Carlo Maria Martini
LA SCUOLA DELLA PAROLA
RIFLESSIONI SUL SALMO "MISERERE"
OSCAR MONDADORI - 1985
| 1. Il punto di partenza | 2. Il riconoscimento della situazione | 3. Il dolore dei peccati | 4. La supplica |
|
La scelta del tema |
Verso la verità di noi stessi |
Il giudizio su di sé |
L'epic1esi dello Spirito |
|
Il Miserere |
Il dialogo con il Tu | La parte lesa | Una nuova creazione |
|
L'iniziativa divina |
Domande per noi | Il pianto di Pietro | La gioia cristiana |
|
Chi è Dio |
Domande per noi | La certezza del perdono | |
|
Domande per noi |
Domande per noi |
| 5. La confessione dei peccati | 6. La penitenza | 7. Testimoniare la misericordia |
| Il contenuto della confessione | Risonanze politiche del Salmo | L'esperienza del salmista |
| L'atmosfera della confessione: la «todà» | La penitenza | L'esperienza della Samaritana |
| Il valore del perdono | L'uomo Zaccheo | Proclamare la misericordia |
| Domande per noi | Gioia e proposta della penitenza | Incarnare la misericordia |
| Domande per noi | Implorare la misericordia | |
| Conclusione |
3
Il dolore dei peccati
Dal Vangelo secondo Luca: 22, 54-62
Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: «Anche questi era con lui ». Ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco! ». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di loro! ». Ma Pietro rispose: «No, non lo sono! ». Passata circa un'ora, un altro insisteva: «In verità, anche questo era con lui, è anche lui un Galileo ». Ma Pietro disse: « O uomo, non so quello che dici ». E, in quell'istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. All'ora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E uscito pianse amaramente.
Sei giusto quando parli,
retto nel
tuo giudizio.
Per completare la riflessione
sulla prima parte della sezione centrale del Salmo 50,
meditiamo sulle parole: « Sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio ».
Esse ci permettono di entrare nel tema del dolore dei peccati.
La parola « dolore », pronunciata
nel contesto del Sacramento della Riconciliazione, può evocare in noi una
sensazione di disagio o di insoddisfazione.
È il ricordo di sentimenti talora
spremuti a fatica; l'incertezza che ci può prendere se abbiamo avuto o non
abbiamo avuto veramente il dolore in qualche nostra confessione; il senso di
colpa per non riuscire, almeno ci sembra, a provare un dolore vivo dei peccati
commessi e il ritardare forse, per questo, la confessione.
Eppure, nel campo delle esperienze
corporee, il dolore è la più inevitabile, la più evidente, la meno artificiale
delle sensazioni: sento un dolòre nel corpo, malgrado non lo voglia.
Gli stessi dolori morali sono
qualcosa di molto reale dentro di noi: a volte ci opprimono fino a toglierei il
sonno.
Che cos'è dunque il dolore dei
peccati che sembra avere poco in comune con la sensazione, tanto viva e presente,
del dolore fisico o morale?
Il giudizio su di sé
Vorrei cominciare da qualche riflessione generale.
Ci sono degli atti, più o meno
gravi, che ciascuno vorrebbe non avere compiuto. Ci sono dei comportamenti,
magari poco appariscenti, che non corrispondono a come ciascuno vorrebbe essere:
modi di fare, di pensare, di rispondere, di agire.
Talvolta ci accorgiamo che non
dipendono nemmeno da noi e sono piuttosto il frutto di precedenti abitudini, di
sorpresa, di inavvertenza. Tuttavia hanno qualche aspetto di cui interiormente
sentiamo di non poterci vantare.
Questa capacità di giudizio su di
sé non è ancora il dolore dei peccati: ne è la premessa. Infatti non posso
pentirmi se non di qualcosa che insieme è mio e non va, l'ho fatto e non
l'approvo.
Il cammino della purificazione
cristiana presuppone la capacità di giudizio su di sé,
implica una dissociazione da qualche aspetto di noi che non approviamo.
