Carlo Maria Martini
LA SCUOLA DELLA PAROLA
RIFLESSIONI SUL SALMO "MISERERE"
OSCAR MONDADORI - 1985
| 1. Il punto di partenza | 2. Il riconoscimento della situazione | 3. Il dolore dei peccati | 4. La supplica |
|
La scelta del tema |
Verso la verità di noi stessi |
Il giudizio su di sé |
L'epic1esi dello Spirito |
|
Il Miserere |
Il dialogo con il Tu | La parte lesa | Una nuova creazione |
|
L'iniziativa divina |
Domande per noi | Il pianto di Pietro | La gioia cristiana |
|
Chi è Dio |
Domande per noi | La certezza del perdono | |
|
Domande per noi |
Domande per noi |
| 5. La confessione dei peccati | 6. La penitenza | 7. Testimoniare la misericordia |
| Il contenuto della confessione | Risonanze politiche del Salmo | L'esperienza del salmista |
| L'atmosfera della confessione: la «todà» | La penitenza | L'esperienza della Samaritana |
| Il valore del perdono | L'uomo Zaccheo | Proclamare la misericordia |
| Domande per noi | Gioia e proposta della penitenza | Incarnare la misericordia |
| Domande per noi | Implorare la misericordia | |
| Conclusione |
5
La confessione dei peccati
Dal Vangelo secondo Luca: 18, 9-14
Disse ancora questa parabola per
alcuni the presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini
salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l'altro pubblicano. Il fariseo,
stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come,gli altri uomini, ladri, ingiusti,
adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e
pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermato si a distanza,
non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O
Dio, abbi pietà di me peccatore.
Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell'altro, perché chi
si esalta sarà umiliato
e chi si umilia sarà esaltato ».
Quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto.
A questo punto delle nostre.
riflessioni sul Salmo 50 siamo in grado di comprendere meglio in che cosa
propriamente consiste la « confessione» dei peccati.
Il tema è molto importante per il
nostro cammino di riconciliazione. D'altra parte l'accusa dei peccati che il
penitente è chiamato a fare di fronte alla Chiesa suscita sempre un senso di
disagio e pone diverse domande.
Cerchiamo innanzitutto di
specificare il disagio e le domande.
Il disagio per il contenuto
dell'accusa. Si crea non di rado, in noi, un impaccio perché non sappiamo cosa
dire, ci pare di non avere niente da dire. Ci rivolgiamo allora al sacerdote
dicendo: « Mi aiuti lei, io non ricordo, non so che cosa dire ».
Altre volte, al contrario, non
sappiamo come esprimerci: « Mi aiuti perché non so come dire, sono confuso, ho
dentro qualcosa di grosso ma non so proprio come dirlo ».
Il disagio che nasce dalla forma,
dall'atmosfera che assume la confessione. Facilmente diventa un'autoaccusa: Ho
commesso questo, ho fatto quest'altro, sono colpevole della tal cosa.
In un quadro più psicologico,
l'accusa sfocia in un'autocritica che rischia di
scivolare verso l'autogiustificazione. Mi sono cioè autocriticato così bene da
essere riuscito a chiarirmi a me stesso e praticamente non ho più bisogno del
perdono di Dio: il perdono diventa accessorio, aggiuntivo e di fatto così si
rinnega il Vangelo del perdono.
Oppure si cade nell'eccesso
opposto, nell'autolesionismo: ci si accusa allora senza fine, con una pervicacia, con una crudeltà verso se stessi che è segno di un non equilibrato senso
della confessione dei peccati.
Nascono quindi le domande sul
valore: che valore ha l'accusa dei peccati? Quale valore costruttivo della
personalità contiene? Perché è necessaria l'accusa?
Non è meglio lasciare che ciascuno
dica dentro di sé in maniera generica: ho peccato!?
Oppure non è meglio che lo
riconosca attraverso un gesto, battendosi il petto, senza entrare in un
dettaglio faticoso e talora fastidioso come è la confessione dei peccati?
Sono dunque problemi che
riguardano il contenuto, la forma, il valore dell'accusa.
Il contenuto della confessione
Nella nostra riflessione ci lasciamo guidare dal versetto 6 del Salmo 50 che abbiamo già meditato e che dice: « Quello che è male ai tuoi occhi, io l'ho fatto ».
