Carlo Maria Martini
vita di Mosè
vita di Gesù - esistenza pasquale
a cura di Pino Stancari
Borla 1984
| Prima meditazione | Seconda meditazione | Terza meditazione | Quarta meditazione |
Le tre tappe della vita di Mosè 1. Dio prepara Mosè per una vocazione speciale 2. Un periodo di generosità e di scacco 3. L'irruzione di Dio nella vita di Mosè |
Mosè e il roveto ardente 1. Che cosa fa Mosè? 2. Che cosa ascolta Mosè? 3. Che cosa intende Mosè? |
Mosè, il faraone e
noi 1. Chi è il faraone in noi? 2. Chi è Mosè in noi? 3. L'indurimento del faraone |
Il passaggio del Mar
Rosso 1. La notte del terrore 2. Che cosa farà Mosè? 3. Il passaggio del Mar Rosso 4. Il canto pasquale dei battezzati |
| Quinta meditazione | Sesta meditazione | Settima meditazione | Ottava meditazione |
| Mosè: servo di Dio 1. I servizi resi da Mosè 2. La vita cristiana è vita di servizio 3. I momenti e i gradi dell'esistenza diaconale |
Mosè: «Propheta traditus» 1. Le sofferenze di Mosè 2. Gesù: il servo sofferente |
Morte di Mosè e morte di Gesù Pasqua di Maria e Pasqua del cristiano 1. La morte di Mosè 2. La morte di Gesù 3. La Pasqua di Maria 4. Le Pasque del cristiano |
Mosè e il popolo 1. Mosè: l'uomo dei grandi numeri 2. Gesù e la Maddalena 3. La parola si fa piccola 4. Gesù risorto |
seconda meditazione
Mosè e il roveto
ardente
I testi sui quali ci fermeremo in questa meditazione sono:
At. 7,30-31 e Es. 3,1-10. Altri testi da tener presenti sono:
Es. 6,2-13 e 6,28-7,7, più due accenni neotestamentari: Gv. 11,28; Mt. 9,35-10,1. Suggerisco pure il salmo 18, il salmo dell'iniziativa divina.
Chiediamo al Signore di metterci in umiltà e in verità di
fronte alla scena del roveto ardente, anche se non ne tratteggeremo in questa
meditazione che qualche aspetto del tutto particolare. Vi propongo di procedere
secondo tre punti semplicissimi, di intonazione ignaziana: 1) che cosa fa Mosè?
2) che cosa ascolta Mosè? 3) che cosa intende Mosè?
1. Che cosa fa Mosè?
La meraviglia di Mosè
Teniamo davanti parallelamente At. 7,30.31 e Es. 3, 1-3. La prima cosa che fa Mosè è meravigliarsi. Mosè, stando là nel deserto, mentre pascola il gregge del suocero, vede un po' lontano un roveto che brucia e gli sembra che continui a bruciare senza consumarsi; nel suo discorso (cfr. At. 7, 31), Stefano così commenta la scena: «Mosè si meravigliò»
(o de Moyses idon ethaumasen). Questo mi piace molto: Mosè, che ha 80 anni, è capace di meravigliarsi di qualche cosa, di interessarsi a qualcosa di nuovo. Immaginiamoci quella grande pianura dell'Oreb, a 1700 metri di altitudine, sovrastata da grandi montagne, con terrazze successive di sabbia e di roccia: su una di queste terrazze c'è il nostro roveto. Pensiamo un istante che cosa avrebbe potuto fare Mosè. Avrebbe potuto dire: «C'è del fuoco; è pericoloso per il gregge se il fuoco si allarga; andiamo via, portiamo le pecore lontano ». Oppure avrebbe potuto dire: « C'è qualcosa di soprannaturale; è meglio non farsi prendere in trappola; partiamo e lasciamo che i più giovani, quelli che hanno più entusiasmo, se ne interessino: io ho già avuto le mie esperienze e mi basta ».La curiosità di Mosè
Passiamo adesso al libro dell'Esodo e leggiamo: « Mosè disse tra sé: ' Voglio avvicinarmi a vedere questo
grande spettacolo, perché il roveto non brucia ' » (Es. 3, 3). Il testo
greco ha: ti oli?, « come mai? ». Mosè è un uomo che lascia emergere le
