PICCOLI GRANDI LIBRI  Carlo Maria Martini
vita di Mosč
vita di Gesł - esistenza pasquale

a cura di Pino Stancari
Borla 1984

Prima meditazione Seconda meditazione Terza meditazione Quarta meditazione

Le tre tappe della vita di Mosč
1. Dio prepara Mosč per una vocazione speciale
2. Un periodo
di generositą e di scacco
3. L'irruzione di Dio
nella vita di Mosč
Mosč e il roveto ardente

1. Che cosa fa Mosč?

2. Che cosa ascolta Mosč?

3. Che cosa intende Mosč?
Mosč, il faraone e noi

1. Chi č il faraone in noi?

2. Chi č Mosč in noi?

3. L'indurimento del faraone
Il passaggio del Mar Rosso

1. La notte del terrore
2. Che cosa farą Mosč?
3. Il passaggio del Mar Rosso
4. Il canto pasquale dei battezzati
Quinta meditazione Sesta meditazione Settima meditazione Ottava meditazione
Mosč: servo di Dio
1. I servizi resi da Mosč
2. La vita cristiana
č vita di servizio
3. I momenti e i gradi dell'esistenza diaconale
Mosč:
«Propheta traditus»

1. Le sofferenze di Mosč

2. Gesł: il servo sofferente
 
Morte di Mosč
e morte di Gesł
Pasqua di Maria
e Pasqua del cristiano
1. La morte di Mosč
2. La morte di Gesł
3. La Pasqua di Maria
4. Le Pasque del cristiano
Mosč e il popolo
1. Mosč:
l'uomo dei grandi numeri
2. Gesł e la Maddalena
3. La parola si fa piccola
4. Gesł risorto

Prefazione

Come gią il volumetto del P. Martini precedentemente pubblicato in questa collana, dal titolo Il Vangelo secondo Giovanni nell' esperienza degli Esercizi Spirituali, anche il presente lavoro deriva dall'intenzione di realizzare una lettura della Parola di Dio che corrisponda all'itinerario spirituale degli Esercizi ignaziani. In ogni caso, il testo che qui si presenta, per quanto energicamente potato e riordinato, risente ancora del tono discorsivo e di certi riferimenti linguistici, che rievocano immediatamente l'occasione viva da cui esso ha tratto origine.
Non desidero ripetere qui le considerazioni svolte a prefazione del volumetto dedicato al Vangelo secondo Giovanni, in merito alla lettura della S. Scrittura nel quadro degli Esercizi Spirituali. Mi sembra piuttosto interessante notare che, a distanza di alcuni anni dal corso di Esercizi che stava all'origine dello scritto sul quarto Vangelo, il P. Martini č andato maturando una metodologia di «lettura» ancor pił distesa, pił fluida e soprattutto pił coerentemente «biblica», nel senso che essa č tanto pił aderente al testo scritturistico nelle sue movenze interne, quanto pił si fa sciolta e libera nell'invenzione spirituale.
Vorrei ora semplicemente dichiarare quelle che a me paiono le note di fondo pił significative di questo nuovo volumetto del P. Martini.
Innanzi tutto bisogna segnalare il fatto che abbiamo tra le mani un corso di Esercizi Spirituali tutto dedicato all'ascolto di pagine dell'Antico Testamento. Una simile attenzione agli scritti della prima alleanza sarebbe sembrata molto strana fino a non molti anni fa. Č innegabile, d'altra parte, che questa Vita di Mosč svolge appieno tutto l'itinerario della conversione cristiana. Il P. Martini ci dą qui una dimostrazione coraggiosa ed esemplare di come l'ascolto dell'Antico Testamento, ricevuto dal seno e nel seno della tradizione cristiana, č gią in grado di maturare frutti rigorosamente evangelici.
Ritengo importante constatare, poi, come questa Vita di Mosč segua con estremo rispetto l'andamento del testo biblico, caratterizzandosi meglio come vera e propria «lettura biblica» che non come una lettura per temi, funzionali ad un quadro teologico-parenetico a sé stante: nel nostro caso il grande piano degli Esercizi Spirituali. Eppure, sembra proprio che questa maggiore disinvoltura dell'autore nell'uso della S. Scrittura valorizzi, ben pił di quanto apparentemente non trascuri, la sapienza e la struttura del metodo ignaziano. Val la pena di ricordare, tra l'altro, che proprio la libertą d'ascolto nell'approccio al testo biblico aveva probabilmente suggerito al P. Martini di consegnare a specifici «momenti ignaziani» quelle considerazioni particolari che dovevano aiutare il quotidiano lavoro degli esercitanti (l). Le pagine dedicate a tali «momenti ignaziani », riportate nel testo originario, sono state integralmente espunte nella presente stesura, lasciando cosi che la lettura biblica si svolga nella sua compatta unitą interna.
Il P. Martini fa sovente riferimento alle tradizioni del midrash ebraico, come pure alle letture patristiche della S. Scrittura, in particolare a san Gregario Nisseno, autore di una famosa Vita di Mosč; egli ricorda pure, in passaggi non pił reperibili in questo volumetto, esempi recenti di lettura biblica da cui egli stesso ha tratto stimolo e spunto di approfondimento spirituale. Č appunto nel solco della tradizione spirituale che lega i fedeli al testo sacro, che anche questa Vita di Mosč, fatte le debite proporzioni, si inserisce. Anch'essa, infatti, non č altro che un momento di quella grande conversazione sulla Parola che č la tradizione del Popolo di Dio: tradizione che passa attraverso i grandi commentatori d'Israele e della Chiesa antica e moderna, ma anche tradizione che vive nell'ascolto fervoroso e fedele di tutti i semplici credenti che si alimentano con una quotidiana lectio divina alle fonti della rivelazione.