La prima cosa che notiamo in
queste parole è che siamo di fronte ad un movimento dialogico. Qui non c'è autocritica: ho fatto male, ho fatto ciò che non dovevo, ho sbagliato.
Siamo piuttosto in un dialogo
intimo e personale: ho fatto ciò che ai tuoi occhi è male. Non ho fatto male soltanto contro la tua legge
ma quello che è male « ai tuoi occhi».
L'ambito non è di un solipsismo
accusatorio, di un autolesionismo chiuso in se stesso: l'ambito è di un dialogo
filiale con Colui che mi ama.
E tuttavia il dialogo appare
generico. Ci sembra generico come generiche sono altre espressioni del Salmo:
Riconosco la mia colpa (quale colpa?); il mio peccato mi sta sempre dinanzi (quale
peccato?); contro di te, contro te solo ho peccato.
Il Miserere, stranamente, non
specifica la realtà della colpa e del peccato e suscita in noi la domanda:
è necessario, è utile andare più in là?
Non potremmo fermarci a questa
dichiarazione generica che è, in fondo, anche quella del pubblicano del Vangelo:
« Dio, abbi pietà di me peccatore! »?
In realtà, la Sacra Scrittura ci
dà, in altri passi, degli esempi di confessioni meno generiche. In alcune pagine
abbastanza note, ad esempio nel cap. 9 del libro di Esdra, vediamo che, a
partire da un peccato specifico che riguarda il costume sociale del popolo di
Israele, segue prima un'accusa: Hanno profanato la stirpe santa con le
popolazioni locali, i magistrati e i capi sono stati i primi a darsi a questa
infedeltà. E poi nasce la preghiera di confessione: «Caddi in ginocchio, stesi
le mani al mio Signore e dissi: Mio Dio, sono confuso, ho vergogna di alzare la
faccia verso di Te, mio Dio, poiché le nostre colpe si sono moltiplicate fin
sopra la nostra testa» (9, 5-6) . Vengono quindi espresse tutte le conseguenze
di queste colpe e infine si riprende la descrizione specifica di quanto è
avvenuto: «Abbiamo abbandonato i tuoi comandi che avevi dato per mezzo dei tuoi
servi... il paese di cui andate a prendere possesso è un paese immondo... noi
non abbiamo obbedito ai tuoi comandi di purità, benché tu, Dio nostro, ci abbia
punito meno di quanto meritavamo ».
È un esempio, che sarebbe
interessante esaminare particolarmente, di una confessione specifica di ciò che
è avvenuto e di ciò di cui ci si pente.
Un'altra celebre confessione delle
ribellioni specifiche di Israele la troviamo al cap. 9 del libro di Neemia:
Tu sei un Dio pronto a perdonare, pietoso e misericordioso... Anche quando si sono fatti un vitello di metallo fuso e hanno detto: Ecco il tuo dio che ti ha fatto uscire dall'Egitto, e ti hanno insultato gravemente, tu, nella tua misericordia, non li hai abbandonati nel deserto (9, 17-19).
Ci sono dunque nella Scrittura,
qui e altrove, degli esempi di confessione dove l'accusa esprime la realtà di
cui ci si sente colpevoli davanti a Dio.
Se noi, dopo aver riflettuto su
questi esempi, ritorniamo al Salmo 50 e lo leggiamo nel contesto del Salterio in
cui è posto, ci accorgiamo che siamo anche qui di fronte ad un'accusa specifica,
ben determinata che si trova nel Salmo immediatamente precedente e che, con il
50, sembra costituire un'unità liturgica.
I Salmi 49 e 50 (50 e 51 nella
numerazione ebraica) erano, infatti, una liturgia penitenziale che iniziava con
l'accusa circostanziata da parte di Dio e con l'accettazione di questa accusa da
parte dell'uomo. Ascoltiamo la requisitoria che Dio fa nel Salmo 49:
Se vedi un ladro corri con lui e degli adulteri ti fai compagno. Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni, Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre. Hai fatto questo e dovrei tacere?.. (vv. 18 ss.).
Il Salmo 50 'emerge chiaramente come risposta: Riconosco la mia colpa... Contro di te, contro te solo ho peccato... sei giusto quando parli, retto nel tuo giudizio.
E poi segue la preghiera:
Purificami con issopo e sarò mondato... fammi sentire gioia e letizia.
Da tutte queste parole della
Scrittura, possiamo cogliere quanto sia la Parola di Dio che redarguisce l'uomo
e lo interpella sul suo peccato.