domande in se stesso; non è più l'uomo che ha già tutto sistemato e catalogato,
che ha capito tutto; è un uomo ancora capace di porsi delle domande che esigono
un'attenta risposta. Il testo nella traduzione della CEI dice: «Voglio
avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo ». La versione non mi sembra molto
buona. La Bible de Jérusalem, nell'edizione
francese, dice: «Je vais faire un détour », che corrisponde meglio al verbo ebraico
sur, che significa « fare una diversione, un giro lungo» e che dà l'idea di
un'esplicita volontà: voglio rendermi conto. Mi sembra che si possa supporre una
situazione di questo tipo: nel deserto vi sono differenti pianori, uno
sull'altro, e spesso bisogna fare un lungo giro per salire al pianoro
superiore; Mosè si trova in un pianoro più basso con le sue pecore, vede su un pianoro
più alto il roveto e dice: «Andrò su, farò il giro, voglio vedere di che si
tratta ». Il che significa lasciare il gregge, forse anche in pericolo, salire
sotto il sole, ecc.
Nelle parole «voglio avvicinarmi a vedere questo grande
spettacolo », dunque, scorgiamo l'animo di Mosè; è come se Mosè dicesse: «lo
sono un pover'uomo, un fallito, però Dio può fare delle cose nuove, ed io voglio
interessarmene, voglio capire, voglio comprendere, voglio sapere il perché ». Notate
che qui ritorna la grande domanda che Mosè si era fatta per 40 anni: «Ma perché Dio ha permesso quello scacco? Perché, se ama il suo popolo, non si è
servito di me per salvarlo? Perché non ha colto l'occasione che io gli davo? ». Questo « perché », che Mosè ha coltivato, raffinato e purificato, ecco
che emerge di nuovo di fronte a quella imprevista visione. Ma l'uomo Mosè è
andato assumendo ormai le caratteristiche dell'uomo profondo, maturo, purificato
e aperto al nuovo.
Partendo dall'episodio di Mosè, si potrebbe riflettere molto
sull'atteggiamento dell'uomo di fronte al mistero di Dio. Quest'uomo potrebbe
dire: «Non mi interessa ». Ma può anche dire: «Voglio vedere, voglio rendermi
conto, voglio sapere »; in questo caso si tratta di quel primo movimento
dell'animo umano, di quella volontà incondizionata di conoscere e di capire,
che, come si dice giustamente, sta all'origine di tutto ciò che c'è di umano nel
mondo. Se nel mondo c'è qualcosa al di là dell'animalesco, al di là del puro mangiare, bere e riprodursi; se c'è qualcosa di umano; se, come dice Paolo nella lettera ai Filippesi, ci sono affetti,
rapporti di amicizia e di comprensione (cfr. Filip. 2, 1
s.), tutto nasce da questa semplicissima affer
Osservazioni dalla letteratura rabbinica
Ci sono due testi rabbinici che si potrebbero citare. Il
primo è una pagina in cui si parla dell'aggadà pasquale, ossia l'ordine
secondo cui si celebra la Pasqua ebraica. Alcuni ragazzi ascoltano il racconto
della. notte di Pasqua. Uno di essi ha sonno; un altro invece dice: «Ma che cosa
interessa a me questa storia dell'Egitto? » Un altro ancora fa domande e chiede:
«Perché celebriamo questa festa e che cosa significa questa festa per noi? » È
questo l'atteggiamento di Mosè, che si pone quella domanda fondamentale: ti
oti?, « come mai? ».
L'altro testo rabbinico, molto bello, è di Rabbi Akiba,
vissuto poco dopo Gesù e morto verso il 135, martirizzato dai Romani (si tratta
di una per
2. Che cosa ascolta Mosè?
Ed eccoci al secondo punto della nostra meditazione.
