CARLO MARIA MARTINI
LE CONFESSIONI DI PAOLO
Meditazioni
ANCORA 1981
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1. Sulla via di
Damasco |
2. La
conoscenza di Gesù |
3. Le tenebre
dell'uomo Paolo |
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4. Conversione e
delusione |
5. Esame di
coscienza pastorale |
6. Conversione e
rottura |
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7. La
trasfigurazione di Paolo |
8. Passio Pauli
passio Christi |
9. Dio è
misericordia |
La trasfigurazione di Paolo
Partendo dall'episodio
storico della sofferenza nella vita di Paolo, riflettiamo sulla trasfigurazione
a cui l'ha portato l'interiore purificazione, per meditare poi sulla
trasfigurazione del pastore.
Come grazia di questa
meditazione chiediamo di potere, attraverso la conoscenza dell' Apostolo,
giungere alla conoscenza di Cristo, la cui gloria risplende sul suo volto e
vuole risplendere in noi.
Ti ringraziamo, Padre,
per il dono di gloria luminosa, affascinante, che hai posto sul volto del tuo
Figlio Risorto. Questa gloria l'hai mostrata alla tua Chiesa, nel tuo servo
Paolo, come l'avevi mostrata interiormente a Maria, Madre di Gesù, a Pietro e
agli Apostoli.
Ti ringraziamo perché
continui a mostrare questa gloria nella storia della Chiesa attraverso i santi.
Ti ringraziamo per i santi che abbiamo conosciuto, per tutti coloro i cui
scritti, le cui parole ci edificano, per tutti coloro la cui vita ci è di
sostegno. Manifesta la gloria del volto di Cristo anche a noi, perché qualcosa
di quello splendore risplenda in noi stessi e, interiormente trasformati,
possiamo conoscere il tuo Figlio Gesù e farlo conoscere come sorgente di
trasformazione della vita di ogni uomo. Te lo chiediamo, Padre, per Cristo
nostro Signore. Amen.
Quanto abbiamo detto della sofferenza di Paolo per la rottura con Barnaba può essere esteso ad altri conflitti, che hanno segnato la vita di quest'uomo straordinario: i conflitti con le comunità, soprattutto quelli a cui fanno riferimento la seconda lettera ai Corinti e la lettera ai Galati. In esse Paolo ei appare chiaramente in contrasto con certi modi di agire e in situazioni di tensione, di dolore, di solitudine. Emblematico è il conflitto con Pietro ad Antiochia, in cui Paolo si trova in una situazione estremamente imbarazzante e difficile.
Innanzitutto ciò che
dobbiamo ricavare da queste considerazioni è che non ei si deve stupire di
queste cose: nella storia della Chiesa questi conflitti nascono. Le difficoltà
di collaborazione tra preti, le difficoltà di collaborazione tra parroco e
coadiutore sono di origine apostolica, cioè le troviamo già nel Nuovo
Testamento.
È una realtà sulla
quale dobbiamo, come Paolo, continuamente riflettere per purificarci e per
trovarne la soluzione in un approfondimento delle cose e non in una semplice
rassegnazione. Non stupirei, ma crescere nella comprensione di noi stessi e
degli altri. Se nella vita di Paolo sono entrati, in qualche momento, dei
personalismi, quanto più in noi. Bisogna sapersi conoscere, sapere comprendere
come nei conflitti che viviamo non sempre è in gioco soltanto l'onore e la
gloria di Dio, ma qualche volta anche la nostra personalità. Bisogna saper
crescere nella misericordia che è l'atteggiamento con cui Dio considera la
storia e le realtà umane.
Cosa si intende per trasfigurazione
Diamo alla meditazione il titolo di « trasfigurazione » perché il punto di riferimento è la Trasfigurazione di Cristo: «Mentre pregava, il suo volto cambiò di aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (Lc 9, 29). È interessante osservare che il verbo usato qui è lo stesso che Luca userà nel descrivere la luce nella quale Paolo entra nel momento dell'apparizione di Damasco: anche Paolo vive il riflesso del Cristo trasfigurato.