1 novembre 1980 Comunione dei Santi del cielo e della terra

PINO STANCARI s.j.

[1] Questo volumetto č nato come rielaborazione di un testo primitivo, gią stampato a cura del « Centro ignaziano di spiritualitą », che fu a sua volta ricavato dalla registrazione su nastro di un corso di Esercizi Spirituali, dato dal P. Carlo M. Martini ad un gruppo di confratelli gesuiti nell'agosto del 1978.

Introduzione

Vorrei cominciare questo ritiro nella calma; perciņ tenteremo di entrarvi insieme a piccoli passi.
In questo nostro primo incontro vorrei accennare brevemente al tema di cui ci occuperemo in questi Esercizi Spirituali, e al perché di questo tema; inoltre vorrei suggerire qualche lettura spirituale utile a tutti noi, perché assumiamo progressivamente un ritmo di vita che serva alla ricerca spirituale di questi giorni.

Mosč e noi nella vita della Chiesa

Dico subito qualcosa sul nostro tema: «la vita di Mosč ». Perché la vita di Mosč? Mi sono detto: gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio sono caratterizzati da meditazioni sulla Storia della Salvezza. Ho pensato: Mosč č un uomo che ha vissuto una storia di salvezza, percorrendo egli stesso un certo itinerario e facendolo percorrere alla sua gente. Siamo quindi nella linea dell'«itinerario», che č l'intuizione fondamentale degli Esercizi: si tratta di partire da un certo punto per arrivare ad un altro.
Mosč č il simbolo di quell'itinerario in cui la Chiesa pone il momento centrale della sua memoria battesimale, l'itinerario che tutti ripercorriamo nella notte di Pasqua, che č la notte della Chiesa, la notte del cristiano, la notte in cui passiamo il Mar Rosso: quella del nostro battesimo, della nostra conversione, del nostro primo passo avanti verso il Signore. Contemplando Mosč, noi meditiamo sulla memoria battesimale della Chiesa, sull'origine di tutta la liturgia, che risale appunto alla notte di Pasqua e che si svilupperą fino all'eucaristia; e in questa celebrazione memoriale del passaggio del Mar Rosso leggiamo il passaggio di Cristo dal sepolcro alla resurrezione e quello nostro dalla morte alla vita.
La centralitą di questo personaggio č indicata anche dal Nuovo Testamento. Mosč vi č citato ben 80 volte: segno che egli era presente nella mente degli antichi scrittori, soprattutto in vista del rapporto di esemplaritą tra Mosč e Gesł. Nell'unica manifestazione gloriosa che Gesł fa di sé nella vita pubblica, Mosč appare insieme con Elia (e quest'ultimo č menzionato 30 volte nel Nuovo Testamento). Quindi Mosč č una figura chiave; insieme con Elia č il punto di partenza per capire Gesł.
Oltre al Nuovo Testamento, poi, c'č la Chiesa primitiva; ci sono i Padri; c'č la Sinagoga, la cui liturgia č un formidabile bacino di riserva per la memoria del popolo di Dio, al quale anche oggi noi possiamo attingere con frutto.
Vediamo per ora, a grandissime linee, come la Chiesa primitiva ha parlato di Mosč. Accenno piuttosto in fretta alle citazioni di Giustino nell'Apologetico e nel Dialogo, e alla Lettera di Barnaba, che spesso parla di Mosč. Soprattutto cito il grande Gregorio Nisseno, con il suo De Vita Moysis, un intero libro sulla vita di Mosč. Gregorio č uno dei classici della letteratura patristica, tanto classico
che, quando nel 1943 i Padri De Lubac e Daniélou hanno iniziato le famose «Sources Chrétiennes », il primo volume č stato proprio quello della Vita di Mosč, che ha per sottotitolo: «Trattato della perfezione in materia di virtł ». Mosč č presentato come il modello della perfezione cristiana. Il libro si divide in due parti: la prima č chiamata la « historia », in cui si narra la storia secondo la Bibbia con l'aggiunta di alcuni particolari un po' fantasiosi, raccolti da varie tradizioni; la seconda parte č la «theoria», ossia la contemplazione del significato di Mosč per la vita cristiana secondo l'interpretazione dei Padri orientali. Questa parte č la pił lunga; tutta la storia di Mosč, infatti, viene applicata al cristianesimo, fino a dire che Mosč siamo noi: Mosč sei tu. Dobbiamo entrare nei nostri Esercizi Spirituali con questo atteggiamento: Mosč sono io.

