CARLO MARIA MARTINI
LE CONFESSIONI DI PAOLO
Meditazioni
ANCORA 1981
|
1. Sulla via di
Damasco |
2. La
conoscenza di Gesù |
3. Le tenebre
dell'uomo Paolo |
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4. Conversione e
delusione |
5. Esame di
coscienza pastorale |
6. Conversione e
rottura |
|
7. La
trasfigurazione di Paolo |
8. Passio Pauli
passio Christi |
9. Dio è
misericordia |
Passio Pauli, Passio Christi
La parola « passio Pauli
», passione di Paolo, si usa comunemente per indicare i capitoli degli Atti
degli Apostoli che vanno dal 21 al 28, cioè l'ultima parte del libro: dalla
prigionia a Gerusalemme alla prigionia a Roma.
Vogliamo estendere la
«passione di Paolo» anche alle sofferenze successive che conosciamo in parte
dagli accenni delle lettere e in parte dalla tradizione. È singolare che gli
Atti degli Apostoli non ci narrino tutta la vita di Paolo, ma si fermino ad un
certo punto, introducendo poi i capitoli sulla sua « passione ». L'attività
apostolica è descritta in tanti capitoli quanti sono quelli che descrivono
l'imprigionamento, il processo, fino alla prigionia a Roma.
Anche nei Vangeli, la
Passione di Cristo ha un trattamento amplissimo rispetto alla brevità della vita
narrata in precedenza. L'evangelista corre per brevi note su due o tre anni
della vita pubblica di Cristo, mentre descrive la Passione quasi ora per ora,
minuto per minuto.
Comprendiamo da questo
fatto l'importanza che l'evangelista, la Chiesa primitiva, danno alla Passione
di Cristo e alla passione di Paolo.
Gli evangelisti hanno
compreso che Cristo era Messia e rivelatore del Padre soprattutto nella
Passione.
Lo stesso accade per
Paolo, testimone di Cristo non soltanto nei discorsi travolgenti o dotti o pieni
di tenerezza ma anche quando viene imprigionato, portato davanti ai tribunali,
trasferito da un carcere all'altro, con sorte incerta, con limitazioni gravi
della libertà, con il timore della morte.
Come grazia specifica di questa meditazione possiamo chiedere di comprendere la frase misteriosa della lettera ai Filippesi: «Perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze» (Fil 3,10). Paolo desidera conoscere Gesù entrando in misteriosa comunione anche fisica con le sue sofferenze.
Tu conosci, Padre di
misericordia, quanto è importante per noi la misteriosa comunione con le
sofferenze del Cristo. Tu sai come ci è difficile, lontana dalla nostra
mentalità, smentita continuamente dal linguaggio quotidiano. Per questo ti
chiediamo umilmente, insieme con Paolo, di aprirci gli occhi della mente e del
cuore perché conosciamo Cristo,
la potenza della sua
Risurrezione, la comunicazione alle sue prove, per potere con lui offrire la
nostra vita per il corpo di Cristo.
Illumina, o Signore, la nostra mente perché possiamo comprendere le parole della
Scrittura, riscalda il nostro cuore perché avvertiamo che non sono lontane ma,
in realtà, le stiamo vivendo e sono la chiave della nostra esperienza presente,
della situazione di tante persone oggi nel mondo.
Te lo chiediamo,
Padre, insieme con Maria, Madre addolorata, con Paolo, per la gloria di Gesù,
morto e risorto per noi, che vive e regna nella Chiesa e nel mondo per tutti i
secoli dei secoli. Amen.
Propongo di procedere
rispondendo alle domande:
- quali sono le similitudini e le diversità fra la passione di Cristo e la
passione di Paolo;
- qual è la passione del
cristiano;
- come Paolo vive la
passione;
- come noi dobbiamo
viverla.