Per descrivere la stessa scena il Vangelo di Marco parla di trasformazione: «Si trasformò, si trasfigurò» (cf. Mc 9, 2 ss). Il verbo greco è: «metamorfòthe: si trasformò», tradotto « si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime ». Questo verbo è il medesimo che Paolo usa nella lettera scritta ai Corinti per descrivere il processo di trasformazione che lui - e ogni apostolo e pastore dietro di lui ~ esperimentano, riflettendo la gloria di Cristo: «Noi tutti - è chiaro che esprime una sua esperienza che poi vuole condividere con noi - a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore» (2 Cor 3, 18). È la descrizione di quanto stiamo considerando: Paolo investito della gloria del Signore a Damasco, si trasforma. Ma il verbo è al presente per indicare una azione di continua trasformazione, di gloria in gloria, per la forza dello Spirito di Dio. Si trasforma ad immagine di Gesù, acquista la luminosità di Cristo.
Non dimentichiamo che la festa e l'episodio della Trasfigurazione è ampiamente usato nella liturgia della Chiesa greca per indicare ciò che avviene nel cristiano attraverso l'integrazione progressiva che egli fa dei doni battesimali e, per noi, della grazia dell'Ordinazione.
Parlando di
«trasfigurazione» di Paolo voglio riferirmi al crescendo di luminosità e di
trasparenza che avviene in lui lungo il suo cammino pastorale e che si riflette
in maniera inimitabile nelle grandi lettere.
Leggendole siamo
affascinati dalla chiarezza e dallo splendore della sua anima e dopo duemila
anni sentiamo che dietro alle parole scritte c'è una persona viva, ricca,
palpitante e illuminante.
Il suo aspetto
trasfigurato attraeva la gente e costituiva uno dei segreti della sua azione
apostolica. Era il risultato del lungo cammino di prova, di sofferenza, di
preghiere incessanti, di confidenza rinnovata.
Anche il pastore, come
Paolo, è chiamato a diventare, attraverso l'esperienza, le sofferenze, le
fatiche, i doni di Dio, luminoso e trasparente.
Nelle sue parole e
nella sua azione la gente deve trovare quel sentimento di pace, di serenità, di
confidenza, che è indescrivibile ma che si percepisce senza alcun ragionamento.
Ciascuno di noi ha
avuto modo, per grazia di Dio, di conoscere preti che sono stati così nella loro
vita: irradiavano ciò che Paolo lascia trasparire abbondantemente da tutto il
suo modo di parlare e di esprimersi.
Vediamo di descriverlo
analiticamente perché possa essere specchio ideale del pastore su cui
confrontarci. - Quali sono le caratteristiche della luminosità di Paolo?
Possiamo ricavarle da
tre atteggiamenti interiori tipici di questa trasfigurazione e da due più
esteriori. - Come raggiungere e mantenere in noi qualcosa di simile a questa
trasfigurazione, che è dono di Dio anche per noi?
Gli atteggiamenti interiori della trasfigurazione
a) Il primo atteggiamento,
che troviamo in tutte le lettere, anche le più conflittuali, è una grande
gioia interiore e pace: «Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in
ogni nostra tribolazione» (2 Cor 7, 4). Paolo mette chiaramente insieme le sue
moltissime tribolazioni con la gioia, anzi con una gioia sovrabbondante. Che non
sia forzata o idealistica lo ricaviamo dalle stesse lettere: «Abbiamo questo
tesoro in vasi di creta, perché appaia che la potenza straordinaria viene da Dio
e non da noi» (2 Cor 4, 7). Paolo riconosce che questa gioia straordinaria viene
da Dio: da sé non potrebbe averla. È tipica della trasfigurazione, non frutto di
buon carattere, non dote naturale, non umana. «Siamo infatti tribolati da ogni
parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti ma non disperati; perseguitati ma non
abbandonati; colpiti ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo
la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo»(2
Cor 4, 8-10). Non è una situazione di tranquillità; è una gioia vera che fa i
conti con tutti i tipi di pesantezze, di difficoltà, di cose spiacevoli che gli
avvengono; coi malintesi, coi malumori nei quali vive la sua giornata. Come la
viviamo noi. Paolo era un po' nevrastenico di carattere e perciò soggetto a
depressioni e a momenti di sconforto. Egli sperimenta gradualmente nella sua
vita che non c'è momento di sconforto in cui non appaia qualcosa di più forte
dentro di lui.