Mosč e la tradizione giudaica

Gregorio Nisseno aveva avuto un illustre predecessore nel giudaismo: Filone. Questi, tra le altre opere, ha scritto una vita di Mosč dove, raccogliendo tutte le tradizioni, presenta per i greci (ad Graecos) Mosč come il pił grande filosofo che visse prima di Platone, anzi prima di Omero, come l'uomo che passa imperterrito attraverso le bufere della vita.
Anche la tradizione rabbinica ha molto parlato di Mosč, specialmente a partire da Gesł. Mosč č diventato sempre pił il rappresentante del rabbinismo sopravvissuto alla distruzione del Tempio.
Tutta la tradizione moderna ebraica vive di Mosč. Ci sono, poi, delle bellissime reinterpretazioni midrashiche, che si sono occupate di Mosč con grande
amore, descrivendolo mediante storielle che forse
ci fanno ridere - ne citeremo alcune in questi giorni -, ma di cui bisogna pur riconoscere la profondissima pedagogia. Č proprio attraverso queste storielle inventate, che si č trasmesso un vero tesoro di sapienza umana e religiosa.
Queste tradizioni fanno uso di uno stile libero, dato che per esse non č tanto importante se i fatti sono avvenuti o no, bensģ ciņ che essi significano per la vita dell'uomo. Questo vale per il midrash, come pure per Gregorio e per Filone; e questo vale anche per noi. Anch'io userņ uno stile un po' midrashico nelle mie meditazioni; insomma, non tutto quello che dirņ si ritrova nella Bibbia ad litteram, ma, seguendo l'esempio di questi grandi predecessori, cercheremo piuttosto di domandarci: che cosa ha pensato Mosč a questo punto, quali sono state le sue difficoltą, quali i suoi problemi, e cosi via.

Mosč ci aiuta a capire meglio Gesł

Ed ora veniamo al titolo da dare a questi Esercizi Spirituali.
Sarą questo:« Vita di Mosč. Vita di Gesł. Esistenza pasquale ». Sono i tre piani della nostra riflessione. Noi non spasimiamo per la vita di Mosč come tale, ma la vita di Mosč ci interessa per capire meglio la vita di Gesł e per capire meglio l'esistenza pasquale del cristiano. Questa frase" ve ne ricorderą certamente un'altra, che si trova negli Esercizi di Sant'Ignazio nella Meditazione del Regno: «La contemplazione di un re temporale giova a contemplare la vita del Re eterno» (ES, n. 91). Nel nostro caso, sarą la contemplazione della vita di Mosč che ci aiuta a contemplare la vita del Re eterno, che
č Gesł, e la nostra esistenza in lui. Dunque non trattiamo tutto di Mosč; per esempio non trattiamo di Mosč come legislatore, quale fu pił spesso considerato e citato, non come sacerdote, non come uomo dell'alleanza: tutti questi aspetti li lasciamo da parte.
Dice Filone, all'inizio della sua opera:« Ho concepito il progetto di scrivere la vita di Mosč, che viene considerato ora come il legislatore dei Giudei, ora come l'interprete delle sante Leggi, ora un uomo in ogni parte eccellente e perfetto». Ciņ che interessava Filone era appunto il legislatore Mosč. Invece Gregorio, cominciando il suo libro, dice: Č molto bello meditare sui nostri padri, per apprendere la via della virtł; perciņ « noi ci contenteremo di ricordare la vita di questo personaggio illustre (di Mosč) per fargli adempiere l'ufficio di mostrare come sia possibile far giungere l'anima al porto pacifico della virtł, dove essa non sarą pił esposta alle tempeste della vita e non rischierą pił di fare
naufragio negli abissi del peccato », sotto lo shock delle onde delle passioni. Mosč č quindi, per Gregario, l'uomo che ha saputo guidare se stesso alla vita perfetta attraverso le vicende del mondo (mi sembra qui di vedere un certo influsso stoico). In ogni caso, quello che a noi interessa č l'aspetto pił specificamente storico-salvifico di Mosč, che vede in lui l'uomo della Pasqua.
Che cosa vuol dire «uomo della Pasqua»? Vuol dire uomo del «passaggio»: uomo che č passato lui stesso da una esperienza all'altra nella sua vita, tra grandi, dolorosi e veramente sconvolgenti avvenimenti; l'uomo che č passato e ha fatto passare il suo popolo da una esistenza all'altra; l'uomo che č legato con tutta la sua vita all'iniziativa del passaggio di Dio, della Pasqua di Dio. Perciņ Mosč, uo
mo della Pasqua, ci aiuterą a capire Gesł nostra Pasqua, che č passato per noi attraverso la morte, per far passare anche noi e per essere nostra Pasqua di resurrezione; ci aiuterą a capire la vita cristiana come vita pasquale, cioč come vita di coloro che in grazia di Dio cantano il cantico di Mosč sulle rive del Mar Rosso: Dio ci ha salvati, ci ha fatti passare dalla. schiavitł del faraone alla libertą della terra promessa.

