PICCOLI GRANDI LIBRI  STANISLAO LYONNET
Dieci meditazioni su San Paolo

PAIDEIA EDITRICE BRESCIA
Titolo originale dell'opera: lnitiatian à la Dactrine Spirituelle de Saint Paul Dix méditations sur le texte des Epitres
Traduzione italiana di Felice Montagnini - la edizione: dicembre 1965

Premessa

I. Virtus in infirmitate perficitur VI. Legge dell'amore e libertà cristiana
II. La preghiera apostolica VII. La redenzione mistero di amore del Padre e del Figlio
III. La preghiera al Padre: abbà, padre! VIII. Il dono dello Spirito Santo ricevuto per mezzo della fede
IV. San Paolo e l'amore del prossimo IX. La sapienza del cristiano e l'avvenire dell'universo
V. L'amore «teologale» del prossimo X. Riflessioni paoline sulla storia

IX

LA SAPIENZA DEL CRISTIANO E L'AVVENIRE DELL'UNIVERSO
(Romani
8,19-23)

Il cristiano, giustificato fin da quaggiù, in possesso dello Spirito, è pur sempre rivolto interamente verso l'avvenire. Se per San Paolo la vita cristiana è una vita di fede e di amore, non meno importante è la parte che in essa ha la speranza. Egli non si compiace solamente di ricordarla insieme alla fede e alla carità (1), ma in genere enumera le tre virtù nell'ordine seguente: fede, carità e speranza, quasi a suggerire che questa prende per così dire nel suo moto le altre due (2). Questo dice quale posto le assegni nell'esistenza del cristiano.
Or bene San Paolo, come del resto il Nuovo Testamento, non limita il suo orizzonte a quella che noi chiamiamo la salvezza della nostra anima; per lui questa salvezza fa parte di un insieme più vasto che include la risurrezione del nostro corpo e una misteriosa trasformazione dell'universo materiale, tanto che l'Apostolo arriva a parlare di una «speranza» del cosmo (3).

La creazione in attesa anela alla rivelazione dei figli di Dio: se fu assoggettata alla vanità - non che l'abbia voluto, ma a causa di colui che ve l'ha sottomessa (allusione evidente al peccato del primo uomo) - è con la speranza di essere essa stessa liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Noi sappiamo infatti che tutta la creazione fino ad oggi geme nei dolori del parto. E non è sola; anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente nel!' attesa della redenzione del nostro corpo (Rom. 8,19-23).

