PICCOLI GRANDI LIBRI   Luciano Manicardi
L'UMANO SOFFRIRE
Evangelizzare le parole sulla sofferenza

EDIZIONI QIQAJON 2006
COMUNITÀ DI BOSE

Introduzione
IL VOLTO DEL SOFFERENTE
NELLA MALATTIA
ACCANTO AL MALATO
LINGUAGGI
TRAVERSARE LE CRISI
Accogliere e affrontare la crisi 
L'elaborazione della crisi
La crisi del superamento della metà della vita 
Invecchiare: un' avventura spirituale
GESÙ INCONTRA I MALATI 
GESÙ E LA MORTE
MALATTIA E SOFFERENZA: RIPENSARE LA SPIRITUALITÀ
COMUNITÀ CRISTIANA  E SOFFERENTI PSICHICI 

TRAVERSARE LE CRISI

Accogliere e affrontare la crisi

Il termine crisi ha per noi una connotazione unicamente negativa. L'etimologia ci dice che la parola greca krisis significa "giudizio, separazione, scelta" e il verbo krinein "separare, passare al setaccio". Forse temiamo le crisi perché esse ci giudicano, ci vagliano, ci passano al setaccio.
Fin dall' antichità, il vocabolo è usato in medicina dove indica una repentina modificazione dello stato della malattia, in senso negativo o positivo, favorevole o sfavorevole. Nell'idea di crisi è insita quella, anch'essa sovente temuta, di cambiamento, trasformazione. Ed è importante notare che il cambiamento prodotto da una crisi, quale che ne sia il fattore scatenante, può essere sia negativo che positivo. Certamente la crisi è una situazione, più o meno lunga, di disagio, di malessere, che è sintomo o conseguenza di mutamenti profondi. Per arrivare ad avere uno sguardo meno angosciato sulla crisi e per comprendere che il problema serio, nei suoi confronti, è il come gestirla, occorre percepire la potenzialità positiva in essa insita. La crisi, in verità, è vitale: è sintomo di adattamenti e cambiamenti che ci sono richiesti per vivere. Del resto, la
prima e fondamentale crisi che ogni uomo vive è la nascita. La nascita è un momento critico per il bambino, che conosce il cambiamento più radicale della sua futura vita: solo la morte vi assomiglierà. Il bimbo è espulso dal grembo in cui abitava e gettato più o meno dolorosamente, certo in modo traumatico, nella vita; ma anche la madre con il parto vive un momento critico in cui al dolore indicibile segue una gioia altrettanto indicibile, all' angoscia di morte che traversa il viso della puerpera segue la gioia per aver messo al mondo un uomo (cf. Gv 16,21). E anche il padre e il resto della famiglia vivono un momento particolarmente delicato e critico, di fronte a quell' evento. La crisi vissuta dal neonato consiste nel fatto che la nascita è taglio, distacco, separazione corporea dalla madre, rottura vissuta carnalmente; è passaggio da uno stato di unità fusionale nel grembo materno a una nuova situazione in cui egli dovrà pervenire a un'unità relazionale, rispettosa dell' alterità. Venire al mondo è una crisi vitale. Dall'attaccamento primario alla madre il bambino si stacca per arrivare a creare lui dei legami, legami che possono terminare con una separazione (morte, abbandono...); alla separazione dovrà seguire l'elaborazione del lutto per poter ricreare attaccamenti e annodare nuove relazioni e legami (1).

Tutte le nostre esperienze di perdita risalgono alla Perdita Originale, la perdita del legame fondamentale madre-figlio ... Non abbiamo ricordi consci di essere stati nell'utero, o di essercene andati. Ma un tempo è stato nostro, e abbiamo dovuto abbandonarlo. E se il gioco crudele di lasciare ciò che amiamo per poter crescere deve essere ripetuto a ogni nuovo stadio dello sviluppo, esso costituisce anche la nostra prima, forse più dura rinuncia (2).

Nella nostra vita, tante e di diverso tipo sono le crisi (gli eventi a cui diamo nome di "crisi") che possiamo incontrare: morte di persone care, malattie nostre o di persone a noi vicine, separazioni, rotture di legami affettivi, perdita del posto di lavoro, insuccessi scolastici o professionali, eccetera. Possiamo però dire che la crisi è sempre una crisi di identità. È una prova in cui siamo chiamati a rinnovare i nostri equilibri in situazioni esistenziali nuove. Questa idea della crisi come prova va incontro al parallelismo formulato da qualcuno tra crisi e iniziazione. Il ruolo svolto dalle crisi nelle società occidentali, che hanno perso il senso e la prassi dell'iniziazione, sarebbe analogo a quello dell'iniziazione nelle società tradizionali. Scrive Christiane Singer: "Un amico antropologo mi ha riferito queste parole che gli ha detto un africano: 'No, signore, noi non abbiamo crisi, noi abbiamo le iniziazioni''' (3). Le prove e i riti iniziatici fanno sperimentare al "novizio" una morte simbolica attraverso la quale egli potrà rinascere a novità di vita.