Meditando le parole rivelate

Il nostro metodo sarą molto semplice: vi proporrņ delle semplici riflessioni, delle lectiones divinae su qualche pagina, soprattutto dell'Esodo e dei Numeri, letta alla luce del Nuovo Testamento, per capire meglio la vita di Gesł e la vita pasquale del cristiano. Il testo fondamentale, che va tenuto presente qui e che ci conforta in questa nostra impresa, č 1 Cor 10, 1ss.: «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nuvola, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosč nella nuvola e nel mare ». Si tratta, quindi, di rivivere quella storia di salvezza attraverso cui tutti gią siamo passati: infatti, con i nostri padri c'eravamo anche noi, come dice il ritornello dell'aggadą di Pasqua, che risuona nella cerimonia ebraica del banchetto pasquale. Lģ al Mar Rosso c'ero anch'io; anche io l'ho attraversato; e se sono qui oggi a celebrare questa Pasqua č perché anch'io ero con Mosč.
Č con questo spirito che leggeremo i nostri testi, perché
- come dice Paolo - «ciņ avvenne come esempio per noi »; quanto in essi sta scritto, dunque, č destinato alla nostra utilitą. Quali sono i testi? Ve li indicherņ man mano che procederemo nel nostro lavoro, precisando fin da adesso che ho scelto i principali testi su Mosč di tutte le tradizioni, omettendo perņ tutti i testi legislativi.
E concludo con un passo di Gregorio Nisseno: «Ci vorrą una meditazione attenta, ci vorrą una vita penetrante per discernere, al di lą della lettera della storia, da quali Caldei, da quali Egiziani dobbiamo allontanarci. E dopo essere sfuggiti a quella prigionia di Babilonia, noi potremo giungere alla vita felice» .

 

prima meditazione
Le tre tappe della vita di Mosč

Prima di dare inizio a questa meditazione voglio suggerirvi una domanda, che ognuno deve fare a se stesso: Perché sono venuto qui e partecipo a questo corso di Esercizi Spirituali? Credo che ognuno potrą dare una risposta: ognuno troverą le proprie motivazioni. In fondo questa domanda, che sottostą alla meditazione che vi esporrņ, si puņ esprimere anche cosģ: Dove sono, in quale situazione mi trovo, e che cosa caratterizza la mia situazione presente? Č questa la domanda che dovrebbe scaturire dalla lettura dei brani che ora vi propongo.

Una divisione che si trova gią nelle Scritture

Vorrei prendere il via da una pagina degli Atti degli Apostoli, in cui si trovano enunciate ed individuate le cosiddette « tre tappe» della vita di Mosč (cfr. At. 7,20-43).
La tradizione d'Israele gią precedentemente aveva suddiviso la vita di Mosč in tre tappe di quarant'anni ciascuna. Appare qui quel tipico gioco del simbolo, che č proprio della Scrittura. L'idea č quella di tre grandi periodi completi. Č un'idea che sarą comunemente ripresa in quella memoria vivente d'Israele che č la tradizione rabbinica.
La citazione che vi leggo č presa da un midrash a proposito di Deut. 34, 7. Questo passo dice che Mosč aveva circa 120 anni quando morģ, e il commento č il seguente: «Egli fu uno dei quattro che vissero 120 anni. Essi sono: Hillel l'anziano, Rabban Johnatan Ben Zakai e Rabbi Akiba ». Il quarto č Mosč. Poi il testo rabbinico continua: «Mosč passņ 40 anni in Egitto, passņ 40 anni in Madian e servģ Israele per 40 anni. Hillel l'anziano venne da Babilonia all'etą di 40 anni, serv1 i saggi per 40 anni e serv1 Israele per 40 anni. Rabban Johnatan Ben Zakai si occupņ di affari di questo mondo per 40 anni, servģ i saggi per 40 anni e servģ Israele per 40 anni. Rabbi Akiba cominciņ a imparare la Torah all'etą di 40 anni, servģ i saggi per 40 anni e servģ Israele per 40 anni ».
Vedete dunque il tipico e schematico modo di dividere la vita di questi quattro grandi uomini in periodi di 40 anni ciascuno. Č quel che troviamo pure negli Atti degli Apostoli (7,20 ss.), quando Stefano nel suo discorso vuole sintetizzare la vita di Mosč. Il nostro schema appare col v. 23: «Quando furono compiuti 40 anni, salģ nel suo cuore l'idea di visitare i fratelli, che erano i figli di Israele ». Poi al v. 30 dice: «Compiuti altri 40 anni, gli apparve nel deserto del Sinai un angelo in fiamma di fuoco ». Ecco quindi i tre periodi di Mosč: nei primi 40 anni Mosč sta alla scuola del faraone; nel secondo periodo di 40 anni Mosč decide di visitare i fratelli e fugge nel deserto; il terzo periodo di 40 anni comincia con il roveto ardente e va fino alla fine della sua vita. Questo č il quadro complessivo della vita di Mosč.
Cerchiamo ora di dare uno sguardo globale a que
sta vita di Mosč, chiedendoci che cosa significhino questi tre periodi di 40 anni ciascuno: d'altronde, come abbiamo visto, anche il detto rabbinico insiste su questo stesso schema, riferito anche ad altri grandi uomini d'Israele. La meditazione che vi propongo sarą una semplice lettura degli Atti degli Apostoli nei passi in cui si dą la descrizione di ciascuno di questi tre periodi. Leggiamo il v. 20: «In quel tempo nacque Mosč e piacque a Dio; egli fu allevato per tre mesi nella casa paterna, poi, essendo stato esposto, lo raccolse la figlia del faraone e lo allevņ come figlio. Cosģ Mosč venne istruito in tutta la sapienza degli Egiziani ed era potente nelle parole e nelle opere. Quando stava per compiere i 40 anni. . . ». E qui comincia il secondo periodo.

