuni lanci di assaggio e poi, vedendo dei movimenti dell'acqua più lontano mi appresto ad un lancio più lungo.
Pronto? Ruota velocemente la currica e... oplà! Un lancio
davvero meravigliosamente insolito: avevo preso un pesce di circa 75 chili. Sennonché questo pesce ha un nome: si chiama padre Augusto. Infatti il grosso amo di ferro, invece di prendere la direzione giusta si era infisso profondamente e irremovibilmente nella carne del mio braccio sinistro.
Si sa che quando un amo entra bene non esce più, bisogna tagliare. Al primo momento mi sono spaventato, poi sono scoppiato a ridere per la figura di grande pescatore che avevo fatto. Mi sono rivolto al Signore: Gesù mio, tu eri inchiodato alla croce e io sono appeso a questo oggetto disgraziato. Poi mi sono messo a remare veloce, per arrivare in casa dopo più di mezz'ora, ma col cuore molto allegro perché, nella novena del Natale, potevo offrire qualche cosa a Gesù Bambino.
Arrivato a casa ho preso il bisturi e ho incominciato l'operazione di scarnificare la carne con molto sangue, non essendo affatto un buon chirurgo. Ma strano a dirsi"di solito quando mi ferisco e vado all'ospedale, mentre il medico mi ricucisce o aggiusta (di solito) sudo e svengo dalla paura. Sono un gran fifone. Invece stavolta facevo tutto fra grandi risate io e il mio Signore. Dovendo lavorare solo con una mano ho dovuto legare la currica a un palo per tenerla ferma intanto che tagliavo.
Poi ringraziai il Signore, perché, provate un po'a pensare se invece che nel braccio mi fosse entrato nella schiena, nel collo o nel sedere? Avrei dovuto vivere giorni e notti con quell'aggeggio appeso finché non arrivasse qualcuno a tirarmelo.
Ciao, buon anno, zio Augusto

Ai nipotini dal Paratucú, 25 dicembre 1987

 

13.

« Gesù è il mio pastore:
quando s'è mai visto un pastore senza un cane?»

Il Signore non vuole che io lavori, non mi manda più neanche una goccia d'acqua e non posso piantare e coltivare niente. Sono quindi disoccupato, leggo, prego e sto costruendo un oggetto bello, di legno da offrire alla Madonna del Carmelo il 16 luglio 1988. Mi sono scoperto anche scultore. Peccato che la vista non mi aiuta molto e mi stanco.
Ho letto «Fuoco in Castiglia» e l'ho goduto. Perbacco, ma quella S. Teresa d'Avila è troppo alta per me, mi ha fatto invidia ed ho pensato a voi del Carmelo di Sassuolo, che figura io faccio. Chissà come mi giudicate se siete tutte della stessa stoffa!
Io mi sono sentito uno straccio e comunque se lei è un'aquila io sono un cagnolino, ma sempre del buon Dio. Mi basta avere una cuccia fuori del Paradiso. Gesù è il mio Pastore e quando mai si è visto un pastore senza un cane?
Sono contento che c'è gente che entra al Carmelo di Sassuolo. State sicure che anch'io prego, alla mia maniera, per voi. Se Dio non mi ascolta non è colpa mia.
Leggendo quel libro mi è venuto di pensare molto più profondamente alla vostra vita e di capirla di più. Avete una bella responsabilità.
Manderò quando potrò il mio diario di quest'anno e lì leggerai la mia vita di quest'anno. Se pensi che qualcosa puoi comunicare anche alle altre sorelle Carmelitane, che possa essere utile per conoscerci meglio e per pregare di più sul concreto, fallo pure. Le notizie quindi le troverai tutte là.
A Natale verranno a prendermi per dire la S. Messa di mezzanotte al Mocambo.
Infelicemente l'estate fortissima ha seccato i fiumi cosicché ci vogliono due giorni di viaggio, caricando molto spesso la canoa sulle spalle. Ma sono contento di passare il Natale in famiglia. Passerò di casa in casa benedicendo le capanne di ogni famiglia.
C'erano delle discordie antiche al Mocambo. Nella mia ultima visita avevo detto loro che quest'anno non venissero piùa prendermi per la Messa del Natale se ci fossero ancora discordie. Mi hanno mandato una lettera dicendo che posso andare tranquillo che ormai tutto è in pace. Grazie a Dio!

Alla sorella Annamaria dal Paratucú, Natale 1987

 

14.

« Ve lo immaginate un S. Francesco col fucile in spalla?»

Mie carissime amiche delle medie,
mi ha fatto tanto piacere la vostra lettera. Pensavo di avere solo sei nipotini ma mi pare che stanno aumentando un po' troppo.
Non so se vi scriverò ancora perché purtroppo devo sempre rispondere a molte lettere, ma sono contento che leggiate le lettere alla Lucia e alla Mara, adesso vi penserò tutte quando scriverò.
Mi chiedete della preghiera: ecco noi confondiamo spesso la preghiera con la penitenza. Andare in chiesa è una penitenza, dire il Rosario, confessarsi, ecc. è tutto una penitenza. Anch'io la pensavo così. Dicevo: «Per la miseria, ho ancora il Rosario da dire!» come per dire «Che barba! ». Oggi la penso diversamente: «Ho ancora il Rosario da dire! », come per dire: «C'è ancora la torta o il gelato!»...
La preghiera non deve essere una penitenza, ma un appuntamento d'amore... e chi non ha voglia di correre a un tale appuntamento?
Quanto al fucile non abbiate paura. Mi meraviglia la vostra domanda, voi che vivete nel mondo dei «verdi» e parlate tanto di ecologia! Del resto ve lo immaginate un S. Francesco con il fucile in spalla (7)?
Le zanzare, grazie a Dio qui non ci sono se non raramente: il mio fiume è di acqua nera, le zanzare sono più sulle acque chiare, cioè fangose. Sui fiumi di acqua nera ci sono poche zanzare ma quelle poche sono anofele, cioè portano la malaria: pungono un ammalato di malaria e ne trasportano il sangue infetto ad altri. Ma la mia fortuna è che il mio fiume è completamente disabitato, quindi non hanno chi pungere.
Quanto al pensare a quelli che muoiono di fame: prima di tutto è già qualcosa, perché dal pensiero nasce l'azione, dalla mente si passa al cuore e poi alle mani e se mai ai soldi. Capito?
Eccovi risposto un po' telegraficamente alle vostre domande. Infelicemente il giaguaro ieri notte mi è venuto in casa e mi ha mangiato la mia gattina Cicciolina. Così adesso mi sento un po' solo e soprattutto esposto agli assalti... dei topi.
Mi è rimasta una gallina, Isabella, che mi dà qualche uovo, ma anche lei ha i giorni contati, perché ci sono diversi falchi appollaiati qui attorno che l'aspettano al varco. Mi fanno desiderare un fucile, ma cerco di respingere la tentazione.
Ora vi saluto, un augurio di buon anno e anch'io vi mando un fortissimo abbraccio,
vs. p. Augusto

Alle ragazze della Scuola Media Kolbe di Lecco dal Paratucú, senza data, 1988

 

15.

« Sto leggendo solo vite dei Santi e poi studio la Bibbia»

Approfitto dell'uscita a Parintins per spedire questa lettera. Sono qui per la consacrazione del nuovo Vescov08. Sono un po' stanco perché il viaggio è sempre un massacro, ma sto bene.
Sto leggendo solo vite di santi. Quel 500 che secolo! Ora abborderò S. Teresina, che ho già letto naturalmente, ma qui tutto mi è sempre nuovo: S. Caterina, S. Agostino, S. Francesco, S. Teresa, Edith Stein, S. Francesco Saverio, Charles de Foucauld, S. Giovanni della Croce e altri ancora (S. Francesco...); e poi studio la Bibbia, in quei nuovi volumi del card. Martini. Ma i miei occhi non mi aiutano molto, per cui non posso forzare la lettura, .e poi ho anche molto lavoro.
Piuttosto la mamma mi dà brutte notizie di gente che muore. Ormai da parte del papà sono morti tutti. Della mamma c'è solo lei e lo zio Gino. E noi pure diventiamo vecchi e ci avviciniamo al rendiconto, io con un carico molto grosso di peccati! Meno male che c'è tanta gente che prega per me, se no il diavolo mi avrebbe già levato.
Ho finito di meditare un gioiello di libro che mi ha mandato qualcuno quando ero a Jequitibá: «Tu sei il silenzio» di Karl Rahner. Certamente l'avrai già conosciuto e meditato, quindi sto portando acqua al mare. Ma è di una profondità così alta, che solo voi contemplative potete comprenderlo. Io lo rileggevo 3 volte e sempre lo ricapivo di più. Dillo anche alla Pinuccia, le piacerà. Ma forse anche lei già lo conosce.
Mando il mio diario dell'87. Ciao, ti mando la mia benedizione, che non è di un eremita, ma di un prigioniero di Cristo. Un abbraccio e un saluto a tutte le mie sorelle.

Alla sorella Annamaria da Parintins, 21 febbraio 1988

 

16.

