CARLO MARIA MARTINI
LE CONFESSIONI DI PAOLO
Meditazioni
ANCORA 1981
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1. Sulla via di
Damasco |
2. La
conoscenza di Gesù |
3. Le tenebre
dell'uomo Paolo |
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4. Conversione e
delusione |
5. Esame di
coscienza pastorale |
6. Conversione e
rottura |
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7. La
trasfigurazione di Paolo |
8. Passio Pauli
passio Christi |
9. Dio è
misericordia |
Prefazione
Nella storia delle
origini del cristianesimo, la conversione di Paolo è solo seconda, per
importanza, ai fatti riguardanti Cristo Gesù.
La potente figura
dell' Apostolo domina su ogni altro apostolo e discepolo.
Le sue parole sono
state luce all'incerto cammino degli uomini di tutte le epoche.
Anche in coloro che
hanno ascoltato queste meditazioni si è radicata la certezza che una più intima
conoscenza di Paolo e un approfondimento del suo pensiero, conduce
inevitabilmente a Cristo.
Tutto di lui sprigiona
fascino: l'evento di Damasco, l'amore appassionato per Gesù e il desiderio
ardente di vivere in lui e per lui, l'inarrestabile andare per il mondo sospinto
e consumato dalla carità, l'instancabile e febbrile passione per la Chiesa,
l'impeto della sua tenerezza per i fratelli.
Lo guardiamo, con
stupore, flagellato, percosso, naufrago, abbandonato dagli amici, umiliato e,
infine, prigioniero a Roma.
Pallido, ammalato e
sfinito è condotto in una valle solitaria, a circa tre miglia dalla città, in un
luogo chiamato allora Aquae Salviae, oggi Tre Fontane. Il suo corpo, per
l'ultima volta, è flagellato. Piega il capo per aspettare la spada che lo
condurrà al martirio: la testa cade a terra, tre volte rimbalza e poi si ferma.
L'unico desiderio
della sua vita si avvera: Paolo è col suo Signore e Maestro Gesù Cristo.
Mons. Martini si è
recato molte volte a pregare e a riflettere
- lo dirà lui stesso
nell'introduzione presso le antiche Aquae Salviae.
Lentamente, a partire
da quel luogo, è maturata in lui, fino ad urgere una risposta, la domanda su
come Paolo, in quel quarto d'ora prima di morire, abbia colto in una visione
riassuntiva, il significato della sua densa e travagliata esistenza.
Di qui è nato il
desiderio di dettare un Corso di Esercizi Spirituali per indurre l'Apostolo a
fare le sue «
confessioni ».
Gli Esercizi
spirituali non sono capitoli di un libro e nemmeno un corso di studi biblici.
Piuttosto, per chi li detta e per chi li fa, sono un episodio della storia della
propria salvezza.
Indubbiamente, dalle
meditazioni traspare la profonda conoscenza che Mons. Martini ha degli Atti
degli Apostoli e delle lettere paoline. Ciò che va sottolineato però è il fatto
che si accosta a Paolo sino a identificarsi con lui.
A chi legge comunica
lo stesso amore appassionato per Cristo che aveva Paolo, la sua ansia di
servirlo assai prima di servire la Chiesa di Cristo, la sua tensione spirituale
a guardare a lui sempre, a cercarlo in tutto e, soprattutto, a vivere di lui.
Con tono semplice e
modesto, con parole piene di umanità, l'Arcivescovo, ancora una volta, svela un
po' di se stesso e lo comunica lasciando nel cuore il desiderio di imparare.
Forse queste pagine
potranno suscitare nell'uomo di oggi distrutto dall'ansia frenetica del nostro
tempo, il bisogno di ripercorrere la sola via sulla quale ogni uomo può
camminare sicuro: Cristo Gesù. Di ritornare a lui, Figlio di Dio, nella
preghiera, nella stima rinnovata per la Croce, e, soprattutto, nella sete di
ascoltare la sua Parola e di contemplare il suo Volto.
e. d.