1. Dio prepara Mosč per una vocazione speciale

Qual č la caratteristica del primo periodo della vita di Mosč, come viene descritto sinteticamente negli Atti degli Apostoli e un po' pił ampiamente nel cap. 2 dell'Esodo? Seguendo le indicazioni del brano citato, caratterizzerei questo periodo cosģ: 1) Mosč č oggetto di una speciale provvidenza di Dio; 2) Mosč č sottoposto ad un'educazione raffinata. Questo il senso di ciņ che viene detto in questi versetti.
Mosč č oggetto di una speciale provvidenza di Dio che lo salva: ecco il significato della storia di Mosč bambino. Mosč č in pericolo di vita, doveva essere ucciso, sarebbe stato travolto dalle acque del fiume, e invece viene salvato. Mosč č sottoposto ad un'educazione raffinata: «Venne istruito in tutta la sapienza degli Egiziani », cioč, secondo il testo greco (epaideuthe), fu sottoposto alla paideia egiziana, quella iniziazione e istruzione progressiva e ragionata che formava il modello dell'educazione del tempo.
Per caricare la dose il testo aggiunge:
pase sofia Aigyption, «in tutta la sapienza degli Egiziani». Voi sapete che cosa era la sapienza degli Egiziani nel mondo di allora: era la grande sapienza, la sapienza proverbiale, la pił antica, tanto che i Greci andavano a scuola dagli Egiziani, per capire i loro segreti. Il testo dice: pase sofia, cioč in tutta questa sapienza »: la sapienza politica di un impero molto bene organizzato; la sapienza economica di una grande struttura sociale e commerciale; la sapienza tecnica (si pensi alle piramidi e all'arte di costruire immensi edifici e templi formidabili); infine la sapienza culturale, che esprimeva un'altissima raffinatezza di vita. Mosč, dice il testo, fu introdotto in tutta questa ricchezza di cultura umana.
Dopo aver brevemente visto che cosa significa questa prima tappa per la vita di Mosč, vi invito a chiedervi se anche noi - quel Mosč che noi siamo - non possiamo dire qualcosa di analogo. Penso che ciascuno possa dire che c'č stata nella sua vita una speciale provvidenza di Dio. Noi non saremmo qui tranquillamente a riflettere su queste cose, se tutta una speciale provvidenza di Dio non ci avesse portato a questo punto.
Nella nostra meditazione possiamo rivolgere a Dio un pensiero di ammirazione, di lode e di ringraziamento per questa provvidenza speciale che ci ha salvato dalle acque. Dove saremmo noi se il Signore non ci avesse tenuto una mano sul capo? Dove saremmo andati a finire? Inoltre, ciascuno di noi č debitore ad una tradizione di educazione, di dignitą, di cultura. Pensiamo ai milioni di uomini e di donne nel mondo che sanno appena distinguere la destra dalla sinistra, senza godere di alcun orizzonte culturale, e non potremo negare la nostra condizione di privilegiati.

Potente in parole e in opere

Eccoci quindi come Mosč. E qual č il risultato? Č che Mosč (secondo quanto sta scritto in At. 7, 22b) en de dynatos en logois kai ergois, «era potente in parole ed in opere ». Mosč sapeva parlare bene, sapeva agire bene, ed era anche molto conscio di queste sue possibilitą. Sapeva di sapere; sapeva di aver avuto un'educazione di qualitą. Da notare qui il parziale riferimento cristologico: anche Gesł sarą poi descritto, in Lc. 24, 19, come «potente in opere e parole ». Mosč č invece potente «in parole e in opere »; al primo posto ci sono le parole...: sapeva parlare Mosč, e poi sapeva anche operare!
Come interpretare tutto questo per la nostra vita? Credo ci sia per ognuno un tempo di formazione e preparazione: quello che chiamerei «il tempo dei metodi »; allora ognuno impara a far qualcosa: impara a studiare, a esprimersi, a svolgere il proprio lavoro professionale, impara a meditare, a pregare. E cosģ ci facciamo una certa idea di come le cose vanno fatte. Questo appare evidente dalle critiche che facciamo agli altri: loro non hanno saputo fare, ma noi non faremmo cosģ in quella situazione, perché metteremmo in pratica i nostri metodi, sappiamo come si fa, ecc.
Tutti noi, pił o meno, siamo passati per questo tempo dei metodi, nel quale si pensa di aver imparato molte cose (per esempio, riguardo al modo di avvicinare le persone, i gruppi, le differenti categorie di uomini e di donne, e di trattare certi casi
difficili). Č questo il tempo della prima educazione di Mosč, in cui egli crede giustamente di avere delle cose da dire e delle cose da fare, e di saperle fare.
Ma ecco il punto che mi sembra caratterizzare questo primo stadio della vita di Mosč: in esso si vedono le cose con gli occhi dei metodi che ci siamo proposti, cioč attraverso l'ideologia che istintivamente abbiamo fatto nostra. Non c'č dunque impatto vero con la realtą cosi com'č. Anzi, si fugge quasi d'istinto dall'arrendersi alla realtą cosi com'č. E allora cosa avviene? Entriamo in contatto non con la realtą casi com'č, ma con le immagini che noi ci siamo fatte della realtą attraverso l'ideologia, attraverso i metodi, attraverso le nozioni che abbiamo apprese o che ci siamo immaginate. In pratica fuggiamo la veritą, anche se ci proclamiamo onesti e leali; infatti tutto vediamo con gli occhi del metodo e dell'ideologia, dando per scontate certe opzioni, che noi crediamo siano quelle giuste, buone, sante, spirituali, vere, ecc.
Questo č ciņ che caratterizza il primo momento della vita di Mosč. Mosč č troppo istruito: conosce tutta la sapienza degli Egiziani e giudica tutto secondo questa sapienza, facendo passare tutto, istintivamente, attraverso quel vaglio, senza che egli stesso se ne renda conto. Ma questo, come dicevo, comporta un contatto con la realtą molto ridotto. Di qui la rabbia e la delusione, quando si constata uno scarto tra la realtą e ciņ che si credeva, tra la realtą e ciņ che si č imparato in un ambiente saturo di idee.