« Come ho fatto a trovare Dio? L'ho cercato appassionatamente»

Carissimi amici della mia terra, voglio arrivare in tempo per mandarvi gli auguri di Natale, il terzo ormai nella mia solitudine. È notte e il mio postino sta riposando, stanco: all'alba ripartirà.
Dal tempo della visita di don Franco non ho più visto nessuno di Laorca, anche se ogni tanto qualcuno mi scrive. I miei caboclos però non mi dimenticano e di mese in mese o ogni due mesi, mi portano zucchero e mandioca, assieme alla posta. L'ultima lettera di Laorca mi diceva che ero qui a tenere acceso un grande fuoco anche per voi. Sarà poi vero?
Mi chiederete come sto e vi dirò subito che, meglio di così, solo in Paradiso. La mia paura è proprio di attaccarmi a questa terra che debba poi troppo soffrire il giorno che dovrò lasciarla. Dio solo lo sa.
Se mi chiedete a che punto sono del mio cammino Vi rispondo che sono sempre all'inizio, anzi, quanto più vado avanti, tanto più mi sembra di andare indietro.
Ma è questo appunto che mi fa felice, vivere in questo mistero. Mi chiederete come ho fatto a trovare Dio. Vi dirò che l'ho cercato appassionatamente.
Ricordo quando ero ragazzo, mi piaceva molto cercare i funghi e ne trovavo più di molti altri che venivano con me. Perché? Perché loro li cercavano distrattamente, senza passione, si stancavano, volevano solo tornare giù, per bere un buon vino all'osteria, con polenta e salsicce. lo invece li cercavo con passione, avevo la passione dei fungiatt (cercatori di funghi, ndr). E li trovavo.
Con Dio è come con i funghi. Mai lo troverà chi non lo cerca o lo cerca solo qualche volta, distrattamente. Bisogna cercarlo con passione e costanza. Lo si trova certamente.
Se no passeremo la vita tra il vino e le luganeghe (salsicce, ndr) e non troveremo mai quel tesoro che è l'unico per cui vale la pena di vivere. Cerchiamolo insieme. Forza! Almeno per Natale.
Non vi dimentico.

Vostro p. Augusto Ai compaesani di Laorca dal Paratucú, ottobre 1988

 

17.

« Finalmente potrò confessarmi a Parintins»

Finalmente una notizia buona, rimarrai a Parintins, saremo più vicini. Intanto potrò finalmente confessarmi.
Ho perciò bisogno assoluto che tu mi riservi un giorno intero, prima della festa (9).
Arriverò lì il 12 o il 13. Forse verrà mio fratello in quei giorni.
Qui purtroppo le cose vanno molto male. L'inverno pesante ha fatto salire il livello, ma non il livello del fiume, quello della felicità.

Tuo pe. Augusto missionario fallito 
A padre Armando Rizza dal Paratucú, senza data, 1988

 

18.

«Ho inaugurato ieri la mia strada fino al Mocambo»

Dalla mia prigione mando saluti più che notizie, perché le notizie sono così poche!
Ho inaugurato ieri la mia strada fino al Mocambolo, l'ho percorsa in 5 ore, col mio passo di vecchio, quindi le distanze sono ormai raccorciate e sono più vicino a voi.
In questo mese poi c'è stato un andirivieni di gente (11), uomini del Japuni per un ritiro spirituale, gente con fame che risale il fiume dal lago di Faro cercando qualcosa da mangiare, cercatori d'oro e persino un ferito molto grave, assalito dai porci del mato, che ho rabberciato come ho potuto e l'ho spedito verso l'ospedale di Nhamunda a remo, non so quando ci arriverà e se ci arriverà vivo.
Io invece purtroppo sto bene e non avrei mai voglia di venir fuori. Ora sto al Mocambo, ma domattina correrò di nuovo là. Purtroppo è passato un motore annunciando l'arrivo di una balsa (traghetto, ndr) con macchine per aprire una strada dalla mia casa fino qui al Mocambo per esportare madeira (legno, ndr). Se fosse così devo fuggire di là.
Insomma questo 30 anno si annuncia molto diverso. Non so quale sia la volontà di Dio. Sono venuto fuori per vedere se fosse arrivata qualche lettera, ma finora niente.

A padre Armando Rizza dal Mocambo, senza data, fine 1988

 

19.

«Se ogni tanto pare di volare
è perché gli angeli mi hanno dato un passaggio»

Fisicamente sto molto bene, sto persino ingrassando e la mia vita ormai si è fissata su uno standard accettabile: voglio dire che da qui non uscirei più se dipendesse da me: mangio e bevo bene, dormo 12 ore al giorno e lavoro molto poco. Poi pregò. Nessuno viene più a trovarmi, penso che non interesso più a nessuno e questo non è un male, perché nel frattempo sento aumentare sempre più dentro una certezza, che il mio Signore sta interessandosi a fondo del mio caso.
E non è un caso da poco: dà grattacapi persino a Dio.
Voi mi chiedete notizie, ma più si va avanti più le cose esterne diminuiscono di numero e di importanza. E il cammino interiore è così incerto, sfumato, personale, misterioso e anche povero... che non si sa cosa dire. A che punto sono della mia strada? Agli inizi, sempre agli inizi. Ma che la strada ci sia ormai l'ho visto da tempo. Sono le forze che mi mancano, le ali per volare, se ogni tanto pare di volare è perché gli angeli mi hanno dato un passaggio.
Sono contento che avete visto qualche foto della mia terra, è veramente un sogno! Mai e poi mai avrei pensato di passare anni così belli. Quando avevo scritto che le cose più belle le avevo ancora da fare, avevo fatto una profezia alla quale forse non ci credevo molto. Eppure anche ora vorrei tentare di rifare la stessa profezia: forse la parte più bella della mia vita non è ancora arrivata.
E sono contento che vi state interessando per la Scuola. Tuttavia non vorrei che il vostro interessamento sia nel senso di scaricarla su quelli di Padova o del governo. Voi dovete sempre essere i primi, perché siete stati i primi veramente, a mantenere acceso l'interesse, anche a costo di un po' del vostro tempo e denaro.
Quanto ai miei superiori non preoccupatevi, forse mi hanno dimenticato, oppure si sono rassegnati ad avere nel Pime un povero pazzo. Se fossi pazzo o lebbroso non mi terrebbero? e allora!
Eccovi la lettera che vi terrà uniti C!) ma ci deve essere anche qualcos'altro, il cammino, la meta, la vetta, la corda, se no è come trovarsi ogni tanto a fare una mangiatina.

Ai Centpe di Locate Varesino dal Paratucú, Natale 1988

 

20.

« Se un giorno Dio vorrà che l'aiuti nella pecorologia 
(teologia pastorale) me lo dirà»

Proprio il giorno di Natale ho letto la vostra lettera, da molto aspettata. Infatti sono uscito per passare la festa santa coi miei familiari del Mocambo. E l'ho passata molto bene, fra l'altro mi hanno dato molti doni, da mangiare, naturalmente. Ho celebrato due volte, in due comunità, ove la gente è accorsa un po' per curiosità, un po' per amicizia, un po' per fede. n mio cuore canta.
Ho letto la vostra lettera ed è sempre un problema rispondere facendosi intendere. Non solo voi siete in difficoltà quando così da lontano dovete rispondermi e capirmi: anch'io lo sono.
Spero che la Carla e la Nella vi abbiano spiegato un po'. lo ho fatto questione di passare qualche giorno insieme, proprio perché potessero capire. La tranquillità della vostra lettera mi dice che ci sono riuscite.
Avete capito una cosa molto importante. Quando io ho terminato quel malfamato C malfamato nel senso che oggi non lo scriverei assolutamente più) articolo su «Mondo e Missione » (12), dicevo che le cose più belle della mia vita forse non le avevo ancora fatte. Non pensavo a nulla e non avevo idee chiare e non sapevo che il Signore mi avrebbe preso in parola. E voi nella vostra lettera mi dite proprio così: « Non è vero che stai
facendo niente, invece stai facendo le cose più grandi che finora abbia fatto, per te, per noi». Grazie, soprattutto per quel «noi», perché per me lo sapevo benissimo. Ripetetemelo ogni tanto quel «per noi», mi riempie il cuore di speranza.
Avete ragione a ricordarmi che ho quasi 60 anni e che quindi è quasi ridicolo volermi dare consigli; ma ne ho bisogno, comunque ho bisogno di sentirvi sempre anche senza consigli, per non sentirmi troppo solo. Mai mi sento solo. In questo mio duro, lentissimo, ma dolcissimo cammino di ritorno al Padre, mi sento il cuore pieno di cose nuove, nuove idee e nuove sensazioni: sento che Lui sta cercando di trasformare il mio orgoglio (l'uomo vecchio, quello dei nostri tempi di Locate) in amore, l'amore a me in amore al prossimo, a voi. È un'impresa disperata anche per un Dio onnipotente, ma Lui sta lavorando. Due sono le sensazioni forti in questi tempi:
1) mi sento in prigione, ne sento il peso, è una vera penitenza in certi giorni. Specialmente quando passano mesi senza vedere nessuno mi pare di essere solo al mondo e allora mi viene la tentazione di prendere il macete e incamminarmi per giorni e giorni fino a trovare un posto abitato e controllare se c'è ancora qualcuno vivo al mondo o se qualche apocalisse abbia distrutto tutto lasciando solo me per dimenticanza. .. e poi ritornarmene di nuovo in questo angolo sperduto e bellissimo;
2) mi sento libero: il mio buon Dio, il mio Signore, ha spezzato le mie catene, spero definitivamente. Sento, è vero, ancora il pezzo di catena che è rimasto attaccato a me. È come se la catena si fosse rotta in mezzo, un pezzo è rimasto attaccato al ferro della prigione in cui ero, l'altro è ancora attaccato ai ceppi del mio piede. Ne sento il peso e la trascino a fatica. Ma anche così sento la gioia della libertà.
In
questo mio cammino di ritorno, vi dicevo come il figlio prodigo, ho vergogna di presentarmi al Padre come figlio, con i diritti di un figlio. Allora gli dico di considerarmi come il suo cane, mi lasci lì nella cuccia fuori della sua casa, che io senta il rumore dei suoi passi e il suono della sua voce, dentro di casa. lo mi accontento di essere lì fuori, dando un'abbaiata e menando la coda ogni volta che Lui passa, fa niente se mi dà qualche pedata, mi basta che sia il mio padrone, il mio pastore. Un pastore che si rispetti deve pure avere un cane!
Se un giorno vorrà che l'aiuti nella pecorologia (teologia pastorale) me lo dirà, per ora non me lo dice. E bene che stia ancora alla catena. E quando esco, come a Natale, è bene che mi tenga al guinzaglio. lo vado avanti e Lui dietro. Quando vedo un osso o una cagnetta o un paracarro do il mio salto, ma lui con uno strattone mi rimette in riga. Perché io sono sempre io, coi miei istinti, non sono un cane di razza, sono solo un povero Pluto, cane randagio.
Oppure se vi piace di più c'è quest'altra immagine, che mi aiuta molto: Lui è il mio capocordata. Basta di esserlo io, caparbiamente come lo sono sempre stato, fino a rompermi la testa! lo non lo vedo, Lui è misteriosamente avvolto nella nebbia, sopra di me, la corda sale, a volte è molle e io sono parcheggiato per giorni e giorni su una cengia in attesa di un segno. Poi a volte c'è lo strattone, la paura, lo strapiombo è forte, la parete liscia, ma non c'è niente da fare, bisogna salire, la corda strappa. E il capocordata, stavolta, è veramente sicuro.
Gente, forse sto stancandovi colle mie storie nuove. Erano forse meglio le vecchie. O no?

