CARLO MARIA MARTINI
LE CONFESSIONI DI PAOLO
Meditazioni
ANCORA 1981
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1. Sulla via di
Damasco |
2. La
conoscenza di Gesù |
3. Le tenebre
dell'uomo Paolo |
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4. Conversione e
delusione |
5. Esame di
coscienza pastorale |
6. Conversione e
rottura |
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7. La
trasfigurazione di Paolo |
8. Passio Pauli
passio Christi |
9. Dio è
misericordia |
Esame di coscienza pastorale
A questo punto del corso di Esercizi, tutti, più o meno, ci disponiamo per fare la confessione sacramentale. Tenendo conto dell'importanza dell'argomento, riprendo brevemente alcuni punti secondo lo schema che parte da una riflessione sul nuovo « ordo paenitentiae ». È uno schema suddiviso in tre parti:
- «confessio laudis »,
- «confessio vitae »,
- «confessio fìdei ».
- Confessio laudis. Occorre iniziare la confessione con un atto di ringraziamento, rispondendo alla domanda: di che cosa devo ringraziare Dio principalmente in questo tempo?
- Confessio vitae. Si tratta di rispondere alle domande: «Che cosa in me vorrei che non fosse stato davanti a Dio? Che cosa mi pesa maggiormente in questo momento? ». La risposta va estesa dalle mancanze agli atteggiamenti interiori da cui le mancanze derivano: antipatie, risentimenti, sospetti, delusioni, amarezze; cose tutte che forse non costituiscono un peccato vero e proprio ma sono la radice ordinaria dei peccati. Messe con umiltà davanti a Dio e alla Chiesa, ci danno la possibilità di lasciarci medicare dalla grazia.
Confessio fidei. È la certezza che Dio, nel suo amore, mi accoglie e mi risana. L'atto di dolore diventa allora una manifestazione di fede.
La meditazione che ha come titolo « esame di coscienza pastorale », sarà un'ulteriore riflessione su come Paolo ha vissuto i diciannove anni dopo la conversione. Avremo in tal modo materia abbondante per prepararci alla confessione sacramentale.
Signore Gesù, tu sai
quanto desideriamo servirti e come ci sentiamo spinti dallo Spirito nell'impegno
pastorale. Conosci che spesso, in questo servizio, siamo presi da dubbi, da
timori e ci domandiamo se ciò che stiamo facendo è veramente importante, se lo
facciamo nel modo migliore. Ti chiediamo, Signore Gesù, pastore supremo del
gregge della Chiesa, Vescovo delle nostre anime, di illuminarci perché in ogni
cosa imitiamo te pastore, e imitiamo Paolo pastore del tuo gregge.
Medica il nostro cuore da ciò che lo turba e gli impedisce di comprendere le
parole dell' Apostolo. Fa' che, dimenticando le nostre pesantezze, possiamo
cogliere con animo libero il senso di quelle parole e la verità di amore e di
salvezza che racchiudono. Tu vedi che non sappiamo esprimere queste realtà e non
sappiamo comprenderle se tu non ci illumini nello spirito, nella mente e nella
parola. Lo chiediamo a te, Signore Gesù, che con il Padre e lo Spirito Santo
vivi e regni in eterno per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Partiamo dalle prime
battute del discorso di Paolo a Mileto. Quel discorso corrisponde un po' a
quello che stiamo facendo noi in questi Esercizi. Molto prima di noi
l'evangelista Luca, nel libro degli Atti, riferendo le parole di Paolo a Mileto,
ha cercato di richiamare i punti che l'Apostolo avrebbe avuto maggiormente a
cuore ricordando il suo passato in relazione ad una comunità.
Questo discorso che si chiama anche il « testamento pastorale di Paolo », oppure
il « discorso di addio », è un capolavoro insuperato.
Come discorso di addio si colloca nella linea di tanti simili discorsi di addio
che la Scrittura ci presenta: il cap. 49 della Genesi con il discorso di addio
di Giacobbe ai suoi figli; il Deuteronomio con i discorsi di addio di Mosè; gli
ultimi due capitoli di Giosuè, 23 e 24, con il testamento di Giosuè; e così via
per Samuele, Davide, Tobia, Mattatia. Gesù stesso, nell'ultima cena (Gv 13-17),
fa un lungo discorso di addio che è anche uno sguardo retrospettivo alla sua
vita. Il discorso di Paolo si colloca in questa linea.
