Carlo Maria Martini ![]()
Intercedere
Farsi carico dell’altro
«Ho deciso di vivere gli ultimi giorni della
mia vita qui, a Gerusalemme, in una incessante intercessione per i bisogni delle
mie sorelle e dei miei fratelli della Chiesa di Milano», scrive l’arcivescovo
emerito della diocesi ambrosiana. Il testo che pubblichiamo è la «lectio» da
lui tenuta alla Hebrew University di Gerusalemme, lo scorso 3 gennaio
Dall’inizio desidero dirvi di non aspettarvi da me una lezione formale. Io
sono troppo avanti negli anni per questo tipo di esercizio, e per molto tempo ho
lasciato il regolare contatto con la letteratura scientifica. Dunque, posso solo
offrirvi alcuni pochi pensieri che mi aiutano nella preghiera quotidiana. Per
questa ragione, pur tenendo come sottofondo l’intera problematica dell’intercessione,
il mio preciso oggetto sarà la preghiera di intercessione. Mi baso in
particolare su due scritti che costituiscono la mia principale fonte di
ispirazione: la Bibbia Ebraica o Tanach e il Secondo Testamento, chiamato anche
il Nuovo Testamento.
Desidero iniziare con le parole di Gesù tratte dall’Evangelo di Luca (Lc
10,21): «Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai
nascosto queste cose ai sapienti e agl’intelligenti e le hai rivelate ai
piccoli. Sì, Padre, perché così è piaciuto a te».
Testi simili a questo si trovano anche nella Tanach, precisamente in
Isaia 29,14: «Perirà la sapienza dei suoi sapienti e scomparirà l’intelligenza
degli intelligenti», o in Isaia 19,11-12: «Certamente stolti sono i prìncipi
di Tanis, i più sapienti dei consiglieri del faraone formano un consiglio
stupido. Come potete dire al faraone: 'Io sono discepolo dei sapienti, discepolo
di antichi regnanti'? Dove sono dunque i tuoi sapienti? Ti annuncino e facciano
conoscere ciò che progettò il Signore degli eserciti a proposito dell’Egitto».
Dietro a queste istanze vi è una opposizione: da una parte, il dotto e
il sapiente che pretendono di capire e, dall’altra, i piccoli e i fanciulli
che sono immagine del popolo pronto ad accettare le cose del regno di Dio con la
semplicità di un bambino. Nel suo duro linguaggio Paolo afferma: «Poiché,
infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo non conobbe Dio con la sapienza,
piacque a Dio di salvare quelli che credono con la stoltezza della
predicazione» (1 Cor 1,21).
1. Il sapiente e il dotto
Con questa distinzione in mente, consideriamo dapprima il sapiente ed il
dotto. Penso che la preghiera di intercessione è tra le cose che queste persone
sono inclini a considerare come insignificanti e persino assurde. Anche noi a
volte apparteniamo a questa categoria, quando pensiamo che la preghiera di
intercessione rimanga come sospesa nell’aria senza produrre frutto, o quando
la consideriamo di seconda classe, come devozionale, da compiersi semmai nei
ritagli di tempo.
Certamente il dotto ed il sapiente non obbietteranno al primitivo
significato latino del termine «intercedere», che è «camminare nel mezzo»,
pronto ad aiutare ciascuna delle due parti o ad interporsi in favore di una di
loro.
Potrebbero anche non obbiettare all’intercessione compiuta da una
persona verso un preciso uomo o donna o gruppo di persone. Vi sono molti esempi
in questo, nell’antica letteratura ed altrettanto nella Bibbia. Là, ad
esempio, Giuseppe domanda al capo dei coppieri del re d’Egitto di ricordarsi
di lui quando costui sarà uscito di prigione ed a parlare in suo favore al
Faraone (Gen 40,14) (il capo dei coppieri dimenticò poi di compiere ciò quando
fu liberato e reintegrato nel suo lavoro!).