Ai Centpe di Locate Varesino dal Paratucú, senza data, dopo Natale 1988

 

21.

Lettera per la morte della mamma

Miei carissimi fratelli,
eccoci finalmente completamente orfani. Quella creatura che mai avremmo voluto che ci lasciasse, se ne è andata avanti e per un po' di tempo non la vedremo più (13).
Da parte mia, egoisticamente parlando, ne sono contento, perché finalmente ho potuto ricuperarla un po' anche per me, sentirmela vicino e godermela, come avete fatto voi in questi ultimi anni. Vi invidiavo un po' a volte: che fortuna poter vedere ancora quella figura ormai diafana, accarezzarne i capelli non ancora del tutto bianchi, osservare quei lineamenti così belli pur nella vecchiezza della carne, quel naso appuntito, quegli occhi vivi, le labbra ancora capaci di esprimere un delicato sorriso, la sua capacità di imitazione e la memoria di racconti mai pedanti anche se continuamente ripetuti, quell'atteggiarsi a vigile guardiana della verità, quell'appuntare le labbra a
rimprovero ormai sempre più comprensivo ma sempre fermo, quel raccogliersi in una preghiera sempre più intima e cosciente che aveva il gusto di mostrare ma mai di ostentare, quella saggezza umana così rara e quella capacità di penetrazione anche teologica, quell'equilibrio di giudizio che non era mai freddezza ma sempre visione superiore, quella giustizia imparziale ma sempre accompagnata da tanto amore e commozione, quella sua apertura e capacità di adattamento di fronte ai fatti più disparati della vita e ai rivolgimenti piccoli e grandi della politica e del mutar dei tempi, quell'amore di un cuore che fu il segreto della sua eterna giovinezza...
Tutto questo e moltissimo altro erano oggetto delle mie meditazioni in questi ultimi anni, specialmente qui al Paratucú.
Per noi cinque fratelli questa donna è stata il dono più grande che il buon Dio ci ha fatto: chi più, chi meno, ma tutti molto, ne abbiamo goduto, voi più di me, anche se io posseggo le sue ultime parole scritte e le conservo come una reliquia da rileggere quasi in ginocchio e baciare.
Stavo scrivendo un'ultima lettera in cui le dicevo di scrivermi l'ultima sua benedizione, quando la Lucy mi ha portato la notizia.
Avrei voluto rivederla il 17 agosto del '90, ma è stato meglio così: è avvenuto come lei ha desiderato, vivere indipendentemente (o quasi, via!) e lucida (non come «una povera scema») fino alla fine (o quasi, aspetto le notizie sull'ultimo mese di sua vita).
Adesso, come per quando è morto il papà, c'è il problema di dividere l'eredità. Ma siccome questa eredità è indivisibile, il problema non c'è. Ognuno di noi se la porta a casa tutta intera, il problema è come custodirla, ma ognuno di noi ha una cassaforte capace di conservare questo tesoro: il nostro cuore, anche se il mio purtroppo, per colpa mia, fra i cinque è il più meschino.
Il vero problema non è solo conservare questo tesoro, ma farlo fruttare, investirlo bene, così che scomparso il suo, ce ne siano 5 a continuare la presenza così meravigliosa in un mondo forse più difficile del suo. Che alla fine della nostra vita possiamo passare, non solo intatto, ma con gli interessi, questo tesoro a quelli che ci sono stati affidati.
Indegnamente il vostro fratello maggiore Augusto

Ai fratelli per la morte della mamma dal Paratucú, 4 febbraio 1989

22

«La mamma ora è più vicina a tutti noi»

Carissima Pinuccia,
ho riletto varie volte il racconto della tua lettera circa la morte della mamma. Credevo proprio mi aspettasse, ma non ne sono dispiaciuto, il meglio per léi è stato così, oltre naturalmente ad essere la volontà di Dio.
Ti ringrazio per le notizie dettagliate. Sono molto importanti e fanno parte del suo testamento e della sua eredità. Non ho quindi bruciato, come al solito, la lettera ma la conservo con quelle dell' Alberto, Esa, Annamaria e mamma.
Come ho risposto a quelli di Laorca che mi hanno scritto, anche a voi ripeto che io non ho sofferto come voi. A me è stata risparmiata sia la malattia come l'agonia del papà e della mamma. Forse non me lo sono meritato e forse non l'avrei sopportata o forse è un caso, così doveva essere, io però ho sempre chiesto al buon Dio di non farmi assistere alla loro morte, sin da piccolo.
A quei di Laorca come ai miei del Mocambo nel Sabato santo spiegavo come Maria soffriva immensamente, forse più di Gesù, nel seguirlo sulla Via Crucis, si alzava sulla punta dei piedi per accarezzare e pulire dal sangue i piedi di Lui sulla croce, forse lo chiamava dolcemente «mio figlio, figlio mio», ma quando l'ha visto reclinare il capo e finire di soffrire, anche lei ha finito di soffrire.
Perché avrebbe dovuto continuare a soffrire quando lei sapeva che ora lui stava nella felicità gloriosa? La sua fede non
era come la nostra che si volge ai ricordi, che considera i distacchi e calcola i vuoti. La sua fede vedeva tutto quel che suc
cedeva al di là del velo e correva al futuro e aspettava il terzo giorno. Così mentre nel Cenacolo in quel venerdì sera Maria Maddalena si scioglieva in lacrime sconsolate e Pietro pure, per via del suo tradimento, e gli altri si maledicevano per essere forse corsi dietro a fantasmi per 3 anni, lei consolava tutti e tutti alla sua presenza restavano meravigliati: come mai lei, la mamma? Sapeva forse qualcosa più di loro? Figurarsi, loro l'avevano ascoltato per 3 anni, lei per 30. Questa è la fede che ci vuole, Pinuccia.
Non soffriamo perciò più. Ora la mamma è più vicina a tutti noi e sa i nostri segreti, forse come Dio. Di me, per esempio, ha visto che, tra i suoi figli sono stato davvero il peggiore e come faceva quando uno era ammalato, so che adesso dedicherà a me più tempo che a voi. Mentre prima avevo un po' invidia di voi, ora sarete voi ad invidiarmi.
Anche tu hai avuto un po' la tua fede provata. Dio ti salvi da prove ancor più grandi, che però forse verranno.
Io dico che tutto è mistero, sono contento sia così. Anche se ogni tanto invento qualche eresia per evitare qualche mistero (quella dell'inferno per es., ma sono contento che anche la mamma negli ultimi anni non credeva più all'inferno, così come ce l'hanno insegnato), le eresie non evitano il mistero. Se tutto fosse chiaro, tutto sarebbe finito. Come un libro, quando tutto si chiarisce è perché sta per finire. Spero quindi che anche nell'aldilà ci sia sempre la bellezza struggente del mistero.

Alla sorella Pinuccia in morte della mamma, dal Paratucú, senza data, 1989

 

23.

«Quest'anno spero che sia l'anno della luce»