È interessante notare che il Nuovo Testamento ci dà soltanto due discorsi
conclusivi: di Gesù e di Paolo. In tal modo sottolinea l'importanza di queste
due figure.
Il testamento di Paolo è
impostato, dal punto di vista di analisi logica, sul rapporto io-voi: io mi sono
comportato...; voi sapete...; io vado a Gerusalemme...; voi non vedrete più il
mio volto...
Un linguaggio come questo non gli è abituale: nel discorso ad Antiochia di
Pisidia, il soggetto è sempre Dio, ciò che Dio ha fatto. Per questo, appunto, il
discorso di Mileto è un discorso pastorale in cui Paolo riflette sui rapporti
fra sé e coloro che per tre anni egli ha guidato nella via di Dio.
È quindi adattissimo per un esame di coscienza pastorale. Qui scorgiamo le cose
che a Paolo sono sembrate importanti, quelle che più hanno caratterizzato la sua
azione verso la comunità.
Con questo spirito cerchiamo di approfondire il discorso. Non potendo medi tarlo
tutto, mi limito ad un esempio di analisi del primo versetto e mi servo di un
libro molto bello: «Il testamento pastorale di San Paolo », di Jacques Dupont. È
un commento ricchissimo di riflessioni su questo testo pastorale fondamentale
del Nuovo Testamento.
Il metodo con cui il Dupont procede è molto semplice: prende le singole parole,
le soppesa attentamente, lungamente, rimettendole nella luce della storia di
Paolo e di tutte le affermazioni simili che si trovano nelle lettere. In questo
modo si riesce a cogliere il discorso come sintesi della pastoralità paolina e
del suo modo di riferirsi alle comunità.
Il versetto su cui ci soffermeremo: «Ho servito il Signore con tutta umiltà, tra le lacrime» (At 20, 19) sottolinea un atteggiamento pastorale importante per la Chiesa di tutti i tempi.
«Essere con»
Con le parole introduttive
del discorso Paolo abbraccia in sintesi il suo ministero di circa tre anni ad
Efeso: «Voi sapete come mi sono comportato con voi fin dal primo giorno in cui
arrivai in Asia e per tutto questo tempo» (v. 18). E lo abbraccia con una
formula che rimanda immediatamente il gioco agli uditori. Non ha bisogno di
descrivere prima di tutto se stesso; si riferisce all'esperienza che gli altri
hanno fatto.
Fin da questa battuta introduttiva, comprendiamo che Paolo si sente uno con la
sua comunità, si sente conosciuto, familiare. Non deve raccontare niente perché:
«Voi sapete, mi avete visto, sono stato con voi ». Il suo ministero si può
riassumere con: «è uno che è stato fra la gente », uno che la gente conosce, di
cui sa tutto, e può renderne testimonianza.
È un ministero fondato sull'« essere con», sul comunicare, sul convivere. Paolo
sa benissimo che guardavano a lui come ad un esempio e sente perfettamente la
responsabilità non soltanto delle parole che ha detto, ma di ciò che ha fatto.
Non: «voi ricordate ciò che vi ho detto in questi anni... », ma: «voi sapete
come mi sono comportato ». La gente ha guardato a ciò che lui era, a come
viveva, prima ancora di giudicare se le sue parole erano interessanti, belle,
vere, pratiche.
E lui si è comportato servendo.
«Ho servito il Signore»
Il suo modo di essere
nella comunità è definito con: « Ho servito il Signore, tra le lacrime, in tutta
umiltà ». Servire il Signore è la prima realtà. Paolo si vede, e sa che gli
altri lo vedono prima di tutto come un servitore di Cristo e non come un
servitore della comunità. Questa qualifica caratterizza il suo attaccamento a
Cristo e la sua libertà verso la comunità. Talora, noi parliamo del ministero
come un « servizio» e lo intendiamo come un « servire la Chiesa », la diocesi,
la gente. Il Nuovo Testamento parla di servizio e di servo in rapporto a Cristo
Gesù. È vero che in qualche occasione Paolo dice: «Sono servo vostro per Cristo»
(Gal 5, 13), ma ordinariamente è « servitore di Cristo».
Quindi il pastore deve vivere primariamente a servizio della persona di Cristo.
Soltanto così può servire la Chiesa, la gente, il popolo.
Stupenda questa libertà che Paolo vive: non deve niente a nessuno se non a
Cristo; e attraverso lui, poi, a tutti. Non deve piacere a nessuno, non deve
rispondere a nessuno, se non a Cristo e la comunità sa benissimo che lui non è
lì per piacere, per accontentare, per rispondere alle attese, ma è lì per
servire Cristo.