L'esame di coscienza - ora
possiamo coglierlo meglio - è il mettersi di fronte alla Parola di Dio non come
quadro etico di riferimento, ma come Parola che interpella, che rimprovera con
quella forza d'amore che le è propria per fare emergere la scintilla della
salvezza e la possibilità del perdono.
Il contenuto dell'accusa non è un
cercare a tastoni qua e là qualcosa da dire, non è il faticare nel dire, non si
sa come, qualcosa che abbiamo dentro: è un rispondere all'interpellanza della
Parola di Dio che ci illumina e ci rimprovera.
Lasciandoci interpellare e
rimproverare dalla Parola noi ci mettiamo nella condizione umile, semplice e
chiara di confessare: Sì, è vero, questo l'ho fatto, Signore: hai ragione, ma tu
crea in me un cuore nuovo!
Questo non vuole evidentemente
dire che l'accusa dialogica debba sempre riferirsi materialmente a una parola
del Vangelo. È una risposta a Dio che si rivolge a noi con amore e con forza.
Dio ci ama e per questo non ci blandisce, non ci lusinga con parole vane o
vanamente consolatorie, ma ci interpella con la forza della Scrittura, del
magistero della Chiesa, della parola di coloro che ci amano e ci parlano a nome
di Dio.
Il processo che cambia l'uomo in
verità non è un giostrare con peccati fittizi o con atteggiamenti imprendibili: è un metterei nel
quadro dell'Alleanza e riconoscere che l'Alleanza, come interpellanza di Dio, ci
trova spesso mancanti in questo dialogo di amore e richiede un dialogo di
pentimento e di riconciliazione.
L'atmosfera della confessione: la « todà »
Se leggiamo attentamente i Salmi
49 e 50, che abbiamo collegato in una unità liturgica, notiamo che la radice
ebraica a cui si fa riferimento per indicare la confessione, è una radice che
forse qualcuno di noi ricorda.
Chi, infatti, è stato in Terra
Santa, ha certamente sentito spesso la parola todà oppure todarabbà, che
vuol
dire: grazie.
Ogni volta che in Israele si
chiede un favore o si va a comperare qualche cosa, la risposta è: todà, grazie;
todarabbà, grazie tante.
Questa è la parola-chiave dei due
Salmi. Significa non solo «grazie» ma pure « lode», confessione di lode e
ancora confessione di peccato. La parola è sempre la medesima.
La riflessione sulle grandi
preghiere di accusa e di confessione che troviamo nella
Scrittura, come quelle di Esdra e di Neemia e poi quella del cap. 3 di Daniele,
ci fa scoprire che c'è una sintesi di lode, di ringraziamento e di accusa:
Mio Dio, sono confuso, ho vergogna di alzare la faccia verso di Te. Dal giorno dei nostri padri fino ad oggi siamo stati molto colpevoli. Ma nella nostra schiavitù Tu non ci hai abbandonato, Tu ci hai fatto rivivere, ci hai fatto grazia, hai liberato un resto di noi; il nostro Dio ha fatto brillare i nostri. occhi, ci ha dato un po' di sollievo nella nostra schiavitù (Esd. 9, 6-8).
La confessione e la lode si
alternano: l'atmosfera è quella della «confessio laudis» e della «confessio
vitae», della confessione di lode e della confessione della vita, non quella
dell'autolesionismo e dell'amarezza.
Del resto, chi conosce bene il libro delle Confessioni di S. Agostino, sa come
questo grande Santo, battezzato proprio qui, nell'antico battistero del Duomo,
ha potuto congiungere meravigliosamente, nella sua opera, la confessione di lode
con la confessione dei propri peccati.
Leggiamo un esempio ancora dalla preghiera di Neemia:
Alzatevi, benedite il Signore vostro Dio ora e sempre! Si benedica il Suo nome glorioso, che è esaltato al di sopra di ogni benedizione e di ogni lode... Tu, Tu solo sei il Signore. Ma noi ci siamo comportati con superbia: i nostri padri hanno indurito la loro cervice, si sono rifiutati di obbedire. Ma tu sei un Dio pronto a perdonare, pietoso e misericordioso... hai concesso il tuo spirito buono. Ma poi sono stati disobbedienti, si sono ribellati. Al tempo della loro angoscia hanno gridato à Te e Tu li hai ascoltati (cfr. Ne. 9).
