PAIDEIA EDITRICE BRESCIA
Premessa
| I. Virtus in infirmitate perficitur | VI. Legge dell'amore e libertà cristiana |
| II. La preghiera apostolica | VII. La redenzione mistero di amore del Padre e del Figlio |
| III. La preghiera al Padre: abbà, padre! | VIII. Il dono dello Spirito Santo ricevuto per mezzo della fede |
| IV. San Paolo e l'amore del prossimo | IX. La sapienza del cristiano e l'avvenire dell'universo |
| V. L'amore «teologale» del prossimo | X. Riflessioni paoline sulla storia |
VII
LA REDENZIONE MISTERO DI AMORE
DEL PADRE E DEL FIGLIO
(Efesini 1,7-10)
Una delle meditazioni precedenti proponeva alla nostra
riflessione la lunga preghiera di ringraziamento e di 'benedizione' che apre la
lettera di San Paolo agli Efesini (1). Le numerose somiglianze di questa preghiera
con una delle più antiche preghiere giudaiche ancor oggi in uso ci aveva
permesso di precisare in quale senso il Nuovo Testamento rivelava che Dio è
nostro Padre e noi figli suoi alla luce dell'invocazione «abbà, Padre»,
che lo Spirito Santo ci mette sulle labbra e che è la stessa usata dal figlio
unico. I quattro versetti successivi ci aiuteranno a riflettere su qualche
aspetto del mistero della redenzione particolarmente caro a San Paolo.
Dopo aver fissato lo sguardo sulla persona del Padre e sul
suo amore per noi nell' «Amato» l'Apostolo tratta direttamente dell'effetto di
questo amore: l'opera di Cristo, la redenzione attraverso l'effusione del suo
sangue sul Calvario, che opera la remissione dei peccati e realizza nella
pienezza dei tempi il grande disegno del Padre. San Paolo indica tutto ciò con
un termine greco di cui la traduzione difficilmente può rendere appieno la
ricchezza: la «riunione», la «ricapitolazione», il «riassunto» o il «compendio»
di tutta la creazione terrestre e celeste, nel Cristo diventato la testa di un
unico Corpo.
In lui, mediante il suo sangue, troviamo la
redenzione, la remissione dei nostri peccati,
secondo la ricchezza della grazia che Dio ci ha profuso con ogni sapienza e
intelligenza,
facendoci conoscere il misterioso disegno della sua volontà, che
nella sua benevolenza aveva prestabilito in lui per realizzarlo nella pienezza
dei tempi:
di riunir tutte le cose nel Cristo, tutto ciò che esiste nei
cieli e sulla terra.
Secondo la preghiera giudaica, che sembra aver ispirato San
Paolo, l'amore di Dio che eleggeva Israele si era manifestato nel dono della
legge, il beneficio per eccellenza, sigillo ed espressione ad un tempo
dell'alleanza che Dio stabiliva con il suo popolo: «Per merito dei nostri padri
che hanno sperato in te, che tu hai istruito con i precetti di vita, facci
grazia e istruiscici... Illumina i nostri occhi con la tua legge, fissa i nostri
cuori nei tuoi comandamenti».
Per San Paolo, il dono di Dio, testimonianza del suo amore,
non è una legge, fosse pure la più eccellente che si possa immaginare, ma la
persona stessa di Gesù Cristo. Certo egli ringrazia Iddio di avergli fatto
conoscere il mistero della sua volontà e più avanti domanderà che illumini
i cuori dei destinatari (1,18); ma il mistero di questa volontà di Dio non
si concretizza più, come nel giudaismo, non escluso quello qumranico, nella
rivelazione di precetti, antichi o nuovi che siano, ma in una persona, quella del Figlio di Dio, divenuto uno di noi: incarnazione
dell'amore del Padre che egli non viene solo a darei quale esempio, ma a
comunicare a ciascuno di noi, cambiando i nostri «cuori di pietra» in «cuori di
carne», secondo la profezia di Ezechiele (Ez. 36, 26).
Infatti nel Cristo la rivelazione dell'amore di Dio, evocata
da San Paolo nei versetti precedenti, tocca un vertice che supera ogni
aspettativa. Sicuramente il profeta aveva parlato lui pure, in termini non meno
commoventi di Isaia 3, dell'amore di Jahvé per Israele; in particolare, come in
un preludio delle parole del Vangelo, aveva mostrato Jahvé che di persona si
mette alla ricerca delle pecore erranti e che riunisce il suo gregge disperso:
«Così dice il Signore Jahvé: Ecco che avrò cura io stesso del mio gregge... lo
farò pascolar le mie pecore e le farò riposare. Cercherò quella perduta, mi
prenderò cura di quella ferita, guarirò quella ammalata» (Ez.34,11. 15-16). Ma
l'Antico Testamento non aveva mai so
[1]. Cfr. per esempio 1 Cor. I5,25-28.