PICCOLI GRANDI LIBRI  Carlo Maria Martini
vita di Mosè
vita di Gesù - esistenza pasquale

a cura di Pino Stancari
Borla 1984

Prima meditazione Seconda meditazione Terza meditazione Quarta meditazione

Le tre tappe della vita di Mosè
1. Dio prepara Mosè per una vocazione speciale
2. Un periodo
di generosità e di scacco
3. L'irruzione di Dio
nella vita di Mosè
Mosè e il roveto ardente

1. Che cosa fa Mosè?

2. Che cosa ascolta Mosè?

3. Che cosa intende Mosè?
Mosè, il faraone e noi

1. Chi è il faraone in noi?

2. Chi è Mosè in noi?

3. L'indurimento del faraone
Il passaggio del Mar Rosso

1. La notte del terrore
2. Che cosa farà Mosè?
3. Il passaggio del Mar Rosso
4. Il canto pasquale dei battezzati
Quinta meditazione Sesta meditazione Settima meditazione Ottava meditazione
Mosè: servo di Dio
1. I servizi resi da Mosè
2. La vita cristiana
è vita di servizio
3. I momenti e i gradi dell'esistenza diaconale
Mosè:
«Propheta traditus»

1. Le sofferenze di Mosè

2. Gesù: il servo sofferente
 
Morte di Mosè
e morte di Gesù
Pasqua di Maria
e Pasqua del cristiano
1. La morte di Mosè
2. La morte di Gesù
3. La Pasqua di Maria
4. Le Pasque del cristiano
Mosè e il popolo
1. Mosè:
l'uomo dei grandi numeri
2. Gesù e la Maddalena
3. La parola si fa piccola
4. Gesù risorto

quinta meditazione
Mosè: servo di Dio

Nel libro dei Numeri (12, 7\ Mosè è chiamato « servo ». Dice il testo: «Non così per il mio servo Mosè: egli è l'uomo di fiducia in tutta la mia casa ». Questo titolo di « servo» è ripreso in Dt. 34, 5, al momento della morte di Mosè: «Mosè servo di Jahvé, morì in quel luogo ». Esso è dunque il titolo onorifico che gli viene attribuito al termine della sua vita. La lettera agli Ebrei (3, 5), poi, cita quasi testualmente il libro dei Numeri, ma per affermare che Mosè, pur essendo giunto alla dignità di «servo », non è niente di fronte a Gesù, che è «Piglio»: «In verità fu fedele Mosè in tutta la sua casa come servo, per rendere testimonianza di ciò che doveva essere annunziato più tardi ».

Un commento di san Gregorio Nisseno

Su questa rappresentazione di Mosè come servo fedele, come «uomo di fiducia », c'è un magnifico commento di Gregario Nisseno, verso la fine della Vita di Mosè. Gregario, che conosceva tutte le tecniche dell'arte oratoria, in un periodo lungo una pagina e mezza, ci dà un vero saggio di tutte le sue capacità. Leggiamone qualche brano: «Noi impariamo dal fatto che, essendo passato per tante fatiche, Mosè sia giudicato alla fine degno di essere chiamato con il nome sublime di servo di Dio, ciò che equivale ad essere superiore a tutto ». Poi continua:« Che cosa impariamo noi da ciò? A non avere se non uno scopo in questa vita: di essere chiamati servi di Dio a causa delle nostre azioni». Ed è proprio in funzione di tale appellativo che allora riassume tutta la storia di Mosè, applicandola « a te che leggi »: «Infatti - dice Gregario allettare -, quando tu avrai trionfato di tutti i tuoi nemici, l'Egiziano, l'Amalecita, l'Idumeo, il Madianita; quando tu avrai attraversato l'acqua; quando tu sarai stato illuminato dalla nube; quando tu avrai reso potabili le acque col legno; quando avrai bevuto alla roccia; quando avrai gustato il nutrimento dall'alto; quando avrai fatto la strada che ti porta alla montagna; o quando sarai stato istruito sui misteri divini. . . (e qui tutta la vita di Mosè viene applicata a colui che legge) . . . quando tu avrai ridotto al niente tutto ciò che si eleva contro la tua dignità come Datan, consumandolo col fuoco come Core (sono gli ultimi episodi di rivolta che Mosè ha domato); allora tu ti avvicinerai al termine, e io intendo con questa parola' termine' ciò in vista di cui tutto avviene: così, il termine della coltivazione dei campi è gustarne i frutti, il termine della costruzione di una casa è abitarvi, il termine del commercio è arricchirsi, infine, il termine delle fatiche dello stadio è essere coronati: così, il termine della vita spirituale è essere chiamati servi di Dio ». Questo è dunque il culmine a cui giunge la vita di Mosè: il servizio.