Questa lunga preghiera è un
continuo intreccio di lode, di ringraziamento, accusa e
riconoscimento della colpa in cui l'uomo trova la sua verità, trova l'umiltà e
la gioia di riconoscere la sua povertà davanti a un Dio grande e buono.
Sarebbe anche bello soffermarsi a commentare, nello stesso senso, il cap. 3 del
libro di Daniele là dove è riportata la preghiera di Azaria:
Benedetto sei tu, Signore, Dio dei nostri padri, Tu sei giusto in tutto ciò che hai fatto. Noi abbiamo peccato, abbiamo agito da iniqui, allontanandoci da te; non abbiamo obbedito ai tuoi comandamenti. Potessimo essere accolti con il cuore contrito e lo spirito umiliato! (vv. 25 ss.).
La preghiera è simile al nostro
Salmo 50, ne riprende alcune espressioni ampliando il senso di lode e di
confessione del peccato. Il confessarsi nella lode era talmente abituale agli
Ebrei che persino il fariseo della parabola evangelica fa la sua
confessione partendo dalla lode: « Ti ringrazio, mio
Dio, perché non sono come gli altri uomini» (Lc. 18, 9-14).
L'errore del fariseo, che pure
inizia con la todà, sta nel congiungere la «confessio laudis » con la «
confessio vitae » e nel non mettere davanti alla misericordia e alla bontà di Dio la sua
povertà, quella povertà che invece riconosce il pubblicano,
con semplicità e coraggio: «Dio, abbi pietà di me peccatore! », che vuol dire:
Tu sei grande, misericordioso, potente e io sono povero. Tu mi salvi e io ti
lodo per la tua grande potenza. Ecco dunque l'atmosfera, il tono,
il ritmo che dovrebbe avere la nostra
confessione: l'atmosfera della todà.
Il valore del perdono
Personalmente mi è stato molto
utile, per chiarire i non pochi problemi riguardo al
tema del perdono di Dio o del giudizio salvifico di
Dio sull'uomo, distinguere, nel Nuovo Testamento, tre tempi.
Nel linguaggio neo-testamentario
si direbbe: tre « kairòi », tempi della Storia di salvezza, diversi l'uno
dall'altro, in cui Dio esercita il giudizio sull'uomo peccatore.
a) Un primo tempo è quello del
perdono battesimale.
È il perdono o condono esercitato
sull'uomo che fa il primo passo per entrare nell'Alleanza chiedendo il
Battesimo.
È il primo grande perdono di Dio
che si può chiamare meglio un condono « totale». Dio decide in assoluta gratuità
di concedere grazia e misericordia: non pone alcuna condizione, neppure un
minimo di buona condotta, perché tutti hanno peccato e tutti hanno bisogno della
misericordia divina.
Chiede soltanto la fede nel Figlio suo, Messia e Salvatore: se credi in Gesù
Cristo, fatti battezzare e sarai salvo.
Il peccatore è perdonato qui con
un perdono fondamentale e viene creato così di nuovo, viene fatto figlio, entra
nell'Alleanza. È un giudizio dall'Alto di assoluto condono rispetto alla
condizione umana di peccato.
b) Un secondo tempo è quello del
perdono penitenziale o del giudizio salvifico di perdono nel dialogo.
Una volta che l'uomo è entrato
nell'Alleanza con Dio rinascendo come cristiano nella Chiesa mediante il
Battesimo, se egli manca gravemente agli impegni della nuova Alleanza, ferisce
Dio, Cristo, la Chiesa e il giudizio di salvezza gli è offerto in un colloquio.
Mentre prima del Battesimo non occorre colloquio salvifico né accusa dei
peccati, per chi è già entrato nell'Alleanza il giudizio salvifico postula il
dialogo.
La Parola di Dio redarguisce
l'uomo che riconosce il suo torto specifico, si riconosce peccatore, chiede di
essere rinnovato dalla potenza dello Spirito («Crea in me, o Dio, un cuore
nuovo») e Dio ricrea il cuore del peccatore.
C'è quindi l'accusa del peccato e
l'atto di perdono . in un dialogo tra Dio e l'uomo che si svolge nell'ambito della Chiesa, di quella
comunità che è stata ferita dalla rottura dell'Alleanza.
c) Un terzo momento è quello del
giudizio retributivo. Il Nuovo Testamento vi accenna chiaramente e non
dobbiamo trascurarlo se non vogliamo svilire il dono di Dio.