Non posso accontentarvi per rispondere come vorreste e come anch'io vorrei. La vostra lettera è troppo densa, importante e giusta e mi ci vuole più tempo per rifletterci su. In questi tre giorni ho preferito dedicarmi di più agli ospiti che senza di una speciale attenzione si sarebbero fermati come su un'isola e forse annoiati. Ho dato loro tutto il mio tempo di giorno. Di notte, la prima, ho dovuto passarla scrivendo molte lettere che ho consegnato al dr. Lia che è rientrato in Italia l'altro ieri e stanotte sto scrivendo diverse lettere intanto che gli amici ronfano da far paura (14).
In questa mia lettera perciò non affronto tutti i problemi che mi ponete e che hanno il diritto di una risposta pensata. Vi ringrazio solo per la partecipazione amica agli eventi della mia famiglia. Non pensate però che per me siano stati eventi dolorosi. Quando l'ho saputo mi sono inginocchiato sotto la pioggia e ho cantato il mio alleluia. Per me è stato non un perdere, ma un recuperare la mia mamma (15), prima era degli altri fratelli, troppo lontana, ora è qui con me e le posso parlare quando lo voglio.
Non rispondo perciò (!) alla vostra lettera. Forse risponderò un'altra volta, forse risponderò a spizzichi, forse non risponderò mai. Non è però un fuggire o un nascondermi: in questi tempi ho imparato ad essere troppo sincero con me stesso, per potermi illudere o bluffare. Lascio che risponda la mia vita.
Cioè vorrei rispondere con la vita. E non sono sicuro di rispondere con una vita buona e santa. Magari risponderò con una vita sbagliata e stanca, ma voi lo saprete e lo saprete da me. Vi terrò informati anche dei miei fallimenti, sarò sincero fino a farvi soffrire o a scandalizzarvi, ma non voglio che mi pensiate stanco, o almeno stanco della vostra amicizia.
Cosa sta succedendo in me? Dopo un periodo verso la fine dell'88 in cui mi pareva che nessuno si interessasse di me, in cui l'unica persona che mi scriveva era la mia mamma, è iniziato un '89 pieno di interventi che mi hanno un po' turbato e non mi hanno più lasciato il tempo di pensare. Da due mesi infatti sono in balìa degli altri.
Tutto questo, anche se a intervalli, mi ha riproposto con violenza il problema del mio prossimo. Nel mio diario infatti leggo al 2 gennaio: «Ormai non mi restano che due avventure: quella del mio prossimo e quella della morte. Oppure solo una, quella della morte».
È forse quello che volete dirmi quando mi parlate della miseria, della droga, del degrado, ecc.?
Bene, non posso anticiparvi nulla di sicuro, perché ho ancora bisogno di un po' di tempo per pensarci, ma non è che voglio nascondervi nulla. Sento già però che i miei pensieri stanno cercando il volto e la strada del mio prossimo, anche se per contrasto e per controllo a volte immagino di scegliere una solitudine ancora maggiore. La mia mamma mi aiuterà, lo sento.
Quest'anno spero che sia l'anno della luce. Quanto però alla vostra speranza di vedermi più forte, più santo, più stimolante per voi, credo sarà una bella delusione. Invece di sentirvi aiutati, sentirete sempre più il peso di un povero prete da tirare dietro, da aiutare a salvarsi.
COMUNQUE (!) vi posso dire subito, e certo l'avete già capito: perché dovrei uscire di qua se non per il mio prossimo che è sempre l'imperativo più gridante e più evangelico? Restano ancora invece il dove e come, che però forse saranno risolti a suo tempo da una grazia che non mi mancherà. Pur senza potervela rivelare ora, posso anticiparvi che questa grazia è in arrivo ed è in rapporto stretto con il cambiamento del mio cuore. Fra qualche mese, certo prima della fine dell'anno, vi potrò essere più chiaro.
Provocarvi? stimolarvi? E quando l'ho mai fatto? Quando mi proponevo come un divo? Quando mi descrivevo come in quello stupido articolo su «Mondo e Missione»?
Come vorrei che foste provocati proprio dalla nudezza attuale della mia anima, dal dibattermi spasmodico per trovare la luce, dalla povertà completa di un essere che ha commesso tanti peccati e che se ne sente schiacciato!
Qual è il vero don? Quello dei momenti felici, trascinato re e forse bluffatore o questo verme che si sente verme ma verme nelle mani del mio Dio?
Quello invece che avete azzeccato e che, anche se con un fondo di gioia, mi umilia, è quel che mi dite, (finalmente ve ne siete resi conto, oppure da sempre me l'avete pietosamente risparmiato)?
«Se ti metti sempre al centro dell'universo... se vivi sempre solo delle tue emozioni... » (16). Quanta verità in queste parole! È il punto che mi farà più meditare. È qui che il don deve tagliare, cambiare, convertirsi.
Ho cercato di farlo scegliendomi un padre spirituale che mi segue da vicino, passo a passo (17). Ma è certo che il cammino è ancora lungo. Il mese di settembre però darà forse una risposta almeno iniziale anche a questi problemi.
La parte certamente più consolante della vostra lettera che è tutta scritta nella luce dell'amicizia vera, anche se della verità un po' spietata, è quella in cui, dopo i rimproveri, mi dite che siete qui tutti con me. Lo sento, anche questo è vero e non è spietato ma dolce, soprattutto quando si concretizza in una
preghiera, magari comunitaria, magari presieduta dal carissimo don Battista che saluto come un fratello e per il quale prego.
Perdonatemi tutto quello che di brutto ormai appare in me, perdonatemi magari di essere troppo vecchio e di non saper rispondere con entusiasmo alle vostre aspettative ansiose. Sentitemi non più il capocordata, ma l'ultimo, quello che bisogna mettere in mezzo alla cordata, da tirare e da spingere. In questa posizione mi sento più sicuro. Ve ne ringrazio.

Ai Centpe di Locate Varesino dal Paratucú, senza data, portata a mano a fine febbraio 1989

 

24.

« La grande sfida è il nostro prossimo, 
sul quale saremo interrogati nel giudizio finale»

Miei vecchi amici,
seguo con un'altra lettera quella che vi ho mandato col Pierino, perché quella l'ho scritta di fretta fra le altre 10 o 12 che ho spedito sia col Pierino che col dotto Lia. Il dr. Lia è un signore che ha voluto passare qualche giorno (quasi un mese) qui con me, non ho però capito il perché, dato che qui non è un luogo per ferie ma per chi è chiamato da una voce.
Ora con più calma, forse anche con meno polemica e più oggettività e umiltà, tento di rivedere (non di rispondere a voi ma a me) le vostre suggestioni.
Certo mi ripeterò o mi contraddirò, ma è inevitabile perché
ogni giorno potrebbe contraddire il precedente, specialmente nel mio caso in cui sto molto attento a quel che passa, e siccome è poco quello che passa fuori, noto soprattutto quel che passa dentro e questo dipende non solo da me e dai miei pensieri, ma anche da vere aspirazioni nuove che si aprono come nubi a lasciare vedere pezzi di cielo sempre nuovi.
Vi chiedo scusa se anche qui, da quest'oasi dello spirito, riesco a scandalizzarvi, a darvi un'immagine di pigrizia (dormo le 12 ore che dormono gli animali e i caboclos), di incertezza. Dopo quasi 3 anni sono ancora in piena tenebra: ma pensate che la luce e le tenebre non sempre dipendono da noi e non possiamo dire «sia fatta la luce» o «fuggite, tenebre» o anche liberarci dal peccato (se stessi qui anche tutta la vita, non sarei capace di eliminare neanche uno dei miei peccati e dei miei vizi).
Vi ascolto volentieri, vorrei dirvi «sì vengo il tal giorno, farò la tal cosa, prenderò la tal decisione», ma purtroppo sono a rimorchio, non sono più e non voglio più essere capocordata di nessuno, neanche di me. Mi pare di avervi già detto che ho scelto come capocordata un padre del PIME il quale legge regolarmente i miei diari che da più di tre anni scrivo quasi ogni notte.
Avete l'impressione di sentirmi un po' stanco. È vero, anch'io spesso ripeto al Signore: sono stanco, fammi morire. Il pensiero della morte mi accompagna ogni giorno. Offro la mia vita ogni volta che c'è qualcuno dei miei caboclos che sta per morire. Ogni volta però vedo morire loro. Ma verrà il giorno che il buon Dio mi prenderà in parola.
Eppure, accanto a questo desiderio (che in fondo è un desiderio intensissimo di cominciare un'altra vita, infinitamente più avventurosa di questa) c'è pure il desiderio di vivere molti anni ancora, fino alla fine del mondo, di fare tutto il bene possibile, di convertire tutta la gente... poi mi guardo e vedo che non sono ancora convertito io e allora... mi sento stanco, incapace.
Nonostante questo senso di stalla, di stanchezza, di solitudine, di ripiegamenti su me stesso, tutte cose di cui giustamente mi accusate, mai e poi mai desidererei di tornare indietro, a quel tempo in cui dite che vi provocavo un vero stimolo.
Forse è venuto il tempo che siete voi che mi dovete stimolare, ve ne ringrazio, continuate a farIo, mi fa bene anche perché sento che dietro le vostre parole anche dure, non manca mai il vero amore, purtroppo immeritato. Credo al vostro amore, molte volte ho fatto o non fatto delle cose anche perché ho pensato a voi, molte volte ho raddrizzato la mia vita proprio pensando a voi...
Ma forse è venuto il momento che tutti, voi ed io, dobbiamo lasciarci stimolare dalla verità, dalla saggezza, dalla virtù, dallo Spirito. Tutti insieme. Il mondo urge, le mode, le idee, le false necessità, le false «verità» ci accecano, mentre la pace del cuore, la sicurezza della sapienza, anche lo sfizio di andare contro corrente, della sfida alla stoltezza di questo mondo, dovrebbero essere il vero stimolo della mia e vostra vita.
E naturalmente «la miseria, il degrado, l'arroganza, la viltà, la stupidità, la droga», come dite voi: in una parola il nostro prossimo sul quale saremo interrogati al giudizio finale.
Ecco, il nostro prossimo. È questa la grande avventura che non ho mai tentato, anche se sono andato a prete, anche se sono andato missionario. E che proprio qui invece si è fatto intruso inaspettato e ormai inevitabile. Sono venuto qui perché odiavo il mio prossimo e lo volevo fuggire. Anche qui mi sono sentito disturbato da tutti quelli che venivano, persino gli amici quando volevano fermarsi più di qualche giorno. Il caso dotto Lia mi ha aperto gli occhi, ho capito che non l'amavo, mi dava fastidio. Così i legnaioli che da qualche mese si sono accampati più giù, sulle sponde del fiume. Quando il Lia se ne è andato ho avuto paura, ho incominciato ad approfondire un pensiero che nel subconscio mi tormentava. Forse anche la mia mamma mi ha dato una mano.
Quest'anno perciò devo decidere, o dentro o fuori. E sento che non solo la vostra voce, ma altre e soprattutto quella della mia coscienza, mi chiamano fuori.
Ancora qualcosa mi prende: uscendo ho pensato alla Trappa definitivamente. Restando c'è un bellissimo lago alla fine del mondo dove sarebbe bello anche morire (18) . Avevo deciso di andare a visitarlo col Lia, ma non c'è stato tempo. Tuttavia è un'idea che se ne va da sola, perché ormai c'è da pensare al «degrado, alla miseria, alla droga, ecc».
Ma se sapeste come mi sento male quando ci penso! Il giorno che uscirò, quest'anno credo, sarà un giorno di vittoria o di disfatta e Dio e il diavolo mi stanno aspettando.
È molto se vi chiedo una cosa così: pregate per me, ininterrottamente per 6 mesi?
Alla vostra maniera, o soli, o coi bambini, o con la comunità, il vostro Dio amato o anche dimenticato, il vostro Dio reale o anche ipotetico, il vostro Dio sconosciuto o anche bestemmiato. Pregatelo per me. In questi 6 mesi si gioca la mia vita e la mia salvezza. Magari non ne uscirà niente, pazienza, le vostre preghiere torneranno a voi, non cadranno nel vuoto. Ma se riuscite a salvarmi, allora siatene certi, avrete salvato anche voi.