Similitudini e
diversità
della «Passio Christi» e della «Passio Pauli»
Cerchiamo di vedere alcune tappe della Passione di Cristo paragonandola con quella di Paolo. Sottolineo tre momenti:
- l'arresto di Cristo e
l'arresto di Paolo;
- Cristo e Paolo ai
tribunali;
- le sofferenze fisiche e
morali di Cristo e di Paolo.
L'arresto di Cristo e l'arresto di Paolo
« Mentre egli ancora
parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno
dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: "Giuda, con un
bacio tradisci il Figlio dell'uomo?". Allora quelli che erano con lui, vedendo
ciò che stava per accadere, dissero: "Signore, dobbiamo colpire con la spada?" »
(Lc 22, 47-49).
Paolo si trovava nel
tempio, aspettando i giorni della Purificazione, «quando i Giudei della
provincia di Asia, vistolo nel tempio, aizzarono tutta la folla e misero le mani
su di lui gridando: Uomini di Israele, aiuto! Questo è l'uomo che va insegnando
a tutti e dovunque contro il popolo, contro la legge e contro questo luogo; ora
ha introdotto perfino dei Greci nel tempio e ha profanato il luogo santo! » (At
21, 2727). Tutta la città è in subbuglio. Paolo è trascinato fuori del tempio,
chiudono le porte, cercano di ucciderlo. Quando giunge il tribuno con la coorte,
lo arrestano e lo legano con due catene. Da questo momento, Paolo è in prigione
per lunghissimo tempo. Che cosa hanno in comune le due scene pur nella loro
diversità?
In entrambi i casi,
l'arresto è proditorio, ingiusto; è un arresto fatto alle spalle, con un
agguato. Agguato per Gesù ed agguato anche per Paolo, suscitato ad arte dai suoi
nemici.
Per entrambi l'arresto
avviene nel momento in cui si spendevano per il loro popolo. Per Gesù avviene
nella 'notte della preghiera, per Paolo nel momento dell'offerta quando, dopo
aver portato doni per il suo popolo, ha spinto la sua condiscendenza fino a
volersi purificare nel tempio. Sono toccati nell'istante della loro dedicazione
apostolica, del loro servizio.
Cristo e Paolo davanti ai tribunali
Gesù passa vari tribunali:
il Sinedrio, il tribunale di Pilato, l'interrogatorio con varie accuse alle
quali prima risponde e, da un certo momento in avanti, tace. Il processo di
Paolo è descritto più ampiamente ed è segnato da una lunga serie di discorsi: il
discorso fatto sui gradini del tempio al cap. 22 degli Atti,
quello davanti al Sinedrio nel cap. 23, davanti a Felice nel cap. 24,
l'arringa davanti a Festo nel cap. 25 e davanti al re Agrippa nel cap. 26. Una
serie di apologie di Paolo che si difende, a differenza di Gesù che dice solo
brevi parole.
È interessante notare
la diversità delle situazioni: Paolo non è un pedissequo imitatore di Gesù.
Sente di avere in sé lo Spirito di Dio e, ispirandosi alla vita del Maestro,
vive le situazioni con propria responsabilità e si comporta con dignità e con
fermezza. Imita Gesù nella dignità, nel senso della giustizia, nella nobiltà
d'animo; però agisce in altro modo, nell'ampiezza e nel calore con cui difende
se stesso, nel tentativo di confondere gli avversari; e riesce a dividere il
Sinedrio facendo litigare fra loro i suoi accusatori.
Gesù testimonia in
brevissime parole la perseveranza nell'affermazione della propria missione e il
coraggio della parola: «Tu lo dici, tu dici che io sono re; vedrete il Figlio
dell'Uomo seduto alla destra della potenza di Dio ».
In tutti e due i
processi, vediamo che dietro a una parvenza di giustizia prevalgono interessi
personali, paure, scontri di ambizioni individuali o di gruppi. Sia Gesù che
Paolo sono sottoposti alle incertezze del giudizio umano; se Paolo poteva avere
qualche speranza - l'aveva sempre fomentata nelle sue lettere, là dove insiste
sul rispetto dell'autorità -, si accorge che il tornaconto personale, avido e
meschino, prevale anche in chi dovrebbe garantire il diritto.