Qui, siccome il testo degli Atti è riassuntivo, passo a
Es. 3, 4-6. Dice il testo: «Il Signore vide che si era avvicinato per vedere
e Dio lo chiamò dal roveto e disse: ' Mosè, Mosè ' ». Mosè ascolta il suo nome.
Immaginate lo shock di paura e insieme di stupore di Mosè, quando si
sente chiamare nel deserto, in un luogo dove non c'è anima viva. Mosè si accorge
che c'è qualcuno che sa il suo nome, qualcuno che si interessa di lui; egli si
credeva un reietto, un fallito, un abbandonato: eppure qualcuno grida il suo
nome in mezzo ai deserto. Si tratta di un'esperienza violenta, che forse abbiamo
fatto anche noi quando trovandoci
in un luogo - per esempio una grande città - in cui
credevamo di essere del tutto ignorati, d'improvviso ci siamo sentiti chiamare
da qualcuno per nome. Ora Mosè si sente .chiamato per nome due volte: «Mosè,
Mosè ».
Che cosa vuol dire questa doppia chiamata? A me viene in
mente questa riflessione. Nella Bibbia è abbastanza raro che una persona sia
chiamata due volte. Vi ricordo alcuni casi. Il primo testo in Gen. 22, 1 (« Abramo, Abramo ») riguarda il momento culminante della vita di Abramo, quando
questi è chiamato a sacrificare il figlio: è il momento in cui tutto
il cammino fatto fino allora dev'essere provato, per vedere se è un cammino
sincero; ecco allora la doppia menzione del nome: «Abramo, Abramo ». Un altro
passo che vi ricordo è 1 Sam. 3, 10; Samuele viene chiamato nella notte:
«Samuele, Samuele ». Anche qui siamo di fronte ad una svolta della storia di
Israele: finito il periodo confuso dei Giudici, sta per aprirsi il periodo della
monarchia, che comporterà un nuovo avvicinarsi di Dio al suo popolo. Un altro
passo è Lc. 22, 31:
« Simone, Simone, ecco che Satana ti ha chiesto per vagliarti
come il grano». Anche qui abbiamo a che fare con un momento culminante della
vita di Pietro. Ancora un altro passo che mi sembra importante è Lc. 10,
41: «Marta, Marta ». Anche qui, sebbene l'episodio sia in sé assai semplice - un episodio da cucina -, tuttavia esso è per Luca molto
importante, perché fa da pendant all'episodio del Samaritano (cfr. Lc.
10, 25-37). Maria rappresenta l'ascolto della parola; Marta invece è la
persona che, piena di buona volontà, si dedica alle opere di carità, come il
Mosè della prima maniera, e vi si è buttata talmente dentro da
stravolgere tutti i significati delle cose. Questo passo è veramente importante
in quanto fa vedere come Marta, presa dall'assillo di far bene, di far
benissimo, di fare un gran pranzo per Gesù, ad un cerco punto ha rovesciato
tutti i 'valori: mentre Gesù è venuto in casa come Maestro, è Marta che diventa
la maestra e vorrebbe insegnare a Gesù ciò che deve dire e ciò che deve fare,
rovesciando così completamente il senso del Vangelo. In fondo, questo è lo
scacco del Mosè della prima maniera, che credeva di avere lui tutta in mano la
situazione e di poter insegnare a Dio come si doveva fare. Mosè non conosceva certo il passo di Marta, né quello di Simone, ma
conosceva la tradizione su Abramo, e quindi poteva rendersi conto del
significato di quella doppia chiamata.
È Dio che prende l'iniziativa
Mi sembra che i fatti ricordati siano tutti fatti decisivi.