* Questo corso di Esercizi è stato dettato ai Sacerdoti della Diocesi di Milano, a Rho, nel settembre 1981. Il testo, trascritto dalla registrazione, non è stato rivisto dall'autore.
Introduzione
Ti ringraziamo, Padre, per averci riuniti nel nome del tuo Figlio. È lui che ci ha portato qui e noi abbiamo obbedito alla voce del suo Spirito, più profonda di tutte le altre ragioni umane. Siamo davanti a T e per dire la tua Parola e per ascoltarla. Risveglia nel nostro cuore il dono che ci hai dato con l'imposizione delle mani, risveglia in noi il dono del battesimo e della cresima, risveglia la pienezza dei doni che ci hanno condotto fino a questo momento perché, ringraziandoti nella gioia, possiamo conoscere ora la tua volontà. Te lo chiediamo per Cristo nostro Signore. Amen.
Ci troviamo insieme per le
necessità di tutto il popolo di Dio: vogliamo santificarci per tante intenzioni
e per tante sofferenze che ciascuno porta nel proprio cuore.
Possiamo riassumerle
nella parola esortatrice che Paolo rivolgeva alle comunità dell' Asia Minore,
rianimando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede perché «è
necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio» (At 14,
22).
È la ripetizione di
ciò che Gesù disse ai discepoli di Emmaus: «Non bisognava che il Cristo
sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? » (Lc 24, 26).
La corrispondenza
verbale tra Gesù e Paolo è significativa: l'Apostolo reincarna, per le comunità,
il messaggio del Risorto.
Il tema degli Esercizi
Il tema di questo corso di
Esercizi vuole partire proprio dall'esperienza di Paolo.
Il luogo tradizionale
del suo martirio è alle Tre Fontane, in Roma. Ci si arriva attraverso un lungo
viale che invita al silenzio; si entra nell'atrio della chiesa cistercense;
proseguendo, si giunge ad una chiesa rotonda (la scala del Paradiso). Più avanti
ancora, la chiesa delle Tre Fontane, così chiamata a ricordo della testa di
Paolo che per tre volte batté sul terreno prima di arrestarsi nell'istante
drammatico della morte.
A me è capitato di
andarci spesso, quando stavo a Roma, soprattutto nei momenti di oscurità o di
confusione spirituale. E mi sforzavo di immaginare come Paolo avesse percorso
quell'ultimo tratto della sua vita: spogliato della clamide, afferrato dai
soldati. Come avrà rivisto la sua esistenza, la sua conversione, le difficoltà,
i litigi con Barnaba e con Pietro, le depressioni, i momenti di solitudine, i
quattordici anni nel deserto, il sentirsi respinto dalla comunità? Come avrà
ripensato le gioie vissute, le grandi lettere, l'attività intensa?
Quali elementi gli
saranno sembrati validi e importanti davanti alla morte, quando l'uomo è
totalmente vero, senza più possibilità di retorica o di nascondimento?
Più d'una volta ho pensato
che sarebbe stato interessante fare un corso di Esercizi riflettendo insieme a
Paolo sul suo apostolato e rivivendolo con lo sguardo con cui lui lo rivisse
nell'ultimo quarto d'ora della sua vita terrena.
Ecco come è nato il
tema degli Esercizi di quest'anno.
Cercheremo dunque con
fraternità e amicizia di fare confessare a Paolo la sua vita, un po' a modo
delle confessioni di Agostino o di Geremia.
Naturalmente occorrerà
collegare l'esperienza di Paolo con l'esperienza di Chiesa e con quella di
ciascuno di noi, in modo da rispondere alla domanda fondamentale: qual è il
disegno di Dio su di me? In che maniera posso scorgere nella mia vita, così come
la vedo adesso e con l'aiuto delle confessioni di Paolo, un disegno di
misericordia?
Le confessioni di
Paolo, d'altra parte, sono anche la storia delle sue conversioni.