«Tra le lacrime»
Se avessimo dovuto
completare noi la frase, avremmo aggiunto: con zelo, con fervore, con
intelligenza, con coraggio, con competenza, con perseveranza.
La sua esperienza gliene fa dire altre: «tra le lacrime, con tutta umiltà».
Rimaniamo stupiti davanti ad una sottolineatura che appare negativa e ce ne
chiediamo il perché.
Indubbiamente c'è da considerare che è un discorso di addio. Ed è un addio che
non lo porta verso una nuova missione importante. Ciò che lo attende è
chiaramente la persecuzione e le sofferenze. È un saluto pieno di nostalgia e
che giustamente fa emergere elementi di sofferenze già vissute e che preludono a
quelle future.
Al di là di questo bisogna però dire che, se emergono l'umiltà e le lacrime come
modo di servire il Signore, vuol dire che questa era l'esperienza di Paolo, che
nella sua vita risaltavano umiltà, lacrime, prove, insidie, difficoltà.
Si presenta come si sente: l'Apostolo mentirebbe, in questo caso, se
sottolineasse elementi che non gli sono così presenti al cuore e allo spirito.
Proviamo a pensare attentamente alla sua azione apostolica ad Efeso, per meglio
capire il senso della sua umiltà e delle lacrime. Di lacrime parla molte altre
volte: è un tema che ricorre sia nel discorso di Mileto, che nelle lettere.
Ritorna nel testo degli Atti: « Vigilate, ricordando che per tre anni, notte e
giorno, io non ho cessato di esortare fra le lacrime ciascuno di voi» (v. 31).
Sono lacrime versate nello sforzo affettuoso, amoroso e insistente di convincere
qualcuno.
Dalle lettere possiamo citare: «Vi ho scritto in un momento di grande afflizione
e col cuore angosciato, tra molte lacrime» (2 Cor 2, 4). È un'esperienza-limite
quella delle lacrime, per Paolo. Non sembra che fosse un uomo facile al pianto,
eppure si trovava in situazioni di tale tensione, di tali violente difficoltà,
di tali amarezze e delusioni che scoppiava in pianto sia parlando con la gente,
sia scrivendo.
Tutto questo fa vedere
l'intensità emotiva con cui Paolo viveva la sua missione pastorale. Esattamente
l'opposto del funzionario, del burocrate, del programmatore intelligente.
Paolo è un uomo di intensissima partecipazione emotiva, che ha
evidentemente riscontro nelle profondissime gioie. Proprio perché partecipava
cosi emotivamente alle sofferenze del suo ministero poteva avere delle gioie e
degli entusiasmi grandiosi di cui parla ancora più spesso nelle sue lettere.
Scriveva: «Quale ringraziamento possiamo rendere a Dio riguardo a voi, per tutta
la gioia che proviamo a causa vostra davanti al nostro Dio? » (1 Ts 3, 9). Le
intense sofferenze sono compensate da gioie profondissime, da entusiasmi
straordinari: «Sono molto franco con voi e ho molto da vantarmi di voi. Sono
pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni nostra tribolazione» (2 Cor 7,
4). Sono cosi contento di voi che le sofferenze non le sento più se penso alla
vostra corrispondenza, al vostro affetto e alla vostra fede. Tutti sappiamo cosa
significano queste esperienze: chi ama molto, soffre molto, gode molto; chi ama
poco, soffre meno e gioisce meno.
L'immagine del pastore che
Paolo ci dà, in queste prime battute, è di un uomo profondamente,
affettivamente, emotivamente coinvolto in ciò che fa. Ama moltissimo la gente e
non con un amore generico: ha presente i nomi, le situazioni personali, di
famiglia, di lavoro, di malattia. Uno per uno quei cristiani gli stanno davanti,
conosciuti, uno per uno sono fonte di amarezza, di tristezza, di lacrime oppure
di gioia intensa.
Ecco il senso del suo aver servito il Signore tra le lacrime.
«Con tutta umiltà»
Anche qui vogliamo capire
come mai tra le mille altre qualifiche del suo ministero Paolo sceglie questa,
sottolineandola come fondamentale atteggiamento pastorale.