L'iniziazione accompagna ogni esistenza umana autentica. Per due ragioni: da un parte, perché ogni vita umana autentica implica crisi in profondità, prove, angosce, perdita e riconquista dell'io, "morte e resurrezione"; dall' altra parte, perché ogni esistenza, per quanto piena, a un certo momento si rivela un'esistenza fallita... In questi momenti di crisi totale, una sola speranza sembra foriera di salvezza: quella di poter ricominciare la propria vita. Si sogna una nuova esistenza, rigenerata, piena e ricca di significato (4).

Un'esperienza religiosa di conversione, è esperienza di crisi: gli equilibri precedenti della propria vita vengono sconvolti e completamente "riassestati" attorno a un nuovo centro. Spesso la crisi ci consente di prendere coscienza della realtà e ci conduce a spezzare le corazze con le quali ci difendevamo dalle asperità della vita. Il processo di illuminazione del Buddha muove i suoi primi passi quando colui che era un principe vissuto sempre nell'isolamento dorato del palazzo regale, lontano dalle brutture dell'esistenza, decide di uscire: una prima volta il giovane è sconvolto dalla visione di un vecchio, quindi dalla visione di un malato, infine di un morto. Ed entra in crisi una visione fasulla del mondo, ovattata, ideale, irreale, per fare spazio, dolorosamente, a una visione reale (5).
Le crisi, scrive Christiane Singer,

avvengono per evitarci il peggio. Come esprimere che cos'è il peggio? Il peggio è aver traversato la vita senza naufragi, è essere rimasti alla superficie delle cose, aver galleggiato nelle paludi dei "si dice", delle apparenze, è non essere mai andato a fondo in una dimensione altra e profonda di sé e delle relazioni (6).

Dobbiamo riconoscere che in mancanza di maestri, spesso sono le crisi che possono insegnarci qualcosa circa la vita. La crisi come maestra di vita!

In una società tutta intenta a distogliere la nostra attenzione da ciò che è importante, che non indica cammini per entrare nella profondità, in cui tutto è sbarrato, non vi è che la crisi per far crollare questi muri che ci accerchiano. La crisi appare come un ariete capace di sfondare le porte di queste fortezze in cui noi restiamo rinchiusi, con tutto l'arsenale delle nostre credenze (7).

Anche la Scrittura ci presenta sia numerosi personaggi che vivono crisi, sia un' ampia gamma di crisi: la chiamata di Abramo lo porta a uscire dallo spazio del noto e delle sicurezze per un' obbedienza che non sa dove potrà por tarlo (cf. Gen 12,1-3; Eb II,8); Elia, nel corso del suo ministero, si trova preda della paura, della depressione e della volontà di morte; nel deserto interiore e geografico in cui si trova, egli ha però il coraggio di non disertare, di lasciare che la crisi faccia il suo lavoro, e in questo modo egli conosce Dio in modo nuovo e la sua vocazione viene rinnovata e approfondita (cf. IRe 19,1-18); così avviene per Giobbe nel disastro della sua esistenza. E si potrebbe continuare a lungo. La crisi ci spoglia, ci fa andare a fondo, abbatte le immagini manufatte e idealizzate di noi, del mondo e di Dio e così ci fa incontrare la verità di noi stessi, della vita e di Dio. Dio agisce in noi e su di noi attraverso eventi e soprattutto attraverso eventi di crisi, eventi scardinanti. Per tutti questi motivi possiamo accogliere l'invito di Claude Monnier:

Non sprecate le crisi! Ben gestite, le crisi sono dei doni del cielo. La crisi è disordine, movimento, fluidità, rottura, e proprio per questo essa può sciogliere ciò che era legato, liberare ciò che era imprigionato. Quando insorge una crisi, spesso gli interessati, invece di cercare di trame vantaggio, si danno da fare per chiudere le falle che si erano aperte, per riparare ciò che non può essere riparato, per riformare la superficie e non il fondo. Il loro combattimento di retroguardia fa affondare il battello che vorrebbero salvare. E una volta che la crisi è passata, ecco che le persone, che nel momento dell' anarchia e della rottura erano pronte a cambiamenti inauditi, non solo non ne accettano più alcuno, ma difendono con le unghie o a colpi di cannone ogni millimetro di terreno, ogni privilegio ... Che dite? Che la crisi vi prende di mira ingiustamente? Vi scongiuro, fate attenzione alla crisi, non sprecatela. Essa è il vostro tesoro, è la vostra possibilità, è l'avvenire del mondo (8).