Le sofferenze fisiche di Cristo e di Paolo
Le sofferenze di Gesù
sembrano molto più grandi perché sono descritte ampiamente nel resoconto della
Passione. Di Paolo si può solo intuire la situazione pesante dell'essere in
prigione: di fatto ha già avuto in precedenza sofferenze notevoli nelle
flagellazioni o nelle lapidazioni alle quali è stato sottoposto. Egli le
riferisce quasi considerandole come un avvenimento che si aspettava.
Paolo dà più rilievo
alle sofferenze morali, soprattutto alla solitudine. Questo aspetto è quello che
maggiormente indica cosa accomuna la nostra passione con la passione di Cristo e
di Paolo.
Certamente le sofferenze
morali più gravi che Cristo sopporta sono dovute all'abbandono totale in cui
viene lasciato da parte degli uomini. Tutti fuggono: solo Pietro lo segue da
lontano e poi lo rinnega. Gesù che in fondo si era abituato ad avere sempre
qualcuno che lo sosteneva - e questa è un'abitudine che ci si fa - si vede
rapidamente ridotto alla solitudine più estrema. La solitudine è accresciuta dal
misterioso abbandono di Dio che si esprime nel grido:
« Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato ». È stato scritto
moltissimo per cercare di comprendere che cosa significa.
Le pagine più
drammatiche e più belle sono forse quelle di Hans Urs von Balthasar nel suo
«Mistero pasquale»: egli cerca di interpretare, partendo da queste parole, il
venerdì santo di Gesù, l'oscurità che si abbatte nella sua anima e la discesa
agli inferi.
Balthasar parte dal
principio che possiamo interpretare la passione di Gesù a partire dalla passione
dei santi: comprendendo le oscurità, le desolazioni, i momenti drammatici di
esperienza di abbandono che i grandi santi hanno vissuto, possiamo cogliere
qualcosa di ciò che Gesù ha sperimentato prima di tutti, per tutti, a conforto e
sostegno di tutti.
Che cosa dire della
sofferenza morale di Paolo?
Paolo sperimenta lungo
la sua passio, intesa fino alla fine della sua vita, un abbandono progressivo
dei discepoli. Lui, che è così pieno di carica vitale, esce in affermazioni che
non riescono a nascondere che è stanco e ha l'impressione di aver sofferto al
limite delle forze; dice: «Cerca di venire presto da me sono parole di chi
veramente non ne può più - perché Dema mi ha abbandonato avendo preferito. il
secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia,
Tito in Dalmazia - come dire:
eccomi qua solo -. Solo Luca
è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero
». E continua: «Alessandro, il ramaio, mi ha procurato molti mali. Il Signore
gli renderà secondo le sue opere; guardatene anche tu, perché è stato un
accanito avversario della nostra predicazione. Nella mia difesa in tribunale
nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto
contro di loro» (2 Tim 4, 9-11.14-16). Quest'ultima è la frase più dura.
È un Paolo diverso da
quello che siamo abituati a conoscere; è stanco anche fisicamente, prostrato
dalla prigionia, come appare anche nelle altre lettere « pastorali» a Timoteo e
a Tito. A noi qui non interessa stabilire se questi scritti sono di sua mano, se
riportano frasi sue; li prendiamo come la Chiesa ce
li ha tramandati, come espressione della figura dell'Apostolo così come
la Chiesa primitiva l'ha conosciuta e ce la trasmette.
Certamente ci danno
l'immagine di un Paolo in parabola discendente. Non è più l'entusiasta della
lettera ai Galati, della lettera ai Romani, con le grandi sintesi teologiche. È
un uomo che lotta contro le difficoltà quotidiane, nella solitudine, e lascia
trapelare anche un certo pessimismo. Denuncia ciò che sta avvenendo e prevede
dei mali futuri; il tono oscuro e deplorativo ha preso il posto della speranza,
della baldanza, dell'ardore.