Un uomo ed una donna possono parlare a nome di un altro uomo, o donna che
sia, ad una terza persona affinché quest’ultima cambi i propri progetti e una
sapiente intercessione può aiutare a trovare e a compiere una giusta decisione
o a rovesciare una decisione sbagliata.
Ma Dio non pone in essere decisioni sbagliate, e quindi, quando noi
veniamo alla preghiera di intercessione (cioè «stare alla presenza di Dio per
un’altra persona») domandiamo forse a Lui di intervenire e modificare la
situazione di quell’uomo o donna? Qui il sapiente e il dotto pongono molte
obbiezioni. Come può Dio essere mosso a cambiare il suo modo di pensare e
correggere una decisione sbagliata? La mente di Dio non è forse immodificabile
dall’inizio? Notiamo che questa obbiezione può essere portata a riguardo di
ogni preghiera di petizione, ma essa diventa molto forte nel caso dell’intercessione,
che è preghiera di petizione per altri.
Infatti Dio generalmente dona un aiuto con la libera collaborazione della
persona interessata. Quale può essere allora il senso dell’intrusione di
altre persone?
2. I piccoli
Ma contro il sapiente e il saggio stanno i piccoli, che ricevono dall’alto
il dono dell’intercessione e danno grande valore a questo atteggiamento che è
lo stare davanti a Dio per altri. Esso è presente in molti esempi biblici, da
Abramo che pregò per scongiurare la punizione di Sodoma (Gen 18,22-32), a Mosè
che intercedette per l’intero popolo di Israele (Es 32,11-13), ed anche per un
solo individuo come sua sorella Miriam (Nu 12,13); da Samuele che, nonostante l’avvenuta
rottura col popolo, promise di continuare ad intercedere per esso (1 Sam 12,23),
a Davide che pregò per la vita di suo figlio (2 Sam 12,16-17); da Amos che
pregò il Signore Dio di perdonare Giacobbe perché 'egli è così piccolo'
(Amos 7,1-6), a Geremia che disse al popolo di pregare per il benessere della
città in cui erano stati deportati (Ger 29,7) e così in molte altre
situazioni. Se noi potessimo considerare anche la letteratura
intertestamentaria, questi esempi si moltiplicherebbero.
Questa attitudine la sento personalmente di grande interesse perché, dopo
molti anni dedicati allo studio e all’insegnamento e a un ministero pubblico,
ho deciso di vivere gli ultimi giorni della mia vita qui, a Gerusalemme, in una
incessante intercessione per i bisogni delle mie sorelle e dei miei fratelli
della Chiesa di Milano, che ho avuto l’onore di servire come Arcivescovo per
più di ventidue anni, e per tutto il mondo e specialmente per le persone con le
quali vivo, ricordando le parole dell’apostolo Paolo: «I giudei prima, e poi
i greci». La preghiera di intercessione è dunque la mia prima priorità, la
mia principale quotidiana occupazione. Come allora io posso praticarla se è
considerata insignificante ed anche assurda?
Penso che questa sera siamo chiamati ad entrare nel cuore dei piccoli e
degli umili, nel cuore cioè della grande intercessione che abbiamo menzionato
or ora, cosicché possiamo intravedere quanto essi hanno compreso del valore di
questa preghiera.
3. Una rete di relazioni
Parto dallo scritto di una giovane ragazza ebrea, Etty Hillesum, morta ad
Auschwitz nel 1943 all’età di ventinove anni. All’inizio degli orrori della
Shoah, quando ormai regnava confusione e terrore fra gli Ebrei in Olanda
riguardo alla loro sorte, il giorno 11 di luglio del 1942 (quel giorno era
Shabbat), ella scrisse nel suo Diario: «Se Dio non mi aiuterà più,
allora sarò io ad aiutare Dio». E il giorno successivo, di domenica, ella
scrive una lunga preghiera nel suo diario, oltre ad altri pensieri: «Cercherò
di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso
promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè
che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dovere aiutare te, e in questo
modo aiutiamo noi stessi... Sembra che tu non possa far molto per modificare le
circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita… E quasi ad ogni
battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a
noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi».