2. Un periodo di generositą e di scacco

Ed ecco il secondo momento della vita di Mosč. Se il primo l'ho chiamato il «tempo dei metodi », il secondo quarantennio lo definirei « generositą e scacco », oppure « il tempo dello sforzo e delle, frustrazioni ». «Generositą e scacco» vuol dire che Mosč č pieno di buona volontą, pieno di generositą, e s'impegna fino in fondo magnificamente. «Quando stava per compiere i 40 anni, gli salģ nel cuore di far visita ai suoi fratelli, i figli d'Israele, e vedendone uno frustato ingiustamente ne prese le difese e vendicņ l'oppresso uccidendo l'egiziano. Egli pensava che i suoi connazionali avrebbero capito che Dio dava loro salvezza per mezzo suo, ma essi non compresero. Il giorno dopo si presentņ in mezzo a loro mentre stavano litigando e si adoperņ per metterli d'accordo dicendo: siete fratelli, perché vi insultate l'un l'altro? Ma quello che maltrattava il vicino lo respinse dicendo: chi ti ha nominato capo e giudice sopra di noi, vuoi forse uccidermi come hai ucciso ieri l'egiziano? Fuggi via Mosč a queste parole e andņ ad abitare nella terra di Madian dove ebbe due figli» (At. 7, 23-29).
Ecco il secondo periodo della vita di Mosč, che ho chiamato della generositą e dello scacco, il tempo dello sforzo e delle frustrazioni. Ho detto «generositą» e «sforzo», perché Mosč č pieno di grandi idee e vuol fare qualche cosa di grande, qualcosa di generoso. Infatti quello che fa č veramente grande, perché, invece di godere dei privilegi che gli dava l'appartenere alla casa dei faraoni, si lancia coraggiosamente verso i fratelli; č questo un magnifico risultato della sua educazione: il coraggio di lottare per la giustizia. Mosč non puņ soffrire l'ingiustizia e si espone fino a compromettersi, fino ad uccidere l'egiziano; Notiamo che il suo lottare per la giustizia non č un lottare ingenuo: il suo sforzo č sotteso da motivi molto lucidi e validi.
Mosč non č un anarchico rivoluzionario, perché ha
uno scopo ben preciso: ricostruire l'unitą dei fratelli, fare dei suoi fratelli schiavi un popolo libero, un popolo che abbia una sua dignitą. Č quel che dice subito, appena li vede litigare: siete fratelli, seguitemi; vi porterņ a un'esperienza meravigliosa che mai avete fatto, quella di essere uomini coscienti e degni della vostra razza; io so cosa vuol dire essere liberi, amarsi. Č splendido questo Mosč animato a tal punto da un grande ideale: l'amore del suo popolo e il desiderio della riconciliazione. La sua non č una lotta per la giustizia puramente distruttiva: si tratta,anzi, di una costruzione che Mosč ha in mente.

Perņ c'č un "ma"...