La prima fu talmente
grande, sconvolgente e violenta che soltanto negli anni seguenti ha potuto
integrarne il significato a livelli sempre più profondi.
Anche per noi la
conversione iniziale del battesimo e l'evento fondamentale di chiamata che è
l'ordinazione presbiterale, sono così sconvolgenti che soltanto a poco a poco,
attraverso conversioni successive, riusciamo ad approfondire ed a inverare la
potenza trasformatrice della grazia.
Il lavoro fondamentale
In un corso di Esercizi, però, non conta tanto il tema, perché il lavoro fondamentale è quello che ciascuno deve compiere secondo una linea che ha alcuni punti portanti:
- ascolto della Parola di Dio proclamata nella proposta di meditazione, nella liturgia, nell'ufficio, nella celebrazione eucaristica;
- lettura di alcuni testi della Scrittura suggeriti di volta in volta;
- riflessione meditativa, secondo diversi metodi e modi che vanno dalla riflessione diretta sulle cose lette e ascoltate, all'esame della propria vita davanti a Dio;
- preghiera: preghiera di adorazione, di lode, di ringraziamento, di pentimento e di richiesta;
- comunicazione nella fede: è un elemento non necessario ma utile per chi lo desidera. Dopo la Compieta ci si può incontrare per scambiarsi ciò che abbiamo sentito come particolarmente importante per noi e tale da poter essere utile agli altri.
Difficoltà e modi per ovviarle
L'abitudine: non è la prima volta che facciamo gli Esercizi e proprio per questo c'è il pericolo di cominciarli senza aspettarci molto, senza impegnarci, e magari anche di non ricordarci bene che cosa siamo venuti a fare.
Il numero: siamo tanti, troppi per un corso di Esercizi. L'ideale, per un corso, è che sia possibile uno scambio e una certa attenzione di chi propone le meditazioni al cammino di ciascuno. Quando si è tanti, la proposta diventa più generica, con il rischio di essere più anonima.
Conviene, allora, che io
proponga due punti pratici perché si possa ovviare alle difficoltà.
Massima cura per la
solitudine interiore
perché ciascuno possa
sentirsi solo con Dio. Questo non esclude la comunicazione con gli altri, la
quale deve avvenire a livello profondo, nella comunione di preghiera. Solitudine
con Dio come radice di comunione.
La solitudine non è
isolamento ma immersione nella misericordia di Dio, base della vera comunione
tra gli uomini. Vi invito quindi ad evitare tutto ciò che può disturbare gli
altri, in modo che ciascuno viva l'esperienza degli Esercizi come se fosse solo.
Fissare il tempo o i
tempi. Alcuni
tempi sono fissati da un ritmo necessariamente comune: le meditazioni
quotidiane, la liturgia eucaristica, alcuni momenti della liturgia delle ore,
qualche momento di adorazione. Ma è anche importante che ciascuno fissi i suoi
tempi personali, rispondendo a tre domande:
a) Quanto e quale tempo
intendo dare alla riflessione, alla preghiera contemplativa propriamente detta.
Occorre evitare di lasciarsi guidare dall'arbitrio del momento, dall'umore,
dalla stanchezza o dall'entusiasmo.
b) Quanto e quale
tempo intendo dare alla lettura biblica. Parte di questa lettura la faremo già
durante il pranzo e la cena: saranno letture della vita di Paolo, dagli Atti
degli Apostoli, dal cap. 9, la prima conversione, e poi passando al cap. 13 fino
alla fine del libro.
Come lettura
raccomandata converrebbe rileggere attentamente alcune delle maggiori lettere di
Paolo, che forse non abbiamo mai avuto modo di leggere per intero, in un momento
di calma, dedicato proprio a questo. L'ignoranza delle lettere di Paolo ci porta
a non comprendere a fondo il Vangelo.