Etty Hillesum scrisse questa pagina quando viveva il difficile passaggio
dall’ateismo alla fede e scopriva a poco a poco lo sconosciuto volto di Dio.
Ma queste parole, che possono creare sospetto alle menti formate in teologia,
contengono una grande verità: Dio vuole farci attenti al nostro prossimo. Dio
vuole non solo chiamarci alla solidarietà, la quale è definita come «un
accordo generale tra tutte le persone di un gruppo o tra gruppi differenti
poiché hanno un comune scopo» (cf. Longman, Dictionary of Contemporary
English). Dio vuole molto più di questo, egli desidera un reale
interessarsi degli uni per gli altri, un aversi a cuore, ad immagine della cura
di Dio per ognuno di noi. Egli è sempre pronto a porre ad ognuno di noi il
primordiale interrogativo che fu posto a Caino: «Dov’è tuo fratello Abele?»
(Gen 4,9).
Per questo il Signore spesso non mostra il suo volto, ma splende nell’aiuto
dato ad un altro. Ciò è chiaramente espresso nella parabola dell’ultimo
giudizio, nel vangelo di Matteo (25,31.46), dove il Signore dice a quelli che
hanno aiutato il prossimo: «Tu l’hai fatto a me» (25,40). Egli è presente
in ogni opera amorevole, in tutti i gesti di perdono, nell’impegno di coloro
che lottano contro la violenza, l’odio, la carestia, la sofferenza e via di
seguito.
Come dice Sant’Agostino: «Non rattristatevi o lamentatevi perché
nasceste in un tempo dove non potete più vedere Dio nella carne.
Egli infatti non ti tolse questo privilegio.
Come egli dice: Qualunque cosa voi fate ai miei fratelli, l’avete fatta
a me».
Coloro che hanno il dono dell’intercessione vedono la luce di Dio nel
volto di ogni essere umano. In altre parole noi possiamo dire che costoro
considerano il mondo come una grande rete di relazioni (nel linguaggio dei
computers il web), dove ciascuno è dipendente dagli altri.
Tutto ciò è espresso con forza nelle parole dello staretz Zosima, una
delle figure chiave del capolavoro di Dostoevskij, I fratelli Karamazov.
Queste sono le parole di padre Zosima: «Amate il popolo di Dio. Noi non siamo
più santi della gente del mondo perché siamo venuti qui e ci siamo chiusi fra
queste mura, ma anzi chiunque è venuto qui, già per il fatto di esserci
venuto, ha riconosciuto in se stesso di essere peggiore della gente del mondo e
di ogni uomo sulla Terra… E quanto più a lungo vivrà un monaco fra le sue
quattro mura, tanto più profondamente dovrà rendersene conto.
Poiché in caso contrario non valeva la pena che venisse quaggiù. Ma
quando riconoscerà non solo di essere peggiore di tutta la gente del mondo, ma
anche di essere colpevole di fronte a tutti gli uomini, sulla Terra intera, di
tutti i peccati universali e individuali, solo allora sarà raggiunto il fine
della nostra unione.
Giacché sappiate, miei cari, che ciascuno di noi è colpevole di tutto e
per tutti sulla Terra, questo è indubbio, non solo a causa della colpa comune
originaria, ma ciascuno individualmente, per tutti gli uomini e per ogni uomo
sulla Terra. Questa consapevolezza è il coronamento della vita di un monaco e
anzi di ogni uomo sulla Terra. Poiché i monaci non sono uomini diversi dagli
altri, ma sono soltanto come dovrebbero essere tutti sulla Terra.
Unicamente allora il nostro cuore si abbandonerà a un amore infinito,
universale, che non conosca mai appagamento. Allora ciascuno di noi avrà la
forza di conquistare con il suo amore il mondo intero e di purificare con le
proprie lacrime tutti i peccati…».
Ed egli così conclude: «Non siate superbi.
Non siate superbi con i piccoli, non siate superbi nemmeno con i grandi.