Questa prova attraverso
cui Paolo è passato, è una prova reale, nella quale riconosce che non ha più un
possesso completo delle sue forze, dell'ottimismo, dell'entusiasmo, ma deve fare
i conti con la fatica e l'accumularsi di pesi e delusioni. Dio ci vuole mostrare
in lui il segno che l'uomo viene purificato in tanti modi e questa è una
profonda forma di purificazione.
Ci possiamo chiedere
se Paolo abbia provato anche abbandono da parte di Dio, le tenebre interiori, la
desolazione, la notte dello spirito. Autobiograficamente non è possibile
determinarlo. Tuttavia, parla più volte delle forze oscure del male che cercano
di ottenebrare l'uomo, che lo insidiano e non lo risparmiano. Egli conosce,
quindi, queste potenze delle tenebre che insidiano continuamente l'intimo di
ciascuno di noi.
Se ci basiamo su
quello che Balthasar dice di Gesù, dobbiamo pensare che probabilmente anche
Paolo ha vissuto momenti in cui la fede è stata avvolta da tenebre e ha dovuto
camminare col solo ricordo di tutta la ricchezza posseduta e della forza di Dio
non più sensibilmente presente.
La passione del cristiano
Mi ha colpito, qualche
tempo fa, un libro che descrive la prova della fede di Teresa di Lisieux.
L'ultima parte della vita di questa santa è stata profondamente oscura e, dopo i
doni meravigliosi che aveva avuto da Dio, è entrata in uno stato quasi
incomprensibile. Ella stessa dice che è una prova dell'anima indicibile ed ha
quasi paura di parlarne. Poi scrive:
«Suppongo di essere
nata in un paese circondato da una bruma spessa, mai ho contemplato l'aspetto
ridente della natura inondata, trasfigurata dallo splendore del sole; ...d'un
tratto le tenebre che mi circondano, divengono più spesse, penetrano nell'anima
mia e la avviluppano in tal modo che non riesco più a ritrovare in essa
l'immagine così dolce della mia Patria: tutto è scomparso! Quando voglio
riposare il cuore stanco delle tenebre che lo circondano; ricordando il paese
luminoso al quale aspiro, il mio tormento raddoppia; mi pare che le tenebre,
assumendo la voce dei peccatori mi dicano facendosi beffe di me: Tu sogni la
luce, una patria dai profumi
più soavi, tu sogni di possedere eternamente il
Creatore di tutte queste meraviglie, credi di uscire un giorno dalle brume che
ti circondano. Vai avanti! Vai avanti! Rallegrati della morte che ti darà non
già ciò che speri, ma una notte più profonda, la notte del niente ». E ancora:
«Quando canto la! felicità del Cielo, il possesso eterno di Dio non provo gioia
alcuna, perché canto semplicemente ciò che voglio credere. A volte, è
vero, un minimo raggio scende a illuminare la mia notte, allora la prova si
interrompe per un attimo, ma subito dopo, il ricordo di questo raggio, invece di
rallegrarmi, rende ancora più fitte le mie tenebre ». «È l'agonia pura - dice il
30 settembre, giorno della morte - senza alcuna traccia di consolazione» .
Sono parole che ci
colpiscono. Forse una delle più -dure è quella riferita al processo di
beatificazione da una consorella che l'aveva sentita: «Se sapeste in quali
tenebre sono immersa; non credo nella vita eterna, mi sembra che dopo questa
vita mortale non vi sia più nulla. Tutto è scomparso per me, non mi rimane altro
che l'amore ».
Ha l'impressione di
non credere più, però sente che l'amore c'è: non è una contraddizione, è la
purificazione terribile della carità. Sono esperienze che fanno parte del
cammino cristiano.
Possiamo trovare anche in
altri santi confessioni di questo tipo.