L'elaborazione della crisi

Vi sono eventi nella vita che scatenano quelle che possiamo chiamare "grandi crisi": la morte di una persona amata, la diagnosi di una malattia incurabile, la nascita di un figlio portatore di handicap, un incidente che dall' oggi al domani sconvolge l'ordinato e tranquillo svolgersi di un' esistenza costringendo una persona a vivere il resto dei suoi giorni su una sedia a rotelle... Come far fronte a questo inatteso-indesiderato? Come imparare a convivere con un dolore e una pena incancellabili? Gli studi (condotti mediante interviste) della dottoressa Elisabeth Kübler-Ross (9) sui malati inguaribili e quelli (basati su centinaia di biografie di malati o portatori di handicap) della pedagoga e formatrice Erika Schuchardt (10) hanno consentito di individuare una sorta di percorso a tappe attraverso cui si dipana il processo di elaborazione della crisi da parte della persona colpita.
Per comprendere di che si tratta occorrerebbe immaginare come noi potremmo reagire a notizie come queste: "Lei è malato di cancro"; "Suo figlio è portatore di un handicap mentale"; "Il suo incidente le ha procurato lesioni tali che lei dovrà ricorrere a una carrozzella"... E tuttavia, queste grandi crisi sono solo la lente di ingrandimento delle crisi dell' esistenza umana in generale. Con la differenza che chi non è mai stato costretto ad affrontare il calvario di una tale crisi può
riuscire, durante la sua vita, a eludere situazioni difficili e critiche, per il terrore di dover affrontare la fatica e la sofferenza dell' elaborazione delle proprie crisi, anche se questo sarà al prezzo di fallire se stesso, di mancare il raggiungimento della propria identità. Del resto, dobbiamo riconoscere che molte persone sono impegnate nel corso dell'intera loro vita a mettere in atto tutte le risorse possibili per passare accanto alla vita, per restare alla sua superficie, per non lasciarsene toccare e ferire più di tanto, per non dover andare a fondo di essa, facendo ne così una stucchevole estranea. Spesso sono proprio le grandi crisi che ci obbligano a prendere sul serio la vita, così come spesso per un credente sono gli eventi critici, destabilizzanti, dolorosi dell' esistenza che lo conducono a un' esperienza autentica di Dio: Dio, infatti, spesso agisce su di noi attraverso le crisi, attraverso gli eventi destrutturanti. Quello può divenire il momento - tanto doloroso, quanto vero - in cui il credente passa da una conoscenza di Dio "per sentito dire" (Gb 42,5), una conoscenza che è "imparaticcio di usi umani" (Is 29,13), a un' esperienza personale. È il momento in cui la croce diviene drammaticamente la propria croce (cf. Lc 9,23), in cui la sequela di Cristo ci porta là dove mai e poi mai avremmo voluto andare (cf. Gv 21,18). Possiamo dunque passare in rassegna le fasi di questo lavoro di elaborazione della crisi la cui conoscenza è importantissima per chi si trova vicino a chi è colpito. Va specificato che questo processo è un cammino che può durare un'intera vita, che possono occorrere anni e anni a una persona per traversare anche una sola di queste tappe, che alcune di queste fasi possono coesistere intersecandosi, che ai progressi possono seguire regressioni e che diverse persone si fermano a uno stadio iniziale o intermedio e che non sempre arrivano a completare questo itinerario doloroso ma fecondo. L'elaborazione della crisi consiste infatti nel ridefinire la propria identità e nel dar forma a un assetto esistenziale equilibrato nella nuova e dolorosa situazione che si è venuta a creare.
La prima fase è quella dell'incertezza. Di fronte a un evento o a una notizia sconvolgente, come quella di una diagnosi infausta, la prima reazione è lo shock; ci si trova smarriti, preda del panico, si ripete: "Non può essere vero", "Ci sarà un errore". Ovvio che in questo momento iniziale si tenda a rifugiarsi in modelli di reazione già noti: il colpito tende a negare, a rifiutare, e spesso questo momento di rifiuto è vitale. Il colpito, infatti, non è preparato a far fronte a una situazione tanto inattesa e tragica, non sa come fare e che cosa fare. "Il bisogno del rifiuto esiste, di tanto in tanto, in ogni malato all'inizio di una malattia grave più che verso la fine della vita... Di solito molto più tardi il malato utilizza l'isolamento più del rifiuto" (11). Al tempo stesso il colpito comincia a porsi la domanda: "Che cosa sta veramente succedendo?", "Che cosa significa tutto ciò?", che prelude a un momento successivo di certezza.
Seconda fase, infatti, è la certezza. Si perviene al riconoscimento dell'ineluttabilità della crisi. Anche se, in realtà, alla certezza razionale si accompagna un rifiuto emotivo e si continua a nutrire l'illusoria speranza che le cose non stiano davvero così. "Questa ambivalenza tra il sì razionale e il no emotivo è l'elemento distintivo della fase della certezza" (12). In questa fase è di particolare importanza la comunicazione che le persone vicino al colpito sanno instaurare con lui. Se egli troverà persone che con delicatezza e tatto sapranno parlare con lui della sua situazione reale e con cui egli stesso potrà parlarne e dare voce a ciò che prova e sente, questo lo aiuterà molto nell' opera di mettere in contatto la propria constatazione razionale e la sua reazione emotiva.