Non odiate chi vi respinge e disonora, chi vi ingiuria e calunnia. Non odiate
gli atei, né i cattivi maestri e i materialisti, neppure i malvagi fra loro –
per non parlare dei buoni giacché ve ne sono molti di buoni, specialmente ai
nostri tempi. Ricordateli così nella vostra preghiera: 'Salva, o Signore, tutti
coloro per i quali nessuno prega, salva anche quelli che non ti vogliono
pregare'. E aggiungete anche: 'Non per orgoglio ti prego, o Signore, perché
anch’io sono un vile peggio di tutto e di tutti…'».
Certamente questa interdipendenza, questa profonda e necessaria
interconnessione, per cui ognuno di noi è vincolato a tutti gli altri, è una
profondo mistero spirituale, che sarà manifestato nella sua pienezza nell’ultimo
giorno, quando la realtà di questo mondo sarà resa chiara a tutte le nazioni;
quando – ricordando le parole del profeta Isaia – il Signore «distruggerà
su questo monte il velo posto sulla faccia di tutti i popoli» (Is 25,7), allora
noi potremo capire quanto tutto è stato tessuto e tenuto insieme dal Signore di
tutti e che noi abbiamo formato insieme un grande web di relazioni reciproche.
Oggi noi siamo chiamati a riconoscere poco alla volta questa mutua
appartenenza, che caratterizza tutti i nostri atti, secondo il comandamento:
«Tu amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lev 19,18). Noi siamo chiamati ad
osservare questo comandamento non solo attraverso le nostre azioni, ma anche
nella preghiera di intercessione.
4. La preghiera di intercessione
Come spiegare ciò? Abbiamo visto che Dio stesso mostra nella Bibbia
quanto egli abbia a cuore la preghiera di intercessione.
Ma in questa preghiera noi non stiamo tentando di cambiare la mente di
Dio.
Secondo la comune interpretazione teologica, il significato della
preghiera di petizione e di quella di intercessione, non è di ottenere un
cambiamento della volontà di Dio, ma di far sì che la creatura abbia parte ai
doni di Dio. Dio ci concede di desiderare quanto egli vuole donarci.
Ma noi abbiamo notato che vi è molto di più. Vi è il fatto di una
mutua responsabilità, che deve essere espressa non solo attraverso l’agire,
ma anche per mezzo della preghiera. Dio ci vuole gli uni per gli altri, egli
desidera che mostriamo per gli altri interesse, compassione, carità, mutuo
aiuto, amore in ogni cosa. Dio vuole creare una grande unità nell’umanità,
attraverso l’essere gli uni per gli altri, come Lui è misteriosamente in se
stesso un perpetuo dono di sé.
Così una piena comunione è realizzata tra gli esseri umani. Coloro che
possono fare qualcosa per gli altri nel senso fisico, materiale, sono chiamati a
farlo. Tutti gli altri sono invitati a unire la loro preghiera in una grande
intercessione. Perciò la risposta soddisfacente riguardante la necessità della
preghiera di intercessione sta nel mistero del piano di Dio, che vuole questa
profonda comunione tra tutti i suoi figli. E Dio lo vuole perché egli è così,
colui che dà se stesso, che ha cura degli altri, che li ama fino alla morte (cf.
Gv 13,1).
Certamente l’intercessione presuppone che la persona che la compie sia
accetta al Signore, sia in un certo qual senso suo amico, come è detto di
Abramo, a cui Dio non volle nascondere nulla di quanto stava per fare (cf. Gen
18,17). L’intercessore è qualcuno che sceglie di vivere secondo il progetto
di Dio, che spera fermamente che esso si verifichi anche negli altri. È una
persona che ha cura realmente dei suoi fratelli e delle sue sorelle e desidera
che essi vivano secondo la volontà di Dio.
Perciò la presenza di molti intercessori è anche un mezzo per
realizzare una comunità che corrisponda al piano di Dio e promuovere il lavoro
di riconciliazione tra individui, popoli, culture e religioni e tra l’uomo e
il suo Dio.