S. Paolo della Croce
durante la sua ultima malattia esce in espressioni che fanno davvero pensare.
Confida a un confratello: «Oggi mi sentivo impeti gagliardissimi di andarmene
disperso e fuggiasco per queste selve, stimolato a gettarmi da una finestra -
quindi tentazioni di suicidio -, e continue gagliardissime tentazioni di
disperazione ». E
ancora: «Un'anima che ha
provato carezze celesti e poi si trova a dover stare del tempo spogliata di
tutto, anzi, arrivare a segno di trovarsi, a suo parere, abbandonata da Dio, che
Dio non la voglia più, non si curi più di lei e che sia molto sdegnato, onde le
pare che tutto ciò che fa una tal anima sia tutto malfatto. Ah, non so spiegarmi
come desidero! Le basti sapere che questa è una sorte quasi di pena di danno,
pena che supera ogni pena».
E poi; «L'impressione
di non avere più né fede né speranza né carità, di sentirsi come sperduto nel
profondo di un mare in tempesta senza avere chi gli porga una tavola per
sfuggire al naufragio, né dall'alto né dalla terra. Non ha nessun lume di Dio,
incapace di un minimo buon pensiero, incapace di trattare alcun argomento di
vita spirituale, desolato come i monti di Gelboe e sepolto nel ghiaccio. Nelle
orazioni stesse vocali non so far altro che passare i grani della corona».
Racconta un suo
confratello: «Entrando nella sua camera quando stava infermo, con voce da
muovere a compassione anche le tigri disse per tre volte: "Sono abbandonato" ».
Certamente conta molto
il carattere delle persone. Chi è molto sensibile in certi momenti di fatica, di
depressione e di malattia giunge a parlare così di sé. Comunque è vero che Dio
permette misteriosamente
nei suoi santi la prova
dell'abbandono. È una situazione reale e quando avviene deve farci pensare che è
il cammino percorso da Cristo sulla croce, percorso da Paolo e percorso da tanti
santi.
Paolo, scrivendo a
Timoteo, subito dopo aver detto: «Tutti mi hanno abbandonato» aveva affermato: «
Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza... Il Signore mi libererà
da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli
dei secoli» (2 Tim 4, 17-18).
La potenza dello
Spirito in lui gli aveva permesso di superare un momento in cui poteva essere
tentato addirittura di disperazione. Non possiamo però sapere se l'ultimo quarto
d'ora della sua vita sia stato un tempo di luminosità, di chiarezza, oppure di
tenebra. Il mistero del cammino umano va verso l'esperienza della morte.
Proprio per questo
dobbiamo riflettere su di noi, sulle sofferenze attraverso le quali altri
possono passare e sulla necessità di saper prestare aiuto. Un malato,
soprattutto grave, difficilmente apre il suo animo: forse solo a qualcuno di cui
ha piena fiducia. La missione è di suscitare questa fiducia per poter essere
collaboratori nelle prove contro la fede e contro la speranza che l'uomo
prossimo alla morte può vivere.
Si racconta che Teresa
di Gesù Bambino verso la fine della sua vita rimase in preda ad un' agitazione e
angoscia inesprimibili, che spaventarono le consorelle. La sentirono dire:
«Quanto bisogna pregare per gli agonizzanti! Se si sapesse! ».
Ecco come la vita dei
santi può aiutarci a penetrare meglio la passio Christi e la passio Pauli.
Come Paolo ha vissuto la comunione con la passione di Cristo
- Dalle lettere in cui
Paolo parla delle sue sofferenze ricaviamo, prima di tutto, che ha da Dio il
dono di viverle con grande spirito di fede, valutandone il significato
alla luce del piano salvifico. «...il Salvatore nostro Gesù Cristo... del quale
io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro. È questa la causa dei mali
che soffro» (2 Tim 1, 9-11).