Terza fase è quella dell' aggressione, o della collera. Se le prime due sono prevalentemente razionali-cognitive, ora subentrano tre fasi piuttosto emotive. Questa fase è caratterizzata dalla domanda rancorosa: "Perché proprio io?". Il senso di subire un'ingiustizia, l'assurdità e l'inaccettabilità di quanto gli sta avvenendo, la violenza ingiustificata che il colpito sta sentendo contro di sé, si manifestano in collera che non ha bersagli precisi contro cui scagliarsi, sicché tutti possono farne le spese: familiari (e questa è una fase particolarmente dura e difficile da viversi per i familiari della persona colpita), personale curante, Dio. In verità si tratta di comprendere che questa reazione aggressiva cerca di scaricare e far sfogare il carico eccessivo di sentimenti ed emozioni che abitano la persona colpita. Chi è sopraffatto dal proprio dolore può avere la sensazione che i sani, coloro che non sono colpiti, siano coalizzati contro di lui e allora gli succede di scagliarsi contro di loro, in una maniera che queste stesse persone troveranno incomprensibile. Alzando la voce, gridando, lamentandosi, reclamando, protestando, il malato chiederà disperatamente di non essere dimenticato, manifesterà la sua sete di essere riconosciuto come vivente. L'aggressività può manifestarsi anche come auto-aggressività, come desiderio di auto-distruzione, come pensiero di suicidio.
La quarta fase è quella della trattativa, del cercare di venire a patti. Si tratta di un'impennata emotiva in cui il colpito tenta disperatamente tutte le vie per uscire dalla situazione da cui non c'è via d'uscita. Si tratta e si mercanteggia: si va di ospedale in ospedale, si consultano medici e specialisti un po' ovunque nel mondo nel tentativo di comprarsi una speranza, di trovare una nuova medicina; oppure si percorre la "via del miracolo" rivolgendosi a santoni e ciarlatani, si promette a Dio che si cambierà vita se solo si guarirà, oppure si promette che si dedicherà il resto della propria vita alla chiesa... Esistono anche gli avventurieri pseudo-spirituali che fanno opera di sciacallaggio nei confronti di chi è nel bisogno e, sfruttandone la debolezza e l'angoscia, gli sottraggono denaro e beni rinnovando promesse menzognere di miracoli che non avverranno mai. Anche in questa fase è importante non essere soli: si potrebbe arrivare a una totale svendita materiale e spirituale di sé.
Quinta fase è la depressione. Fallito ogni tentativo di eludere l'ineluttabile con le vie della trattativa, la forza emotiva diretta all'esterno cede il passo al seppellimento della speranza: la depressione interviene come senso delle perdite gravissime subite dal malato (il lavoro, la famiglia che deve andare avanti senza di lui...) o come anticipazione delle perdite future e della perdita radicale che sarà la morte. Se nel primo caso di
depressione può essere utile incoraggiare e rassicurare il malato, aiutarlo ad avere uno sguardo per quanto possibile positivo su ciò che lascia, nel secondo tipo di depressione il malato preferisce il silenzio, il diradarsi delle visite, la non interferenza degli altri: "Nel dolore che prepara la morte c'è bisogno di poche parole o addirittura di nessuna" (13).
La sesta fase è quella dell'accettazione. Esauriti tutti i tentativi di sottrarsi alla crisi, il colpito è come svuotato, esaurito, e al tempo stesso liberato, giunto al limite. "L'accettazione non deve essere scambiata con una fase felice. È quasi un vuoto di sentimenti. È come se il dolore se ne sia andato, la lotta sia finita e venga il tempo per 'il riposo finale prima del lungo viaggio', come l'ha definito un malato" (14). Non si tratta di rassegnazione passiva e neppure di un consenso a ciò che avviene al malato, ma di cosciente esperienza del proprio attuale limite e della sua accettazione. Dopo le precedenti tre fasi emotive, questa è una fase riflessiva che comporta un attivo accoglimento della propria situazione menomata: si impara ad accettare l'inevitabile.
Se questa fase è l'ultima per i malati terminali, nei casi di persone colpite da altri handicap si possono intravedere altre due fasi: quella dell' attività e quella della solidarietà (15). Il colpito decide di poter convivere con la propria particolare menomazione: egli riconosce che non è affatto decisivo ciò che si possiede, ma quello che si fa con ciò che si ha. Gradino ultimo che attesta della piena riuscita del processo di apprendimento dell' elaborazione della crisi è la decisione di agire responsabilmente nella società, accanto e insieme ad altri.
Certo, il segreto fondamentale della riuscita di tutto il processo di elaborazione della crisi consiste nel vivere non opponendosi, ma accettando ciò che apparentemente è inaccettabile.