Queste sono alcune delle ragioni per cui mi sento inclinato alla
preghiera di intercessione. Naturalmente so bene che la mia preghiera è molto
povera, pigra, spesso piena di distrazioni. Ma non di meno la considero come un
piccolo rigagnolo, che fluisce dentro il grande fiume che è l’intercessione
della Chiesa e delle persone buone di tutta l’umanità.
Questo grande fiume di intercessione fluisce e si immerge, per me come
cristiano, nel grande oceano dell’intercessione di Cristo, che «vive sempre
per intercedere» a nostro favore (cf. Eb 7,25; Rom 8,34). Così la mia piccola
intercessione è parte di un grande oceano di preghiera in cui il mondo viene
immerso e purificato.
Lo stesso grande scrittore della fine del diciannovesimo secolo che ho
citato prima, Dostoevskij, ci ha dato nello stesso libro una commovente
descrizione della preghiera di intercessione. Lo staretz Zosima dice a un
giovane: «Ragazzo, non scordare la preghiera. Nella tua preghiera, se è
sincera, trasparirà ogni volta un nuovo sentimento e una nuova idea che prima
ignoravi e che ti ridarà coraggio; e comprenderai che la preghiera educa.
Rammenta poi di ripetere dentro di te, ogni giorno, anzi ogni volta che
puoi: 'Signore, abbi pietà di tutti coloro che oggi sono comparsi dinanzi a te'.
Poiché a ogni ora, a ogni istante migliaia di uomini abbandonano la loro vita
su questa Terra e le loro anime si presentano al cospetto del Signore e quanti
di loro lasciano la Terra in solitudine, senza che lo si venga a sapere, perché
nessuno li piange né sa neppure se abbiano mai vissuto. Ma ecco che forse, dall’estremo
opposto della Terra, si leva allora la tua preghiera al Signore per l’anima di
questo morente, benché tu non lo conosca affatto né lui abbia conosciuto te.
Come si commuoverà la sua anima, quando comparirà timorosa dinanzi al
Signore, nel sentire in quell’istante che vi è qualcuno che prega anche per
lei, che sulla Terra è rimasto un essere umano che ama pure lei.
E lo sguardo di Dio sarà più benevolo verso entrambi, poiché se tu hai
avuto tanta pietà di quell’uomo, quanto più ne avrà Lui, che ha
infinitamente più misericordia e più amore di te. Egli perdonerà grazie a
te».
5. Sommario in 6 punti
Possiamo ora sintetizzare ciò che abbiamo cercato di dire.
1. La preghiera di intercessione appare come un non senso per le
persone che guardano solo a questo mondo e che misurano ogni cosa col metro dell’efficienza
materiale e del frutto visibile.
2. La preghiera di intercessione è un dono dello Spirito di Dio
che lavora per l’unità del piano divino per l’umanità. Questa preghiera è
pregna di significato e potente nella sua dinamica, specialmente nel campo della
riconciliazione tra gli uomini e tra l’uomo e il suo Dio.
3. La preghiera di intercessione è una conseguenza della legge
della mutua appartenenza e della mutua responsabilità.
Guarda all’unità del genere umano proponendo a ciascuno l’invito a
partecipare alle difficoltà e ai drammi di ogni essere umano e a cooperare al
piano di Dio per questo universo.
4. La preghiera di intercessione non consiste soltanto nel
raccomandare a Dio le intenzioni di molta gente, ma anche nel domandare il
perdono dei peccati dell’umanità e di ogni singola persona.
5. La preghiera di intercessione è una espressione della
struttura dell’essere. In essa il primato non è quello della persona che è
preoccupata della propria identità e benessere, ma quello della persona-in-relazione,
che è ha a cuore il bene-essere degli altri. In questo modo nasce un sistema di
relazioni attraverso il quale alcune persone possono portare i pesi degli altri
e soffrire per essi. Questa legge è molto misteriosa e perciò non sempre
considerata, ma è uno dei pilastri del piano di Dio. Da questa struttura dell’essere
deriva anche la possibilità e il valore di un vero dialogo interreligioso, dove
ciascuno accetta di riconoscere non soltanto il valore dell’altro, ma anche di
soppesare con pace le critiche che vengono fatte alla propria tradizione.