Anche Mosè sente che è giunto un momento decisivo per la sua vita: è il momento
in cui deve essere veramente disponibile, senza fare gli errori della prima
volta; perciò è pieno di paura: «Cosa mi sta per capitare? ». E qui Mosè ascolta qualcosa che forse non si aspettava. Lui che si era
lanciato con tanto ardore per vedere il roveto ardente, avrebbe avuto piacere di
sentirsi dire: «Grazie che sei venuto, che non ti sei lasciato vincere
dall'amarezza »; e invece ascolta quella voce che gli dice: «Non avvicinarti,
togliti i sandali dai piedi, perché il luogo dove tu stai è una terra santa ». Qui ritornano alla mente le parole di Gesù alla Maddalena:
«Non toccarmi, non trattenermi» (Gv. 20,17). La Maddalena si avvicina a
Gesù con amore, ma sempre incapsulandolo nella sua visuale precedente. E invece doveva cambiare il proprio atteggiamento.
In effetti quando l'uomo si lascia trascinare dal
desiderio di ricerca, crede di possedere già le cose che cerca, e le possiede in
qualche maniera attraverso la sua conoscenza; è così che finisce con l'inserire
i fenomeni religiosi che vive, e quindi anche l'attività divina, nel proprio
quadro mentale. Questo è un processo inevitabile. Noi infatti non possiamo
capire le cose, se non partendo da un quadro mentale che già possediamo e
riportandole ad esso. Mosè, con tutto il suo ardore, cercava di fare la stessa
cosa: di vedere, cioè, quel fenomeno del roveto ardente come
inquadrato nella sua visuale di Dio, della storia e della presenza di Dio nella
storia. E allora Dio gli dice: «Mosè, cosi non va; levati i sandali, perché non
si viene a me per incapsularmi nelle proprie idee; non sei tu che devi integrare
me nella tua sintesi personale, ma sono io che voglio integrare te nel mio
progetto ».
Questo è il significato del levarsi i sandali e di quell'avvicinarsi
titubante, come quando si cammina sulle pietre senza scarpe, incerti; è
l'incertezza dell'uomo che si chiede: «E adesso che cosa mi capiterà? ». Il fatto è che nella disponibilità al mistero di Dio non si può entrare marciando
trionfalmente. Ancora oggi i musulmani, entrando nella moschea, hanno il costume
di togliersi le scarpe, come chi si presenta davanti a Dio in punta di piedi, in
silenzio, non imponendo a Dio il proprio passo, ma lasciandosi assorbire,
integrare dal passo di Dio.
Mosè, dunque, ascolta: «Non avvicinarti, togliti prima i
sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa ».
Immaginate lo sconvolgimento di Mosè nel sentire queste parole. E. questa una
terra santa? Questo deserto maledetto, luogo di sciacalli, di desolazione, di
aridità, dove soltanto i banditi amano venire, dove la gente per bene non abita?
Questo deserto dove mi credevo abbandonato, miserabile, fallito: questa è una
terra santa? È questa la presenza di Dio? È questo il luogo dove Dio si rivela?