Centralità di questa idea anche per noi

Vorrei suggerirvi qualche riflessione proprio su questo tema, che mi pare fondamentale, anche perché ciò che caratterizza gli Esercizi Spirituali non sono una preghiera prolungata, o una qualunque esperienza di Dio - anche se bellissima -, ma sono preghiera ed esperienza di Dio in vista di un discernimento per una scelta circa il miglior modo di servire. Si tratta, quindi, di imparare come poter servire meglio, cioè come essere più disponibili, accorgendosi di più delle vere necessità degli uomini nostri contemporanei e della Chiesa. Insomma, se dovessi riassumere in una domanda il tema di questa meditazione, mi chiederei: «A che cosa ci porta il passaggio del Mar Rosso? ». Non ci porta certo ad un'esistenza facile e sicura, bensì ci porta alla vera vita evangelica. « E cos'è la vera vita evangelica? ». Vedremo come essa è vita di servizio, esistenza diaconale: esistenza spesa per i fratelli.
E qui vorrei ricordare anche la sapienza rabbinica, che ha intravisto tutto questo. Già ho citato il detto circa i tre periodi della vita di Mosè, di Hillel l'anziano, di Rabban Johnatan Ben Zakai, di Rabbi Akiba. Se ricordate, questi uomini hanno trascorso i primi quarant'anni della loro vita in varie attività; hanno poi speso il secondo quarantennio in un'attività che è definita « servizio dei saggi », consistente nell'imparare la Torah per crescere nella propria cultura e diventare un buon rabbino; infine, per il terzo quarantennio di tutti e tre si dice: «Servì Israele per quarant'anni». Questo è dunque il termine di tutta la loro formazione e il culmine della loro carriera.
In questa meditazione ho cercato di ricavare dai
molti testi del Pentateuco alcuni suggerimenti, che vorrei ordinare in tre riflessioni, o punti.
La prima riflessione consiste in un'indagine, attraverso le pagine dell'Esodo, dei Numeri e del Deuteronomio, circa i diversi servizi resi da Mosè al suo popolo, dal passaggio del Mar Rosso in poi. La seconda riflessione consiste in un'analisi dell'esistenza cristiana come esistenza diaconale.
La terza riflessione, che sarà molto breve, prende in considerazione i diversi momenti successivi e i diversi gradi di questa esistenza diaconale.

1. I servizi resi da Mosè

Ho cercato di mettere insieme i vari episodi raccontati nel Pentateuco e ho pensato di sintetizzarli - in modo del tutto approssimativo - in cinque tipi di servizi, o diaconie, che Mosè ha esercitato. Li presento in un certo ordine, che mi sembra progressivo dal meno al più, anche se il meno è già importantissimo e fondamentale. Viene al primo posto il servizio dell' acqua e del pane; al secondo il servizio della responsabilità; al terzo il servizio della preghiera e dell'intercessione; al quarto il servizio della consolazione; infine al quinto il servizio della parola.