La crisi del superamento della metà della vita

Forma specifica della "crisi" che investe l'uomo nella sua esistenza è quella connessa all' età di mezzo e chiamata midlife-crisis, più comunemente" crisi dei quarant' anni" (16). Si tratta di una crisi di tipo depressivo di cui si può trovare una poetica evocazione nelle battute iniziali della Divina commedia che Dante scrisse a trentasette anni:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura,
esta selva selvaggia e aspra e forte,
che nel pensier rinnova la paura!
Tanto è amara, che poco più è morte
(17).

Quale che sia l'interpretazione di questo incipit del capolavoro dantesco, certo qui vediamo una riuscita descrizione della crisi emozionale della mezza età, caratterizzata dall'incontro con la morte. Osservando la vita di molti artisti (poeti, musicisti, scrittori...) si può notare come l'età fra i trentacinque e i quarant'anni sia critica: a volte interviene la morte (Mozart, Raffaello, Chopin, Rimbaud...), oppure si nota un inaridimento della vena creativa (Rossini, attivissimo fino ai quarant'anni, da allora fino alla morte, avvenuta a settantaquattro anni, si chiude in un sostanziale silenzio) o un suo emergere potente (Gauguin lascia il lavoro in banca a trentatre anni e a trentanove è già felicemente inserito nella sua carriera pittorica) o un cambiamento del modo di lavorare o dello stile (Donatello, Goethe...) (18). Ma questa crisi riguarda ogni uomo. Senza poter fissare l'anno in cui cade la crisi, che ha ovviamente un innesto biografico particolare per ogni persona e che è connessa anche a condizioni sociali e culturali (lavoro, famiglia...), tuttavia la fase tra i trentacinque e i quarantacinque anni rappresenta un passaggio dalla giovinezza alla maturità che comporta un sovvertimento dei valori precedenti, è il lasciarsi alle spalle lo zenit della vita, il mezzogiorno dell' esistenza, per iniziare la seconda curva, discendente, della parabola della vita. Subentrano, in questa fase, cambiamenti fisico-biologici e nasce un diverso senso del tempo (si comincia a "contare" non tanto il tempo passato, ma quanto resta da vivere). Per la donna l'approssimarsi della menopausa e il fatto che i figli possano oramai essere adulti o comunque usciti da casa, provoca un mutamento radicale. Questa fase dell' esistenza che, in parallelo con l'adolescenza, alcuni chiamano "maturescenza", è momento di bilanci, spesso in rosso, circa la propria vita lavorativa e affettiva, relazionale e sociale, familiare e spirituale. È fase in cui più facilmente avvengono abbandoni dal ministero presbiterale o dalla vita religiosa e monastica, in cui più di frequente si frantumano matrimoni...

Cala la vista, si aumenta di peso, la sessualità crea qualche problema. È il tempo del cambiamento o della perdita del posto di lavoro, della rottura con il proprio entourage, dei traslochi, della ricerca di ambienti nuovi, dei progetti per buttarsi negli affari o per creare un'impresa in proprio, dei viaggi, della malattia, delle depressioni nervose, dei divorzi. Le pratiche e i principi religiosi dell'infanzia vengono abbandonati a favore di altri percorsi: new age, sette, circoli di crescita personale più o meno liberanti (19).

L'uomo valuta le speranze realizzate e le aspettative andate deluse, si rende conto che di fronte ha un futuro limitato, che molte porte sono oramai irrimediabilmente chiuse, e allora è chiamato ad accettare di non poter realizzare progetti e ideali, ad accettare la parzialità e la limitatezza del proprio essere. In questo periodo dell' esistenza, in cui oramai la prima fase della vita adulta è stata superata, si ha un lavoro, una famiglia, si è preti o religiosi: compito psicologico di questa fase dell' età è il conseguimento dello stato pienamente maturo, ma, mentre si entra nella pienezza, si entra a1Che nella crisi. La morte entra nella nostra vita, e non più solo attraverso la morte degli altri, ma come prospettiva personale, nostra. Un paziente di trentasei anni, depresso, in analisi dallo psicanalista Elliot Jaques dice: "Finora la vita mi è parsa un'ascesa senza fine, con nulla se non il lontano orizzonte in vista. Ora, improvvisamente, mi sembra di aver raggiunto la cima della collina, e là davanti a me si snoda la discesa con la fine in vista, ancora lontana, è vero, ma dove la morte è chiaramente distinguibile presente alla meta" (20). Scrive Jung: "Nella seconda metà dell'esistenza rimane vivo solo chi, con la vita, vuole morire. Perché ciò che accade nell' ora segreta del mezzogiorno della vita è l'inversione della parabola, è la nascita della morte" (21). Carlo Carretto ha saputo esprimere con efficacia la valenza spirituale di questa crisi:

A metà del nostro cammino non sappiamo se andare avanti o indietro; meglio... sentiamo di andare indietro. Solo allora incomincia la vera battaglia e le cose si fanno serie. Si fanno serie perché si fanno vere. Incominciamo a scoprire ciò che valiamo: nulla o poco più. Credevamo di essere generosi e ci scopriamo egoisti. Pensavamo di saper pregare e ci accorgiamo che non sappiamo più dire "Padre". Ci eravamo convinti di essere umili, servizievoli, ubbidienti e constatiamo che l'orgoglio ha invaso tutto il nostro essere. È l'ora della resa dei conti; e questi sono molto magri ... Normalmente ciò capita sui quarant'anni: grande data liturgica della vita, data biblica, data del demonio meridiano, data della seconda giovinezza, data seria dell'uomo: "Per quarant' anni fui disgustato con questa generazione e dissi: 'Sempre costoro sono traviati di cuore'" (Sal 95,10). È la data in cui Dio ha deciso di mettere con le spalle al muro l'uomo che gli è sfuggito fino a ora dietro la cortina fumogena del "mezzo sì e mezzo no". Coi rovesci, la noia, il buio, e più sovente ancora, e più profondamente ancora, la visione o l'esperienza del peccato. L'uomo scopre ciò che è: una povera cosa, un essere fragile, debole, un insieme d'orgoglio e di meschinità, un incostante, un pigro, un illogico (22).