3. Che cosa intende Mosè?
A questo punto Mosè capisce che cos'è l'iniziativa divina: non è lui che cerca Dio, e quindi deve andare, per trovarlo, in luoghi purificati e santi; è Dio che cerca Mosè e lo cerca là dov'è. E il luogo dove si trova Mosè, qualunque esso sia, fosse anche un luogo miserabile, abbandonato, senza risorse, maledetto - potete leggere nella Bibbia vari passi in cui si parla della desolazione che caratterizza il deserto, luogo dove abitano gli sciacalli, i serpenti e gli scorpioni
-, quello è la terra santa, lì è la presenza di Dio, lì la gloria di Dio si manifesta.Il Dio della misericordia
Seguitiamo ancora con i vv. 7ss., per capire com'è veramente
questo Dio: «Il Signore disse: ' Ho osservato la miseria del mio popolo in
Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti. Conosco infatti le
sue sofferenze, sono sceso per liberarlo dalla mano dell'Egitto e per farlo
uscire da questo paese, verso un paese bello e spazioso dove scorre latte e
miele. .. Ora il grido degli Israeliti è arrivato fino a me ed io stesso ho
visto l'oppressione con cui gli Egiziani li tormentano ». Notate qui com'è
attenta la dizione, tutta in prima persona: «Ho visto, ho sentito, conosco, sono
sceso, ecc. ...» E notate pure l'implicito rimprovero per Mosè: «Tu, Mosè,
credevi di essere un uomo molo to colto e molto versato nella conoscenza dell
'uomo; credevi di capire i tuoi fratelli, la loro miseria; credevi di essere tu
a prendere l'iniziativa di capirli, e di supplicare poi me affinché anch'io li
capissi; eppure sono io che li capisco per primo, sono io che capisco tutte
queste cose, sono io che vedo e che sento. Tu, Mosè, credevi di essere il primo
ad aver scoperto la bellezza della libertà, desideroso come eri di farla
gustare, e non ci sei riuscito; ma tutto questo veniva da me. Tu non hai mai
pensato che questa era l'opera mia, e invece ti sei buttato a corpo morto,
pensando che l'opera fosse tutta tua, che tutto dipendesse da te. Adesso ti
accorgi che io vedo, io sento...; anzi, se c'è in te qualche compassione per
il popolo, questa deriva da me; se c'è in te qualche senso di libertà, sono io
che te lo do; se c'è in te qualche curiosità, essa è mia ».
Notiamo un ultimo aspetto che emerge dalla lettura patristica
di queste parole, alla luce del Nuovo
Mosè viene assunto per l'opera di Dio
Per capire meglio tutto questo, vi ricordo un altro testo
bellissimo, su cui varrebbe la pena di meditare a lungo. Si tratta del passo che
ci descrive la compassione pastorale di Gesù in Mt. 9, 35-10, 1. Esso si
trova alla chiusura della prima parte del Vangelo secondo Matteo, che ci ha
presentato Gesù, come Mosè, potente in parole e in opere: Gesù potente in parole
(capp. 5-7: il Discorso della montagna), Gesù potente in opere (capp. 8-9: i
dieci miracoli). Leggiamolo e fermiamoci su qualche spunto di riflessione: «Gesù
andava attorno per tutte le città e villaggi, insegnando e curando ogni malattia
e infermità». Ciò significa che Gesù, disceso in mezzo alla gente, è potente in
opere e in parole. « Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche
e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: . . .» E qui ci
saremmo
aspettati che Gesù dicesse ai discepoli: « Andate! »; e invece dice: «Pregate! », «Pregate, dunque, il
padrone della messe che mandi operai nella sua messe ». È molto importante
questa battuta di attesa. Gesù vuol dire: «Non pensate di buttarvi nell'opera
come se fosse vostra; l'opera è del padrone, del Padre. Non presumete di
buttarvici dentro come il Mosè della prima maniera; ma lasciatevi inviare da Dio
». « Pregate. . . che mandi operai» non significa: «Signore, manda altri », ma: « Facci degni di essere mandati, così che possiamo andare
verso quest'opera non in quanto è quella che piace a me e che io mi sono
programmato, ma in quanto è l'opera che Dio mi dà ». E difatti subito
dopo il testo dice: «Chiamati a sé i dodici apostoli diede loro il potere di
cacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e di infermità
». Poi continuando cita i nomi dei dodici apostoli e dice: «Strada facendo
predicate che il Regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i
morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto
gratuitamente date» (Mt. 10, 7s). Gesù dice: «L'opera mia, la mia
compassione apostolica, la trasmetto a voi; vi trasmetto, cioè, la mia capacità
di capire la gente; ora con questa capacità andate, predicate il Regno, curate i
malati, e tutto fate gratuitamente ».
È evidente il parallelismo con la storia di Mosè. Anche Mosè,
infatti, sarà assunto per l'opera di Dio soltanto dopo essere stato purificato e
rinnovato nell'intimo, cos1 da lasciarsi educare alla compassione
missionaria.