Il servizio dell' acqua e del pane

Appena cantato il cantico, appena finito l'entusiasmo per il passaggio del Mar Rosso, la gente comincia a mormorare perché non si trova l'acqua (cfr. Es. 15, 22ss.). Bisogna, quindi, che Mosè cominci di n. Il poveretto non aveva mai pensato di dover diventare un economo e invece deve buttarsi proprio in questo tipo di problemi. Subito dopo, neanche a farlo apposta, il racconto continua dicendo che poi manca il pane (cfr. 16, 1 ss.) e quindi Mosè deve preoccuparsi anche di questo. Poi manca la carne, e poi di nuovo l'acqua (cfr. 16,8-17,7). Qui sta appunto il primo elementare servizio che Mosè deve rendere: il servizio dell'acqua, del pane e della carne. Probabilmente, quando la voce del Signore gli aveva detto: «Va' a liberare il mio popolo », mai avrebbe pensato di dover fornire anche un servizio di questo tipo; ma ora vede che bisogna immediatamente provvedere anche a quelle necessità.
Anche noi forse potremmo rivolgere a Mosè il rimprovero che gli farà il suocero Jetro nel cap. 18, e dirgli: «Mosè, tu ti preoccupi proprio di tutto e a tutto vuoi provvedere: all'acqua, al pane, alla carne! Ma perché ti occupi di tutte queste cose? Sei forse un faraone anche tu? Sei forse uno che vuol dominare tutto e tutto tenere sotto il proprio controllo? Guarda che sarai schiacciato da questa fatica ».
Difatti, il suocero, che era un uomo saggio, gli dirà:
« ' Che cosa è tutto questo lavoro che vai svolgendo per il popolo? Perché siedi tu solo, mentre il popolo sta presso di te dalla mattina .alla sera? ' (si trattava del compito di rendere giustizia). Mosè rispose al suocero: ' Ma il popolo viene da me per consultare Dio. . .' (cioè vengono da me per le loro vertenze). E il suocero gli disse: ' Non va bene quellò che fai! ,Finirai per soccombere, tu e il popolo che è con te, perché il compito è troppo pesante per te. Tu non puoi attendervi da solo. Ora ascoltami: ti voglio dare un consiglio e Dio sia con te ' » (18, 14-19). Allora Jetro gli insegna il principio di sussidiarietà . .., suggerendogli di scegliersi degli anziani onesti e di costituirli come capi di migliaia, di centinaia, di cinquantine e di decine, cosicché arrivino fino a lui soltanto le questioni più importanti. « Se fai questa cosa - e Dio te la comanda -, potrai resistere e anche questo popolo arriverà in pace alla sua meta» (18, 23). Quello fu un momento assai importante nella vita di Mosè: anche lui doveva imparare a comandare. All'inizio, nella sua incompetenza, credeva di dover fare tutto; poi ha imparato. Infatti, quando il Deuteronomio riprenderà la storia della sua vita, fin dal cap. 1 ricorderà quel momento come assai importante (cfr. Deut. 1, 9-18).
In ogni caso, per quanto Mosè a un certo punto abbia imparato che non poteva fare tutto da sé, resta vero che non senza provvidenza di Dio egli ha dovuto imparare a fare un po' di tutto, rendendosi conto di persona di tutti i bisogni della gente e imparando che ci sono bisogni essenziali e servizi necessari, fino a diventare così molto realista. In tal modo ha perso forse un po' del suo idealismo: quel certo intellettualismo a cui poteva essere tentato dopo 40 anni di deserto, spesi a parlare con le stelle; ma ora si è accorto che ci sono bisogni urgenti, a cui bisogna provvedere subito, che la gente grida, che la gente ha fame. È quindi molto importante, nell'educazione diaconale di Mosè, che il Signore lo abbia fatto passare attraverso questo tipo di servizio. D'altra parte, anche i dodici apostoli, che a Gerusalemme - come ci raccontano gli Atti degli Apostoli al cap. 6 - a un certo punto diranno: «Non possiamo far tutto, perciò creiamo i diaconi », in realtà erano passati attraverso l'educazione a loro imposta dal prolungato servizio delle mense.