Ai Centpe di Locate Varesino dal Paratucú, 13 marzo 1989

 

25.

« Completo i miei tre anni di Arabia, ma non sono convertito come S. Paolo»

Quante cose da dirci se fossimo tutti e 5 riuniti. Certo a Malavedo si saranno intrattenuti in confortanti ricordi, li immagino e li invidio. Però noi forse abbiamo il vantaggio di aver chiacchierato meno e sentito più direttamente la presenza della mamma. Finalmente l'abbiamo ricuperata anche noi che la vedevamo poco e la sentivamo solo per telefono o per lettera19. lo conservo tutte le sue lettere di questi ultimi anni, ogni tanto le rileggerò. Anche il solo vedere quella bella sua calligrafia serve a ricordare un mondo di cose.
L'Alberto mi ha detto che i nostri due nomi sono stati sulle
sue labbra fino all'ultimo: come ci amava!
Tu l'hai riamata abbastanza, ma io mi sento molto in colpa per averla fatta molte volte soffrire e alcune volte piangere: il mio caratteraccio!
So che adesso si starà dando da fare, soprattutto per me, avrà visto finalmente il mio stato pietoso, la mia anina piagata, la mia debole fede, il mio cuore duro e, come il più ammalato dei suoi figli, non si darà pace finché non mi vedrà salvo.
Io ho sentito subito qualcosa di nuovo, dal giorno in cui ho ricevuto la notizia della morte. E devo confidarti una delle mie tante eresie (come mi dice il mio padre spirituale): siccome la mia fede in Dio è poca, ho più fede nella mamma. Faccio fatica a credere nell'amore di Dio, bisogna che ci ragioni su un momento. Invece non devo fare alcun ragionamento o fatica per credere all'amore della mamma, quello l'ho sperimentato troppo, non ne potrò mai dubitare. Allora le dico: mamma, anche se il Signore non mi vuole bene, non si ricorda più di me o è arrabbiato e sfiduciato verso di me, tu continua a volermi bene, ad aiutarmi, a credere in me. Se Lui ha deciso di abbandonarmi al mio destino, tu seguimi fino alla fine.
Lo vedono tutti che è una eresia, ma io me la tengo, la mamma ci penserà a convertirmi.
Se hai bisogno di soldi per il tuo convento, puoi prendere quelli che la mamma mi ha lasciato, senza nessun scrupolo, io non ne ho bisogno e forse li sciuperei.
Quanto a me continuo qui, nelle tenebre più assolute. Sto passando la terza Pasqua, a settembre completerò i miei 3 anni di Arabia, non sono però convertito come S. Paolo. Comunque quella data credo che mi dirà qualcosa e l'aspetto anche senza fare nessun piano particolare.
Prega con le tue e mie consorelle perché si apra il mio cuore duro. Ho bisogno di amare il mio prossimo, ma sento ancora troppo egoismo. Probabilmente farò un tentativo prima della fine dell'anno (20). Se andrà bene, bene! Se no tornerò ancora qui fuori del mondo e lontano dal mio prossimo. Come è necessario quindi che tutti preghiamo perché termini questo castigo del cuore chiuso.

Alla sorella Annamaria dal Paratucú, 11 aprile 1989

 

26.

«Se uscirai troverai il diavolo che ti aspetta, 
ma bisogna anche giocare le carte della propria vita»

Carissimo Don,
come al solito le tue lettere sono qui davanti a noi, fatte oggetto di meditazione e di rilettura. E come sempre ci troviamo in difficoltà nel risponderti, perché sono profonde ed intriganti.
Verifichiamo anzitutto che nonostante le tue affermazioni cariche di negatività nei tuoi stessi confronti, un cammino significativo l'hai compiuto; anzi dalle ultime affermazioni sembra che il cammino ti sta portando ad una svolta. Noi siamo contenti di sentire questo e speriamo di conoscere presto dove la svolta ti condurrà. Sappiamo che qualunque sia la tua decisione, i tuoi problemi ti saranno sempre di fronte e questo forse non cambierà mai perché fa parte della tua personalità.
Del resto ognuno di noi deve affrontare giornalmente la propria realtà: chi ha poche cose dentro ha meno problemi e meno emozioni, chi è più ricco dentro avrà più sofferenze e più gioie. Non ci meraviglia perciò niente di quello che ci dici e nemmeno ci scandalizza, l'importante è che tu ti senta realizzato nella situazione che stai vivendo.
Se uscirai troverai il diavolo che ti aspetta, ma, come dice don Battista, bisogna anche giocare le carte della propria vita con audacia e accettare magari di avere la penultima parola, lasciando che l'ultima sia di qualcun altro.
Tutto questo non lo diciamo solo a te, ma per tutti noi, quando si tratta di prendere decisioni importanti. La cosa più bella sarebbe che a questo punto tu non avessi più nemmeno la necessità di decidere se rimanere o uscire, che questi due termini
non avessero più importanza davanti al fatto che tu hai trovato finalmente te stesso e Dio e la tua strada.
Se così fosse, anche il nostro invito ad uscire non sarebbe così ansioso ma sarebbe una proposta pratica e razionale per vivere bene tutti i tuoi rapporti con noi, con il tuo popolo cioè con il PROSSIMO.
Forse nell'ultima lettera siamo stati un po' duri (21), ma devi pensare che da 3 anni ai nostri occhi non si verificava nessun cambiamento. Questa è stata anche per noi una esperienza non comune, e perciò non facile da condividere, da vivere e da proporre a chi ci chiedeva di te.
Comunque se la tua scelta sarà verso il prossimo, tu sarai per forza una guida, anche se non vorrai, dovrai stare un passo avanti perché questo fa parte del tuo compito di prete e più il prossimo sarà addormentato, più dovrai trascinarlo.
L'idea di farci stimolare dalla verità, dalla saggezza e dalla vita dello Spirito è molto affascinante, ma chissà se riusciamo ad essere così intelligenti e così determinanti da riuscirci? Comunque... ti aspettiamo fuori!
Ti diciamo le ultime notizie sul nostro gruppo in rapporto alla Scuola agricola di Urucará: abbiamo fatto (2/6/89) una bella riunione a cui hanno partecipato Nella e Giorgio Liverani, Pierino, Isa, Anna e Tiago, Giorgio Campoleoni e i suoi nipoti, tuo fratello Alberto e Mariangela e tutti noi.
Aspettavamo anche quelli di Padova ma non sono potuti venire: erano a Roma per il progetto. Abbiamo letto la tua lettera e quella del Pedroca, abbiamo parlato dei problemi della Scuola e ti abbiamo visto nel film cuocere la tartaruga.
È stata una bella serata nella quale abbiamo preso l'impegno di garantire uno stipendio alla Sonia perché apra un asilo per i bambini degli orientatori; se il Pedroca sarà d'accordo sulla persona. Ci siamo autotassati e daremo 200 dollari al mese.
Come tu ci hai raccomandato manteniamo un rapporto di amicizia col Pedroca e anche se il progetto non dovesse andare in porto, noi saremo sempre a sostegno della Scuola secondo le nostre possibilità.
Attendiamo la prossima risposta (chissà se ultima) dalla foresta. Ti siamo sempre vicini, anche con la preghiera e ti salutiamo.

Il Gruppo d'appoggio

Don, ogni sera a Compieta (poiché tengo la foto nel breviario) invoco anch'io mamma Luisa, perché ad «un figlio di tante lacrime» di speranza ottenga la pace... .
Ciao! don Battista

A padre Augusto dal Gruppo di appoggio di Locate Varesino, 12 luglio 1989

 

27.

«In me ci sono due gridi acuti, in direzioni opposte»