Suggerisco cinque lettere
fondamentali: 1 Tessalonicesi, Galati, 2 Corinti, Filippesi, Colossesi. Con
queste cinque lettere abbiamo tutti i temi toccati da Paolo:
- i temi escatologici,
nella 1 Tessalonicesi;
- i temi della
presenza della salvezza in Galati;
- i fondamentali
problemi ecclesiologici nella 2 Corinti (anche se 1 Corinti li sviluppa molto
ampiamente, la 2 Corinti presenta però alcuni punti essenziali
dell'ecclesiologia in luce autobiografica);
- la lettera ai
Filippesi, che è riassuntiva dell'esperienza di Paolo;
- e una lettera tipica
della concezione cosmica della salvezza del mondo e della storia, che è la
lettera ai Colossesi.
c) Quale frutto vorrei
ottenere da questi Esercizi. Che cosa in questo momento mi sta più a cuore nella
mia vita. Il frutto
fondamentale potrebbe essere quello di capire il disegno di Dio, adesso, per me.
L'abbiamo capito quando ci siamo preparati all'ordinazione,ma forse ora è il
momento provvidenziale per cogliere tutto il cammino dall'ordinazione ad oggi e
cercare di comprendere il disegno che Dio ha su di noi.
Ho parlato di frutto
fondamentale, ma ciascuno può evidentemente proporsi il frutto che gli sembra
più importante.
Chiediamo alla Madonna addolorata, che ha compreso sempre più profondamente il disegno di Dio su di sé, che ci faccia capire ciò che abbiamo intuito, nello Spirito, fin dal nostro battesimo e, con coscienza più matura, nella nostra ordinazione.
Sulla via di Damasco
In queste meditazioni sulle confessioni di Paolo procederemo secondo un metodo di alternanza. Dapprima ci fermeremo su un episodio di conversione cercando di ripensarlo e di riviverlo. Nella successiva meditazione, passeremo all'approfondimento dottrinale e spirituale dei temi emersi dall'episodio, così come Paolo li propone nelle sue lettere.
Il primo episodio di
conversione è l'avvenimento di Damasco. Infatti se domandassimo a Paolo
che si prepara a subire il martirio, quale fatto sia stato determinante per la
sua vita, non c'è dubbio che ci risponderebbe: l'incontro di Damasco.
Tutta la vita
dell'Apostolo è segnata da quell'evento. È difficile per noi capirlo, perché, in
realtà, Paolo stesso comprende solo al momento della morte che cosa abbia
significato per lui quell'episodio. Probabilmente anche noi capiremo che cosa è
stato il dono del battesimo e dell'ordinazione sacerdotale soltanto al termine
del nostro cammino.
D'altra parte, se
partire da Damasco è difficile, perché è l'episodio che racchiude tutto e che si
può comprendere solo nell'esame delle conversioni successive, tuttavia è certo
che per Paolo tutto comincia da lì.
Prima
era tutto diverso; dopo
tutto sarà diverso.
False interpretazioni
1. Cominciamo ad abbattere
innanzitutto alcune idee
false che noi ci possiamo
fare di questo episodio.
È un racconto talmente
trito e ripetuto nella catechesi, nella liturgia, nell'arte - i quadri su Paolo,
per lo più, raffigurano il cavallo, la caduta, la luce -, da essere facilmente
banalizzato, frainteso, colto riduttivamente, con delle conseguenze gravi per il
nostro modo di capire la via di Dio nell'uomo.
- Una prima idea falsa, o
incompleta, è di pensare a Damasco solamente nell' ottica di una conversione
morale: Paolo era un grande peccatore e, a un certo punto, avendo capito il
male che stava facendo, cambia il modo di viverre. La conversione a livello di
mutamento etico, che dénota la tenace volontà di Paolo, segna un profondo
rivolgimento e un cammino. interiore.
In questa ottica tutto
si concentra su ciò che Paolo era, su ciò che fa per cambiare, su ciò che Paolo
diviene.
- Un'altra interpretazione
riduttiva è quella di pensare a Paolo come all'uomo che cambia bandiera.