6. Da tutto questo deriva la necessità e l’urgenza della
preghiera di intercessione.
Essa è necessaria perché corrisponde all’intimo dell’Essere divino
e porta in questo mondo l’immagine del mondo a venire e del grande mistero che
sarà rivelato alla fine dei tempi. È urgente, perché la necessità dell’umanità
di superare oggi la violenza è terribilmente pressante e chiama all’azione
tutta la gente di buona volontà.
Padre Zosima: «Amate il popolo di Dio. Noi non siamo più santi della gente del mondo perché siamo venuti qui e ci siamo chiusi fra queste mura, ma anzi chiunque è venuto qui, già per il fatto di esserci venuto, ha riconosciuto in se stesso di essere peggiore della gente del mondo e di ogni uomo sulla Terra… E quanto più a lungo vivrà un monaco fra le sue quattro mura, tanto più profondamente dovrà rendersene conto»
I FRATELLI KARAMAZOV
È forse il romanzo più significativo di Dostoevskij. La sua
pubblicazione avvenne nel 1879-1880. La trama: Fëdor Karamazov è un padre
cinico, avaro, egoista, dominato dalla lussuria. È rimasto vedovo, ma
indifferente verso la funesta sorte delle mogli. Ha tre figli: il passionale
Dimitri, che un po’ gli assomiglia anche se è molto più problematico del
padre, il razionale, euclideo, colto, ateo Ivan, il religioso e buono Alësa.
Mentre Dimitri è figlio della prima moglie, Ivan e Alësa lo sono della
seconda. I figli sono in forte contrasto col padre e, quando questi viene
ucciso, l’accusa ricade su Dimitri, su cui gravano tutti gli indizi e che
spesso aveva minacciato il padre con violenza. L’omicidio è stato invece
materialmente eseguito da Smerdjakov, il servo epilettico, figlio illegittimo,
nato da una relazione di Fëdor con una demente. Il delitto matura tuttavia nell’atmosfera
di conflitto tra padre e figli e nella forte suggestione esercitata su
Smerdjakov dalle idee rivoluzionarie di Ivan Karamazov secondo cui «tutto è
permesso». Smerdjakov si impicca, Dimitri viene condannato ai lavori forzati,
Ivan si ammala gravemente.
Personaggio importante del romanzo è lo staretz Zosima, che incarna l’illuminato
dalla fede, la generosa dedizione di sé agli altri.
IL DIARIO DI ETTY
Etty Hillesum (Middelburg, 15 gennaio 1914 – Auschwitz, 30 novembre
1942) fu un’insegnante olandese. Seguì gli spostamenti del padre, professore
ebreo di lingue classiche. Abitò a Tiel, a Winschoten e a Deventer, dove passò
la adolescenza. Nel 1932 lasciò la scuola, dove il padre Louis era preside, per
laurearsi in giurisprudenza ad Amsterdam. Si iscrisse alla facoltà di Lingue
Slave e all’inizio della guerra si interessò di psicologia. Scrisse,
probabilmente su indicazione dello psicoterapeuta Julius Spier di cui diventò
segretaria ed amante, un diario degli ultimi due anni della sua vita. Nel 1942,
lavorando come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico, ebbe anche
la possibilità di salvarsi dai rastrellamenti nazisti, ma decise, forte delle
sue convinzioni umane e religiose, di condividere la sorte del suo popolo.
Assieme ai genitori e ai fratelli fu internata nel campo di Westerbork,
per poi essere trasferita ad Auschwitz. Mentre lei, i genitori e il fratello
Mischa morirono dopo poco tempo l’arrivo nel campo di sterminio, l’altro
fratello, Jaap, morì nell’aprile del ’45 a Lubben, in Germania, durante il
viaggio di ritorno a casa dopo la liberazione.
Diversamente da quanto accadde con il diario di Anna Frank, quello di
Etty Hillesum venne pubblicato solo nel 1981.