Carissimo Gaetano,
salve, pace, gioia! Ho aspettato molto a rispondere perché
tu mi hai annunciato una prossima lettera dei Cent Pè, quindi ho aspettato... invano. Ormai ho incominciato il mio terzo anno di solitudine, ma mi pare di avere incominciato stamattina. Non riesco ad invecchiare, ogni giorno è nuovo in questa mia prigione. Non è che il mio corpo non invecchi, ormai mi avvicino ai 60 e ogni tanto qualcosa appare: una risipola, un Herpes Zoster, una qualche debolezza, qualche infezione difficile da vincere... ma tutto questo non mi tocca molto. È chiaro che una malattia seria mi obbligherebbe ad uscire... o a morire. In luglio quando sono andato come al solito a passare la festa a Parintins, ho dovuto fare gli esami della lebbra per certi sintomi, macchie insensibili ai piedi e ferite inguaribili. Sto aspettando il responso degli specialisti, ma purtroppo vedo che sto migliorando sensibilmente in questi giorni.
Dico purtroppo, perché in caso positivo sarei stato felice di passare il resto della mia vita in un lebbrosario come ammalato, come loro... sarebbe stata una voce chiara del mio Signore... invece Lui continua muto... So sempre meno che cosa devo fare, quindi non faccio niente, cioè non mi muovo di qua. Tornerò ad aspettarlo sul sentiero del giaguaro.
In me ci sono due gridi acuti, in direzioni opposte, un grido mi chiama al di là del fiume, incontro alla mia gente, al mio prossimo che purtroppo non amo e forse non ho mai amato e forse non amerò mai. L'altro grido viene dalla foresta più profonda e mi invita ad entrare di più, a scomparire del tutto, perché ormai qui in troppi hanno scoperto il mio nido d'amore.
Lo chiamo così ma non è vero questo nome, perché realmente non amo neanche lui, il mio Dio. Quindi non mi resto che solo io. Forse mi amo solo me.
Eppure nella mia povera anima senza ali ci sono desideri infiniti. Ma non mi muovo di un passo. Mi sembra ormai di aver perso tutto il tempo, di non aver più niente da fare, di dover soltanto aspettare.
Ecco, è proprio come in una prigione. Vorrei tanto scrivere a Renato Curcio per sapere come vive, che cosa fa, cosa pensa, cosa spera (22). Forse sarei in sintonia con lui.
Eppure ogni notte mi alzo e mi inginocchio davanti a Dio
muto nel quale credo, credo, credo come non mai, che amo anche se non so come si fa, che ringrazio infinitamente, anche se solo a parole, a cui chiedo perdono gridando, ma pur senza una lacrima, a cui offro proprio tutto, anche se non ho proprio niente.
Questo è i13° anno e credo sia l'anno delle decisioni definitive. O uscire o restare. Ma l'uscire vuole un dove. E il restare vuole un come. Restare qui mi è sempre più difficile perché, forse per la curiosità di vedere dove abita quel padre, molti si spingono fin quassù e vedo che è per pura curiosità.
Ci sono anche i miei amici che vengono in gruppo a fare dei ritiri, aspetto ora un gruppo di giovani e in ottobre un gruppo di ragazzi. Non so se gioverà loro qualcosa. È però un fatto che si fanno più frequenti. E chi viene fin qui, con tutto quel sacrificio, forse qualcosa guadagnerà, non credo per le mie parole o per la mia presenza.
In questa settimana sono arrivati 10 uomini accompagnando una suora mai vista che voleva fare un ritiro qua. L'ho presa sulla canoa e l'ho portata su una punta della foresta isolata e silenziosa dove forse sarebbe morta di paura. Quando sono andato a prenderla (le avevo lasciato solo un ananas) era ancora viva e si è svegliata come da un sogno. Altre persone si annunciano...
Inoltre i cercatori d'oro in questi ultimi mesi mi disturbano molto e infine è passato qui il capo di una impresa chiedendomi informazioni sulla distanza di qui all' Amazonas perché vuol fare una strada dalla mia casa fin là, coi bulldozer e trasportare materiale pregiato (legni).
Tutte queste circostanze mi spingono a riflettere e penso che
non potrò stare qui più a lungo. O andare più lontano, alle sorgenti del fiume, ove nessuno verrebbe più a disturbarmi, o uscire verso questo popolo che non riesco ad amare, popolo sporco, ignorante, traditore e pigro...
Le due voci si equivalgono, vedremo chi vincerà.
Lo so che tutte le voci, compreso le vostre, mi chiamano nella direzione della gente, che non amo, ma che mi attira fortissimamente... e allora, dall'altra parte, quell'unica voce che grida contro tutte le altre chi è? È quella di Dio o è la mia piccola voce di uomo che l'orgoglio ingrandisce per farsi credere importante?
Ecco i pensieri che mi accompagnano nei miei lavori e nei miei sogni. Era un dovere che te lo comunicassi, perché potessi seguire un po' l'iter di questo spirito inquieto, scosso dai rimorsi, devastato dalle tentazioni, prostrato dai peccati.
Eppure sempre in una pace profonda, perché appoggiato in una sicurezza incrollabile di non essere qui solo. lo sono qui in molti. Anche tu, anche voi ci siete, io sto tenendo acceso il fuoco anche per voi, anche per il Luciano, anche per la Lucia...
Perdonatemi, perdonatemi, ho detto una grossa sciocchezza. Come non detto. Sono qui fatto inutilità. Per me e per tutti.

Al Ghit dei Centpe di Locate Varesino dal Paratucú, senza data, luglio-agosto 1989

 

28.

« Qui siamo a pochi metri dalla fine del mondo »

Miei carissimi Craponi,
i giorni passati con mio fratello (23) sono volati in un lampo ed è già arrivato l'ultimo giorno. Non c'è stato tempo per noi. La giornata piena di dure esperienze, la notte quasi insufficiente per ricuperare le forze. In questa ultima notte devo rispondere a tutti, anche a voi mando il mio pensiero amico. Scorro tutte le vostre firme e cerco di ricordarmi di tutte le vostre facce. Come sarebbe stato bello essere qui tutti insieme in questa settimana! Perché qui siamo a pochi metri dalla fine del mondo: lì, dopo la curva del fiume, finisce tutto. E tutto ricomincia. Stanotte abbiamo visto l'eclissi di luna e abbiamo pensato che anche lì a Laorca, qualche Crapone aveva il naso rivolto all'insù.
Io uscirò ormai definitivamente dalla foresta, finiti i miei tre anni proprio ieri 17 agosto.
Ora vivrò ai margini, in mezzo ad un popolo che amo e che mi ama. Nella mia vita ho ricevuto troppo amore dalla mia gente e anche da voi miei paesani, che siete pure la mia gente. Questo mi fa tremare di paura: quanta gente al mondo che invece non è amata da nessuno!
A tutti un grande abbraccio e al Reverendo Crapone don
Angelo, un ricordo fraterno.
Vostro Pe. Augusto

Ai compaesani di Laorca dal Paratucú, 18 agosto 1989

 

29.

« Quando i medici mi hanno detto: "È lebbra!", 
ho sentito una felicità mai provata prima»

Miei carissimi amici di Laorca, di Malavedo, di Guggiarolo e di Pomedo, della Svizzera, di Prelavall, del Credèe e di Bassignana, 
vi scrivo ancora una lettera, forse l'ultima, ma certamente
quella più piena di felicità. Mi spiego subito. Ormai ho finito il mio ritiro di tre anni lontano dal mondo.
Mio fratello è venuto a trovarmi e con lui ho fatto il ritorno alla civiltà, lasciando per sempre un mondo fantastico che, lo sento, mi ha marcato per sempre. Sempre vi dicevo che le cose più belle le avevo ancora da fare. Infatti l'ho capito subito appena incominciato il nuovo lavoro: il Vescovo mi ha presentato alla gente (che già conoscevo da quasi 30 anni!) e con loro mi sono messo all'opera. Ogni giorno una famiglia mi invita, si parte per il lavoro dei campi o della pesca. Mi danno da mangiare, a volte non c'è niente.
Prima della cena insegno ai bambini le cose più belle della nostra fede. Dopo cena, quando i bimbi dormono, il discorso si fa più intimo, dondolandoci nelle amache. Così, senza casa, senza soldi e senza progetti, sento più da vicino il dolore, i problemi e le speranze del mio popolo. Alla domenica mi dedico alla pastorale con la comunità riunita. Sono una dozzina di comunità. Per tre settimane ho sentito la felicità, mia e loro, aumentare. Poi è accaduto un fatto che doveva portare al colmo questa
felicità.
Da qualche anno ho un piede che mi dà fastidio. .L'ho curato con quello che la foresta mi offriva e persino con gli stregoni. Niente da fare. Domenica l'altra, durante la Messa non
ce la facevo più, le ferite sanguinavano. La gente se n'è accorta e mi ha obbligato ad imbarcarmi ed ora sono qui a Manaus, la capitale, da dove vi scrivo.
Quando i medici mi hanno dato il loro verdetto: lebbra!, ho sentito il mio cuore riempirsi di una felicità mai provata. Come è buono il nostro Dio! Ci dà le prove perché ha fiducia in noi e poi ci dà la felicità di portarle (24).
Così adesso incomincio un'altra avventura, la più bella di
tutte, perché anche la disavventura fa parte, anzi rende più bella l'avventura: i medici dicono che faranno di tutto per guarirmi in breve tempo. Sarei contento di tornare a lavorare con i miei caboclos. Ma quasi quasi, a dire il vero, non mi dispiacerebbe neanche di finire la mia vita in un lebbrosario, assieme ai più poveri e disprezzati dal mondo.
Miei carissimi Laorchesi, siate felici con me.
Probabilmente non ci rivedremo più, ma anche se non vi
vedo, vi sento qui con me, ad uno ad uno, perché vi voglio bene ad uno ad uno.
Pregate per me.

Vostro padre Augusto Ai compaesani di Laorca da Manaus, settembre 1989

 

30.