Uno zelante osservatore della Legge che, a partire da un certo punto in avanti,
butta il suo zelo, la sua abilità oratoria, la sua instancabile attività, nel
servizio della nuova bandiera di Cristo.
Qui c'è solo
cambiamento di oggetto, cambiamento di chiesa: prima serviva la Sinagoga, dopo
la Chiesa di Cristo che ha visto come il cammino vincente. Anche nella storia
cristiana si ripetono quelle che
chiamiamo conversioni e che
invece sono cambi di bandiera; alle volte, poi, hanno anche un successivo
passaggio ad un terza bandiera.
Si entra nella
dinamica in cui il vulcano delle proprie energie, messo su una cosa, si sposta
su un'altra che sembra migliore. Di questo passo, va a finire magari che ritorna
alla prima, generando inquietudine in tanti che non capiscono più cosa avviene.
Non si tratta perciò di una conversione ma semplicemente di un cambio di campo.
Se noi interpretiamo
la conversione di Paolo in questo modo, la conseguenza è che applichiamo alla
conversione nostra o altrui questi modelli interpretativi, riducendo di molto
l'azione di Dio.
2. Cerchiamo inoltre di
sbarazzare il campo da ciò pensiamo egli
che noi facciamo dire a Paolo o che abbia detto sulla sua
conversione.
La prima è proprio la parola
« conversione ».
Mi pongo il problema se sia
corretto parlare di « conversione di Paolo », anche perché lui non usa mai quel
termine per l'evento di Damasco. Forse non abbiamo capito molto di ciò che gli è
accaduto: l'abbiamo classificato in un certo modo, riducendolo ad una categoria
semplice ma non esaustiva.
Sappiamo che il termine «
conversione» è tipico del Nuovo Testamento: oggi, nelle nostre traduzioni,
leggiamo « conversione» là dove le traduzioni più antiche, che riflettevano
soprattutto la Volgata, parlavano di «penitenza ». C'è stato evidentemente un
cambio di linguaggio.
Un tempo il primo annuncio di
Gesù riportato in Mc 1, 15 veniva tradotto: «Fate penitenza e credete al Vangelo
». Era un calco del latino paenitemini. Oggi traduciamo « convertitevi ».
La parola conversione ha preso più esattamente il posto di « pentitevi » o «
fate penitenza».
Nel Nuovo Testamento c'è quindi un vocabolario specifico della conversione che è
bene ricordare, perché ci fa capire cose non del tutto esatte.
Il termine «conversione» è tipico della Bibbia in cui si usa il verbo ebraico
"sub" che vuol dire "ritornare" .
Conversione è esattamente quella manovra per cui si va in una direzione, a un
certo punto ci si blocca e si ritorna indietro.
Nel Nuovo Testamento
l'idea del ritorno è espressa soprattutto con due verbi che troviamo nei
sinottici e negli Atti: «metanoéin », che significa cambiamento di mentalità; «epistréfo
», che più propriamente indica il « ritornare ».
In Mc 1, 15: « Il
tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al V angelo
», il vocabolo è « metanoéite ». Mentre in Atti 3, 19 (il secondo discorso di
Pietro) troviamo sia « metanoéin »sia «epistréfo »: «Pentitevi, dunque, e
cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati ». Ritorna la traduzione
« pentitevi» per avere una varietà di termini rispetto all'altra «cambiate vita
», ma il senso è questo: cambio di mentalità; è il ritorno.
Anche la parola
«pentitevi» ha un suo significato preciso; si riferisce sia al dolore interiore
per ciò che si è fatto, sia alle forme penitenziali che si assumono come simbolo
dell'avvenuto cambiamento. Tutti i vocaboli vanno quindi presi insieme e il tema
fondamentale è quello del « ritorno ». Secondo gli Atti degli Apostoli, Paolo
stesso usa questo linguaggio quando deve riassumere la sua predicazione: «lo
predicavo ai pagani di convertirsi e di rivolgersi a Dio compiendo
opere di vera conversione» (At 26, 20); i due verbi sono «metanoéin» ed «epistréfein»;
e parla anche di opere di « metanoias ».