Molte illusioni e idealizzazioni di sé devono oramai cadere: molti progetti non sono più realistici, occorre uscire radicalmente dalle fantasie di onnipotenza. Di fronte a queste difficoltà l'uomo rischia di difendersi con diverse reazioni: la svalutazione (la perdita di potere, forza, bellezza, seduzione, importanza di fronte ai più giovani che incalzano e crescono, conduce a svalutare sé e il proprio lavoro), l'arroccamento al potere (vittime dell'invidia per i più giovani, ci si attacca al potere, si diviene autoritari, intolleranti), la depressione (i bilanci, i paragoni con gli altri, le nostalgie per ciò che poteva essere e non sarà mai più, conducono a reazioni depressive), l'intontimento ("A quarant'anni la stupidità ci attende al varco" (23): si danno casi di persone inebetite e frustrate dall'insuccesso), l'alcolismo (si fa più forte in certuni il desiderio di auto annullamento perseguito con alcol o droghe)... Spesso ci si aliena nell'esteriorità, mentre ci viene richiesto di abitare l'interiorità: "Ciò che il giovane ha trovato e doveva trovare al di fuori, l'uomo maturo lo deve trovare dentro di sé" (24). Il religioso che vive questa crisi può reagirvi rifugiandosi nel ritualismo, nelle forme esteriori, nel rubricismo, in una visione religiosa legalistica e giuridica, pur di evitare il doloroso confronto con l'enigma che lo abita, con l'ombra che è in lui e che, secondo Jung, è "ciò che uno non vorrebbe essere". L'instabilità, il sognare che in un' altra forma di vita (in un altro monastero, in un nuovo matrimonio) tutto andrebbe meglio, è un'altra forma di fuga dal lavoro che la crisi, se accolta, potrebbe fare sul cuore dell'uomo. Fuga, difesa, rimozione: sono i principali motori di reazioni che impediscono a questa crisi di avere un esito positivo. Ma appunto, che fare di fronte a questa crisi che è, in radice, crisi di senso?
Si tratta essenzialmente di accettare realisticamente il trascorrere del tempo, i propri limiti, la responsabilità della propria vita passata. Per il credente tutto questo avviene al cospetto di Dio e nella fede del suo amore manifestato in Gesù Cristo. In particolare, siamo di fronte a una crisi del desiderio (quello che ha a che fare con il senso stesso della vita e con la verità intima dell'uomo) profondo della persona che domanda un itinerario in cui anzitutto riconoscere la propria insoddisfazione, quindi ascoltare le domande che salgono dal proprio cuore, ascolto che dischiude la possibilità di dare un senso rinnovato alla propria vita. Questo richiede che si passi dalla superficie alla profondità, dall'esteriorità all'interiorità: se si perde in estensione, si può guadagnare in profondità. Dare il nome alle proprie paure e integrare la parte non amata di sé, entrare in contatto con la propria sofferenza profonda, unificare parte femminile e maschile presenti in sé, consente di sviluppare una più profonda e unitaria capacità di amore e compassione. E di uscire da questa crisi con un rinnovamento fecondo dell'esistenza e della fede. In profondità, infatti, nella crisi è lo Spirito stesso di Dio che opera nel cuore dell'uomo per condurlo a sempre maggiore verità e autenticità, per condurlo a scoprire la presenza di Dio nel più profondo dell' essere. Una presenza più radicata di ogni paura e angoscia.