Ancora, è una gioia
che guarda intorno a sé, è per la sua comunità, non è privata; è gioia per ciò
che succede intorno a lui, per le comunità che sta seguendo. « Siamo i
collaboratori della vostra gioia» (2 Cor 1, 24). E scrivendo ai Filippesi
definisce le comunità come « mia gioia e mia corona» (Fil 4, 1). Non illudiamoci
che fosse una comunità ideale, perfetta: anzi dalla lettera sappiamo che Paolo
deve scongiurarli, quasi in ginocchio, di non litigare, di non mordersi, di non
dividersi: «Non fate nulla per spirito di rivalità, per vanagloria» (Fil 2, 3).
Vuole dire che c'erano rivalità e vanagloria, che la comunità non era facile,
che gli creava problemi e molestie. Eppure riesce a considerarla come la sua
gioia perché gli è stata donata una visuale di fede che va aldilà della
considerazione delle cose puramente pragmatica, abituale, di routine. È un vero
dono soprannaturale, potenza dello Spirito che era in lui ormai in grado
eminente.
b) Il secondo
atteggiamento interiore conseguente al primo è la capacità di riconoscenza.
Esorta i suoi a ringraziare con gioia il Padre (Coll, 12). È tipico
dell'Apostolo unire la gioia al ringraziamento.
Tutte le lettere
cominciano con una preghiera di ringraziamento, eccetto quella ai Galati perché
è di rimprovero. Paolo sa ringraziare e le sue parole non sono un formulario
vuoto ma esprimono ciò che sente. D'altra parte lo stesso Nuovo Testamento
incomincia con una preghiera di ringraziamento: infatti, con ogni probabilità,
lo scritto più antico del Nuovo Testamento, quello che ha preceduto anche la
stesura definitiva dei Vangeli, è la prima lettera ai Tessalonicesi. Quindi, la
prima parola del Nuovo Testamento è: «Grazia a voi e pace. Ringraziamo sempre
Dio per tutti voi ».
All'opposto, non
troviamo mai in Paolo la deplorazione sterile. C'è il rimprovero, non la
rassegnata amarezza. Come dono di Dio, nella sua trasfigurazione apostolica ha
la capacità di vedere sempre per prima cosa il bene. Cominciare ogni lettera col
ringraziamento, vuol dire saper valutare innanzitutto il positivo che c'è nella
comunità a cui scrive, anche se poi ci saranno cose gravissime, negative.
All'inizio della prima lettera ai Corinti la comunità è lodata come piena di
ogni dono, di ogni sapienza; poi vengono i rimproveri; ma non è un'incongruenza.
Gli occhi della fede gli permettono di vedere che un briciolo di fede
dei suoi poveri pagani convertiti è un dono talmente immenso da fargli
lodare Dio senza fine.
Il pastore maturo ha
la capacità di riconoscere il bene che c'è intorno e di esprimerlo con
semplicità.
c) Il terzo atteggiamento
è la lode.