Saper fare questo è un segno di
libertà in cammino, è un segno di maturazione umana e morale. C'è da dubitare di
una persona che accusa sempre gli altri e che è soddisfatta di sé in tutto. Se,
nelle nostre confessioni, siamo portati ad accusare gli altri ed a scusare noi,
riveliamo di non aver compiuto nemmeno il primo passo verso il pentimento
cristiano.
E d'altra parte è vero che, forse per una certa abitudine al Sacramento della Riconciliazione, il nostro
pentimento è a volte bloccato dal fatto che non siamo convinti fino in fondo di
dover imputare a noi stessi qualcosa che in noi non va. Non ci sentiamo di
ammettere del tutto che la colpa è nostra.
Più di frequente il pentimento è
bloccato perché non siamo affatto convinti che
quello che abbiamo fatto non andava fatto: magari la tradizione e la dottrina
dicono che è sbagliato ma interiormente sentiamo che non è vero. In questo caso
il dolore, il pentimento diventa faticoso, superficiale, artificiale.
Che cosa dobbiamo fare se ci
accorgiamo che il nostro pentimento non si scioglie, che è bloccato da questi
motivi che riguardano il giudizio preliminare su noi stessi?
È chiaro che il cammino da fare è
il passaggio da una valutazione frettolosa di noi ad una valutazione più
realistica e ponderata, attraverso la riflessione e la preghiera.
Invece di cominciare subito con la
confessione propriamente detta, può essere
opportuno cominciare ad instaurare un semplice colloquio amichevole che permette
di esprimere la difficoltà di fondo, di dare voce a questa difficoltà e di
farci aiutare a chiarirla. Sarebbe errato fermarsi alla difficoltà lasciandosi
ipnotizzare da essa.
Con queste tre riflessioni, siamo
ancora ai preliminari di quello che è il dolore
cristiano dei peccati: esso scatta e prende forma ad un livello superiore di
coscienza e vogliamo cercare di comprenderlo meditando le parole del Salmo 50.
La parte lesa
Che cosa vuol dire concretamente:
« Sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio? ». Noi interpretiamo
spontaneamente questo versetto mettendo Dio al posto di un giudice; vediamo
idealmente due parti convenute in giudizio e Dio nel mezzo.
Le due parti sono, nel caso del
riferimento storico del Salmo, Davide e Uria, il marito di Betsabea ucciso
proditoriamente per ordine di Davide. Dio sta nel mezzo come giudice imparziale
che dà torto a Davide e lo condanna. Il re accetta la condanna e allora dice a
Dio: Tu sei retto quando giudichi.
Questa interpretazione non è
cogente. Essa pone Dio come arbitro che condanna il peccatore alla morte, senza
possibilità di appello.
La realtà vissuta dal Salmo è
molto più profonda. Dio non è giudice: è parte lesa. Egli, che è il principio di
ogni fedeltà e di ogni amore, è stato leso mortalmente da Davide, è stato
violentato nei suoi diritti. Per questo rimprovera Davide e questi accetta il
rimprovero sapendo che il giudizio divino è giusto ed è quindi anche un giudizio
di perdono.
Dio, come parte offesa,
redarguisce Davide perché vuole la sua vita e non la sua morte: se ha tentato di
uccidere Dio, Dio lo vuole salvare.
È propriamente a questo punto che
scatta il pentimento biblico, il dolore dell'uomo: l'uomo si trova davanti a
Colui che ha leso, di cui ha respinto la fiducia e che di nuovo gli offre la
mano destra della sua fiducia.
Se noi chiediamo in che maniera
l'offesa fatta al prossimo raggiunge e lede Dio, Egli stesso ci risponderà dal
libro dell'Esodo, nella visione del roveto ardente. Il Faraone opprime gli Ebrei
e Dio, apparendo a Mosè, si costituisce patte lesa e inizia la sua azione contro
l'oppressore con queste parole: « Ho osservato la miseria del mio popolo in
Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le
sue sofferenze. Sono disceso per liberarlo» (Es. 3, 7-8 ).