Questo passo, che non cessa di meravigliarci per l'ampiezza delle prospettive, offre ben chiaro un primo insegnamento confermato dall'insieme delle lettere di San Paolo: l'importanza attribuita alla risurrezione dei corpi. Nei versetti precedenti Paolo ha affermato che lo spirito è apportatore di vita a tal punto che «vivificherà persino i nostri corpi mortali» (v. 11 ), che saremo un giorno «glorificati col Cristo» (v. 17) tanto nel corpo quanto nell' anima, che questa stessa «gloria» che si è rivelata nel Cristo nel giorno di Pasqua, «deve rivelarsi» anche in ciascuno di noi (v. 18). Questa è la «redenzione del nostro corpo», oggetto della nostra attesa, di cui parla il v. 23. Per il Greco, discepolo di Platone, la salvezza consiste nella liberazione dal corpo che tiene incatenata l'anima come in una prigione; il cristiano invece attende con speranza incrollabile che anche il suo corpo, come l'anima, sia liberato dalla condizione carnale e partecipi a quella del corpo risuscitato di Cristo. Non è che Paolo tenga in minor conto l'ascesi cristiana; anzi ha appena dichiarato che ogni cristiano, se vuol vivere, deve «far morire le opere del corpo per mezzo dello Spirito» (v. 13); ma l'ascesi mira a far sì che il corpo rimanga servitore dell' anima, servitore prezioso, indispensabile, e che possa a sua volta essere salvato. Il cristiano non sacrifica l'uno all'altra; l'uno e l'altra deve liberare dalla schiavitù del peccato, così da preparare la glorificazione di entrambi.
Un secondo insegnamento, non meno importante del primo, è che l'universo materiale è chiamato a partecipare a questa condizione di libertà propria della gloria dei figli di Dio. Per descrivere questa attesa San Paolo non esita a ricorrere ai termini più espressivi, mostrandoci la creazione tutta intenta nell'attesa della liberazione, come chi tendendo il collo
in avanti - è questo il senso del greco apokaradokia, - fissa lo sguardo su quel punto dell'orizzonte dove, con il ritorno di Cristo alla Parusia e con la risurrezione dei corpi, deve finalmente brillare la nuova aurora dell'umanità nel possesso pieno della gloria destinata ai figli di Dio. La creazione infatti non si accontenterà di far da semplice spettatrice di questo trionfo dell'umanità riscattata, ma vi prenderà parte. A questo stato futuro dei figli di Dio essa un giorno dovrà partecipare, a modo suo, s'intende: un modo misterioso come del resto misteriosa è la condizione dei corpi gloriosi, ma reale. San Paolo ci dice che sarà liberata da ciò che nello stato attuale è non solo vanità (in quanto le cose non conseguono il loro scopo), ma corruzione nel senso proprio del termine; il tutto per entrare in uno stato che l'Apostolo non teme di chiamare libertà, anzi, la libertà della gloria dei figli di Dio. L'universo, guardato con occhi puramente umani e incapaci di andar oltre le apparenze, sembra talvolta dibattersi sotto l'effetto di una tortura: San Paolo arditamente adotta la metafora biblica e ci descrive l'universo che geme nel dolore del parto.
Infatti, fedele in questo all'insegnamento dell'Antico Testamento,l'Apostolo aveva
«una viva coscienza dell'inserimento dell'umanità nella creazione totale»;  non era portato a «
considerare Cristo come sciolto da ogni rapporto che non sia con l'umanità, salvatore e redentore unicamente delle anime, o anche risuscitatore dei corpi, ma di corpi avulsi da ogni solidarietà con l'insieme della creazione... Per San Paolo Cristo non ha assunto una natura umana astratta, avulsa dai vincoli che legano l'uomo alla creazione. La sua opera redentrice si estende a tutto, e tutto è stato segnato col sigillo della croce. Le lettere della prigionia, ai Colossesi e agli Efesini, mostrano chiaramente come questa non sia per l'Apostolo una fantasia fugace presto dimenticata, ma un punto essenziale della sua dottrina» (4)
Del resto, questa autentica dottrina biblica sarà ripresa da tutta la tradizione patristica. Sant'Ambrogio,per non citare che un esempio, contempla nel corpo di Cristo risuscitato la risurrezione dell'universo intero, cielo e terra: «In lui è risuscitato il mondo, in lui è risuscitato il cielo, in lui è risuscitata la terra». E San Tommaso dedica a questa dottrina l'intero capitolo finale della Summa contra Gentes
. Come si rifiuta di ammettere, contro un'opinione corrente al suo tempo, che il peccato dell'uomo abbia introdotto il benché minimo cambiamento d'ordine fisico nela creazione (cosa che del resto fa anche Paolo con l'accurata distinzione tra passato e avvenire: la creazione è stat sottomessa alla vanità, sarà liberata dalla corruzione), così fa decisamente suo l'insegnamento dell'Apostolo concernente la glorificazione futura dell'universo materiale.
Va da sé che un insegnamento siffatto non offre allo scienziato alcun dato di ordine propriamente scientifico, come del resto il dogma della risurrezione della carne non ne offre al medico. Ma, come no n è indifferente per il medico cristiano sapere che il corpo, oggetto delle sue cure, è destinato alla vita e non a una morte definitiva, così non è indifferente per lo scienziato cristiano sapere che l'universo al lui affidato per carpirne i segreti, per domarlo, per metterlo al servizio dell'uomo, è parimenti destinato a essere trasformato e non annientato. Da questo fatto deriva a tutto il lavoro umano un certo valore di eternità, purché tale trasformazione dell'universo sia ordinata alla redenzione dell'uomo, cioè a mettere in lui il regno della carità al posto di quello dell'egoismo. Infatti senza la redenzione dell'uomo non ci sarebbe redenzione né del copro né dell'universo: Proprio per questo la speranza autentica in un mondo futuro, lungi dallo stornare il cristiano dall'interessamento per questo mondo, gliene fa un dovere particolarmente pressante, poiché animato dalla carità del Cristo, egli più di qualsiasi altro ha la missione di porre l'universo a servizio della carità col suo lavoro di cristiano.
Dal fatto che la speranza cristiana è legata alla risurrezione dei corpi e alla glorificazione dell'universo segue necessariamente la messa al bando di ogni
individualismo. Questo è il terzo insegnamento del passo paolino, non meno prezioso degli altri due. La risurrezione corporale ha questo di particolare, che ad eccezione di Cristo e della sua Madre, avrà luogo per tutti assieme alla fine dei «tempi», in quel momento del «tempo» che il Nuovo Testamento chiama la «Parusia» o il «ritorno di Cristo».
San Paolo era sicuramente persuaso che avrebbe raggiunto Cristo in Dio subito alla morte; talvolta lo dichiara esplicitamente (4), ma ciò non gli ha impedito di attendere sino alla fine della vita la redenzione del nostro corpo e il ritorno di Cristo nella Parusia (5) Tra questi due aspetti della speranza egli non ravvisa ombra di contraddizione, quasiché l'uno dovesse esser sacrificato all'altro. Ma il primo aspetto pone l'accento soprattutto sulla salvezza individuale, mentre il secondo è essenzialmente collettivo ed è senz'altro quello che per San Paolo e per i primi cristiani dominava nella speranza. Un cristiano non può dunque disinteressarsi della salvezza degli altri uomini, non solo perché sarebbe una grave mancanza di carità, ma anche perché la salvezza altrui fa parte in un certo modo della propria. Il cristiano non sarà «salvato» completamente se non quando entrerà in possesso del suo corpo glorioso, cioè quando tutti gli eletti saranno anch'essi «salvati» o, secondo un'altra formula paolina, quando il corpo del Cristo avrà raggiunto la sua statura perfetta (Ef. 4, I3). «lI mio cuore, esclama Sant'Agostino, non trova quiete fino a quando non riposa in te». Meglio ancora, forse: «Fino a che noi tutti riposiamo in te».

 

 

 

[1]. Per es. 1 Cor. 13,13; Gal. 5,5-6.
[2]. Così 1 Tess. 1,3; 5,8; 2 Tess. 1,3; Ef. 1,15-18 e soprattutto Col. 1,4-5.
[3]. Più ampi sviluppi in «Lumière et Vie», n.48 (1960) pp. 43-62.
[4].
Così Fil. 1,23; 2 Cor. 5,8.
[5]. Così nelle stesse lettere: Fil. 1,6-10; 2,16; 2,20-2I; 2 Cor. 4,I4.