Invecchiare: un' avventura spirituale

È difficile definire la vecchiaia: si tratta di un fenomeno molto complesso alla cui "costruzione" concorrono elementi biologici, genetici, fisici, psicologici, patologici, ma anche culturali, sociali, ambientali. E poi è un fenomeno molto personalizzato, che non consente troppe generalizzazioni. Il modo in cui si invecchia è molto influenzato dalle "immagini" della vecchiaia25. L'antico adagio latino secondo cui "senectus ipsa morbus est" ("la vecchiaia è una malattia") è arbitrario, privo di veri fondamenti scientifici e dovrebbe essere smentito anche dal fatto che oggi si invecchia sempre più in buona salute. Che l'anziano abbia più probabilità di ammalarsi e che conosca delle malattie specifiche della vecchiaia è un dato di fatto, ma l'equivalenza vecchiaia-malattia, cosi come vecchiaia-dipendenza sono tutt'altro che scontate.
Eppure mai come oggi la vecchiaia è medicalizzata, e questa è la via per negare la vecchiaia come evento della vita, per non vedervi che un corpo da curare. Vi è un'immagine socialmente costruita della vecchiaia che influenza molto il nostro modo di pensarla, affrontarla e viverla. Avendo perso i ruoli sociali che lo definivano, l'anziano si trova spesso a vivere la vecchiaia come ruolo: è come se la società non riconoscesse più le persone come dirigenti, casalinghe, operai, ma le omogeneizzasse nella categoria sociale dei vecchi, a volte raggruppati in quei "parcheggi per anziani" in cui la parola "speranza di vita" ha qualche cosa di incongruo per non dire di osceno. Il legame vecchiaia-morte, il fatto che sia sentita come quel periodo tra la fine delle attività vitali (pensionamento, fine della capacità riproduttiva della donna, eccetera) e la morte, ne fa una sorta di anticamera di quest'ultima: la vecchiaia parla della morte e questo la rende temibile e porta a rimuoverla. I vecchi sono sentiti anche come ingombranti e inutili. Forse non è un caso che molti anziani si diano la morte o evadano nella demenza senile. La morte dello spirito consente di non aver più presente al proprio spirito la morte stessa. Oggi la vecchiaia non sembra potersi inscrivere all'interno di alcun processo di simbolizzazione culturale. In un contesto culturale che non sa amare la vecchiaia anche il vecchio è indotto a non amarsi: muore socialmente, prima che fisicamente.
Una società che si struttura nella lotta contro il tempo, che inculca l'illusione di restare sempre giovani, che rimuove la morte, non può che rifiutare anche la vecchiaia: e più la morte è sentita come inaccettabile, piùi vecchi, che la rappresentano più da vicino, divengono oggetto di vera emarginazione. Si colloca qui il problema di vivere la vecchiaia come avventura spirituale, di fare della vecchiaia un atto. Si tratta anzitutto di cogliere la vecchiaia come un' età della vita, con le sue prerogative e opportunità proprie. La vecchiaia è vita: imparare a invecchiare è imparare a vivere (26). Jung ha sottolineato la vecchiaia come tempo propizio per l'interiorizzazione e il teologo Karl Barth ha scritto che questa fase della vita offre all'uomo la possibilità di vivere per grazia, non per dovere. Nella vecchiaia semplicemente si è. In questo, la vecchiaia è un'età di verità: non ciò che facciamo ci definisce, ma ciò che siamo.
Inoltre l'uomo è pienamente uomo anche nella vecchiaia: abituati a leggere la vecchiaia sotto il segno del meno e della fine, dimentichiamo che l'anziano è colui che ha vissuto di più di altri, e in ogni caso, che proprio nella debolezza dell'anzianità si fa più forte l'imperativo di custodire e aver cura dell'umano che è in noi e negli altri, che ospita noi e gli altri. E ci ospita in tutte le fasi della vita. È un umano, in noi e negli altri, di cui non siamo padroni, ma ospiti. Accanimento terapeutico ed eutanasia rischiano di dimenticare questa verità assolutamente fondamentale.
I compiti spirituali, attinenti cioè al senso 0ella vita e all'umanizzazione dell'esistenza, sono molteplici nella vecchiaia: far fronte a crisi e cambiamenti, ridisegnare gli equilibri della vita di coppia con la riorganizzazione degli spazi e dei compiti domestici (dopo la pensione e il passaggio dal lavoro ad altre attività), affrontare ed elaborare lutti e perdite (sia di persone care che di possibilità e prestazioni), affrontare poi le diminuzioni e le debolezze connesse alle malattie che possono insorgere, far fronte a paure e terrori: paura del proprio annientamento, del dolore, della dipendenza, della perdita di autonomia, della perdita del controllo sulla propria vita, del potere dei medici, di essere abbandonati, della solitudine, di dover gravare sui propri cari, del dopo-morte... Eppure la vecchiaia può essere un'età più libera di altre e consentire, sempre ovviamente relativamente alle condizioni di salute personali, di ri-organizzare creativamente il proprio tempo e i propri spazi, le attività (viaggi, impegni sociali, letture e studio...): occorre osare progetti e darsi mete da raggiungere, scoprire che debolezza, frugalità, lentezza, possono essere dei valori...
La vecchiaia è un dono che non tutti conoscono (Gesù non l'ha conosciuta): una concezione positiva della vecchiaia come dono porta a coglierla anche come "opportunità" e come compito, e aiuta la capacità di adattarsi alle situazioni di diminuzione e perdita. Il lutto permette di rimpiazzare un' assenza intollerabile con una presenza interiore approfondita. Il compito spirituale della vecchiaia sta in un approfondimento di sé e in una parallela apertura all'esterno, al mondo e agli altri. Occorrerà assumere serenamente la temporalità, la mortalità e la responsabilità della vita passata:
tempo di anamnesi, di memoria, la vecchiaia è anche tempo di integrazione, di ripensamento della propria vita per tenerla insieme e accoglierla nuovamente. E questo soprattutto raccontandola, facendone la narrazione. Sentendo che il racconto della mia vita è accolto da altri, anch'io mi sentirò autorizzato ad accogliere la mia vita e a integrare il mio passato pacificandomi con esso. Sappiamo come il racconto può aiutare la guarigione delle ferite interiori e dei ricordi. Il salmo 7 I, che è la preghiera di un anziano, mostra bene tutte queste dimensioni.
E la preghiera è l'ultimo elemento che può aiutare il lavoro spirituale richiesto dalla vecchiaia di assunzione e integrazione della vita davanti a Dio. Allora si potrà scoprire come anche la vecchiaia possa essere "feconda" (Sal 92,15), "ricca di misericordia" (Sal 92,11 Vulg.). Tempo di essenzializzazione, la vecchiaia si mostra così ricca dell' esperienza della misericordia di Dio che diviene tenerezza e attenzione particolarmente acuita per gli altri. Quella tenerezza presente nei vecchi Simeone e Anna che accolgono tra le braccia il piccolo Gesù, la misericordia di Dio fatta carne, e aprono i tempi della salvezza (27). La vecchiaia, più che una fine, allora è un compimento (28) .