Ci risponderà ancora il Vangelo di
Matteo, nella scena del giudizio universale,
dove Gesù si costituisce parte lesa ovunque un affamato non è nutrito e un
carcerato non è visitato: «In verità vi dico... non l'avete fatto a me » (cfr.
Mt. 25, 31-46).
Il pianto di Pietro
C'è un brano del Vangelo di Luca
che ci può fare cogliere più profondamente l'esperienza del dolore del peccato
che abbiamo meditato nelle parole di Davide. È l'episodio di Pietro che per tre
volte ha negata di conoscere Gesù: « In quell'istante, mentre ancora parlava, un
gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò
delle parole che il Signore gli aveva detto: "Prima che il gallo canti, oggi mi
rinnegherai tre volte". E uscito pianse amaramente» (Lc. 22,-54-62).
Perché Pietro scoppia in pianto?
Fino a quel momento aveva una
certa coscienza, anche se un po' annebbiata, di
avere fatto una cosa sbagliata, di essersi disonorato; di avere tradito un
amico.
Ma è solo quando Gesù lo incontra
e lo guarda che Pietro scoppia in pianto. In quel momento capisce una cosa sola:
io ho rinnegato quest'uomo e lui va a morire per me!
È la sovrabbondanza incredibile di
fiducia e di attenzione a chi l'ha demeritata, che fa scattare il contrasto.
Il dolore cristiano nasce dalla
percezione di questo contrasto, nasce dall'incontro con Colui che, offeso in sé
e nel suo amore per l'uomo, offre, come contraccambio, uno sguardo di amicizia.
Pensiamo che qualcosa di simile
sia avvenuto nella coscienza dell'attentatore di Giovanni Paolo II, all'ingresso
indifeso del Papa nella sua cella, al suo curvarsi pieno di simpatia, al suo
prestare ascolto come ad un amico.
Sono esperienze che non si possono
descrivere e che ciascuno di noi può però intuire.
Domande per noi
La rivelazione della colpevolezza del cristiano viene dall'incontro con Cristo, con la sua Parola e con la sua Persona. Questo incontro sblocca la rigidità del giudizio su di noi, giudizio sempre incerto e impacciato, e la scioglie in un vero pentimento, nel dispiacere interiore per avere offeso Cristo nella sua persona; nel dispiacere per la scorrettezza del nostro rapporto di amicizia, per l'infrazione del codice di onore e di tenerezza, per la disattenzione e il disprezzo di un rapporto prezioso. .
Possiamo chiederci:
- Per che cosa posso dire, in verità, dentro di me: « Contro di te, contro te solo ho peccato? ». Che cosa emerge nella mia coscienza quando rifletto su queste parole?
- Quali di queste cose che emergono sono lesioni dell'immagine di Dio in altri, sono rifiuto di attenzione, di ascolto, di aiuto, di stima? Ho colto, riesco a cogliere il rapporto tra la lesione di un altro e la lesione della mia amicizia e alleanza con Dio, che si è instaurata nel Battesimo e che vivo nell'Eucaristia?
- Sono consapevole della
potenza riabilitativa del mio perdono? Anch'io, come Gesù,
posso perdonare, posso fare rivivere, posso ridare fiducia e onorabilità.
Riesco a farlo? Invoco lo Spirito
Santo per essere, intorno a me, partecipe del potere riconciliatore di Cristo?
E possiamo dire insieme:
« Concedi, Signore, a noi che
cerchiamo la via della penitenza, di entrare nel giusto cammino e concedi che
questo entrare sia non soltanto per noi ma per tutta la città che spiritualmente
è qui presente e cammina con noi.
Tu, Signore, che hai donato il
dolore del peccato a Davide e a Pietro, concedi la grazia di un dolore profondo
a noi e alla nostra città per tutto ciò che ti offende».