Alla fine di una tappa storica,
alla fine di una esistenza singola, alla fine della storia, il Messia verrà come
giudice dei vivi e dei morti, per dare a ciascuno secondo la sua condotta. Nel
giudizio retributivo non c'è più condono né dialogo: c'è il giudizio secondo
verità.
La serietà del dialogo
penitenziale di accusa sta nel porsi giustamente, in maniera corretta, tra il
condono battesimale globale, in cui l'uomo è salvato con la semplice adesione di
fede a Cristo; e il giudizio finale in cui l'uomo viene ,rigorosamente pesato
secondo le sue opere.
Il dialogo, il perdono del
Sacramento della Riconciliazione sta in mezzo a queste due realtà e aiuta l'uomo
a crescere verso quella maturità che gli permette di presentarsi con fiducia al
giudizio di Dio.
C'è quindi una grande serietà in
questo dialogo penitenziale: in esso si rivela la bontà di Dio che,. mediante la
Chiesa, restituisce gradualmente l'uomo alla coscienza della sua dignità e lo
prepara a un giudizio divino che svelerà il miracolo di amore che Dio ha fatto
in ciascuno di noi, poveri peccatori.
Domande per noi
Propongo quattro domande per la riflessione personale.
- Mi lascio redarguire dalla Parola di Dio? Considero la Parola non soltanto come istruttiva, consolatori a ma anche come Parola che mi interpella e mi ammonisce, divenendo il punto di partenza del dialogo penitenziale?
- Vivo l'accusa dei peccati come vero dialogo con la Chiesa nell'ambito dell'Alleanza? O la vivo, invece, come monologo affrettato in cui faccio semplicemente un'autoaccusa, un autolesionismo che mi lascia freddo e amaro?
- So unire la «confessio vitae»
con la «confessio laudis », sia nella preparazione alla confessione che, talora,
nella confessione stessa, dicendo: desidero ringraziare Dio perché è stato buono
con me e di fronte a ciò che Egli ha fatto per me risalta ciò che io non ho
saputo fare per Lui o che ho fatto contro di Lui?
So unire la « confessio laudis »
con la « confessio vitae », in modo da rendere il mio dialogo ricco e vero come
il dialogo del Salmista, come il dialogo delle preghiere penitenziali
dell'Antico Testamento che abbiamo ricordato?
- So rimproverare altri? La
domanda forse può stupire: in realtà deriva come conseguenza sociale di ciò che
abbiamo detto, nell'ambito familiare, professionale e civile.
Capisco che la Parola di Dio non è
soltanto stimolo, consolazione ma è anche rimprovero, forte e pieno di amore? E
non c'è cosa più difficile che fare un rimprovero vero e pieno di amore!
Per questo molta gente, oggi,
preferisce passare sopra, preferisce lamentarsi,
criticare davanti o dietro le spalle, preferisce accusare vanamente e
genericamente. Sono pochi coloro che hanno la forza di fare un rimprovero
modellato sulla Parola di Dio, cioè vero, giusto, penetrante, capace di scuotere
e, insieme, pieno di amore, capace di instaurare un dialogo di speranza, un riconoscimento che accoglie,
che sa vedere ciò che si è fatto e quindi restituisce alla verità quella persona
che, forse, noi ci accontentiamo solo di denigrare o di criticare perché non
vogliamo veramente il suo bene.
Nel tempo del Nuovo Testamento era
molto comune la pratica della correzione fraterna, pratica che poi si diffuse
nella Chiesa mentre oggi sembra un po' dimenticata. « Se il tuo fratello ha
qualcosa contro di te, va' e correggilo da solo a solo e avrai guadagnato il tuo
fratello. »
Quante volte noi non facciamo così!
Quante volte non affrontiamo il nostro fratello con amore, per aiutarlo!
Abbiamo paura di amare così come
Dio ci ama.
Preghiamo allora gli uni per gli altri dicendo:
« Signore, aprici gli occhi perché
noi possiamo conoscere la ricchezza delle tue parole e possiamo esprimerla come
a te piace. Donaci. di ritrovare la gioia della tua presenza!
Signore, aiutaci a fare una
confessione sacramentale che ci riporti nella verità e ci dia la forza di
partecipare alla tua Parola che ama, rimprovera e salva! ».