In Paolo abbiamo quelle lodi meravigliose che continuano la
tradizione giudaica delle benedizioni. Egli le sa ampliare per tutto quello che
riguarda la vita della comunità, nel Cristo. Per esempio: «Benedetto sia Dio,
Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione
spirituale nei cieli in Cristo» (Ef 1, 3). La preghiera di Paolo, così come la
conosciamo nelle lettere, è prima di tutto di lode: diventa anche di
intercessione ma spontaneamente la prima espressione che gli viene è di lode.
Così può valorizzare i suoi momenti più oscuri: «Sia benedetto Dio, Padre del
Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il
quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare
quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con
cui siamo consolati noi stessi da Dio» (2 Cor 1, 3). Potremmo usare le sue frasi
come specchio per domandarci se possiamo dirle in prima persona come espressione
di ciò che c'è in noi di più profondo (o se invece sentiamo la fatica di dire
queste cose).
La grazia da
chiedere a Dio è che questi atteggiamenti tipici del pastore trasfigurato dal
Cristo risorto, diventino nostra esperienza abituale. Il demonio ci tenta
continuamente per farci ricadere nelle forme mondane della vita: la tristezza è
caratteristica dell'uomo che vive nella chiusura delle prospettive. E la
tristezza di fondo poi cerca l'evasione, il divertimento, tutto ciò che sembra
rendere allegra la vita pur di non affrontare la tristezza.
Gli atteggiamenti esterni di Paolo trasfigurato nel Cristo
a) Il primo atteggiamento
esterno è l'instancabile ripresa che ha davvero del prodigioso.
Fin dal primo giorno
della sua conversione: predica a Damasco e deve fuggire; va a Gerusalemme,
predica e lo fanno partire; a T arso rimane finché la provvidenza non lo
richiama; quando lo richiama, dimenticati i risentimenti passati, riparte. Nel
suo viaggio missionario praticamente ogni stazione è un ricominciare da capo;
predica ad Antiochia di Pisidia, viene cacciato e va a Iconio; a Iconio
minacciano un attentato contro di lui, tentano di lapidarlo e va a Listra. A
Listra è sottoposto a una gragnuola di sassi. È interessante notare
l'impassibilità con cui Luca descrive la scena: «Giunsero da Antiochia e da
Iconio alcuni Giudei, i quali trassero dalla loro parte la folla; essi presero
Paolo a sassate e quindi lo trascinarono fuori della città, credendolo morto.
Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli, alzatosi, entrò in città. Il
giorno dopo partì con Barnaba alla volta di Derbe. Dopo aver predicato il
Vangelo in quella città e fatto un numero considerevole di discepoli,
ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia» (At 14, 19-21).
È così un po' tutta la
sua vita: da Atene esce umiliato, preso in giro dai filosofi, eppure va a
Corinto e ricomincia, anche se ha l'animo pieno di timore.
Questa ripresa non è umana: un uomo dopo alcuni tentativi falliti, umanamente resta fiaccato. Noi non possediamo la sua instancabilità, nemmeno lui la possedeva: è un riflesso di quella che chiamerà «la carità ». «La carità non si stanca mai» (1 Cor 13, 7). È la carità di Dio: «La carità di Dio è stata riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). Il suo modo di agire è riversato dall'alto, è un dono, ed è quello che fa sì che la delusione non sia mai definitiva. «Siamo addirittura orgogliosi delle nostre sofferenze» (Rm 5, 3), «perché sappiamo che la sofferenza produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 3-5).
Se queste parole fossero
dette da un neo-convertito ai primi inizi dell'entusiasmo, potremmo pensare che
parli senza esperienza. Dette da un missionario che ha vissuto vent'anni di
prove, acquistano un suono diverso e ci fanno profondamente riflettere. Nessuno
sforzo umano può giungere a questo atteggiamento: è la carità
di Dio diffusa nei nostri cuori per lo Spirito che ci è dato.
