PICCOLI GRANDI LIBRI   STANISLAO LYONNET
Dieci meditazioni su San Paolo

PAIDEIA EDITRICE BRESCIA
Titolo originale dell'opera: lnitiatian à la Dactrine Spirituelle de Saint Paul Dix méditations sur le texte des Epitres
Traduzione italiana di Felice Montagnini - la edizione: dicembre 1965

Premessa

I. Virtus in infirmitate perficitur VI. Legge dell'amore e libertà cristiana
II. La preghiera apostolica VII. La redenzione mistero di amore del Padre e del Figlio
III. La preghiera al Padre: abbà, padre! VIII. Il dono dello Spirito Santo ricevuto per mezzo della fede
IV. San Paolo e l'amore del prossimo IX. La sapienza del cristiano e l'avvenire dell'universo
V. L'amore «teologale» del prossimo X. Riflessioni paoline sulla storia

IV

SAN PAOLO E L'AMORE DEL PROSSIMO
(1Corinti
13.4-7)

Se, nelle sue lettere, San Paolo ritorna con particolare insistenza dell'importanza della preghiera, bisogna dire almeno altrettanto della carità.
Basta, per rendersene conto, sfogliare le lettere fermandosi di preferenza sulla parte detta sovente «morale», nella quale l'Apostolo moltiplica i consigli pratici di vita cristiana, e notare di volta in volta tutto ciò che vi ha attinenza con il precetto dell'amore. Non vi è lettera in cui esso non occupi un posto rimarchevole; talvolta occupa interamente la parte morale, e sotto la forma più comune, più umile, che è quella dell'amor del prossimo.
Si potrebbe constatare senza fatica che è questo il precetto al quale Paolo riconduce tutti gli altri perché esso li contiene tutti quanti (cfr. Gal. 5,14; Rom. 13,8-10). Ma se vogliamo comprendere esattamente che cosa egli intenda per «amare il prossimo», niente ci aiuterà tanto, quanto un'attenta lettura della descrizione che ce ne offre nell'«inno alla carità», nel capo 13 della prima ai Corinti (vv.4-7):

La carità è longanime, la carità è servizievole, non è gelosa; la carità non è fanfarona, non si dà arie; non prova vergogna; non cerca il proprio tornaconto; non si irrita, non tien conto del male; non si rallegra dell'ingiustizia, ma ripone la sua gioia nella verità. Scusa tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto.

Ai Corinti, i quali mettevano il loro ideale di perfezione nel possesso dei doni spirituali più appariscenti, San Paolo propone «una via che supera tutte le altre». Questa via, sublime e semplice ad un tempo, è la via dell'amore, di quell'amore che si esprime e si realizza nei più umili gesti della vita quotidiana: atteggiamento esterno, ma che sia il riflesso di un comportamento interiore (cfr. v. 3), amore autentico, «senza infìngimenti» (Rom. 12,9), ma che appunto, se è autentico, non può non esprimersi in gesti ben concreti, perché i gesti si conformano all'attitudine interiore di amore, quali che possano essere le resistenze della sensibilità, perché l'amore vero è essenzialmente «volontà del bene altrui».

La carità è longanime, servizievole

La prima caratteristica dell'amore - e sarà anche l'ultima - è quella longanimità in cui la Bibbia riconosce uno degli attributi più frequentemente dati a Dio e di cui Israele ha così spesso fatto l'esperienza nella sua storia: «lento alla collera», instancabilmente paziente nei riguardi di quel popolo «di dura cervice» (1). L'uomo caritatevole è egli pure pieno di bontà, di benignità, simile anche in questo a Dio (2), di quella stessa benignità di cui Paolo ci dice che apparve con la nascita del Dio fatto uomo (Tito 3,4). La parola greca usata dall'Apostolo consente anche la traduzione 'servizievole' (3), e difatti il cristiano che fa professione di carità non solo non rifiuta i «servizi» di cui può venir richiesto, quando non vi si opponga un «servizio» più grande, ma «si mette al servizio degli altri» (4), cioè prende un atteggiamento tale che per gli altri è un invito a chiedergli effettivamente dei servizi; in breve, è qualcuno «di cui ci si può servire» (5).

La carità non è gelosa, non è fanfarona, non si dà arie

Gelosia e invidia le sono evidentemente sconosciute. E come potrebbe, colui che ama, rattristarsi della felicità che per definizione «vuole» per gli altri? Ma egli non cede nemmeno alla iattanza o all'arroganza, respingendo anche quell'orgoglio segreto che ci spinge a compiacerci della nostra buona azione e a crederci al di sopra degli altri, forse per la sola ragione che abbiamo coscienza di esser caritatevoli. Per San Paolo l'umiltà è in effetti la prima condizione della vera carità: chi intende amare il prossimo deve per prima cosa «non sopravvalutare se stesso» (Rom. 12,3); più ancora, deve «ritenere gli altri superiori a lui» (Fil. 2,3), mettersi lealmente in atteggiamento di «servizio» e quindi al di sotto di essi, come Cristo, il quale, essendo «di condizione divina, non tenne per sé, 'con animo geloso, il grado che lo faceva eguale a Dio, ma si annientò prendendo la condizione di schiavo... e si umiliò ancor di più, obbedendo fino alla morte e alla morte su una croce» (vv.6-8) (6).