Se soffro, soffro per
Cristo e « non me ne vergogne: so infatti a chi ho creduto e sono convinto che
egli è capace di conservare fino a quel giorno il deposito che mi è stato
affidato» (2 Tim 1, 12).
- Lo spirito di fede è
intriso di senso ecclesiale per ciò che soffre. « Ricordati che Gesù
Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti, secondo il mio Vangelo,
a causa del quale io soffro fino a portare le catene come un malfattore; ma la
parola di Dio non è incatenata! Perciò sopporto ogni cosa per gli eletti, perché
anch'essi raggiungano la salvezza che è in Cristo Gesù insieme alla gloria
eterna» (2 Tim 2, 8-10). lo soffro ma per gli altri, per tutta la Chiesa, per
l'opera di Cristo. «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo
nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo
che è la Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami
da Dio presso di voi: di realizzare la sua parola» (Col 1, 24-25).
Il profondissimo senso di
missione che è la molla interiore di tutto ciò che fa per la Chiesa, non lo
abbandona neanche in questi momenti, ma gli dà la grazia di considerarli come il
completamento del servizio che vuol compiere fino in fondo.
Domande per noi
Potremmo concludere
chiedendoci qual è il nostro
atteggiamento.
Innanzitutto dobbiamo
riconoscerci estremamente fragili, suscettibili di essere tentati, forse anche
in cose da poco e di dover passare per questi momenti difficili. Il senso della
fragilità è importante perché, altrimenti, rischiamo di parlare di queste cose
con facilità, e quando ci troviamo a viverle reagiamo in modo del tutto
contrario, cambiando, per così dire, mondo e linguaggio. La coscienza della
nostra fragilità ci permette di collegare meglio ciò che leggiamo con ciò che in
realtà viviamo.
Per questo è
necessaria la vigilanza di cui abbiamo già parlato e che Paolo ricorda spesso:
«E quando si dirà: pace e sicurezza, allora d'improvviso vi colpirà la rovina,
come le doglie di una donna incinta; e nessuno scamperà. Ma voi, fratelli, non
siete nelle tenebre, così che quel giorno possa sorprendervi come un ladro; V'pi
tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno; noi non siamo della
notte né delle
tenebre. Non dormiamo dunque
come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri» (1 Ts 5, .3-6).
«Rivestitevi con la
corazza della fede e della carità e avendo come elmo la speranza della salvezza»
(1 Ts 5, 8). «Rivestitevi dell'armatura di Dio per poter resistere alle insidie
del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e
di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo
mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Prendete perciò l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio
e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove» (Ef 6, 11-13).
L'esistenza cristiana è
una prova non da poco perché ci mette di fronte ad un avversario implacabile che
continuamente torna ad attaccarci. Quando consideriamo la realtà quotidiana, le
cose semplici di ogni giorno, questo linguaggio ci sembra eccessivo; ma se
andiamo più a fondo nella nostra storia, nella storia degli altri uomini, nelle
prove dolorosissime che la gente vive, nei problemi che portano all'angoscia e
alla disperazione, allora vediamo molto più chiaramente che il nemico dell'uomo
è all'opera. Esso cerca in tutte le maniere più semplici, più coperte, più
subdole, di portare ciascuno di noi a mancare di fede e di speranza,
suggerendoci una visione rassegnata della vita, senza la luce interpretativa del
piano salvifico di Dio. Continuamente vuol distruggere la scintilla della fede
che ci permette di vedere tutto come cammino di Dio in noi e cammino nostro
verso di lui.
Il Nuovo Testamento esorta
alla vigilanza e alla lotta, perché conosce benissimo la condizione umana e sa
che le prove sono riservate a tutti; quando pensiamo che sono passate, sono
invece più vicine che mai.
Chiediamo al Signore che nella riflessione sulla passione di Cristo e sulla passione di Paolo, sia dato anche a noi di camminare nella via di Dio e di stare in piedi, di resistere con coraggio nelle difficoltà, e di poter aiutare altri, molti altri, affinché non soccombano nella prova.