Il servizio della responsabilità

Questo secondo servizio è per Mosè, che lo sente molto, come un peso: è un po' come portare sulle spalle i propri fratelli, con tutti i loro difetti e le loro immaturità. Mosè ha gradualmente capito che bisogna prendere la gente così com'è, con tutte le mormorazioni, le inquietudini e le ire che ne vengono fuori. È quanto dice chiaramente lui stesso nella sua autobiografia, in Deut. 1, 9s.: « In quel tempo vi ho detto: lo non posso da solo sostenere il carico del popolo. Il Signore vostro Dio vi ha moltiplicati ». Mosè è dunque convinto di dover sopportare il carico del popolo. E ancora aggiunge: «Come posso io da solo portare il vostro peso, il vostro carico e le vostre liti? » (1, 12).
Mosè sa bene che, anche se non da solo, deve portare «il peso, il carico e le liti» della gente così com'è: gente che litiga. ..; con tanti problemi che già ci sono nel deserto magari contendono per un pezzo di tenda, o un pezzetto di terreno, ed esigono l'intervento di Mosè. Egli ha così imparato ad assumere il servizio della responsabilità, che - come sappiamo bene - non è soltanto il servizio di coloro che hanno una qualche responsabilità ufficiale, ma è il servizio di ciascuno di noi, in quanto è responsabile. dei fratelli. Ciascuno di noi è responsabile di coloro che conosce, dei loro problemi, dei loro pesi: ci sosteniamo a vicenda. È questo il servizio che Mosè ha praticato fino all'estremo, in maniera esemplare per noi.

Il servizio della preghiera e della intercessione

Anche questo terzo servizio Mosè lo compie a proprie spese. Non si tratta semplicemente dell'intercessione di chi dice delle parole per gli altri. Mosè è sempre coinvolto di persona nelle parole che dice. Come esempio tipico di preghiera e d'intercessione vi cito l'episodio in cui Mosè alza le mani nel combattimento contro Amalek: «Quando Mosè alzava le mani, Israele era il più forte, ma quando le lasciava cadere era più forte Amalek. Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza (infatti è faticoso il servizio della preghiera), presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi si sedette, mentre Aronne e Cur, uno da una parte e uno dall'altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole» (Es. 17, 11s.). :E. bellissima questa immagine di Mosè che prega fino al tramonto: è l'immagine dei grandi intercessori della Chiesa, l'immagine a cui si ispirano le anime contemplative, che intercedono per l'umanità.
Nel suo ministero di intercessione, Mosè osa molto:
d'altronde egli aveva una tale conoscenza di Dio, da potersi permettere parole che a noi sembrano quasi bestemmie. Quando il Signore si adira con il suo popolo a causa del vitello d'oro, Mosè dice al Signore: «Questo popolo ha commesso un grande peccato: si sono fatti un dio d'oro (quindi riconosce come stanno le cose, senza cercare di coprirle con una bugia, al modo di Adamo). Ma ora, se tu vuoi, perdona il loro peccato; se no, cancellami dal tuo libro che hai scritto!» (32, 31s.). Mosè vive l'esperienza del suo popolo dal di dentro, al punto di volersi imporre a Dio stesso, pur di intercedere per i suoi. Evidentemente questo è un caso limite, come quando Paolo dice: «Vorrei essere anatema da Cristo per i fratelli»; tuttavia esso esprime bene il grado di coinvolgimento, che Mosè porta nella sua preghiera.
Su questo coinvolgimento hanno scritto e hanno forse un po' scherzato i rabbini. Tra le leggende rabbiniche su Mosè c'è una pagina particolarmente provocante. Dice il midrash: '« Solo litigando per il suo popolo e litigando anche contro Dio, Mosè divenne uomo di Dio. Svolgeva infatti (e qui è un po' l'autore moderno che parla) due ruoli veramente difficili: rappresentava Dio presso Israele e Israele presso Dio. Bastava che gli angeli si pronunciassero contro Israele, e accadeva spesso, perché Mosè li facesse tacere. Quando Dio decise di fare dono ad Israele della Legge, gli angeli gli si opposero e Mosè li strapazzò: 'Ma allora chi la osserverà, voi? Solo gli uomini possono accettare la Legge e v\vere .8econdo i suoi dettami! '. E quando il popolo toccò il fondo dell'abisso, ballando intorno al vitello d'oro, Mosè trovò .ancora il modo di difenderlo: ' È colpa sua o tua, o Signore? Israele ha vissuto così a lungo in esilio fra adoratori di idoli che ne è stato avvelenato. È colpa sua se non riesce a dimenticare così facilmente? '. Di fronte alla minaccia divina pone un ultimatum: 'O perdoni tutto, o cancelli il mio nome dal tuo libro '. E quando Dio gli disse: ' Il tuo popolo ha peccato ', Mosè replicò: ' Quando Israele osserva la tua Legge è il tuo popolo e quando la viola sarebbe il mio? ' ». Vediamo così come Mosè davvero si identifichi con il suo popolo.