 

 

 

[1] Su questo tema è fondamentale l'opera di J. Bowlby, Attachement et perte, I. L'attachement, Presses universitaires de France, Paris I978; 2. La séparation. Angoisse et colère; 3. La perte. Tristesse et dépression, Paris I984.
[2] J. Viorst, Distacchi. Gli affetti, le illusioni, i legami e i sogni impossibili a cui 
tutti noi dobbiamo rinunciare per crescere, Frassinelli, Milano I987 10, pp. 17-18.
[3] Ch. Singer, Du bon usage des crises, Albin Michel, Paris I996, p. 43.
[4] M. Elide, La nascita mistica. Riti e simboli d'iniziazione, Morcelliana, Brescia 1988 3, pp. 192-193.
[5] Cf. Asvaghosa, Le gesta del Buddha (Buddhacarita canti I-XIV), Adelphi, Milano 1979, pp. 38-47.
[6] Ch. Singer, Du bon usage des crises, p. 41.
[7] Ibid., p. 42
[8] C. Monnier, "Ne gaspillez pas les crises", in Le Temps Stratégique 2 (1991), P.7.
[9] Cf. E. Kübler-Ross, La morte e il morire, Cittadella, Assisi 1976.
[10] Cf. E. Schuchardt, "Far fronte allo scacco: 'Perché proprio io...?'. Il dolore come occasione per imparare a vivere", in Concilium 5 (1990), pp. 84-107.
[11] E. Kübler-Ross, La morte e il morire, p. 54.
[12] E. Schuchardt, "Far fronte allo scacco", p. 91.
[13] E. Kübler-Ross, Uz morte e il morire, p. 104.
[14] Ibid., p. 129.
[15] E. Schuchardt, "Far fronte allo scacco", pp. 96-98.
[16] Più estesamente L. Manicardi, "La crisi dell'età di mezzo", in Parola, Spirito e Vita 49 (2004), pp. 213-234; cf. anche R. Houde, Les temps de la vie. Le développement psychosocial de l'adulte, Gaetan Morin, Montreal-Paris 19993; A. Grun, 40 anni. Età di crisi o tempo di grazia?, Messaggero, Padova 20022; M. Stein, Nel mezzo della vita, Moretti & Vitali, Bergamo 2004.
[17] Dante Alighieri, La divina commedia. Inferno 1,1-6.
[18] Cf. E. Jaques, "Morte e crisi di mezza età", in E. Jaques, O. F. Kernberg, C. M. Thompson, L'età di mezzo, Bollati Boringhieri, Torino I993, pp. I9-54.
[19] J. Gauthier, La crisi dei 40 anni. L'età delle scelte definitive, Elledici, Leumann 200I, pp. 53-55.
[20] E. Jaques, "Morte e crisi di mezza età", p. 33.
[21] C. G. Jung, Anima e morte, in Id., Opere VIII, Bollati Boringhieri, Torino 1977, p. 437.
[22] C. Carretto, Lettere dal deserto, La Scuola, Brescia 19668, pp. 95-98.
[23] J. Gauthier, La crisi dei 40 anni, p. 33.
[24] Si veda lo scritto di C. G. Jung, Gli stadi della vita, in Id., Opere VIII, pp. 415-432: "Non è possibile vivere la sera della vita seguendo lo stesso programma del mattino, poiché ciò che sino ad allora aveva grande importanza, ne avrà ora ben poca, e la verità del mattino costituisce l'errore della sera" (p. 428).
[25] Cf. R. Scortegagna, Invecchiare, Il Mulino, Bologna 1999.
[26] Cf. P. Tournier, Apprendre à vieillir, Delachaux et Niestlé, Neuchatel I971.
[27] Cf. P. Tremolada, "Zaccaria, Elisabetta, Simeone e Anna: la vecchiaia benedetta da Dio", in Parola, Spirito e Vita 49 (20°4), pp. 125-139.
[28] Cf. S. Zumkeller, "Vieillir et s'accomplir", in Sources 4-5 (1994), pp. 165-171.