« Sono disposto ad obbedire anche se i superiori 
mi propongono di andare a Roma a fare il Papa»

 

Ho ricevuto la lettera che mio fratello ha portato, non ho però potuto rispondere subito perché il cambio di vita mi ha messo un po' sottosopra (25). Vi racconto tutto.
La mia gente ha potuto gustare con me qualche bella avventura nel mio vecchio mondo. Così ho potuto dare l'addio a questi 3 anni di cui ora vedo l'importanza. Negli ultimi due mesi sentivo la voce della coscienza che mi diceva che era ora di uscire perché c'erano ancora le cose più belle da fare.
La voce della mia gente cabocla pure insisteva nel chiamare. Ma queste due voci, sebbene si dica che sono voce di Dio, a volte ci ingannano. Quando però è arrivata la voce, quella del Vescovo, non ho avuto più dubbi. Il mio cuore, sempre in pace, ha esultato, perché il Vescovo mi scriveva proponendomi di dedicarmi al Mocambo con le sue adiacenze. Era il mio desiderio segreto, benché io fossi disposto ad obbedire ai
superiori anche se mi avessero proposto di andare a Roma a fare il Papa.
Sono uscito e ho passato tre settimane fra la gente, in una
vita così bella, che mai avrei immaginato. Non ero riuscito a conoscere la mia gente in chiesa o visitando le loro case. Sto imparando invece quello che ancora mi manca seguendoli sul lavoro: ogni giorno una famiglia mi invita, io li seguo nei campi o nella pesca. Loro mi danno lavoro e cibo, negli intervalli canto e catechizzo i bambini, dopo cena, prima di dormire, si fanno i discorsi più seri ed intimi dondolandoci nell' amaca quando i bambini già dormono.
Non ho accettato la casa che il Vescovo voleva darmi, con relativa domestica e salario. La gente è felice ma io sono più felice di loro. Sento così da vicino, il loro dolore, i loro problemi, le speranze. Non ho niente da dare per ora, sto solo ricevendo e imparando. Sarà forse così fino alla fine. Ma, a detta di tutti, una nuova vita e una nuova fede stiamo vivendo tutti insieme qui al Mocambo.
Però la mia felicità non era ancora giunta al culmine.
I primi giorni ho sentito la durezza del lavoro nei campi. Molto più duro del mio lavoro libero nel Paratucu. Solo dopo due settimane (la domenica la riservo al culto e al lavoro pastorale) mi sono messo alla pari e mi sembrava di farcela bene. Sennonché quel mio piede, che da qualche anno mi disturba, si è di nuovo aperto, con febbre, ecc. La gente ha affittato un barco e mi ha mandato a Manaus. I medici di Manaus hanno dato, dopo una serie di esami, il loro verdetto: lebbra.
Amici miei, non ho parole per comunicarvi quello che sento: una felicità tanto grande come mai ho sperimentato nella mia vita. Non sapevo che il buon Dio mi volesse così bene: nel momento in cui mi mette una grossa croce sulle spalle, mi riempie il cuore di felicità. Lo sapevo che le cose più belle le avevo ancora da fare! Adesso incomincio una delle più belle avventure della vita: lebbroso!
Ora sono qui nella capitale. Ho fatto una corsa al Mocambo per comunicare la mia felicità alla mia gente: è stato come un miracolo, tutti piangevano e si sentivano felici. Starò qui un mese, poi continuerò la cura a casa, controllando ogni mese l'andamento della malattia. I dottori dicono che ce la faranno a guarirmi. Bene, ma anche se dovrò morire lebbroso, saròfelice, lo sento. Se la malattia si fermerà continuerò al Mocambo, se no chiederò di andare in un lebbrosario. Per fare le avventure ancora più belle.

Ai Centpe di Locate Varesino da Manaus, 6 ottobre 1989

 

31.

« Ti aspetto nell'aldilà, ove fra poco ci ritroveremo per sempre! »

Carissimo Franco,
che bellezza la tua lettera. lo mi ricordo della tua casa, della tua faccia, non del tuo nome e del nome di quasi più nessuno.
La mia testa dal mese di ottobre si è completamente cambiata (26) e non ricordo quasi più nessuno né di lì, né di qui.
La gente qui ormai ha una grande compassione, mi vuol bene, mi aiuta, ma mi sopporta pure, parlo pochissime volte, non posso far le prediche, quindi ho cambiato completamente la vita. Ormai vado ogni giorno di casa in casa, navigando nella mia piccola canoa, col mio piccolo zaino. Quando è sera dormo in una casa dove prego con la famiglia che mi ospita. Spesso non c'è nulla da mangiare perché ho scoperto che ormai 1'80% delle famiglie mangia solo una volta al giorno, quasi sempre pesce e farina di mandioca. Molte volte però, nel tempo invernale quando il fiume è molto alto, salta il mangiare per due o anche tre giorni.
La mia vita, con questo metodo di lavoro, scopre cose che in quasi 30 anni non avevo scoperto. Conoscevo bene la natura, anche la gente di qua mi chiedeva consigli quanto alla vita delle e nelle foreste. Ora però vengo a conoscere la vita di tutta la gente. Gesù pure non aveva più la casa e viveva di casa In casa.
Non so per quanto tempo Egli mi lascia continuare quest'ultima esperienza che è senza dubbio la più bella.
Che belle cose che mi hai raccontato! Come è bella la tua vita! Come il buon Dio ti conduce bene! Preparati anche per il tempo che Lui si ritirerà per un po', magari un po' tanto, perché
là capirai la profondità del mistero umano, forse ti perderai un po' in quel buio (quanto io mi sono perduto!), ma alla fine, riuscendo al chiaro, sentirai una felicità ormai definitiva.
Scusami se ti dico queste cose così semplici che certamente già sapevi. Siamo così fratelli, così uguali, è così bello parlarsi ogni tanto delle cose eterne a cui siamo destinati. lo ti ringrazio. Ti aspetto nell'aldilà, ove fra poco ci troveremo per sempre. E là che avventura, mio Dio!!!
Ciao, sii felice con tutta la tua famiglia.

Lettera indirizzata ad un non identificato «Franco», dal Mocambo, senza data, autunno 1989

 

32.

« Che dal Paratucú sia uscito il Divo che cercavi?»

Carissimo Don,
nell'ultimo periodo ti abbiamo visto tante volte, sia in televisione che sui giornali: «Panorama», «Repubblica», «Corriere della Sera», «TV Sorrisi e Canzoni» e «Famiglia Cristiana». Che dal Paratucu sia uscito il Divo che cercavi? Persino Enzo Biagi è stato proprio conquistato da te ed ha pubblicizzato dappertutto la sua intervista, che è stata seguita da milioni di persone tra cui infiniti amici tuoi. Enzo Biagi stesso non è stato con te né pungente, né provocatorio, come lo è di solito quando intervista i più grandi personaggi della terra. Abbiamo visto in lui una convinzione e una serenità che non gli è consueta (27).
Come hai fatto? Beh, noi lo sappiamo, è sempre successo anche a noi. Le tue parole e la tua voce hanno risvegliato ricordi e affetti in tantissime persone oltre che in noi. Tanti ci hanno chiesto di te, della tua salute; erano sinceramente interessati e ci hanno dato un segno tangibile di amicizia.
Noi ti abbiamo ascoltato attentamente, e, come abbiamo scritto su «Luce» (28), abbiamo provato molta emozione. Le impressioni a caldo le puoi leggere sull'articoletto che ti alleghiamo.
Per Natale abbiamo mandato agli amici del gruppo e a molti altri un augurio fatto da noi, utilizzando alcune frasi e una foto che èi ha dato tuo fratello. Il cartoncino è molto richiesto e abbiamo dovuto fame altri. Vedi come sei popolare? Coloro che hanno avuto la tua foto ci hanno poi portato spontaneamente un 'contributo e così abbiamo potuto mandare al Pedroca 6700 dollari.
Noi, come vedi, siamo sempre impegnati per la Scuola e lo facciamo a nome tuo. Coloro che corrispondono con un contributo lo fanno per te, perché la tua figura per i locatesi è legata alla Scuola di Urucani. Tu sei d'accordo, vero? Tu ci parlavi poi della nuova esperienza di parroco (!!!) al Mocambo.
Siamo ancora preoccupati per la tua salute, anche se il problema lebbra si è sdrammatizzato. Gli altri problemi ci sembrano più assillanti e ci sembra che la cosa più intelligente sia quella di curarsi seriamente. Tutti quelli che conoscono bene la situazione sanitaria della zona dicono che dovresti andare a Manaus, anzi dovresti rimanere fino a quando ti sentirai veramente bene. Tu sei ora al servizio della gente e devi essere efficiente (sia pure come sessantenne), non puoi trascurare dei sintomi come gli svenimenti che potrebbero essere una sciocchezza, ma potrebbero anche essere qualcosa da curare in tempo (29). Devi convincerti, insieme a molti di noi, che siamo giunti ad un periodo della vita, pur bello per certi versi, che richiede un'attenzione speciale per la salute. Dopo tutto curarci non è un prezzo troppo alto per avere in cambio molti anni di attività, di nuovi progetti, di nuove speranze, non ti pare?
Abbiamo ancora nella mente la telefonata di Natale, ci riteniamo dei privilegiati nel riuscire a parlarti da tanto lontano. Don Battista è stato molto contento, è stata una esperienza molto bella e commovente per lui. Le notizie che ci hai dato però ci hanno lasciati un po' perplessi. Ora aspettiamo una tua lettera; dovresti avere tante cose da dirci, è un po' di tempo che non scrivi, perché?
Aspettiamo notizie (belle) sulla salute e anche sul racconto del «passaggio», cioè dé1l'uscita dal Paratucú e della nuova vita iniziata al Mocambo. Siamo contenti e sollevati per la tua decisione, ma abbiamo altre preoccupazioni per te. Beh, ci siamo abituati. Ti staremo sempre vicini col pensiero e con tanta amicizia.

A padre Augusto dal Gruppo di appoggio di Locate Varesino, 20 gennaio 1990

 

33.