Il servizio della consolazione

Un tipico caso di servizio della consolazione ci è presentato in occasione dell'uscita dall'Egitto. Quando la gente protesta:« Lasciateci stare; lasciateci servire l'Egitto, perché non vogliamo morire nel deserto », Mosè risponde: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza che il Signore oggi opera per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! » (14, 12s.). Si potrebbe qui riflettere a lungo su questo intervento consolatorio, che non è un vago «andate in pace, state tranquilli, fatevi coraggio », ma è una parola precisa, che veramente incoraggia in nome di Dio. Si tratta di un servizio per la fede, non di semplice simpatia umana.

Il servizio della parola

Il servizio della parola è quello che principalmente qualifica Mosè, uomo della Parola di Dio, anche se noi non mediteremo la alakà di Mosè (tutte le prescrizioni, le leggi e i precetti, di cui sono pieni l'Esodo e il Levitico). Tuttavia sappiamo che gran parte della missione di Mosè consiste nell'annunciare 'al popolo la parola. Questa è la sua missione fondamentale, quella che senz'altro lo qualifica secondo il Siracide: «Dio gli fece udire la sua voce; lo introdusse nella nube oscura. Dio gli diede faccia a faccia i comandamenti, legge di vita e d'intelligenza, perché spiegasse a Giacobbe la sua alleanza, i suoi decreti ad Israele» (Sir. 45, 5s.). Qui si potrebbe citare anche Es. 19, 3, dove comincia il grande servizio della parola: «Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte e gli disse: ' Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti ' ». Si tratta del Decalogo e di tutta la Legge: d'ora in poi Mosè vivrà al servizio della Parola che Dio gli affida perché sia portata al popolo.

2. La vita cristiana è vita di servizio

Che cosa significa quando diciamo che la vita pasquale secondo il Vangelo - cioè la vita di coloro che hanno passato il Mar Rosso - è una vita data per il servizio dei fratelli, un'esistenza diaconale? Cercheremo una risposta a tale domanda, confrontandoci con le due figure di Mosè e di Gesù e tirando poi le debite conseguenze.

Diventare come Mosè

La vita cristiana - come dice molto bene Gregorio Nisseno - consiste nel diventare come Mosè. E tutto ciò che Mosè è stato si trova riassunto nella frase della lettera agli Ebrei, che ci è già nota: therapon pistos en olo to oiko autou (Ebr. 3, 5). Vediamo ora di comprendere il significato di questa frase, parola per parola.

Therapon vuol dire « servo », nelle varie forme di cui già abbiamo precedentemente parlato. Fermiamoci piuttosto sulle parole che seguono.