La trasfigurazione di
Paolo è, ancora una volta, la forza del Risorto che entra nella sua debolezza e
vive in lui.
b) Il secondo
atteggiamento esterno è la libertà dello spirito. Sente di avere
raggiunto una situazione in cui non agisce più per costrizione o per
conformazione volontaristica a modelli esterni: agisce perché è ricco dentro. Può
allora assumere atteggiamenti arditi che sarebbe temerario imitare. Vediamo
questa libertà di spirito nella lettera ai Galati quando dice che umanamente
sarebbe stato più prudente circoncidere Tito secondo le richieste dei
giudeo-cristiani:
«Ad essi però non cedemmo per
riguardo neppure un istante perché la verità del V angelo continuasse a rimanere
salda tra di voi» (Gal 2, 5). Paolo è libero da ogni giudizio o opinione
corrente: è molto difficile perseverare isolati di fronte ad una mentalità
comune, ad una cultura avversa. Lo fa con estrema libertà, senza vittimismi,
perché la ricchezza che sente dentro non è paragonabile in peso all'opinione
altrui. Questa sua forza gli permette, a un certo punto, di opporsi addirittura
a Cefa. È un caso-limite di libertà: «(Ad Antiochia) anche gli altri Giudei
imitarono Pietro nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò
attirare nella loro ipocrisia» (Gal 2, 13). Quella che chiama ipocrisia
evidentemente per Barnaba era il desiderio di mediare tra le parti. Paolo non
accetta e di qui la sua resistenza che chiarisce la situazione.
Una libertà che non è
arbitrio o presunzione ma senso di assoluta e totale appartenenza come schiavo,
come servo di Cristo. Lui stesso mette talora in parallelo l'essere servo di
Cristo con l'essere libero da tutte le altre opinioni umane.
In questa luce la
libertà diventa una forma rigorosissima di servizio: «Cristo ci ha liberati
perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo
il giogo della schiavitù. Ecco, io Paolo vi dico: Se vi fate circoncidere,
Cristo non vi gioverà a nulla. E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa
circoncidere che egli è obbligato a osservare tutta quanta la legge. Non avete
più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella legge;
siete decaduti dalla grazia. Noi infatti pei virtù dello Spirito attendiamo
dalla fede la giustificazione che speriamo. Poiché in Cristo Gesù non è la
circoncisione, ma la fede che opera per mezzo della carità. Correvate così bene;
chi vi ha tagliato la strada che non obbedite più alla verità? Questa
persuasione non viene sicuramente da colui che vi chiama! Un po' di lievito fa
fermentare tutta la pasta. Io sono fiducioso per voi nel Signore che non
penserete diversamente; ma chi vi turba, subirà la sua condanna, chiunque egli
sia. Quanto a me, fratelli, se io predico ancora la circoncisione, perché sono
tuttora perseguitato? È dunque annullato lo scandalo della croce? Dovrebbero
farsi mutilare coloro che vi turbano. Voi fratelli, siete stati chiamati a
libertà... Purché questa libertà non divenga pretesto» - e noi sappiamo che
sotto la parola libertà c'è molto spesso un pretesto - « per vivere secondo la
carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri» (Gal 5,
1-13). È uno dei pochi passi in cui essere a servizio - in greco essere schiavi
- si applica gli uni agli altri. L'assolutezza del servizio di Cristo rende
l'uomo libero al punto di non temere di farsi schiavo del fratello. Questa
libertà quindi è fonte di servizio umilissimo ed è la radice di quel «con tutta
umiltà»che è la caratteristica dell'apostolato di Paolo.
È difficile esprimere queste
cose a parole perché si rimpiccioliscono, si banalizzano: il tentativo serve da
invito a riprendere i testi di Paolo e a lasciare che agiscano su di noi come
parola ispirata, in tutta la loro forza.
La trasfigurazione di
Paolo
è modello della trasfigurazione del pastore
Ci proponiamo di
riflettere quale sia la metodologia per raggiungere e mantenere questa
condizione di trasfigurazione.