La carità non prova vergogna

Questo è il senso in cui i Padri greci prendono solitamente il termine usato da S. Paolo, termine che spesso viene invece tradotto con «non ricorre a mezzi cattivi» o «non fa nulla di sconveniente» (7). Il cristiano non si accontenta di non «rendere male per male» (Rom. 12,17), ma ricambia il male con il bene, «dà da mangiare al suo nemico se ha fame e da bere se ha sete» (v. 20), volendo «vincere il male col bene» (v. 21); colui che «insultato non sa che benedire», «perseguitato non sa che sopportare», «calunniato non sa che consolare» (1Cor. 12-13), un uomo siffatto, messo in una società - alla quale la nostra incomincia stranamente a rassomigliare - per cui la «grandezza d'animo» consisteva precisamente, come dice Aristotele, nel «non sopportare», non poteva riscuoterne che il disprezzo.

La carità non cerca il proprio tornaconto

Al centro della descrizione l'Apostolo mette la nota che a suo avviso caratterizza meglio di ogni altra l'amore di Dio e di Cristo per noi: la gratuità, il disinteresse 8. Sotto la sua dettatura la formula ritorna a più riprese (9). Una simile esigenza, tuttavia, è parsa eccessiva e ben presto alcuni copisti tentarono, sia pure con le migliori intenzioni, di edulcolare, almeno qui, l'espressione con una correzione leggerissima (10); con l'aggiunta delle due sole lettere della negazione me (non), attribuirono a San Paolo un'affermazione perfettamente ortodossa («la carità non cerca quel che non è suo»), ma tale che riduce la carità alla giustizia. Non v'è dubbio che la carità abbracci inizialmente la giustizia, e nessuno l'ha affermato tanto esplicitamente quanto Paolo: «La carità- egli dice - non reca torto al prossimo» (Rom. 13, 10); essa tuttavia la sorpassa di tanto, si può dire, quanta è la distanza che separa Dio dall'uomo, che separa un mondo semplicemente «naturale» da uno elevato all'ordine «soprannaturale». In nome della giustizia il cristiano rivendica il diritto altrui, ma anche il proprio; in nome della carità sa rinunciare al suo diritto quando non sia in causa quello degli altri: si rifiuta di «farsi giustizia da sé» (Rom. 12, 19).
È per questo che nella stessa lettera, poco più sopra (1Cor. 6), San Paolo rimprovera i cristiani di Corinto non solo perché sottoponevano le loro questioni a magistrati pagani mentre potevano risolverle amichevolmente tra di loro, e commettevano cosi un vero crimine di lesa maestà della dignità cristiana, ma osa riprendere questi neofiti appena usciti da un paganesimo singolarmente rozzo (vv. 9-11) per il semplice motivo che si intentano dei processi; orbene, questo suppone due cose egualmente biasimevoli: primo, che ci sono dei fratelli che hanno commesso
delle ingiustizie contro altri fratelli, il che esclude dal regno di Dio; secondo, che le vittime non hanno preferito «soffrire l'ingiustizia» e «lasciarsi spogliare» (v.7), e questo, se non è proprio un peccato o un delitto (come supporrebbe la traduzione delictum della Volgata), è pure sempre una «sconfitta» (ettema) dell'ideale cristiano. L'ideale del discorso del monte: «Se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, mostragli anche l'altra» (Mt. 5,39) è preso da Paolo sul serio, a condizione, s'intende, che questo atteggiamento non rappresenti una mancanza di carità riguardo al prossimo, condizione da cui si vede che il solo limite alla carità viene dalla carità stessa. Così Cristo non ha «tenuto per sé, con animo geloso, l'eguaglianza con Dio, ma si è annientato» (Fil. 2,6-7); «da ricco si è fatto povero, per arricchirei con la sua povertà» (2Cor. 8,9).
Un amore disinteressato e gratuito è di sua natura universale (Rom. 12,14-21), proprio come l'amore di Dio, il quale «non fa accettazione di persona» (11) e «vuole la salvezza di tutti gli uomini» (1Tim. 2,4). Le preferenze del cristiano, se ne ha, andranno agli umili (Rom. 12,16), a quelli da cui non ci si può atattender nulla in contraccambio (12), e se gli vien comandato in modo specialissimo di amare i nemici (13), la ragione è questa: che nessun amore è più di questo gratuito e disinteressato, più simile a quello di Dio stesso e di Cristo, i quali «ci hanno amati quando noi eravamo ancora empi, peccatori», cioè «nemici» (Rom. 5,6-10).