Pistos non vuol dire tanto che Mosè è servo «fedele », nel senso che ha svolto fedelmente la sua opera, bensì che è «degno di fede », nel senso che ci si può fidare di lui, perché - come abbiamo visto - è tutt'uno con Israele. Se Mosè avesse avuto dei progetti propri, dei ghiribizzi personali, si poteva diffidare di lui; ma egli è tutt'uno con Israele, e quindi il Signore gli può ben affidare Israele! Qui pensiamo soprattutto a quelle persone che nella Chiesa emergono per la loro disponibilità al servizio, in quanto, non avendo progetti propri, si rendono disponibili ai progetti che inventerà per loro il Signore. Prendiamo Giovanni XXIII con il suo motto Oboedientia et Pax: l'uomo che fa quello che la Chiesa gli dice di fare, l'uomo che ormai ha un solo progetto, quello del Regno di Dio con le sue esigenze quotidiane. Pensiamo a queste figure che ciascuno di noi può aver conosciuto, o conosce, nella Chiesa: gente a cui si può affidare qualunque cosa, perché si identificano con ciò che a loro è stato affidato. Anche Mosè era così: degno di totale confidenza, perché ormai aveva identificato il suo progetto con il progetto di Dio.
E tale fiducia se la meritava en olo to oiko, «in
tutta la casa »; infatti, era adatto per ogni genere di servizio: da quello dell'acqua a quello del pane, a quello della carne, a quello della parola. Anche lui avrà avuto le sue qualità personali, e sappiamo che probabilmente era poco adatto all'uso della parola, eppure ha fatto anche questo, quando il Signore gliela ha chiesto.

Inserito nel piano di Dio

Inoltre il testo dice: en to oiko, «nella casa »; ciò significa che egli considerava il popolo non come una struttura, né come un organismo burocratico, ma come una casa, una famiglia. Anzi, egli era di casa e viveva nel progetto di Dio come in un ambiente a lui familiare, con quei rapporti di fiducia che vanno al di là delle etichette. È vero che anche le etichette hanno una loro funzione ma è certo che nessuno avrebbe mai potuto etichettare Mosè.
Se qualcuno gli avesse chiesto: «Sei un profeta,
sei un capo del popolo, un veggente, un leader? », avrebbe risposto: «Non lo so: io faccio quel che Dio mi chiede ». È impossibile dare un'etichetta a Mosè, perché egli è inserito nel piano di Dio, così come il piano di Dio è. Dico questo non perché non ci voglia ordine e regolarità nelle cose, ma perché certe volte noi siamo portati a chiuderci: io svolgo questo compito e degli altri non me ne importa. Tale discorso potrebbe ancora avere un senso, se volesse dire non invadere il campo degli altri. Però il fondo della nostra anima deve essere caratterizzato dalla disponibilità a tutto ciò che l'umanità e la Chiesa ci chiedono. Non è possibile un discernimento spirituale delle nostre vocazioni cristiane, se tutti non abbiamo nel fondo dell'anima questo senso di corresponsabilità per i bisogni di tutti gli altri.
Ma ancora: en to oiko autou, la casa di Dio, non la casa di Mosè. Questo è importante. Il primo Mosè voleva farsi una sua casa e diceva: «Questo èil popolo di cui farò una grande potenza ». Il secondo Mosè si identifica con il popolo, tanto da rischiare la scomunica da parte di Dio. Però è talmente convinto che l'opera è di Dio e non sua, che può anche rischiare tale scomunica. Egli è entrato nella opera di Dio come opera di Dio, e non come opera sua. Tanto è vero, come vedremo meditando la morte di Mosè, che quando Dio gli dice: «Adesso muori », Mosè di fatto muore. Il Signore ha detto che non deve più continuare, poiché ha finito il suo compito: andranno avanti gli altri e il Signore li condurrà al di là del Giordano (cfr. Deut. 34). Questo vuol dire che Mosè si identifica con il popolo come popolo: non cercava la sua gloria, ma la gloria di Dio.