Paolo incomincia a
diventare un pastore secondo il cuore di Cristo dopo quindici anni di fatiche e
sofferenze. Lo diventa per dono di Dio, non per sua conquista.
Riconoscere che Dio
nella sua misericordia ci trasfigura è la metodologia fondamentale.
- Il primo modo per
ricevere il dono divino è la contemplazione del cuore di Cristo crocifisso,
che effonde lo Spirito. Contemplazione che potremmo chiamare eucaristica:
prendere sul serio la duplice mensa della Parola di Dio e dell'Eucaristia,
lasciarsi nutrire dalla Parola di Dio come forza che chiarisce il significato
storico-salvifico del cibo che è Cristo morto e risorto. Questo cibo diventa
nostro nutrimento e ci inserisce nella storia di salvezza di cui la Parola di
Dio ci comunica la realtà, l'ampiezza, la direzione.
Come per Paolo, anche
per noi questa contemplazione è la via della Trasfigurazione. L'Apostolo
ha vissuto la preghiera incessante e prolungata che è la contemplazione del
Cristo morto e risorto.
- Il dono del cuore
trasfigurato nella gioia, nella lode, nella riconoscenza, nella perseveranza,
nella libertà, viene per intercessione di Maria.
Maria, come
mistero di Dio nella storia della Chiesa e della salvezza, è colei che sostiene
e che alimenta in noi la luminosità della fede. Una esperienza cristiana matura
sa scoprire il posto .della Vergine come modello e intercessione per raggiungere
l'umile dipendenza dalla Parola di Dio che ci trasfigura, assicurando la nostra
continua apertura alla forza rinnovatrice dello Spirito. Maria ci richiama a
vivere autenticamente quel livello di contemplazione e di ascolto che è il
livello che essa occupa nella Chiesa.
- Il dono della
trasfigurazione pastorale viene anche dalla condivisione} dalla capacità
di mettere la mano nel buio sulla spalla di colui che vede la luce. È questa la
nostra comunione ecclesiale e presbiteriale: tenere la mano sulla spalla di chi
ha visto la lucei a vicenda.
Si innesta qui il tema della
direzione spirituale, del colloquio penitenziale che sono molto importanti
perché significano il tenerci la mano gli uni gli altri, la maniera pratica di
aprirci e conservare in noi i doni di trasfigurazione che ammiriamo in Paolo.
- Il dono della
trasfigurazione ha bisogno della vigilanza evangelica. «Vegliate e
pregate per non cadere
in tentazione»; «lo spirito è pronto ma la carne è debole»; «vegliate e
resistete saldi nella fede». Questo invito ripetuto è l'espressione esortativa
della intuizione fondamentale che l'uomo è un essere storico, che si stanca, che
di natura sua non è capace di perseveranza.
Ogni cristiano, ogni vescovo,
ogni prete deve convincersi che nessuno è assicurato nella perseveranza e che il
maggior rischio è in coloro che pensano di aver raggiunto un grado di stabilità
tale che le precauzioni non sono più necessarie. La vigilanza neotestamentaria
ci dice che fino all'ora della morte il demonio cerca di togliere in noi la
gioia, la fede, la lode. Siamo sempre attaccati su questi atteggiamenti
fondamentali.
Occorre vigilare sapendo che
non c'è tregua in questa lotta e che rapidamente possiamo ritrovarci tristi,
stanchi, nervosi, irritati, oppure dissipati in gioie esteriori che
infiacchiscono la fede. Paolo ritorna più volte sul tema della vigilanza e della
insistenza nella preghiera.
Chiediamo per intercessione di Maria, di poter vigilare con lei, con Gesù e con Paolo perché si compia in noi la trasfigurazione apostolica che assicura una vita pastorale in cui - malgrado le difficoltà, le sofferenze, le delusioni - il fondo di noi è afferrato da Cristo e saldamente posseduto dalla mano di Dio.