Perņ c'č un « ma» e la Scrittura lo esprime molto bene nel v. 25: enomizen de, « ma pensava », s'illudeva, si faceva un'idea semplicistica della realtą, un'idea secondo i propri schemi, le proprie ideologie. Lo schema era molto semplice: io, Mosč, sono stato educato nella libertą, io so che cosa significa la libertą; vado dunque dai miei fratelli, propongo loro questa libertą, pago il prezzo di questa libertą, e i miei fratelli capiranno che cos'č la libertą, mi acclameranno loro capo, noi marceremo tutti insieme. Ma tutto questo č soltanto un progetto, un pensiero.
Che cosa non ha funzionato in questo progetto? Mosč non si č fatto un'idea reale della resistenza dei suoi fratelli nel volere la libertą; non ci ha pensato, non entrava nel suo schema logico: ed eccolo allora nello scacco. I vv. 27-29 descrivono meravigliosamente il crollo totale di Mosč, di un uomo che con generositą immensa aveva rinunciato a tutti i privilegi per farsi povero con i poveri, per farsi oppresso con gli oppressi. La Bibbia ci descrive in maniera finissima come Mosč fa fiasco con i suoi fratelli, i quali non lo riconoscono, anzi gli dicono: «Chi ti ha detto di occuparti di noi? Non ci interessi! ». E cosi viene respinto proprio da coloro ai quali pensava di dover insegnare qualcosa, di portare la dottrina giusta.
Scacco anche nei confronti del faraone, col quale ha tagliato i ponti e ha paura di essere da lui ricercato. Scacco perfino con se stesso: Mosč non č pił nessuno. Il v. 29 č veramente drammatico: «Fuggi Mosč all'udire questa parola e divenne straniero nella terra di Madian» (egeneto paroikos, dice il testo greco). Ecco Mosč, il coraggioso, divenuto pauroso; l'uomo che aveva saputo esporsi senza alcun ritegno cerca di salvare la pelle; ha davvero perso la testa: gli preme solo scappare il pił in fretta possibile. L'uomo che č stato prototipo! dell'impegno per gli altri, si preoccupa ora solo di sé. «Divenne straniero»: noi sappiamo che cosa questo voleva dire per il mondo antico-orientale, e ancora oggi che cosa vuol dire per l'oriente. Vuol dire perdere tutti i diritti di uomo, perché lo straniero, non essendo tra gente che ha con lui legami familiari, non ha nessuno che lo vendichi, č alla mercčdi chiunque, non ha pił nessun diritto.
Mosč, partito da una posizione di privilegio, alla quale aveva rinunciato volentieri pur di entrare nel vivo dell'esistenza del suo popolo, ora viene scacciato: il suo stesso popolo lo respinge. Ormai Mosč non č altro che un poveretto impaurito, che nella notte e nel deserto ogni stormire di fronda fa trasalire. Ecco cosa ne č del coraggioso, di colui che sapeva, che conosceva i metodi, perché era potente in parole e in opere.
L'ultimo versetto ci dą un tratto molto interessante: «Mosč si rifugiņ in Madian, dove ebbe due figli ». Qui potremmo chiederei cosa c'entra che « ebbe due figli ». Come mai gli Atti, che riportano elementi ben attinenti alla scena, aggiungono questo fatto, che ebbe due figli? Ho l'impressione che qui il testo voglia dire che Mosč si č seduto e ha detto: basta con le grandi idee e le grandi imprese, basta con la politica; tutti i miei sogni di liberatore sono finiti; ho diritto anch'io alla mia vita. Mosč ha voluto cercare un piccolo luogo tranquillo per dimenticare il passato e quelle amare esperienze che mai avrebbe immaginato di incontrare. Ecco il secondo periodo della vita di Mosč.

3. L'irruzione di Dio nella vita di Mosč

La terza tappa della vita di Mosč comincia con il v. 30: «Passati 40 anni, gli apparve nel deserto del Monte Sinai un angelo in mezzo alla fiamma di un roveto ardente ». E qui ci fermiamo, perché davanti a questo roveto dovremo rimanere a lungo con la prossima meditazione.
Che cosa caratterizza questo terzo periodo della vita di Mosč? Lo definirei cosģ: il momento della scoperta dell'iniziativa divina nella sua vita. Mosč č giunto alla soglia della veritą. Calco la parola « scoperta », che ci ricorda le parole evangeliche: scoprire nel campo il tesoro nascosto, che c'era, sebbene non lo si vedesse; scoprire la perla preziosa che improvvisamente appare tra le altre, e scoprila nella propria vita, non nella vita di un altro: qui dove sono c'era questo tesoro, e io sono vissuto tanti anni senza accorgermene. Ecco descritto il momento di Mosč.
Cerchiamo di vederlo pił da vicino questo momento, chiedendoci quale sia stata la preparazione dispositiva che il Signore ha operato gradualmente in Mosč, durante questi 40 anni nel deserto di Madian. E poiché Mosč ci č diventato pił familiare, pił vicino alla nostra esperienza, possiamo chiedere a lui che cosa abbia fatto in quei 40 anni nel deserto, come passava il tempo, la notte quando non dormiva cosa pensava, perché si č rifugiato nel deserto invece di darsi al commercio e ai viaggi.
A queste domande risponde Gregorio Nisseno. Sappiamo dalla Bibbia (cfr. Es. 2, 16-20) che quando Mosč arriva nella terra di Madian si incontra con le figlie di Jetro e le aiuta
- č sempre generoso Mosč -; allora questo sacerdote dall'occhio fine lo apprezza, lo rivaluta, lo rilancia e gli dą in sposa una delle sue figlie. Dice Gregorio: «Jetro gli concesse la scelta di fare quel genere di vita che voleva, e Mosč scelse la solitudine». Forse Gregario parlava di sé: dopo tante esperienze difficili, l'amore alla solitudine in lui era ormai un'acquisizione certa.
Alle nostre domande, dunque, si puņ ritenere che Mosč avrebbe risposto cosģ: «Che cosa ho fatto per 40 anni nel deserto? Ho accettato la solitudine, anzi l'ho scelta, secondo il consiglio di Gregorio ». Mosč non ha temuto la solitudine.