Noi, come Gesù, siamo chiamati al servizio

La vita cristiana, dunque, consiste nel diventare come Mosè: con Mosè e al modo di Mosè protagonisti di un'esistenza diaconale. In realtà, coloro che seguiranno l'esempio di Mosè si troveranno ad essere come Gesù, che è il «servo» per eccellenza. E qui cito qualche testo per far vedere che l'esistenza di Gesù è concepita dal Nuovo Testamento come esistenza di servizio. Ne cito due: uno in cui gli altri parlano di lui e un secondo in cui egli parla di se stesso. Il primo:« Tu non hai voluto né sacrificio né offerta. Un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti, né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: ' Ecco, io vengo, perché di me sta scritto nel rotolo del libro, per fare, o Dio, la tua volontà ' » (Ebr. 10, 5-7). E l'autore conclude: «È appunto per quella volontà (di sacrificio e di servizio fino in fondo) che noi siamo stati santificati per mezzo dell'offerta del corpo di Cristo» (10, 10). Il secondo testo è un passo '« teologico» di Marco, nel senso che di solito Marco fa operare Gesù, ma raramente gli fa dire parole grandiose, o programmatiche, quali invece si trovano in Matteo e Luca. Eppure qui Marco non ha rinunciato a queste parole di Gesù: «Il Piglio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc. 10, 45). Gesù dice queste parole per ammonire gli apostoli: anche loro debbono essere servitori. Casi l'esistenza diaconale di Gesù diventa la esistenza diaconale del cristiano: essere come Mosè ed essere come Gesù significa essere chiamati al servizio.
Ma che cosa vuol dire concretamente essere chiamati
al servizio? Vuol dire passare apertamente e coraggiosamente dal faraone a Mosè. Il faraone rappresenta in questo caso la possessività, il proprio progetto centrato su di sé. Mosè invece è l'umile servo che si preoccupa di rendersi utile agli altri, dimenticando se stesso; come dice Gesù: chi non muore non vivrà.
Ecco allora la diaconia cristiana, che è una diaconi a totale e di tutto l'uomo, di tutti gli uomini. Diaconia totale perché impegna tutta la personalità, e quindi non c',è posto nella diaconia cristiana per il professionalismo. D'altra parte la mentalità diaconale è, come dice Paolo, pensare giorno e notte quali siano i veri bisogni dell'umanità, e che cosa bisognerebbe fare per essere più utili al prossimo. Ciò significa che non possono esistere dei cristiani i quali prescindano da questa diaconia di tutto l'uomo, che cioè si rivolge a tutto l'uomo e a tutti i bisogni degli uomini e delle donne di questo mondo, dal pane alla carne, alla consolazione, all'intercessione, alla parola. È chiaro che qui parlo in termini generali della diaconi a cristiana, che poi si specifica secondo i carismi diversi, come insiste Paolo. Resta il fatto però che la Chiesa, come assemblea diaconale di battezzati, deve essere aperta a tutti i generi di necessità di tutti gli uomini, a partire da quelle più evidenti e più urgenti, fino a quelle più profonde, forse meno dichiarate, eppure più gravi.

3. I momenti e i gradi dell'esistenza diaconale

Come ho detto, l'esistenza diaconale, sul piano dell'apertura di coscienza, è totalizzante. Però lo sbaglio nostro è che spesso vogliamo fare tutti tutto; questa, nei fatti, è pura presunzione: è come Chiesa, infatti, che siamo chiamati a servire.
Bisogna quindi immergersi nel tessuto della Chiesa
e nella Chiesa gradualmente discernere i momenti e i gradi diversi del nostro servizio. Qualche volta pensiamo che tutto il mondo ha bisogno di noi, mentre ciascuno di noi, in realtà, potrà fare solo una minima parte. Ma sarebbe assurdo pensare di poter fare anche solo questa minima parte, se non ci si inserisce nel tessuto di una Chiesa che vive un'esistenza diaconale e se non si partecipa ad un certo ritmo di formazione, di preparazione, di scelta e di distribuzione dei lavori. Altrimenti faremo anche noi l'errore di Mosè, che voleva fare tutto. Ci sono tanti altri insieme con noi: vediamo dunque ciò che ognuno può fare.
Chiudiamo questa nostra riflessione, chiedendo al Signore di darci il vero spirito di servizio.