«Cerco di andare come Gesù faceva, senza casa e senza soldi»

Carissimi amici italiani,
è così sorprendente quello che mi succede in questo tempo...
Ho cercato di fuggire per molto tempo da Enzo Biagi, ma il suo gruppo mi ha raggiunto nella foresta e mi ha filmato, mi ha fatto raccontare la mia storia e se ne è andato.
Io non ho capito niente, ma dopo un mese ho incominciato a ricevere lettere da tutta l'Italia, da persone conosciute, ma molte anche sconosciute. Persino gente mai vista, italiana o del Nord Europa, è venuta a vedermi... io non capisco niente.
Vorrei tanto ringraziare tutti quelli che mi hanno scritto, quelli che mi hanno visitato e quelli che mi hanno mandato dei soldi.
I soldi a me non servono perché ogni giorno vado con la mia canoa lungo il Rio delle Amazzoni, mangio e dormo dove mi accettano. Benché grande peccatore, cerco di andare come Gesù faceva, senza casa e senza soldi. Siccome però non sono capace di fare i miracoli come Lui, userò i vostri soldi per fare qualche miracolo per i miei bambini e per i miei ammalati.
Grazie, grazie dal profondo del mio cuore. Fra un po' di anni ci incontreremo tutti, nell' Aldilà. 

p. Augusto

Lettera dal Mocambo, senza data, gennaio-febbraio 1990, 
scritta per tutti coloro che mandavano lettere e offerte 
in seguito all'intervista televisiva 
realizzata da Enzo Biagi

 

 

* Da una lettera ad un non identificato «Franco», dall'autunno 1989.
[1] Si veda al riguardo il capitolo XV di P. Gheddo, Missione Amazzonia. 150 anni del Pime sul Rio delle Amazzoni (1948-1998), EMI, Bologna 1997.
[2] Questa lettera dimostra quanto Augusto fosse affascinato dalla natura e la studiasse!
[3] In portoghese «serpente» è femminile.
[4] Nel diario Augusto scrive questa bella pagina: «Oggi ho fatto due bei sgabelli artistici, ne sono orgoglioso. Ma poi mi sono chiesto: perché due, se sono solo? Ho pensato a Dio ma non è giusto. Lui è dappertutto, non lo si può far sedere su uno sgabello; e Gesù sta seduto alla destra del Padre. Ho pensato al mio Angelo, una presenza che sento molto in questi tempi, mi aiuta, mi difende, mi apre pensieri nuovi sul suo mondo. Nella foresta sempre mi riconduce a casa, Così ho pensato a lui, quello sgabello è suo e ogni volta che lo vedo penso lui e gli parlo» (dal diario, 4 novembre 1986, si veda P. Gheddo, Dio viene sul fiume, EMI, Bologna 1994, p. 220).
[5] Nella Castiglioni in Liverani, con due amici di Locate Varesino, era andata nel luglio-agosto 1987 a trovare padre Augusto in Brasile, il quale li aveva accompagnati a Parintins per la festa patronale della Madonna del Carmine (16 luglio).
[6] Lettera indirizzata ai nipoti, di cui riproduce le iniziali.
[7] Augusto aveva rinunziato al fucile per essere più vicino al modello di san Francesco e dei santi.
[8] Monsignor Giovanni Risatti, nuovo vescovo di Parintins (dopo monsignor Arcangelo Cerqua), è stato consacrato a Parintins il 21 febbraio 1988.
[9] La «festa» di Parintins è la Madonna del Carmine, 16 luglio. Probabilmente questa lettera è del giugno-luglio 1988. Oppure potrebbe trattarsi della «festa» per la consacrazione episcopale di monsignor Giovanni Risatti a Parintins il 21 febbraio 1988, a cui anche Augusto ha partecipato.
[10] Si tratta di un sentiero nella foresta che padre Gianola stesso ha tracciato, lasciando segni che indicano la via per terra e non, come in precedenza, in canoa sui fiumi. Poi si pentirà di questo, perché molti vengono a trovarlo, a fare giornate di ritiro da lui, rompendo il suo isolamento.
[11] Negli ultimi tempi del suo ritiro al Paratucú, padre Gianola è sempre più visitato da amici, turisti italiani alla ricerca dell'" eremita della foresta», gruppi che vanno per un ritiro o una gita, cacciatori e pescatori che cercano cibo e assistenza per una notte... Nel diario scrive (27 giugno 1989): "Ormai devo constatare che il Paratucú non è più il mio posto. Oggi sono ancorate nel lago dei coccodrilli tre barche a motore. E andrà sempre peggiorando. L'acqua è piena di gasolio, i coccodrilli non si vedono più. Le grida, le risate, i rumori, gli spari non si contano più. Hanno ammazzato tutto quello che hanno potuto in questi ultimi due o tre mesi. Mi hanno chiesto il permesso di fare un campo da pallone qui vicino alla mia casa. Mi rendono la vita impossibile. Cosa devo fare, Signore?.. Non ha più alcun senso stare qua». Infatti nel settembre 1989 abbandona il Paratucú. Conclusione inevitabile della sua avventura: lui aveva aperto una via verso l'interno della foresta ed era prevedibile che molti lo seguissero, senza il suo rispetto per la natura e le sue finalità di preghiera e di contemplazione.
[12] Si riferisce all' articolo-intervista del maggio 1987 pubblicato su Mondo e Missione (pp. 297-316), nello speciale «Mission '87», che aveva avuto un grande successo, facendo conoscere padre Augusto presso un vasto pubblico.
[13] La mamma Luisa è morta il 20 gennaio 1989.
[14] Erano venuti a trovarlo un gruppo di amici da Locate Varesino e dall'Italia e Augusto, durante il giorno, si era dato da fare per far loro visitare le sue terre coltivate, la foresta, il fiume, il suo lavoro, ecc.
[15] La mamma di padre Gianola, Luisa Valsecchi, era morta il 20 gennaio 1989.
[16] Espressioni di una lettera dei Centpe ad Augusto non pubblicata in questo volume.
[17] Il padre spirituale di Augusto è stato fino alla sua morte nel 1990 (a partire dal 1984) padre Armando Rizza, Superiore regionale del Pime nell' Amazonas dal 1984 al 1988 (risiedeva a Manaus), e poi missionario a Parintins.
[18] Nel diario Augusto parla spesso, verso la fine della vita, in termini poetici e misteriosi, di questo «lago ricco» in cui vorrebbe ritirarsi in attesa della morte. Aveva già provato ad isolarsi nel Panauarú (1974), poi a Jequitibá. (1986), poi nel Paratucú (1986-1988), dove sempre era stato raggiunto da amici e visitatori, dal prossimo, dal mondo: nella seconda metà del 1988 e nel 1989 sogna di andare in un luogo sempre più lontano e inaccessibile, il ,dago ricco.., dove la natura è meravigliosa, il pesce abbondante e facile da pescare, i tramonti incantevoli, a metà strada fra la terra e il cielo. Però capiva, ecco il senso di questa lettera, che il prossimo, che lui «odiava.. (proprio lui, che amava ed era amato da tutti!), era la sfida da affrontare come uomo e come prete, perché al giudizio finale saremo giudicati sul nostro prossimo... (sul ,dago ricco.. si veda il capitolo XV di Gheddo, Dio viene sul fiume, cit.).
[19] Augusto scrive alla sorella Annamaria, che è in convento di clausura a Sassuolo, e si riferisce alla morte della mamma: felici le sorelle e il fratello che si sono incontrati a Malavedo (Laorca, Lecco) per il funerale e hanno avuto sempre la mamma con sé; ma adesso, anche noi che siamo lontani, avremo la mamma con noi!
[20] Augusto prevede che uscirà dalla foresta entro l'anno. Come infatti poi è avvenuto: il 3 settembre 1989 monsignor Giovanni Risatti, vescovo di Parintins, presenta padre Gianola alla comunità del Mocambo, come responsabile di quell'area (dipendente dalla parrocchia della Cattedrale di Parintins).
[21] Lettera riportata in questo volume.
[22] Renato Curcio, capo storico delle Brigate Rosse, a quel tempo era in carcere. Augusto si sente anche lui, in questo mondo, come in prigione.
[23] Il fratello Alberto visita Augusto nell'agosto 1989, con la moglie Mariangela e il cugino Luciano. «Craponi» è l'affettuoso appellativo dialettale (significa «testoni», «teste dure») con cui padre Augusto si rivolge ai suoi compaesani.
[24] Padre Gianola non è morto di lebbra, ma aveva contratto la lebbra, dalla quale è stato curato da fratel Francesco Galliani di Parintins, specialista di questa malattia (si veda supra l'introduzione di questo capitolo). «Abbiamo fatto una cura di sei mesi - dice Galliani - e quando è ritornato in Italia nel marzo 1990 era già negativo. Gli era rimasta l'insensibilità al piede, dove aveva avuto la ferita, e in parte alla gamba destra. Quando è tornato in Italia ha detto che era stato lebbroso e i medici curanti si sono spaventati, hanno chiesto a me la relazione della sua malattia. Ho mandato la relazione, rispondendo che Augusto aveva avuto una forma interna, chiusa, non infettiva di lebbra, non era mai stato infettivo (M.H. T., secondo la formula tecnica). E poi, quando tornò in Italia nel marzo 1990, era del tutto guarito» (si veda Gheddo, Dio viene sul fiume, pp. 294-295).
[25] Dal 18 agosto 1989 padre Gianola è uscito dal Paratucú e si è sistemato al Mocambo, dove il vescovo di Parintins, monsignor Giovanni Risatti, lo ha presentato alla gente (3 settembre) come incaricato della pastorale nella zona.
[26] Dall'inizio del settembre 1989, come già si è detto, padre Gianola esce dalla foresta e abita al Mocambo, con l'incarico di coordinatore pastorale della zona. Ma non era più lui: «A settembre e più ancora ad ottobre - racconta monsignor Risatti - la gente del Mocambo veniva da me a lamentarsi che Augusto stava male e non voleva curarsi. Sveniva tre, quattro, cinque volte al giorno: il sangue non circolava nel cervello». Monsignor Risatti, dopo vari tentativi, riesce a portarlo via dal Mocambo il 20 febbraio 1990. Lo manda a San Paolo, da dove parte per l'Italia il 24 marzo. Muore a Laorca il 24 luglio 1990 di cancro al cervello.
[27] L'intervista di Biagi ad Augusto venne trasmessa dalla Tv su Rai Uno il 27 novembre 1989 in prima serata. Anche al Pime a Milano, dopo quella trasmissione, avevamo ricevuto molte lettere e telefonate, con richieste di maggiori notizie su padre Gianola. Abbiamo distribuito le copie del «servizio speciale» di Mondo e Missione (maggio 1987) che ci erano rimaste.
[28] Il settimanale cattolico di Varese e provincia.
[29] Da quando era al Mocambo (ma forse già prima al Paratucú?), Augusto sveniva diverse volte al giorno, poi si riprendeva: il sangue non arrivava bene al cervello. Era l'inizio del cancro al cervello di cui poi è morto.