Quando c'č un vuoto nella vita

Qui apro una parentesi. Č noto che esiste una differenza tra isolamento e solitudine. L'isolamento come tale ha un carattere negativo: č l'uomo che vive disperatamente solo, magari in mezzo alla gente, ove comunque si sente non compreso e fallito; al contrario, la solitudine per ogni uomo, anche per l'uomo moderno, č un valore fondamentale. Ciņ vuol dire che c'č un momento in cui l'uomo giunge a riconoscere che niente lo soddisfa davvero, che tutti i suoi metodi, tutte le sue esperienze, tutte le sue speranze lo hanno soddisfatto solo fino a un certo punto: rimane ancora un vuoto, un vuoto che soltanto Dio puņ colmare. Č un'esperienza che non si fa quando ancora le cose si accavallano una sull'altra e si continua a sperare che ciascuna di esse riempia quel vuoto. Ma quando sopravviene lo scacco, allora ci si viene a trovare in quello stato di attesa e di vigilanza che fu lo stato di Mosč per 40 anni. Si tratta di imparare ad aspettare Dio: «I miei tentativi non hanno avuto successo; il Signore farą! ». Mosč non spera pił in se stesso, nei suoi metodi, nelle sue capacitą, né nelle capacitą di risposta dei suoi fratelli. Forse in un primo tempo Mosč li avrą ricoperti di improperi, li avrą lapidati in tutti i modi. Ma poi, riflettendo, avrą dovuto concludere: «Abbiamo sbagliato tutti quanti; anche io ho fatto degli sbagli, sono stato troppo pretenzioso; ho lasciato il faraone, perņ speravo di diventare anch'io un capo; non č del tutto ingiusto che le cose siano andate cosģ, perché in fondo volevo ottenere la mia gloria e il mio popolo sarebbe stato il mio monumento»
Ed ecco la solitudine di Mosč. Egli lascia che tutta la delusione, il dolore, la rabbia vengano a galla; non maschera né sopprime tutte queste cose, ma anzi le affronta, perché non ha pił paura di guardare nel1a sua vita. Mosč si ritrova allora in una situazione analoga a quella vissuta nel primo libro dei Re da un altro grande profeta, il profeta che gli sta di fronte, insieme con Gesł, sul monte deI1a Trasfigurazione: Elia. Diversamente da Mosč, Elia aveva avuto un grande successo: aveva vinto i profeti di Baal sul monte Carmelo con un gesto spettacolare; sembrava perciņ che fosse giunto al culmine deI1a sua potenza. Ma la Bibbia ci mostra subito dopo che il grande e coraggioso Elia, che aveva sfidato i 400 profeti di Baal, ha paura e scappa. Teme che lo uccidano, e fugge talmente veloce che lascia indietro il suo servo e s'inoltra nel deserto; dopo una giornata di cammino si siede sotto un ginepro, desideroso di morire, e dice: .$( Ora basta, Signore, prendi la mia vita perché non sono migliore dei miei padri» (cfr. 1 Re 18-19). Credeva di essere di pił degli altri, ma poi si ricrede e con sinceritą si libera della sua amarezza. A Mosč capita la stessa cosa. Ed ecco che, nella situazione in cui si trova, gradatamente emerge la preghiera, queI10 spirito di supplica che si ritrova nel salmo 31, che chiamerei la preghiera di Mosč nel deserto. Mosč comincia a capire che c'č stato un piano neI1a sua vita, perņ questo piano non riguarda soltanto lui, ma anche Jahvé. E lui non aveva mai pensato che l'opera sua fosse opera di Jahvé. La concepiva soltanto come opera sua, fino a che gli si era spezzata tra le mani. Ed eccolo davanti a Jahvé in preghiera, in umiltą, mentre dice: «Signore, che cosa significa tutto questo? Perché mi hai fatto giungere a questo punto? Se vuoi, fammelo sapere ».

In quale di queste tre tappe mi trovo io?

Ci fermiamo qui con la nostra meditazione. Suggerirei a ciascuno di farsi la domanda cui accennavo all'inizio: Dove sono, in quale tappa deI1a vita di Mosč mi trovo, in quale quarantennio? Qual č l'elemento caratteristico della mia esperienza attuale: la gioia, l'euforia, l'entusiasmo, oppure l'amarezza e la stanchezza, oppure la rassegnazione, rassegnazione buona o rassegnazione d'impotenza?

Che cosa ha capito Mosč? Direi che Mosč ha capito l'iniziativa divina nella sua vita; ha capito che non č lui interessato a Dio, ma č Dio che č interessato a lui: questo č il principio fondamentale della buona novella del Vangelo. Non siamo stati noi a cercare Dio, ma č Dio che cerca noi. Di conseguenza, non č Mosč che ha compassione del popolo, bensģ č Dio che ha compassione e dą a Mosč come dono di partecipare a questa sua compassione. Si tratta di una vera e propria Pasqua per Mosč, che ne conoscerą ancora altre nella sua vita; questo č veramente un passaggio radicale: dal tempo in cui Mosč cerca Dio al tempo in cui Dio cerca Mosč. Da questo momento puņ cominciare la vera missione di Mosč.