La carità non si irrita, non tien conto del male, non si rallegra dell'ingiustizia, ma ripone la sua gioia nella verità

Una volta toccata la cima, San Paolo, come temendo qualche illusione, si affretta a ridiscendere ai particolari della vita d'ogni giorno, nella quale il disinteresse autentico deve esercitarsi ed aver la sua verifica. La carità non si irrita, non agisce mai sotto l'impulso di sentimenti irriflessi, dei quali il più abituale è «l'accesso di collera». Essa insegna a tenere a freno parole e gesti inconsulti; in una parola, insegna a ristabilire al più presto possibile il dominio della ragione sull'istinto, o - come Paolo dice in un altro passo - a non permettere che «il sole tramonti sulla nostra collera» (Ef. 4,26).
La carità non tien conto del male,
«non lo fissa - come dice il P. Huby - sul registro della memoria». Non contenta di perdonare, essa arriva perfino a dimenticare.
La carità non si rallegra dell'ingiustizia, del male che può ravvisare in altri, quasi «a prendersi la rivincita con la soddisfazione di un confronto che riesce a vantaggio suo (Allo); e sarebbe invero strano che colui che ama potesse esser felice di scoprire qualche male in coloro che sono oggetto del suo amore!
Più ancora, la carità - e questo è più difficile, come osserva finalmente San Giovanni Crisostomo - ripone la sua gioia nella verità, dovunque questa si trovi, fosse pure nei suoi nemici.

La carità scusa tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto

La descrizione si chiude con quattro note distintive. La carità scusa tutto; questo, almeno, è il senso più probabile del termine greco, che però può esser tradotto anche, insieme con la Volgata, con soffre tutto, il che equivale a quanto dirà l'ultima qualità. Non che rimanga cieca sui difetti del prossimo; ma essa sa che tali difetti sono sovente il prezzo di buone qualità ancora più grandi. E se distingue una pagliuzza nell'occhio del fratello, essa però non trascura di guardare anche la trave che, magari, si trova nel suo (Mt. 7,3). Soprattutto si guarda bene dal giudicare le intenzioni, le quali spesso sono molto meno malvagie di quanto si sospetti (14) e sono conosciute solo da Dio (cfr. 1Cor. 4,5). La carità fa questo ricordandosi del precetto di Cristo: «Non giudicate (gli altri) per non esser giudicati (da Dio), poiché la misura che userete sarà usata per voi» (Mt. 7.1-2). La carità crede tutto. Il suo primo moto non è una spontanea reazione di diffidenza; al contrario, essa «fa credito al prossimo prima ancora di esser sicura che esso lo meriti» (Allo). Posto anche che non lo meriti lì per li, la carità è ottimista per l'avvenire: spera tutto, convinta com'è che anche il più miserabile degli uomini ha delle possibilità di bene illimitate, giacché è amato da Dio fino al punto che anche Cristo ha accettato di morire per lui. Che se la speranza tarda a realizzarsi, nell'attesa sopporta tutto: ben lungi dal «lasciarsi vincere dal male», adottando il metodo messo in atto con lei, «trionfa sul male con il bene» (Rom. 12,21).

 

[1]. Cfr. Rom. 2,4; 9,12.
[2]. Cfr. Rom. 2,4; 11,22; Ef. 2,7.
[3]. Cfr. Bibbia di Gerusalemme.
[4]. Gal. 5,13. Si noti l'impiego del verbo greco che significa una vera «schiavitù».
[5]. Il termine greco chrestos deriva la chresthai, «servirsi».
[6]. Cfr. Giov. 13,1-16.34. 7. Cfr. Bibbia di Gerusalemme.
[8]. Cfr. Rom. 5,6-8; 15.1-3; Mt.5,48; Lc. 6,35-36
[9]. Cosi 1Cor. 10,24 e 33; Fil. 2,3-21.
[10]. Essa appare già nel più antico papiro che possediamo, il papiro Chester-Beatty, cosi chiamato dal nome del proprietario e datante dal sec. III.
[11]. Rom.2,11; Gal. 2,6; Cfr. Mt. 5,45.
[12]. Cfr. Lc. 14,13-14.
[13]. 1Cor. 4,I2; Rom. 12,20-21; Mt. 5,44-48; Lc. 6, 27-36.
[14]. Si legga a questo proposito l'incantevole aneddoto di Santa Teresa del Bambin Gesù: Histoire d'une ame, ch.9 (Manuscrits autobiographiques, ms. C.), pp. 266-267.