Il termine greco con cui si esprime può essere inteso « in ogni genere di
umiliazione », con riferimento non all'atteggiamento ma alle situazioni. Cosi va
inteso nel Magnificat là dove Maria dice: «Il Signore ha guardato all'umiltà
della sua serva ». Indica l'insignificanza, l'abiezione, la piccolezza, il non
contare nulla, e non la virtù dell'umiltà. Ma mentre nel Magnificat il vocabolo
greco è esattamente «tapéinosis », qui è « tapeinofrosune »: sentimento di
umiltà. Paolo qui si riferisce all'atteggiamento di umiltà con cui ha servito il
Signore nell'attività pastorale. Umiltà è una parola che ripetiamo mille volte,
ma di cui non è sempre facile cogliere tutte le implicazioni che ha per
l'Apostolo.
In senso generale si potrebbe dire che l'umiltà è l'opposto di ciò che è detto
nel Magnificat: «Dio ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore ». I
superbi sono quelli che credono di essere qualcuno, che hanno di sé un concetto
così alto da fame quasi una ragione di vita, per cui gli altri devono piegarsi
al loro servizio, e neppure vanno ringraziati perché fanno ciò che è dovuto. È
l'atteggiamento che Paolo stigmatizza altre volte nelle sue lettere. Ad esempio
scrivendo ai Romani: «Non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle
umili. Non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi» (Rm 12, 16).
L'atteggiamento umile è quello di chi non si gonfia e non si illude.
È importante riflettere su questo atteggiamento di non-sapere: esso è utile
sempre, ma è indispensabile soprattutto nel rapporto con Dio. Infatti « noi non
sappiamo neanche pregare, non sappiamo neanche cosa chiedere» (cf. Rm 8, 26).
Spesso non riusciamo a pregare bene perché incominciamo con la presunzione di
saper pregare, mentre dovremmo partire sempre confessando: «Signore, non so
pregare; so di non sapere pregare ». Già questa è preghiera, perché fa posto
allo Spirito che dobbiamo chiedere.
L'umiltà come atteggiamento che qualifica l'attività pastorale di Paolo si può
descrivere secondo tre aspetti:
- aspetto sociale: un modo
di comportarsi;
- aspetto personale: una certa coscienza di sé;
- aspetto teologale: un certo rapporto verso Dio.
a) L'aspetto sociale
è da una parte assenza di pretese e, dall'altra, attenzione agli
altri. «Ho cercato di essere tra voi senza pretese, non pretendendo per me
niente di speciale, ma stando molto attento a ciascuno di voi », direbbe Paolo.
Si descrive così anche nella prima lettera ai Tessalonicesi, dando uno sguardo
retrospettivo al suo rapporto con la comunità: «Come Dio ci ha trovati degni di
affidarci il Vangelo, così lo predichiamo, non cercando di piacere agli uomini,
ma a Dio, che prova i nostri cuori. Mai infatti abbiamo pronunziato parole di
adulazione, come sapete, né avuto pensieri di cupidigia: Dio ne è testimone. E
neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far
valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in
mezzo a voi come una madre nutre e ha cura delle proprie creature. Così
affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il Vangelo di Dio, ma la
nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari» (1 Ts 2, 4-8).
L'umiltà è socievolezza senza pretese, colma di affetto, di attenzione,
amorevolezza, prevenienza. Paolo sente che, per grazia di Dio, è stato così e
che il suo modo di essere è modello per ogni pastore. L'umiltà come virtù
sociale comporta anche distinzione, correttezza, un certo riserbo, un'educazione
profonda, finezza sacerdotale che conquista il cuore, perché non è espressione
semplicemente di un'affettazione esteriore. Niente commuove di più le persone
che sanno di contare poco nella società, che il vedersi trattate con estremo
rispetto e con grande valorizzazione di ciò che sono. I cristiani di Paolo erano
in gran parte schiavi, abituati ad essere maltrattati, presi in giro,
disprezzati, trascurati, e possiamo immaginare cosa volesse dire per loro
sentirsi rispettati e sinceramente amati. Come doveva sconvolgerli il metodo
apostolico di Paolo!
b) L'aspetto personale
è un giudizio di valore semplice dato su di sé. Paolo ritorna diverse volte
su questa capacità di valutarsi giustamente e secondo ciò che le nostre
debolezze e fragilità ci fanno comprendere.
Nella prima lettera ai Corinti parla della apparizione di Gesù a lui: «Ultimo
fra tutti apparve anche a me. lo sono l'infimo degli apostoli, non sono degno di
essere chiamato apostolo» (1 Cor 15, 8-9). Lo dice con verità e con sincerità:
non è affettazione, è chiarezza di giudizio su di sé.
