JOACHIM JEREMIAS
PER COMPRENDERE
LA TEOLOGIA DELL'APOSTOLO PAOLO
MORCELLIANA 1973
Titolo originale dell'opera: Der Schlüssel zur Theologie des Apostels
Paulus
trad. di Guido Stella
| I. TARSO | II. GERUSALEMME | III. ANTIOCHIA | IV. DAMASCO |
III. ANTIOCHIA
In relazione con la citazione
dell' antica confessione di fede (1 Cor 15, 3. 5) Paolo sottolinea il
fatto che egli ne è debitore alla tradizione (v. 3: «vi trasmisi invero, prima
di tutto, quanto anch'io [come tradizione] ho ricevuto ») e che questa
confessione per lui e per gli Apostoli in Gerusalemme era un possesso comune:
«Tanto io, dunque, quanto essi così predichiamo» (v. 11).
In maniera del tutto analoga alla confessione di fede, Paolo introduce la sua
citazione delle parole dell'ultima Cena di Gesù. Egli sottolinea di
nuovo il fatto che esso gli è stato comunicato dalla tradizione (1 Cor 11, 23).
Una analisi linguistica fa vedere che Paolo si serve di una forma che si era
strutturata nell'ambito semitico, ma che era stata poi grecizzata. A Paolo è
dunque familiare una versione delle parole dell'ultima Cena, che ebbe la sua
strutturazione caratteristica in un ambiente bilingue, al qual proposito molti
argomenti si possono addurre a favore di
Antiochia. Poiché là, nella capitale della Siria, la terza città per
grandezza dell'impero romano, dopo Roma ed Alessandria, Paolo aveva già
lavorato assieme con Barnaba prima dei suoi viaggi missionari (Atti 11, 25 s.);
da Antiochia era stato inviato in missione (13, 1-3) ed a questa comunità
che sosteneva il suo apostolato egli aveva sempre fatto ritorno (14, 26; 15,
30.35. 18,22; cfr. Gal 2, 11).
Un'immagine analoga ci offre l'analisi linguistica dell'Inno a Cristo (Fil 2, 5-11). Essa mostra la grande verosimiglianza che Paolo non sia l'autore dell'inno, ma documenta che egli lo cita e che esso, in ogni caso, rinvia a un ambito misto semitico-ellenistico.
Tutto ciò mostra che Paolo era
profondamente debitore della tradizione cristiana. Di ciò troviamo tracce in
ogni pagina delle sue lettere, ed esse non si limitano affatto alle formule
cristologiche o liturgiche o al patrimonio innologico. lo devo perciò limitarmi
ad indicare un vasto campo nel quale Paolo, a differenza degli Apostoli di
Gerusalemme, dipendeva interamente dalla tradizione: le
parole di Gesù. Per cinque volte,
Paolo afferma esplicitamente che egli cita
parole di Gesù (1Tess 4, 15-17; 1 Cor 7,
10; 9, 14; 11,23-25; anche Rom 14, 14 è da
intendersi in tal senso) ed inoltre egli si
riferisce spesso al messaggio di Gesù,
senza nominarlo direttamente. Così, per
fare un esempio, conosce l'appellativo a Dio
'Abba' (Rom 8, 15; Gal 4, 6), che negli scritti
del tempo non è testimoniato in alcun testo
all'infuori della preghiera di Gesù (Mc 14,
36); sottolinea 20 l'annuncio di Gesù su quel
Dio che ama i peccatori (Rom 5, 8) e chiama
a sé non i sapienti, ma gli insipienti, non
i forti ma i deboli, non coloro che sono riveriti
ma i disprezzati (1 Cor 1, 26-29; Mc 2,17;
Mt 11,25 s.); egli ricorda inoltre l'ammonimento di Gesù, che non ha riscontro
fuori del Vangelo: «Benedite coloro che vi perseguitano» (Rom 12, 14; Le 6,
28).
Avremmo dunque alfine trovato la chiave per
la comprensione della teologia dell'apostolo Paolo: la tradizione cristiana
primitiva? Sarebbe vera pazzia negare il valore fondamentale
che la confessione di fede, la Cena del Signore e le parole di Gesù hanno
rappresentato per Paolo. Eppure Paolo si è difeso appassionatamente contro
l'opinione che la dipendenza dalla tradizione sia l'elemento ultimo e decisivo
della sua posizione di cristiano e della sua teologia (Gal 1, 10-2, 21).
Né Tarso, né Gerusalemme, né Antiochia ci offrono la chiave che stiamo
cercando.
[20] Cfr. J. JEREMIAS, Die Botschaft vom Vater (Calver Hefte, n. 92), Stuttgart: 1968.