Proprio per questo
dobbiamo stupirci anche di più che l'Apostolo non abbia mai descritto il proprio
evento con la parola «conversione ». Non dice di aver fatto un'azione che
definisce con « metanoéin » o con « epistréfein ».
Paolo capiva bene ciò che era una conversione e sapeva che la sua aveva tutte le caratteristiche di una conversione. Tuttavia l'evento da lui vissuto ha avuto modalità più grandi e più profonde. C'è anche da dire che, mentre i sinottici e gli Atti usano di frequente il vocabolario della conversione, Giovanni non lo usa mai. Questo dimostra che ci sono, nel Nuovo Testamento, punti di vista diversi per cogliere la complessità del fenomeno del cammino dell'uomo verso Dio. Giovanni preferisce dire: venire a Gesù, venire a lui, andare a lui. L'idea fondamentale della conversione - che è profondamente biblica - è espressa nel quarto Vangelo in termini di rapporto personale con Gesù, di sequela. Questo è già più vicino alla lettura che Paolo ha fatto della propria conversione.
Il mistero di Damasco
Spianata la strada da interpretazioni false e riduttive, vediamo come l'Apostolo descrive l'evento di Damasco.
La prima sorpresa è che lo descrive poco. Quell'evento fondamentale per lui e da lui sviluppato in tutte le sue lettere, quasi lo tace. È l'episodio che al momento della morte penso abbia in maniera chiara davanti agli occhi; eppure lui, che è così autobiografico, direttamente non ne parla quasi mai. Forse per Paolo ha contato di più l'integrazione di Damasco nella sua vita, come l'ha vissuto e come l'ha riespresso nella teologia.
Quali sono i pochi testi in cui ne parla?
a) Delle grandi lettere, l'unico testo fondamentale in cui descrive l'incontro di Damasco è la lettera ai Galati: «Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani... » (Gal 1, 15-16). I verbi che usa per parlarne sono quattro: mi scelse... mi chiamò... si compiacque di rivelare... perché lo annunziassi. Di questi verbi soltanto il terzo si riferisce direttamente alla conversione. Gli altri collocano la conversione in un quadro di provvidenza: mi scelse, si compiacque, cioè decise, volle rivelare a me. L'esperienza è quindi descritta essenzialmente come rivelazione del Figlio a lui (secondo il testo greco « in » lui) e come missione.
b) In un passo della lettera ai Romani Paolo trasferisce in un quadro di descrizione generale ciò che lui stesso ha sperimentato: «Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati» (Rm 8, 29-30).
c) Nella prima lettera ai Corinti c'è un brevissimo accenno, in un contesto polemico: «Non sono forse libero, io? Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? » (1 Cor 9, 1): Damasco è stato un.-« vedere il Signore ». E più avanti, nella stessa lettera: «Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto. lo infatti sono l'infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la Chiesa di Dio» (1 Cor 15, 8-9). Da lui che perseguitava la Chiesa l'evento di Damasco è definito come apparizione « a me indegno ». Ci sono gli elementi di conversione morale; ma il fatto è: Gesù è apparso.
d) C'è un altro passo
importante perché, pur non parlando dell'evento, descrive il modo in cui Paolo
l'ha vissuto: «Se alcuno ritiene di poter confidare
nella carne, io più di lui:
circonciso l'ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino,
ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge; quanto a zelo, persecutore della
Chiesa; irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall'osservanza della
Legge. Ma quello che poteva essere per me un guadagno l'ho considerato una
perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte
alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho
lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di
guadagnare Cristo e di essere trovato in lui, non con una mia giustizia
derivante dalla Legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con
la giustizia che deriva da Dio, basata sulla fede» (Fil 3, 4-9).