E questo giudizio, è una maniera di comportamento che ha acquisito attraverso la
scuola della vita, che gli ha fatto conoscere la sua fragilità e povertà. Ha
imparato a pensare di sé in maniera umile, distaccata, tranquilla, senza
colpevolizzarsi, con pace.
«Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, come la tribolazione che ci è
capitata in Asia ci ha colpito oltre misura, aldilà delle nostre forze, si da
dubitare anche della vita. Abbiamo addirittura ricevuto su di noi la sentenza di
morte per imparare a non riporre fiducia in noi stessi, ma nel Dio che risuscita
i morti» (2 Cor 1, 8-9). Ci stupisce un apostolo che parla di sé in quèsto modo,
a rischio quasi di scandalizzare.
L'umiltà personale, venendo da una storia vissuta, difficilmente può averla un
giovane. Magari avrà meditato queste cose, ma non potrà sentirle come naturali,
perché non è passato per quella scuola di prove e di esperienza della propria
debolezza che ci mettono al posto giusto e ci liberano da ogni presunzione.
È doloroso vedere come a volte passiamo per queste prove senza saperle vivere.
Se Paolo di fronte alle tribolazioni che gli sono venute in Asia si fosse messo
ad imprecare contro tutto e tutti, invece di riconoscere la propria debolezza e
fragilità, non avrebbe tratto alcun profitto dalla prova. Invece si è formato
come vero pastore perché ha saputo accogliere dal dolore quella umiltà vissuta,
che poi espresse nella sua vita.
c) Aspetto teologale.
Paolo si esprime cosi perché vive profondamente la sua verità davanti a Dio:
«Chi dunque ti ha dato questo privilegio? Che cosa mai possiedi che tu non
l'abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi
ricevuto? » (1 Cor 4, 7). Al fondo dell'atteggiamento di umiltà, che è uno dei
segreti della sua capacità di conquistare la gente, stava un senso profondo di
Dio 'creatore, padrone, signore, misericordioso, datore di ogni bene. Di fronte
a Lui Paolo è un povero peccatore che riceve grazia, misericordia, salvezza. La
stessa Parola è Parola di Dio, non di Paolo: a lui è stata data nella misura del
dono di Cristo. Lo stesso zelo apostolico non è di Paolo, ma gli è stato dato da
Cristo che vive in lui.
Questa umiltà è trasparenza del divino che vive in lui, una trasparenza
cristologica, di Cristo come lui l'ha conosciuto e capito, di Cristo Servo di
Jahvè, di Cristo umile, umiliato, che non ha scelto di primeggiare, di buttarsi
dal pinnacolo del tempio per fare scalpore, di cambiare le pietre in pane, di
dominare sui regni della terra, ma che ha scelto di essere servo di tutti.
L'umiltà di Paolo è quella di Cristo che egli ha recepito e che esprime
lasciandolo vivere in sé.
Per questo egli può presentarla come l'atteggiamento fondamentale di chi serve
il Signore, così come il Signore ha servito. Cristo ha servito con tutta umiltà
e il suo servo sceglie la sua stessa via esercitando l'autorità con l'umiltà, la
mansuetudine e la mitezza del Maestro.
Questa è certamente una delle caratteristiche che distinguono radicalmente il
potere pastorale da quello politico. Il potere pastorale è fondato sulla mitezza
di Cristo e proprio per questo può assumere, come in Paolo, anche atteggiamenti
duri, taglienti, risoluti, basati non sulla pretesa di difendere la propria
personalità ma sulla mitezza e l'umiltà di Cristo che sa prendere posizione di
fronte alla vita.
Ciascuno di noi deve meditare profondamente, con la coscienza che siamo molto
lontani da questo ideale. Istintivamente il personalismo interviene tutte le
volte che è in gioco il potere e noi siamo continuamente tentati di inserire nel
servizio del Signore il nostro prestigio personale.
Abbiamo bisogno di essere purificati sull'esempio dell'Apostolo e soprattutto di
essere purificati dalla forza di Cristo in noi.
Chiediamo per
intercessione di Maria, di cui Dio ha guardato l'umiltà, di saper seguire Cristo
come Paolo lo ha saputo seguire, con la coscienza che è un compito arduo e che
siamo lontani da questa meta.
Con la grazia di Dio cerchiamo di metterci di fronte ad essa, di riconoscere le
nostre mancanze, di chiedere che la potenza di Cristo, che vive in noi, ci renda
simili a lui.