Il prima e il dopo è in
termini di possesso e povertà (nuovo possesso di Cristo). Ma la descrizione di
tutte le cose che aveva prima ci deve far pensare. Nella lettera ai Corinti ha
scritto: «Sono l'infimo» (noi diremmo peccatore); ora si definisce «
irreprensibile quanto alla osservanza della legge ». Ecco perché non è facile
usare la categoria del peccatore e del bestemmiatore parlando di Paolo.
Se è irreprensibile, che cosa
è cambiato? « Quello che poteva essere per me un guadagno l'ho considerato una
perdita a motivo di Cristo ». In lui è avvenuta una rivalutazione completa di
tutto il suo mondo; ciò che prima considerava importante, ora gli appare zero,
non gliene importa più niente. Ciò che prima sarebbe stato per lui
irrinunciabile, adesso è diventato spazzatura, perché la conoscenza di Cristo ha
assunto un primato
assoluto, è la capacità di riempire tutto. L'incontro, la conoscenza, la
pienezza di Cristo fa impallidire i suoi giudizi e le sue valutazioni.
e) Un altro testo importante: «E Dio che disse: Rifulga la luce nelle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (2 Cor 4, 6). Qui il riferimento è ad ogni apostolo, ma ha una forza particolare se lo applichiamo alla conversione di Paolo. Il Dio della creazione rifulge nel suo cuore e lo illumina per fargli comprendere la ricchezza di Cristo, sua vita.
f) L'ultimo passo è quello
che più facilmente ci fa interpretare moralmente la conversione di Paolo.
Sarebbe ingiusto trascurarlo, anche se presenta dei problemi dal punto di vista
del linguaggio: «Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù
Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al
ministero: io che per l'innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un
violento» (1 Tim 1, 12-13).
Ma allora, era un
bestemmiatore e un violento? Era irreprensibile - come scrive ai Filippesi -, o
era un peccatore anche moralmente?
Prosegue: «Ma mi è
stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; così
la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità
che è in Cristo Gesù. Questa parola è sicura e degna di essere da tutti accolta:
Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i
peccatori e di questi il primo sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto
misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la
sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita
eterna» (1 Tim 1, 13-16). Ecco tutto l'incomprensibile, ricchissimo mistero di
questa conversione.
L'evento di Damasco è
dunque molto più complesso di un semplice episodio di una conversione morale, di
un cambio di mentalità.
È qualcosa di talmente
ricco che dobbiamo accostarci ad esso con grande umiltà e riverenza, convinti
che ne capiamo poco, che ne sappiamo poco ma che ne potremo conoscere molto di
più per grazia di Dio. Allora capiremo meglio noi stessi, il cammino della
nostra vita e le nostre conversioni.
Le domande per noi
Terminiamo facendoci una
domanda fondamentale, in consonanza con la meditazione: quando mi sono
convertito io?
C'è nella mia vita un « quando» della conversione, a cui posso fare riferimento
come momento storico? Anche se non c'è stato un « quando» temporale, certamente
sono avvenuti momenti di cambio, di rivolgimento, di crisi, che ci hanno portato
a una nuova comprensione del mistero di Dio.
Se non abbiamo mai
realizzato fino in fondo questo cambio di mentalità che è essenziale per la vita
cristiana, noi non abbiamo ancora colto che cosa è la novità del cammino
cristiano, il ritornare indietro. Se non capisco bene le cose dette su Paolo,
probabilmente è difficile che capisca che cosa è avvenuto in me. Mi devo allora
affidare alla preghiera e dire così:
Signore, fammi conoscere la mia via. Fa' che, come dice Geremia, io possa mettere nel mio passato dei paletti: «Rivedete le vie del passato, mettete dei paletti di riferimento». Aiutami a capire le tappe del tuo disegno, i momenti di luce e i momenti di ombra, di prova, magari fino al limite della tolleranza. Donami di conoscere a che punto sono in questo cammino e dove mi trovo. Te lo chiedo per Cristo Signore nostro. Amen.